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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Pasqua – anno C – 2022

Apocalisse beato di Liébana VIII sec.

At 5,12-16; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Al cuore dell’annuncio del libro di Apocalisse sta una presenza, è il Risorto al centro dell’annuncio pasquale quale comunicazione di speranza e di vita. Il libro dell’Apocalisse testimonia una rivelazione: è proposta a cogliere il disegno di Dio nella storia a partire dalla chiave di lettura di tutta la storia: al centro sta Gesù Cristo presentato come colui che si è rialzato, il risorto. E’ lui il primo e l’ultimo, che non è stato tenuto prigioniero della condizione della morte ma è uscito dalla morte, ed ha ora potere su ogni potenza di morte e di male. E’ un potere per modo di dire perché è la critica ad ogni potere: è la debolezza dell’amore quella che si è rivelata sulla croce.

Questa parola di Cristo: ‘io sono il vivente’, una delle prime forme dell’annuncio pasquale con utilizzo della metafora della vita, apre una prospettiva di speranza per tutta la storia che va verso l’ultimo e in lui troverà compimento. Se lui, il crocifisso, l’umiliato del Golgota è il vivente, l’esito della storia e il futuro dell’umanità non stanno nella morte ma nella vita e in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono, di morte e di male. E’ un messaggio carico di speranza per il nostro impegno nell’oggi a ricercare tutto ciò che prepara questo incontro con lui primo e ultimo.   

Nel vangelo compare una parola sul rapporto tra vedere e credere. Gesù aveva detto ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48) e Tommaso vive l’attitudine di chi dice ‘Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’.

Il racconto del venire di Gesù e del suo stare in mezzo dopo la sua morte è un lento e progressivo percorso del credere. In Tommaso è riassunto il cammino di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù. Non è facile il percorso della fede: questa passa per momenti di crisi e domande. E’ percorso di singoli e che coinvolge le comnità.  Nella comunità – ci dice questa pagina – c’è posto per chi vive il faticoso passaggio dal credere perché alla ricerca di segni, al credere ‘senza avere visto’.  

Contemporaneamente al credere c’è anche una insistenza sul vedere: ‘ i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’. Il cammino di Tommaso è presentato come problematico proprio riguardo al ‘vedere’ Gesù. D’altra parte il vedere è rapportato al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole stesse del risorto sono tutte concentrate su questo rapporto tra il vedere e il credere: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente’, fino all’espressione della beatitudine: ‘perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’ (v.28).

Tommaso stesso si apre alla resa del credere di fronte a Gesù che gli pone davanti i segni della passione, le mani, il costato. Il percorso del credere ha bisogno di essere accompagnato da Gesù stesso che conduce a superare l’attesa di segni: non si sottrae a dare a vedere dei segni. Questi sono i segni della sofferenza, le ferite del crocifisso. E’ il crocifisso che è risorto, il medesimo … e i segni da rintracciare che a lui rinviano – nei quali fissare la propria sete di vedere – sono i segni della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. Il quarto vangelo suggerisce non solo come Tommaso si apra ad un riconoscimento di fede – ‘Mio Signore e mio Dio’ – , ma anche come la beatitudine del credere senza vedere costituisca la felicità (beati significa felici) possibile per chi ora potrà incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo, in un ‘vedere’ che vada oltre i segni, nell’accogliere la testimonianza. Al termine di questo brano l’evangelista dice perché il vangelo stesso è stato scritto: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto riferito ad un percorso del credere che conduca a comprendere e accogliere la vita. Ed è anche questa comunicazione di vita a chi incontriamo, il dono e responsabilità che deriva dall’accogliere il vangelo.

Negli Atti degli apostoli Luca sintetizzano in brevi tratti le caratteristiche principali della vita della comunità cristiana dopo la Pasqua. La comunità (chiesa) è convocata dalla parola del Signore: importanza particolare è data allo stare insieme, e un senso di ammirazione e gioia pervade tale esperienza. ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’. Coloro che solitamente erano nascosti allo sguardo sono posti al centro: dalla vita della comunità sgorga una forza capace di aprire futuro e speranza, la guarigione per chi è malato. La sofferenza non è l’ultima parola della vita umana. Una forza nuova di salvezza spinge la comunità a farsi carico delle sofferenze, ad incontrare le persone vulnerabili e sofferenti che erano tenute in disparte e che ora vengono portate fuori: ora sono poste al centro e Luca vede nella guarigione i segni della salvezza proveniente da Cristo e dalla sua morte. E le folle accorrono da diverse direzioni e malati e sofferenti stanno al centro.

Alessandro Cortesi op

Ombra e luce

Nel ciclo di affreschi di Masaccio (che in toscano esprime il nome Tommaso con valenza vezzeggiativa) nella Cappella Brancacci a Firenze dipinti poco prima della morte del giovane  artista (1428), una scena riprende la pagina degli Atti. La scena è posta nel quadro della Firenze degli inizi del XV secolo: le prospettive dei palazzi, le architetture che si distinguono sullo sfondo della scena  così come gli abiti sono i panneggi della Firenze dell’epoca per veicolare il messaggio che quel passare di Pietro ha a che fare con la vita dei contemporanei e di chi osserva quela scena. Pietro e gli apostoli nel loro passare guariscono i malati e gli storpi che vengono loro portati. E’ un elemento proprio e sorprendente di questo affresco la presenza dell’ombra. Masaccio è l’artista che ha inventato l’ombra nell’umanesimo italiano.

Spesso all’ombra si attribuisce una connotazione negativa perché l’ombra è associata al buio e alle tenebre simbolo del male e di realtà negative. Eppure l’ombra costituisce il risvolto di un corpo illuminato e si rende presente solamente perché sta in rapporto con una luce che giunge ad incontrare un corpo. L‘ombra stessa è quindi indice di una luce che la genera e rinvia ad una luce. l’ombra non può esserci se non c’è luce. Nella scena della cappella Brancacci sembra quasi che Pietro passando non si accorga che la sua ombra è fonte di guarigione per quei paralitici che stanno accovacciati lungo la strada. E’ forse espressione di quanto accade quando la vita si fa espressione di un bene offerto in modo gratuito – leggero come lieve è il tocco di un’ombra – senza alcun interesse e senza alcuna pretesa di attirare su di sè l’attenzione degli altri nella ricerca di una qualche grandezza e riconoscimento. Pitero è raffigurato con uno sguardo fisso avanti, per certi aspetti severo e statico, ma quasi evocazione ad un vedere teso a scorgere l’invisibile e proteso in avanti. E biblicamente l’ombra è segno di una presenza di Dio che non è afferrabile e rimane non dicibile. E’ l’ombra della nube nell’esodo ma è anche l’ombra evocata al momento della nascita di Gesù: “«Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1,35).

L’ombra di Pietro che passa, invenzione artistica di Masaccio, è una traccia da raccogliere per il nostro presente: di fronte al senso di inermità nelle vicende della guerra e delle ingiustizie che segnano questo momento del mondo siamo chiamati a passare, camminando per le strade, accogliendo di lasciare un’ombra che parli di luce che non viene da noi, ma è rinvio ad un segreto presente in ogni cuore e ad una presenza, il Risorto che è senso ultimo e segreto di tutta la storia.     

Alessandro Cortesi op

II domenica di quaresima – anno C – 2022

Gen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. 18In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”. Nell’atmosfera segnata dall’allunarsi delle ombre nel tramonto, in un clima di oscurità e terrore che avvolge il cuore di Abramo, un rito antico appare evocato: i patti tra popoli al termine di una guerra venivano stipulati ponendo una serie di animali squartati sul terreno e tra di loro si passava in segno di un impegno nuovo. Tale rito arcaico si collega all’espressione ebraica che indica il tagliare come riferimento ad un patto. In questa potente immagine sta racchiuso il messaggio di un patto tra Dio che chiama e Abramo il suo ‘amico’: è un patto in una relazione reciproca che impegna e coinvolge. Ma solamente un braciere fumante e una fiaccola ardente passano tra gli animali squartati: è impegno da parte di Dio, che garantisce una fedeltà come promessa. Questa va oltre ogni possibile risposta umana e rimane offerta unilaterale e ferma. Il braciere e la fiaccola sono simboli della presenza di Dio, che come fuoco illumina e consuma. Nell’esperienza che segna la vita di Abramo da quel tramonto l’alleanza si delinea  qual dono di fedeltà. Ad Abramo è richiesto l’abbandono, nella fiducia disarmata e di resa al Dio che non verrà meno alle sue promesse. Al centro dell’intera vicenda di Abramo sta il suo atteggiamento di fede: ‘Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia’ (Gen 15,7).

E’ questo un primo tema che richiama alla Pasqua come compimento della promessa di fedeltà di Dio ad Abramo e all’umanità.

Nel racconto della trasfigurazione di Gesù Luca che sul monte Gesù pregava. In un contesto di preghiera avviene qualcosa di nuovo e particolare: “il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. Luca scrive per lettori che conoscevano i fenomeni della metamorfosi e descrive l’aspetto di Gesù come Mosè dopo essere disceso dal Sinai, con il volto risplendente di luce poiché aveva parlato con Dio (Es 34,29-30). Così nel dialogo con Mosè ed Elia l’intera vita di Gesù è evocata come cammino di un nuovo esodo. Israele era uscito dall’Egitto verso la terra promessa, così Gesù nel suo andare verso Gerusalemme guida un nuovo esodo. Si tratta di una salita che giunge alla croce a quel salire al Padre nella risurrezione: una vita nuova. Ed è salita che coinvolge l’umanità. L’umanità di Gesù, il suo volto trasparente di una luce nuova – è il grande messaggio di questo racconto che racchiude una riflessione sul mistero pasquale – è via per scorgere la chiamata per ogni uomo di vivere nella comunione con Dio. Il cammino di Gesù è orientato a Gerusalemme: nei tratti del suo volto crocifisso si può cogliere la luce dell’amore del Padre. L’invito che chiude questo episodio è ad ascoltare Gesù. Luca richiama all’ascolto di Gesù come via per entrare nella dimensione nuova della comunione con Dio orizzonte finale dell’intera esistenza.

Alessandro Cortesi op

icona ucraina del XIV secolo, villaggio Busovyska, regione di Leopoli, Museo Nazionale – Leopoli 

Trasfigurazone e sfiguramento

La festa della Trasfigurazione è momento particolarmente importante nella tradizione cristiana orientali e racchiude un profondo significato.

Nell’interpretazione patristica dell’evento sul Tabor, Mosè e Elia che conversano insieme con Gesù sul monte raffigurano l’intervenire insieme della Legge e dei profeti. L’intera storia di Israele è ricompresa e il punto per scorgere il senso dell’intero cammino di rivelazione è la passione di Gesù a Gerusalemme, la sua morte e risurrezione: il suo esodo nella Pasqua. Gesù, prima della passione manifesta la gloria che pervade il suo corpo. Anche questo elemento è letto dai padri in continuità con l’esperienza di Mosè sul monte Sinai (Es 24,9) e Gregorio di Nissa ricorda che “la manifestazione di Dio viene data prima a Mosè nella luce; poi egli ha parlato con lui nella nuvola” (In Cant 11).

La Trasfigurazione è così letta come manifestazione divina che rinvia alla comunicazione della Trinità nella luce. La voce del Padre, segno della presenza del Dio che non può essere visto, indica il Figlio amato. La nube luminosa evoca la presenza dello Spirito santo. Come al monte Sinai anche sul Tabor la nube manifesta e nasconde tale vicinanza e comunicazione. L’evento sul monte racchiude così un profondo messaggio sull’identità di Gesù stesso, il Figlio amato, e sull’identità degli esseri umani. Richiama infatti la vocazione propria dell’umanità a partecipare alla condizione divina del Figlio. Ogni uomo e donna può accogliere l’invito a lasciarsi trasformare dal dono di luce che avvolge l’umanità di gesù e la nostra umanità. Gregorio Nazianzeno ricorda: “l’uomo ha ricevuto l’ordine di divenire Dio secondo la grazia” (In laudem Basilii Magni). E Gregorio di Nissa gli fa eco: “essendosi avvicinata alla luce, l’anima si trasforma in luce” (In cant. V). Ma tale accoglienza di luce non è questione di un momento ma si delinea come cammino e progressiva salita.

Autori spirituali che coltivano tale orientamento, detti esicasti, come Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio Sinaita e Niceforo Atonita parlano della trasformazione della vita dei credenti nella luce del Tabor. Tale luce proveniente da Dio e manifestatasi in Cristo è da accogliere e tale dono fa entrare in un cammino di trasformazione dell’interiorità. Nel profondo del cuore dell’uomo si rende possibile una presenza della luce increata resasi visibile nell’esperienza del Tabor.

A partire dall’evento della trasfigurazione di Gesù Gregorio Palamas (1296-1359) parla della possibilità di percepire da parte degli uomini le energie divine. “Cristo pertanto non ha manifestato un altro splendore, ma quello che deteneva invisibilmente: egli possedeva, nascosto nella carne, lo splendore della divinità. Quindi quella luce è la luce della divinità ed è una luce increata” (Omelia sulla Trasfigurazione, 12)

C’è un importante messaggio per tutti coloro che contemplano questa luce: “Colui che partecipa dell’energia divina diviene egli pure in qualche modo luce; è unito alla luce e con la luce vede in piena coscienza tutto ciò che rimane nascosto a coloro che non hanno la grazia; egli supera così non soltanto i sensi corporali ma tutto ciò che può essere conosciuto per mezzo dell’intelligenza, poiché i puri di cuore vedono Dio che, essendo luce, abita in loro e si rivela a coloro che l’amano, ai suoi diletti” Omelia sulla presentazione della Santa Vergine al tempio, Omelia XXXV).

Tali concezioni stanno alla base dell’arte di ‘scrivere’ le icone: la luce manifestata in Cristo sul Tabor apre la possibilità di poter avere una manifestazione visibile nell’arte.  In particolare nelle icone della Trasfigurazione ogni elemento è illuminato e l’icona stessa diviene finestra visibile che si spalanca sull’invisibile luce che trasforma l’esistenza. Al cuore di tale esperienza artistica e di vita nello Spirito sta la consapevolezza di una presenza delle energie divine nel mondo umano e della luce increata che si è resa visibile sul Tabor.

L’icona della Trsfiugrazione qui sopra proviene dall’Ucraina: risale al XIV secolo ed esprime questa mistica della luce. E’ conservata nel museo di Leopoli, dove in questi giorni anche le opere d’arte vengono ricoverate in luoghi sicuri per essere protette dalle bombe.

Contemplare l’icona della trasfigurazione in questo tempo in cui la guerra nelle forme devastanti di una violenza inaudita sta imperversando nell’Ucraina porta a pensare. C’è un contrasto straziante tra la bellezza e la luminosità di questa icona e le immagini di volti sfigurati, di corpi di inermi abbattuti durante la fuga, di donne spaventate insieme ai loro bambini nell’uscire dall’ospedale di Mariupol bombardato.

L’uso di armi che portano morte, macerie e dolore distruggendo case, palazzi, ospedali, scuole, ponti, – tutto ciò che è segno della costruzione di città, luoghi del vivere insieme – dimostra la follia che contrasta radicalmente con la chiamata a partecipare di una luce che compie l’umanità stessa.

L’aggressione militare russa all’Ucraina nel suo dipiegamento di potenza distruttrice sta manifestando la portata disumanizzante dell’uso delle armi, del potere basato sulla violenza ed è anche manifestazione del buio della ragione, di ogni sentimento di umanità.

Il dolore delle famiglie spezzate, la sofferenza delle vittime civili, la desolazione dei feriti, l’angustia di chi vive nelle città sotto assedio, il pianto dei parenti delle vittime, la disperazione di chi è costretto a rifugiarsi nei corridoi della metropolitana o nelle cantine è espressione di uno sfiguramento dell’umanità a cui la guerra e un intero sistema fondato sulla produzione e commercio delle armi conduce. Le immagini che sono comunicate da questa terra martoriata per opera di giornalisti attenti che non si fermano di fronte ai rischi pur di raccontare le sofferenze delle vittime, documentano uno sfiguramento della vita umana.

L’icona della trasfigurazione, nella sua fragile luminosità ricorda una alternativa possibile, richiama l’affidamento ad una promessa che non viene meno: in questa terra desolata e devastata la possibilità di accogliere una luce che viene da altrove ed esige un’autentica conversione dei cuori, un cambiamento per volgersi verso, in altra direzione… per rimanerne cambiati profondamente.

Alessandro Cortesi op

Epifania 2022

Gislebertus – cattedrale di Autun capitello

Is 60,1-6; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

La storia dei magi ci richiama non solo ad un’atmosfera fantastica ma ad una vicenda drammatica. Sotto traccia alla narrazione sta il riferimento alla violenza e al rifiuto che hanno segnato la vita di Gesù. E il racconto contiene anche una sottile polemica nei confronti di un modo di intendere il rapporto con Dio in termini esclusivi e violenti. 

Da qui prende spunto una prima riflessione che potrebbe avere come titolo: Erode e le chiusure dei ricchi. Erode infatti e con lui tutta la città di Gerusalemme spaventata dall’arrivo di questi sconosciuti cercatori, sono il paradigma di un mondo ricco, chiuso nelle dimensioni del proprio sapere e dominio, asserragliato nel senso di superiorità nei confronti degli altri.

E’ il mondo che vede l’altro come minaccia, che non sa assumere l’attitudine dell’ascolto ma pretende di avere in mano tutte le risposte e di possedere Dio stesso nei propri quadri di pensiero. E’ il mondo religioso che non sa nemmeno leggere i propri riferimenti e la propria tradizione. La Gerusalemme di allora è anche la Gerusalemme di oggi che dovrebbe essere città di incroci, di incontri, di costruzione di pace e vive invece ciò che è contrario a tutto questo, ossia il rifiuto e l’esclusione, il tentativo subdolo di carpire dall’altro vantaggi per mantenere saldo un potere fondato sulla paura. Per questo rimane scossa dall’arrivo di chi, da lontano, insegue luci che potrebbero illuminare un cielo ormai senza più stelle. Quando si coltiva la pretesa di usare un potere senza limite, di non aver bisogno di riconoscere l’altro, si cade nella condizione della Gerusalemme preda della paura e dello sgomento. I progetti di Dio disorientano e spiazzano: l’incontro con lui non avviene nella città santa ma fuori dell’accampamento. Non è Dio di qualcuno, ma Dio di tutti.

I magi per contro, con il loro cammino insieme e aperto, costituiscono l’anti Erode. Non sono i ricchi asserragliati nelle loro sicurezze, orgogliosi del loro Dio da opporre al Dio dei nemici. Sono autentici sapienti, consci della fragilità di ogni profondo sapere e per questo sempre ricomincianti, attenti a scorgere i segni, aperti alla parola che può provenire dall’interrogazione e dallo scambio.

Sono nella condizione di chi coltiva un desiderio, di chi insegue sogni e cerca luci nella strada.

I magi indicano la sorpresa di un Dio diverso dal Dio dei sistemi religiosi: è un Dio che genera gioia e non può essere rinchiuso in uno schema culturale o in appartenenze regionali e geografiche. Da lontano giungono in cammino per strade incerte, ritrovate nella ricerca, nel domandare…

Infine la stella è la grande protagonista del cammino dei magi: la stella li guida sino all’incontro con un volto. Quella stella racchiude la luce di uno sguardo ed è anche brillio di piccoli segni che quello sguardo contengono e comunicano. La stella ha i tratti del segno che chiede attenzione, uscita, cammino. E sempre precede: ricorda che la presenza stessa di Dio non è esito di costruzioni umane, di sforzo e di calcolo, ma si offre come dono. La gratuità è il carattere della stella che illumina e si dona ad aprire cammini. E genera gioia a color che la ritrovano dopo momenti in cui ha prevalso il buio. La luce della stella è rinvio al Dio che sconvolge i piani di chi si sente al centro e al di sopra degli altri. E’ indicazione ad ascoltare i cammini di chi vie una ricerca sincera, i magi di ieri e quelli di oggi che sperimentano la sincerità di sapersi poveri e bisognosi degli altri. Possiamo pensare alle tante persone che nel loro ambito di impegno e lavoro continuano a cercare, si pongono domande, cercano quel senso profondo della vita nel rispondere a impegni, situazioni del quotidiano e  si lasciano interpellare a partire dai volti incontrati.   

I magi sono testimoni di chi si pone in cammino e continua il cammino attuando un passaggio dall’orgoglio di un sapere anche teologico alla mendicità che riconosce limiti e incertezze: e per questo valorizza ogni luce, e cerca di recare i propri doni.

I magi ci richiamano a tre percorsi per noi in questo nostro tempo:

Un primo percorso apre a maturare consapevolezza sulle diverse forme di dominio che caratterizzano la nostra vita. Partecipi del mondo occidentale, residenti in paesi ricchi, situati nella parte di mondo privilegiato nel tempo delle disuguaglianze si tratta di  imparare ad individuare e chiamare per nome le attitudini che portiamo dentro come colonizzatori e dominatori. La presenza di tanti magi oggi che portano con sé “l’appello dell’altro’ è motivo per profondi cambiamenti, superando le paure e accogliendo la provocazione ad una ricerca nuova. Anche nella vita delle comunità cristiane possiamo imparare a scorgere le chiusure e gli irrigidimenti che impediscono di ascoltare le voci dai margini che chiamano ad una condivisione, a ripensamenti di modi di intendere la vita nell’ascolto di Dio.    

Un secondo percorso può essere individuato nel dare un nome alle stelle, cercando nel buio che copre il presente le luci che illuminano il cammino e generano incontro. Il cammino dei magi è cammino di speranza, di scoperta di una gioia che irrompe come dono all’interno di un andare che è insieme e segnato dall’interrogarsi.

Un terzo percorso è individuare i magi di oggi, che sono coloro che provengono da lontano, che richiamano un volto di Dio che spiazza le nostre certezze. Per seguire quelle indicazioni di chi è capace di sognare e nel sogno scorge le chiamate di Dio.

Alessandro Cortesi op

Natale – Omelia messa della notte

Cerchiamo insieme il perché del nostro ritrovarci insieme a celebrare il Natale. Non è più abitudine partecipare alla messa della notte e lo spostamento ad un orario della sera ci aiuta a sostare.

Viviamo questo Natale nel tempo della pandemia: una situazione che coinvolge a livello globale tutti i popoli, tutti gli angoli della terra e che ha reso palpabile e concreta l’interconnessione delle nostre vite, delle vite di tutti.

E’ un tempo di buio che attraversa in tanti modi le nostre esistenze e soprattutto quelle dei più fragili, di chi non ha sostegni, di chi è solo, di chi vive in alcune regioni del mondo.

E questa sera accogliamo la Parola del profeta che è parola di speranza

“il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”. E poi: “hai aumentato la gioia, hai moltiplicato la letizia…”. Un invito paradossale che esige di essere approfondito.

Oggi le tenebre sono rinvio al buio, all’incertezza, a tutte le angustie e sofferenze che la pandemia che si prolunga – e che esigerebbe uno sforzo collettivo di responsabilità e solidarietà per superare l’emergenza sanitaria –  ha generato, ma anche del buio di una società malata di cui la pandemia ha svelato le grandi contraddizioni, le ottusità e gli egoismi. Ed è situazione che non sembra avere fine perché le situazioni che hanno causato la pandemia, la crisi ambientale, l’iniquità sociale, la scandalosa disuguaglianza che divide il mondo non sembra siano affrontate in radice. Ma siamo qui per scorgere una luce  e scoprire il messaggio di speranza del Natale. Sì, è la speranza il dono di questo Natale.

Il decreto di Cesare

La vicenda di Gesù si muove nel quadro di una storia segnata dai disegni dei grandi, dal dominio dell’impero, dalle ricadute sui piccoli delle decisioni del potere. Il censimento nella Bibbia è simbolo della pretesa dei grandi di misurare il proprio dominio. E’ il grande peccato di Davide quello di aver voluto il censimento del suo popolo (1Sam 24,1-4.10-18.24-25).

Il censimento è paradigma di quelle decisioni che ricadono sull’esistenza concreta dei poveri e che deriva da pretese di grandezza e dalla rincorsa ad accumulare ricchezza, a coltivare privilegi, ad assestare domini. Si potrebbe dire l’espressione simbolica di un sistema malato che opprime in modo violento fino a soffocare la vita dei poveri. Possiamo vedere questo anche oggi questo laddove le grandi decisioni dei poteri che detengono le leve dell’economia e della finanza generano le conseguenze che abbiamo sotto i nostri occhi: le delocalizzazioni che portano licenziamenti e  disperazione nelle famiglie, l’esigenza di ritmi di lavoro senza controlli e senza attenzione alla sicurezza che sono cause delle tanti morti sul lavoro, le scellerate scelte di chiusura dei confini e di respingimento dei poveri che lasciano morire uomini donne e bambini di fame e di freddo e di torture ai confini della ricca Europa.

Lo spostamento, l’uscita dalla propria casa di Giuseppe e Maria è provocata da questa decisione dei grandi ed è storia dei piccoli. In questo quadro di una vita di piccoli, ai margini dell’impero, si muove l’inizio della vita di Gesù. Anche se storicamente forse Luca confonde gli avvenimenti (è attestato un censimento nel 6 d.C.) il messaggio che proviene da questa pagina – che ritorna a pensare la nascita di Gesù dopo che tutta la sua vita si è conclusa – sta nella grande contrapposizione che presenta tra ingiustizia globale e vita dei piccoli e nel volto di Dio che ne emerge. Il Dio di Gesù non sta dalla parte dei dominatori, di chi usa la violenza, dei grandi manovratori del mondo. Sta dalla parte dei senza nome e senza volto, di coloro che sono considerate pedine insignificanti o soltanto numeri. Nella risacca della storia ci sono nomi che solo Dio conosce ed Egli prende con sé questa storia.

Nei suoi ‘auguri scomodi’ per Natale Tonno Bello scriveva: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, il progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.

Le fasce di Maria

C’è un particolare del racconto di Luca nel momento della nascita e sono le fasce del bambino, Gesù è posto da Maria nella mangiatoia perché non c’era posto per loro. Queste fasce sono un sottile rinvio alle fasce della sepoltura: quel bambino va seguito in tutta la sua vita. Questo è solo un inizio, sembra dirci Luca. La nascita rinvia all’intero suo cammino, alle sue parole, ai suoi gesti, al modo di intendere la vita fino alla fine. Ma in quelle fasce sta anche tutta la cura e l’attenzione. C’è il senso della sorpresa per la vita nella sua nudità. Per l’inermità che chiede delicatezza e tempo e sguardo premuroso. Le fasce svolte da Maria ci richiamano i gesti del quotidiano come luogo in cui scorgere una presenza inaudita e improvvisa. Quelle fasce e il deporlo nella mangiatoia fanno pensare ai gesti semplici, quelli del quotidiano. Chi lavora nella stalla lo sa: una poetessa di montagna Roberta Dapunt della val Badia, ha cantato la semplicità e lo spessore di questi gesti:

Di ritorno dalla stalla (Roberta Dapunt)

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi,

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui. Qui è l’avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell’amore alla vita, perché vita è l’unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.

E’ la semplicità della vita, la nudità di un bambino che richiede cura il luogo in cui scorgere la apertura ad un incontro di un Dio sorprendente. Papa Francesco ricorda nella sua lettera sul presepio “Admirabile signum”: “…il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita”

“I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato”.

Pietro di Celle, nato attorno al 1147, divenuto monaco benedettino e vescovo, e morto a Chartres nel 1183, offre in un suo sermone una invocazione a Gesù che viene nella semplicità:  “Vieni Gesù, nell’umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, fra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull’asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te”.

La luce dei pastori

Nella notte i pastori seguono una luce. Si lasciano interrogare da una ricerca e da una domanda aperta: sono ascoltatori di voci, cercatori di segni, bisognosi di luce…

E sono capaci di uscire, di lasciare le loro occupazioni per mettersi in cammino, per inseguire una luce che è fuori ma anche dentro loro: è luce di speranza. 

Anche noi questa sera siamo qui non per abitudine ma con un’inquietudine nel cuore, con una ricerca , colmi delle tante sofferenze che appaiono sovrastanti di questo tempo.

I pastori ci ricordano che nel buio si può accogliere una luce che rompe le tenebre: ci chiamano alla speranza che è attitudine dei poveri. Ce lo ha ricordato in questi  Timothy Radcliffe che è tornato a predicare dopo una grave malattia e ha detto: noi possiamo essere portatori di disperazione o di speranza nella nostra vita… non procrastiniamo la scelta di essere testimoni di speranza.

E’ una speranza che si aggrappa a questo dono di presenza e di luce. Ed è germoglio di risurrezione, di una fioritura possibile anche nell’inverno del nostro tempo segnato dalle paura dall’irrigidimento della paura e delle tristezze. Il dono di questo Natale è un messaggio di speranza: speranza che chiede di farsi storia, che si dica in piccoli gesti e in uno sguardo nuovo. “Riconosci cristiano la tua dignità” – richiamava Leone magno nelle sue omelie sul Natale – dignità di figlio e figlia, amato benvoluto, il cui nome è conosciuto e accolto da un Dio che si fa vicino nel bambino avvolto in fasce e  che non trova posto dove essere accolto. Questo invito può essere tradotto oggi nel riconoscere la dignità dei volti e nel portare speranza.

Verso la Messa di Mezzanotte

                                                     Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.
Invisibile aria: Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te si impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio – lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2021

Crijn Hendricksz Volmarijn, “Cristo e Nicodemo”

2Cr 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La IV domenica di Quaresima si apre con un invito alla gioia. La prima lettura offre una sintesi del percorso dell’incontro con Dio: da un lato un dono di alleanza da parte di Dio per mezzo di inviati e messaggeri. Ma spesso i profeti hanno trovato indifferenza e ostilità. Alla premura e cura di Dio corrisponde il rifiuto e il disprezzo. A fronte di tale incomprensione la Bibbia presenta la reazione di Dio come appassionata indignazione per tale chiusura e insensibilità. Ma proprio il secondo libro delle Cronache si conclude con un rinnovato gesto di fedeltà di Dio, che per mezzo dell’opera di un re pagano Ciro apre al popolo d’Israele la via del ritorno e della liberazione dall’esilio.

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo sorge dalla curiosità di questo maestro ebreo e conoscitore delle Scritture che si reca ad incontrare Gesù di notte. Riconosce in Gesù un uomo venuto da Dio perché si è lasciato interrogare dai segni che compie e forse avverte nella sua vita la nostalgia di nuovi inizi anche se intende interrogarsi su di sé senza che gli altri lo notino. Gesù indica che vedere il regno di Dio è possibile solo per coloro che nascono dall’alto. Nascere dall’alto significa un nascere interiormente accogliendo il dono dello Spirito: è per questo un nascere nuovo. In questa accoglienza si attua così un giudizio che si svolge nel cuore di quanti si trovano di fronte a Gesù:

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”

Gesù con i suoi gesti rende vicino il Dio che ama il mondo. Davanti a lui non si può rimanere indifferenti. Vi è una chiamata a prendere posizione davanti a lui ed in questo si compie un giudizio. Accogliere Gesù porta ad accogliere la luce in contrasto con le tenebre.

Credere in lui non è solo atto intellettuale né si esaurisce unicamente in indicazioni morali. ‘Credere’ nel IV vangelo è movimento che coinvolge l’intera esistenza, cuore e vita, e pone in un cammino di incontro e di cambiamento. Affidarsi a lui è via per ricevere in lui la vita eterna: è una comunione che inizia nella storia e si apre al rapporto vivo per sempre con Dio.

Gesù a Nicodemo propone un movimento di innalzamento: Gesù gli propone una rinascita, che nonostante la sua età deve compiersi dall’alto e di nuovo, una nascita che può iniziare solamente se ci si rivolge a Gesù così come nel deserto il popolo d’Israele si rivolgeva al serpente posto in alto sull’asta da Mosè (Num 21,4-9): era quello un segno di guarigione e di salvezza, punto di riferimento della speranza di tanti che soffrivano in preda alla malattia.

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15)

Il IV vangelo legge la croce come innalzamento. Gesù è posto, lui il condannato, su di una posizione più alta di tutti gli altri: se la croce è il segno del fallimento, Gesù morendo in quel modo manifesta il volto dell’amore di Dio che giunge al segno supremo. Dallo sguardo a Gesù sgorga un interrogativo per tutti coloro che lo seguono: chiede una scelta di affidarsi a lui assumendo la sua via. E proprio in questa scelta si compie un giudizio ed una nascita dall’alto e di nuovo. Sotto la croce si compie un raduno nuovo: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Alessandro Cortesi op

Nicodemo

“Nella Chiesa nuova alla man dritta c’è del suo nella seconda cappella il Christo morto, che lo vogliono seppellire con alcune, a olio lavorato; e questa dicono che sia la migliore opera di lui” così scriveva nel 1642 Giovanni Baglione nella sua descrizione de Le vite de’ pittori, scultori et architetti  dal pontificato di Gregorio XIII dal 1572 in fino ai tempi di papa Urbano VIII nel 1642. Il riferimento è ad una tela di Jacopo Merisi detto il Caravaggio dipinta tra 1602 e 1603 e collocata sopra l’altare in una cappella della chiesa di santa Maria in Vallicella (Chiesa nuova) nel centro di Roma. La chiesa era officiata dalla comunità degli oratoriani fondati da san Filippo Neri. La nobile famiglia Vittrice aveva una cappella nella chiesa ed aveva commissionato l’opera a memoria di un parente defunto, Pietro. E Caravaggio dipinse la tela nei primi anni del 1600. Ora la tela è conservata nei Musei vaticani.

Si tratta di un quadro di ampie dimensioni. – tre metri di altezza per circa due di larghezza – in cui la scena raffigurata non è il momento della crocifissione né la sepoltura, ma il momento della deposizione di Gesù dalla croce. Un gruppo di discepole e discepoli è così raccolto attorno  al corpo di Gesù che viene poggiato su di una pietra dove si sarebbe proceduto alla cura e unzione.   

Al centro del dipinto sta il corpo di Gesù esanime avvolto in un lenzuolo con cui è stato calato dalla croce, sostenuto da due figure maschili. Una a sinistra dal volto più giovane è Giovanni, il discepolo amato, che regge con le sue braccia il corpo di Gesù ed è proteso con il suo sguardo a fissare il volto del maestro mentre la mano sinistra si avvicina. toccare la ferita del costato. L’altra figura di uomo in primo piano può essere identificata con Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio che attendeva il regno di Dio e che chiese a Pilato il corpo di Gesù (Mc 15,43) o secondo altri è proprio Nicodemo, il maestro d’Israele che si recò da Gesù nella notte (cfr. Gv 3,1-2; 19,39-40). Con le braccia raccolte una sull’altra regge le gambe di Gesù accompagnando il movimento della deposizione del corpo sulla pesante pietra verso cui scende il lenzuolo bianco e su cui saldamente poggiano i suoi piedi e le gambe robuste.

In un secondo piano si scorgono i volti di alcune donne: si distingue Maria, la madre di Gesù con il capo coperto da un velo che contorna il volto raccolto in uno sguardo tutto concentrato su Gesù: è raffigurata con le braccia aperte quasi ad abbracciare nello star vicina al corpo abbandonato del figlio. Espressione di silenzio, di dolore e di attesa. Accanto a lei Maria di Magdala è in pianto ed è fissata nel momento in cui si sta asciugando le gote recando con la mano un fazzoletto a tergere le lacrime che le rigano il viso. Con gli occhi rivolti al cielo e le braccia aperte verso l’alto è poi una terza figura di donna, Maria di Cleofa. Il suo gesto suggerisce preghiera e grido rivolto al cielo ma anche dà all’intera composizione il dinamismo di una salita verso l’alto. Sono presenti quindi le donne che avevano seguito Gesù fino alla croce e con loro Giovanni il discepolo amato, vestito di una tunica verde avvolto in un mantello di colore rosso e Nicodemo. I volti delle donne e dei due uomini che sorreggono il corpo di Gesù compongono insieme quasi un movimento che discende a cascata dall’angolo a destra e giunge al corpo di Gesù proseguendo nel gesto del braccio. La pietra di marmo in primo piano è raffigurata con l’angolo rivolto a chi guarda, quasi ad uscire dal quadro stesso. Tutte le figure poggiano su quella pietra, pietra del sepolcro e dell’unzione.

L’intera composizione manifesta una discesa ma anche un ascendere, proprio a partire da quella pietra su cui tutti stanno appoggiati e che regge ogni dolore e ferita. Quella pietra è infatti la pietra d’angolo che evoca il salmo 118,22: la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo’ (cfr Mt 21,33-43). Vi sono poi alcuni particolari che possono essere notati: innanzitutto il corpo di Gesù non reca i segni della tortura e del sangue, è un corpo pulito e luminoso. La luce che attraversa il dipinto scende dall’alto a destra ad illuminare il corpo abbandonato. La sua mano rilasciata verso il basso giunge a sfiorare la pietra ed arriva sino ad indicare una pianta che cresce al di sotto della pietra, la medesima pianta che viene raggiunta anche dal lembo del lenzuolo bianco e luminoso che avvolge il corpo deposto. E’ una pianta verde e viva, che si contrappone ad un’altra pianta con le foglie appassite all’altro lato della pietra. La pianta verde è un segnale posto nel punto più basso del dipinto che indica la vita e la risurrezione.

In questo quadro Caravaggio viene ad esprimere un grande messaggio che comunica anche a chi osserva la tela proprio attraverso lo sguardo di Nicodemo che rivolge il suo volto dall’alto in basso a chi guarda dall’esterno. Mentre i discepoli sono fuggiti e hanno abbandonato Gesù solamente le donne e il discepolo amato lo hanno seguito e con loro è presente sotto la croce il maestro inquieto e curioso, Nicodemo. Al suo sguardo sembra che sia affidato un messaggio che corrisponde a quanto apprese da Gesù nella notte in cui si recò a presentargli i suoi dubbi e la sua ricerca.  In quel dialogo Gesù gli aveva parlato di un innalzamento; in quel dialogo Gesù gli aveva detto qualcosa di difficile da comprendere, l’esigenza di un rinascere di nuovo e dall’alto. Nicodemo in questo momento fissato da Caravaggio si trova ad accompagnare il corpo di Gesù nella morte vero il basso ad essere deposto sulla pietra. Ma quella pietra scartata dai costruttori è testata d’angolo di una nuova costruzione, di vita. La pianta viva e il lenzuolo bianco, la luce radiosa che illumina il corpo esanime ma con i tratti di chi si è abbandonato al Padre recano l’annuncio della luce che irrompe nel buio, della vita che vince la morte, di una pietra che diviene base di una costruzione di pietre viventi, di comunione. Nel volto di Nicodemo Caravaggio riporta un ritratto di Michelangelo (artista che aveva vissuto un secolo prima di lui e a cui Caravaggio si riferisce anche richiamando nel corpo di Cristo la medesima postura del corpo abbandonato del Cristo della Pietà di Buonarroti). Forse anche a dire che l’arte può aiutare ad accompagnare a scorgere la luce.

E’ una scena di morte, ma anche di vita, di rinascita he porta con sé a rinascere in modo nuovo, dall’alto, coloro che sono accanto a Gesù nel suo abbassamento fino alla morte di croce. Nicodemo piegato e affaticato nel suo rivolgersi a coloro che osservano sembra comunicare loro il suo comprendere proprio in quel momento quanto Gesù gli aveva confidato nella notte in cui lo aveva incontrato accogliendo la sua inquietudine e gli aveva indicato una strada: Dio ha tanto amato il mondo che ha donato il suo Figlio Unigenito, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna. La luce è venuta nel mondo aveva detto Gesù a Nicodemo. Ed ora questa luce si rende viva e presente nel corpo senza più forze di Gesù stesso. Nicodemo è chiamato ad offrire le sue energie per accogliere quella luce e ‘vedere il regno di Dio’.  Nel dialogo Gesù gli aveva indicato che questione essenziale è ‘vedere il regno’ cioè la presenza di Dio nel mondo e in Israele. E per questo è necessario rinascere dall’alto. L’identità di Gesù è tutta in rapporto al regno e incontrare lui implica cambiare idee sul modo religioso di vedere Dio. Gesù aveva indicato a Nicodemo la via di una rinascita, non dal basso, con le proprie forze, ma dall’alto, accogliendo un dono. E’ paradossale che la sua rinascita dall’alto stia avvenendo in rapporto con Gesù che egli sta accompagnando nel suo abbassarsi. Nascere di nuovo è una novità. Sulla croce Gesù è stato umiliato, ma anche posto in alto al di sopra di tutti: ora sta  già facendo irruzione la luce e la vita nuova. Attorno a Gesù è raccolta la prima chiesa, inizio del regno. Lo sguardo di Nicodemo invita ad entrare in questa convocazione, ad accogliere quella parola che in una lontana notte egli ascoltò da Gesù. C’è una luce da accogliere più forte del buio, c’è una vita che vince la morte. Gesù, la pietra scartata, è principio di comunione nuova.  

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno B – 2021

Gen 22,1-18; Rom 8,31-34; Mc 9,1-9

Tre pagine segnano la seconda tappa del cammino di quaresima: una pagina di fede e di alleanza (la legatura di Isacco), una pagina di invito a vivere non per se  stessi ma nello Spirito (Paolo ai Romani), una pagina di luce che illumina il cammino di Gesù e indica la Pasqua come dono di luce.

Nel cammino di Gesù che sarà la via della croce, la trasfigurazione è segno carico di annuncio e di speranza: prepara i discepoli allo scandalo della passione e morte di Gesù ed offre loro una luce per comprendere che proprio la via della croce è la via della risurrezione e della gloria. “fu trasfigurato”, dice Marco: Dio è il soggetto di questo evento di un volto luminoso. Non la metamorfosi di un dio che prende forme umane come nei racconti pagani, ma la lucentezza del volto umano di Gesù in cui traspare la presenza di Dio stesso.

Le vesti splendenti e bianche, come nessun lavandaio potrebbe renderle, sono il segno di una condizione celeste, di vicinanza unica a Dio. Accanto a Gesù sono i tre discepoli. Sta qui un indizio che rinvia alla passione e morte di Gesù perché i medesimi tre, i suoi più vicini, saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33) e si lasceranno prendere dal sonno nel momento della prova.

Mosè e di Elia invece sono personaggi del passato: di essi si attendeva il ritorno (cfr. Mal 3,22-24). Mosè, la grande guida dell’esodo ed Elia, profeta della fede, racchiudono nella loro presenza il riferimento all’intero cammino d’Israele alla storia di un’alleanza che non viene meno, all’unica storia della salvezza. Gesù va compreso all’interno di una storia in cui Dio si china e si fa vicino al suo popolo.

Di fronte allo splendore ed alla luce i discepoli sono presi dallo spavento. Pietro aveva riconosciuto in lui il Cristo ed era stato invitato a seguirlo. Ora propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, che anticipa il riposo della fine dei tempi. Ma non è questo il momento della gioia e del riposo, è invece questo il tempo dell’ascolto. Inoltre la tenda rinvia al luogo della dimora: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù, è lui nuova casa e luogo verso cui andare.

La nube che avvolge nell’ombra richiama la presenza di Dio nel deserto (Es 16,10; 24,18) e la voce dall’alto invita all’ascolto: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Come al momento del battesimo al Giordano la voce indica l’identità di Gesù il Figlio, l’amatissimo. Ora essa è rivolta ai discepoli e richiama all’ascolto (cfr. Dt 18,15). Sull’Oreb Dio si era comunicato a Mosè indicandogli le sue vie, ora su un monte alto – con allusione al monte del sacrificio d’Isacco – Gesù è manifestato come ‘il Figlio’. La voce richiama i discepoli a rivolgersi a lui e ad ascoltarlo lasciandosi coinvolgere.

Sul volto del servo sofferente che percorre la via della croce sono invitati a scorgere i tratti del Figlio amatissimo, lo svelamento del volto di Dio come amore. La trasfigurazione è dono di luce che fa scorgere il volto di Dio amore e rivela anche come la nostra esistenza può essere trasfigurata nell’ascolto di lui e della sua parola.

Alessandro Cortesi op

Raffaello Sanzio, Trasfigurazione – 1520

Un’opera d’arte nel cammino di Quaresima

Il dipinto della Trasfigurazione di Raffaello è una delle sue ultime opere ed è datata al 1520. E’ un quadro a tempera su tavola di grandi dimensioni 4 metri per quasi 3 metri di larghezza. Fu commissionata per la cattedrale di Narbona nel 1517 dal card. Giulio de Medici che aveva anche affidato a Sebastiano del Piombo il compito di dipingere una risurrezione di Lazzaro.

Nella parte superiore del quadro è raffigurata la figura di Gesù sospesa nel cielo tra le nubi con le braccia aperte ed alzate verso l’alto e le mani spalancate. La sua veste bianca appare mossa da un vento che soffia gonfiandola e ne fa svolazzare i lembi. Alla destra di Cristo c’è Mosé che reca nelle sue mani le tavole della legge e alla sinistra Elia con in mano un grande libro.  Anch’essi sono come sospesi e sollevati dal vento in un’atmosfera di tensione verso la figura di Cristo e di ascolto.

Al di sotto di Cristo su di un pianoro roccioso sono raffigurati gli apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni. Le loro vesti hanno i colori che rinviano alla fede alla speranza e alla carità e parlano di un quadro carico di simbolismi. Sono rappresentati su di un piano alla sommità di un colle elevato, allusione al monte della trasfigurazione. Le loro posture sdraiate e alla ricerca di riparo indicano i gesti di chi è preso da un forte disorientamento: appaiono come investiti da un grande bagliore e sono quasi tramortiti da un evento che li getta a terra e li rende incapaci di sopportare la luce.

Alla sinistra quasi nascosti emergenti tra gli alberi vi è la presenza di altre due enigmatiche figure, forse riferiemnto a due santi patroni locali, in atteggiamento di meraviglia mentre a destra sullo sfondo è rappresentato un tramonto che tutto tinge di rosa sopra un panorama di fiumi, colline e con il profilo di una città in ultimo piano.

Nella parte inferiore del dipinto la scena è invece occupata da un gran numero di persone. Si può scorgere un gruppo di nove uomini sulla sinistra che possono essere identificati con gli apostoli che non hanno seguito Gesù sul monte. Un altro gruppo sulla destra è composto di donne e uomini con atteggiamenti di richiesta e supplica e al centro un giovane sorretto nella sua condizione di sofferenza: appare in preda ad una crisi epilettica. Coloro che lo accompagnano indicano il giovane, presentato nei vangeli come posseduto da uno spirito muto che stanno portando da Gesù. Questo incontro è narrato nei vangeli sinottici subito dopo che Gesù è sceso dal monte (Mc 9,14-29). Le persone che lo accompagnano sono spaventate e alla ricerca di un aiuto: hanno sguardi smarriti e imploranti e qualcuno indica il ragazzo. Altre braccia si levano anche dal gruppo degli apostoli ad indicare verso l’alto. Al centro in posa statuaria, rappresentata in ginocchio e di spalle in un movimento di torsione, una figura femminile si rivolge agli apostoli e fa segno in direzione opposta verso il ragazzo con gli indici a lui rivolti.

C’è un grande movimento in questi gruppi ma anche un senso di buio e di smarrimento che permea volti e sguardi e contribuisce ad offrire l’impressione di paura, agitazione e sconforto. Il buio è anche sottolineato dal colore scuro della costa del monte che costituisce lo sfondo della scena. E’ momento di esperienza del male che deturpa il volto bello e fresco di un giovane e lo rende sfigurato teso, con gli occhi sbarrati e rivoltati verso l’alto.

I critici d’arte hanno discusso sull’attribuzione del dipinto ad altri artisti oltre a Raffaello a partire dalla suddivisione del dipinto in due livelli e vi è stato chi ha pensato ad una collaborazione di altri nella composizione dell’opera. Benché non sia esclusa l’ipotesi della presenza di altre mani oltre a quelle di Raffello la progettazione della struttura del quadro va attribuita a lui quale sua ultima opera. come anche dice il Vasari che “di sua mano continuamente lavorando la ridusse ad ultima perfezione”.

Sta forse proprio in questa scelta di avere unito insieme due scene dei vangeli l’indicazione di un messaggio teologico che l’opera offre a chi la osserva. Un critico ha suggerito di leggere questo episodio del livello inferiore non come descrizione della guarigione dell’indemoniato ma come un precedente tentativo di guarirlo da parte degli apostoli rimasti nella pianura mentre Gesù era salito sul monte con gli altri tre ( M.Calvesi, Oltre Raffaello. aspetti della cultura figurativa del 500 romano, Roma 1984, 33-41).

Tale indicazione può essere interessante per scorgere nel quadro di Raffaello la scelta di aver posto insieme lo sguardo alla paura e allo smarrimento, alla perdita di felicità che il male arreca nella vita umana. Lo spirito muto che si è impadronito del ragazzo è una forza di dominio e oppressione. Da qui la preoccupazione e l’angoscia dipinta sui volti del ragazzo e dei suoi familiari. Dall’altro il dipinto conduce a scorgere la luce abbagliante che è dono del cammino di Gesù: nel suo percorso verso la croce (e il gesto delle mani alzate evoca la vicenda della condanna e della crocifissione) donando se stesso al Padre e ai suoi Gesù non solo si è posto nella linea dell’alleanza di Dio che si è comunicato a Mosè e nelle parole dei profeti, ma ha rivelato la chiamata profonda a cui ogni uomo e donna è chiamato, l’essere rivestito nella propria umanità del dono di vita che viene da Dio, la sua luce. Il volto umano di Gesù trasfigurato si contrappone ad ogni male che sfigura il volto di chi soffre. La luce e le vesti bianche sono promessa di una chiamata e di un destino di stare accanto a lui.

Il profilo di Gesù con le braccia aperte con il vento che scompone le sue vesti è rinvio al Risorto nel suo salire al cielo: è il Gesù con il volto pasquale di crocifisso risorto. Il buio del male e di tutte le forze che opprimono la vita umana non sono l’ultima parola, ma vengono sconfitte dalla luce che proviene dal volto trasfigurato di Gesù che reca in sé ogni volto. Nel dipinto un particolare colpisce: gli sguardi di tutti i personaggi coinvolti sono rivolti o da una parte o dall’altra ma non verso la figura di Gesù con le vesti bianche e luminosa, nuovo Adamo in cui l’umanità trova il suo compimento. Solamente il ragazzo preda dello spirito muto rivolge lo sguardo verso l’alto. Gesù nella luce della risurrezione è colui che prende con sè chi è vittima delle forze di male ed è fonte di liberazione.

Forse proprio la figura di donna al centro del dipinto di spalle che indica agli apostoli con le due braccia il fanciullo può essere letta come indicazione – per lo spettatore che guarda e a cui ella volge le spalle – di un percorso da vivere: il gesto della sua mano tesa ad indicare il fanciullo trova proseguimento in certo qual modo nella direzione indicata dal braccio teso verso l’alto del ragazzo.  Può essere letto come invito ad accogliere l’angustia e la sofferenza di chi è in preda al male ed in questo com-patire aprirsi alla fede nella forza liberante che viene da Gesù e dal Dio dell’alleanza. Il suo volto luminoso che ha attraversato la sofferenza è dono per ogni uomo e donna perché compiano la propria umanità lottando contro il male seguendo la sua strada.  

Nell’incontro con il ragazzo epilettico il vangelo di Marco presenta un dialogo in cui emergono aspetti centrali di tutto il vangelo. Il padre del ragazzo chiede a Gesù: ‘Se tu puoi qualcosa abbi pietà di noi e aiutaci’. Gesù risponde ‘se tu puoi! tutto è possibile a chi crede’ e il padre ancora: credo aiuta la mia incredulità’.

Nell’opera di Raffaello si può forse scorgere un invito a questo affidamento di ‘credere nell’incredulità’, in un cammino in cui la vicinanza a chi soffre si fa via per aprirsi al dono di luce del volto di Gesù: è lui che accoglie il grido che sale dalle vittime di ogni male ed apre ad una comunione di luce.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_7779At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Maria di Magdala è smarrita. Il suo uscire e partire avviene ancora nella notte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca è un movimento di affetto e di nostalgia. E’ legata al passato e il buio assume una valenza simbolica come spesso nel IV vangelo. La luce può prendere il posto e chiede di essere accolta come l’alba al mattino. La sua è una ricerca addolorata del Gesù di prima. Maria rincorre il Gesù del passato e del ricordo. Solo la voce che la raggiunge pronunciando il suo nome la aprirà ad un nuovo inizio. Potrà incontrare Gesù non con i gesti di devozione nel luogo della morte, ma in una relazione vivente. Quando sente pronunciare il suo nome, quella voce conosciuta le dona luce nuova. Un nuovo giorno è iniziato. Il suo è il primo percorso del sorgere della fede. E’ lei la prima testimone.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto dal discepolo altro. Questi lo attende e per primo così Pietro entra nel sepolcro dove i segni parlano di una assenza. Vede i segni ma si ferma lì, non va oltre. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono di per se stessi sufficienti per la fede. Pietro, responsabile nella comunità, è il primo ma il suo cammino nel credere è faticoso e il suo seguire Gesù è fatto di cadute, infedeltà e ritardi. Deve lasciarsi guidare da altri. C’è chi ha uno sguardo nutrito dall’amore, l’altro discepolo, che giunge prima ha uno sguardo che va oltre: il vedere dell’amore ha una precedenza e un’autorità unica che fa crescere tutti.

La terza ricerca è la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava. Corre insieme a Pietro ma anche in modo diverso. E’ una ricerca che assorbe tutte le energie. Va di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’. Anche lui che la testimonianza e sa attendere è il primo: il primo a vedere e credere. Parte dai segni ma non si ferma ad essi. Nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. Quei segni, i teli posati e il sudario piegato, sono da leggere in rapporto all’episodio di Lazzaro. Qui la pietra è tolta e i teli non avvolgono Gesù. Essi dicono che Gesù è uscito da solo dal luogo della morte. Gesù è il vivente e d’ora in poi lo si deve ricercare altrove, o meglio attendere il suo venire, nella vita, nell’amore. Lui stesso ci raggiunge attraverso la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’.

Due serie di verbi in questa pagina indicano due movimenti della Pasqua: sono i verbi del movimento e quelli del vedere. Il giorno dopo il sabato viene ad essere così paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Il racconto si conclude con un invito a ritornare alle Scritture, per scoprire lì, nella sua Parola, il farsi vicino del Dio dell’alleanza. Il suo agire è in  vista di liberare e rialzare dalla morte. La sua promessa apre ad una comunione nuova, ad una trasformazione della vita che sin d’ora ha inizio.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno A – 2020

IMG_71521Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

Nel IV vangelo il dramma del buio e della cecità si contrappone alla luce, presentata come simbolo della rivelazione: ‘la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). La vicenda del cieco nato è uno dei sette ‘segni’ presentati nel vangelo. Non sono chiamati ‘miracoli’ ma ‘segni’. Tutti sono infatti orientati alla morte e risurrezione di Gesù, unico e grande segno in cui si rivela il volto di Dio amore che si consegna.

Il racconto è nel contesto della festa delle capanne, di sabato, al principio dell’autunno. La festa ricorda il cammino di Israele nel deserto. Il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe per attingere acqua e versarla sull’altare degli olocausti. Così il profeta Isaia parlava delle acqua di Siloe: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7) Le acque dell’Eufrate qui indicano la potenza dell’impero assiro con cui il regno di Giuda aveva cercato alleanza e sicurezza mentre le acque di Siloe divengono simbolo di fede nel Signore. Le mura di Gerusalemme nella festa delle capanne venivano illuminate con molti fuochi e si creava uno spettacolo suggestivo con le torce che squarciavano il buio della notte. Una festa con i simboli dell’acqua e della luce.

La narrazione descrive uno scontro di Gesù con ‘i Giudei’: così nel IV vangelo sono indicati gli uomini religiosi che sono preoccupati del proprio potere, chiusi in una religiosità di esclusione e discriminazione. Gesù entra in polemica con l’idea che la malattia sia una punizione di Dio o una retribuzione per un peccato. Rigetta anche una concezione fatalistica di fronte al male. I suoi gesti di bene manifestano il suo opporsi contro ogni tipo di male. La cecità del cieco non è segno di un peccato, ma diviene occasione del manifestarsi dell’operare di Dio che vuole la vita.

La guarigione del cieco è presentata come azione laboriosa, compiuta nel giorno di sabato. E’ un gesto di rottura nei confronti di una religiosità che pone l’osservanza religiosa del tempo sacro al di sopra della cura per le persone.

Il percorso del cieco non è solo lento recupero della vista ma diviene segno di una progressiva apertura al credere come nuovo modo di vedere – e si fa riferimento all’acqua e alla luce che nella tradizione cristiana sono i segni del battesimo (nella prima chiesa il battesimo stesso era indicato come illuminazione) -.

Il cieco diviene un esempio, una figura tipo che si apre ad una novità accogliendo il dono di vita di Gesù: i suoi occhi sono aperti. Al centro è l’incontro con Gesù. Interrogato dai ‘giudei’ che non sanno vedere, il cieco risponde che i suoi occhi ‘sono stati aperti’ e riconosce Gesù innanzitutto come uomo e inviato di Dio. Nonostante le minacce dice: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’. Per questo viene cacciato fuori. E Gesù si fa accanto a chi è stato messo ai margini. Il dialogo con lui si accentra sul credere. Il cieco che ora vede indica Gesù come Kyrios, signore, salvatore della sua vita.

Il suo itinerario del cieco è un lento percorso di riconoscimento e di incontro: al principio sta un dono, un passare dal buio alla luce nell’incontro con Gesù. C’è chi ci vede eppure è cieco come i religiosi chiusi in una religiosità dell’esclusione e della mancanza di umanità. E c’è chi si apre a vedere perché scorge in Gesù il rivelatore di un Dio che ha cura di ogni persona e desidera la vita.

Alessandro Cortesi op

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La responsabilità del ‘non vedere’

E’ stato pubblicato nei giorni scorsi un documento che dovrebbe essere conosciuto e diffuso proprio in questo tempo in cui si scopre che siamo tutti legati in un’unica vicenda che ci rende solidali nel bene e nel male. Il suo titolo è La fabbrica dela tortura. Rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia ed è stato redatto dall’organizzazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU).

E’ un testo che raccoglie le testimonianze dal 2014 ad oggi di migranti che sono passati attraverso le carceri e i luoghi di detenzione, veri e propri centri di tortura e di annichilimento degli esseri umani in Libia. Le sue pagine riecheggiano un immenso grido di dolore che raccoglie tante voci di chi ce l’ha fatta ad uscire vivo da quel girone d’inferno che dista poche ore di volo dall’Italia.

E’ un testo che evoca quel grido ‘Nunca mas’ che divenne il titolo di un report sui desaparecidos dell’Argentina degli anni ’70 e ’80 che documentava le violazioni di diritti umani, torture e assassini compiuti in modo sistematico, attuati con ritmo quotidiano. E fa risuonare anche il ‘mai più’ seguito alla presa di consapevolezza dei crimini orribili dei lager nazisti e della Shoah. E’ un grido che denuncia anche le responsabilità di società e di vertici politici sordi a tale condizione di disumanità e ingiustizia. Come riporta l’introduzione del documento:

“Questo rapporto si basa essenzialmente sulle testimonianze dirette dei migranti che sono passati dalla Libia nel corso degli ultimi sei anni e che gli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) hanno raccolto in tempi e in luoghi diversi. L’attendibilità delle informazioni fornite dai testimoni è stata verificata in base ai riscontri oggettivi disponibili come ad esempio l’effettiva esistenza dei centri di detenzione nei luoghi e nei tempi riferiti, l’esistenza di testimonianze, informazioni, rapporti di soggetti terzi a conferma/disconferma di quanto affermato”.

Le testimonianze che sono raccolte sono drammatiche e suscitano orrore e vergogna talvolta proprio nella loro brevità e nell’impotenza delle parole a specificare le umiliazioni e sofferenze subite dalle vittime. Sono denuncia di una malvagità lasciata libera di infierire sugli inermi ed eco di quel grido di dolore e di attesa di giustizia che sale da chi oggi è dimenticato ed escluso. sono anche conferma di quello che tanti coraggiosi giornalisti e attivisti di organizzazioni non governative e umanitarie hanno testimoniato e documentato in questi anni.

“Tutti i migranti e rifugiati detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni. Questi dati, probabilmente addirittura sottostimati, rappresentano, a nostro avviso, un quadro fedele delle violenze sistematiche a cui vengono sottoposti pressoché tutti i migranti e rifugiati che giungono dalla Libia nel nostro paese”.

In un tempo in cui le vicende dell’evolversi dell’epidemia del coronavirus rendono a concentrare ogni attenzione, può essere importante lascare spazio all’ascolto di queste voci che implorano. Sono le voci di coloro che sono dimenticati ed emarginati. Siamo chiamati a riflettere, ad ascoltarle proprio in questo tempo in cui scopriamo la preziosità della compassione, del riconoscimento e della accoglienza quando si è più vulnerabili. E’ un grido rivolto ad aprire gli occhi su ciò che per tanti anni è stato nascosto, su ciò che viene perpetrato anche in virtù di appoggi al sistema di detenzione illegale che giungono dall’Italia e degli accordi con la Libia (ved. Memorandum di accordi con la Libia di cui si chiede la sosepnsione e revisione integrale).

“Le proposte di emendamento del Memorandum presentate dal governo italiano al governo libico il 9 febbraio (2020 ndr), del resto, non contengono modifiche sostanziali e appaiono destinate a non incidere in modo sostanziale sulla sicurezza e sulla salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti. Resta infatti intatto l’obiettivo di sbarrare il flusso di migranti dall’Africa sub-sahariana, chiudendo il confine a sud, e bloccando i barconi in partenza dalle coste libiche, in cambio di supporto organizzativo, tecnologico ed economico. Non cambia inoltre il ruolo della Guardia Costiera libica, che, continua ad essere supportata, per le attività di ricerca e soccorso in mare, con risorse economiche, corsi di formazione ed equipaggiamento”.

“Anche il linguaggio utilizzato nel Memorandum contrasta in modo stridente con la realtà dei fatti; in alcuni passaggi, ad esempio, i terribili centri di detenzione libici vengono ancora ostinatamente definiti “centri di accoglienza”. Tutto ciò aggrava ulteriormente la responsabilità del governo italiano poiché, mentre in occasione della prima firma dell’accordo, si poteva ancora dubitare circa i gravi rischi per i diritti umani che esso avrebbe comportato, oggi, alla luce di tre anni di attuazione, il suo rinnovo senza radicali modifiche rappresenta nei fatti un atto di connivenza con le atrocità che senza sosta continuano a perpetrarsi”.

Da tutto ciò si è distolto lo sguardo nella scelta nefasta dell’indifferenza e della cecità  di fronte a questo sistema di sfruttamento e di attuazione sistematica di crimini contro l’umanità.

E così anche nella situazione che stiamo vivendo nelle nostre città accanto a noi non si dovrebbe dimenticare e ‘non vedere’ chi è più debole.

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6759Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

Il terzo Isaia è profeta del periodo del dopo esilio: riprende gli orientamenti di Isaia profeta del VIII secolo in una situazione nuova. Il suo è un libro di aperture e speranza. S’interroga sull’essenziale alla fede, dopo un’esperienza traumatica e dolorosa come l’esilio. In essa tuttavia vi è stata occasione per ripensare la fede, per considerare la profondità del disegno di salvezza di Dio. Chi lo accoglie è liberato da una religiosità che chiude in orizzonti nazionalistici e autocentrati.

Per questo Isaia contesta tutte le forme di religione che svuotano il rapporto con Dio riducendolo ad una religiosità magica. La pratica di forme individuali di sacrificio per ingraziarsi un Dio percepito come lontano è espressione di un modo di intendere Dio stesso come entità da placare e controllare con un culto separato dalla vita. Isaia critica così ‘digiuni e sacrifici’ e indica invece un ‘altro digiuno’ che ha a che fare con rapporti di giustizia: al centro della fede sta la sfida del rapporto con l’altro. La fede trova terreno di verifica in rapporti di giustizia e cura con gli altri. La ragione di questo sta nell’agire stesso di Dio: il Dio d’Israele scende a liberare, ascolta il grido dell’oppresso, si prende cura di marginali ed esclusi. Il povero, l’orfano, la vedova e lo straniero sono coloro che non hanno altre sicurezze umane e possono trovare sostegno solamente in Lui. A chi vive la fede è affidato il compito di continuare questa azione di Dio nella storia.

In tal modo si può ‘essere luce’: è un cammino in cui attuare azioni di liberazione: lo sciogliere le catene, rompere i vincoli di chi è oppresso. E dividere il proprio pane: la fame è schiavitù che conduce alla morte. A Dio sta a cuore che i suoi figli abbiano da mangiare e imparino a condividere.

“Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo”. Gesù chiama i suoi discepoli, dopo aver indicato loro la via delle beatitudini, ad essere segno di alleanza per tutti. Sono mandati ad essere segno generando fascino e attrazione. La comunicazione della fede, come incontro con Cristo, non è opera di indottrinamento ma di testimonianza e di contagio. Gesù chiede ai suoi discepoli di essere luce e sale, cioè segni, in cui nella vita traspaia una testimonianza.

Il sale svolge la sua funzione solamente in rapporto ad altro, come la luce. Matteo elabora l’immagine della luce in una parabola: la città sul monte e il candelabro.

Essere sale e luce implica ‘stare dentro’ alla realtà, divenire responsabili, non pretendendo visibilità e riconoscimenti, ma dando sapore senza pretendere nulla per se stessi. E’ seguire la via di Gesù che si fa solidale con la nostra storia entrandovi dentro e immergendosi. I discepoli sono invitati ad essere come sale che dà sapore in termini di servizio e di disinteresse: è seguire Gesù che attua la via delle beatitudini. Gesù non chiama ad estraniarsi dalla storia, ma a stare dentro le realtà ed essere lì segno di una luce ricevuta, di un sapore da condividere. Seguire Gesù rinvia ad assumere la responsabilità della testimonianza e a vivere in modo nuovo i rapporti con gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Sale e luce

L’immagine del sale e della luce rinvia ad uno stile di essere chiesa su cui è in atto una riflessione tra coloro che si chiedono come essere fedeli oggi al vangelo in una situazione nuova e particolare, un cambimento d’epoca. Senza esaltare e idealizzare un passato con i suoi pregi e limiti ma che è una situazione diversa da quella del presente. E scorgendo proprio nella condizione attuale, con tutte le difficoltà, un’occasione propizia per ascoltare in modo nuovo la Parola di Dio, per accogliere il vangelo e per generare una vita.

“Bisogna quindi suscitare dei riferimenti, dei segni che facciano corpo con la coscienza di questi giovani come la struttura cromosomica fa corpo con l’embrione. Questa immagine ci dà l’esatta misura della questione, della sua straordinaria difficoltà (se la si considera dall’esterno), e della sua «estrema semplicità». La genesi di una coscienza cristiana non si produce in un attimo: una coscienza è nella durata umana; la fede cristiana poi ha una storia propria che si è inserita nella durata umana. Per questo duplice motivo, occorre tempo. A volte però delle cose al tempo stesso minime e molto importanti capitano sull’istante, all’improvviso. Ogni volta che ciò accade, significa che una parola, un fatto, qualcuno, una circostanza, un gruppo di persone, una comunità hanno fatto immagine. Una coscienza allora comprende qualcosa. Un riferimento o un segno cominciano a formarsi in essa, sia tramite essa stessa sia tramite ciò che ha fatto immagine. La parola detta, il fatto, la circostanza, la persona, il gruppo di persone, hanno allora assunto la posizione di genitori la cui unione è all’origine di un concepimento. Ciò si produce soltanto nella misura in cui l’autore della parola, del gesto, la persona, il gruppo di persone non sono in situazione di divorzio, in loro stessi o tra di loro” (C.Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, EDB 2019, 359-368)

Christoph Theobald insiste sul fatto che l’annuncio del vangelo è motivo fondante della, vita dei discepoli e ragion d’essere della chiesa e dei cristiani. Ma tale annuncio non è una sorta di imposizione di qualcosa che piomba dall’esterno sulla vita delle persone. E’ piuttosto un cammino in cui imparare a riconoscere la sua presenza già all’opera all’interno dei cuori, nei percorsi esistenziali di uomini e donne nelle loro situazioni di vita. Ed è nel contempo anche condivisione di un dono di gioia e di bella notizia nella vita: è un incontro da accompagnare, sostenere.

Generare è verbo in riferimento alla vita: e come la vita è passare un dono che non è proprietà e non sta in mano all’uomo. Così sottolinea Theobald: “Se ci viene affidato di generare con altri la vita, e alla Chiesa di generare la fede, non dobbiamo mai dimenticare che la forza spirituale di questa vita, ma anche della fede, non è trasmissibile: pur suscitata da noi, la fede non può sorgere che liberamente dall’interno stesso dell’altro” (ibid.).

La stessa vita della chiesa è da leggere come un dono che si riceve prima di tutto. In tale senso un orizzonte di pastorale generativa si differenzia dalla pastorale di inquadramento, eredità dell’epoca post-tridentina e proprio di un modo di intendere la trasmissione della, fede in cui al centro stava il catechismo e la riproduzione di modelli di vita e di azione con forte accento sull’uniformità.

“La Chiesa è da ricevere qui e ora nella sua genesi sempre fragile, sorge all’improvviso, secondo gli eventi della vita che l’avranno chiamata al suo compito di suscitare la fede. In una breve formula molto precisa Philippe Bacq ha così riassunto la questione: «Si potrebbe qualificare la pastorale generativa nel modo seguente: essa è un modo di essere in relazione e un modo di agire ispirati dal vangelo che permettono a Dio di generare delle persone alla sua stessa vita»”.

Per questo nell’orizzonte della pastorale generativa (che non intende essere un metodo risolutore o una novità), al centro si pone la questione di uno stile di essere chiesa e l’attenzione alle relazioni nella vita. Da qui ne deriva un profilo di comunità dei discepoli e discepole di Gesù, non tanto preoccupata di visibilità, ma di essere segno del vangelo, disinteressata rispetto ad avere peso tra i poteri del mondo piuttosto tesa ad essere sale e luce appunto. Tesa a porsi accanto per dialogare con le persone, per accogliere i cammini di fede dell’altro, come traghettatori che fanno propria la ospitalità di Gesù.

Importanza fondamentale hanno quindi le relazioni, lo spazio dato all’incontro e all’ascolto delle inquietudini e domande, accogliendo come vi può essere una diversità di situazioni anche nell’ambito della fede. Ciò implica attuare una comunicazione da pari a pari, nella disponibilità ad un ascolto impegnativo e serio.

«Noi passeremo probabilmente da una Chiesa alla Rembrandt ad una Chiesa alla Monet; da una Chiesa dalle strutture forti, nette, chiaramente definite e ben visibili, a una Chiesa dai contorni tenui, costituita da piccole comunità sparse e collegate tra di loro da una moltitudine d’uomini e donne del Regno. In breve, una Chiesa alquanto simile alle comunità cristiane del primo secolo. A prima vista, ciascuna di esse potrà apparire isolata e dispersa nell’immenso impero, ma stabiliranno reciprocamente un legame di comunione forte e vivificante che esprimeranno al meglio quanto le prime lettere apostoliche si comunicavano tra di loro». (Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, in «Lumen Vitae» 58(2008) 3, pp. 299-318 p. 313.

E nelle relazioni pastorali ciò implica dare priorità alla Scrittura, da ascoltare insieme con altri desiderosi di interrogarsi, lasciando spazio e valorizzando la fede elementare.

“La comunicazione del Vangelo è una storia di amore, che fa incontrare l’altro e aiuta anche noi a trovare quello che abbiamo di più personale, la sicurezza della nostra vita, quel Signore Gesù che testimoniamo con la nostra fede e con le nostre scelte. Non aspettiamo che tutto cada dal cielo; non ci attacchiamo ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla vanità; non prestiamo attenzione più all’organizzazione che alle persone, così che finiamo per entusiasmarci più per la “tabella di marcia” che per la marcia stessa. Liberi dall’ansia odierna di arrivare a risultati immediati sopportiamo il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce (cf. EG 82)” (Chiesa di Bologna, Programma pastorale 2019-2020, La sete di Dio).

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6548Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-17; Mt 4,12-23

In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce…” Terra di Galilea, terra di pagani: una regione devastata dalle guerre, popolazioni di confine considerate male e con sospetto come pagani.

Isaia con lo sguardo lungo del profeta vede le tenebre di questa regione ai margini aprirsi ad una luce e ad una gioia nuova: annuncia una liberazione e la speranza che un re, ancora bambino, avrebbe portato luce e pace. E’ l’annuncio di un giorno in cui il diritto e la giustizia sono ristabiliti. Una luce grande entra nella storia proprio nella terra di confine, degli incroci, dei mescolamenti e dell’emarginazione. Isaia scorge un cammino di popolo dalle tenebre alla luce.

All’inizio del suo racconto Matteo riprende questo testo di Isaia e presenta Gesù che ritorna verso la Galilea. Vi si reca dopo il ritiro nel deserto e dopo che Giovanni Battista è arrestato. Giovanni Battista è consegnato nella sua passione e morte. In questo momento in cui Gesù, venuto a conoscenza di quanto era accaduto a Giovanni, poteva comprendere ciò a cui egli stesso andava incontro, si reca nella provincia dei pagani, nel territorio di confine, dei marginali: il suo essere messia parte da lì, segue vie che non corrispondono a progetti di potenza. Torna in Galilea, ma a Cafarnao, villaggio degli incontri, con coloro che sono dimenticati e esclusi dove i suoi incontri sono con malati e lontani. Gesù è venuto per tutti. E lì si fa vicino e i suoi gesti sono di guarigione e liberazione.

Il suo invito ‘convertitevi’ segue l’annuncio del regno dei cieli. Viene cioè dopo l’annuncio di un dono che genera gioia: il ‘regno dei cieli’ indica la vicinanza di Dio che apre ad un modo nuovo di intendere la vita come fratelli e sorelle, nella ospitalità. Il regno non è qualcosa lontano dalla nostra vita, è dono che viene dal Dio Padre: dono di vicinanza. Ed è anche scoperta che genera la gioia di lasciare tutto per cercarlo perché è una ricchezza che salva l’esistenza e le fa trovare il suo senso più profondo. Aprirsi al regno suscita un radicale cambiamento nella vita. Conversione è il movimento di cambiamento radicale, di mutare direzione, con cui si accoglie la presenza di Dio che si fa vicina nell’agire e nelle parole di Gesù. I suoi gesti di liberazione, guarigione, accoglienza e le sue parole indicano un modo nuovo di intendere la vita non come accaparramento ma come gratuità, non come egoismo ma come fratellanza. Rapporti nuovi sono possibili sin da ora nell’affidarsi a Dio che vuole la salvezza.

Gesù chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. E’ indicazione dell’essenziale della vita dei discepoli: rimanere dietro, camminare sui passi di Gesù, condividere lo stile della sua esistenza. Quando Gesù vede i due fratelli esprime lo sguardo di Dio che vede ogni persona come unica e originale e propone una chiamata. Simone e Andrea sono guardati nella loro vita ordinaria e nella loro unicità. Gesù li chiama nel loro operare di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Si fa vicino non nei luoghi religiosi, ma nei luoghi della vita. Li chiama ad essere ancora pescatori, ma ad esserlo in modo nuovo: pescatori di uomini. ‘Pescatore’ è da scorgere come chi porta vita: indica un servizio in riferimento ad altri, perché ognuno possa trovare il senso profondo della sua vita. Il regno dei cieli inizia a realizzarsi nella vita di Gesù: la vita cristiana non è apprendimento di una astratta dottrina fatta di principi e norme e neppure mera esecuzione di indicazioni morali, ma si compie nel seguire Gesù, nel porre i propri passi sulla sua via, nella creatività di vivere in relazione con lui che cammina sempre davanti, che annuncia e cura indicando la via del dono e del servizio.

Alessandro Cortesi op

SF00000000_67691687Maria Vingiani, un’esistenza ecumenica

Una donna, laica, un’esperienza profetica di questo tempo, una donna capace di cammini di fede e di incontro che hanno condotto a riscoprire il vangelo nella sua forza di novità e cambiamento. Una donna che ha seguito Gesù nella originalità di rispondere alla sua chiamata nel tempo.Di lei si può dire che ha accolto la voce: ‘Venite dietro a me’.

Maria Vingiani, all’età di 98 anni, è morta il 17 gennaio scorso. Un giorno particolare: è infatti la data dedicata al dialogo tra cattolici e ebrei. Su questa frontiera ella aveva svolto il suo cammino maturando intuizioni che guardavano avanti e aprivano nuovi orizzonti ben prima del Concilio Vaticano II.

Proveniva da una famiglia napoletana ed era nata nel 1921 a Venezia dove visse la sua infanzia e dove maturò la sua educazione e impegno in ambienti cattolici. Nel particolare contesto costituito dalla città lagunare, con la sua storia e pluralità di testimonianze artictiche e religiose, ebbe modo di scorgere l’esistenza di diverse comunità cristiane oltre quella cattolica: ognuna si diceva chiesa… Questo sguardo attento attorno a sé e il contatto con la vita fu l’humus in cui sorse in lei una profonda inquietudine e una domanda. Brunetto Salvarani nel suo libro Un tempo per tacere e un tempo per parlare” (Città Nuova 2016) in cui trascrive appunti presi in colloqui personali, riporta il ricordo diretto di Maria in quella fase della sua vita:

“Tra le chiese non c’era conflitto ma piuttosto indifferenza e reciproca ignoranza! Allora giovanissima, a Venezia vivevo un itinerario di fede nella mia parrocchia cattolica, ma m’incuriosivano le altre chiese che vedevo camminando per strada: quella valdese, luterana, metodista… Un giorno, avevo undici o dodici anni, decisi di entrare in una di queste in Campo Santi Apostoli. Mentre lo facevo mi sentii subito colpevole; qualcuno avrebbe potuto vedermi… Ma entrai lo stesso, e fui subito attratta dai libri poggiati sopra di un tavolo. Mi avvicinai autogiustificandomi, dicendomi che in fin dei conti stavo semplicemente guardando dei libri (…) Volevo capire e per capire dovevo studiare. Crescendo e arrivando alla laurea, pur tra mille difficoltà anche familiari, decisi di approfondire proprio il tema delle relazioni tra le chiese, non trovando praticamente nulla: solo qualche studio apologetico di parte cattolica. La mia vocazione ecumenica nacque da lì, dal fatto che non potevo accettare di buon grado le barriere esistenti tra chiese unite dall’unico vangelo, dall’unico Cristo, dall’unica salvezza. Quelle barriere per me erano una contraddizione inaccettabile!”. (cfr. anche una intervista inedita di Brunetto Salvarani a Maria Vingiani in Settimananews)

A quel tempo il solo partecipare ad una celebrazione di altre chiese era motivo di scomunica: Maria ottenne per questo il permesso dal patriarca di Venezia card. Piazza che glielo concesse non senza una messa in guardia per ‘non perdersi’.

Erano gli anni del dopoguerra. Sin da quel tempo iniziò a promuovere attività di conoscenza e formazione ecumenica. Si impegnò nell’ambito politico e fu eletta, molto giovane, in Consiglio comunale, divenendo poi assessora alle Belle Arti. In tale veste di responsabile per il patrimonio artistico cittadino incontrò il patriarca Roncalli, quando nel 1953 arrivò a Venezia, facendo il suo ingresso in città su una gondola. Lo incontrò come uomo di dialogo, di apertura mentale, capace di ascolto e di riportare la Parola di Dio al centro della vita cristiana. Di Roncalli Maria Vingiani ricordava ammirata la lettera pastorale del 1956 in occasione del V centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani. In quella lettera il patriarca invitava a leggere Antico e Nuovo Testamento non solo nelle occasioni comunitarie della liturgia ma nella dimensione personale e nella vita familiare: “Noi cattolici non avevamo mai sentito parlare della Bibbia in quel modo, allora la Bibbia non c’era, nelle nostre case”. Con Roncalli maturò un rapporto di stima e profonda fiducia che passò dagli ambiti propri del rapporto professionale legato alla custodia dell’arte ai temi dell’ecumenismo a lei tanto cari e che guidavano il suo cammino di fede. Trovandosi così a condividere un orizzonte di fede ma anche ad ispirare con la sua intuizione aperture e scelte che troveranno maturazione in tempi successivi.

MariaVingiani-1956_InPixioQuando Roncalli fu eletto papa e dopo pochi mesi, il 25 gennaio 1959, annunciò un futuro Concilio di carattere ecumenico, Maria Vingiani intuì la portata epocale di quanto stava per iniziare. Da qui la sua decisione di lasciare l’impegno amministrativo e politico a Venezia e di trasferirsi a Roma dove continuò l’insegnamento di lettere nella scuola.

A lei si deve l’incontro tra Giovanni XXIII e Jules Isaac, grande studioso ebreo, indagatore delle radici dell’antisemitismo cristiano – l’insegnamento del disprezzo-, la cui famiglia era stata sterminata ad Auschwitz. Maria Vingiani aveva conosciuto Isaac in occasione delle Biennali di Venezia – a cui lui partecipava regolarmente in ricordo della morte artista uccisa ad Auschwitz -. E fu Maria che favorì l’occasione di un incontro diretto avvenuto il 13 giugno 1960. Giovanni XXIII rimase toccato dalla testimonianza dell’anziano professore che cercava di far giungere il suo appello come missione. Da quel momento il tema del rapporto tra Israele e chiesa divenne una delle questioni inserite nel dibattito conciliare e che condusse ad una tra le novità più profonde del Concilio, una autentica conversione nel modo di intendere i rapporti con l’ebraismo e alla redazione della dichiarazione Nostra aetate, che aprì una nuova prospettiva di incontro e dialogo. Tale cambiamento riflette una intuizione propria di Maria che scorgeva come la divisione dei cristiani non poteva trovare orizzonte di riconciliazione se non in un nuova comprensione delle proprie radici riandando ad un rinnovato incontro con l’ebraismo scoprendosi sempre situati in rapporto con l’altro.

Ebbe a scrivere a proposito della sua lettura delle divisioni dei cristiani: «Mi era ormai chiaro che l’unica vera grave lacerazione era alle origini del cristianesimo e che, per superare le successive divisioni tra i cristiani, bisognava ripartire insieme dalla riscoperta della comune radice biblica e dalla valorizzazione dell’ebraismo». Da tali intuizioni ebbe origine il Segretariato Attività Ecumeniche che continua a tutt’oggi ad essere uno dei luoghi di incontro e formazione ecumenica e prevede nella sua costituzione di ‘partire dal dialogo ebraico-cristiano’.

Specificità di tale movimento interconfessionale fondato da Maria Vingiani, è la sua laicità: non è previsto che alcun responsabile ‘religioso’ sia membro ma può essere amico o consulente, e molti sono stati negli anni gli amici e consulenti di tale tipo, preti, pastori, rabbini. Tuttavia la caratterizzazione laica del movimento indica la scelta di un ecumenismo dal basso, con stretto legame alla vita e capace di forza profetica rispetto ai ritardi, alle incomprensioni ed alle durezze delle istituzioni e delle gerarchie. «Una scelta che comporta autonomia totale, anche economica, per favorire un percorso nuovo di incontro, dialogo, formazione e quindi poi l’intesa, la collaborazione e la comunione». I convegni nazionali del Segretariato Attività Ecumeniche ebbero inizio dalla metà degli anni ’60 e a partire dal 1978 fino al 1998 si tennero al passo della Mendola. Del SAE Maria Vingiani è stata presidente fino al 1996. E la vita del Segretariato continua tutt’oggi.

Nell’intervista raccolta da “Avvenire” (Riccardo Maccioni, Aveva 98 anni. È morta Maria Vingiani: il coraggio del dialogo, “Avvenire”, 17 gennaio 2020) in occasione dei suoi novant’anni Maria diceva: “Abbiamo vissuto anni di grande passione in cui bisognava sempre combattere, sperare, chiarire. Ogni volta c’erano battaglie da vincere, muri da far cadere, separazioni da trasformare in cammino di incontro, di riconciliazione. Oggi invece – continua – l’ecumenismo corre il rischio della tranquillità. Sembra che sia tutto normale, quasi scontato, mancano salti di qualità. Il pericolo è che la normalità sfoci nell’indifferenza (…) Occorre una grande passione, un grande amore per i nostri fratelli, nel senso di un’autentica fraternità. Bisogna puntare sul Vangelo, valorizzare al massimo la Bibbia. Io però non ho fatto nulla, a lavorare sono stati la fede, l’esperienza e la grazia di Dio” .

La sua testimonianza rimane come luce in questo tempo, nei cammino dell’umanità chiamata a riconciliazione perché come ella amava ricordare “la fede si vive nella speranza” (cfr. intervista nel sito della diocesi di Cremona)

Alessandro Cortesi op

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