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III domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-31; Lc 1,1-4; 4,14-21

Due libri stanno aperti davanti a noi in questa terza domenica del tempo ordinario: il rotolo della Bibbia che il sacerdote Esdra apre nello spazio del Tempio ricostruito mentre sullo sfondo compare Gerusalemme ricostruita dopo il ritorno dall’esilio (forse attorno al 444 a.C.) e legge davanti a tutto il popolo e il rotolo aperto da Gesù nella sinagoga di Nazaret.

Il rotolo di Esdra viene letto a brani distinti, spiegato ed accolto come parola che tocca i cuori dei presenti. Coinvolge profondamente al punto da suscitare un pianto di pentimento e il desiderio di conversione.

Ma mentre il popolo piangeva ascoltando le parole della legge, Neemia, capo politico del popolo d’Israele tornato dall’esilio, invita a cogliere il senso profondo della parola di Dio, l’invito alla gioia: “Questo giorno è consacrato al Signore, andate, mangiate carni grasse, bevete vini dolci perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

Il pentimento dev’essere solo una tappa dello stare davanti alla Parola di Dio. Questa trasforma i cuori e li rende capaci di gioia, aperti ad accogliere la speranza messianica di un banchetto dove non ci sarà più morte, né pianto, né afflizione.

Il secondo libro al centro di questa liturgia è il rotolo di Isaia. Gesù lo apre nella sinagoga, quando di sabato, come ogni pio ebreo adulto è invitato a leggere e commentare la Scrittura. Nel suo paese Nazaret, di fronte ai suoi parenti e a coloro che lo conoscevano, il figlio di Giuseppe e Maria, legge parole che indicano una missione di liberazione e di pace: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Si tratta di un testo del terzo Isaia (61,1-2).

Ma la pagina del profeta è riportata con piccole ma importanti modifiche: nella lettura è tralasciato ogni riferimento al ‘giorno di vendetta del Signore’, e sono riprese invece tutte le espressioni che parlano di vita nuova, di libertà, di salvezza, di gioia, di sconfitta di ogni male e oppressione. Al termine Gesù non commenta il testo ma dice solamente ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. La promessa di Dio di liberazione e di giustizia diviene ora presente nell’oggi di Gesù. Si tratta non solo di un ‘oggi’ che indica un tempo cronologico, ma è un ‘oggi’ che indica il tempo di salvezza ormai giunto e vicino.

Nel vangelo di Luca questo ‘oggi’ tornerà in momenti decisivi per chi incontrando Gesù si apre alla vita nuova e alla liberazione che da lui vengono, come Zaccheo a cui Gesù dice: ‘oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (Lc 19,9), o come il malfattore appeso alla croce accanto a Gesù che ascolta le parole: ‘oggi sarai con me in paradiso’ (Lc 23,43).

La parola di Dio, le sue promesse di vita di liberazione, di senso nuovo per la vita, di gioia diviene presente nell’agire di Gesù. Tutto ciò genera meraviglia e scandalo: non è lui il figlio di Giuseppe?… Fa difficoltà aprirsi ad un incontro con Dio che si fa vicino nella debolezza di un uomo, che ci raggiunge come ‘figlio di Giuseppe’, così simile a noi e senza caratteristiche eccezionali, senza potenza. Gesù reagisce a questa meraviglia sospettosa e distante, e fa riferimento a due episodi del Primo testamento in cui Dio si è rivelato per mezzo dei suoi profeti non ai vicini, e ai membri del popolo d’Israele, ma ad una donna pagana, una vedova di Sarepta. E’ una donna capace di un gesti di accoglienza e di cura verso il profeta Elia (1Re 17,1) che si presenta come ospite alla sua casa. Così un lebbroso, Naaman, proveniente dalla Siria, cioè un pagano, fu risanato da Eliseo (2Re 5,14) per l’intervento e suggerimento a lui offerto in piena gratuità e contro ogni buonsenso umano da una ragazza di un popolo straniero, prigioniera.

Gesù scardina le pretese di possedere in qualche modo Dio e la sua stessa persona, da parte di coloro che sono i ‘suoi’. Ed afferma la necessità di una conversione della vita. La salvezza, l’incontro con Dio si rende presente nei gesti di gratuità e accoglienza che testimoniano la liberazione di Dio. E’ un appello alla fede che implica non diritti di appartenenza ma apertura del cuore.

La vedova di Sarepta o il lebbroso Naaman, al di fuori delle appartenenze costituite, lontani o pagani, sono testimoni di liberazione, di apertura degli occhi e del cuore. E’ la bella notizia ed è animato dalla forza dello Spirito che soffia dove vuole. E conduce a riscoprire l’unzione dello Spirito che invia al seguito di Gesù ad essere annunciatori di liberazione nel servizio accanto a chi è oppresso.

Alessandro Cortesi op

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Gesti di cura

Cristina Cattaneo è docente di medicina legale all’Università di Milano e dirige il LabAnOf, il laboratorio di antropologia e odontologia forense. La sua attività di medico forense si è indirizzata inizialmente allo studio di resti umani di epoche antiche, ma con il tempo ha visto il suo impegno orientarsi nel contribuire a fare giustizia, nello studio in particolare delle vittime di violenza, nel centro medico specialistico di assistenza per i problemi della violenza alle donne.

Una delle attività più coinvolgenti e drammatiche della sua vicenda professionale è stata la partecipazione all’opera di studio e identificazione dei morti in naufragi di navi migranti nel Mediterraneo, in particolare dei morti nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015.

Nel suo libro Naufraghi senza volto. Dare nome alle vittime del Mediterraneo (ed. Raffaello Cortina 2018) ha descritto l’impegno della sua comunità scientifica, composta di professionisti la cui opera è quella di ricostruire e identificare le vittime soprattutto quando avvengono disastri come un incidente aereo, uno tsunami, un deragliamento di treno, cogliendo tuttavia una sorta di distacco e indifferenza di fronte alle tragedie del Mare Mediterraneo che colpivano i migranti:

“… è proprio per questo che rimasi scioccata quando mi accorsi che, per le tragedie dei barconi pieni zeppi di migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, morti e sepolti senza un nome, nessuno della comunità internazionale batteva ciglio. Nessuno della ‘mia’ comunità, quella che sapeva benissimo che cosa significasse lasciare un corpo senza identità e che aveva sgomitato per dare il proprio contributo in occasione di tanti altri disastri, aveva mosso un dito” (27)

Ricorda i segnali di umanità sorti in Italia in un passato che oggi appare lontano e dimenticato: il soccorso dalle spiagge per aiutare naufraghi, le iniziative della Marina militare e della Guardia Costiera, i sistemi di prima accoglienza messi in atto da governo e ONG, le sepolture quasi sempre dignitose. “Ma quando si trattava di dare un nome a questi corpi.. niente”.

Nelle pagine del suo racconto offre una descrizione del suo personale coinvolgimento dal putno di vista professionale e umano, a partire dalla tragedia di Lampedusa che scosse le coscienze. In questo disastro di un ‘imbarcazione che portava migliaia di persone furono recuperati 366 cadaveri. Da lì nacque l’operazione Mare nostrum “e da lì iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri” (44)

E poi il 18 aprile 2015, un altro naufragio a cento chilometri dalle coste libiche con quasi mille morti. Era il Barcone che conteneva circa mille passeggeri quasi tutti adolescenti e giovani la maggioranza proveniente dall’Africa sub-sahariana. Il più grande disastro di cui si ha conoscenza per numero di morti in questi decenni in cui il mare Mediterraneo è divenuto la tomba di decine di migliaia di uomini e donne che viaggiavano in cerca di un futuro.

Così Cristina Catteno descrive lo squarcio di umanità che in quell’occasione si aprì: “Di solito queste vittime, soprattutto dall’Europa ‘che conta’, non vengono considerate degne di pietas né di essere identificate, né i loro parenti degno di sapere se il proprio figlio è vivo o morto, di entrare in ossesso di certificati di morte, fondamentali per esempio come nel caso di Lampedusa, per il ricongiungimento degli orfani. Per il Barcone, invece, si è momentaneamente aperto uno squarcio di umanità in un periodo nuvoloso per la rabbia e l’ostilità, grazie alla volontà di un paese che, ironicamente, era proprio l’ultimo che poteva permettersi tale gesto…. Nei trent’anni di attività, questo è trai gesti collettivi più nobili che abbia visto e sentito” (99-100).

Un gesto di cura, di pietas umana, un gesto antico che ripete lo squarcio del cuore di chi accompagna alla sepoltura un proprio caro, facendo di questo gesto un momento fondamentale che dà senso all’esistenza nel riconoscimento dell’altro.

La ricerca di identificazione e ricostruzione dei corpi delle vittime di quel naufragio è narrata nelle pagine di questo libro che toccano e accompagnano a percepire come si possa morire di speranza. E’ quella speranza racchiusa nei sacchetti di terra recati con sé e trattenuta in fagottini di cellophane tra gli indumenti di giovani eritrei, è la speranza portata nel leggero bagaglio di una tessera di biblioteca e di una attestazione di donatore di sangue gelosamente custodite nel viaggio, ed è la speranza scolpita nei voti di una pagella scritta in arabo e francese, recuperata dopo aver scucito una tasca da un giubbotto di un adolescente del Mali:

“mentre tastavo la giacca, sentii qualcosa di duro e quadrato. Tagliammo dall’interno per recuperare, senza danneggiarla qualsiasi cosa fosse. Mi ritrovai in mano un piccolo plico di carta composto da diversi strati. Cercai di dispiegarli senza romperli e poi lessi: Bulletin scolaire e, in colonna le parole un po’ sbiadite mathematiques, sciences physiques.. Era una pagella. ‘Una pagella’, qualcuno di noi ripeté a voce alta. Tutti si avvicinarono e ci furono diversi secondi di silenzio durante i quali si sentiva soltanto il lontano chiacchiericcio dei medici legali che operavano nella tenda accanto dettandosi appunti. Pensammo tutti la stessa cosa, ne sono sicura: con quali aspettative questo giovane adolescente del Mali aveva con tanta cura nascosto un documento così prezioso per il suo futuro, che mostrava i suoi sforzi, le sue capacità nello studio, e che pensava gli avrebbe aperto chissà quali porte di una scuola italiana o europea, orami ridotto a poche pagine colorite intrise di acqua marcia?” (134-135).

Ai suoi occhi e nel quotidiano operare delle sue mani nel prendersi cura di corpi irriconoscibili e di cui rimaneva talvolta solamente un brandello è apparso come quell’imbarcazione, diventata la tomba di tanti giovani diveniva una reliquia, un memoriale che avrebbe potuto ricordare cosa non doveva più accadere.

Sappiamo tuttavia che le tragedie sono continuate, sappiamo che innumerevoli barche, gommoni contenenti settanta ottanta cento persone hanno continuato naufragare, sappiamo come contro i migranti provenienti dall’inferno della Libia si sia accanita una politica che ha fatto di loro merce di mercanteggiamento elettorale in questa Italia in cui pure squarci di umanità si sono aperti e si aprono magari nascosti e soffocati da una cattiveria dilagante, sappiamo la disumanità della chiusura dei porti, sappiamo i patti iniqui di governanti italiani con la polizia libica, sappiamo la criminalizzazione avvenuta delle ONG che salvavano vite umane e le cui navi ora sono costrette a rimanere ferme, sappiamo l’orrore dei respingimenti riportando nelle mani di torturatori spietati persone che fuggono dalla persecuzione.

“Il Barcone rappresentava cosa succedeva dietro l’angolo di quell’Europa e dei rispettivi parlamenti, che si dichiarano i più civili, democratici e liberali: adolescenti e giovani morti, stipati su imbarcazioni che nulla hanno di diverso dalle antiche navi guerriere, per scapare dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame. Un monito di ciò che non deve più succedere o, meglio, di quanto sia facile dimenticare o non voler guardare, dal momento che, ancora una volta, è successo proprio a noi di non guardare e di dimenticare” (176).

Cristina Cattaneo racconta e immortala questa storia nelle righe del suo libro, con gli occhi di un medico legale che insieme a tante collaboratrici e collaboratori ha vissuto i giorni di Melilli per dare un nome alle vittime dimenticate, per dare venerazione, nei pazienti gesti della ricomposizione dei corpi, a volti distrutti vittime della malvagità e dell’indifferenza che parlano come nessun altro può, di violenze, sofferenze, speranze e sogni traditi. “Non ti abitui mai a parlare con i parenti delle vittime” (69)…

La sua voce, come quella di Antigone, è richiamo oggi, nel tempo dei porti chiusi, nel tempo in cui si impedisce il soccorso in mare, a insorgere in una resistenza civile, a recuperare quel senso di umanità che porta a dare un nome e accompagnare nella sepoltura i morti, per rispondere all’angustia di chi non sa la sorte dei propri cari, per ricordare ai vivi la sofferenza delle vittime e per indicare vie di giustizia e di cura.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

«Non è solo una questione di memoria o del diritto sacrosanto ad avere un nome anche nella morte. Identificare significa anche tutelare i vivi, basti pensare al ricongiungimento familiare dei minori rimasti orfani»

 

III domenica di Pasqua anno C – 2016

DSCN2116.JPGAt 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Gesù risorto è indicato come unica speranza per comunità che vivono il tempo della prova. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù nel simbolo dell’agnello immolato, agnello che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. E’ importante situare la lettura indicata all’interno di tutto il capitolo 5. Dopo le lettere alle sette chiese il libro di Apocalisse suggerisce una grande visione: c’è un libro sigillato e nessuno è in grado di leggerlo. Questo libro, simbolo della storia e delle vicende umane del cosmo è il libro della vita. Il profeta piange perché nessuno può aprirlo. Ma c’è qualcuno che può prendere il libro e spiegarlo: questi è l’agnello. La figura dell’agnello in Apocalisse è indicazione di Gesù morto e risorto che solo apre il senso della vita e della storia. E’ anche rinvio alla testimonianza dell’enigmatico profeta che ha subito la violenza senza difendersi, maltrattato da inerme (Is 53). Gesù, come agnello, ha consegnato la sua vita ed è stato ucciso. Ha fatto della sua vita un dono per gli altri, in solidarietà fino alla fine con il suo popolo. E’ agnello ritto in piedi che mantiene su di sè i segni della violenza: è il risorto che porta su di sé i segni della passione. Nel IV vangelo Gesù è sottoposto alle torture della passione mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’agnello al centro della cena pasquale trova un nuovo compimento nell’esistenza di Gesù come agnello ucciso, che nella sua morte porta vive il dono della sua vita nella nonviolenza dell’amore. E’ agnello ferito, ma in piedi e riceve onore perché solo lui apre il senso profondo della vita umana racchiuso nel libro. E’ Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende il volto di Dio come amore, la gloria del Padre.

Il discorso di Pietro davanti al sommo sacerdote – presentato nel cap. 5 degli Atti degli apostoli – è una sorta di ampliamento della prima testimonianza della fede pasquale:. “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Nelle parole di Pietro appare innanzitutto l’insistenza in una linea di continuità tra la storia della salvezza guidata da Dio nella vicenda di Israele e Gesù. Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù. Il condannato, crocifisso è ora indicato con termini nuovi: ‘capo’ e ‘salvatore’. La sua vita si pone come riferimento di un cammino che continua, è guida per un popolo che si comprende in rapporto al popolo dell’esodo. E’ salvatore perché la sua morte si lega a tutta un’esistenza in cui c’è stata guarigione e offerta di vita per gli altri. Gesù è passato facendo del bene. Il vivente che ha vinto la morte è il medesimo che ha vissuto la sua vita annunciando la venuta del regno: è vicenda di salvezza che sta nei segni di guarigione, di vita, di apertura al futuro, di speranza.

Pietro parla di un ‘rialzarsi’ dalla morte ed esprime la posizione di Cristo presso il Padre con l’immagine dell’innalzamento: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. I cieli in alto contrapposti alla terra in basso indicano la sfera della vita divina. E’ linguaggio che conduce a scorgere che Gesù ha vinto la morte. La sua vita ora e definitivamente appartiene alla dimensione di Dio. Ma la presenza di Gesù è in continuità con la sua vicenda storica, è il medesimo Gesù di Nazareth, ora innalzato. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

apparizione Gesù Monreale.jpg (Duomo di Monreale affresco)

 

La terza volta che Gesù apparve ai suoi è narrata dal quarto vangelo in delle ultime pagine: la scena è disposta in tre momenti. All’inizio la manifestazione di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’: un incontro inatteso, sconvolgente e peraltro inserito nel quotidiano. Poi il mangiare insieme, la condivisione del pesce arrostito con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro: ‘mi ami tu?’. L’interrogativo ripetuto sull’amore.

La scena iniziale è posta in una atmosfera ordinaria sulle rive del lago, in Galilea, con la presenza di sette discepoli di cui si indicano i nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Salgono insieme sulla barca e ritornano alla loro attività di pescatori. In questo quadro, dai toni sconsolati c’è il desiderio di ritornare ad una normalità antecedente all’incontro con Gesù. Sembra quasi che questo gesto indichi una volontà di chiudere quella parentesi di speranza e di apertura della propria esistenza. Tornano ad un quotidiano con le porte chiuse quasi con il desiderio di riempire un vuoto presente e di non pensare più a quanto avevano sperato in rapporto al profeta di Nazareth. Così il fallimento della pesca, nella notte, diviene un segno della sterilità in cu sono rinchiusi e dello sconforto, ‘ma in quella notte non presero nulla’.

Gesù si presenta sulla riva, quando sorge la luce di un’alba che non sé solo inizio di un nuovo giorno, ma il farsi strada di una luce profonda. ‘Gesù stette sulla riva’. E’ uno ‘stare’ che ritorna come stile di una presenza nuova: ‘stette in mezzo’… (Gv 20,19.26) dice il IV vangelo per indicare la presenza di Gesù che raduna la comunità attorno a sé nel dono della pace e dello Spirito. Ora stette sulla riva, su quella riva che ricorda una chiamata e invita a nuove navigazioni. Ma non lo riconoscono. La sua parola è innanzitutto una richiesta di mangiare: ‘Figlioli, avete qualcosa da mangiare?’. Gesù si presenta come colui che ha fame, così come le ultime parole sulla croce sono state ‘ho sete’ (Gv 19,28). La sue parole rivolgendosi ai discepoli manifestano la tenerezza con accenno ai ‘piccoli figli’. C’è un rinvio ad un cibo da condividere nel mangiare insieme, al cuore di questo racconto. Da qui l’invito a gettare le reti dalla parte destra, forse nel segno di un augurio di bene. Solamente di fronte alla pesca che colma le reti il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: ‘E’ il Signore’. Nei racconti di apparizione del IV vangelo è un tratto che ritorna quello che allude alla dialettica tra il discepolo ‘altro’ e ‘giunse per primo al sepolcro’ e Simon Pietro (Gv 20,1-10). L’altro è il primo che giunge a comprendere, a vedere e credere scorgendo i segni e interpretandoli. Simone è tuttavia colui che per primo, dopo il riconoscimento, si getta in mare per andare incontro a Gesù, dimostra ancora la sua irruenza e si apre ad un cammino nuovo.

E’ una scena di riconoscimento che introduce ad interrogarsi sul vedere e incontrare il risorto: Gesù ora va incontrato con gli occhi del discepolo che amava. La barca dove sono saliti i discepoli delusi assume i contorni simbolici della comunità/chiesa; la rete che non si spezza evidenzia un altro aspetto di questa chiesa chiamata a riconoscere e incontrare il suo Signore nell’esperienza della riconciliazione, del condividere, del mangiare insieme.

C’è un fuoco di brace con del pesce e del pane sulla riva. Gesù ha preparato qualcosa: ancora si presenta come colui che prepara da mangiare e serve. E lui chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato sul fuoco. Ripete con i suoi i gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’. La condivisione nel mangiare insieme. Il mangiare insieme diviene esperienza segno di incontro con lui.

L’ultimo quadro del racconto è il dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte un’unica domanda sull’amore è ripetuta. Un’insistenza che sembra rievocare il triplice rinnegamento di Pietro durante la passione (Gv 18,25-27). La risposta di Pietro ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’ apre a comprendere il cammino che Pitero ha compiuto. Si scopre incapace e lontano da quel volto di presuntuoso che aveva affermato: ‘Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te’ (Gv 13,37). Pietro vive la scoperta di un amore che si accontenta della sua pochezza. Lo riconcilia con se stesso, consapevole del suo limite e della sua infedeltà. La radice della missione nuova sta qui. Pietro è chiamato ad essere guida e pastore, lo potrà essere solo se vive il senso di abbandono e di trarre la forza da colui che lo ha perdonato: Gesù si accontenta del suo voler bene (usa il verbo fileo) non gli chiede quell’amore/agape che solo da Dio viene. Pietro riconosce il suo limite, la sua incapacità. La sua vita trae senso e la sua forza unicamente dal perdono del Cristo risorto e dal suo amore. La sua missione d’ora in poi non consisterà in particolari compiti ma sarà risposta ad una chiamata che è eco del primo incontro. “E detto questo aggiunse: Seguimi”.

Alessandro Cortesi op

 

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Musica e parole per vivere

E’ morto da pochi giorni Gianmaria Testa, cantautore italiano, originario del cuneese. Nelle sue canzoni, tessiture di poesia, ha saputo interpretare le voci del tempo, è stato capace di trasmettere le voci dei dimenticati e si è fatto eco della grandezza delle cose semplici. E’ stato un artista schivo, lontano dalle forme di esaltazione del personaggio, dalla ricerca di visibilità. E’ stato capace di esprimere nelle sfumature di parole recanti soffio di leggerezza un richiamo alle attese, alle nostalgie, alle domande più nascoste della vita. Don Luigi Ciotti lo ha salutato al funerale con queste parole: “Ciao Gianmaria, eri un uomo schivo, gentile, pieno di dubbi. Hai cantato gli ultimi, ci hai aiutato ad alzare la testa. Continua a suonare e a cantare, noi continueremo a sentirti uno di noi”.

Nelle sue canzoni affronta alcuni drammi del nostro presente e dlela vita sociale, come nell’album Vitamia del 2005  in cui ispirandosi ad uno scritto di Andrea Bajani ripercorre i sentimenti di chi a cinquant’anni perde il lavoro. Il suo sguardo critico sulla realtà non rimane chiuso e ripiegato. Nelle sue musiche e parole si coglie il rinvio ad un interrogarsi sulla vita che apre il quotidiano ad essere soglia di un andare oltre. Come nella canzone ‘Sono belle le cose‘:

“Sono belle le cose, belli i contorni

degli occhi

e i contorni del rosso

gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci

le ciglia delle dive

le bolle di sapone,

il cerchio del mondo è bello

l’ossigeno delle stelle

e la poesia dei ritorni,

di emigranti e isole,

cercando l’invisibile: l’appartenenza

è bello il fuoco

e il sonno

e il buio petulante gola dei fantasmi

e il brodo primordiale padre nostro

che cola in questi nomi”

Il suo interrogativo sospeso esprime profondità e apertura, quasi eco di parole di bella notizia per coloro che sono dimenticati e tenuti a margini. Nelle sue canzoni ricorda i viaggi e i passi, il cammino che accomuna la vita di tutti.

L’albero del pane

Di passi la strada
di passi e di sabbia il confine
dovunque si vada barriera di mare sarà
aperta soltanto
aperta al ritorno di venti
di naufraghi e vele
chiunque ci parta
comunque ci ritornerà

Di sabbia la strada
e d’ombra la pianta del pane
a chiunque ci vada rifugio e prigione darà
e finestra di vento
aperta soltanto
al ricordo di voci e sirene
dovunque si parta
comunque si ritornerà

E’ d’ombra la strada
e nell’ombra si lascia passare
dovunque si vada soltanto illusione sarà
e poi sogno, miraggio
distanza, passaggio
e risveglio fra l’albero e il pane
per quanto si parta
comunque si ritornerà
.

Il breve testo di una tra le sue canzoni si delinea come riflessione sul tempo, il tempo della vita, il tempo che passa, ma anche il tempo che ritorna e viene accolto in modo nuovo, tempo finito, perduto, anche il tempo sbagliato, ma che non rimane chiuso, andato. Tempo aperto ad una novità non detta, solo accennata e intravista. Quasi un accompagnare a sostare su di un futuro nuovo, di occhi, di vedere senza più parole. Pare di avvertire un’eco dell’esperienza del tempo di Simon Pietro, riportato a ripercorrere nello sguardo e nella parola di Gesù il tempo del suo cammino. Ricondotto a scorgervi spazio di riconciliazione, con se stesso, con il desiderio di amare, con un futuro da accogliere nell’invito ‘seguimi’.

Canzone del tempo che passa

Saluteremo dalla nostra finestra
il tempo che passa
e se passando ci riconoscerà
anche il tempo perduto
anche il tempo sbagliato
ci risponderà
Saluteremo dalla nostra finestra
e non sarà una canzone
che tutto il tempo finito ci ritornerà
ma saranno gli occhi
questi nostri occhi senza più parole
e un altro tempo sarà.

 Alessandro Cortesi op

 

III domenica – tempo ordinario anno C – 2016

decani-monastery-fresco2Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

“Tutto il popolo piangeva mentre ascoltava le parole della legge”. La grande scena descritta nella pagina del libro di Neemia reca in sé due messaggi propri dell’esperienza del ritorno di Israele dall’esilio e che presentano anche aspetti su cui riflettere in modo critico per vivere l’esperienza di fede oggi.

Un primo messaggio sta nella centralità e nell’importanza dell’ascolto del libro della legge. Durante l’esilio e nella fase successiva l’esperienza di fede di Israele si concentra sul libro che reca la legge di Dio. Dopo la conquista di Gerusalemme e la deportazione ad opera dei babilonesi nel 586 con le conseguenze drammatiche della perdita della terra e della distruzione del tempio, la spiritualità di Israele si concentra sulle promesse, sulla Parola di Dio ricevuta.

L’ascolto è il richiamo proprio dei profeti dell’esilio. Nel periodo successivo, del ritorno e ristabilimento esso trova formulazione il libro. L’assemblea che ascolta il sacerdote Esdra mentre legge il libro della legge esprime questo movimento di nuova concentrazione attorno alla legge e il libro assume una rilevanza particolare come indicazione della Parola al cuore dell’esistenza di Israele, nutrimento della fede.

Questa pagina pone un secondo accento: il libro che contiene la parola di Dio nella legge è letto e spiegato dai leviti. Viene a comparire una classe di sacerdoti che hanno le chiavi della legge e si pongono in qualche modo al di sopra del popolo. La spiritualità dei sacerdoti che troverà affermazione in questa fase della storia di Israele sottolineerà fortemente la funzione sacerdotale in quanto mediazione, ma con tutti i rischi connessi di divenire un potere preoccupato della propria conservazione. Si attua così una lenta sottrazione della Parola di Dio ad un ascolto di tutto il popolo: essa viene fatto passare attraverso una mediazione necessaria del libro letto e interpretato.

Gesù è presentato da Luca come ebreo non appartenente alla classe dei sacerdoti. La sua lettura del libro, il rotolo di Isaia nella sinagoga, è azione che richiama il compito e servizio di ogni ebreo adulto, che può leggere e commentare la Scrittura in mezzo all’assemblea. Gesù legge una pagina di Isaia che parla dello Spirito che consacra e invia il profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio”. Luca vede questo momento come inizio della missione di Gesù. E’ anche manifestazione del suo cammino come inviato. Gesù compie la missione del profeta mandato ai poveri. Nelle parole di Isaia il messia era colui che avrebbe portato liberazione a partire dai poveri. Luca fa intravedere in Gesù il volto di chi si fa povero e in questo ‘oggi’ prende tutte le speranze e le accoglie. Tutta la sua vita è nella linea di portare liberazione e salvezza: proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vita, rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Luca legge il tempo di Gesù come tempo con carattere nuovo: è occasione in cui scorgere la tenerezza e la vicinanza di Dio, la sua grazia. E’ così un tempo di grazia che compie le attese, un oggi in cui Dio si fa vicino portando liberazione e salvezza: “oggi si è compiuta questa scrittura”. L’ascolto a questo punto rinvia non ad un libro, ma alla vita di Gesù.

Nella prima lettera ai Corinzi Paolo invita ad intendere la vita della comunità come un corpo, in cui ogni membro è importante e ad ognuno è dato qualcosa, un dono per l’utilità di tutti e in vista dello scambio e del bene comune. La diversità delle membra del corpo non è un fattore di negatività, è piuttosto motivo per scorgere come non tutti hanno i medesimi don e non tutti sono chiamati a fare le medesime attività e servizi. Se tutti sono invitati a scoprire un dono proprio, ciascuna e ciascuno è chiamato a scorgere un compito e un servizio specifico a cui dedicarsi. “Tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo…. Tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Il respiro di vita del corpo è lo Spirito che inizia una umanità nuova: questo corpo viene indicato come ‘Cristo’. Il corpo per Paolo è grande immagine che esprime la vita stessa di Cristo che coinvolge in se stesso tutti coloro che condividono la sua vita e la continuano e prolungano vivendo come lui. Al centro è la considerazione di Gesù Cristo che accoglie con sé e fa vivere della medesima vita.

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Il libro e le parole

Ascoltare l’esperienza di un credente musulmano nei confronti del libro può essere occasione per scoprire la sensibilità propria di una fede radicata nella recita e nell’ascolto del libro ma anche per comprendere meglio il rapporto di un credente cristiano nei confronti della Bibbia come libro che rinvia alla Parola di Dio e alla vita di Gesù.

Nasr Hâmid Abû Zayd è uno studioso del Corano. Nel suo testo Una vita con l’Islam, a cura di Navid Kermani, (Bologna, Il Mulino 2004) ripercorre la sua vita a partire dal tempo della sua infanzia in un villaggio rurale nell’Egitto Quhâfa, segnato dalle trasformazioni culturali del dopoguerra, in un mondo in cui in cantastorie lasciavano spazio alla radio, le famiglie dormivano tutte insieme in un unica stanza e la nicchia con scaffali, la kutbiyya, era il luogo che conservava nella casa i documenti importanti e dove il Corano era posto.

La sua vita è segnata dall’apprendimento del Corano nel kuttâb, la scuola coranica: “Nel kuttâb non vi era nemmeno una sedia di paglia: assieme all’‘arrif sedevamo sulla nuda terra, mentre lì accanto, presso lo shaykh c’erano quelli che memorizzavano il Corano. E siccome sognavo di trovarmi anch’io nella stanza accanto ero particolarmente diligente” (p.32). In quell’ambiente impara a memoria il libro e già all’età di otto anni diviene capace di recitarlo.

“Il Corano recitato … scandisce la vita della comunità e del singolo musulmano, anche se questi in molteplici situazioni non se ne rende nemmeno conto. Mi sembra che proprio nell’importanza rituale della recitazione, che travalica i confini della comprensione razionale, vada ricercata una delle ragioni per le quali i musulmani si attengono rigorosamente al testo coranico e hanno paura di uno studio critico letterario (…). La recitazione è molto importante perché il Corano non è un testo di lettura” (p. 36).

La prima parola della sura 95 considerata la prima rivelazione è l’invito a recitare (iqra’) e un detto di Maometto secondo la tradizione (hadîth) su questa rivelazione riporta come lo stesso Gabriele disse a Maometto ‘recita’ nel senso di ‘ripeti le mie parole’ (p.138).

Abû Zayd narra così il suo percorso che lo condusse con grandi difficoltà a passare da una condizione di figlio di contadini a poter frequentare la scuola. Poi le prime esperienze di lavoro tecnico mentre il desiderio coltivato nel cuore era quello di proseguire nello studio del Corano. La sua storia personale si intreccia con quella dell’Egitto negli anni ’50 al tempo di Nasser, che morì nel 1970 e poi negli anni di Sadat e di Mubarak. Spiega così alcuni passaggi avvenuti nel modo di considerare la religione stessa all’interno del mondo islamico.

Sottolinea come il principio fondamentale secondo cui la religione consiste in ‘servigi nei confronti di Dio e in azioni’ (espressione che dà molta importanza al rapporto con Dio e all’aspetto pratico della vita soprattutto quelle azioni che hanno effetti sugli altri) trova una comprensione diversa ed una reinterpretazione nel Novecento passando dall’essere intesa ‘servizi a Dio e azioni’ al divenire ‘dottrina di fede e legge’: in tal modo si aprì la strada ai fondamentalisti che interpretavano il binomio nel senso di ‘religione e stato’ (p. 68).

La sensibilità di Abû Zayd è però diversa: la fede costituiva per lui una forza per il singolo e la preghiera un’esperienza spirituale, il pellegrinaggio un’esperienza da cui si tornava colmati di bellezza, principio fondamentale della religione era quello del rispetto del più debole: “l’idea che religione e stato fossero la stessa cosa non rientrava nei principi della religione che ho appreso” (p.68).

La sua passione, l’aiuto fondamentale della famiglia lo condussero a divenire uno dei docenti all’Università del Cairo, appassionato dell’insegnamento, soprattutto del rapporto con gli studenti nel far emergere in loro la capacità di pensare e di rapportare il passato con il presente. Giunge così ad approfondire un approccio al Corano ricco dei suoi studi letterari e scrive Il concetto di testo. Il suo approccio al Corano non pone in discussione la sua valenza spirituale, ma lo legge con un tentativo di comprensione di tipo scientifico letterario sulla scia di alcuni studiosi come Muhammad Abduh e di Mahmud Muhammad Taha, sudanese giustiziato nel 1985 dopo essere stato ritenuto colpevole di apostasia (p.121).*

“Quando definisco il Corano un testo letterario non intendo assolutamente ridurlo ai sui elementi poetici. Il Corano è un’opera religiosa un ‘libro che indica la retta via’ come lo definisce Muhammad Abduh. Ma come arriviamo all’identificazione della retta via? Come dobbiamo comprendere il testo per arrivare ad essa? Lo dobbiamo decodificare…” (p.113).

Abû Zayd si pone nella linea dei mutaziliti, una antica scuola del IX-X secolo secondo cui la parola del Corano è creata: la lingua araba è infatti creata dagli uomini e non di origine divina. In quanto creata la parola va decodificata con strumenti umani, senza far venir meno il fatto che rechi in sé un messaggio religioso (p.119). Ma questa linea non ha prevalso.

“Temono che il Corano diventi ciò che è la Bibbia, cioè un libro ispirato che parla di Dio, non più il discorso stesso di Dio. Io trovo invece che non vi sia contraddizione tra l’esperienza sensibile e recitativa di un testo, da un lato, e la sua lettura e analisi scientifica come testo dall’altro” (ibid.)

A causa dell’impostazione dei suoi studi e della sua critica storica del testo coranico Abû Zayd ha dovuto subire l’esilio, approdando con la moglie Ibtihâl, a Leiden in Olanda. Conclude così il suo libro intervista: “L’esilio non è solo il mio destino, è il destino di tutta una generazione…” (p.198)

“Spesso rifletto su come siano potute nascere dalla fede dei musulmani tante complicazioni. L’Islam è una fede semplice, senza complicazioni. L’Islam mette in relazione il singolo essere umano con l’assoluto e dunque con l’universo o con l’essere (…) E’ una religione della comunità (…) E’ musulmano chiunque si prenda cura dei suoi simili e dell’universo e si impegni a lasciare una buona impronta in questo mondo (…) Chi si rende utile alla società, all’umanità, chi aggiunge qualcosa di buono al Regno di Dio, è figlio di questa comunità, che sia cristiano, ebreo, ateo, druso o qualsiasi altra cosa voglia essere. (…) Dio ci ha concesso capacità creative e l’uomo ha la facoltà di generare del bene nell’universo di Dio” (pp.214-215).

Alessandro Cortesi op

* per approfondire cfr. M.Campanini, Il Corano e la sua interpretazione, Bari Laterza, 2004 in part. il capitolo Letture contemporanee del Corano, pp. 98-128.

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