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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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I domenica di Avvento – anno A – 2019

Sicilia_Monreale_Arca_Noè.jpg(mosaici sec. XII – Duomo di Monreale)

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

“Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo… Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà… tenetevi pronti”.

Il tempo dell’avvento è orientato a volgere lo sguardo verso la venuta definitiva del Risorto che visita la nostra vita e tornerà. Anche nel vangelo di Matteo che sarà letto in questo nuovo anno liturgico, è riportato un discorso di Gesù sulla venuta del Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo, titolo per indicare Gesù risorto, ritornerà e non si potrà rimanere indifferenti: nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura che viene dall’alto in rapporto con ultimi tempi, in cui si attuerà un ‘giudizio’.

Matteo richiama la sua comunità a scorgere che questa ‘ora’ non è qualcosa di lontano e futuro, ma è già in atto nel presente ed esige un modo diverso di intendere la vita. Il ricordo dei tempi di Noè è significativo perché mentre tutto mangiavano e bevevano non accorgendosi di nulla, Noè si mise a preparare l’arca per salvare persone e animali dalle acque simbolo del male. Ci può essere un modo di vivere il presente nella spensieratezza, nella distrazione che rende insensibili, indifferenti. Noè fece attenzione ai ‘segni’ e si preparò cercando di raccogliere, di custodire, operando per la vita degli altri e prendendosi cura di tutta la creazione.

Gesù invita ad essere vigilanti, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, capacità di leggere dentro. Vegliare è termine della cura, che indica l’attenzione al presente. Chi veglia è teso al futuro ma impegnato nel qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del momento che sta vivendo. Il ‘giudizio’ consiste nelle scelte che compiamo noi nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, uno stare orientati verso l’incontro con Cristo che viene e che verrà nelle scelte di liberazione e di lotta per la giustizia e la pace. L’attenzione è elemento fondamentale del credere: porre attenzione e cura indica il superamento di una logica di egoismo e ripiegamento su di sé, una cura oggi da pensare in relazione a tutto il creato, come Noè. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo e la storia. E’ essere pronti di fronte alle responsabilità di ogni giorno.

Vegliare è modo per vincere il sonno che appesantisce e impedisce l’azione. E’ una fatica da riprendere ogni giorno nuovamente: questo sonno è il grande pericolo della vita del credente. ‘Ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ è esortazione di Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’.

Si tratta di non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso. E’ impegno ad inseguire la promessa di Isaia: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. A fronte di un mondo che vede la guerra come necessaria la Parola di Dio invita a denunciare la produzione, il commercio e l‘uso delle armi come contrari al disegno di Dio, fonti solo di disastri e sofferenze. Un’altra lotta è invece da condurre, quella contro l’indifferenza e la sonnolenza che impedisce di essere responsabili degli altri, di assumersi la cura per promuovere tutto ciò che umanizza e apre la vita all’incontro e alla liberazione.

Alessandro Cortesi op

mappa commercio armi mondoIl sentiero di Isaia

Nel 1963 Giorgio La Pira scriveva alle monache di clausura condividendo la sua lettura sulla storia del mondo sul crinale apocalittico delle armi nucleari. Il crinale che vedeva la possibilità concreta di una distruzione totale della vita sulla terra o, per contro, la scelta di una via diversa, l’opzione decisa senza tentennamenti per ricercare le vie della pace possibile. La visione di La Pira era uno sguardo profetico che non solo indicava una direzione ma era guida di un impegno storico concreto per il dialogo dei popoli. Espressione di un uomo preso dall’utopia del sogno di Isaia che accolse nella sua vita non come orizzonte irraggiungibile ma come fine verso cui tendere preparando il terreno, spendendosi nell’impegno e attuando cammini storici.

“Madre Reverenda, bisogna puntare con estrema decisione, con totale impegno sopra questa domanda: questa grazia della pace alla intiera famiglia umana deve essere concessa dal Padre celeste; il fiume di pace -di cui parla Isaia- deve irrigare con abbondanza la città degli uomini, come irriga la città di Dio (Apoc. 22): il Signore non può negare questa grazia così fondamentale dalla quale dipende l’esistenza della civiltà umana, del genere umano e, forse, dello stesso pianeta! Perché, Madre Reverenda, al punto in cui si trovano le cose, non c’è alternativa per i popoli: o la pace millenaria o la distruzione apocalittica della famiglia umana e della terra medesima provocata, (Dio non voglia!) dalla potenza sconvolgitrice – apocalittica davvero! – delle armi nucleari!
Queste affermazioni, Madre Reverenda, non sono mie: sono degli scienziati nucleari; sono delle massime guide politiche del mondo (si ricordi Kennedy); sono di Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris consegnò ai popoli di tutta la terra il suo messaggio di salvezza e di speranza!

Questo, Madre Reverenda, è, perciò, il problema fondamentale del mondo, oggi: fare la scelta finale, apocalittica: scegliere, cioè, o la pace millenaria (che richiede un profondo mutamento in tutti i rapporti -e nel modo stesso di pensare!- degli uomini) o la distruzione davvero senza misura, che può condurre sino alla rottura degli stessi equilibri fisici sui quali si regge l’esistenza fisica del nostro pianeta (e non solo di esso).
Ed allora? Allora la risposta è evidente: – bisogna avere il coraggio (perché di questo si tratta!) di scegliere la pace e di agire a tutti i livelli (internazionali ed interni: militari, scientifici, tecnici, economici, sociali, culturali, politici e religiosi) in conformità a questa scelta. Ma per fare questa scelta ci vuole davvero un atto smisurato di fede: la fede di Abramo: spes contra spem! (…)

La «visione» di Isaia (2,1 ss.) e dei Profeti non appare più un’utopia: la pace universale, l’unità del mondo, la fraternità, la civiltà e l’ illuminazione biblica del mondo, non appaiono più «sogni» di poeti e «fantasie» di profeti: appaiono realtà storiche che cominciano a profilarsi, a «sagomarsi», nell’orizzonte storico della Chiesa e dei popoli! Basta guardare con amore, con preghiera, con attenzione, lo svolgersi irresistibile del piano di Dio nel mondo. Perché di questo, Madre Reverenda, dobbiamo essere persuasi: il Signore vuole che il Suo regno venga, come in cielo, anche in terra; che sulla terra – abitata dal Suo Unigenito e dalla Sua Chiesa! – si faccia la pace, splenda la luce, trionfi la grazia; che le «visioni» felici dei Profeti e le «visioni» felici dell’Apocalisse diventino – nel corso futuro dei millenni – la realtà benedetta nella quale si svolge la vita degli uomini, delle città, delle nazioni, dei popoli!”

In questi giorni papa Francesco presso il Memoriale della pace a Hiroshima ha lanciato un appello in un contesto internazionale in cui la produzione e il commercio di armi stanno per crescere. Armi devastanti sono usate nelle guerre diffuse e regionali e si prevedono conflitti maggiori ad esempio per l’acqua e per i beni naturali.

“Mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza!”. Queste le parole di Francesco dal Parco del Memoriale della Pace di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 fu sganciata la bomba atomica che generò morti innumerevoli – ottantamila nello scoppio e moltissimi altri poi – e scene infernali. “Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo”

Nelle sue parole la considerazione che non solo l’uso delle armi, ma anche il solo loro possesso è minaccia alla pace e la denuncia del crimine dell’uso di tali armi.

“Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova”.

“desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune.”

Citando Pacem in terris di Giovanni XXIII ha affermato che la pace se non è costruita sulla verità e sulla giustizia rimane un suono di parole. E riprendendo il discorso di Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 ha detto: “Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, “esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”

La pace è un edificio che va sempre costruito di nuovo e continuamente.

“Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”

Due anni fa in un incontro con i giornalisti mentre si rincorrevano minacce di attacchi nucleari tra Usa e Corea del Nord offrì come regalo una foto scattata nel 1945 da Joseph Roger O’Donnell: ritraeva un ragazzo con in spalla il fratellino morto mentre attendeva di far cremare quel piccolo corpo senza vita. La foto era accompagnata da una breve didascalia: “il frutto della guerra”. “Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio”.

“Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto…”.

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’ è rimane promessa e progetto incompiuto a cui cercare di dare risposta con lucidità e concretezza oggi.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Non tradirò mai i poveri, gli indifesi…

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“…non tradirò mai i poveri, gli indifesi, gli oppressi: non aggiungerò al disprezzo con cui sono trattati dai potenti l’oblio od il disinteresse dei cristiani. Ecco perché fraternamente ti dico: mandatemi via; è meglio per tutti.
[…] Tu come ministro dell’Interno non mi incuti nessuna paura, e non mi susciti neanche (perdona) speciale rispetto: “l’autorità” appare ai miei occhi solo come tutrice dell’oppresso contro il potente.
[…] Ogni tanto tu ti ricordi di essere anche ministro degli Interni: ma allora – proprio allora – io mi sento staccato: riprendo la mia libertà totale la mia “permanente franchigia” di uomo che non ha mai chiesto di essere dove è e mi sento libero, “anarchico”, a Dio solo soggetto! Sindaco? Neanche per idea! Prefetti, ministri, etc? Non contano nulla se la loro posizione contrasta con gli ideali pei quali soltanto posso spendere la mia energia e la mia interiorità!”

Di chi è questo testo?

Di Giorgio La Pira... ad Amintore Fanfani scritto alle ore una di notte del 27 novembre 1953… in una lettera in cui ripercorre il senso profondo del suo impegno politico…

un testo che fa riflettere per l’oggi…

il testo integrale si può leggere nel sito della Fondazione La Pira

 

Giorgio La Pira venerabile

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“Nessuno ha il diritto di ascoltare La Pira ed accontentarsi di applaudirlo. L’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi, nel rischiare, nell’adoperarsi perché la giustizia e l’amore aprano la strada alla pace… Colui che non vuole uscire dall’egoismo, dal perbenismo, dalla viltà non ha diritto di ascoltare La Pira!»

Queste parole di dom Helder Camara possono essere chiave di lettura del riconoscimento avvenuto in questi giorni delle virtù eroiche di Giorgio La Pira (1904-1977) da parte della chiesa in modo ufficiale al termine di una procedimento che ha avuto il suo inizio nel 1986. La Pira è riconosciuto venerabile.

E’ un richiamo a considerare la testimonianza di un uomo, docente di diritto, profondamente credente, sensibile alla vita dei poveri, impegnatosi nella vita politica nell’essere uno dei protagonisti dell’elaborazione della Costituzione italiana e come sindaco della città di Firenze. Ha condotto un impegno e servizio nella vita sociale lungo tutta la sua esistenza con coerenza e umiltà. In particolare è stato tessitore di sentieri di dialogo e di pace con uno sguardo ai Paesi del Mediterraneo – che egli indicava come ‘nuovo lago di Tiberiade’ – terre di incrocio di culture e religioni e alle relazioni internazionali.

Il suo modo di intendere l’impegno politico costituisce un riferimento che oggi risulta per lo meno originale e strano. Siamo orami abituati ad una diffusa riduzione della politica all’inseguimento dei sondaggi elettorali o al perseguimento di interessi particolari e malaffare. Per La Pira “Bisogna entrare in politica con due soldi e uscirne con uno solo”, e, citando Rostand, amava dire: “È durante la notte che è bello credere nella luce: bisogna forzare la nascita dell’aurora”.

maxresdefault_1530791859Guardava alla primavera e alle rondini e così pensava ai giovani trovando in essi i segni una di novità nell’orizzonte della giustizia e della pace. “Le generazioni nuove sono, appunto, come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indica loro la rotta e i porti!- verso la terra ove la primavera è in fiore!
” (Conferenza internazionale della gioventù per la pace e il disarmo 26 febbraio 1964).

Fare la giustizia, ossia attuare scelte di rapporti di giustizia tra le persone, offrendo a ciascuno pari opportunità e i diritti fondamentali di pane, casa, lavoro, salute ed anche preghiera, era per lui essenziale attuazione del vangelo e modo di essere cristiano nel tempo. Così rispondeva ai consiglieri che gli avevano tolto la fiducia nel 1954: “Signori consiglieri, ve lo dico con fermezza fraterna, ma dura, voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia, ma non anche il diritto di dirmi – signor sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro, senza casa, senza assistenza – c’è un mio dovere fondamentale che non ammette discriminazioni, che mi deriva dalla mia posizione di responsabile della città e dalla mia coscienza di cristiano; c’è qui in gioco la sostanza stessa della grazia dell’Evangelo” (22 settembre 1954).

“Abbattere i muri e costruire i ponti” era la linea guida della sua visione e della sua azione: “ecco il problema – unico – di oggi: unificarlo facendo ovunque ponti ed abbattendo ovunque muri” (Lettera a Paolo VI 27 febbraio 1970)

E guardava alle città come ambito in cui è presente un seme di resistenza contro la distruzione, una voce di reazione alla possibilità reale di distruzione totale, un grido verso un legame che è nostalgia e che si fa per La Pira realismo dell’utopia della pace in spe contra spem.

“Sono due, in sostanza, queste questioni: la prima concerne la «scoperta», per così dire, del valore e del destino delle città; la seconda concerne le responsabilità nuove, immense, che pesano sugli uomini politici -gli uomini guida- della presente generazione. 
Parlo di «scoperta», perché il valore delle persone e delle cose si scopre sino in fondo proprio quando appare per la prima volta, nella nostra mente, il pensiero della loro possibile scomparsa. 
La minaccia della guerra atomica ha appunto operato questo effetto: fece scoprire -a quanti ne hanno la responsabilità e l’amore- il valore misterioso ed in certo modo infinito della città umana. 
Che cosa essa sia, che cosa valga a quale destino -temporale ed eterno- essa possieda è un problema che ciascuno di voi, signori Sindaci delle capitali, può prontamente risolvere nel suo spirito appena pensa alla storia delle città di cui è capo” (Discorso Le città non possono morire).

Ecco perché oggi non ci si deve accontentare di applaudirlo e l’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi anche durante la notte per affrettare il venire della luce.

Alessandro Cortesi op

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Qui di seguito una mia scheda su Giorgio La Pira (per la mostra S.Sabina 2016)

“Ho conosciuto bene un professore siciliano che portava gli occhiali e i calzerotti bianchi dei domenicani, e che qualcuno chiamava ‘il bolscevico del vangelo’, e fu spesso oggetto di critiche aspre e di ironia e della scarsa considerazione dei benpensanti: a me sembrava un saggio dall’animo puro (…) Pensava che la cosa più urgente era ridare al popolo la speranza: vedeva nel povero un oppresso e nel ricco uno che non è libero, dentro. Capiva i tempi e intravedeva il futuro” Così descriveva il profilo di La Pira un grande giornalista italiano Enzo Biagi (L’albero dai fiori bianchi, BUR 1996)

Giorgio La Pira nacque il 9 gennaio 1904 a Pozzallo, paese della costa meridionale della Sicilia che si affaccia sul mare Mediterraneo. Di origini modeste si trasferì nel 1913 presso la famiglia di uno zio a Messina per poter continuare gli studi all’Istituto tecnico commerciale; poi, conseguita la maturità classica, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza.

Un momento di svolta decisiva della sua vita fu la Pasqua del 1924: culmine di un percorso di conversione, momento di incontro con Gesù risorto e di unione con lui che segnò tutta la sua esistenza. Egli lo appuntò nel libro del Digesto su cui studiava: fu momento iniziale di una vita vissuta come dedizione totale a Dio nelle varie fasi, nell’insegnamento come giurista e poi nell’impegno politico e per la pace.

Nel 1925 si traferisce a Firenze al seguito del suo professore Emilio Betti e lì giovanissimo si laurea e inizia ad insegnare ottenendo nel 1934 la cattedra di diritto romano.

L’incontro con Firenze è decisivo per La Pira che abita a san Marco presso il convento domenicano. Da lì matura la sua visione di Firenze come città chiamata ad una missione di pace e di umanesimo nel mondo. A Firenze maturerà anche la sua convinzione della vocazione storica delle città che espresse in un famoso discorso alla Croce Rossa a Ginevra nel 1954: ‘Ogni città è una luce e una bellezza destinata a illuminare…le città hanno una loro anima e un loro destino… sono abitazioni di uomini e ancor più misteriosamente abitazioni di Dio’.

Avvertiva nei poveri la presenza che lo aiutava a scoprire il vangelo e inaugura la messa di san Procolo, aperta ai poveri della città per attuare una concreta condivisione dei beni.

Nel 1939 mentre in Italia domina il fascismo, inizia la pubblicazione della rivista ‘Principi’ in chiara opposizione al regime e propone una riflessione sulla centralità della persona umana, sulla pace e sulla libertà. La rivista poté continuare solamente per pochi mesi. Nel 1943 sfugge all’arresto e si rifugia a Roma dove è accolto anche a casa di mons. Montini. Rientra nel 1944 a Firenze liberata e inizia il suo impegno politico.

E’ eletto all’Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana e il suo lavoro delinea gli articoli fondamentali che costituiranno i testi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana . Nel 1945 pubblica La nostra vocazione sociale affermando la tesi che la socialità umana è una vocazione comune. Diviene sottosegretario al lavoro nel governo De Gasperi. Nel 1950 nel suo testo L’attesa della povera gente presenta una visione economica in contrasto con l’idea di stato liberista nel quadro di una ricerca della pace e della giustizia a livello mondiale.

Dal 1951 è eletto sindaco di Firenze e con alterne vicende lo sarà fino al 1965. Fu una seconda conversione nella sua vita, un passaggio alla vita di fede attuata nell’impegno politico. La sua azione fu oggetto di molte critiche anche all’interno della chiesa. Punti fondamentali del suo agire erano l’attenzione alla dignità delle persone, alle necessità della casa, del lavoro, ai luoghi della scuola, dell’ospedale e per pregare. La sua visione della città di Firenze in relazione alle città del mondo lo ispira nell’organizzare prima i Convegni per la pace e la civiltà cristiana (1952-1956), l’incontro dei sindaci delle città nel 1955, poi i Colloqui mediterranei (1958-1964) con attenzione all’incontro dei popoli e delle religioni per la pace. Si oppone alla guerra, favorisce l’obiezione di coscienza, si schiera nel 1976 contro la legge sull’aborto.

Intese l’impegno politico come dedizione quotidiana al prossimo, con uno sguardo rivolto alla costruzione della pace a livello internazionale: si recò a Gerusalemme nel 1956, in Russia al Cremlino nel 1959, in Vietnam ad incontrare Ho Chi Minh nel 1965 suggerendo l’ipotesi di un accordo di pace per porre fine alla guerra in Vietnam, promosse relazioni di incontro e di dialogo.

Intuizione guida del suo pensiero era ciò che egli indicava come ‘il sentiero di Isaia’: la storia del mondo è paragonabile al corso di un fiume che sotto la spinta della grazia va verso la sua foce, la pace e l’unità dei popoli. L’utopia della pace richiede l’impegno storico concreto in questa navigazione.

Morì a Firenze il 5 novembre 1977. E’ in corso la causa di beatificazione, dopo la conclusione della fase diocesana.

Alessandro Cortesi op – direttore Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ – socio fondatore della Fondazione ‘Giorgio La Pira’ di Firenze

Per approfondire ved. il sito della Fondazione Giorgio La Pira – Firenze

 

Giornata giustizia e pace

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Tra fedeltà alla terra e sguardo al futuro


“Se Cristo è risorto – come è risorto – e se gli uomini, perciò, e le cose risorgeranno, allora la realtà presente (temporale) è veramente un abbozzo della realtà futura (eterna). La realtà futura – cioè la persona umana risorta (la celeste Gerusalemme), il cosmo risorto (nuovi cieli e nuove terre) – è il modello sul quale va modellata la realtà presente: il tempo deve divenire ciò che esso è per essenza e per destinazione, una preparazione ed un abbozzo dell’eterno. Non siamo qui nell’ordine delle cose fantastiche: siamo nell’ordine delle cose reali: e questa realtà è autenticata e manifestata dalla realtà del corpo glorioso di Cristo risorto (e di Maria assunta)”.

Trovo queste righe di Giorgio La Pira scritte nel giorno di Pasqua del 1952 in una rivista intitolata ‘Prospettive’ e redatta dai giovani dell’Opera per la gioventù ‘Giorgio La Pira’. In questi giorni stanno svolgendo un campo internazionale presso Castiglion della Pescaia, a cui partecipano circa 80 giovani provenienti da vari Paesi del mondo, continuando e realizzando il sogno di La Pira di una pace da costruire attraverso l’incontro delle persone di buona volontà: italiani, russi, israeliani e palestinesi, giovani del Madagascar e del Senegal, cristiani ebrei musulmani, insieme, a discutere e condividere  la vita quotidiana interrogandosi sul futuro e sulle loro speranze. Nel quadro della settimana o partecipato ad un dibattito sul tema del lavoro nella considerazione delle tre religioni abramitiche insieme al rav Jospeh Levi e all’imam Elzir Izzedine di Firenze: un’occasione per scoprire la responsabilità di persone di diverse tradizioni religiose nel camminare insieme in un dialogo che è quanto mai urgente oggi. Ed anche occasione per incontrare volti e nomi che ci rendono consapevoli di una storia e di un tempo che chiede di essere vissuto – nonostante ogni difficoltà e contraddizione – nel costruire fraternità. (a.c.)

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