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III domenica di Pasqua anno A – 2020

IMG_7915At 2,14-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Come e dove incontrare Gesù Cristo dopo la sua risurrezione? Questa è la domanda che guida Luca nel suo racconto dell’incontro di Emmaus. Sia Luca che scrive, sia la sua comunità non hanno conosciuto direttamente Gesù e sono passati molti anni dalla sua morte. L’incontro con lui è ancora possibile? Il cammino dei due di Emmaus diviene un esempio ed una provocazione. Anche per noi oggi.

La scena di due discepoli che si allontanano dalla città di Gerusalemme apre il racconto. Lontano della città dove si è svolta un’ingiustizia e un assassinio. E’ un percorso di allontanamento, di desolazione e delusione. Le loro speranze sono crollate, i loro cuori sono chiusi. E discorrevano e discutevano: non si sa di più delle loro parole ma forse erano parole di delusione, colme di senso di fallimento e disincanto, forse anche di protesta per un sogno tradito.

In questo loro andare si fa vicino uno sconosciuto, che si accosta loro e rivolge loro una domanda, ponendosi con la disponibilità di chi ascolta. il dialogo inizia da una meraviglia mista a rimprovero ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’ L’interrogare del viandante porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda, a rileggere la storia e la loro storia.

Le sue domande li fanno a tornare ai giorni di Gerusalemme, li provocano a ricomporre passo passo tutti i tasselli degli eventi di cui sono stati protagonisti. E li elencano uno dopo l’altro, ma ancora immersi in un buio inestricabile senza riuscire ad individuare un filo ed una direzione. E in questo dialogo emerge la pazienza di quel viandante, la sua capacità di far emergere un po’ alla volta, senza imposizione, una speranza sopita, il senso di una attesa tradita, la nostalgia di un senso.

Il suo stare accanto a loro non impartisce spiegazioni dall’alto, non è paternalistico ammonimento: suscita un percorso interiore nei due che erano tristi, fa scavare nell’inquietudine, accompagna ad andare al fondo della tristezza e non offre risposte, soluzioni, o condanne. Lo sconosciuto che si è fatto loro accanto li accompagna a ricomporre un quadro della loro esperienza: avevano tutti gli elementi, ma incapaci di leggere i segni. Forse superficiali, forse stolti…

Come i loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi. Al centro del loro ricordo sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’.

Al centro un annuncio dell’impossibile, portato da chi non contava. Eppure i loro cuori non sono aperti all’accoglienza di questa parola. Gesù allora li accompagna a vivere due esperienze: il ripercorrere le Scritture e lo spezzare il pane insieme. Quel sondare le Scritture diviene guida per passare dalla cronaca a scorgere le profondità della vita nel quadro di una alleanza con il Dio vicino e fedele. E questo inizia a scaldare il cuore, a far passare dalla disperazione alla speranza.

E quando gli dicono ‘resta con noi perché si fa sera’, si ferma e a tavola, insieme, spezza il pane. Quel gesto rinvia a tutti i momenti in cui sono stati a tavola con Gesù, a quelle tavole dove tanti erano accolti, anche gli esclusi e i marginali. I due erano delusi: i loro sogni di realizzazione e di potere si erano infranti.

Nella locanda, in quel tramonto, sono ricondotti ad un potere diverso, quello di chi serve a tavola. E ricordano così anche l’ultima cena. L’incontro con il risorto diviene possibile in ogni gesto in cui il pane della propria esistenza è spezzato. Si aprirono allora gli occhi. I due si mettono in movimento. Il loro cammino va verso la comunità che avevano abbandonato con la pretesa di farcela da soli. E’ possibile incontrare il vivente, Gesù risorto, nella vita.

Alessandro Cortesi op

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Liberazione

“Noi speravano che fosse lui a liberare…”. Il cammino di Emmaus è un paradigma del cammino umano alla ricerca di liberazione. E’ espressione di attesa, di delusione, di fallimento, di apertura. Nella storia ci sono momenti che hanno rappresentato esperienze condivise in cui si è manifestato il senso di una liberazione che coinvolge insieme l’umanità in un cammino comune e condiviso.

Sono significative e da riascoltare le parole che Piero Calamandrei pronunciò in un discorso tenuto alla presenza di Ferruccio Parri nel 1954 soprattutto laddove parla della resistenza come di un movimento sorto da un anelito di liberazione presente nei cuori e che ha unito uomini e donne di diversa provenienza, formazione, tradizione. Nel riferirsi a quanto accadde in Italia dopo l’8 settembre 1943 ebbe a dire:

“Nessuno aveva ordinato l’adunata: questi uomini accorsero da tutte le parti, e si cercarono e si adunarono da sé… un’adunata spontanea e collettiva; un movimento di popolo, una iniziativa di popolo. (…) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro, che comandava dentro: Se sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!’ E fu una sorpresa consolante, una scoperta miracolosa il trovarsi dentro questa voce, questo misterioso tesoro che molti ignorano di custodire dentro di sé: questo inebriante accorgersi che la stessa voce aerea parlava contemporaneamente al centro di ogni coscienza e che in fondo ad ogni cuore c’era questa resurrezione della patria umana, in cui tutti gli uomini liberi si riconoscevano e si intendevano nella stesa lingua. Questi uomini di qualunque partito e di qualunque fede, dicevano prima di morire tutti la stessa frase: ‘muoio per un’idea’ (…) Ma che cos’era questa ‘idea’ che comandava di dentro, che nello stessi istante parlava dentro la coscienza di tutti, che per tutti era più forte della vita? Qualcuno ha parlato di partito, qualcuno ha parlato di chiesa. Sì, fu anche questo; ma non fu soltanto questo. Le fedi erano diverse e diversi erano i partiti; ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito o ad alcuna chiesa. Qualcuno ha parlato di ‘anima collettiva’, qualcuno ha parlato di ‘provvidenza’; forse bisognerebbe parlare di Dio: di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue. (…) Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini” ((dal discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, in P.Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza 2011).

Il 26 gennaio 1955 parlando agli studenti di Milano e presentando loro i tratti fondamentali della Carta Costituzionale Piero Calamandrei disse: “Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Nei giorni in cui facciamo memoria della Liberazione dell’Italia dal fascismo e dalla guerra e viviamo un tempo segnato da desiderio di liberazione dal virus che genera dolore e morte, riflettere su queste parole aiuta ad ascoltare quella voce che parla al cuore di ogni uomo e donna e ad accogliere ispirazioni che soffiano dentro ed invitano ancor oggi a scorgere come ogni giorno è da ricercare e custodire liberazione da tutte le forme di oppressione.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A – 2019

Giovanni BattistaIs 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. E’ un quadro di speranza e di coraggio. Il profeta sa leggere oltre il buio del presente il venire di una novità che irrompe nella storia e la cambia: ‘dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete’. E’ annuncio di un tempo in cui saranno allontanati tristezza e pianto.

L’immagine della strada esprime questo invito a sperare: nel deserto si apre una via appianata, su di essa cammina una colonna di persone liberate dalla prigionia che camminano verso la pace. Le esperienze di limite e sofferenza si mutano in gioia ritrovata: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. La strada appianata è cammino da percorrere primizia di un mondo nuovo in cui tutto ciò che opprime e chiude trova superamento e apertura..

Nella pagina del vangelo è delineato il profilo di Giovanni Battista in un momento di profonda crisi della sua vita. E’ stato imprigionato da Erode e dal carcere invia alcuni suoi discepoli ad interrogare Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Giovanni vive la fatica del dubbio: Gesù non sta attuando un rivolgimento della storia, non si sta imponendo con manifestazioni di potenza, non sta neppure realizzando quel giudizio che Giovanni attendeva e aveva presentato nella sua predicazione presso il Giordano. Il suo dubbio racchiude una inquietudine che fa vacillare la sua speranza.

Gesù risponde agli inviati del Battista e li invita a guardare il suo agire: nei suoi gesti di guarigione, di liberazione, di vicinanza ai poveri si sta rendendo presente ciò che Isaia vedeva come una promessa: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”.

Nell’agire di Gesù sta prendendo inizio quanto Isaia annunciava: la bella notizia che Dio sta dalla parte dei poveri e oppressi, si pone accanto a loro per liberarli.

I suoi gesti sono segni: quanto Isaia indicava è iniziato in un modo che non corrisponde alle attese umane. Dio non si manifesta con potenza e in modo sorprendente, non si pone nella logica delle potenze umane, ma si fa vicino a chi è più debole. Per questo Gesù dice: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Il suo essere ‘messia’ si attua nei gesti di vicinanza, di cura, di ospitalità. Gesù si mette dalla parte dei poveri e agendo così narra il volto di Dio.

I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno continua quello stile che è lo stile di Gesù, nonostante le contraddizioni e le difficoltà.

Vivere l’avvento è tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. Il sogno di Isaia ci aiuterà a tenere presente la speranza che illumina la nostra vita fondata sulla promessa di Dio. L’inquietudine di Giovanni ci aiuterà a vivere in verità la nostra fede, non come fuga dalla storia o illusione, ma facendo nostro lo stile di Gesù, prendendo le parti dei poveri e continuando a porre quei gesti che sono già inizio del regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Mattarella Sermig

Uomo forte?

Può essere occasione di riflessione approfondire i risultati del rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana, presentato pochi giorni fa a Roma. Da tale indagine sociologica che annualmente offre una fotografia della realtà del Paese emerge un dato tra altri che fa pensare: il 48,2% della popolazione, il che significa quasi un italiano su due, ritiene che auspicabile un «uomo forte che tutto risolve» quale guida che prenda il potere. Si tratta di una posizione che sottolinea la sfiducia nelle istituzioni del Parlamento e dei procedimenti democratici. Si riscontra più diffusa tra persone con minor grado di istruzione e con basso reddito.

L’istituto di ricerca spiega tale dato rilevando «l’inefficacia della politica ed estraneità da essa». In esso è da leggere anche un disagio profondo delle fasce più deboli del Paese che di fronte alla crisi si sentono più indifese ed esprimono il bisogno di una soluzione in qualche modo miracolistica di una figura forte che risolva i loro problemi. Dall’indagine risulta infatti come per la maggior parte delle persone le attese per nuove opportunità nel mondo del lavoro hanno incontrato la delusione. Se da un lato cresce il numero degli occupati tuttavia le ore retribuite diminuiscono e benché diminuisca il numero dei disoccupati vi è insieme un numero rilevante di lavoratori part-time non per libera scelta ma perché costretti ad adattarsi a condizioni imposte. Un lavoratore su cinque opera in part time, e questa tipologia di lavoro è aumentata tra 2007 e 2018 di quasi il 40%. Il tema della disoccupazione per la quasi metà degli italiani dovrebbe costituire la questione più rilevante in ambito di scelte politiche. Il lavoro, secondo il rapporto, è problema più rilevante rispetto all’immigrazione ed alla criminalità su cui si accentrano le insistenze di quanti hanno interesse al crescere della paura.

L’indagine segnala la situazione di incertezza che segna la vita della maggior parte della popolazione nel Paese: a fronte di tale condizione le vie di uscita sono spesso il tentativo di individuare vie per arrangiarsi e per salvarsi da soli, e nel contempo crescono anche pulsioni antidemocratiche. Ciò ha profonde conseguenze sulla tenuta di un tessuto sociale che sempre più appare logorato e sfilacciato: il 75% della popolazione secondo l’indagine non si fida più degli altri con un crescita dell’atteggiamento di rancore e risentimento a fronte di situazione di ingiustizia percepite. La senatrice a vita Liliana Segre ha espresso la sua lettura di tale desiderio di un uomo forte al potere: «Non l’ha provato, il 48% non c’era quando c’era l’uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa». Proprio in questi giorni la cancelliera tedesca Merkel ha compiuto la sua prima visita ad Auschwitz: «È successo. Dunque può succedere di nuovo», ha detto, citando Primo Levi. «Provo una vergogna profonda per i crimini barbari che sono stati commessi qui dai tedeschi: crimini che superano i limiti di ogni possibile comprensione… La necessità del ricordo non può essere messa in discussione: si tratta di una parte integrale della nostra identità, e lo resterà per sempre».

Così il prof. Giampaolo Azzoni pro-rettore dell’Univesrità di Pavia commenta il rapporto Censis: “Questo è un rapporto molto buio, persino l’energia positiva è definita “furore di vivere”. In generale c’è una costellazione di fenomeni negativi impressionanti: la crisi demografica, l’emigrazione di massa, il lavoro che non produce reddito, la sfiducia diffusa, l’ansia. Il dato dell’enorme crescita di ansiolitici, più 20%, è sconfortante… Dalla crisi del 2008 abbiamo visto venire meno alcune importanti certezze: il welfare, la sanità per gli anziani (avere un malato in casa può diventare una tragedia), la crisi del lavoro. Questa è la generazione che per la prima volta starà peggio dei propri genitori. Da qui l’incertezza e l’ansia di non farcela”. Alla domanda Quindi siamo senza speranze? risponde “No, ci sono due correttivi significativi che il Censis indica con due belle metafore: le “piastre di sostegno” e i “muretti… stanno a significare che lo scivolamento verso il basso è frenato sia da fenomeni macro, come le piastre, sia da fenomeni micro, i muretti, che svolgono la stessa funzione dei terrazzamenti liguri»… Le “piastre” rappresentano una presenza manifatturiera ancora forte in un’area come Lombardia, Veneto ed Emilia, dove lo scivolamento verso il basso non c’è… I “muretti” invece sono quelle soluzioni, magari locali e limitate ma che producono un movimento positivo antiscivolamento… Occorre adottare un atteggiamento di cura del legame sociale. Il bene fondamentale da preservare è quello. E c’è una correlazione strettissima tra sviluppo del paese e capitale sociale. Le reti di solidarietà ci salveranno. (“Gente sull’orlo di una crisi di nervi I legami sociali sono corrosi, saltati” intervista a Giampaolo Azzoni, a cura di Paolo Colonnello “La Stampa” 7 dicembre 2019).

Oltre alle piastre e ai muretti indicati sono da ricercare altri tipi di resistenze alla deriva possibile. Anche Giovanni Battista forse aspettava un ‘uomo forte’ capace di porre fine ad un mondo malato, ma la sua attesa fu messa in discussione da colui che si presentò con uno stile diverso, come annunciatore della buona notizia di Dio che prende le parti dei poveri, come un re che cavalca un asino, capace di dare la sua vita nel segno dell’accoglienza e della condivisione … I suoi gesti di vicinanza, accoglienza, liberazione, di riconoscimento degli scartati e dei deboli continuano ad essere sfida per costruire una società capace di coltivare fiducia nell’altro e l’utopia di una fraternità concreta, vero antidoto alle paure e ai rancori di ogni tempo.

Visitando il Sermig, Arsenale della Pace fondato a Torino da Ernesto Olivero e da sua moglie Maria che insieme a innumerevoli volontari hanno tramutato l’ex arsenale militare torinese in un luogo di costruzione di accoglienza, solidarietà e preghiera, nell’anniversario dei 55 anni dalla sua fondazione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto: “Mentre giravo per vedere le novità riflettevo sulla parola arsenale, che è un luogo dove si lavora per produrre armi da guerra. Ma in questo arsenale si lavora per la pace che va difesa e consolidata con opere di pace e un impegno attivo. Questo è un momento di grandi cambiamenti che creano paure, disorientamenti, e generano contrapposizioni pericolose. La paura è contagiosa, ma anche la bontà e la pace lo sono. Le cose al Sermig in questi 55 anni sono state fatte insieme, si tratta di aprirsi agli altri e di far emergere la bontà in ciascuno”.

Alessandro Cortesi op

Cristo re – anno C – 2019

IMG_6115.JPG2Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

Il 2 libro di Samuele, uno tra i libri storici del Primo testamento narra un passaggio critico nella storia di Israele. Si fa strada poco alla volta, tra le tribù stabilizzate nel sud della Palestina l’esigenza di avere un re, capace di comandare come negli altri popoli. Israele è popolo che ha le sue radici nella fede di Abramo chiamato a partire e ad andare seguendola chiamata di Dio; nell’esodo poi trova l’evento fondante della sua vita nel cammino di liberazione dall’Egitto. Ora in Canaan sorge un nuovo desiderio di avere un re. E’ un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. I popoli vicini conoscevano questa forma di governo: gli egiziani, gli hittiti, gli assiri, gli aramei, avevano occupato la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito alla sua opera di unificazione delle varie tribù e di organizzazione politica, furono scelti per essere re in Israele dando così inizio al periodo della monarchia.

Ma in Israele il re ha un profilo che lo distanzia dai modelli di capo politici e religiosi di altri popoli. L’unico re di Israele rimane Jahwè: il re non è perciò un capo che possa dominare e tanto meno una presenza divina da adorare e a cui rendere il culto come ad una divinità (si pensi alla figura dei faraoni nel mondo egiziano). Il re è pastore chiamato a guidare il popolo, in rapporto alla voce dell’unico Dio. Per questo il re è unto, investito di un mandato a procurare per tutti la pace e il benessere: in quanto portavoce di Dio dovrà porre innanzitutto attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi.

Alla figura del re si collega il movimento della speranza che il messia, l’unto che porterà liberazione e pace, sarà proprio un re. I profeti richiameranno contro i re infedeli a questo orizzonte denunciando tutte le situazioni in cui il regno viene inteso come dominio e allontanamento dalla fede in Jahwe.

Quando Gesù viene crocifisso l’accusa politica è quella di essersi fatto re: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Al contrario dello scherno dei soldati il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli presenta una preghiera: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Al termine della vita di Gesù, nell’ora della croce, Gesù stesso manifesta come compie in modo paradossale la attesa del regnare di Dio. Gesù sta vicino a persone che sono gli ultimi, due malfattori: tutta la sua vita è stata un andare incontro ad esclusi e marginali. Mentre viene sfidato a porre gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e liberazione. Luca fa scorgere come Gesù sia un re diverso: non spadroneggia, non manifesta onnipotenza e forza, ma è inerme. Regna dalla croce. Il suo trono regale è il luogo dell’umiliazione dove vivere la dedizione e il servizio fino alla fine. La sua parola di perdono è parola creatrice: ibera dalla morte e fa entrare nel paradiso, il giardino (termine di origine persiana) dell’incontro con Dio. Il suo regno è dono e va accolto nella responsabilità a scorgere nella storia i segni della sua presenza e del suo crescere.

Alessandro Cortesi op

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Un regno diverso e alternativo

“La storia è, per definizione, tanto complessa, così ampiamente strutturata, così terrena da sembrare che possa fare poco rispetto ad essa la fede cristiana, la continuità della vita di un uomo come il Gesù storico. Se Egli finì nel fallimento della croce, per quanto attiene alla sua vita storica, la cosa migliore da fare sembra quella di rinunciare alla salvezza storica per rifugiarsi nella fede della risurrezione, nella salvezza spirituale ed individuale mediante la grazia e il sacramento che assicura una risurrezione, che solo alla fine rappresenterà una salvezza o una condanna della storia. Siffatta attitudine ignora il senso reale della risurrezione e fraintende la missione della Chiesa nei confronti della storia. La risurrezione, infatti, non è il trapianto del Gesù storico in un mondo posto al di là della storia. Non a caso, la risurrezione è espressa nel Nuovo Testamento come la riassunzione da parte di Gesù non tanto del suo corpo mortale quanto della sua vita trasformata; Gesù risorto prolunga la sua vita trasformata oltre la morte e le cose di questo mondo per convertirsi in Signore della storia, precisamente grazie all’incarnazione ed alla morte nella storia. Non abbandonerà mai più la sua carne e, con essa, il suo corpo storico, continuando ad essere vivo in esso affinché, una volta compiuto ciò che ancora manca alla propria passione, si compia anche ciò che manca alla sua risurrezione. Morte e risurrezione storica continuamente ripetendosi finché tornerà il Signore. Lo Spirito di Cristo continua ad essere vivo e ad animare il suo corpo storico come animò il suo corpo mortale e risorto”. (Ignacio Ellacuría, Conversione della Chiesa al Regno di Dio) 

Queste parole di Ignacio Ellacuria, uno dei martiri della UCA in Salvador, richiamano al senso profondo del regno di Dio nella predicazione e nella prassi di Gesù: il regno non è promessa di un aldilà che costituirebbe un altro mondo, da attendere dopo le pene di questa storia, con atteggiamento disilluso e passivo di fronte all’ingiustizia e al male presente. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato inizia nei suoi gesti di liberazione e guarigione, si rende visibile nella condivisione di mensa con chi è escluso e tenuto lontano dai centri di potere, cresce nella scoperta del sogno di Dio di rapporti nuovi presentato nelle parabole, inizia nella fraternità e sororità di uguali che è la comunità che Gesù ha raccolto attorno a sè. E’ una comunità in cui non c’è dominio e superiorità, ma al centro sono posti i piccoli e la regola è il servizio.

E’ un mondo alternativo a quello pensato per i privilegiati e che esclude i poveri, al mondo in cui si fa la guerra per mantenere il dominio della ricchezza, è il sogno e la reale possibilità di una condivisione di tutti alla medesima tavola della vita per poter ricevere vita gli uni dagli altri, quella vita che proviene dal Dio che vuole la vita delle sue figlie e figli.

Un regno di giustizia e di pace che inizia laddove i rapporti ingiusti sono trasformati in rapporti nuovi, dove il pane distribuito si moltiplica, dove gesti di cura e di accoglienza divengono segni che quel seme sta crescendo ed è nascosto nel terreno quotidiano e ordinario della vita. Come il lievito nella pasta, come un seme nella, terra.

L’annuncio del regno di Dio rinvia quindi ad un aldiqua a cui essere fedeli cercando di lasciare spazio alla forza della risurrezione di colui che ha preso su di sé questa storia e la porta nelle sue ferite. Gesù s’identifica con i crocifissi di questa storia in cui continua la sua passione, presenza che provoca a conversione tutti. Accogliere il suo regno implica accogliere la propria chiamata e responsabilità per trasformare questo mondo scorgendo il volto del crocifisso negli oppressi che chiedono liberazione. Cieli nuovi e terre nuove iniziano ora e quello che sarà, il mondo della risurrezione, non sarà un altro mondo ma questo mondo trasformato nella pienezza di giustizia e di pace, di comunione con il Dio della vita. Orientarsi a questo esige la conversione della chiesa al regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

1 domenica tempo di Avvento – anno C – 2018

Luca

Ger 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-36

Un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta.

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

Nell’immagine di un grande albero è narrata la genealogia di una famiglia. L’albero racchiude la storia di una comunità fatta di volti e nomi: la storia di popoli, con radici nascoste e profonde è la storia di tanti volti intrecciati nel tempo come i rami di un albero. Ogni identità sorge dall’intreccio di relazioni. Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come ideale riferimento di un tempo di benessere e pace. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: è immagine di vita nuova e speranza.

E’ una presenza nuova, l’intervento del Signore nostra giustizia. Giustizia è sinonimo di ‘fedeltà’. Dio rimane fedele alle sue promesse. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, vittima dell’ingiustizia. Il suo venire non è quindi da guardare con paura ma è liberazione e salvezza. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Un seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè guida Israele nel cammino verso la libertà, nell’esilio Israele scopre la possibilità di una via di ritorno nella gioia. “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo della vita, del tempo. Gesù chiama i suoi a seguirlo lungo la strada. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine è il giorno. Luca nel discorso sulle ‘realtà ultime’ (cap. 21) utilizza un linguaggio apocalittico. Intende con esso indicare l’intervento di Dio che si comunica nella storia. Apocalisse significa rivelazione: “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…” (Lc 21)

‘Quel giorno’ non è tanto riferimento ad un tempo cronologico ma ad una azione di Dio: nel Primo Testamento è il ‘giorno del Signore’, attesa del suo intervento nella storia. E’ attesa del ‘giudizio’ di Dio di salvezza in una storia carica di ingiustizie.

Lo stile di vita del discepolo è così descritto: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla sonnolenza della notte. Sta in piedi, si dà da fare coltivando la speranza. Vive il presente immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Paolo sintetizza i tratti di chi vive la fede nel Signore risorto: “il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per render saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Alessandro Cortesi op

Amal FathyLiberazione attesa

Se invece di essere impiccato
vieni sbattuto dentro
per non aver rinunciato a sperare
nel mondo, nel paese, nel popolo,
se devi farti dieci o quindici anni
oltre al tempo che ti rimane,
non dirai,
«Sarebbe stato meglio essere appeso a una corda
come una bandiera»…
Punterai i piedi e vivrai.
Potrebbe non essere esattamente piacevole,
ma è tuo solenne dovere
vivere ancora un altro giorno
per fare dispetto al nemico.

Una parte di te potrebbe sentirsi sola, là dentro,
come un sasso in fondo a un pozzo.
Ma l’altra parte
deve essere così coinvolta
nel vortice del mondo
che ti venga da tremare là dentro
quando fuori, a quaranta giorni di distanza, una foglia si muove.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
cantare canzoni tristi,
o stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
è dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
dimentica la tua età,
stai attento ai pidocchi
e alle notti di primavera,
e ricorda sempre
di mangiare ogni ultimo boccone di pane…
E inoltre non dimenticarti di ridere di cuore.

E chissà,
la donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non è una gran cosa:
è come un ramo verde spaccato
per l’uomo che è là dentro.

Pensare alle rose e ai giardini fa male,
pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
e consiglio anche di tessere
e di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possano passare
dieci o quindici anni dentro
e anche di più…
È possibile
fintanto che il gioiello
nella parte sinistra del tuo petto non perda la sua lucentezza.

Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco, scrisse questa poesia in riferimento alla sua esperienza di perseguitato politico e di prigionia. Per lunghi anni infatti fu prigioniero nel carcere di Bursa in Turchia. La sua poesia richiama al vivere giorno dopo giorno, resistendo al nemico e coltivando la speranza: “dimentica la tua età,… e ricorda sempre/ di mangiare ogni ultimo boccone di pane… “.

Con le sue parole conduce a pensare a tutti coloro che oggi nelle carceri di diversi paesi del mondo sono rinchiusi a causa delle loro idee politiche, o per un lavoro svolto nella promozione dei diritti e della libertà – gli avvocati come Amal Fathy in Egitto, moglie di un consulente legale della famiglia Regeni,  gli attivisti di diritti umani, insegnanti e giornalisti oggi in Turchia, o i perseguitati a motivo della loro fede religiosa – si pensi alla vicenda di Asia Bibi in Pakistan – o ancora a causa di una condizione di vita, dell’essere migranti – e il pensiero va alla Libia e alla condizione delle innumerevoli persone imprigionate e torturate oggi nei lager libici nell’indifferenza di un mondo preoccupato di allontanare i perseguitati dalla porta di casa.

Una descrizione di chi oppresso si interroga sulla sua colpa è presentata dalla voce femminile di Dareen Tatour (1982-), poetessa palestinese imprigionata nel 2015 per aver pubblicato sui social media una poesia dal titolo “Resist, my people resist them”, (“Resist, my people, resist them. / Resist the settler’s robbery / And follow the caravan of martyrs.“) e accusata di istigazione alla violenza:

“(…) Non conosceranno mai la loro colpa …
poiché l’amore è il loro crimine
e per gli innamorati, la prigione è il destino.
Ho interrogato la mia anima,
fra dubbio e sbalordimento:
“Qual è il tuo crimine, anima mia?”.
Non lo so ancora.
Ho fatto una cosa sola:
svelare i miei pensieri,
scrivere di questa ingiustizia…
tracciare con l’inchiostro i miei sospiri …
Ho scritto una poesia…
La colpa ha vestito il mio corpo,
dalla punta dei piedi al capo.
Sono una poetessa in prigione,
una poetessa dalla terra dell’arte.
Sono accusata per le mie parole. (…)”

Non è facile alzare il capo nelle condizioni dell’oppressione e guardare alla liberazione futura e vicina. E’ stato questo alzare il capo a nutrire la speranza di coloro che non hanno rinunciato alla loro libertà anche quando attorno a loro tutto imponeva disperazione e degrado. ““alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina…”

Alessandro Cortesi op

 

X domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2818.JPGGen 3,9-15; 2Cor 4,15-5,1; Mc 3,20-35

“Porrò inimicizia…” Usando il linguaggio del mito e accogliendo le grandi narrazioni dei popoli vicini, la lettura sapienziale di Israele che si coagula nei primi capitoli del libro di Genesi, mira a presentare sin dal principio la condizione della vita nella storia e l’orizzonte del futuro a cui Dio chiama. Non sono pagine che intendono spiegare le origini del mondo e dell’umanità, sono invece testi di sapienza che presentano una lettura della condizione umana e della vita in vista di scorgere l’orizzonte di una chiamata alla fede nel Dio della liberazione e dell’alleanza.

La condizione umana non è così presentata in modo idealizzato e senza problemi. E’ invece realisticamente descritta come segnata da disarmonie, inimicizie e rotture. Una lettura disincantata della realtà è consapevole della presenza anche del male, dell’orgoglio, della sete di dominio e dell’ingiustizia. Tuttavia l’umanità respira anche di una nostalgia che rinvia ad una armonia di relazioni che è sogno e dono di speranza. Tutto ciò che è male e negatività non è l’ultima parola. La parola costitutiva sull’umanità e sul mondo è invece parola di bellezza e parola di promessa. Nonostante ogni contraddizione non viene meno: la creazione è dono bello di Dio sgorgante dalla comunione e chiamata ad una comunione nuova.

D’altra parte la disarmonia e la rottura sperimentata si attua in diversi ambiti: nei rapporti con la natura che si esprime nell’attitudine di indifferenza e sfruttamento. Nei rapporti con Dio perché l’orgoglio fa venir meno la trasparenza nel rapporto con lui: è la nudità che porta a nascondersi anziché a stare davanti a Lui nella fiducia. E’ rottura ancora nella relazione tra gli esseri umani che vede l’incomprensione, la presa di distanza il venir meno della solidarietà e dello stupore. Così l’altro è accusato e reso colpevole.

Tale situazione di frattura contraddice il desiderio profondo di comunione, di incontro, di comprensione e accoglienza. E permane la nostalgia di un superamento e di un compimento che non può venire da forza umana, né è da ricercare in capacità proprie, ma può confidare in una promessa e si delinea come futuro atteso e verso cui andare. Al cuore del messaggio dei primi capitoli di Genesi sta la realistica comprensione della vita umana e cosmica segnata dal peso di tutto ciò che separa – l’inimicizia – e d’altra parte da un dono che non viene meno: è il dono della creazione stessa come parola di amicizia di Dio, della vita umana come relazione in cui si fa presente l’immagine di Dio amicizia, e la promessa di fedeltà di Dio amico che non viene meno alla sua vicinanza.

“i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni»

Uno tra gli aspetti che i vangeli sottolineano nella vicenda di Gesù è quello del suo agire in gesti che liberano le persone da tutto ciò che le opprime e rinchiude in situazioni di sofferenza, di male, e di violenza. Gesù opera come guaritore e il contatto con lui per coloro che si accostano con fiducia diviene inizio di una storia nuova, apertura alla relazione, liberazione da forze che legano e tengono come schiavi. Certamente Gesù ha vissuto gesti di guarigione e liberazione e questo ha suscitato la reazione indispettita di chi non accettava la sua offerta di vita e di libertà in termini che ponevano in discussione il sistema religioso e aprivano ad un cammino nuovo, di trasparenza, di attenzione ai piccoli, oltre le appartenenze di chi ragiona secondo le categorie dei ‘nostri’ e dei ‘loro’. I gesti di Gesù provocano a pensare un nuovo modo di concepire le relazioni: non la logica di sistemi chiusi, di una religione in cui prevale l’accento sul ‘mio’ sul rimanere chiusi e condannare gli altri, ma quella che si apre nello scorgere rapporti nuovi in cui l’altro diviene ‘per me fratello sorella e madre…”.

Alessandro Cortesi op

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(vignetta di Mauro Biani)

Anestesia delle coscienze

“… non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.

Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate.

Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. (…)

Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”.

E’ questo uno stralcio del discorso di Liliana Segre, senatrice a vita, nella discussione per la fiducia al nuovo governo in Italia il 5 giugno u.s. E’ un discorso che richiama i pericoli insiti in scelte e orientamenti che non riconoscono il proprio stare sulla terra nella comune umanità con altri esseri umani.

Nel panorama europeo e mondiale si affermano voci che richiamano alla sovranità di un popolo identificato con la propria nazione o con gruppi particolari e queste recano con sè in modo consapevole o inconsapevole, nell’indifferenza, oggi la riproposizione di autentici miti, quale quello del possesso della terra – che può facilmente essere decostruito da una anche superficiale lettura storica. La pretesa che la terra su cui si vive sia prorpia, mia o tua, ed esclusiva, in mod da tenere qualcuno fuori della terra, starniero, senza riconoscimento di abitante.

Ma la terra non può esser considerata proprietà esclusiva e pretendere di decidere con chi abitare è la premessa a quello che la storia del 900 ha mostrato essere il piano inclinato che conduce ai campi di internamento e ai campi di concentramento, sino all’eliminazione dell’altro.

Settantacinque anni fa Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiatasi negli Stati Uniti, scriveva un breve saggio dal titolo ‘Noi profughi’. In esso ricordava la condizione degli ebrei profughi come avanguardia dei popoli ridotti ad essere senza patria senza diritti.

Nel suo scritto più ampio Le origini del totalitarismo descrive il percorso della progressiva perdita a cui si costringono persone e popoli quando si perde di vista la dignità umana: “La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione…ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera più neppure opprimerli” (H. Arendt, Le Origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, 409). Così si attua il mito della autoctonia. Fino ai campi di internamento e di concentramento.

L’autoctono pretende di poter escludere l’estraneo che arriva lo straniero che giunge da lontano, il diverso da sé. Ma la terra dove si abita è terra dove nessuno può pretendere con chi abitare escludendo altri esseri umani: qualcun altro c’era in precedenza e qualcun altro vi sarà… è terra dell’umanità.

Sta qui una profonda provocazione rivolta alla politica degli stati nazione che si sono strutturati pensando una sovranità che non riconosce i diritti di altri esseri umani a livello globale. E pur affermando in linea teorica i diritti umani di fatto giunge a negarli di fronte a chi è posto nella condizione di ‘apolide’, ‘senza patria’, costretto nella condizione del profugo e del richiedente rifugio.

E’ la sfida che oggi si presenta nel mondo delle migrazioni e dove le esigenze di giustizia sociale e di equità a livello globale dovrebbero suscitare approfondimento lungimirante e progettualità che mantenga chiara la direzione di “respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Commentando il dibattito alle Camere e i discorsi del nuovo presidente del consiglio Giuseppe Conte così scrive Francesco Riccardi: “La «gente chiede il cambiamento», il governo ‘ascolterà i cittadini’ ripete il presidente del Consiglio. (…) Sarebbe significativo, però, se il nuovo governo cominciasse a non essere sordo al grido che si alza dal sangue versato nelle campagne di Gioia Tauro, a quello sommerso dalle acque del Mediterraneo, alle mille ferite delle persone che non sono ‘gente’ eppure hanno bisogno di cambiamento”. (Francesco Riccardi, La visione povera, “Avvenire” 6 giugno 2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

V domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2947At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

La vigna è pianta familiare ai popoli dell’arco mediterraneo. attorno ad essa si svolge una faticosa opera di cura e di lavoro. Nella Bibbia la vigna diviene simbolo del popolo di Israele: una realtà unica, come il popolo, che tiene in sé e pone in relazione i tanti elementi che la compongono. La vigna è una e molti insieme. E l’attenzione alla vigna è così riferita alla cura appassionata ed alla fedeltà amorosa di Dio.

Jahwè, il Dio della promessa è Dio che si prende cura, coltiva con pazienza, fa crescere in attesa di un frutto che porta condivisione e gioia. La vigna è quindi un simbolo collettivo, del popolo stesso d’Israele. Non sempre la vigna porta un frutto abbondante e i profeti leggono in tale aridità l’infedeltà del popolo di fronte alla cura di Dio: “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti… aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna…” (Is 5,1-6)

L’immagine è ripresa dai profeti e dai salmi divenendo così un rinvio noto e familiare per richiamare ad una conversione e nello stesso tempo per dire che la fedeltà di Dio non viene meno, nonostante ogni contrasto e fallimento. “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli… Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra… Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Nei discorsi dell’ultima cena riportate dal IV vangelo Gesù parla della vigna con un’affermazione che colpisce: ‘Io sono la vera vite’. Non parla quindi della vigna di Israele, ma si riferisce a lui stesso, alla sua vita: la vera vite è lui. E’ quindi da ricercare il senso di questa affermazione che certamente ha alle spalle in rinvio al popolo di Dio ed alla relazione di amore che nella Bibbia è simboleggiata nel simbolo della vigna curata da Jahwè. Gesù indica di essere partecipe della storia di amore e di cura che ha segnato la vicenda di Israele. Oltre a questo nelle sue parole sta forse il desiderio di comunicare che nell’incontro con lui si può incontrare la cura di Dio per il suo popolo: in Gesù si compie la tenera custodia e coltivazione del Padre come annunciavano i profeti. E ancora è lui che porta quei frutti che il Padre si attendeva: sono giunti in lui i tempi ultimi.

Ma l’immagine rinvia ad ulteriori significati: nella vite un dono di vita e una partecipazione di tutti coloro che a lui sono legati, i tralci. Da un lato si richiama la vicenda personale di Gesù – amato, come il popolo d’Israele – dall’altro l’immagine evoca la comunicazione di vita che da lui trae origine e che fa sorgere la comunità.

In lui si genera una comunione con tutti coloro che sono tenuti insieme e uniti come tralci viventi. Da qui può venirne frutto. ‘Rimanete in me’ è l’invito al cuore di questo discorso di Gesù. E’ un rimando all’inizio del quarto vangelo: Gesù chiede ai due discepoli ‘Che cosa cercate?’ essi lo seguirono e ‘rimasero’ presso di lui (Gv 1,39). Il verbo ‘rimanere’ è importante nel IV vangelo: indica una familiarità di vita, un incontro di amicizia, di condivisione profonda. Non una consolatoria chiusura intimistica ma il dono di una amicizia, un cammino di stare con lui per affidarsi e fondare in lui l’esistenza: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui’ (Gv 6,56). Da qui sgorga un cammino di vita che è il percorso descritto nell’intero vangelo: i tralci rimangono nella vite ma in fondo è la vita di Gesù che rimane, è trasmessa ai suoi e fa sorgere ogni frutto.

L’essere discepoli di Cristo si attua nei frutti dell’amore. I tralci non vivono da soli, separati e isolati gli uni dagli altri, ma insieme ed nell’intreccio tra loro: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che ha due assi. L’asse del rapporto con lui e l’asse del rapporto con gli altri. La vita di comunione in Cristo non respira senza una vita di relazione e solidarietà con gli altri. Rimanere in lui significa accogliere innanzitutto il suo dono e vivere il suo stile: la forza dello stare insieme viene dal rimanere in lui. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

‘Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’. Il comandamento di Dio – dice Giovanni – si racchiude nel credere nel nome del Figlio suo e amarci gli uni gli altri: in questa esperienza si attua quel dimorare/rimanere di noi in Dio e di Dio in noi.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

“Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù”.

Nei giorni in cui si celebra il 25 aprile, festa della liberazione e il ricordo di tanti che ebbero il coraggio di investire la propria vita nella lotta al regime oppressivo fascista nella resistenza, è forse opportuno sostare sul coraggio quale attitudine di fondo di chi ha sacrificato la vita per aprire ercorsi di libertà e democrazia. Oggi viviamo un tempo in cui crescono sentimenti di indifferenza, di dimenticanza della storia e di incapacità a vivere con coraggio scelte per continuare quel cammino di liberazione.

Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi. Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir così… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi.

E’ un brano della lettera scritta il 22 dicembre 1944 da Armando Amprino, che aveva 20 anni, prima della sua fucilazione avvenuta nella medesima giorno al Poligono del Martinetto a Torino. Era stato catturato nello stesso mese di dicembre.

La lettera che segue è stata scritta il giorno della sua fucilazione da Irma Marchiani (Anty) di 33 anni a Pally. Era stata staffetta partigiana poi dopo la cattura e la fuga, combattente di brigate partigiane nel modenese. Catturata venne fucilata il 26 novembre 1944 a Pavullo:

“… sono gli ultimi istanti della mia vita… credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse… “

Sono solo due esempi tra i molti delle ultime parole di chi infonde coraggio ai propri cari che rimangono. Queste lettere sono anche testimonianza del coraggio di chi ha vissuto scelte decisive e ha saputo investire la propria vita facendo il bene. Come scrive Eusebio Giambone (Franco) nella sua lettera a Luisetta del 3 aprile 1944:

“Io che sono non credente, io che non credo alla vita nell’al di là, mi dispiace morire ma non ho paura di morire: non ho paura della morte, sono forse per questo un Eroe? Niente affatto, sono tranquillo e calmo per un semplice ragione che tu comprendi, sono tranquillo perché ho la coscienza pulita, ciò è piuttosto banale, perché la coscienza pulita l’ha anche colui che non ha fatto del male, ma io non solo non ho fatto del male, ma durante tutta la mia vita ho la coscienza di aver fatto del bene non solo nella forma ristretta di aiutare il prossimo, ma dando tutto me stesso, tutte le mie forze, benché modeste, lottando senza tregua per la Grande e Santa Causa della liberazione dell’Umanità oppressa”.

Giacomo Ulivi di 19 anni, studente di giurisprudenza, fucilato il 10 novembre 1944 sulla piazza Grande di Modena aveva uno sguardo capace di spingersi lontano. In una lettera agli amici scrive: “oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi”

Sono parole tra tante altre di uomini e donne che hanno saputo affrontare momenti decisivi. Umberto Fogagnolo (ing.Bianchi) di 32 anni, ingegnere elettrotecnico dopo l’8 settembre 1943 membro del CLN di Sesto san Giovanni, fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto a Milano scrive: “V’è nella vita di ogni uomo però un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve decidere e abbandonare le parole”.

Queste lettere dei condannati a morte della resistenza (tratte da Lettere di condannati a morte della resistenza europea, Einaudi 1967) ricordano il coraggio nel vivere momenti decisivi e nell’affrontare quanto umanamente è arduo e insopportabile.

Voci di giovani di oggi sanno cogliere questo coraggio e tradurlo nel presente: “Non dimentichiamo mai di guardare al mondo: la situazione in Siria. La questione palestinese. Il neo-protezionismo americano. L’antifascismo nel 2018 bisogna vederlo come un’analisi critica delle ideologie autoritarie e discriminanti.  L’antifascismo è un insieme di valori, idee, domande che riguardano i rapporti tra le persone, tra cittadini e potere, tra forze politiche. Le nuove generazioni di antifascisti, che posano lo sguardo verso il futuro con ansia e incertezza, devono prendere quello che c’è di buono nelle esperienze passate e usarlo per affrontare le sfide del presente. Le risposte a queste sfide non sono la chiusura, la nostalgia, il nazionalismo; ma l’inclusione, la non discriminazione, la capacità di pensare al domani con una visione di crescita condivisa, con una visione europea di pace e cooperazione fra popoli”. (Raffaele La Regina 24 anni – Potenza, Liberi di, lettera alla mia generazione, dalla rubrica Invece Concita, La Repubblica 26 aprile 2018).

C’è necessità in questo tempo, di coraggio, da vivere e da trasmettere ad altri.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCF6356.JPGDt 26,4-10;Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Queste parole che rinviano ad un storia di maltrattamenti e di dolore racchiudono anche la scoperta di un incontro. Il Dio d’Israele si rende vicino in una storia di liberazione: l’alleanza è incontro di vita in un cammino. La fede, accoglienza ed esperienza di tale incontro è espressa come racconto.

Il volto di Dio assume i tratti di una presenza che agisce, e libera: ascolta il grido dalla sofferenza dell’oppresso, scende a liberarlo. E’ il Dio grande e potente e nello stesso tempo il Dio vicino che si prende cura: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. La terra donata diviene il segno dell’attuarsi della sua promessa nel liberare dall’oppressione e dalla violenza.

Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di persone schiacciate dai regimi autoritari, di popoli come quello siriano, devastati dall’oppressione e dalla violenza.

Questa pagina suggerisce due atteggiamenti. Il primo: il credere è cammino e storia che coinvolge l’esistenza e può essere comunicata come racconto. E’ racconto di vita ma è anche racconto perchè la nostra vita è storia, cammino continuo che va facendosi negli incontri e nel tempo.

Il secondo: la fede che si apre al volto di Dio vicino e liberatore non può non generare scelte di vicinanza e di liberazione verso tutti quelli che soffrono a causa di ingiustizie e oppressioni.

Luca, come Matteo, presenta il momento delle tentazioni di Gesù: la conclusione viene posta non su di un alto monte (come fa Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore della città santa. Gerusalemme ha un’importanza tutta particolare per Luca: da lì tutto prende inizio con l’annuncio a Zaccaria, e a Gerusalemme si conclude il cammino di Gesù nei giorni della passione e della morte.

Luca suggerisce così che la prova non è momento passeggero nella vicenda di Gesù, ma attraversa e copre la totalità della sua vita. A Gerusalemme, centro del tempo della storia di Israele e dello spazio, ha il suo culmine. Sulla croce Gesù vive l’affidamento radicale al Padre solo: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Di fronte alle tre ‘tentazioni’, la risposta di Gesù è una sola, il rivolgersi con fiducia a Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. Gesù non risponde alle richieste di sacro o ad esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane… ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’.

E’ invocato come ‘Figlio di Dio’ titolo del messia, atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Viene posta la questione della sua identità. Gesù risponde con il suo agire: non è un messia di una religione del sacro, non è messia portatore di dominio e di potenza politica o religiosa. Gesù rifiuta così la via dell’affermazione di una religione politica e trionfale.

Rigetta infine un messianismo spettacolare: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Non si getta dal pinnacolo del tempio. Il suo essere messia, mai rivendicato in modo esplicito,  trova espressione nel suo ‘passare facendo il bene’. I suoi gesti di bene sono agire che guarisce, risana, ridona speranza a chi è curvato: saranno compiuti per lo più nella distanza dalla folla alla ricerca di spettacolarità, di prodigi, facile ad entusiasmarsi in un’ottica di guadagno. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero, che risponde alla violenza con la mitezza e il perdono.

Luca situa l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo la genealogia. In essa Gesù era stato ricondotto fino ad Adamo. In lui la storia dell’umanità trova un punto di riferimento centrale. Gesù poi vive le prove indicando la prospettiva della sua vita, l’affidamento a Dio: è il Padre misericordioso al centro della sua vita, colui che desidera abbracciare i suoi figli resi capaci di libertà.

Quaresima può divenire tempo per scoprire la nostra storia come racconto, per continuare un cammino in cui al centro scoprire l’agire di Dio che scende a liberare per rendere capaci di umanità.

Alessandro Cortesi op

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Tempo della prova

Il tempo della prova è il tempo dell’autenticità. Non è un tempo di cui è possibile fissare limiti. La prova si presenta in molti modi ed è la sfida di una vita in tutti i suoi momenti. L’intero cammino di chi nella vita s’interroga, non passa distante e distratto di fronte a ciò che accade fuori e dentro, è luogo di prova.

Prova significa incertezza, crisi, fatica di comprendere, senso di impotenza. E’ anche apertura a contestare le facili offerte, le piacevoli soluzioni, a vivere il coraggio di percorrere sentieri non battuti, difficili, nascosti. E’ tempo di passaggi, tempo di sfide in cui imparare volta a volta a rispondere in modo nuovo, non scontato. Tempo della prova è anche tempo in cui non tutto è previsto e calcolato.

Quando si volge lo sguardo indietro si scopre, come la meta stessa la si incontra nel cammino e come il cammino apre ad orizzonti che non si pensavano lontanamente al momento della partenza.

La nostra epoca ha sete di ripensare e rivivere in modi nuovi una ricerca profonda, di spiritualità, di ricerca di Dio, di possibilità di vivere insieme ad altri. Per vie nuove, per vie in cui ciascuna e ciascuno è interpellato e coinvolto personalmente. Senza reti di protezione, senza appoggi fasulli. Smascherando le vuote devozioni e superstizioni che sviano e inquinano le ricerche profonde, nascoste, fuori dalle mappe con confini ben tracciati.

Le sfide della tecnologia che avvolge tutto, la condizione del mondo segnato dal dominio di chi regge le economie e dei poteri finanziari costituiscono oggi il contesto in cui viviamo la grande prova di una vita in cui non accontentarsi delle facili e consolatorie offerte. Sono anche le costruzioni religiose di chiese, il dominio di gerarchie, i sistemi di pensiero e di vita esclusivi, incapaci di incontro, indifferenti agli oppressi. E’ tempo in cui riprendere in mano profondamente la sfida del credere come ‘prova’ per l’umanità intera.

Mariano Corbì (Valencia 1932), pensatore catalano, direttore del ‘Centro di studio delle tradizioni di sapienza’ a Barcellona, ha affrontato la sfida di coltivare una spiritualità connotata per la creatività, capace di oltrepassare i limiti di credenze e ortodossie che escludono. Cercatore di sapienza, il suo impegno è stato quello di rileggere in profondità le tradizioni spirituali diverse che hanno portato a qualità umana nella vita di chi ci ha preceduto, per orientare in modo nuovo il nostro futuro.

Sintetizza gli elementi fondamentali di una ricerca spirituale nell’interesse per la spiritualità , nel distacco da una preoccupazione per sé e dei propri beni, e nel silenzio per concentrarsi e per de-centrarsi sull’Altro e sugli altri. Nel suo percorso di ricerca spirituale nel tentativo di scorgere le trasformazioni del mondo in cui viviamo ha espresso in un testo nelle sue ‘Lettere a Dio’ le profondità di una prova assunta in tutto il suo cammino.

“(…) Credevo che la religione fosse sottomissione e mi sono impegnato in essa, e ho finito per giungere alla libertà.

Credevo che la vita fosse un cammino tracciato, passo dopo passo, ma non c’è cammino.

Credevo che si dovesse credere, e il cammino libera dalle credenze.

Credevo che la religione fosse inquadramento in un esercito ben organizzato e compatto, in cui sentire il respiro e la vicinanza di coloro che marciano con te, e sono stato costretto a scoprire che devo andare completamente solo.

Credevo di sapere ciò che si doveva pensare e sentire, e sono giunto a comprendere che la vita passa per una luce e un fuoco silenzioso.

Credevo di sapere che cosa bisognava fare, e sono giunto a comprendere che non c’è nulla da fare.

Credevo di camminare verso te, e ho dovuto comprendere che nella misura in cui la via si avvicina a te, ti confonde nella nebbia e mi dissolve come un tenue vapore.

Credevo che il cammino di Gesù fosse il cammino della salvezza e ho dovuto comprendere che non c’è nulla da salvare.

Credevo di dovermi sforzare con il tuo aiuto, e ho dovuto comprendere che il lavoro da fare è più tenue e sottile di sforzarsi, perché è un accorgersi misterioso, che più che ‘fare’ è un ‘non-fare’.

Credevo che percorrere il cammino consistesse nel coltivare lo spirito e allontanarsi dalla carne e sono giunto a comprendere che la via del silenzio è una trasformazione del sentire e della percezione.

Credevo che il cammino allontanasse dal mondo, e sono giunto a comprendere che il mondo è il suo discorso, la sua manifestazione, il suo angelo di luce.

Credevo che tu e io fossimo due e sono giunto a comprendere che ‘non ci sono due’.

Credevo che credere in te fosse credere in ciò che non si vede e sono giunto a comprendere che sei il Chiaro, il Manifesto.

Credevo nella chiesa cattolica, apostolica, romana e sono giunto a credere ai cristiani, e agli indù, ai musulmani, a tutti e a nessuno di essi.

Il tuo cammino è un cammino che va di perplessità in perplessità. Per questo è un cammino nascosto.

Cercavo in te la Verità, e ho dovuto comprendere che la Verità non è alcuna formulazione. La Verità, che è la tua verità, è silenzio, presenza e certezza. Questa è anche la mia verità.

Dio liberami dalla paura nel percorso del cammino che mi rimane e libera dalla paura tutti coloro che ti cercano. La paura sta portando fuori strada i pastori e le greggi”. (Tratto da Marià Corbí, Cincuenta cartas a Dios, Madrid PPC, 2006)

Alessandro Cortesi op

III domenica – tempo ordinario anno C – 2016

decani-monastery-fresco2Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

“Tutto il popolo piangeva mentre ascoltava le parole della legge”. La grande scena descritta nella pagina del libro di Neemia reca in sé due messaggi propri dell’esperienza del ritorno di Israele dall’esilio e che presentano anche aspetti su cui riflettere in modo critico per vivere l’esperienza di fede oggi.

Un primo messaggio sta nella centralità e nell’importanza dell’ascolto del libro della legge. Durante l’esilio e nella fase successiva l’esperienza di fede di Israele si concentra sul libro che reca la legge di Dio. Dopo la conquista di Gerusalemme e la deportazione ad opera dei babilonesi nel 586 con le conseguenze drammatiche della perdita della terra e della distruzione del tempio, la spiritualità di Israele si concentra sulle promesse, sulla Parola di Dio ricevuta.

L’ascolto è il richiamo proprio dei profeti dell’esilio. Nel periodo successivo, del ritorno e ristabilimento esso trova formulazione il libro. L’assemblea che ascolta il sacerdote Esdra mentre legge il libro della legge esprime questo movimento di nuova concentrazione attorno alla legge e il libro assume una rilevanza particolare come indicazione della Parola al cuore dell’esistenza di Israele, nutrimento della fede.

Questa pagina pone un secondo accento: il libro che contiene la parola di Dio nella legge è letto e spiegato dai leviti. Viene a comparire una classe di sacerdoti che hanno le chiavi della legge e si pongono in qualche modo al di sopra del popolo. La spiritualità dei sacerdoti che troverà affermazione in questa fase della storia di Israele sottolineerà fortemente la funzione sacerdotale in quanto mediazione, ma con tutti i rischi connessi di divenire un potere preoccupato della propria conservazione. Si attua così una lenta sottrazione della Parola di Dio ad un ascolto di tutto il popolo: essa viene fatto passare attraverso una mediazione necessaria del libro letto e interpretato.

Gesù è presentato da Luca come ebreo non appartenente alla classe dei sacerdoti. La sua lettura del libro, il rotolo di Isaia nella sinagoga, è azione che richiama il compito e servizio di ogni ebreo adulto, che può leggere e commentare la Scrittura in mezzo all’assemblea. Gesù legge una pagina di Isaia che parla dello Spirito che consacra e invia il profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio”. Luca vede questo momento come inizio della missione di Gesù. E’ anche manifestazione del suo cammino come inviato. Gesù compie la missione del profeta mandato ai poveri. Nelle parole di Isaia il messia era colui che avrebbe portato liberazione a partire dai poveri. Luca fa intravedere in Gesù il volto di chi si fa povero e in questo ‘oggi’ prende tutte le speranze e le accoglie. Tutta la sua vita è nella linea di portare liberazione e salvezza: proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vita, rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Luca legge il tempo di Gesù come tempo con carattere nuovo: è occasione in cui scorgere la tenerezza e la vicinanza di Dio, la sua grazia. E’ così un tempo di grazia che compie le attese, un oggi in cui Dio si fa vicino portando liberazione e salvezza: “oggi si è compiuta questa scrittura”. L’ascolto a questo punto rinvia non ad un libro, ma alla vita di Gesù.

Nella prima lettera ai Corinzi Paolo invita ad intendere la vita della comunità come un corpo, in cui ogni membro è importante e ad ognuno è dato qualcosa, un dono per l’utilità di tutti e in vista dello scambio e del bene comune. La diversità delle membra del corpo non è un fattore di negatività, è piuttosto motivo per scorgere come non tutti hanno i medesimi don e non tutti sono chiamati a fare le medesime attività e servizi. Se tutti sono invitati a scoprire un dono proprio, ciascuna e ciascuno è chiamato a scorgere un compito e un servizio specifico a cui dedicarsi. “Tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo…. Tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Il respiro di vita del corpo è lo Spirito che inizia una umanità nuova: questo corpo viene indicato come ‘Cristo’. Il corpo per Paolo è grande immagine che esprime la vita stessa di Cristo che coinvolge in se stesso tutti coloro che condividono la sua vita e la continuano e prolungano vivendo come lui. Al centro è la considerazione di Gesù Cristo che accoglie con sé e fa vivere della medesima vita.

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Il libro e le parole

Ascoltare l’esperienza di un credente musulmano nei confronti del libro può essere occasione per scoprire la sensibilità propria di una fede radicata nella recita e nell’ascolto del libro ma anche per comprendere meglio il rapporto di un credente cristiano nei confronti della Bibbia come libro che rinvia alla Parola di Dio e alla vita di Gesù.

Nasr Hâmid Abû Zayd è uno studioso del Corano. Nel suo testo Una vita con l’Islam, a cura di Navid Kermani, (Bologna, Il Mulino 2004) ripercorre la sua vita a partire dal tempo della sua infanzia in un villaggio rurale nell’Egitto Quhâfa, segnato dalle trasformazioni culturali del dopoguerra, in un mondo in cui in cantastorie lasciavano spazio alla radio, le famiglie dormivano tutte insieme in un unica stanza e la nicchia con scaffali, la kutbiyya, era il luogo che conservava nella casa i documenti importanti e dove il Corano era posto.

La sua vita è segnata dall’apprendimento del Corano nel kuttâb, la scuola coranica: “Nel kuttâb non vi era nemmeno una sedia di paglia: assieme all’‘arrif sedevamo sulla nuda terra, mentre lì accanto, presso lo shaykh c’erano quelli che memorizzavano il Corano. E siccome sognavo di trovarmi anch’io nella stanza accanto ero particolarmente diligente” (p.32). In quell’ambiente impara a memoria il libro e già all’età di otto anni diviene capace di recitarlo.

“Il Corano recitato … scandisce la vita della comunità e del singolo musulmano, anche se questi in molteplici situazioni non se ne rende nemmeno conto. Mi sembra che proprio nell’importanza rituale della recitazione, che travalica i confini della comprensione razionale, vada ricercata una delle ragioni per le quali i musulmani si attengono rigorosamente al testo coranico e hanno paura di uno studio critico letterario (…). La recitazione è molto importante perché il Corano non è un testo di lettura” (p. 36).

La prima parola della sura 95 considerata la prima rivelazione è l’invito a recitare (iqra’) e un detto di Maometto secondo la tradizione (hadîth) su questa rivelazione riporta come lo stesso Gabriele disse a Maometto ‘recita’ nel senso di ‘ripeti le mie parole’ (p.138).

Abû Zayd narra così il suo percorso che lo condusse con grandi difficoltà a passare da una condizione di figlio di contadini a poter frequentare la scuola. Poi le prime esperienze di lavoro tecnico mentre il desiderio coltivato nel cuore era quello di proseguire nello studio del Corano. La sua storia personale si intreccia con quella dell’Egitto negli anni ’50 al tempo di Nasser, che morì nel 1970 e poi negli anni di Sadat e di Mubarak. Spiega così alcuni passaggi avvenuti nel modo di considerare la religione stessa all’interno del mondo islamico.

Sottolinea come il principio fondamentale secondo cui la religione consiste in ‘servigi nei confronti di Dio e in azioni’ (espressione che dà molta importanza al rapporto con Dio e all’aspetto pratico della vita soprattutto quelle azioni che hanno effetti sugli altri) trova una comprensione diversa ed una reinterpretazione nel Novecento passando dall’essere intesa ‘servizi a Dio e azioni’ al divenire ‘dottrina di fede e legge’: in tal modo si aprì la strada ai fondamentalisti che interpretavano il binomio nel senso di ‘religione e stato’ (p. 68).

La sensibilità di Abû Zayd è però diversa: la fede costituiva per lui una forza per il singolo e la preghiera un’esperienza spirituale, il pellegrinaggio un’esperienza da cui si tornava colmati di bellezza, principio fondamentale della religione era quello del rispetto del più debole: “l’idea che religione e stato fossero la stessa cosa non rientrava nei principi della religione che ho appreso” (p.68).

La sua passione, l’aiuto fondamentale della famiglia lo condussero a divenire uno dei docenti all’Università del Cairo, appassionato dell’insegnamento, soprattutto del rapporto con gli studenti nel far emergere in loro la capacità di pensare e di rapportare il passato con il presente. Giunge così ad approfondire un approccio al Corano ricco dei suoi studi letterari e scrive Il concetto di testo. Il suo approccio al Corano non pone in discussione la sua valenza spirituale, ma lo legge con un tentativo di comprensione di tipo scientifico letterario sulla scia di alcuni studiosi come Muhammad Abduh e di Mahmud Muhammad Taha, sudanese giustiziato nel 1985 dopo essere stato ritenuto colpevole di apostasia (p.121).*

“Quando definisco il Corano un testo letterario non intendo assolutamente ridurlo ai sui elementi poetici. Il Corano è un’opera religiosa un ‘libro che indica la retta via’ come lo definisce Muhammad Abduh. Ma come arriviamo all’identificazione della retta via? Come dobbiamo comprendere il testo per arrivare ad essa? Lo dobbiamo decodificare…” (p.113).

Abû Zayd si pone nella linea dei mutaziliti, una antica scuola del IX-X secolo secondo cui la parola del Corano è creata: la lingua araba è infatti creata dagli uomini e non di origine divina. In quanto creata la parola va decodificata con strumenti umani, senza far venir meno il fatto che rechi in sé un messaggio religioso (p.119). Ma questa linea non ha prevalso.

“Temono che il Corano diventi ciò che è la Bibbia, cioè un libro ispirato che parla di Dio, non più il discorso stesso di Dio. Io trovo invece che non vi sia contraddizione tra l’esperienza sensibile e recitativa di un testo, da un lato, e la sua lettura e analisi scientifica come testo dall’altro” (ibid.)

A causa dell’impostazione dei suoi studi e della sua critica storica del testo coranico Abû Zayd ha dovuto subire l’esilio, approdando con la moglie Ibtihâl, a Leiden in Olanda. Conclude così il suo libro intervista: “L’esilio non è solo il mio destino, è il destino di tutta una generazione…” (p.198)

“Spesso rifletto su come siano potute nascere dalla fede dei musulmani tante complicazioni. L’Islam è una fede semplice, senza complicazioni. L’Islam mette in relazione il singolo essere umano con l’assoluto e dunque con l’universo o con l’essere (…) E’ una religione della comunità (…) E’ musulmano chiunque si prenda cura dei suoi simili e dell’universo e si impegni a lasciare una buona impronta in questo mondo (…) Chi si rende utile alla società, all’umanità, chi aggiunge qualcosa di buono al Regno di Dio, è figlio di questa comunità, che sia cristiano, ebreo, ateo, druso o qualsiasi altra cosa voglia essere. (…) Dio ci ha concesso capacità creative e l’uomo ha la facoltà di generare del bene nell’universo di Dio” (pp.214-215).

Alessandro Cortesi op

* per approfondire cfr. M.Campanini, Il Corano e la sua interpretazione, Bari Laterza, 2004 in part. il capitolo Letture contemporanee del Corano, pp. 98-128.

I domenica di Quaresima – anno B – 2015

Pencils-circle-660x493-e1423498044298Gen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Tre immagini possono essere raccolte dalle letture quali indicazioni di un cammino nel tempo della Quaresima, in preparazione alla Pasqua.

La prima immagine è quella dell’arcobaleno: “Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio né più il diluvio devasterà la terra… Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.

L’arco è arma di guerra, di opposizione: Dio lo ripone, appendendolo tra le nubi, per sempre. E’ forte immagine poetica. Da segno di guerra l’arco viene trasformato nella sua funzione e reso promessa di una pace che unisce cielo e terra. Ancor prima del patto offerto ad Abramo, c’è un legame, un patto per sempre che coinvolge non solo un popolo ma tutte le genti e l’intera creazione. E’ un disgno di pace come orientamento dell’esistenza che unisce umanità alla terra e al cielo, disegno di Dio e desiderio umano. Tutta l’umanità reca in sé una promessa di pace: uomini e donne di ogni lingua popolo, razza e religione… Ed anche le piante, le creature della terra e gli animali sono coinvolti in questo orizzonte di vita, di pace, di sintonia che unisce cielo e terra. Appare qui un volto di Dio che reca pace alla terra e il volto di una umanità e di una creazione destinate ad un compimento di pace. L’alleanza con Noè ci parla di un disegno di incontro che coinvolge ogni persona e tutta la ‘realtà bella’ uscita dalle mani di Dio nell’evento della creazione.

La seconda immagine è quella di una discesa. La prima lettera di Pietro legge la vicenda di Noè e il diluvio come figura del battesimo, segno di inserimento della nostra vita nella vita di Cristo e della chiesa. Il battesimo, segno della Pasqua unisce inizio e fine. E nel battesimo una immersione in quella discesa vissuta da Gesù. “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che racconta la Pasqua. Proprio all’inizio di Quaresima è suggerito uno sguardo al punto finale. Nella tradizione occidentale la Pasqua è vista come una salita: la risurrezione (‘rialzamento’) vede Gesù che sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, proprio della tradizione dell’Oriente. È quello della discesa: Gesù risorto, passato attraverso il buio della morte scende agli inferi per prendere per mano e per liberare una umanità in attesa. Adamo ed Eva sono le figure che simboleggiano in affreschi, mosaici e dipinti, l’umanità che attende liberazione. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare.

Una terza immagine: il deserto. Nel deserto, luogo inospitale, Gesù vive l’esperienza di un’armonia nuova. E’ la vicinanza di Dio. Anche nel luogo della prova ci sono presenze di Dio vicine: gli animali del deserto, gli angeli lo servivano. Il deserto, luogo dell’aridità e della prova, è anche luogo della solitudine davanti a Dio, dell’alleanza, nuovo giardino della creazione. Gesù è così presentato come nuovo Adamo che vive in una sintonia nuova con la natura e il mondo animale: le fiere e gli angeli. Qualcosa di nuovo sta iniziando con la sua vita e coinvolge tutto il cosmo. Marco descrive una breve scena ma tutta la vicenda di Gesù è cammino nella prova. In tutta la sua vita egli si è dovuto confrontare con la prova, tentazione, fondamentale: come intendere la chiamata ricevuta e accolta nel battesimo? essere il messia in ascolto del Padre o seguire i progetti di dominio, di prepotenza e di successo? Essere il Figlio che risponde alle attese di miracoli, di dominio, di affermazione religiosa come potere, o vivere come il ‘servo’ che dona la sua vita?

Il primo annuncio di Gesù è la bella notizia del regno di Dio che si è fatto vicino. E’ una parola che dice la solidarietà di Dio con noi, con la storia. Da qui il richiamo, l’imperativo a convertirsi e a credere. La bella notizia si fa appello per essere accolta e per un affidamento. L’irrompere del regno è espressione che va tradotta nel modo di intendere non una nuova signoria, non la sottomissione ad un nuovo padrone, ma la vicinanza di un Tu amante, dal profilo di padre materno, che desidera vita e liberazione per ogni figlia e figlio, che apre ad un mondo in cui nessuno sia scartato o tenuto fuori, nessuno sia escluso.

CruciscoptiAlcune riflessioni per noi oggi

Un’alleanza che coinvolge cielo e terra diviene oggi una questione radicale per la vita presente e per le generazioni che verranno. “Il problema climatico è piuttosto semplice. Nel momento in cui l’attività umana produce la maggior quantità di gas a effetto serra, vengono distrutti (…) gli spazi naturali di assorbimento di tali gas: le foreste e gli oceani. Il risultato è che il pianeta ha perso la capacità di rigenerarsi e che ora avremmo bisogno di un pianeta e mezzo per ripristinare l’equilibrio della natura” (François Houtart, Un grido d’allarme, Adista 14 febbraio 2015,13). Le tre grandi aree mondiali di riserve forestali sono state o quasi interamente impoverite come la Malesia e Indonesia, o sono in pieno processo di devastazione come le aree del Congo e dell’Amazzonia. Si pone davanti a noi la questione di una trasformazione del modello di civlità passando dall’ideologia della crescita ad una ‘conversione ecologica’. E’ un tema che investe responsabilità dei governi e a livelli macro, ma anche richiede cambiamenti di stili di vita nel quotidiano. La terra è partecipe di un’alleanza e di un disegno di salvezza di Dio sulla creazione.

Viviamo un tempo in cui la barbarie avanza: le immagini di esecuzioni sommarie di persone innocenti hanno generato in questi giorni orrore e reazione. Segno di barbarie è anche il commercio delle armi, e l’uso di armi sofisticate che sta dietro all’affermarsi di forze che usano violenza. E ancora, la logica che si sta inoculando ancora è quella della guerra pensata come via di risoluzione dei conflitti e unica via per fermare gli assassini. Non scendere a compromessi con la violenza, rimanere forti contro la barbarie non implica necessariamente l’uso dello strumento della guerra. Al contrario la consapevolezza che ogni violenza genera altra violenza e che solo rompendo questa catena si può invertire l’aumento della barbarie può essere criterio guida per scoprire oggi una promessa di pace affidata alla nostra responsabilità. L’ultima relazione sull’export di armi italiane nel mondo afferma “che il conflitto, finché non bussa alle porte, fa bene all’Italia. Per quanto opaco e approssimativo, il documento certifica che nel 2013 non c’è stato alcun crollo nelle esportazioni di sistemi militari italiani come sovente sostenuto dalle imprese e da ambienti della Difesa: sono stati infatti spediti nel mondo armamenti made in Italy per oltre 2,7 miliardi di euro (€ 2.751.006.957) (…). E dunque l’Italia che vuole imporre la pace nel mondo continua ad armarlo alla guerra” (Thomas Mackinson, Libia, l’Italia fa affari su export armi. Ma il Parlamento non ne parla da 8 anni, “Il Fatto quotidiano” 18 febbraio 2015)

Come ha ricordato un documento elaborato da Rete della Pace, Campagna Sbilanciamoci e Rete Italiana per il Disarmo: ” riteniamo che sia necessario dispiegare una molteplicità di azioni, tra le quali: (…) Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e di petrolio, le complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione. Un modo per non diventare complici in un conflitto che ci vede già molto responsabili, e per non essere “imprenditori di morte pronti a fornire armi a tutti” come ha ricordato oggi lo stesso Papa Francesco. (cfr. Reti Pacifiste e disarmiste: “Guerra e intervento militare non sono soluzione per la martoriata Libia”, “Il Manifesto” 19 febbraio 2015).

Gesù nel suo discendere fino alla morte si fa vicino a tutte le vittime e scende fin negli abissi più profondi del male per liberare ad una vita nuova. Chi lo accompagna nel suo discendere è oggi testimone martire, come i ventuno operai egiziani copti, uccisi in Libia solamente in ragione del loro essere cristiani: mentre venivano uccisi si affidavano al Signore Gesù pronunciando il suo nome. Insieme a loro Lui stesso discendeva per aprire, nella loro prigionia, la speranza di una vita oltre la morte. Il loro sangue testimonia la speranza di una pace nell’accoglienza e nella cura per l’altro.

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno B – 2015

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(Marc Chagall, Profeta Isaia)

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

 “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole”. La promessa al cuore della pagina del Deuteronomio riguarda l’azione di Dio che farà sorgere un profeta. Profeta nella Bibbia non è una sorta di mago ‘lettore del futuro’ piuttosto è uomo della Parola. La sua vita è segnata da una chiamata proveniente da un intervento di Dio, dal suo comunicarsi: il profeta non si fa da solo, viene suscitato, scopre una parola altra e da altrove che lo chiama e lo invia. La sua vita è trasformata per essere a servizio di altri in un rapporto che si allarga, in una corrente di comunicazione.

I profeti saranno la risposta, in ogni circostanza, soprattutto nei momenti più difficili alla richiesta – presentata da Israele sul monte Oreb (Dt 5,23-28) – di potersi accostare senza timore a Dio: una risposta ad una richiesta di vicinanza di Dio. Dio si fa vicino attraverso la voce e la vita di qualcuno, fratello tra gli altri, a cui egli pone sulla bocca le sue parole. Così il profeta, uomo della parola, è ‘colui che parla davanti’: la sua parola non proviene da lui, ma dipende da un ascolto che coinvolge in primo luogo sua esistenza e si prolunga nell’ascolto richiesto a tutto il popolo.

La sua parola è eco, rinvio, memoria, ma anche interpretazione del presente. Per questo il profeta è figura scomoda per ogni tipo di potere e trova opposizione e sospetto di essere voce di illuso o di sognatore. Ma il futuro diviene possibile solamente come risposta alla Parola di Dio annunciata dal profeta. La sua è azione in favore di tutto un popolo e in mezzo al popolo: un profeta in mezzo ai fratelli, quasi una apertura alla promessa che tutti nel popolo di Dio sono chiamati ad essere profeti, a vivere un ascolto vivo della Parola di Dio.

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù stesso come ‘uomo della parola’. Il verbo ‘insegnare’ ritorna con insistenza in questo brano. Gesù insegna e lo fa come uno che ha autorità, non come gli scribi. Si tratta di un insegnamento – parole – che sgorgano dalla sua vita. Un insegnare con autorevolezza allora più che autorità: continuità e coerenza tra interno ed esterno, tra parole e vita. Gesù rifugge le forme del potere autoritario, ma la sua parola suscita stupore perché espressione della sua vita, dell’orientamento di fondo di tutto il suo agire.

La scena è presentata nel giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge, all’interno della sinagoga, a Cafarnao. Proprio lì, nel luogo religioso della sinagoga c’è un uomo ‘posseduto’, oppresso, in una condizione di sottomissione a forze che lo dominano: una malattia, una condizione di impurità che lo tiene sofferente ed emarginato, incapace di essere se stesso. C’è un contasto sottolineato da Marco tra l’insegnare di Gesù, profeta e maestro e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo. “‘che c’entri con noi Gesù nazareno? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù lo sgridò: ‘Taci, esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Gesù impone di tacere ad una voce che grida la sua identità. E’ riconosciuto come il santo, ‘unto’: è il riconoscimento della sua esperienza nel battesimo. La forza dello Spirito ricevuta lo ha inviato e lo fa entrare a contatto con tutto ciò che è impuro. Gesù invita al silenzio: ‘Ammutolisci ed esci da lui’. Al centro del luogo religioso – ci dice questo passo – è presente la forza del male in contrasto con la parola di insegnamento di Gesù. Gesù si manifesta come colui che libera l’uomo da ciò che lo sottomette, lo strazia e non gli permette di maturare una capacità di ascolto. Il suo insegnare si fa gesto di liberazione. La sua parola diviene azione e apre il passaggio dal grido all’ascolto. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. Non una parola che fa morire, ma un parola che apre la possibilità di vivere.

Quell’uomo gridava, dominato dal male, contro la ‘forza debole’ della parola di Gesù: la sua era purtuttavia un riconoscimento della sua identità, una professione di fede anche, gridata, che copriva il suo insegnamento. Gesù si contrappone ad una fede ‘gridata’, si oppone sorattutto a tutto ciò che divide la persona dentro di sè e la tiene oppressa.

Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso. Il suo gesto libera e permette che quell’uomo sia restituito alla sua libertà, a se stesso, non più dominato e sottomesso. Marco delinea in Gesù il modello di un profeta che insegna lasciando spazio alla crescita, alla vita di ognuno. Ciò suscita meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’ e si poneva come parola significativa, capace di comunicare, di restituire alla vita. Non si tratta di una ‘dottrina’, è piuttosto insegnamento vivo, capace di coinvolgere la vita, capace di aprire un rapporto di libertà.

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Alcune osservazioni per noi oggi.

Parola e profezia. La parola di un profeta non è parola senza tempo, ma richiamo che pone insieme fedeltà a Dio e interpretazione del presente. Cosa il Signore ci chiama a vivere in questo tempo, in questa storia? Come comunciare la vicinanza di un Dio che non è lontano e inarrivabile, o peggio Dio del giudizi e della condanna, ma Dio dell’ospitalità e della vicinanza che si fa incontro nei gesti e nelle parole umane? Abbiamo bisogno di profeti, di coloro che si sono lasciati coinvolgere nel cammino della fede. Ma abbiamo anche bisogno di non cadere in una mentalità della delega: fossero tutti profeti nel popolo di Dio…

C’è una presenza di profeti nascosti, quelli del quotidiano, tutti coloro che si chiedono in modo ordinario e quotidiano come tradurre il vangelo nell’esistenza e cercano di farlo, senza alcuna pretesa di riconoscimento. Questi sono i profeti, uomini e donne della Parola, capaci di portare visioni di creatività e di porre segni di un mondo nuovo diverso in mezzo ai loro fratelli. Forse il desiderio di protagonisti e di figure eccezionali ci distoglie dall’attenzione all’ascolto dei profeti del quotidiano, ed anche di scoprire la chiamata ad essere profeti che sta al cuore dell’esistenza di ogni persona. E questo non nella linea di una esaltazione del singolo, ma proprio nel cercare di essere profeti insieme.

Come favorire percorsi in cui accogliere la chiamata ad aiutarci ad essere profeti insieme? Nell’ascolto di ciò che la Parola del Signore – che si fa viva nelle parole della vita – ci chiede oggi. La parola del profeta è rinvio alla parola di Dio che destabilizza e fa cambiare, che apre alla speranza e suscita liberazione. Quale impegno per una prassi di umanizzazione oggi?

Insegnare e agire: Gesù presenta un insegnamento con autorevolezza. C’è una linea di coerenza che suscita interrogativo e stupore nel parlare di Gesù. La sua parola fa riferimento al suo agire e diviene luce dei suoi gesti. Non dottrina ma vicinanza e cura. Sta qui una grande provocazione a noi oggi per scoprire come la dimensione dell’agire, non solo nei termini di buone azioni episodiche, ma di un agire quale stile di attenzione ospitale, che innervi tutte le dimensioni del vivere, cha sia attitudine di fondo sempre da ricercare e in cui camminare.

Viviamo il senso di delusione e stanchezza di fronte a tante parole che nascondono dietro a sé un vuoto. E’ lo sfiancamento delle parole: ma le parole riprendono vita quando sgorgano da un agire che ‘parla’ e si fa forza interiore e rinvio ad una parola che innerva la vita. Forse a questo siamo chiamati oggi: potremmo chiederci quali sono le scelte e le modalità di vita ordinaria che rendono leggibile il vangelo anche senza tante parole. Per ridare spazi di libertà a chi in tanti modi è posseduto e spossessato di se stesso, nelle diverse forme di dipendenza e schiavitù che la vita oggi propone: ci sono le dipendenze dai miti del denaro, della superficialità e della faciloneria e di una logica di vita nel consumo e nello sfruttamento di beni. Ci sono dipendenze drammatiche nel gioco, nel divertimento vacuo, nell’inseguire tutto ciò che fa apparire e rende protagonisti o ‘più scaltri’ o ‘primi’. Ci sono dipendenze dai mezzi tecnologici che non aiutano ad alzare sguardi e mente sulla realtà… Assumere lo stile di insegnamento di Gesù, il suo accostarsi per liberare apre a gesti concreti per restituire alla vita perché ognuno possa realizzarsi non nella chiusura ma nell’ascolto e nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

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