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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_1241Sir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

Dio è glorificato dagli umili. Umili sono coloro che si sanno legati alla terra (humus). Vivono l’ascolto della terra che parla di limite, di relazioni, di fatica e di pazienza, di cose quotidiane e piccole, di vita e di morte. Essere umile è essere fedele alla terra. La terra parla di concretezza e di quotidiano, è grembo di aria, acqua che precede e supera. Manifesta realtà da conoscere, rispettare, coltivare, di cui aver cura. La terra indica un quaggiù in cui esercitare responsabilità. Maturare consapevolezza del proprio limite è grandezza, ed è cammino di umanizzazione. Anche azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno radici nella terra di un dono: tutto quello che abbiamo, facciamo o siamo non può essere ridotto a proprietà esclusiva: fiorisce infatti sul terreno di una gratuità originaria. Il vanto dei presuntuosi rivela una profonda insipienza di fronte alla terra. E’ invece l’atteggiamento degli umili che glorifica Dio: la sua grandezza capovolge i criteri della potenza umana. La sua presenza è nascosta e sta dentro la terra: il suo manifestarsi è nel farsi piccolo.

Gesù è uomo fedele alla terra: legge nei fatti della vita la traccia di Dio. Mentre gli invitati sceglievano i primi posti nella casa di uno dei capi dei farisei dice: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti: la ricerca dei primi posti prende tutte le energie della vita. Chi sta ai primi posti è personalità da riverire perché ha un qualche potere, dai più è visto come persona realizzata dotata di privilegi o di superiorità. I primi posti sono per i notabili e per chi esercita un dominio. Per tutti gli altri può non esserci posto secondo una visione esclusiva dell’esistenza.

Gesù capovolge questo modo di intendere la vita: la sua proposta scardina la mentalità della competizione e dell’esclusione. Non solo per qualcuno ma per tutti c’è un posto. Il suo invito è nella linea di vigilare per non pensare di essere superiori e di vantarsi rispetto agli altri. Gesù pone al centro lo sguardo ai rapporti e richiama ad uno sguardo solidale. Ognuno si ritrova ad avere un dono particolare e può svolgere compiti e servizi diversi. Ma ciò va fatto con semplicità. Il posto che ciascuna e ciascuno ha nella vita è punto di connessione tra tanti altri posti.

Gesù non solo smaschera l’arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto. Nelle sue parole traspare il volto di Dio. Il Padre è infatti ‘colui che ti ha invitato’ l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. Al centro della parabola sta una proposta sul volto di Dio come ‘colui che invita’. E’ lui che chiama ‘amici’ i suoi commensali e invita ciascuno ad un posto in una festa dove i posti sono tanti e dove ai primi posti sono invitati non i grandi ma gli umili. Da qui deriva un modo nuovo di vivere: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’. Con queste parole Gesù smaschera la logica della corruzione dei rapporti, basata sullo scambio di favori, e capovolge le gerarchie; propone ai suoi di prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi viene escluso e non considerato perché non ha potere e non può contraccambiare. Avere un posto diviene così chiamata a condividere: aver cura di chi è lasciato all’ultimo posto, dare sapendo di aver ricevuto, con semplicità. La gratuità è il volto di Dio. Per questo ‘amici’ possono essere tutti coloro da cui non si può avere contraccambio.

Alessandro Cortesi op

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Invito

Terra Madre è il nome di una rete mondiale che associa insieme le comunità locali del cibo. A fondamento di tale rete sta un modo di pensare la vita nel senso della relazione e con al centro l’attenzione il cibo. Le idee ispiratrici di Terra Madre si sono tradotte in un progetto che coinvolge pescatori, contadini, pastori e agricoltori. Tutti produttori di cibo a piccole dimensioni attivi in diverse parti del mondo. Al cuore del progetto è porre attenzione alla dimensione locale e valorizzare il proprio lavoro, che proviene da saperi ereditati dalla tradizione. Connettersi in una rete offre un’occasione per dare al proprio lavoro una valenza di costruzione di relazione, una dimensione autenticamente politica. Un progetto che si pone in modo alternativo alle modalità di produrre consumare cibo nel mondo globale. Ancora oggi in un mondo che ha possibilità di produrre cibo per sfamare tutti, esistono intere regioni colpite dalla scarsità di cibo e un miliardo circa di persone soffrono la fame. Questo dato sconvolgente denuncia il fallimento di un sistema di produzione consumo del cibo che genera da un lato lo spreco e la sovrabbondanza e dall’altro la miseria.

Mangiare è il gesto che lega l’umanità alla terra in modo speciale, ma oggi il cibo per lo più è prodotto per essere venduto e non per saziare la fame di persone e popoli. “mangiare è un atto politico” è affermazione di Carlo Petrini, fondatore di Terra madre e autore del libro in cui offre una sintesi della sua visione Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, ed.Giunti-Slow Food, 2010 e del più recente: Buono, pulito e giusto, ed. Slow Food 2016. Una alleanza nuova va oggi stabilita tra chi produce il cibo e chi si sfama con quel cibo. Al centro sta l’attenzione al principio della sovranità alimentare che consiste nel “garantire a tutti i popoli il diritto a una produzione alimentare sana, abbondante e accessibile”.

Al cuore del progetto di Terra madre sta la provocazione a far crescere la consapevolezza dell’importanza di ogni scelta anche piccola legata all’alimentazione, al cibo, dalla sua qualità, ai luoghi di acquisto ai modi di mangiare, al contrastare la logica dello spreco.

Come non farsi mangiare dal cibo è l’interrogativo che Petrini apre nella sua riflessione. Mangiare è possibile anche da soli ma è sempre un gesto che lega insieme perché quel cibo che sta sulla tavola proviene da una lunga serie di attività umane e di passaggi che tengono insieme lavoro di persone e la terra.Il cibo lega insieme esseri umani e terra nella scoperta di essere insieme partecipi e soggetti di un medesimo respiro e di una casa comune.

Tanto più quando si offre un pranzo o quando si accoglie un invito a mangiare insieme. Mangiare insieme è esperienza quotidiana ricca di una profondità spesso non considerata: è luogo possibile di un sistema diverso di intendere i rapporti tra le persone, i popoli, le tradizioni e le culture: mangiare è veramente un gesto che costruisce un modo di vivere insieme diverso e alternativo rispetto alle modalità dell’esclusione e del privilegio. “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0455Is 25,6-10 ; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

La chiave di lettura per entrare nella pagina del vangelo è costituita dalla prima lettura di Is 25: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. … Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Un banchetto è un’immagine della convivialità, della festa, della pienezza di vita. Un banchetto con cibi e bevande dove l’invito è aperto e l’abbondanza del cibo è indicazione di una accoglienza aperta. E’ presente l’essenziale ma anche si condivide il sovrappiù della gratuità. E’ un’immagine di vita che espriem anche la promessa di un superamento della morte.

Il banchetto e la festa sono immagini atte ad esprimere una attesa che attraversa le pagine della Bibbia: l’attesa di un futuro in cui si svelerà il volto di Dio che fa alleanza e non viene meno anche nella morte dei suoi fedeli (cfr. Sal 16). Questa pagina di Isaia delinea anche orizzonti di incontro nuovo. Non è solamente un futuro riservato al popolo di Israele. L’esperienza di questo popolo è chiamata a diventare luogo di una attrazione e di una apertura inedita che coinvolge i popoli diversi della terra. E’ un banchetto per tutti i popoli, oltre i confini delle divisioni, preparato da Dio stesso. Il volto di Dio che ne emerge è quello di un Dio che vuole la vita del suo popolo, e sconfigge la morte in modo definitivo. La morte è non solo la morte del singolo ma tutto ciò che impedisce la relazione, la possibilità di fare festa insieme.

E’ un’attesa che interpreta le più profonde attese umane e si pone sotto il segno della comunione. La storia va verso un incontro con Dio che vince su tutte le forze che conducono alla disgregazione e alla morte. “Si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse…”. La salvezza è cammino faticoso segnato dalla speranza, è attesa sostenuta dalla tensione verso il giorno in cui si vedrà il senso dello sperare: in quel giorno si scoprirà il volto di Dio in cui si è riposta la fiducia. Un volto in cui rallegrarsi e vivere la gioia di stare alla sua presenza. Una gioia che si estende e che raccoglie. La presenza di Dio infatti raduna e convoca attorno a sè.

La pagina di Matteo è complessa nella sua articolazione. Esige di essere letta tenendo conto che Matteo innanzitutto si riferisce allo scontro di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme (Mt 22,1-14). Tenendo sullo sfondo questo ricordo dell’ostilità che segna la vita di Gesù, Matteo elabora anche un messaggio rivolto rivolto alla sua comunità che viveva un tempo diverso, una comunità che sperimentava la tensione e la rottura nei confronti della comunità ebraica, in particolare dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dell’esercito romano. Alla luce di questi elementi si può cogliere come la questione sia un giudizio che si compie di fronte ad un progetto di Dio che è progetto di vita piena e di accoglienza nei confronti non solo di Israele ma di tutti i popoli.

Matteo così unisce insieme due parabole diverse nel contesto di uno scontro. La prima è quella del banchetto in cui gli invitati non accolgono l’invito, la seconda è quella dell’invitato senza la veste adatta per la festa. E’ importante tener presente che sono due narrazioni, con due vertici diversi e con due messaggi che vanno posti insieme, ma anche visti distinti: l’orizzonte di una storia segnata dall’invito di Dio che si denota come invito ad una festa e non viene meno e chiama tutti. L’orizzonte di una esigenza di superamento dell’indifferenza, del disinteresse e della violenza per vivere la responsabilità di fronte ad un appello che suscita libertà.

Al centro della prima parabola sta infatti un riferimento al banchetto finale del messia: le nozze del figlio del re. E’ uno sguardo al punto finale della storia e al disegno di salvezza di Dio. L’indifferenza delle persone invitate e il loro comportamento violento rinvia al rifiuto che la comunità di Matteo vive nell’annuncio in rapporto a Israele; la descrizione delle uccisioni e della città data alle fiamme può essere evocazione della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Così infine l’invito delle persone ai crocicchi delle strade evoca l’invio ai pagani e la loro accoglienza nella comunità cristiana, una accoglienza ed una risposta di tutti coloro che erano considerati esclusi dalla salvezza. Nella parabola s’interseca quindi la parola di Gesù e, insieme ad essa, quella della prima comunità cristiana che vedeva acuirsi lo scontro con le autorità ufficiali giudaiche.

La prima parabola si snoda attorno all’immagine del banchetto preparato da un re che invia i suoi servi a chiamare gli invitati. Di fronte a questo dono gratuito la risposta è l’atteggiamento di indifferenza e di rifiuto. Al secondo invito la risposta è quella del disprezzo e della reazione violenta. E’ il dramma del rifiuto nei confronti di un invito ripetuto, di un’offerta gratuita di partecipazione al banchetto che è una festa di nozze, di alleanza. I servi inviati riprendono il motivo dei servi inviati della parabola dei contadini violenti. Forse c’è qui allusione all’invio da parte di Gesù dei discepoli ricordato da Matteo al cap. 10. E poi un secondo invio potrebbe essere memoria della missione dopo la Pasqua. Il v. 7 (“il re si adirò e, avendo mandato il suo esercito, fece perire quegli assassini e incendiò la loco città”) può essere allusione alla vicenda drammatica della distruzione di Gerusalemme dell’anno 70 d.C. Una sorta di lettura degli eventi cogliendo in essi da un lato la dinamica di un rifiuto, dall’altra la persistenza di un progetto di Dio nell’offrire invito ad una festa di alleanza. Il terzo invio dei servi è allora verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘ con la richiesta: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Coloro che erano stati per primi invitati non si lasciano toccare dalla novità e preziosità dell’invito: sono stabiliti in una condizione di sicurezza che li rende insensibili. Dopo la parabola dei due figli e quella dei vignaioli omicidi anche questa parabola insiste sul dramma del rifiuto da un lato e dall’altro sull’accoglienza vissuta da chi è lontano: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). C’è chi si apre all’annuncio del regno scoprendo la possibilità di cambiamento nella sua vita mentre chi si ritiene giusto e pretende di possedere il privilegio della conoscenza di Dio vive una chiusura che porta al fallimento. La chiamata di Dio è un invito aperto. “La festa di nozze è pronta ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”. L’indegnità non è altro se non il rifiuto e il disprezzo, l’opposizione a mettersi in discussione. Ad ogni resistenza e difficoltà l’invito di Dio non si arresta, non viene meno, ma si allarga a comprendere altri, perché la sala sia piena di commensali. Fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanandosi dai peccatori, ma assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia.

A questo punto inizia una seconda parabola da leggersi nella sua differenza rispetto alla prima: la scena cambia. Ad una festa di nozze c’è un invitato che non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala e tale espulsione è rimarcata con un linguaggio di genere apocalittico, ricco di particolari che colpiscono l’immaginazione, a richiamare quale descrizione in negativo il messaggio centrale a cui tutta la scena è rivolta, ossia il richiamo alla responsabilità, l’esigenza di mettere in gioco la ibertà nell’accogliere un invito di Dio che è gratuito, aperto, ma non si compie senza coinvolgimento personale e libero.

Cosa significhi la veste è di difficile interpretazione: nell’Apocalisse (Ap 19,8) la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’. In tutto il vangelo di Matteo inoltre è costante la critica ad una fede che si esaurisce in un dire senza coinvolgimento dell’esistenza, in una proclamazione senza rapporto con la vita quotidiana: ‘Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21). Forse si può leggere la figura di questo invitato con una veste non adatta come qualcuno che non intende la sua vita in rapporto agli altri, uno che va per conto suo, indifferente al clima della festa e preoccupato solo per se stesso: non riconosce il dono e la responsabailità dell’essere invitato. E’ la logica di chi non pensa la sua vita ‘di fronte agli altri’ e con gli altri, nel partecipare ad un percorso comune ma vive in un orizzonte di chiusura ed egoismo, come chi si intrufola in una festa solamente per mangiare con abbondanza e rimpinzarsi ma non partecipa ad un incontro e non è coinvolto in una relazione. In fondo l’invitato senza la veste rappresenta un esempio di individualismo e di disinteresse verso gli altri. La veste bianca è così metafora di un rapporto con Dio che coinvolge la vita, che non si confonde con una religiosità piegata all’interesse e al soddisfacimento del proprio egoismo.

La prima parabola ha il suo vertice nel disegno del Padre: è un sogno di ospitalità che si allarga e cerca risposta di accoglienza. E’ una parola sul regno di Dio come dono di incontro, invito di Dio che chiama tutti e non fa distinzione. La seconda parabola unita alla prima sottolinea l’aspetto della responsabilità da vivere come movimento di relazione di fronte ad un dono di presenza e di incontro (è una festa di nozze, ed è un banchetto): si concentra sull’atteggiamento di chi risponde all’invito. Partecipare al banchetto implica aprirsi ad intendere in modo nuovo la vita, nell’apertura agli altri, nel vivere insieme la festa di incontro nella fraternità. In ciò si fa la volontà del Padre: non nel rivendicare una appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma nel compiere scelte e gesti di cura e di attenzione verso l’altro (Mt 16,27; 25,31-46).

La frase di chiusura, probabilmente un detto a sé stante, non è minaccia di una sorta di predestinazione: è piuttosto da accogliere, nel quadro della visuale teologica di Matteo, come un invito alla responsabilità di chi, come piccolo ‘resto’ fedele, sia in Israele, sia nella comunità cristiana, risponde alla chiamata di Dio con il coinvolgimento responsabile della vita, in vista di una testimonianza per tutti. Rimanendo chiaro che Dio desidera che ogni uomo e donna sia salvato (1Tim 2,4).

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Isaia presenta il volto di un Dio che asciuga le lacrime dai nostri occhi. Il gesto dell’asciugare le lacrime dagli occhi è gesto delicato, spesso gesto di un papà o di una mamma quando, dopo piccoli incidenti, o in un momento di tristezza dei propri bambini, o anche al termine di un capriccio che ha portato alle lacrime, allontana tutto il male, pone fine a ciò che ha turbato e affretta il ritorno al sorriso, quasi a cancellare tutto ciò che ha tolto fiducia, serenità, speranza. Asciugare le lacrime dagli occhi è gesto di tenerezza. Ma è anche gesto intimo di chi sta stare accanto a chi soffre ascoltando il rumore dello scendere delle lacrime e le discosta con delicatezza, magari proprio con un discreto star accanto, facendo propria la fatica dell’altro. Dio asciuga le nostre lacrime e chiede a noi di essere capaci di questi gesti di delicatezza verso chi ci è vicino, sapendo leggere sofferenze spesso mute e nascoste, racchiuse nelle lacrime.

Una reazione degli invitati della parabola può essere provocazione al nostro modo di vivere: “quelli incuranti se ne andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. E’ una reazione di indifferenza, ma anche di preoccupazione solo per ciò che è proprio, il proprio campo, i propri affari. E’ la chiusura di chi non vede altro orizzonte se non quello di un interesse centrato sul possedere, sulla ricchezza che può avere diverse dimensioni: c’è infatti ricchezzza di denaro, di possessi, ma anche di tempo, di salute, di competenze, di parola e disinteresse nell’accogliere voci che spingono a cambiare. La provocazione della parabola è quella di vincere questa indifferenza ripiegata solo su orizzonti di possesso.

La parabola presenta il regno di Dio come una festa. Fare festa insieme, trovarsi a condividere in semplicità il cibo e il tempo della festa. Sono esperienze ordinarie fondamentali della vita che spesso vengono perdute di vista in un rincorrere un’efficienza che cancella i tempi del gratuito. La festa è divenuto sinonimo di sballo o si identifica con banchetti organizzati nella logica dello spreco e della manifestazione di sovrabbondanza. Forse potremmo cercare di scoprire l’importanza della convivialità quotidiana e di creare occasioni di fare festa insieme, dove la festa sia luogo di semplicità, di condivisione di ciò che siamo, di ciò che abbiamo, tempo segnato dalla gratuità del condividere e di sguardo rivolto agli altri.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4025Sir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 4,1-14

Ci sono pagine del vangelo che raggiungono il cuore con una semplicità che meraviglia e pone in crisi. Questa pagina di Luca rende presenti tre passaggi fondamentali per la vita di chi segue Gesù. Parla di un modo di guardare le persone e l’esistenza, parla di come intendere tutta la vita non nella rincorsa ai primi posti ma nello scegliere il posto di Gesù, quello dell’ultimo e del servo, infine indica l’ospitalità offerta ai poveri come orizzonte di fondo delle scelte.

Il brano si apre con una scena di un pranzo a cui Gesù partecipa come invitato e da subito fa convergere l’attenzione su modi diversi di guardare. Era sabato, precisa Luca, e i capi dei farisei ‘stavano ad osservarlo’. Il loro sguardo è tutto preso dal verificare il muoversi di Gesù in rapporto all’osservanza della legge. Gesù ha un altro sguardo, altre preoccupazioni. Il suo sguardo si sofferma su di un malato che era davanti a lui. Gli altri non lo guardavano, ma Gesù si concentra su quella persona malata, che per la sua infermità non può condividere la gioia del banchetto. E verso di lui si muove con la libertà di chi non è preoccupato degli sguardi che lo scrutavano per verificare se rispettava principi e determinazioni della legge.

C’è un modo di guardare le cose e un modo di vedere la fede che emerge da questa scena raccontata di Luca. Gesù volge il suo sguardo ai volti delle persone che non hanno importanza, di chi è lasciato inosservato, ai margini. I capi dei farisei non guardavano il malato, preoccupati di altro. Gesù invece si accorge di lui. Ha un modo di guardare che mette al centro le singole persone, il loro bisogno di liberazione oltre le prescrizioni della legge. I gesti di Gesù ‘tirano fuori’, così come richiama nel breve dialogo: ‘se un figlio o un bue gli cade nel pozzo non lo tirerà fuori in giorno di sabato?’ Il suo sguardo reca in sé la cura nel guarire come segno del regno di Dio vicino: ‘è lecito o no guarire di sabato?’

Ma in questo sguardo di Gesù si può anche cogliere un modo di vivere il rapporto con Dio e la fede stessa: Gesù scorge il disegno di Dio a partire dalle situazioni concrete di vita: dentro le pieghe ordinarie della vita e non fuori di esse. Non ha bisogno di spazi sacri e di luoghi particolari per parlare di Dio come Padre, per scorgerne i segni della presenza. Sa cogliere lì, in quel pranzo, nella presenza di un malato, il disegno di Dio. I suoi gesti manifestano come agisce Dio e lo esprimono. Dio, che Gesù indica come padre accogliente e appassionato per tutti i suoi figli, vuole che ogni persona sia liberata da ciò che la tiene chiusa e bloccata e trovi possibilità di vita piena. La quotidianità gli parla di Dio. In un contesto di gioia come un pranzo dove c’è un malato che non può partecipare lo sguardo di Gesù non rimane indifferente e va a posarsi lì dove Dio stesso guarda, per spalancare i confini della gioia condivisa. E ascolta il desiderio di guarigione di quell’uomo.

Due parole poi sono presentate: la prima è rivolta agli invitati al banchetto, la seconda a chi invita. ‘Diceva agli invitati una parabola guardando come prendevano i primi posti’… Nella situazione così ordinaria del banchetto Gesù guarda ancora e rimane colpito dal modo in cui tutti si precipitavano ad occupare i primi posti. Da qui rivolge un invito che racchiude un modo di intendere la vita. E’ una parola contro il protagonismo e la ricerca di essere primi: ‘quando sei invitato va’ a metterti all’ultimo posto’. E tutto culmina in un detto breve: ‘chi si esalta sarà abbassato e chi si umilia sarà innalzato’. Si tratta di un’indicazione di stile, che si fa orientamento di fondo del vivere. Gesù presenta un modo alternativo di pensare la vita. Non è rilievo moralistico per quell’occasione: la ricerca di occupare i primi posti distoglie da ciò che è essenziale nella vita. Se è il regno di Dio ormai la realtà più importante e se il regno è prossimità di Dio agli oppressi, offerta di speranza per chi rimane sempre in fondo e non trova posto alla tavola della vita, allora ci può essere un modo diverso di intendere la propria esistenza. Contro la logica dei primi la scelta di partire dagli ultimi. Non è un invito rivolto solo ai singoli ma si allarga. Nella comunità che Gesù desidera il primo è colui che serve. La questione sull’essere primi o ‘più grandi’ ritorna a più riprese nel vangelo di Luca. Di fronte alla domanda chi fosse ‘il più grande’ Gesù indica un bambino (Lc 9,46-48). In un’altra discussione su chi tra i discepoli fosse il più grande Gesù dice che il più grande è colui che serve (Lc 22,24-27). La motivazione di questo sta nel suo stile presentato nel contesto dell’ultima cena: “Io sto in mezzo a voi al posto del servo” (Lc 22,27). La questione della ricerca dei primi e ultimi posti diventa quindi una questione decisiva che manifesta come si vive il rapporto con Gesù.

La seconda parte di questa pagina è rivolta a chi invita: “Quando dai un pranzo o una cena non chiamare i tuoi amici… perché essi ti invitino a loro volta… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti… Il contraccambio ti sarà dato nella risurrezione dei giusti”. E’ uno squarcio sul modo di vivere le relazioni: Gesù indica una via diversa da quella dell’esclusione. L’esperienza del mangiare insieme è per Gesù luogo in cui già si rende presente il regno di Dio come possibilità di condivisione e di uno stare insieme da fratelli riconoscendo un dono da condividere. Mangiare insieme richiede così partecipazione di tutti. Per questo Gesù mangia con coloro che erano tenuti lontani e esclusi. Indica la logica dell’inclusione, dell’invito, del fare spazio a chi è tenuto ai margini. Nel modo di vivere la mensa si pone in atto l’immagine di Dio e di Gesù che noi abbiamo. Gesù indica una via: invitare chi non ha da ricambiare. Emerge una logica della condivisione che supera il senso del dono come scambio, come attesa di ricevere qualcosa in contraccambio. E c’è anche un’indicazione sui rapporti di ospitalità: quando offri un pranzo o una cena… invita i poveri… E’ una parola per intendere la vita come spazio di ospitalità per i poveri. Ed è una parola che invita ad entrare nella gratuità dell’amore di Dio.

Tento alcuni percorsi di attualizzazione di questi tre aspetti individuati in questa pagina.

Gesù ha uno sguardo che sa fermarsi sulle persone, capace di guardare la vita. Vive il suo rapporto con il Padre nel coglierne la presenza nei tratti ordinari e quotidiani dell’esistenza, nelle esperienze di ogni giorno. Spesso siamo condizionati da modelli di una spiritualità malata in cui il rapporto con Dio è rinchiuso in forme di devozione e genera attitudini esclusiviste, settarie, in cui viene meno l’attenzione agli altri, a chi soffre. Gesù indica una ‘spiritualità degli occhi aperti’, capace di guardare la vita, e di scorgervi le chiamate di Dio nei volti di chi soffre ed è vittima. E’ questa una spiritualità in cui non solo alcuni spazi e momenti sono luogo di incontro con Dio ma in cui tutta la vita, gli incontri ordinari, le vicende quotidiane sono esperienza di incontro con il Dio umanissimo. E’ una sfida per noi a riconoscere i luoghi della vita, i momenti e le persone come luoghi in cui vivere l’esperienza di una fede nella vita.

L’invito a prendere gli ultimi posti è una forte provocazione in un contesto sociale in cui sta prendendo sempre più piede l’affermazione della necessità del riconoscimento del merito e della tensione all’eccellenza. Il merito senza parità di opportunità e senza uguaglianza diviene privilegio e fonte di discriminazioni. Senza nulla togliere all’importanza dell’impegno per mettere a frutto i doni ricevuti, lo stile che Gesù propone è quello di chi rimane povero anche quando ha maturato competenze, ruoli, sapere. Gesù indica la prospettiva di stare dalla parte di chi è ultimo e questo in contrasto con la mentalità dei primi e con lo sforzo per arrivare primi in una gara che vede la vita come selezione e lotta contro gli altri. Chi prende l’ultimo posto è attento a far avanzare tutti. Chi prende l’ultimo posto vive la libertà di aver scoperto la via del servizio che Gesù ha indicato.

Una terza provocazione giunge dall’invito ad invitare a mensa non chi può ricambiare ma i poveri. Come ripensare oggi quello che in tante case si è vissuto in un passato non troppo lontano? Nelle nostre case, nei nostri conventi oggi c’è spazio per tante comodità, per le tecnologie, per cibi raffinati, ma non c’è più spazio per i poveri. Abbiamo organizzato l’assistenza, ma in questo modo si è spesso attuata un’emarginazione di genere diverso delle persone e una sorta di ghettizzazione dei poveri. Le vie per attuare quanto chiede Gesù non sono semplici. Penso che dobbiamo però almeno mantenere viva la domanda e mantenere una inquietudine nel cuore che conduca a vivere esperienze concrete di accoglienza e di gratuità. Come attuare scelte di accoglienza di chi è lasciato in disparte? Come vivere una quotidianità di accoglienza che generi rapporti in cui le persone si sentano riconosciute? Oggi i volti di poveri che non possono ricambiare sono quelli di tanti migranti poveri che lasciano le loro terre e affrontano viaggi disperati nella ricerca del pane, del lavoro, di una vita dignitosa per i propri figli.
C’è anche una provocazione forte che riguarda la lotta perché alla mensa dei beni della terra possano partecipare tutti i popoli e non solo alcune categorie di privilegiati. La proposta di Gesù ha profonde valenze politiche e spinge ad un radicale cambiamento di mentalità.

Alessandro Cortesi op

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