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Battesimo del Signore – anno A – 2020

baptismIs 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

L’episodio del battesimo di Gesù da parte del Battista è uno dei punti fermi della ricostruzione del cammino storico di Gesù nella sua vita. Ed è un passaggio che sin dagli inizi fece difficoltà alle prime comunità cristiane: indicare Gesù come Messia e presentarlo come unito alla folla di coloro che si recavano da Giovanni Battista per essere immersi nel Giordano, Gesù quindi come discepolo, Gesù come parte di un popolo in attesa di perdono, nell’accogliere l’invito alla conversione è certamente un dato che pone difficoltà. Il racconto di Matteo riprende sostanzialmente quello di Marco da cui dipende.

‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non è rinvio ad un evento prodigioso ma è un modo per esprimere il significato profondo di quel momento: una apertura si attua nel rapporto con Dio. I cieli chiusi sono metafora usata dai profeti per esprimere il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora i cieli si aprono.

In quel momento è presentata una missione nella forza dello Spirito. Lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10): come Mosè quando risalì dal mare e ricevette il dono dello Spirito secondo il racconto dell’Esodo. Gesù, risalendo dalle acque ripropone il cammino di liberazione dell’esodo, il farsi vicino di Dio, che sta all’origine della vita di un popolo chiamato ad un cammino di libertà e servizio. Gesù come Mosè, guida questa cammino all’incontro con Dio.

Lo Spirito gli è donato per una missione: la sua identità è indicata nell’essere il Figlio diletto nel quale Dio si compiace: ‘diletto’ è chiamato il ‘servo’ di Isaia (42,1). Gesù è così presentato come Figlio, messia (con riferimento al salmo 2,7): è il Figlio amato che nella sua vita attua la missione di quel profeta di cui Isaia aveva parlato. E’ questo un momento in cui a Gesù si rende chiara la sua missione di portare la bella notizia dell’amore perdonante di Dio a tutto il popolo, senza esclusioni.

La versione di Matteo, che riprende il testo di Marco, aggiunge sottolineature proprie. Indica innanzitutto che Gesù sceglie liberamente e chiede di farsi battezzare da Giovanni. Poi inserisce in aggiunta un dialogo tra Gesù e il Battista in cui si dà spiegazione del significato di questo gesto di immersione: Gesù si fa battezzare ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è un dono di Dio, è la sua fedeltà di amore e di cura. Sarà questo il cuore dell’annuncio di Gesà nel discorso della montagna: ‘cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia’. In questo gesto di penitenza Gesù viene a compiere la legge ma nel contempo manifesta una giustizia che sta oltre la legge ed è dono di Dio. Si manifesta come il ‘servo’. In lui tutti avranno perdono per la giustizia che è fedeltà di Dio al suo amore, misericordia senza limiti.

Giovanni Battista proponeva questo gesto di immersione nelle acque del fiume Giordano come un gesto di penitenza, segno dell’impegno ad una conversione: Gesù accoglie tale proposta del profeta del deserto che propone un volgersi a Dio distante dalle pratiche del tempio, dal sacerdozio e dal sistema dei sacrifici.

E’ questo il primo passo della missione di Gesù come messia del servizio e di un rapporto con Dio vissuto nella pratica della vita come dono. La scelta di Gesù di farsi immergere nelle acque è indicazione della sua via: intende la sua vita sulle tracce del servo e si fa solidale con il cammino dell’umanità in attesa di salvezza.

Alessandro Cortesi op

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Acqua

“27. (…) Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.

28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.

29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.

30. Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.

31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scarsità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo”.

Nella lettera enciclica Laudato si’ di papa Francesco  la questione dell’acqua è affrontata come una tra le emergenze che compongono il quadro di ciò che sta accedendo nella casa della Terra, in quella casa comune che è l’ambiente (LS 27-31) .

Una tra le conseguenze più drammatiche della mancanza di risorse idriche è lo scoppio di conflitti a motivo dell’acqua: l’Istituto Agenzia Italiana Sviluppo Sostenibile (Asvis) ha rilevato come 844 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile e 2,3 miliardi non hanno servizi igienici di base (dati 2018).

I cambiamenti climatici producono un aumento della temperatura e da qui hanno luogo i processi di desertificazione e di abbandono di regioni segnati dalla siccità da parte di intere popolazioni (i cosiddetti migranti climatici). A seguito del cambiamento climatico le guerre per l’acqua stanno diventando una emergenza. Il World Resources Institute in un report “Water, peace and security” (Wps), pubblicato il 5 dicembre 2019 a Ginevra ha presentato al riguardo uno studio che rileva come l’acqua diverrà nel prossimo futuro una delle cause principali di conflitto e emigrazione.

“Le crisi idriche stanno aumentando in tutto il mondo e saranno solo aggravate dai cambiamenti climatici. Comprendere la dimensione idrologica di tali crisi non è sufficiente per trovare soluzioni accettabili: dobbiamo anche comprendere le loro implicazioni sugli esseri umani e sui sistemi sociali, economici e politici, spesso mal equipaggiati per affrontare tali crisi in modo efficace e cooperativo”, ha dichiarato Eddy Moors, rettore dell’ Ihe delft Institute for water education. (Ivan Manzo, Nel 2020 previsti conflitti per l’acqua in India, Iran, Iraq, Mali, Nigeria, Pakistan; 27 dicembre 2019)

Nella Laudato sì c’è un invito a vivere il senso profondo del rapporto con le cose da leggere come creazione (LS 76): “Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale”.

E’ anche ricordato come nelle cose vi sia una presenza divina che è continuazione dell’azione creatrice (LS 80): “Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo: «La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave» (Tommaso d’Aquino)”.

Il rapporto con gli elementi della terra e con le cose è così luogo di incontro con Dio (LS 233): “L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”. A questo proposito è citato un mistico islamico maestro spirituale Ali Al-Khawwas: “C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto”.

“…la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti” (LS 93). Ed è proposta una direzione che non si limita a singole azioni limitate ma ad un nuovo modo di intendere la vita e a scegliere nuovi e diversi paradigmi secondo una visione culturale ecologica (LS111): “La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Una bella lettera…

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Riporto di seguito un bella lettera, bella per i contenuti proposti e per lo stile di assunzione di responsabilità, inviata da ‘donne e uomini in cammino’  – pubblicata nella rivista ‘Esodo’ – che tocca punti importanti per un ripensamento della teologia e dell’esperienza delle comunità e della chiesa in rapporto ad una visione di ecologia integrale presente quale orizzonte di fondo nella enciclica Laudato sì di Francesco, vescovo di Roma.
(ac)
Lettera a papa Francesco. A proposito della Laudato si’
di Donne e uomini in cammino  del settembre 2016
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di Donne e uomini in cammino, che hanno a cuore la dimensione spirituale dell’esistenza, consapevoli del mistero in essa racchiuso.
Il fatto di chiamarci “donne” e “uomini” non è casuale. Nei nostri intendimenti, infatti, è sottesa una risignificazione di tali parole, nel convincimento che usare il termine “uomo” in senso neutro non promuova una cultura rispettosa della differenza originaria tra i sessi. Nel dirci “in cammino” alludiamo alla nostra condizione di viandanti, perché la pratica del confronto-dialogo tra donne e uomini richiede disponibilità al mutamento, ad aprirsi, ad essere in uscita, come Lei pure auspica sia la Chiesa (E.G. 20).
Le donne di questo gruppo provengono – per lo più – da esperienze del mondo femminista, di cui ancora fanno parte, e tale storia e orizzonte di senso sono una delle componenti costitutive del gruppo. In esso, inoltre, c’è una presenza nutrita di donne e uomini della redazione di Esodo, rivista autofinanziata, di cui le è stata consegnata una copia, sorretta dal lavoro di un temerario volontariato. Attivo dal 1979, il trimestrale Esodo è nato nel veneziano dall’incontro tra alcuni preti- operai, comunità di base, gruppi impegnati nel sociale e nei movimenti per la pace. L’Enciclica Laudato si’ ha parlato ai nostri cuori perché vi abbiamo percepito concetti e sensibilità che, come in un amoroso incontro, s’annodavano con i campi discorsivi delle nostre esperienze, sia passate che attuali. Ha risvegliato il desiderio di investigare dettagliatamente quanta convergenza in essa si dischiudesse con quella che è stata la cultura politica e religiosa che ha alimentato le nostre vite.
L’approccio dell’Enciclica è di grande respiro: propone un’ecologia integrale e profonda, che scandaglia la materia in una prospettiva olistica e radicale e non riduzionistica; fa attenzione ai processi fisico-biologici ed economici dell’ambiente e, al tempo stesso, porta alla luce sedimentazioni più profonde. Da un lato, infatti, riconosce la complicità e la violenza delle strutture epistemologiche dei nostri saperi, dall’altro lega il senso dell’esistenza umana a una dimensione trascendente che la precede, e afferma l’appartenenza del soggetto conoscente al Tutto.
«Il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade» (E.G. 31); «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati a un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli» (E.G. 32). Sono sue parole: noi l’abbiamo presa sul serio. Crediamo giusto attivarci perché Lei sia “aiutato”.
Vogliamo non sottrarci a quella responsabilità che interpella tutte e tutti noi. Non c’è tra noi, ovviamente, concordanza completa su ogni punto dell’Enciclica. È prevalso, però, il desiderio di fare ponti, di gettare reti. Abbiamo cercato i fili che ci convocavano a edificare la “Casa comune”, senza confusioni né annacquamenti, e senza annullare l’unicità di ognuna e ognuno. Auspichiamo, come Lei (L.s. 144, 155), la non riduzione all’Uno, l’armonia delle differenze, senza annullare quella di ognuno e di ognuna. Per noi, la differenza incarnata dalla donna è fondativa dell’umano che, come la Genesi insegna, è composto da due generi: maschio e femmina, non uno.
Ma crediamo che la Chiesa cattolica, non diversamente dal mondo secolarizzato, abbia perseguito – nella dottrina, nell’ecclesiologia e nelle pratiche pastorali – la rimozione della donna come soggetto. E ciò, nonostante la Chiesa si autocomprendesse come custode dell’insegnamento di quel Gesù di Nazareth che, riguardo alle donne, scandalizzava i capi religiosi: comprendeva la donna, infatti, come creata a immagine di Dio. Per una parte del nostro gruppo è  necessario non dimenticare inoltre che Gesù riconosceva la donna in quanto persona in sé, non in quanto madre.
Possiamo solo accennare ad alcuni punti dell’Enciclica che costituirebbero i mattoni di quella “Casa comune” aperta alle donne e agli uomini di buona volontà, credenti e non credenti.
1. Il tono discorsivo prevalente: non c’è accenno di disciplina. Si rifugge da ogni intonazione dall’alto, dottrinaria, magistrale, dogmatica, dal registro curiale. Il testo emana spirito sapienziale. Germina il seme poetante, l’anelito al contemplativo, l’attenzione per il frammento, lo stupore benedetto per le creature infime, lo sguardo che sa provare incanto alla luce che inonda il “piccolo”. Esulta qua e là nel testo l’anima ricolma di doni, nel canto che rende gloria al creato e a Dio. Sentiamo in ciò la risonanza di autrici e autori che tanto hanno contato nei nostri cammini, e ci hanno nutrito: Simone Weil, Maria Zambrano, Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Emmanuel Levinas, ecc. ecc.: sono alcune delle voci di cui abbiamo sentito irradiarsi l’eco potente.
Ma di tale eredità femminile non c’è traccia, e una sola autrice donna Lei nomina e cita: santa Teresa di Lisieux!
2. Anche dal punto di vista del metodo le siamo vicini: crediamo nella relazione e nell’esercizio del confronto e della mediazione includente. Quando Lei, per esempio, accoglie e fa proprie le analisi di organismi assembleari- spesso di paesi dell’Asia, Africa, Sud America – davvero mostra di praticare uno stile sinodale, refrattario a quell’accentramento e autocrazia affiorati in tanti papi che l’hanno preceduta.
3. Passando ai contenuti, quasi tutti si annodano con i nostri riferimenti culturali. Sconcerto, allarme, grido di dolore:
– per la propensione all’individualismo, all’antropocentrismo, alla dismisura nell’uomo – nel significato di vir- contemporaneo;
– per il disprezzo della Terra, sostanza reificata, umiliata, in base al criterio della superiorità della categoria dello Spirito – e della Ragione – rispetto a quello della Materia. (Scavando in questa stessa direzione, avremmo aggiunto: per quel paradigma oppositivo da cui si origina anche la posizione subordinata del corpo e dei sentimenti rispetto al primato della Ragione: da cui discenderebbe la “natura” inferiore della donna rispetto all’uomo);
– per la potenza dell’imperante mito del progresso, governato dall’impulso del dominio –
economico, ma non solo -, da uno sguardo che reifica gli esseri e mercifica ogni cosa, che
desertifica paesaggi, soffoca il respiro di popoli e creature, che «gemono e soffrono le doglie del parto», nella carne e nell’esilio della parola. Intorno c’è l’indifferenza dei “cuori comodi e avari” (E.G.2), sazi, ma sempre ingordi, tra l’apatia di retoriche assistenzialistiche di maniera – spesso strumentali -, l’ignavia di chi si sottrae all’appello, la sordità di interessi rapaci;
– per la degradazione dell’ambiente, correlata alle profonde iniquità che intridono il tessuto delle relazioni sociali.
E si potrebbe continuare. Invece dello sconforto o della rassegnazione, noi rimaniamo fedeli alla nostra speranza escatologica. Essa è un faro, ci sostiene. «Non sei tenuto a finire il lavoro ma non te ne puoi esimere» – dice un detto rabbinico.
Nella consapevolezza che l’opera creatrice richiede la sapienza sottile dell’amore, e nel desiderio di aiutarla – come abbiamo già detto – esponiamo le nostre osservazioni e suggeriamo alcune indicazioni.
– Nel campo dell’ecologia, numerose studiose – tra cui la cosiddetta corrente
dell’ecofemminismo – hanno prodotto già da tempo analisi filosofiche, teologiche e storiche. Nel nome di quel pluralismo delle idee – che sia la sinodalità, sia il
dinamismo in uscita della Chiesa richiedono – sarebbe un grande segno farne tesoro. La salvaguardia del creato e le relazioni uomo-donna sono originati da una medesima matrice: infatti, sia lo sfruttamento delle risorse naturali agito dall’uomo maschio, sia l’occultamento della donna come soggetto libero e pensante partecipano al paradigma su cui è incardinato l’ordine simbolico patriarcale. Ne fa fede una spia linguistica: l’eloquente parentela mater-materia; così come l’espressione Madre Terra. Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo. Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica.
– La parola donna compare un sola volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti” (162). E, come accennato, si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo: è analogo alle logiche totalitarie messe in atto dagli imperi coloniali.
– Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio per cui “Sorella (terra) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (L.s.2).
– Nella Laudato si’ è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, infatti, a una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo. (Usiamo la parola Dio e non, per esempio, D** o altre espressioni non sessiste del divino – come suggerito da studi di teologhe – perché ciò implicherebbe temi che esulano dallo spirito della nostra lettera). Una parte di noi ha sottolineato la mancanza nel testo di una teologia della Madre. Con sollecitudine rileviamo quanto un’ immagine di Dio dai connotati maschili – a volte esplicita a volte sottotraccia – sia prevalente nell’Enciclica. Oltre ad abdicare al principio della trascendenza di Dio rispetto al genere, abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale. È una questione scomoda, ma ineludibile: dal linguaggio si va direttamente ai simboli e di qui – soprattutto se abitano la sfera del sacro – passa la via che approda alla Casa comune di donne e uomini. Gesù è l’uomo della Croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita ad una devozione mariana che educa alla soggezione le donne.
Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a; se possono vestirsi senza vergogna della luce diffusa della tenerezza, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento hanno contribuito a elaborare (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt…).
Con gratitudine e affetto,
“Donne e uomini in cammino”
P.S. Stiamo andando in stampa. Vorremmo, in pochissime parole, esprimere quanto siamo
felicemente impressionate e impressionati dalle notizie che ci pervengono in questi ultimi giorni. Per le “donne” e per il “creato”, Lei sta attuando gesti che davvero mostrano un’ apertura foriera di grandi speranze. Il nostro auspicio è che tale apertura sia irrobustita dalla sua tenacia e coraggio a camminare nei sentieri di giustizia, e che in tale opera sia accompagnato dai fratelli e dalle sorelle.
Ha steso la lettera Paola Cavallari (ESODO), in collaborazione con: Carlo Bolpin (ESODO), Gianni Manziega (prete operaio, direttore di ESODO), Franca Marcomin (Gruppo di preghiera di Mestre).
(chi vuol aderire può farlo scrivendo a associazionesodo@alice.it, oppure a paola.cavallari@me.com, oppure a carlo.bolpin@alice.it)
Appartenenti a Donne e Uomini in Cammino.
Corradini Giorgio (ESODO);
De Cunzo Margherita;
De Perini Sandra;
Lucchesi Nadia;
Scrivanti Lucia (ESODO);
Sterlocchi Grazia (co-presidente dell’associazione “La Settima Stanza-scuola di
poesia”);
Urizio Desirée

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

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