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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

CodexAureus_Cleansing_of_the_ten_lepersGuarigione dei dieci lebbrosi, miniatura dal Codex Aureus, 1040 ca. – Nürnberg, Germanisches Nationalmuseum

2Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, alto ufficiale della Siria, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non gli richiede particolari prove né opera riti magici, forse attesi dallo stesso Naaman, ma gli indica solo di affidarsi alla sua parola, di scendere a lavarsi sulle rive del Giordano: una azione quotidiana, prosaica. E’ un gesto che arreca un cambiamento di quest’uomo che si umilia e scende. Naaman, una volta guarito, chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché ha scoperto che quella è terra di Dio: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Questo straniero viene guarito da Eliseo mentre tanti lebbrosi erano in Israele a quel tempo (cfr Lc 4,27). Nel suo scendere e lavarsi giunge a riconoscere il Dio di Israele, si apre alla fede come chi scopre di essere salvato. Alla sua vicenda Gesù fa riferimento quando per la prima volta – secondo Luca – insegna nella sinagoga di Nazaret. Annuncia che la bella notizia è per tutti e il regno di Dio non conosce limiti ma richiede la disponibilità di un cuore aperto.

Nella pagina del vangelo compare un’altra figura di straniero, malato di lebbra. Era una malattia particolarmente visibile, considerata in Israele come castigo di Dio, ed era vista – erroneamente eppure con gran timore – come la malattia più pericolosa e infettiva (cfr. Lev 13-14) al punto che i lebbrosi non potevano nemmeno avvicinarsi ai centri abitati e dovevano farsi notare da lontano perché nessuno li avvicinasse: nel testo del vangelo si precisa ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’.

I malati di tante affezioni della pelle considerati lebbrosi non solo erano dei malati, ma erano considerati impuri e da tener lontani dalla vita sociale. Gesù è uomo libero, che supera le barriere e le distanze imposte da regole sanitarie e religiose. Si accostava e toccava i malati, operando gesti che suscitavano scandalo (Lc 5,12-16).

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!…”

Gesù li ascolta e la sua parola è forza di guarigione. Essi guariscono accogliendo la sua parola, che li inviava dai sacerdoti. Ma solamente uno dei dieci ‘tornò lodando Dio a gran voce’: è questo per Luca l’atteggiamento del credente che torna indietro a ringraziare, e loda Dio. E’ l’unico che si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Luca a questo punto precisa: ‘Era un samaritano’. Malato, lebbroso ed anche straniero: era persona su cui si concentravano diversi motivi di sospetto e ostilità. Questo straniero è l’unico che torna indietro per ringraziare: vive i due atteggiamenti propri del credente, il dire il bene – lodare – e il saper dire grazie – il ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Di fronte al suo ritornare Gesù solamente riconosce la fede: ‘Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma di questo straniero si dice che ‘fu salvato’: nelle parole e nei gesti di Gesù ha saputo leggere la via ad un incontro con Dio che gli ha cambiato l’esistenza aprendo un cammino nuovo.

Alessandro Cortesi op

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Gratitudine

La gratitudine – non è la menzione
di una tenerezza,
ma il suo silenzioso apprezzamento
al di là del semplice linguaggio –

Quando il mare non dà risposta
al filo e al piombo
è prova che non c’è mare, o non piuttosto
un più remoto letto?

Questa poesia di Emily Dickinson del 1865 suggerisce di soffermarsi sull’atteggiamento di gratitudine nella sua profondità. E’ questa un silenzioso apprezzamento, oltre le parole della tenerezza. Il linguaggio non ha la capacità di dire con parole la gratitudine. Chi sperimenta la riconoscenza vive qualcosa di più profondo, e ciò è accostato all’immagine della corda e del piombo, cioè lo scandaglio gettato nel mare a sondarne le profondità e che non giunge a toccare il fondo. Così la medesima poetessa ancora definisce la gratitudine: “Gratitudine è l’unica timida ricchezza che possiedono coloro che non hanno nulla” (Lettera 57 a Thomas W. Higginson del giugno 1869).

Tommaso d’Aquino nella sua ricerca sugli atti umani parla della gratitudine come un atteggiamento complesso, che tiene insieme gradi diversi: “La gratitudine ha diversi gradi secondo l’ordine degli elementi da lei richiesti. Il primo di essi è che il beneficiato riconosca  il beneficio ricevuto; il secondo è che ringrazi a parole; il terzo  è che ricompensi a tempo secondo le proprie capacità” (Summa Theol. IIa-IIae, q. 107, a. 2, c.)

Riconoscere innanzitutto che si è ricevuto un bene è considerare e accogliere, pensare al bene ricevuto. Nella lingua tedesca e inglese il verbo che esprime la gratitudine, ringraziare, ha una vicinanza particolare con il verbo che indica pensare: danken (ringraziare) rinvia a denken (pensare) così come to thank inglese è vicino a to think (pensare). C’è una circolarità tra pensare e ringraziare. Il medesimo pensare trova la sua radice nel movimento di gratitudine originario nei confronti di un altro e di qualcosa ricevuto, dell’altro che è dono. L’apertura del pensiero rinvia ad un riconoscere che la vita stessa si attua in un favore, un dono ricevuto.

Martin Buber richiamò questi riferimenti quando in occasione del suo 85° compleanno osservò: “E’ giunta per me l’ora della poco usuale gratitudine. Ho molto da ringraziare. Questa è stata per me l’occasione per meditare una volta di più sulla parola ringraziare”. E in questo scritto richiamava il verbo ebraico usato per dire ringraziare (hodoth) il cui significato sta nel  dare la propria adesione a qualcuno  e in secondo luogo ringraziare. Così spiegava il filosofo ebraico:Colui che ringrazia dà la propria adesione a colui che egli ringrazia. Egli sarà ora, sarà ormai il suo alleato. Questo include, senz’altro, l’idea del ricordo, ma implica di più. Il fatto non si produce soltanto all’interno dell’anima, ma procede da essa verso il mondo per divenirvi atto ed evento. Ora, dare la propria adesione a qualcuno in questo modo significa confermarlo nella sua esistenza” (E.Lévinas, Martin Buber, in  “Dialogo con Martin Buber”, Castelvecchi, Roma, 2014, 41- 47)

Ringraziare è azione che instaura un rapporto e vede innanzitutto un riconoscimento dell’altro: riconoscenza è non solo riconoscere l’altro ma anche scoprire di essere riconosciuti e questo scambio fa iniziare un percorso che conduce all’incontro e fa camminare nell’incontro di una alleanza nuova e mutua (Paul Ricoeur Percorsi del riconoscimento: tre saggi, (Raffaello Cortina, Milano, 2005).

Gratitudine non è punto di partenza della vita, è piuttosto esito di un cammino faticoso di crescita, di scontro con il proprio egoismo nel cammino umano. L’osservazione psicologica aiuta a cogliere come esperienza del bambino sia lo scontro con il limite del non poter avere tutto a disposizione, nel non poter divorare e assimilare ogni cosa a sè. Chi è vicino, chi cura, come la stessa presenza materna non può essere appropriato. Un passaggio di maturazione essenziale nella vita è la scoperta di non poter essere possessori  di tutto in una autonomia che distrugge l’altro. Si apre così, in questo passaggio faticoso, la possibilità di vivere l’atteggiamento della gratitudine come riconoscimento di quanto si è ricevuto e si riceve continuamente dall’altro, dagli altri ed esserne appunto grati.

“Ringraziare significa riconoscere la grazia dell’Altro, la sua assoluta differenza. In questo senso la forma più alta della gratitudine è quella della preghiera nella quale si ringrazia del dono dell’essere, del dono della nostra presenza nell’essere. Nella gratitudine infatti – come nella forma più radicale della preghiera – non si chiede nulla, ma, semplicemente, si ringrazia di ciò che si è ricevuto. È il tratto essenziale di ogni discorso amoroso: ti sono grato per nessuna delle tue proprietà o qualità, per nessun tuo attributo, ma della tua stessa esistenza. Spinta al fondo la gratitudine è la forma più alta del riconoscimento della vita dell’Altro come vita piena e autonoma, impossibile da raggiungere. Per questa ragione il sentimento della gratitudine sconfina nell’amor fati con il quale Nietzsche definiva il rapporto dell’uomo con il proprio destino: la gratitudine è sempre gratitudine per l’evento stesso del mondo”. (Massimo Recalcati, Come è difficile dire ‘grazie’ (anche in amore) “La Repubblica” 6.11.2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

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