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III domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Nei discorsi riportati negli Atti degli Apostoli si possono scorgere gli schemi della prima predicazione su Gesù dopo la Pasqua. Al centro sta la testimonianza della sua morte e della risurrezione. Nel discorso a Gerusalemme Pietro pone in luce il contrasto tra l’agire degli uomini, di rifiuto e rinnegamento nell’uccidere Gesù e l’azione potente del Dio di Abramo e dei padri che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’. A Lui l’Abbà, Gesù ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi consegnandosi nel momento della morte (Lc 23,46). E il Padre lo ha risuscitato dai morti. Con il suo intervento di potenza e di vita il Padre ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’.  La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento di quel farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’. E pone l’esigenza di un cambiamento, di una trasformazione della vita accogliendo il Santo e il Giusto e seguendo le tracce del suo cammino.

Di questo anche parlano i racconti delle apparizioni di Gesù. Queste pagine possono essere lette come tentativo di comunicare quell’indicibile esperienza di incontro in modo nuovo con il crocifisso dopo la sua morte. E sono anche indicazioni su come possiamo incontrarlo nella nostra vita.

Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, là dove tutto era iniziato e dove ora gli undici insieme ad altri, sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontrare Gesù. La prima preoccupazione sta nell’affermare che il Risorto è il medesimo  Gesù visto sulla croce e che la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto.

Luca intende contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità di persone provenienti dalla cultura greca, di chi disprezzava la corporeità e pensava la risurrezione solamente come immortalità dell’anima. L’esperienza dell’incontro con il risorto conduce a scoprire che Gesù non è un fantasma.

Nel racconto Gesù invita a toccarlo e guardarlo, ad incontrarlo in una vita che comprende tutte le dimensioni della sua persona. ‘Sono proprio io’. Il risorto è colui che riporta in una condizione nuova anche tutto ciò che attiene alla corporeità dell’esistenza umana. In contrasto con una religiosità tutta centrata nel ‘salvare l’anima’ Gesù propone ai suoi di assumere il movimento che ha segnato tutta la sua vita, di entrare nella logica dell’incarnazione, di far continuare quella forza di trasformazione della realtà che Lui ha testimoniato nei suoi gesti di cura, di tenerezza iniziando una storia diversa segnata dall’amore che rinnova e trasforma.

Chiede di mangiare con i suoi e torna a tavola: richiama i tanti gesti di condivisione e di accoglienza degli esclusi vissuti nel suo cammino terreno nelle tavole delle case attorno alle quali radunava marginali e irregolari. In questo gesto sta il significato della condivisione e del suo stare in mezzo alla sua comunità ora in modo nuovo, che richiede uno sguardo rinnovato, e rinvia ad incontrarlo nella storia e nella vita laddove si attua la condivisione.

Gesù in mezzo ai suoi offre loro anche un’importante indicazione sui luoghi in cui ritrovare la sua presenza di Risorto. Apre infatti loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita a ritornare alle Scritture e scoprire il disegno di fedeltà di Dio nella storia: quello è un luogo in cui incontrare il Risorto. Il mangiare insieme e la condivisione concreta del pane della vita è ancora luogo d’incontro.

Ed ancora l’essere radunati dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Il dono del risorto e il saluto della pasqua è il saluto della pace. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

Alessandro Cortesi op

Non sono fantasmi

Non sono un fantasma… L’incontro con Gesù risorto rinvia i discepoli a scorgere l’importanza della corporeità. L’incontro con lui passa attraverso i corpi crocifissi di quanti subiscono la violenza e l’ingiustizia come lui.

Il pensiero non può non andare a uomini e donne sottoposti nelle diverse aree del mondo a  situazioni di violazione di diritti umani fondamentali. Non sono fantasmi: chiedono e implorano di essere accolti alla tavola in cui condividere parte dei beni della terra. E’ implorazione di condividere, il pane, in questo tempo della pandemia è richiesta di condividere i vaccini che possono evitare morte e sofferenza.

Non si può tacere di fronte ad una politica  europea e italiana che continua i respingimenti di esseri umani in violazione delle norme fondamentali di rispetto dei diritti e di soccorso. Anche in questi giorni continuano a giungere notizie non solo di naufragi dei gommoni pieni di persone che tentano di raggiungere l’Europa, ma anche di respingimenti attuati contro donne, bambini trattando persone in cerca di rifugio con la violenza e il disprezzo. Tutto questo dovrebbe suscitare l’indignazione e la reazione di tutti e delle comunità cristiane in particolare proprio in questo tempo di pasqua in cui si guarda al mistero della risurrezione del crocifisso,

Anche in questi giorni è stato documentato come avvengono i respingimenti di persone inermi abbandonando alla deriva barche con persone che implorano (cfr Nello Scavo, Grecia, le immagini choc di un altro respingimento in mare, “Avvenire” 14 aprile 2021)

Mentre accade questo in Libia il poliziotto trafficnate di uomini Bija viene non solo scarcerato per mancanza di prove relativamente ed accuse connesse al traffico di esseri umani e di commercio illegale di petrolio, ma anche promosso al grado di maggiore della cosiddetta guardia costiera libica: è accusato dalla Corte dell’Aia di crimini contro i diritti umani in quanto responsabile della gestione di traffici e di violenze e torture nei campi di detenzione dove i migranti sono trattenuti e sottoposti a torture e sevizie nell’area di Zawyah. (cfr. documentazione a cura del giornalista Nello Scavo)

Il Centro Astalli non cessa di ricordare ad ogni evento il dramma di tante persone e l’urgenza di cambiare orientamento di fronte ai migranti: nel comunicato stampa del 20 gennaio 2021 si legge  “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore. È evidente che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”.

E’ sconcertante che in questa situazione si siano ascoltate in sede di incontro ufficiale tra governo italiano e il nuovo governo libico espressioni da parte italiana di “soddisfazione per quello che fa la Libia nei salvataggi” (cfr. F.Mannocchi, Grandi affari in Libia: una torta da 450 miliardi di dollari. E l’Italia prova a giocarsi la partita, “L’Espresso”, 9 aprile 2021)

E tutto ciò mentre il governo italiano appare più preoccupato a favorire il commercio delle armi che vede in questi giorni la consegna all’Egitto della fregata multimissione Fremm, fornitura peraltro mai sottoposta alla verifica della Camera, confermando legami di interesse con un paese in cui sono in atto violazioni a livello generalizzato di diritti umani.

Scelte che favoriscono e assecondano violenza e scelte di commercio degli armamenti si manifestano in totale contrasto al riconoscere che l’umanità di Cristo va riconosciuta nei volti umani delle vittime dell’ingiustizia e dei torturati e dovrebbero suscitare un moto di reazione da parte di ogni credente in Cristo.     

Una valutazione della situazione generale aiuta anche a scorgere come sia urgente cambiare la narrazione riguardante la realtà delle migrazioni e delle richieste di asilo in Italia. Nell’ultimo anno si è registrato un calo delle richieste di asilo (-39%) e un aumento dei dinieghi: “Nel 2020 sono state presentate 26.963 domande d’asilo, in calo del 39% rispetto al 2019. Sul totale delle richieste esaminate dalle Commissioni territoriali per l’asilo (41.753), ben il 76% ha ricevuto un diniego; solo l’11,8% ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e il 10,3% la protezione sussidiaria. Infine, meno del 2% ha avuto la cosiddetta ‘protezione speciale’” (Ilaria Sesana, Migrazioni quei rifugiati senza protezione, “Avvenire”, 15 aprile 2021).

Come sottolineare il prof. Maurizio Ambrosini (Chiari i dati e la realtà socio-economica. Immigrazione uguale crescita, “Avvenire” 10 aprile 2021 ) si dovrebbe radicalmente cambiare il modo di vedere la presenza dei migranti anche in questo momento di generale difficoltà nella realtà italiana. La sua analisi basata sugli studi dell’Istituto Cattaneo curato da Asher Colombo e Gianpiero Dalla Zuanna rileva innanzitutto che “dalla crisi del 2008 i flussi migratori verso l’Italia hanno perso vigore, fino a toccare nel 2020 il livello minimo degli ultimi decenni, con un saldo positivo di appena 80mila unità, nascite comprese (…) negli ultimi trent’anni gli arrivi dall’estero hanno largamente sostituito l’immigrazione interna nelle regioni centro-settentrionali, fornendo un contributo decisivo alla crescita del bacino di lavoratori manuali a disposizione di imprese e famiglie…”.

“La ‘gelata’ dell’immigrazione negli ultimi anni è una conseguenza della stagnazione dell’economia italiana. Lo sviluppo economico invece è associato all’immigrazione: la attrae, la impiega, ne trae beneficio. Già oggi l’immigrazione si concentra nelle regioni più prospere, con più occupazione e più benessere per i nativi. Basti pensare a quello che succede in ambito familiare: per ogni donna adulta di classe media che trova un lavoro stabile fuori casa, vi sono buone probabilità che a casa sua si generi almeno un mezzo posto di lavoro, e che a beneficiarne sia una donna immigrata. Se vogliamo riprendere a crescere, avremo bisogno d’immigrati. Se arriveranno, vorrà dire che avremo ripreso a crescere”.

Sono osservazioni che anche da un punto di vista di analisi della vita sociale dovrebbero far riflettere in vista di un radicale cambio di direzione nelle politiche migratorie, da orientare innanzitutto nel rispetto dei diritti umani ed in una lungimirante visione della vita sociale di un Paese e nel quadro internazionale.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno A 2020

Seminatore-Millet-Museum-Fine-Arts-BostonJean François Millet, Il seminatore, 1850 – Museum of Fine Arts Boston

Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

“Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Dopo la parabola del seminatore altre parabole sulla semina: quella del seme e della zizzania che crescono insieme nel campo altre, quella del seme di senapa e infine una breve parabola del lievito.

Le parabole costituiscono un linguaggio proprio di Gesù. Parlano di vicende quotidiane che potevano essere vissute da chiunque lo ascoltava. Ed in esse c’è sempre rinvio ad una realtà nuova, la vicinanza di Dio che cambia la storia prendendo le parti dei poveri e chiamando ad una trasformazione dei rapporti. Dio apre ad un futuro di liberazione e salvezza.

Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo, in cui Dio interviene per adempiere la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). E’ dono di speranza e di incontro per tutti, che non pone confini di appartenenza culturale e religiosa che richiede solamente fiducia in lui (cfr Mt 8,5-17).

Le parabole rivelano una prima attitudine di Gesù nei confronti delle persone: il suo parlare toccava la vita, richiamava all’esperienza umana, invitava ad uno sguardo profondo sulle cose di tutti i giorni, sulle realtà semplici e ordinarie lontane dalla sfera della religione. Con ciò indicava che nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro, vi è qualcosa da cercare: è la presenza del Dio vicino, liberatore.

Le parabole sono anche una chiamata: parlano sempre del ‘regno di Dio’: nella quotidianità è già presente il dono di una vita nuova. Le parabole nel loro essere racconti e paragoni richiamano a questa ‘novità’ e ad un impegno da accogliere.

Le tre parabole di questa pagina richiamano alcuni tratti del ‘regno dei cieli’. In primo luogo il regno non si afferma senza fatica e senza lotta; esige pazienza e attesa. Non risponde alle esigenze del magico e dell’immediato; richiede invece uno sguardo che si lasci formare allo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma ci sono elementi che possono soffocare il grano buono.

C’è chi vorrebbe subito fare chiarezza, mietere con violenza, separare i buoni dai cattivi. La parabola presenta la novità del regno: lo stile di Dio è la fiducia nella crescita, la pazienza dell’attesa, lo sguardo dei tempi lunghi. Il sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

E’ una parola su Dio. Ed è anche una chiamata ad essere responsabili del proprio ambiente: il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato. Gesù presenta lo stile di Dio, non del freddo giudizio ma della cura appassionata.

Una seconda caratteristica del regno è la sproporzione: la parabola del seme di senapa presenta la differenza tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza spropositata dell’albero. Il regno non si impone con mezzi grandiosi, ma è presente in realtà minuscole e che non attirano attenzione: Dio sceglie ciò che è debole, piccolo e disprezzato. A partire da quel seme quasi invisibile cresce un albero molto grande.

Una terza caratteristica del regno è la sua forza che fa crescere dall’interno: l’azione del lievito nella pasta, la fa levare con la sua energia nascosta. Gesù indica l’azione quotidiana dell’impastare. Seguire lui è intendere la propria vita come il lievito, in un movimento al servizio di una realtà più grande: nella pasta della storia e dell’umanità c’è un servizio da compiere per la crescita di una realtà più grande. Nascosto nella pasta il lievito si perde ma fa crescere la vita e offre la sua forza per una crescita di qualcosa di più grande.

Gesù indica anche uno stile: non la separazione, la contrapposizione nella condanna dell’altro, ma la silenziosa azione, la condivisione che fa crescere piano piano, non cercando il proprio interesse ma perdendosi all’interno della realtà. Questo è il modo di agire di Dio, che lascia spazio, condivide e scende. Questo dovrebbe essere lo stile dei discepoli, lievito nella pasta della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

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“Poche ore prima che il Parlamento confermasse, con una sparuta dissidenza, i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui si chiede di catturare i migranti in mare e riportarli nei campi di prigionia a terra, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire gettare degli esseri umani tra i carcerieri finanziati dall’Italia. “Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili”. Proprio così, “orrori inimmaginabili” li ha chiamati Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: “L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia”. Tutto inutile. Gli autori degli “orrori indicibili”, già denunciati dal segretario generale Onu e ribaditi dalla Corte penale dell’Aja, non dovranno spegnere la macchina istituzionale della tortura. Da governi diversi, il voto ha riunito tutti i protagonisti di questi anni, da destra a sinistra, riuscendo nel “miracolo libico” di creare una maggioranza trasversale nelle stesse ore in cui 65 esseri umani rischiano di perdere la vita mentre nessuno interviene: né le motovedette di Tripoli, né Malta e meno che mai l’Italia, ormai autorelegata all’interno delle acque territoriali”.

Così riferisce Nello Scavo su Avvenire (Vivi e morti abbandonati in mare. Partiti uniti contro i migranti, “Avvenire” 16 luglio 2020) denunciando con cognizione di causa, come l’Italia e i paesi europei stiano tradendo i principi affermati solennemente nei Trattati costitutivi e i fondamentali diritti di ogni uomo e donna riconosciuti a livello internazionale. La linea politica è quella di finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica formata dai medesimi sfruttatori e trafficanti di esseri umani che tengono i migranti prigionieri, torturati nei campi di detenzione in Libia.

La foto pubblicata sui quotidiani di un cadavere di un uomo in mare, adagiato su di un gommone sgonfio trascinato dalle onde, più volte segnalato nell’arco di due settimane perché fosse recuperato, e lasciato abbandonato è ennesima prova di quello che ormai tutti da tempo sappiamo e che viene documentato dalle ONG, da giornalisti, da organizzazione internazionali. E’ la situazione di una continua, sistematica e atroce violazione di diritti umani dei migranti che trovano in Libia un luogo di schiavitù e di sfruttamento.

Non vi è soccorso dei vivi durante le traversate in mare. Vi è impedimento in tutti i modi alle ONG di essere presenti per soccorrere per testimoniare le atrocità che stanno avvenendo nel Mediterraneo. Tanto meno vi è soccorso dei morti. Con la conferma del Memorandum di accordi con la Libia – che non è stato sottoposto a discussione e ratifica nel Parlamento – il governo italiano ricerca un’ immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico scaricando il lavoro sporco di deportare e tenere imprigionati i migranti alla cosiddetta ‘Guardia costiera’ libica.

Fa indignare la scelta del Parlamento italiano che ha trovato il consenso della maggioranza per approvare il rinnovo dei fondi di sostegno alla Libia con la conoscenza diffusa dei delitti e reati contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati in quel Paese immerso in una guerra civile e in cui dovrebbero essere evacuati tutti i centri di detenzione trasferendo coloro che sono tenuti prigionieri in luoghi sicuri.

Genera desolazione e tristezza la mancanza di volontà da parte di un governo che aveva preso l’impegno di abolire i decreti Salvini e di instaurare nuove linee di politica sulle migrazioni. Appare l’incapacità politica di sollevarsi da un clima avvelenato in cui la questione dei migranti e dell’accoglienza degli stranieri nelle società europee non viene affrontata in prospettiva costruttiva e con un progetto politico ma è lasciata quale tema di campagna elettorale continua facendo ricadere situazioni di atroce ingiustizia sulla pelle dei più deboli.

Al confine nordest dell’Italia altre violazioni sempre contro i migranti sono compiute e non trovano eco nei media. Gianfranco Schiavone dell’ASGI lo ricorda: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndr) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”. (cfr. G.Marcon, Il silenzio sugli innocenti, Huffington Post 13 luglio 2020).

In un accorato Discorso alla città nella festa di santa Rosalia mons. Corrado Lorefice vescovo di Palermo, richiamando il riferimento al mare Mediterraneo in questi terribili giorni, che prolungano anni drammatici e desolanti di disumanità, ha detto:

“E’ lo stesso mare nel quale oggi finiscono le vite e le speranza di tante donne e di tanti uomini dell’Africa e dal Medio Oriente, spinti dalla fame e dalla guerra verso il nostro Occidente e sottoposti per questo ad un esodo disumano: abbandonati nel deserto, catturati e torturati nei campi di concentramento libici, lasciati morire in mare o magari crudelmente respinti. Apro il mio cuore davanti a te stasera, cara Santuzza nostra, perché la pandemia sembra essere diventata un motivo ulteriore di disinteresse, di chiusura e di respingimento. Come se il nostro malessere fosse una scusa buona per chiudere la porta in faccia a quanti, ancora una volta da noi, hanno ricevuto, dopo secoli di soprusi e di rapine, anche il virus che si trova sui barconi. Giorni fa, addirittura, abbiamo avuto l’ardire di rimandare in Libia, nei campi di concentramento, un bambino neonato. E’ stato il colmo dell’abiezione. E stasera davanti a te io devo gridare basta: basta con questo egoismo omicida e suicida! Basta con questa miopia! Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide. I ‘traditori degli ospiti’, ricordiamocelo, Dante li getta nel fondo dell’inferno (cfr La Divina Commedia. Inferno, Canto XXXIII). Ma l’inferno per questi nostri fratelli è diventata, per causa nostra, questa terra. E’ diventato questo ‘mare salato’ di cui cantava il poeta, salato per le lacrime dei disperati che vi sono affondati senza riparo, senza una mano che li soccorresse, nella distruzione di ogni speranza”.

E’ tempo per coltivare pazienza, con la speranza contro ogni speranza perché possa crescere il seme buono dell’ospitalità e dell’incontro anche oggi su questa terra. E’ anche tempo che richiede coraggio e responsabilità per denunciare ed opporsi al diffondersi della zizzania della xenofobia, dell’egoismo, dell’indifferenza nel campo di questa storia.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno A – 2020

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Nel IV vangelo il dramma del buio e della cecità si contrappone alla luce, presentata come simbolo della rivelazione: ‘la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). La vicenda del cieco nato è uno dei sette ‘segni’ presentati nel vangelo. Non sono chiamati ‘miracoli’ ma ‘segni’. Tutti sono infatti orientati alla morte e risurrezione di Gesù, unico e grande segno in cui si rivela il volto di Dio amore che si consegna.

Il racconto è nel contesto della festa delle capanne, di sabato, al principio dell’autunno. La festa ricorda il cammino di Israele nel deserto. Il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe per attingere acqua e versarla sull’altare degli olocausti. Così il profeta Isaia parlava delle acqua di Siloe: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7) Le acque dell’Eufrate qui indicano la potenza dell’impero assiro con cui il regno di Giuda aveva cercato alleanza e sicurezza mentre le acque di Siloe divengono simbolo di fede nel Signore. Le mura di Gerusalemme nella festa delle capanne venivano illuminate con molti fuochi e si creava uno spettacolo suggestivo con le torce che squarciavano il buio della notte. Una festa con i simboli dell’acqua e della luce.

La narrazione descrive uno scontro di Gesù con ‘i Giudei’: così nel IV vangelo sono indicati gli uomini religiosi che sono preoccupati del proprio potere, chiusi in una religiosità di esclusione e discriminazione. Gesù entra in polemica con l’idea che la malattia sia una punizione di Dio o una retribuzione per un peccato. Rigetta anche una concezione fatalistica di fronte al male. I suoi gesti di bene manifestano il suo opporsi contro ogni tipo di male. La cecità del cieco non è segno di un peccato, ma diviene occasione del manifestarsi dell’operare di Dio che vuole la vita.

La guarigione del cieco è presentata come azione laboriosa, compiuta nel giorno di sabato. E’ un gesto di rottura nei confronti di una religiosità che pone l’osservanza religiosa del tempo sacro al di sopra della cura per le persone.

Il percorso del cieco non è solo lento recupero della vista ma diviene segno di una progressiva apertura al credere come nuovo modo di vedere – e si fa riferimento all’acqua e alla luce che nella tradizione cristiana sono i segni del battesimo (nella prima chiesa il battesimo stesso era indicato come illuminazione) -.

Il cieco diviene un esempio, una figura tipo che si apre ad una novità accogliendo il dono di vita di Gesù: i suoi occhi sono aperti. Al centro è l’incontro con Gesù. Interrogato dai ‘giudei’ che non sanno vedere, il cieco risponde che i suoi occhi ‘sono stati aperti’ e riconosce Gesù innanzitutto come uomo e inviato di Dio. Nonostante le minacce dice: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’. Per questo viene cacciato fuori. E Gesù si fa accanto a chi è stato messo ai margini. Il dialogo con lui si accentra sul credere. Il cieco che ora vede indica Gesù come Kyrios, signore, salvatore della sua vita.

Il suo itinerario del cieco è un lento percorso di riconoscimento e di incontro: al principio sta un dono, un passare dal buio alla luce nell’incontro con Gesù. C’è chi ci vede eppure è cieco come i religiosi chiusi in una religiosità dell’esclusione e della mancanza di umanità. E c’è chi si apre a vedere perché scorge in Gesù il rivelatore di un Dio che ha cura di ogni persona e desidera la vita.

Alessandro Cortesi op

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La responsabilità del ‘non vedere’

E’ stato pubblicato nei giorni scorsi un documento che dovrebbe essere conosciuto e diffuso proprio in questo tempo in cui si scopre che siamo tutti legati in un’unica vicenda che ci rende solidali nel bene e nel male. Il suo titolo è La fabbrica dela tortura. Rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia ed è stato redatto dall’organizzazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU).

E’ un testo che raccoglie le testimonianze dal 2014 ad oggi di migranti che sono passati attraverso le carceri e i luoghi di detenzione, veri e propri centri di tortura e di annichilimento degli esseri umani in Libia. Le sue pagine riecheggiano un immenso grido di dolore che raccoglie tante voci di chi ce l’ha fatta ad uscire vivo da quel girone d’inferno che dista poche ore di volo dall’Italia.

E’ un testo che evoca quel grido ‘Nunca mas’ che divenne il titolo di un report sui desaparecidos dell’Argentina degli anni ’70 e ’80 che documentava le violazioni di diritti umani, torture e assassini compiuti in modo sistematico, attuati con ritmo quotidiano. E fa risuonare anche il ‘mai più’ seguito alla presa di consapevolezza dei crimini orribili dei lager nazisti e della Shoah. E’ un grido che denuncia anche le responsabilità di società e di vertici politici sordi a tale condizione di disumanità e ingiustizia. Come riporta l’introduzione del documento:

“Questo rapporto si basa essenzialmente sulle testimonianze dirette dei migranti che sono passati dalla Libia nel corso degli ultimi sei anni e che gli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) hanno raccolto in tempi e in luoghi diversi. L’attendibilità delle informazioni fornite dai testimoni è stata verificata in base ai riscontri oggettivi disponibili come ad esempio l’effettiva esistenza dei centri di detenzione nei luoghi e nei tempi riferiti, l’esistenza di testimonianze, informazioni, rapporti di soggetti terzi a conferma/disconferma di quanto affermato”.

Le testimonianze che sono raccolte sono drammatiche e suscitano orrore e vergogna talvolta proprio nella loro brevità e nell’impotenza delle parole a specificare le umiliazioni e sofferenze subite dalle vittime. Sono denuncia di una malvagità lasciata libera di infierire sugli inermi ed eco di quel grido di dolore e di attesa di giustizia che sale da chi oggi è dimenticato ed escluso. sono anche conferma di quello che tanti coraggiosi giornalisti e attivisti di organizzazioni non governative e umanitarie hanno testimoniato e documentato in questi anni.

“Tutti i migranti e rifugiati detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni. Questi dati, probabilmente addirittura sottostimati, rappresentano, a nostro avviso, un quadro fedele delle violenze sistematiche a cui vengono sottoposti pressoché tutti i migranti e rifugiati che giungono dalla Libia nel nostro paese”.

In un tempo in cui le vicende dell’evolversi dell’epidemia del coronavirus rendono a concentrare ogni attenzione, può essere importante lascare spazio all’ascolto di queste voci che implorano. Sono le voci di coloro che sono dimenticati ed emarginati. Siamo chiamati a riflettere, ad ascoltarle proprio in questo tempo in cui scopriamo la preziosità della compassione, del riconoscimento e della accoglienza quando si è più vulnerabili. E’ un grido rivolto ad aprire gli occhi su ciò che per tanti anni è stato nascosto, su ciò che viene perpetrato anche in virtù di appoggi al sistema di detenzione illegale che giungono dall’Italia e degli accordi con la Libia (ved. Memorandum di accordi con la Libia di cui si chiede la sosepnsione e revisione integrale).

“Le proposte di emendamento del Memorandum presentate dal governo italiano al governo libico il 9 febbraio (2020 ndr), del resto, non contengono modifiche sostanziali e appaiono destinate a non incidere in modo sostanziale sulla sicurezza e sulla salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti. Resta infatti intatto l’obiettivo di sbarrare il flusso di migranti dall’Africa sub-sahariana, chiudendo il confine a sud, e bloccando i barconi in partenza dalle coste libiche, in cambio di supporto organizzativo, tecnologico ed economico. Non cambia inoltre il ruolo della Guardia Costiera libica, che, continua ad essere supportata, per le attività di ricerca e soccorso in mare, con risorse economiche, corsi di formazione ed equipaggiamento”.

“Anche il linguaggio utilizzato nel Memorandum contrasta in modo stridente con la realtà dei fatti; in alcuni passaggi, ad esempio, i terribili centri di detenzione libici vengono ancora ostinatamente definiti “centri di accoglienza”. Tutto ciò aggrava ulteriormente la responsabilità del governo italiano poiché, mentre in occasione della prima firma dell’accordo, si poteva ancora dubitare circa i gravi rischi per i diritti umani che esso avrebbe comportato, oggi, alla luce di tre anni di attuazione, il suo rinnovo senza radicali modifiche rappresenta nei fatti un atto di connivenza con le atrocità che senza sosta continuano a perpetrarsi”.

Da tutto ciò si è distolto lo sguardo nella scelta nefasta dell’indifferenza e della cecità  di fronte a questo sistema di sfruttamento e di attuazione sistematica di crimini contro l’umanità.

E così anche nella situazione che stiamo vivendo nelle nostre città accanto a noi non si dovrebbe dimenticare e ‘non vedere’ chi è più debole.

Alessandro Cortesi op

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