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XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

8532a56c-678a-4be9-b5ae-d8e451da03201Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

“Elia giunse al monte di Dio l’Oreb. Ed ecco il Signore passò davanti a lui…” Nel deserto, in un momento di solitudine e desolazione, Elia incontra Dio che gli si fa vicino. Non nel vento forte, non nel fuoco, non nel terremoto ma nel silenzio. Elia si era scontrato con i sacerdoti di Baal che proponevano un culto che rispondeva al desiderio di potenza e di dominio, e conduceva ad abbandonare il Dio dell’esodo e dell’alleanza per cercare sicurezze immediate. Elia si oppone ad un modo di vivere la religione che deresponsabilizza e si fa idolatria. Per questo si era trovato solo e pensava che la sua vita fosse sprecata. Ma proprio in questo momento in cui non ha altri sostegni vive la sconvolgente esperienza del farsi vicino di Dio. Un Dio dicreto che non è nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento gagliardo ma nella ‘voce di un leggero silenzio’. Elia avverte una parola su di lui come promessa di futuro e invito a riprendere il cammino.

Dio si fa a lui vicino in modo inaspettato, in punta di piedi. Incontrarlo esige la capacità di ascoltare la voce del silenzio. In questo racconto c’è una critica a varie forme di intendere la religione, le forme della paura e del magico, ed anche alla pretesa di possedere Dio piegandolo a progetti umani. Elia scopre che il Dio che lo chiama è un Dio nascosto, Dio dell’esodo e del deserto: i suoi pensieri non corrispondono ai pensieri di grandezza e di dominio umani. E’ un Dio che spiazza, disorienta e sempre apre ad un ‘oltre’ e ad un ‘altrove’ verso cui andare, dove incontrarlo in modo nuovo. E’ un Dio che coinvolge e invia per una missione che cambia la vita. Anche Elia nel suo cammino di profeta è chiamato a convertirsi ad un volto di Dio che non corrisponde alle sue idee e a lui affidarsi.

La pagina del vangelo narra un altro momento di crisi: dopo la moltiplicazione dei pani Gesù costrinse ai discepoli a recarsi all’altra riva. E’ consapevole che il gesto della moltiplicazione dei pani può aprire a fraintendimenti: lo cercheranno non per divenire comunità che impara a condividere ma per usarlo per risolvere i propri interessi. Es inge i suoi altrove verso la riva dei pagani e lui rimane solo. Matteo a questo punto presenta così la crisi della comunità durante la tempesta nel lago. Riuniti sulla stessa barca i discepoli provano paura di fronte alla violenza del vento e delle onde. Ma Gesù stesso si fa loro incontro proprio in questo momento di paura e impotenza. Dice ai suoi: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Il camminare sulle acque è nella Bibbia prerogativa di Dio (Gb 9,8) e le sue parole evocano l’’Io sono’ il nome di Dio stesso (Es 3,14). La sua parola è di fiducia e incoraggiamento: chiama all’incontro con lui. Anche quando afferra Pietro lo richiama alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’ E Pietro scopre di essere descritto dall’invocazione ‘Signore salvami’. C’è un desiderio di salvezza al cuore profondo dell’esistenza umana.

Sulla barca, di fronte alle forza del male simboleggiate dallo sconvolgimento del mare, la paura è vinta dalla parola di coraggio rivolta da Gesù ai suoi. Gesù si fa vicino e sostiene il cammino della sua comunità simboleggiato dalla barca dove tutti, nessuno escluso, sperimentano la fatica e il disorientamento. Il racconto rinvia ai prodigi dell’esodo quando Dio fece passare Israele attraverso il mare (Es 15,8.16). Gesù apre ai suoi ancora la strada dell’esodo, di liberazione per divenire popolo di Dio.

Al mare, che racchiude il rinvio alle forze del male e della morte, Gesù dice ‘Taci, calmati’. La sua è una parola autorevole più forte del male. Matteo in questo racconto delinea il profilo di Gesù risorto, come il più forte, colui che nella risurrezione ha sconfitto ogni male. E porta la pace. Gesù invita i suoi ad avere fede: il suo farsi vicino vince la paura, libera dal sentirsi dipendenti da forze capricciose e sconvolgenti, ed apre alla fiducia di sapersi tra le mani di un Dio buono, che ci libera da ogni male e rende responsabili di liberazione e di condivisione – come il segno dei pani aveva indicato – per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

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In questi giorni all’età di 104 anni è tornato alla casa del Padre Joseph Moingt, gesuita francese, uno dei maggiori teologi contemporanei.

Entrato a 23 anni nella Compagnia di Gesù dovette arruolarsi nell’esercito francese all’inizio della guerra e subì in seguito la prigionia dei tedeschi in campi tra la Germania e la Polonia. Terminata la guerra, nel 1949 fu ordinato prete e riprese gli studi. La sua tesi sotto la direzione di Jean Daniélou, approfondì temi della teologia trinitaria nella tradizione patristica, in Tertulliano in particolare e il suo studio divenne uno dei testi di riferimento fondamentali per la storia dei dogmi. Iniziò il suo insegnamento di storia dei dogmi e teologia dogmatica alla facoltà di Fourvière dei gesuiti presso Lione sin dal 1955. In quegli anni ebbe modo di partecipare a quell’ambiente intellettuale e spirituale in cui maturava la ‘nouvelle théologie’ che preparò per molti aspetti il rinnovamento del Concilio Vaticano. Vicino a amico di Michel De Certeau insegnò anche alla Ecole Pratique des Hautes dei gesuiti di Chantilly e al Centre Sèvres di Parigi, dal 1974 al 2002. E’ stato anche per molti anni direttore della rivista Recherche de sciences religieuses.

Il suo studio si è posto decisamente sulla linea del Vaticano II dopo il Concilio e nel tempo ha approfondito una riflessione sulla fede unita ad una sensibilità spirituale in ascolto della storia. Attraverso la conoscenza del pensiero cristiano nella storia è giunto a scorgere l’esigenza di ripensare sempre in modo nuovo il vangelo e di tornare lì per vivere la sequela di Gesù.

Nel 1993 ha pubblicato L’Homme qui venait de Dieu (Cerf, 1993), approfondendo una riflessione su Gesù e sul significato della fede in lui in rapporto alle domande e sensibilità del tempo contemporaneo. Poi ha fatto seguito la sua opera Dieu qui vient à l’homme (Cerf, 2002 e 2005). Nella sua ricerca ha sempre cercato di tener presente l’inquietudine propria della fede in particolare nel tempo presente in rapporto alla ricerca umana sul senso della vita. La sua profonda conoscenza della storia del pensiero cristiano lo spingeva ad attuare un ripensamento dei dogmi della fede cercando nuove formulazioni e interpretazioni in rapporto con la situazione contemporanea.

“Nei miei libri, tengo presenti i dogmi della Chiesa, ma li reinterpreto. Non li credo – non li ricevo – così come sono stati formulati, ma mi sforzo tuttavia di pensarli come sono stati creduti. […]. Tengo presente la fede […] che li ha ispirati” (Croire quand même, 178)

In tal senso ha vissuto un rapporto vivo e autentico proprio con la tradizione di cui era profondo conoscitore: “La Tradizione, quella vera, quella che è viva, non è ripetizione, ma incessante innovazione alla ricerca della Verità piena verso la quale lo Spirito Santo conduce i credenti” (Croire quand meme, 41).

Ed ha così messo insieme credere e dubitare perché non vi è autentica fede senza dubbio e ogni dubbio può essere motivo di nuovo cammino e ricerca nell’ascoltare e ricevere una parola sempre nuova verso una verità che sta sempre davanti e oltre.

“Io ho imparato a dubitare, perché è necessario conoscere per dubitare, e a credere, perché è necessario dubitare di ciò che si sa per conoscere ciò che si crede. Avevo imparato a credere e a parlare del Cristo accogliendo la tradizione della Chiesa; ho dovuto reimparare l’uno e l’altro interrogando direttamente il vangelo, con la preoccupazione di cercare la verità più che di ripetere una verità già data”. (L’homme qui venait de Dieu).

Insisteva sul rimanere ancorati alla Scrittura e sull’importanza di ritornare a trovare in essa la fonte del pensare teologico. Coltivava una tensione a comprendere mantenendo peraltro una attenzione al senso della fede di chi vive le fatiche e le gioie della vita ordinaria e quotidiana. Parlava così della religione del vangelo che sta “al cuore dell’umanità, in questo spazio spirituale strutturato dalle relazioni di carità. Dio vive lì. II suo cuore palpita lì, al cuore della nostra 
storia umana. Ecco la vera religione ‘in spirito e verità’” (L’Évangile sauvera l’Église, 145).

Il suo cammino intellettuale ed esistenziale si è svolto nel tentativo di ritornare al vangelo di Gesù facendo scorgere come alla base dell’esperienza cristiana sta una bella notizia di liberazione che implica un impegno di compagnia e di vicinanza alla causa dell’uomo: la causa di Dio è infatti la causa dell’uomo.

“Gesù (…) denuncia le pretese di dominio della religione (…) Nel suo relativizzare l’obbedienza alla legge religiosa dà tutta la sua forza alla legge etica (…) Le istituzioni religiose sono false mediazioni (…) Sono utili nella misura in cui indicano un cammino verso Dio, e sarebbe temerario rigettarle (…) ma non collegano direttamente a Dio anche se esse stesse e i fedeli lo credono” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, p. 387-391).

“Nel nostro tempo in cui rinascono in diversi luoghi del mondo violenti conflitti religiosi, è importante che il cristianesimo si segnali per ciò che lo differenzia da ogni altra religione, per il fatto cioè di non essere fondato sul sacro, sull’autorità di una legge e di una tradizione immemorabile e intoccabile, ma su un vangelo, una buona notizia, una parola di liberazione e di pace” (L’Évangile sauvera l’Église, 87-88).

Ciò per lui ha significato porsi in attenzione delle esperienze dei fedeli, delle difficoltà e delle obiezioni di chi ha abbandonato la chiesa. Da qui anche la sua critica ad un’amministrazione dei sacramenti staccata da una comunicazione della fede nel dialogo che coinvolge:

«La soluzione dei mali presenti non è rimediare all’amministrazione dei sacramenti, ma alla configurazione stessa della Chiesa che si è modellata nel corso dei secoli in vista di trasmettere una religione che Cristo non aveva istituito, con l’intenzione sicuramente di trasmettere così il Vangelo, ma dimenticando troppo presto che la parola evangelica, come ogni altra, si comunica attraverso il colloquio, il dialogo vivo che suscita nella comunità dei credenti e non attraverso i soli riti che la rappresentano. … Il rimedio ai nostri mali non può essere altro che ridare alla comunità dei credenti il libero uso della parola di fede e, per questo, costruire luoghi di Chiesa come luoghi di dialogo e di circolazione della predicazione evangelica» (Esprit, Église et Monde, 65).

Nel 2010 ha pubblicato Croire quand même. Libres entretiens sur le présent et le futur du catholicisme (ed Flammarion 2013).
 In questo testo esprime la sua convinzione di una urgenza di una “riforma radicale del cattolicesimo” a partire dal vangelo nel riconoscere ciò che è autenticamente umano accompagnando i percorsi e le inquietudini dei contemporanei.

Dall’incontro con Cristo sgorga un umanesimo nuovo che sta in rapporto alla pasqua di Gesù, la sua morte e risurrezione: si tratta di un umanesimo evangelico. E’ questa la proposta che Moingt vede essenziale per la vita della chiesa.

“Cristo passando per la morte e la risurrezione ha acquisito una dimensione di umanità universale, è diventato fratello di tutti (…) capace di una relazione personale con ciascuno (..) creando legami di fraternità con tutti (…) E’ promotore di un ‘io’ che è invitato ad integrarsi a un ‘noi (…) chiamato a d allargarsi a ‘tutti’ (….) questo umanesimo evangelico è caratterizzato dalla cancellazione delle frontiere e delle disuguaglianze (…) La rivelazione si manifesta così aperta sull’avvenire dell’umanità, nel senso che anch’essa viene, come la risurrezione, dalla fine della storia, da una storia che dev’essere fatta dagli uomini e per loro” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, 421-422)

Il regno di Dio si attua allora non in termini di pratiche religiose e cultuali ma nell’ambito della vita ordinaria, nelle relazioni e nell’impegno nel mondo:

“Il regno di Dio rientra … nell’ambito della ‘regola d’oro’, non in un dovere della religione, ma in un dovere dell’umanità ….. Questa regola, totalmente indeterminata, è consegnata al nostro desiderio, […] la via della salvezza è ampliamento del nostro senso di umanità. Ne emerge una preziosa conclusione: la salvezza è più vicina a una pratica umanistica che religiosa. …] L’umanesimo evangelico […] si pratica nel campo della secolarità” (Dieu qui vient à l’homme, t.2/2, 979).

“Non si tratta di adorare Dio in un culto ma di amare il prossimo in cui si trova l’assoluto di Dio (L’homme qui venait de Dieu, 483). “La carità diviene principio di salvezza e nessun atto di religione può sostituirla. Non si tratta di votarsi a Dio ma di dedicarsi al prossimo”. (ibid. 489).

Nel suo proporre un rinnovamento profondo della vita della chiesa scorge l’importanza della compagnia e del dialogo: 

“Penso che la salvezza della chiesa non sta nel rafforzare i ranghi del clero. Piuttosto si deve prima stabilire l’uguaglianza alla base ridare la parola di cui i fedeli godevano un tempo nella chiesa, lasciarla diffondere ampiamente perché i cristiani possano assumersi le loro responsabilità, cioè sentirsi responsabili della chiesa e della sua sopravvivenza nel mondo. Non credo da parte mia che la chiesa rischi di sparire per la mancanza di persone consacrate, per la mancanza di preti” (L’Évangile sauvera l’Église, 44)

Un aspetto rilevante di rinnovamento riguarda i ministeri che renderebbe possibile un riconoscimento del ruolo delle donne nella chiesa. A suo avviso la difficoltà fondamentale consiste nel superare un’impostazione teologica secondo la quale il ministero è stato pensato a partire dal riferimento al sacerdozio ministeriale. La sua proposta è quella di ripensare i ministeri a partire dal sacerdozio comune dei battezzati: da tale prospettiva è possibile la considerazione di una ministerialità nuova e differenziata in grado di includere tutte e tutti i fedeli e di non escludere alcune categorie.

“Vedo l’avvenire della Chiesa nelle piccole comunità, dove vi sarebbero cristiani e non cristiani, che insieme rifletterebbero sui loro problemi leggendo il Vangelo e imparerebbero così a vivere insieme seguendo Gesù: sarebbe già una vita nella Chiesa”.

In un’omelia pronunciata a 75 anni da quando fu accolto nella compagnia di Gesù diceva: “Gli rendo grazie per la sua pazienza ad insegnarmi il valore del tempo perduto ad ascoltare gli altri […]. Ciò di cui hai potuto impoverirti per altri va a tuo credito e ti arricchisce, Ecco che cosa ho imparato dalla mia lunga vita e di cui rendo grazie al Signore. Perché ogni perdita gratuitamente accettata è grazia, è sempre guadagno di grazia”.

Alessandro Cortesi op

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