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Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica – tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0441Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Il motivo della vigna unisce le letture di questa domenica. La parabola dei contadini violenti di Matteo è la terza parabola del cap. 21 che parla dell’atteggiamento del rifiuto dell’annuncio del regno. Benchè vi possano essere riferimenti ad una realtà sociale e al rapporto tra padroni e contadini, questa pagina può essere letta come una allegoria con riferimento alla storia. A differenza della ‘parabola’ che nel linguaggio di Gesù è annuncio del regno in un paragone che parte dalla narrazione con riferimento alle vicende quotidiane della vita, la ‘allegoria’ è una costruzione narrativa in cui ad ogni elemento della vicenda corrisponde il riferimento ad altro. In questo caso il proprietario può essere interpretato in riferimento alla presenza di Dio, gli inviati sono i profeti, i contadini sono i capi del popolo, la vigna è il popolo di Israele, il figlio è riferimento a Gesù quale inviato del Padre.

Matteo riprende con modifiche proprie questa pagina già presente nel testo di Marco. In Marco il proprietario ha diritto solamente su una parte dei frutti e non su tutto come in Matteo. Si parla di tre invii di un servo da parte del proprietario in cui si assiste ad una progressivo accrescersi dell’ostilità e della violenza: il primo infatti è percosso, il secondo è colpito alla testa e il terzo è ucciso. In Matteo invece i servi inviati sono diversi, la seconda volta più numerosi dei primi e ad ogni invio corrisponde una medesima reazione violenta contro di loro: “uno lo percossero, uno lo uccisero, uno lo lapidarono”. In Matteo i diversi invii corrispondono alla presenza di diversi profeti in Israele, e si può individuare in questa scansione il riferimento dapprima ai profeti anteriori, poi ai profeti posteriori in fedeltà alla suddivisione delle parti della Bibbia ebraica.

Il racconto pone in risalto l’attitudine a voler possedere la vigna da parte dei contadini a cui era stata affidata. Nella scena finale, quando il proprietario decide l’invio del proprio figlio compare un riferimento alla vicenda del rapporto tra Dio e Israele. Gesù è indicato come il figlio e l’erede. Si può qui ritrovare un richiamo al salmo 80: “Visita questa vigna, proteggi colui che la tua destra ha piantato il figlio che hai reso forte per te”.

In Matteo l’allusione alla sorte di Gesù si fa più chiara che nella versione di Marco. In rapporto alla morte di Gesù avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12) Matteo modifica il testo di Marco e dice che prima fu gettato fuori della vigna e poi ucciso.

In tal modo la conclusione dell’allegoria si conclude con una domanda di Gesù ai sommi sacerdoti e ai capi: “Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini? (Mt 21,40).

I sommi sacerdoti comprendono che Gesù stava parlando di loro e si riconoscono nella figura dei contadini. Non solo essi non hanno voluto consgenare i frutti della vigna ma sono anche responsabili del fatto che la vigna non ha portato frutti. Per questo ad altri contadini sarà affidata la vigna e gli renderanno frutti a loro tempo. Fuori di metafora si può intendere che è qui denunciata la responsabilità dei capi del popolo innanzitutto nel rifiutare la venuta dei profeti come inviati di Dio e infine anche Gesù, ma connesso a questo non vi sono frutti nella vigna perché non vengono accolti i profeti e Gesù stesso.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” è chiave di lettura dell’intera pagina. Matteo designa questi altri contadini con il termine ‘popolo’ (ethnos), un termine che si espone a diverse interpretazioni. Può essere una ripresa del riferimento a “coloro che vi precedereanno nel regno di Dio”, i pubblicani e le prostitute di cui aveva parlato nella parabola precedente (Mt 21,31-32), tutti coloro che hanno ascoltato l’annuncio di Giovanni il battezzatore, Gesù e i missionari cristiani. Forse il termine può essere riferito ai responsabili della comunità intesa come la casa d’Israele insieme a tutti coloro che aderiscono ai profeti e a Gesù con riferimento al detto sui dodici apostoli che giudicheranno le dodici tribù d’Israele. Il termine ‘popolo’ può riferirsi anche a quel popolo costituito da tutti coloro che sono chiamati a portare frutti e che solamente alla fine si riveleranno come coloro che hanno agito secondo il vangelo (cfr. Mt 25,31-46), non dicendo Signore Signore (cfr. Mt 7,21-23), ma facendo la volontà del Padre nell’attenzione e della cura all’altro. Questo versetto ha potuto dare adito a interpretazioni che vedono una sorta di sostituzione per cui la chiesa verrebbe a sostituire il popolo d’Israele, antico popolo di elezione. Ma in nessun luogo della parabola si parla di un rigetto della vigna. E la chiave di lettura sta nel cantico della vigna di Isaia (Is 5): “la vigna del Signore… è la casa d’Israele”. La vigna è svelata così come potente metafora ad indicare una relazione: tutto viene da una attenzione viva, da una cura fatta di azioni tra Dio e il suo popolo. Il testo non dà nessun motivo per parlare della sostituzione della vigna di Israele con un’altra vigna (che sarebbe la chiesa come vero Israele): piuttosto il vero israele è identificato con Gesù, la pietra scartata che diviene pietra d’angolo.

Questa pagina presenta così alcuni tratti drammatici: il suo nucleo originale risale al momento in cui si fa più forte l’ostilità contro il profeta di Nazaret. E Gesù, davanti alla possibilità di un esito della sua vita che si stava delineando segnato dall’ostilità fino alla violenza, pronuncia queste parole davanti ai suoi avversari e per loro. Evoca la vicenda di sofferenza di una lunga serie di ‘servi’, con allusione ai profeti. Richiama la durezza della violenza nei confronti degli inviati, fino all’invio del ‘figlio’. “Costui è l’erede. Su uccidiamolo e avremo noi la sua eredità. Lo presero lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. “Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini?”
La conclusione, tirata dagli ascoltatori, è: “darà in affitto la vigna ad altri agricoltori”. E’ un monito severo a chi si ostina nel rifiuto, a chi pretende di essere possessore e padrone di un popolo. Un monito verso chiunque pretenda di possedere e di far proprio con la violenza il disegno di salvezza, di gioia, il regno di Dio. Dio continuerà a portare avanti il suo disegno: lo condurrà attraverso la debolezza e fragilità della pietra scartata. Gesù denuncia la violenza di chi giunge a togliere di mezzo anche il figlio. Parla di se stesso come del ‘figlio’ rinviando così allo svelamento della sua identità più profonda. Ma sceglie la via di non reagire alla violenza, di non seguire la medesima logica. Rinvia alla preghiera dei salmi: la pietra scartata diviene preziosa e fondamentale nel disegno di Dio. E’ questa la linea seguita da Dio in tutta la storia della salvezza . Gesù comprende la sua vicenda di passione come quella della pietra scartata. E in questo offre anche spazio alla luce della risurrezione.

DSCN0397Alcune riflessioni per noi oggi

I contadini della vigna sono presi solamente dalla preoccupazione di impadronirsi della vigna in considerazione del loro interesse. E’ questo un atteggiamento di chi avendo un compito di presidenza e di guida pretende di occupare il potere e di asservirsi degli altri, anziché vivere la propria responsabilità come attenzione, ascolto delle voci dei piccoli e cura per la crescita di tutti. E’ rischio sempre presente nella chiesa e nelle comunità dove chi sta a capo può pretendere di prendersi tutto lo spazio, non accetta il confronto, impone la propria visuale in modo ideologico come normativa, non vivendo l’autorità come ascolto condiviso della Parola, come un far crescere, come un lavorare per un cammino comune. In questi giorni è uscito un libro di Vinicio Albanesi presidente della comunità di Capodarco (prete di strada e studioso di diritto canonico) dal titolo ‘Il sogno di una chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al papa” (ed. Ancora). In una presentazione del libro il 30 settembre a Tv2000 ha detto: “Il Signore predicava, guariva, ammoniva, ma si commuoveva, viveva. Chiesa da campo è l’umanità che a volte ti chiede aiuto, consiglio, conforto, perdono. Se tu ti arrocchi nel rito, nelle cose stantie… L’organizzazione della Chiesa è troppo clericale, verticistica e fatta di persone celibi. Questa cupola va distrutta, perché la Chiesa è il popolo di Dio, che certo ha bisogno di una guida. Ma se ce l’hai tetragona e distante… Quindi auspico un cambiamento delle strutture, dalla Curia romana fino alle parrocchie. Se io ti offro uno schema in cui il mio essere prete dipende ed è in continuo contatto con il popolo del Signore, ho individuato nel sinodo permanente – un insieme di persone coniugate e no – quello che gestisce la vita della Chiesa. Nel Codice di diritto canonico abbiamo ridotto i battezzati a sudditi. Deve essere l’alto che cede, altrimenti il suddito non è degno di parola. La prima cosa che ti dicono è che non sei ortodosso (…) La gerarchia è principio di unità, ma accanto alla gente, al popolo di Dio. Io sono guida, parroco, ma in alcuni momenti vado supportato e anche ripreso, perché non sono infallibile”.

Gesù fa riferimento al salmo 118,22-23: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. C’è un operare di Dio che lavora nei cuori e lo stile di Dio è quello di scegliere chi dal punto di vista umano ha meno doti e capacità perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio di una propria grandezza. Accogliere il suo operare genera così la meraviglia di un mondo nuovo possibile in cui nessuno venga scartato o emarginato. Proprio la pietra scartata che è Gesù è divenuta la pietra su cui fondare la costruzione di una comunità nuova, in cui al centro non sta l’efficienza ma l’accoglienza. Oggi viviamo il dramma di una logica che pervade l’economia ma penetra anche nei rapporti sociali: qualcuno è visto come da scartare. Non vi è spazio per la compassione nel guardare ogni volto, ogni pietra possibile di una costruzione del vivere comune come importante. In contrasto con la logica dello scarto, questa parola provoca a pensare come dare spazio ad ogni scartato dalla società del benessere per mettere al primo posto la relazione, l’importanza del riconoscere in ogni volto l’immagine di Dio. Contro ogni discriminazione e esclusione. E’ questo anche uno stimolo alla creatività nello scoprire come da ciascuno e insieme si potrebbero trovare modi e risorse per uscire insieme dalla crisi, per percorrere vie di condivisione. Mettendo insieme i pezzi scartati e creando mosaici nuovi di convivenza.

In questi giorni (2 ottobre) in cui ricorre la giornta mondiale per la nonviolenza che coincide con il compleanno di Gandhi, ascoltare questa parola ripropone la grande questione della scelta nonviolenta al cuore dell’esperienza di Gesù, rivelazione del volto di Dio come amore che si comunica nella debolezza dell’offrirsi, dell’affidarsi. Le situazioni di violenza che in vari modi occupano i nostri giorni sono appello a chi si lascia interrogare d Gesù a chiedersi quale testimonianza di nonviolenza, a partire dagli stili quotidiani di rapporto con gli altri siamo chiamati a testimoniare. Forse nel tempo della violenza essere segno e presagio di un mondo nonviolento è l’appello di Dio nel presente.

Alessandro Cortesi op

Con il pensiero a Gaza: un appello per fermare il massacro

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A Gaza si sta consumando una tragedia umana e un massacro. Non si può restare indifferenti. I mass-media in Italia e non solo sono per lo più allineati nel presentare la guerra sferrata da Israele nella Striscia di Gaza come una guerra di difesa. I morti risultano essere numeri, senza volto e senza nome: quasi un conteggio di inevitabili conseguenze di una azione militare motivata dalla ricerca di eliminare pericolosi terroristi, per ostacolare il lancio dei missili sulle città d’Israele.

Ma i media quasi per nulla parlano della condizione di oppressione, di disprezzo e prigionia in cui sono tenuti un milione ottocentomila persone nella Striscia di Gaza, una sottile striscia che corrisponde come estensione a 360 kilometri quadrati, un lembo di terra con una larghezza di circa 10 km e una lunghezza di 40 km circa. Non parlano delle umiliazioni quotidiane che i palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania sono costretti a subire in un’area dove vige l’occupazione di Israele: privazione d’acqua per l’irrigazione dei campi e orti, obblighi continui di controlli e umiliazioni ai check point per raggiungere il posto di lavoro o per gli spostamenti, impossibilità ad avere medicine e di accedere alle cure necessarie.

Dal 2006 la Striscia di Gaza è stata sottoposta ad un isolamento e ad un embargo senza paralleli nella storia. Gli abitanti sono isolati sia dal mare sia per via terra: se un pescatore si inoltra in mare oltre tre miglia viene preso di mira dal fuoco della marina israeliana. Nessuno può allontanarsi via terra se non attraverso uno dei due valichi sotto controllo degli israeliani a Erez a Nord e degli egiziani a Rafah a Sud. La popolazione di Gaza non può recarsi in altri territori palestinesi, non può andare a Gerusalemme, né può recarsi all’estero per studiare, per lavoro, se non con un permesso di Israele impossibile ad ottenere dalla maggior parte delle persone. Non può raggiungere parenti e persone care residenti altrove. Le terre vicine al confine non possono essere coltivate, e i prodotti agricoli non possono essere esportati. Nella morsa dell’embargo operato da anni da parte di Israele un popolo intero è tenuto in condizioni di prigionia e di umiliazione continua: l’80 per cento della popolazione di Gaza vive sotto la soglia della povertà con meno di due dollari al giorno. Da quando la Stiscia di Gaza è stata abbandonata da Israele nel 2005 si sono susseguite una serie di attacchi militari durissimi a brevi intervalli di tempo, nel 2006, tra il 2008-2009 e nel 2012.

L’assedio e l’embargo di Gaza sono un sorta di condanna a morte lenta. Israele è un popolo che ha diritto alla sicurezza e certamente non è accettabile e condivisibile la scelta della lotta armata da parte di Hamas come anche il lancio dei missili sulle città israeliane. La violenza genera solo altra violenza e la spirale della vendetta va interrotta da scelte di dialogo. Ma  quando un popolo è tenuto in una condizione disumana cerca in tutti i modi di sopravvivere, e di resistere all’annientamento. La disperazione e l’odio ingenerato da violenza e ingiustizia sono terreni di coltura di ogni genere di reazione. Nel documento Kairos redatto dai pastori delle chiese di Palestina nel 2009 si può leggere: “Alcuni partiti politici hanno seguito la strada della della resistenza armata. Israele ha usato questo come pretesto per accusare i palestinesi di essere terroristi distorcendo così la reale natura del conflitto, presentandolo come guerra di Israele contro il terrore, invece che come legittima resistenza palestinese all’occupazione isareliana in modo che essa finisca” (Documento Kairos, 2009)

Il governo di Israele con il pretesto della propria sicurezza con il suo esercito sta conducendo un’opera di punizione collettiva nei confronti un intero popolo, causando morte e dolore di bambini e innocenti, costringendo in una condizione di terrore e di paura. I bombardamenti di questi giorni dall’inizio di luglio non solo hanno già causato più di 1200 morti, ma hanno seminato una sofferenza indicibile, dolore, umiliazione, disperazione. Molti hanno perso la vita mentre stavano raccogliendo i beni di necessità prima di lasciare le case. Sono stati uccisi bambini, portatori di handicap, donne e anziani. Sono state prese di mira abitazioni, scuole, centri dell’ONU, ambulanze e ospedali.

Hanan Ashrawi ha detto alla BBC che se l’esercito di Israele, che nel suo nome reca l’espressione ‘forza di difesa’ (IDF), sta tentando di non colpire civili, come afferma la propaganda, è allora il peggior esercito del mondo perché sinora ha ucciso 85 per cento di civili con i suoi bombardamenti.

Ma l’attacco a Gaza oltre a lutti e devastazioni sta generando ferite inenarrabili nei cuori delle persone, ferite che sono portatrici di odio e altra violenza. Un bambino nato a Gaza che ha dieci anni ha già vissuto quattro eventi di guerra nella sua breve vita. Al 30 luglio si contano 1200 morti e più di 7000 feriti. L’85 per cento delle vittime sono civili, innocenti, donne vecchi, bambini. Più di 150.000 civili sono stati costretti lasciare le loro case, e non sanno dove andare perché l’intero territorio della Striscia è sotto attacco con bombardamenti dal cielo, da terra e dal mare. Una situazione che solo al pensiero dà il senso di oppressione e impazzimento.

Ferite psicologiche che segneranno per sempre la vita di bambini, di donne, uomini, terrore e paura nell’impossibilità di fuggire, chiusi come animali in gabbia. Se c’è una schiavitù per gli abitanti di Gaza c’è anche una schiavitù di Israele che si condanna ad una condizione di guerra permanente e ad essere oppressore, attore di disumanità senza limite. L’esercito di Israele a Gaza sta commettendo crimini di guerra e contro l’umanità, nel silenzio della comunità internazionale a causa dei forti interessi che molti paesi hanno per il commercio di armi. E l’Italia risulta essere il primo esportatore di armi a Israele.

La denuncia proviene da varie parti, un gruppo di scienziati testimoni in un artcolo sulla pretigiosa rivista The Lancet denunciano la situazione e in particolare l’uso nefasto delle armi utilizzate.

Amira Hass, giornalista israeliana di Ramallah nel quotidiano Ha’aretz riporta il pensiero di un amico da Gaza “se Hamas è nato dalla generazione della prima Intifada, quando i giovani che tiravano pietre sono stati presi a fucilate, cosa nascerà dalla generazione che ha sperimentato i ripetuti massacri degli ultimi sette anni?” e commenta: “La nostra sconfitta morale ci perseguiterà per molti anni in futuro”.

Eppure ci sono segni di resistenza al prevalere dell’odio: sono i soldati israeliani che si rifiutano di recarsi a combattere come Udi Segal, sono i gruppi minoritari che in Israele si schierano per il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese, sono i palestinesi che rinunciano a odiare, come il medico Abuelaish Izzedin, e come tutti coloro che coltivano la speranza, con una resistenza che si pone nella scelta della nonviolenza. Sono le presenze dei cooperanti che rimangono a Gaza accanto a un popolo martoriato come i giornalisti che offrono notizie e testimonianze. Un piccolo grande segno di presenza e vicinanza è stato il viaggio di una delegazione di Pax Christi in Palestina nei giorni scorsi. E’ il gesto della bambina che tra le macerie di una casa distrutta va a raccogliere i libri di scuola per salvarli dalla distruzione, un gesto che fa ricordare la vicenda narrata da Eric-Emmanuel Schmitt ne ‘Il bambino di Noè’: nel diluvio raccogliere e custodire tutto quello che non deve andare perduto.

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Si deve affermare con chiarezza: la causa principale da rimuovere è l’occupazione di Israele che occupa la Palestina non consentendo il riconoscimento dei fondamentali diritti umani alla popolazione palestinese.

Sempre il documento Kairos Palestina del 2009 firmato dai dei pastori delle chiese in Palestina denunciava la violenza condotta in modo sistematico e si faceva eco del grido di dolore del popolo palestinese, indicando con chiarezza la via della nonviolenza e della resistenza creativa: ”Noi … gridiamo dal cuore della sofferenza che stiamo vivendo nella nostra terra, sotto occupazione israeliana, con un grido di speranza in assenza di ogni speranza….” (…) “Il Muro di separazione eretto in territorio palestinese… ha reso le nostre città e i nostri villaggi come prigioni, separandoli gli uni dagli altri; Gaza, specialmente, continua a vivere in condizioni inumane, sotto assedio permanente… Gli insediamenti israeliani devastano la nostra terra in nome di Dio o in nome della forza, controllando le nostre risorse naturali, specialmente l’acqua e le risorse agricole…”

“L’occupazione israeliana della terra palestinese è un peccato contro Dio e contro l’umanità poiché depriva i palestinesi dei fondamentali diritti umani”

“L’ingiustizia contro il popolo palestinese, cioè l’occupazione israeliana, è un male che deve essere combattuto. E’ un male e un peccato che deve essere contrastato e rimosso. La primaria responsabilità di questo è degli stessi palestinesi che subiscono l’occupazione. L’amore cristiano ci invita alla resistenza. Tuttavia l’amore mette fine al male camminando sulla via della giustizia. La resposnabilità è inoltre della comunità internazionale, poiché oggi le leggi internazionali regoalno i rapporti tra i popoli, Infine la responsabilità è di coloro che perpetuano l’ingiustizia; essi devono liberarsi dal male che è in loro e dll’ingiustizia che hanno imposto agli altri”.

”Affermiamo che la nostra scelta come cristiani di fronte all’occupazione israeliana è di resistere. La resistenza è un diritto e un dovere per il cristiano. Ma è una resistenza che ha l’amore come logica. E’ quindi una resistenza creativa , poiché deve trovare strade umane che impegnino l’umanità del nemico. Dobbiamo combattere il male, ma Gesù ci ha insegnato che non possiamo combattere il male con il male. Possiamo resistere attraverso la disobbedienza civile. “

La prima proposta è attuare il boicottaggio soprattutto per quel che riguarda il commercio di armi: “Individui, aziende e stati si impegnino nel disinvestimento e nel boicottaggio di ciò che viene prodotto dall’occupazione. (…) Queste campagne devono essere portate avanti con coraggio,prclamando sinceramente e apertamente che il loro scopo non è la vendetta ma la fine del male esistente, la liberazione sia degli oppressori che delle vittime dell’ingiustizia”.

E’ proposta ripresa da Alex Zanotelli che la allarga a chiedere l’embargo militare contro Israele come proposto dai Premi Nobel in un recente appello, la revoca del Trattato militare segreto Italia-Israele, conosciuto come”Accordo generale di cooperazione militare e della difesa” e il boicottaggio delle Banche, che pagano per questo commercio di armi (Campagna Banche armate), ritirando i nostri soldi dalle banche ‘armate’. (Alex Zanotelli, Non lasciamo soli i palestinesi)

Riprendiamo l’appello dei patriarchi e capi delle chiese di Gerusalemme: “Ci appelliamo a Israele affinché interrompa l’ingiustizia verso di noi, e non continui a fuorviare la verità dell’occupazione fingendo che sia una battaglia contro il terrorismo. Le radici del terrorismo sono nell’ingiustizia umana commessa e nel male dell’occupazione ”.

E’ importante e urgente in questo momento non lasciare nella solitudine il popolo palestinese piegato dalla sofferenza e che vive in una condizione di umiliazione, di disprezzo, di non riconoscimento della propria dignità umana.

L’indignazione di fronte alla violenza delle armi si fa grido per invocare e chiedere a chi ha in qualche modo potere di agire e influenzare le scelte internazionali: si fermino i bombardamenti, si intraprenda un percorso di riconoscimento di diritti fondamentali del popolo palestinese, si facciano tacere le armi e si lasci spazio al riconoscimento dell’umanità dell’altro, ad un negoziato per porre fine all’occupazione, all’attuazione di una pace con riconoscimento di diritti e nel ristabilire giustizia, attuando percorsi di disarmo radicale.

Come chiedono i pastori di Palestina: “Il nostro futuro e il loro futuro è lo stesso futuro, sia il ciclo della violenza che ci distrugge entrambi, sia la pace di cui di cui beneficeremo entrambi”.

Alessandro Cortesi op

10527346_851225801567769_5421427076836356279_nQuartiere di Shejaya, ad est di Gaza city, 26 luglio 2014 – photo: Jehad Saftawi/IMEU

Lettere… e musica di pace nell’incendio della violenza

 

Trovo questa notizia nel sito http://frontierenews.it/2012/10/non-lascero-la-musica-per-imbracciare-il-fucile-contro-i-miei-fratelli-arabi/
E’ una lettera di un giovane musicista druso di un villaggio della Galilea che scrive al ministro della Difesa di Israele rifiutandosi di ripsondere alla chimata all’arruolamento.Tracce di pace che attraversa le parole e la musica di questo ragazzo mentre attorno imperversa la guerra. Parole ragionevoli e che parlano della realtà di sofferenza. (a.c.)

“Non lascerò la musica per combattere i miei fratelli arabi” 28 ottobre 2012 di Omar Zahr Al-deen Mohammad Saad

Omar Saad, un giovane musicista di al-Mughar – un villaggio in Galilea – ha ricevuto una lettera di arruolamento nell’esercito israeliano. Sì, perché a differenza degli altri palestinesi, i drusi hanno l’obbligo – pena il carcere – di prestare il servizio militare (dopo che, nel 1956, la legge sulla coscrizione obbligatoria è stata resa applicabile anche a questa categoria di persone). Recenti ricerche hanno dimostrato che circa i due terzi della popolazione drusa in Israele preferirebbe non prendere le armi, se ne avesse la possibilità. Omar è uno di loro; nella lettera seguente, inviata al ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, spiega le proprie motivazioni (qui il sito di supporto a Omar). Traduzione di Valerio Evangelista

“Gentile Ministro della Difesa di Israele,

Io sono Omar Zahr Al-deen Saad, dal villaggio di al-Maghar, Galilea.
Ho ricevuto l’ordine di presentarmi il prossimo 31 ottobre all’ufficio arruolamento dell’esercito, a norma dell’obbligo di coscrizione per la comunità drusa; a proposito di ciò vorrei chiarire alcune cose:

Rifiuto di presentarmi all’ufficio arruolamento perché non accetto la legge che prevede l’arruolamento obbligatorio per la comunità drusa. Lo rifiuto perché sono un pacifista e odio ogni tipo di violenza e perché credo che questo esercito sia basato sulla violenza fisica e psicologica. Da quando ho ricevuto l’ordine di iniziare le procedure per l’arruolamento la mia vita è cambiata completamente. Sono diventato molto nervoso e con una grande confusione in testa. Mi sono figurato in mente molte situazioni dure e non riesco a immaginarmi con l’uniforme addosso che contribuisco alla repressione che Israele compie verso il popolo palestinese e non combatterò i miei fratelli arabi e le mie sorelle arabe;
Rifiuto di diventare un soldato israeliano o di andarmi ad arruolare, anche in qualsiasi altro esercito, per ragioni morali e nazionaliste;
Odio l’ingiustizia, la disuguaglianza, l’occupazione e odio il razzismo e le restrizioni sulla libertà;
Odio chi arresta bambini, uomini e donne.
Sono un suonatore di viola, ho suonato in molti posti e ho amici musicisti da Ramallah, Gerico, Gerusalemme, Hebron, Nablus, Jenin, Shafa’amr, Elaboun, Roma, Atene, Amman, Beirut, Damasco, Oslo ed tutti noi suoniamo i nostri strumenti per la libertà, umanità e pace. La nostra arma è la musica.

Faccio parte di un gruppo religioso che è stato, e continua a esserlo tutt’ora, oppresso. Quindi… come posso combattere contro la mia famiglia, i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina, Siria, Giordania e Libano? Come posso imbracciare un’arma contro i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina? Come posso lavorare come soldato al check-point di Qalandiya o in qualsiasi altro posto di blocco? Io sono una di quelle persone che ha subito l’ingiustizia nei check-point e nei posti di blocco. Come posso impedire a un mio fratello di Ramallah di visitare la sua casa a Gerusalemme? Come posso fare la guardia al muro dell’apartheid? Come posso fare da carceriere contro il mio popolo? E so che i detenuti (palestinesi, ndt) nelle carceri israeliane sono combattenti della libertà.

Suono per divertimento, per la libertà e per quella pace giusta che si basa sul fermare gli insediamenti e l’occupazione israeliana della Palestina. Quella pace giusta che si basa sull’istituzione di uno stato palestinese indipendente che abbia Gerusalemme come capitale, sulla scarcerazione dei detenuti e sul il ritorno in patria di tutti i rifugiati.

Molti dei nostri giovani hanno prestato servizio nell’esercito israeliano, ma cosa hanno ottenuto? Sono forse speciali? I nostri villaggi sono quelli più poveri, le nostre terre sono state espropriate e lo sono rimaste tutt’ora; non ci sono mappe strutturate né aree industriali. Il numero di laureati nei nostri villaggi è il più basso della regione e il tasso di disoccupazione tra i più alti.

Per quest’anno ho intenzione di continuare il liceo con la prospettiva di poter andare all’università. Sono certo che lei farà di tutto per fermare la mia umana ambizione, ma l’ho dichiarato a voce alta: “Sono Omar Zahr Al-deen Mohammad Saad, non sarò la benzina che incendierà la sua guerra e non sarò un soldato del vostro esercito”.

Firmato: Omar Saad

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