la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “luce”

IV domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Dipinto sulle pareti della Chiesa di Cristo salvatore – Brindisi – inaugurata nel 2016)

1Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). Il IV vangelo è segnato da una contrapposizione radicale tra il buio e la luce, simbolo della rivelazione. L’incontro di Gesù con il cieco nato, che dal buio passa a vedere, è uno dei sette ‘segni’ della prima parte del vangelo, che preparano il grande segno della morte e risurrezione. E’ ‘segno’ che rinvia oltre.

Tutto avviene in un sabato, che coincide con la festa ebraica delle capanne al principio dell’autunno, una festa di memoria del cammino nel deserto: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe ad attingere acqua per poi versarla sull’altare degli olocausti. Le mura di Gerusalemme erano illuminate con torce che squarciavano il buio della notte creando uno spettacolo suggestivo.

Le acque di Siloe erano ricordate nei testi di Isaia. Il profeta le aveva contrapposte quale simbolo di fede in Dio a quelle dell’Eufrate segno dell’impero assiro in cui il re d’Israele riponeva la sua fiducia per alleanze militari: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7).

Nel confronto Gesù si trova opposto ai ‘i Giudei’, preoccupati solo di un disegno di potere, esempio di mentalità chiusa in cui la legge religiosa è motivo di esclusione. Gesù prende le distanze dall’idea che la malattia provenga da Dio, quale punizione o retribuzione. La cecità è male da debellare, non punizione divina. Gesù si oppone anche ad una concezione fatalistica di fronte al male. Il suo agire è in contrasto con il male che opprime le persone e non le rende libere.

Gesù rivela in questo qualcosa di sé: è venuto per compiere le opere del Padre che lo ha mandato. La sua presenza è luce che si oppone al buio. La malattia diviene luogo per attuare vicinanza, solidarietà, gesti di liberazione. Sono queste le opere di Dio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,3-5)

La guarigione del cieco è presentata come un’azione laboriosa. Avviene di sabato: è interpretata dai ‘giudei’ come infrazione della legge ma di fatto è compimento di liberazione, senso profondo del sabato stesso. Il cieco è accompagnato a recuperare il vedere fisico ma in questo cammino vive un’apertura ad nuovo modo di vedere interiore, della fede. Il IV vangelo lo presenta così quale esempio di un nascere a nuova vita: gli occhi gli sono aperti per opera di Gesù. Al centro sta l’incontro con lui.

Il cieco viene poi sottoposto ad un interrogatorio insistente mentre i Giudei si ostinano nella loro chiusura ed ottusità. Il cieco afferma che i suoi occhi ‘sono stati aperti’. Dapprima riconosce Gesù come uomo, poi lo indica come qualcuno che viene da Dio, infine scorge in lui il profeta. ‘ma i Giudei non vollero credere….’ (Gv 9,18). Nonostante le minacce di venire escluso dalla comunità, giunge a professare la sua fiducia: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’ (Gv 9,30). La domanda su da dove proviene Gesù è un grande tema del IV vangelo (tornerà nel dialogo con Pilato). Il cieco  scorge in Gesù un provenire da Dio. Per questo viene cacciato.

Ma Gesù gli si fa accanto: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: e chi è Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui. Ed egli disse: Io credo Signore’ (Gv 9,35-37). Solo alla fine si rivolge a lui chiamandolo ‘Signore’ (Kyrios) che è il titolo del risorto e della Pasqua.

L’itinerario del cieco è un lento progredire nell’incontro: al principio sta un dono. E’ passaggio dal buio ad una luce che prende tutta la sua vita. L’incontro con Gesù gli apre un vedere Dio in modo nuovo e da qui apertura ad intendere la sua stessa vita in relazione a Gesù. Il cieco ‘cacciato fuori’ dai detentori dell’ortodossia religiosa è ‘aperto’ al vedere che indica un affidamento, il credere. La luce per lui è l’incontro con Gesù al quale egli affida la sua vita: ‘Io credo in te Signore’.

Alessandro Cortesi op

Occhi aperti

“… la lotta alle mafia riguarda tutti, e nessuno può chiamarsene fuori”. E’ stata questa la conclusione del discorso del presidente Sergio Mattarella alla “XXII giornata di memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” svoltasi a Locri il 20 marzo con la presenza anche di don Luigi Ciotti.

Come tutti i suoi interventi anche questo non è stato un discorso di circostanza: le sue osservazioni sono state puntuali, dolenti, acute nel presentare le radici del fenomeno mafioso che attraversa non solamente alcune delle regioni italiane ma è ormai presenza capillare, diffusa, pervasiva che giunge a toccare tutti gli ambiti della società.

Le sue parole, frutto della sofferenza personale e della memoria del fratello Piersanti ucciso in un attentato di mafia per il suo impegno politico, sono state una freccia scoccata al centro della questione. E la reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo sui muri della città di Locri in più punti sono comparse le scritte: ‘don Ciotti sbirro’… ‘meno sbirri…’.

Mattarella aveva infatti puntato l’attenzione su quella zona grigia di compromeso tra mafia e politica da azzerare. La ‘zona grigia’ è composta da tutte quelle aree in cui la criminalità – organizzata e non – si raccorda con ambienti politici. E’ la terra di mezzo di intrecci tra malaffare e politici consenzienti e di accordi che imbrigliano la pubblica amministrazione, la riducono al servizio di progetti mafiosi e tolgono così ossigeno alla vita quotidiana dei cittadini. La ‘zona grigia’ coinvolge tutti, anche chi non ha responsabilità politiche e non è criminale, ma asseconda comportamenti di corruzione, ingiustizie quotidiane, illegalità minuta, e soprattutto coltiva l’indifferenza di fronte a minacce, soprusi e malaffare. Questa non è solo la realtà delle regioni più segnate dalla presenza delle cosche mafiose ma ormai dell’intero Paese, di diverse regioni che in modo subdolo sono pervase da infiltrazioni mafiose.

Ma questo discorso vale anche per la chiesa, e dovrebbe far sorgere una domanda se al suo interno vengano o meno favorite scelte concrete di giustizia e comportamenti coerenti soprattutto nell’uso onesto del denaro, nella trasparenza dei bilanci, nella retribuzione equa del lavoro, nell’uso solidale dei beni, nel pagamento delle tasse.

Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, poneva la domanda se il cristianesimo non avesse vissuto al suo interno una trasformazione nel far venire meno l’esigenza di Gesù nei confronti dei sofferenti innocenti per spostare l’attenzione sulla questione dei peccatori redenti e richiamava a volgersi a coltivare una ‘spiritualità degli occhi aperti’.

“per chi crede nel Dio biblico di Gesù, – scriveva Metz – credere significa sempre ‘vegliare’, ‘essere vigili’, ‘essere responsabili’ di fronte alle situazioni di volta in volta attuali del suo mondo. (…) il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa. (…)

La dottrina cristiana della redenzione ha drammatizzato nel cristianesimo la questione della colpa ed ha alleggerito la questione della sofferenza. Ma ciò non ha paralizzato la sensibilità più elementare verso la sofferenza degli altri e non ha oscurato la visione biblica della grande giustizia di Dio, che tuttavia, ancora secondo Gesù, avrebbe dovuto estinguerne la fame e la sete? I cristiani non si sono allontanati troppo velocemente e troppo presto dalla provocazione biblica della questione della giustizia? (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17-20).

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice ‘Dio’, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”. (ibid.63)

Il presidente Mattarella a Locri ha parlato di ‘denaro, potere e impunità’ che alimentano la ‘zona grigia’ in cui le mafie si incrociano con la politica. Don Luigi Ciotti ha ribadito: “La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venir meno ad un senso di responsabilità. Coraggio e umiltà non richiedono ‘eroismi’ ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”. Queste parole, insieme alla manifestazione promossa da ‘Libera-contro le mafie’, suscitando la rabbiosa reazione dei potentati malavitosi locali, hanno dimostrato di aver colto nel segno. E’ sempre più urgente oggi aprire gli occhi sulla malattia mortale rappresentata dal potere mafioso nella vita civile, ma anche essere vigili all’interno delle chiese per mantenere viva la memoria della sofferenza degli altri e l’esigenza di assumere la questione della giustizia come ‘memoria pericolosa’ nel presente e spinta di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

Annunci

II domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 part.)

Gen 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9

Quaresima è tempo per pensare l’esperienza di credenti come un viaggio. La fede è cammino: uscita da sicurezze per vivere accogliendo una chiamata di Dio. Nelle domeniche di questo periodo sono delineati alcuni tratti di tale cammino: la tentazione, la bellezza e la passione, la ricerca e la sete, l’apertura alla luce, la scoperta della vita come dono, la via della croce. In questa domenica sono indicati i caratteri del viaggio e del legame tra via della croce e risurrezione: ‘sul monte Gesù manifestò la sua gloria e indicò agli apostoli che solo attraverso la passione si giunge alla risurrezione’.

Il cammino di Abramo è storia di fede suscitata dalla chiamata del Dio della promessa. ‘Va’, lascia…’: Abramo sulla base di questa parola abbandona una situazione conosciuta e si apre ad un futuro nascosto nelle mani di Dio. ‘Farò di te un grande popolo e ti benedirò… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’. La sua vita si allarga a relazioni nuove: sarà benedizione per altri in una dimensione che oltrepassa i confini del prevedibile. E’ chiamato a superare la fatica del non vedere, la delusione, il dubbio passo dopo passo, non una volta ma quale costante del suo cammino. L’affidamento a Dio non è di un istante ma deve rinnovarsi. Le vie di Dio non sono le vie dell’uomo. Nella vicenda di Abramo è così delineato il cammino di ogni credente.

Al cuore del vangelo di Matteo il racconto della trasfigurazione fa intravedere il senso del cammino di Gesù. In questo racconto è racchiusa la testimonianza pasquale: il crocifisso è risorto. Il volto del messia che segue la via della passione è il medesimo volto del risorto. La sua risurrezione è vittoria del male e della morte ed acquista il suo senso se si guarda alla via del dono e del servizio che Gesù ha percorso in fedeltà al Padre. Gesù incontra fallimento e rifiuto ma viene confermato da Dio perché la sua vita è stata segnata dall’amore.

Matteo situa questa pagina subito dopo l’annuncio della passione e dopo le parole di Gesù ai discepoli per seguirlo sulla via in cui troverà ostilità e rifiuto fino alla morte. Gesù sta camminando verso Gerusalemme ma il suo volto sul monte risplende di luce: le sue vesti divengono splendenti. Matteo riprende riferimenti al libro di Daniele che parla dei tempi ultimi: “ecco, mi apparve un uomo vestito di lino con i fianchi cinti da oro puro. Il suo corpo era come il crisolito, il suo aspetto come la folgore, i suoi occhi come fiamme di fuoco… appena udii il suono delle sue parole caddi stordito con la faccia a terra” (Dan 10,6). La luce che avvolge il monte è un aiuto per scorgere il senso profondo del cammino di Gesù.

Gesù è presentato insieme a Mosè ed Elia che conversano con lui. Questo ricordo rinvia all’intero percorso di Israele, la legge e i profeti. Elia (2Re 2,11) come Enoc (Gen 5,24) era figura attesa alla fine dei tempi. Tutto il contesto poi rinvia al deserto, dove Mosè sul monte Sinai visse l’esperienza dell’incontro con Dio e il dono della legge.

Il monte, lo splendore, la nube, la voce richiamano l’esodo e il manifestarsi della vicinanza di Dio (la sua gloria) che accompagnava il cammino del popolo nel segno della nube: “Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la gloria del Signore riempiva la dimora…la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla dimora, e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio’ (Es 40,34-38)

L’umanità di Gesù è ora tenda e dimora in cui si rende vicino l’amore del Padre. In questo momento Pietro si rivolge a Gesù e chiamandolo ‘Signore’ titolo del risorto, riconosce già nel volto di colui che si prepara a vivere la via della croce il profilo del risorto. Il riferimento alle tende fa pensare alla festa delle capanne, ricordo dell’esodo, festa di attesa messianica. Nelle parole di Pietro che esprime il desiderio di fermarsi, di costruire tre tende, sta l’annuncio che ormai i tempi del messia sono giunti (2Pt1,16-18).

Il racconto della trasfigurazione di Gesù sul monte è quindi ricco di teologia. Può essere il ricordo di un momento intenso di preghiera, ma è anche racconto pasquale: intende esprimere ed annunciare una testimonianza sull’identità di Gesù. Al momento del battesimo la voce divina aveva indicato l’identità di Gesù come messia (Mt 3,17). Sulle acque del lago i discepoli lo riconoscono come messia: ‘tu sei veramente il figlio di Dio’ (Mt 14,33). Anche Pietro lo riconosce come Figlio di Dio, cioè messia (Mt 16,16). Il messia ha il volto di colui che percorre la via del dono e del servizio ed è il risorto.

Questo racconto non solo parla di chi è Gesù, ma racchiude anche un messaggio sul volto dei discepoli: questi sono coloro che sono chiamati a seguire Gesù sulla medesima via. Sono coloro che avvertono il desiderio di fermarsi: ‘è bello per noi stare qui’, ma sono inviati a stare nel cammino. I discepoli infine sono coloro che accolgono l’invito: ‘Ascoltatelo’.

La quaresima può essere tempo in cui lasciare spazio al silenzio ed alla povertà dell’ascolto della Parola di Dio ed al seguire Gesù.

Alessandro Cortesi op

(René Magritte, La Reponse imprévue, 1933)

Credere, andare, vedere oltre

Nel 1960 l’artista francese Magritte dipingeva un quadro che intitolò “l’atto di fede” (L’acte de foi). Circa trent’anni prima aveva dipinto un altro quadro in cui compare il medesimo motivo della porta a lui caro, che intitolò La réponse imprévue. In esso è raffigurata una porta chiusa contornata da una parete color rosso mattone. La porta è ben chiusa e tuttavia uno squarcio la rende vuota al suo interno. E’ infatti sfondata e si può cogliere come oltre quel limite ci è un altro spazio. Il pavimento della stanza infatti continua oltre la soglia. Ma lo spazio al di là è solo parzialmente visibile perché un’ombra buia impedisce di scorgere cosa vi sia oltre. La porta chiusa nella pittura di Magritte intende esprimere una dimensione della realtà entro la quale si realizza la nostra percezione che è bloccata. La maniglia sigilla questa chiusura.

Tuttavia questa porta non impedisce di guardare al di là, perché uno squarcio la sfonda e le linee della rottura disegnano una sorta di umano ritagliato senza precisione. L’apertura è così invito ad oltrepassare la porta stessa con lo sguardo, ad andare al di là, a scorgere dimensioni più lontane, oltre le chiusure e i muri.

Se La Reponse imprévue fa intravedere uno spazio nero, insondabile, oltre la porta, il dipinto del 1960, L’acte de foi rappresenta un diverso orizzonte. Ancora compare il motivo del muro e della porta. Qui la porta è di un interno di casa signorile, laccata di bianco, ancora è contornata da un muro rosa. Ma la porta è sfondata questa volta non su uno spazio d’ombra, ma su un balconcino delimitato da una ringhiera che si affaccia su un cielo notturno. Oltre il balcone un cielo e un mare – forse? – indistinto dal cielo, e sullo fondo il profilo di un esile spicchio di luna. Un cielo notturno sta al di là della porta chiusa. E’ possibile osservarlo solamente attraverso lo squarcio della porta sfondata, andando oltre la sagoma disegnata. Oltre la porta c’è ancora un’oscurità, ma in questo dipinto è oscurità notturna, illuminata.

La pittura di Magritte non è pittura di definizioni o di risposte; è piuttosto arte che richiama al valore delle immagini che non sono al servizio delle parole ma rivendicano la loro autonomia: un linguaggio diverso dalle parole, evocativo di percorsi unici. Le immagini non fungono a rappresentazione di pensiero ma  sono pensiero esse stesse, tentativo di andare oltre le illusioni, allegoria che dà a pensare. Nella porta sfondata è racchiuso un invito ad andare oltre, a volgere lo sguardo ad una realtà che ha dimensioni più profonde di quella che trattiene il nostro quotidiano. Oltre ad essa c’è una oscurità da affrontare, ma anche la prospettiva di una luce verso cui andare. E’ invito a partire, a solcare la soglia per entrare in orizzonti che sembravano chiusi e che invece sono aperti oltre il reale a portata di mano. E’ anche invito a vivere la fede come oltrepassamento per non lasciarsi rinchiudere entro un mondo dove tutto sembra sia chiaro e spiegato entro confini determinati.

L’Acte de foi può essere una immagine che fa scorgere la dimensione della fede come viaggio, come un andare oltre. E d’altra parte indica come la fede stessa sia immersione in un ‘oltre’ fatto di oscurità, ma anche di spazi sconfinati solcati da luce, pur nella notte, per entrare in una realtà più autentica di quella che appare a portata di mano e che delimita e racchiude. Richiesta di superamnto di barriere. La porta sfondata evoca un passaggio di sfondamento per liberarsi dall’illusione, per scorgere la molteplicità che sta dentro al reale, per non lasciarci rinchiudere nel dominio di parole ma lasciarsi guidare dalla luce.

(René Magritte, L’acte de foi, 1960)

Domenico Pompili, vescovo di Rieti, zona toccata dal terremoto dell’estate e autunno 2016 ha scritto una lettera pastorale intitolata “L’atto di fede” riflettendo su come vivere la condizione di chi è stato segnato fortemente dall’esperienza dei lutti, della distruzione e della paura del terremoto. Verso la conclusione di questa lettera riprende il riferimento al quadro di Magritte annotando: “in questo attraversare in prima persona le macerie di un mondo da ricostruire siamo anche, noi per primi, a guardare la vita dalla prospettiva di quella porta sfondata. Pronti a quel salto non garantito che è l’atto di fede adulta. Più vicini alla verità, più capaci di sentire nelle fibre del nostro essere che si può vivere, con dignità e umanità, senza muri, ma non senza fede. Che poi è corda, legame, senso della connessione di tutto con tutto. Sapere che ogni nostro gesto, parola, silenzio porta inevitabilmente qualcosa nell’universo, dà forma al mondo.” (D.Pompili, L’atto di fede, Lettera pastorale 2017)

Alessandro Cortesi op

 

 

V domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2058(foto di Francesca Cortesi)

Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

“Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo”. Il simbolo del sale attraversa la Bibbia e presenta significati diversi. Ha infatti usi negativi come segno del giudizio di Dio e distruzione (Sodoma e Gomorra, la moglie di Lot Dt 29,22; Gen 19,26; Sap 10,7). In positivo il sale è elemento indispensabile alla vita (Sir 39,26) e segno di forza (Ez 16,4), ma è soprattutto un simbolo di relazione: nel libro dei Numeri si parla di “un’alleanza di sale, perenne, davanti al Signore” (Num 18,19) e nel Levitico (Lev 2,13) si indica un rito: “dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio”. Il sale ricorda quindi il legame di alleanza tra Dio e il suo popolo. E’ simbolo di amicizia. Ancor oggi nel mondo orientale il segno di un’intesa è proprio il mangiare insieme pane e sale.

Sale è anche segno di vita (da cui ‘salario’, per sopravvivere) e di sapienza: “Il vostro parlare sia sempre con grazia condito col sale (della sapienza) per sapere come rispondere a ciascuno” (Col 4,6). ‘Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri’ (Mc 9,50).

Gesù chiede ai suoi discepoli di essere luce e sale, non solo testimoni e annunciatori, ma segno di alleanza nella storia. Il sale rinvia ad un rapporto, come la luce che illumina perché si possa vedere: Matteo presenta anche una parabola che parla di città sul monte e di lucerna sul candelabro. Gesù chiama i suoi discepoli, dopo aver indicato loro la via delle beatitudini ad essere segno di alleanza con lo sguardo rivolto all’umanità. Li invia ad essere un segno che non s’impone, ma contagia e attrae. La comunicazione della fede, come incontro con Cristo, non è opera di indottrinamento ma di testimonianza, di fascino, di gioia: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”

Sale e luce sono immagini di qualcosa che è presenza discreta, che non si nota ma sta a servizio di una realtà più grande, è per altri. Permeano la vita ma in modo nascosto a servizio di una realtà più grande. Parlano così della vita dei discepoli: anch’essi sono inviati a ‘stare dentro’ alla realtà, a non fuggire o essere indifferenti e distanti. Essere sale e luce è così seguire la via di Gesù che si fa solidale con la nostra storia. I discepoli lo potranno essere solamente se seguono lui povero, mite, misericordioso, operatore di pace, perseguitato, e sapranno fare con Lui esperienza di quella felicità presentata nelle beatitudini – che non elimina problemi e difficoltà – ed è affidamento nel rapporto con lui.

Stare dentro le realtà come segno di un’amicizia al cuore della vita: è l’incontro con il Dio umanissimo che si prende cura dei piccoli: a questo siamo chiamati nel vivere la sequela di Gesù. Sta qui racchiuso un tratto della comunità che Gesù voleva: non preoccupata di se stessa, della propria grandezza di visibilità e di numeri, ma capace di ascoltare la sete di una umanità ferita e in ricerca ponendosi a servizio. Ricca solo di quel sale e di quella luce che non vengono dalle proprie forze ma da una relazione con Dio luce, da un dono di incontro e amicizia.

La prima lettura offre altre indicazioni importanti perché nelle tenebre brilli la luce: Isaia innanzitutto critica un tipo di religiosità che annulla il senso profondo del rapporto con Dio, la religiosità magica, vissuta in modo individualistico nella pratica di un culto separato dalla vita per ingraziarsi un Dio lontano.

Indica i tratti di una spiritualità diversa a cui Gesù stesso si riferisce: “brillerà la luce… se toglierai di mezzo a te l’oppressione”. Essere luce si concretizza nello sciogliere le catene, nel rompere i vincoli che tengono le persone schiave incapaci di libertà e crescita personale, è sguardo agli altri, impegno storico di vicinanza, di liberazione.

Nella pagina di Isaia è indicato anche un altro modo di essere luce, quello della condivisione: “nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri…”. “La tua luce sorgerà come l’aurora” se nella vita vi sarà condivisione. La fame, l’impossibilità di poter accedere al minimo per sopravvivere è terribile schiavitù e frutto di una ingiustizia contro cui lottare. E c’è anche una fame profonda del cuore a cui porre attenzione: “se sazierai l’afflitto nel cuore”. Il sogno di Dio sull’umanità, a cui i discepoli di Gesù sono inviati è un mondo in cui per tutti vi sia da mangiare e s’impari a condividere nell’ascolto delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

img_2449(Roma, chiesa di Santa Sabina)

Parole buone

Ci sono parole che curano, ci sono le parole della solitudine, ci sono le parole dei volti e ci sono le parole pesanti difficili: quelle del medico di fronte ad un paziente, degli amici accanto ad un malato. Ci sono le parole da leggere nei comportamenti incomprensibili degli adolescenti, e quella da scorgere nelle taciturne chiusure di chi è ferito, in segni ardui da decodificare. Ci sono le parole delle emozioni di chi ha subito traumi e violenza, ci sono le parole dell’ombra e quelle della luce. Ci sono le parole non dette che pure popolano le quotidianità dei rapporti e degli incontri.

Interrogarsi sulle parole diviene urgente oggi quando la comunicazione di tipo virtuale sta invadendo il nostro modo di comunicare. La facilità di invio di messaggi, il fascino dell’essere sempre connessi, ad ogni ora del giorno e della notte, in una rete che collega presenze lontane o vicine sta generando un genere inedito di comunicazione. Tante parole si incrociano, gettate, proferite, non pronunciate di fronte a volti, ma lanciate in uno spazio immateriale senza confini. Spesso sono parole dette nell’anonimato o con profili artefatti e illusori, in modo immediato e per lo più irriflesso.

Tanta aggressività e autentica violenza che percorre le nosre società trova un primo terreno di coltura proprio nell’arbitrio esercitato in uno spazio immateriale in cui non vi è apparentemente alcun limite, né fisico né di altro genere.

Le parole di odio seminate senza pensarci, le parole di notizie non verificate, le parole generatrici di sentimenti e opinioni senza fondamento, le parole che uccidono lanciate come pietre su persone indifese, le parole della calunnia o del dispregio: sono tutte queste le parole che si affollano e si moltiplicano, ridotte a chiacchiera. Talvolta sono parole ridotte quasi  a primordiali urli disarticolati, o ragionamenti cavilosi in cui regna solo l’aggressività e l’offesa e viene meno lo sguardo all’altro, il rispetto, come stare di fronte riconoscendo la dignità di un volto. Si assiste così ad una profluvie di parole, ad un eccesso anche di parlarsi in cui sempre meno si genera però il fiorire di relazioni. Chi ha praticato la comunicazione in rete suggerisce la pratica sana dell’interruzione del passaggio dal virtuale al reale. Ma davanti allo schermo di computer o di uno smartphone c’è sempre qualcuno, una persona che ha sentimenti e vive una storia. Allora, dove e come incontrare parole che curano?

A partire dall’esperienza di uno psichiatra che cerca di sondare i territori della comunicazione Eugenio Borgna s’interroga sulla parola. “Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a se stante, ma sono anche creature viventi, e di questo non sempre siamo consapevoli nelle nostre giornate divorate dalla fretta e dalla distrazione, dalla noncuranza e dalla indifferenza, che ci portano a considerare le parole solo come strumenti, come modi aridi e interscambiabili di comunicare i nostri pensieri. Ma le parole che ci salvano non sono facili da rintracciare, e come diceva Marina Cvaeteva, la grande scrittrice russa dilaniata dalla solitudine e dal dolore (le lettere meravigliose che ha scambiato con Rilke si leggono ancora oggi con lo stupore nel cuore), faticoso e febbrile è il lavoro necessario nel trovare parole che facciano del bene. Ma come trovare, e come rivivere, le parole che salvano, e creano relazione? La salvezza non può venire se non dall’ascolto, dall’ascolto del dicibile e dell’indicibile, che ci dovrebbe accompagnare in ogni momento della giornata, e in ogni situazione della vita” (Eugenio Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi 2015, 12-13).

L’affermarsi della comunicazione digitale ha comportato una diffusione di massa di conoscenze e di dati. Ha riempito le memorie di computer e ha in certo modo realizzato l’utopia di una biblioteca universale ‘a disposizione di mouse’ nei motori di ricerca e nelle banche dati. Ma l’infinità di parole (e immagini) che riempiono depositi di memoria, sono solamente flussi di dati che richiedono di essere verificati, intrecciati, posti insieme, interpretati. Hanno bisogno della messa in atto di una capacità di memoria non come deposito ma come attività e dinamismo interiore, che sappia porre in relazione e generi pensiero e scelte. Tutto questo richiede un tempo, il tempo della ricerca, il tempo della raccolta e della crescita. E’ questo il tempo di maturazione di critica e libertà, che viene negato dalla velocità richiesta dall’immediatezza dell’informazione in tempo reale.

Quanto oggi è più urgente da custodire è piuttosto la pazienza della costruzione. Questa esige la lenta formazione di parole che non siano frutto di tempi ridotti all’istante, ma esito di lento interrogarsi, di domande che hanno bisogno della mediazione di un ‘frattempo’, del rimanere in silenzio, senza risposte immediate. In questo contesto quante volte anche le parole della fede vengono ridotte a chiacchiera per corrispondere ad una comunicazione della fretta e dell’immediatezza o nella preoccupazione di raggiungere obiettivi indicati come il numero di ‘click’ o dei ‘like’.Dove e come cercare e incontrare parole che curano?

Viviamo un quotidiano in cui viene sempre meno la capacità del silenzio, del riflettere che anticipa sempre un parlare impastato di vita e che segue ogni parola significativa e profonda: “La parola e il silenzio si intrecciano l’una all’altra nel generare e nel ricostruire le premesse a una comunicazione che si allontani da quella delle chiacchiere quotidiane, e si avvicini alle esperienze fondamentali della vita: quelle che hanno come loro oggetto il tema delle attese e della speranza, del dolore e della malattia, del vivere e del morire…” (ibid. 30)

C’è una oppressione che si fa presente e viva oggi nelle parole svendute, nelle parole di violenza lanciate come pietre, nelle parole inutili provenienti da quel chiasso scomposto che popola ogni istante all’esterno e che trova riflesso in una irrequietezza interiore incapace di arrestarsi e ascoltare il suono del silenzio.

Il profeta, uomo della parola, coglie come oppressione s’identifica anche con un parlare senza senso del limite (empietà come arroganza e presunzione): dire parole buone è gesto esigente di un andare incontro all’altro nella sua fame e sete: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”

Pochi giorni è giunta la notizia della morte di Christian Albini, all’età di 43 anni, un cristiano, un marito, un padre, un giovane,  insegnante di religione, responsabile del Centro di spiritualità della sua diocesi di Crema, innanzi tutto testimone di una fede ricca di apertura e di pensiero. Da anni, oltre a scrivere libri e su riviste (“Jesus” tra le altre), in particolare curava un blog a cui aveva dato il titolo “Sperare per tutti”. Era impegnato nel promuovere riflessione teologica legata alla vita con l’intento di ricercare nel nostro tempo ‘parole buone’ – come amava dire – capaci di edificare. Sperare per tutti nella ricerca di parole buone… Ho sempre apprezzato questa impostazione della sua ricerca e testimonianza, che respirava di un’attitudine serena sul mondo, gli altri, la chiesa, le vicende della vita: un’eredità preziosa, nel suo ricordo, per continuare a cercare e comunicare parole che curano.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_1784III domenica tempo ordinario – anno A

Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Terra di Zabulon e di Neftali sulla via del mare: è territorio al nord della Palestina, passaggio di strade calpestate da eserciti conquistatori nei secoli. Terra di confine dove si conoscevano devastazioni, violenze che accompagnavano i cambiamenti dei dominatori. Terre abitate da tenebre del male e della malvagità. Era quello il ‘territorio dei pagani’. Eppure Isaia vede proprio quella terra, situata ai margini, il luogo in cui si fa presente una luce nuova: vi sarà liberazione, vi sarà diritto e giustizia. E’ luce che viene da Dio ed è donata in luoghi avvolti da tenebre. Lo sguardo del profeta si fa interprete dell’agire di Dio: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie. La luce entra nella storia dai luoghi dove si pensa che vi debba essere solo tenebra perché è Dio che ascolta il grido del povero, sceglie i dimenticati dalla storia. Lo stile di Dio capovolge i pensieri umani.

Anche Gesù, dopo il suo aver seguito Giovanni Battista e il suo battesimo, torna verso il territorio di Zabulon e Neftali, in quel territorio di confine. Giovanni Battista è stato consegnato – dice Matteo – anche Gesù sarà consegnato nella sua passione e morte. Ma ora va nella terra dei pagani. Mentre già si delinea l’esito della sua vita nel suo consegnarsi, la sua passione e morte, Matteo invita a scorgere come il cammino di Gesù attraversi le terre ai margini.La sua vita non può essere tenuta racchiusa ma è attraversamento. Torna in Galilea, non a Nazareth ma a Cafarnao.

Matteo scrive il suo vangelo in rapporto ad una comunità di cristiani che venivano dalla fede ebraica, che conoscevano la Bibbia. E’ sensibile quindi a sottolineare la continuità tra le promesse del Primo testamento e Gesù. Ma anche insiste sul fatto che la vicenda di Gesù è aperta: viene infatti riconosciuto dai magi che provenivano da lontano, da chi ha attraversato il buio, seguendo la luce della stella. Ora Gesù si rende presente nelle terra dei pagani, segnata da tenebre. C’è una luminosità che segna la sua vita e diviene luce accolta da chi sta ai margini, lontano, considerato escluso.

La prima parola di Gesù è un invito al cambiamento: ‘convertitevi’. Il suo annuncio riguarda il farsi vicino di Dio in modo sorprendente: il regno dei cieli è farsi vicino di Dio che dona futuro e liberazione a chi è considerato perduto, lontano. Convertirsi è allora invito a cambiare direzione. Il criterio per orientarsi in modo diverso è quello dell’agire di Dio che si rende presente nei gesti di Gesù, nelle sue scelte. Gesù invita a cambiare per aprirsi ad un orientamento nuovo. Il regno non è qualcosa di lontano ma è la luce nuova della vicinanza di Dio. Irrompe nella situazione di buio ed è dono per un cammino di liberazione. Nei suoi gesti e nelle sue parole dice che Dio Padre è vicino ai poveri, a chi è considerato perduto, o malato da tenere lontano. Questa scoperta chiede un cambiamento radicale: dall’essere ripiegati e indifferenti al vivere la vita come segno di liberazione.

Gesù così chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. Non si tratta di imparare qualcosa da sapere né di una carriera da intraprendere. Non promette ricchezze né guadagni o onori. Chiama a seguirlo sul suo cammino, a condividere le sue scelte di una vita vissuta davanti a Dio e per gli altri. Gesù vide due fratelli: il suo sguardo si ferma su di loro: è riflesso dello sguardo di Dio. Simone e Andrea si sentono amati, chiamati per nome, e avvertono in quell’essere guardati una forza che li spinge a lasciare ciò che stavano facendo per seguire Gesù.

Sono due fratelli. Gesù li chiama nella normalità della loro esistenza di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Ci sarà continuità e rottura nella loro vita. Saranno ancora pescatori, ma in modo nuovo. Lo saranno per gli altri. L’attività di un ‘pescatore’ è quella di raccogliere per offrire cibo e per dare vita: ‘pescatori di uomini’ è seguire Gesù vivendo il servire perché altri abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Il regno cresce allora nelle scelte di chi ascolta questa chiamata di Gesù. Il regno si rende presente in una esperienza di ‘stare con’ Gesù, nel vivere un cammino insieme. La vita al seguito di Gesù si compie nel seguirlo, in una relazione personale con lui, quotidiana semplice, attuata insieme, aperta ad una convocazione che va al di là di ogni fissazione. Gesù, nella Galilea dei lontani, chiama dei fratelli perché impariamo a divenire ‘fratelli’ in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

img_2371Conversione

Nei ‘Promessi sposi’ si possono ritrovare due storie di conversione: la prima è quella dell’Innominato, narrata nel suo momento finale ne tempo della notte dopo il rapimento di Lucia. La seconda è quella del giovane Ludovico che diverrà poi fra Cristoforo. Due storie che in qualche modo possono raccogliere l’esperienza e la riflessione di Manzoni stesso che visse un’esperienza profonda di cambiamento che segnò la sua vita.

Tutto avvenne in rapporto ad una data e ad un luogo. Era il 2 aprile 1810 e il luogo era Parigi. Durante i giorni di festa per le nozze di Napoleone qualcuno iniziò a sparare, si diffuse il panico  e rimasero morti tra la folla. Nel disordine e parapiglia che ne seguì Enrichetta, la moglie di Alessandro, svenne. Manzoni si trova improvvisamente sperduto e solo a trovare rifugio. Prende l’ingresso della chiesa di san Rocco per ripararsi. Lì scoprendosi solo, smarrito e chiedendo di poter ritrovare Enrichetta, visse un momento di incontro con la presenza di Dio, momento indescrivibile di chiarezza ma anche di serenità e di orientamento nuovo per tutta la sua vita. Probabilmente quel momento avvenne dopo un lungo cammino di cui in qualche modo Manzoni fa accenno anche nel raccontare le due vicende di conversione presentate nel suo romanzo. Mentre la sua conversione rimase racchiusa nel segreto del suo cuore le conversioni dei due personaggi del romanzo hanno una rilevanza pubblica. Ma forse esse vanno lette scorgendo tra le righe di quelle pagine una vicenda esistenziale ed un riflettersi del medesimo autore.

Ermes Visconti, amico del Manzoni a cui fu chiesta una lettura del romanzo nella sua prima redazione il ‘Fermo e Lucia’ scritta tra il 1821 e 1823, nelle sue note lo richiamava a non porre troppo ascetismo nella narrazione con parole proprie di libri relativi allo spirito cristiano. In riferimento alla descrizione della figura dell’innominato suggeriva di approfondire il caso umano più che la partecipazione cristiana e concludeva: “Perché non sarei capace, mi rimetto al parere di chi sa meglio di me, che sia convertire ed essere convertito”.

Manzoni tenne conto di queste osservazioni e, forse in base a questa sollecitazione, nelle edizioni successive aggiunse la famosa pagina della notte dell’Innominato:

“Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi a atto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’un’audacia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. “Invecchiare! morire! e poi?” E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a se stesso, o di soggiogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per ria errare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer se stesso ch’era ancor quello” (A.Manzoni, I Promessi Sposi. Storia della colonna infame, a cura di A. Stella e C. Repossi, Torino, Einaudi-Gallimard, 291-2)

Manzoni nel rivedere le pagine del Fermo e Lucia, narra così la conversione dell’Innominato nei termini di un processo graduale faticoso, che trova il suo vertice drammatico nella notte dopo l’incontro con Lucia. Ma è un processo che matura poco alla volta, in una inquietudine che fa emergere una sensibilità legata al modo di intendere la fede di Pascal. E’ il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe colui che si fa incontrare nella notte di fuoco. E Manzoni sottolinea anche che la via della grazia non irrompe in modi eclatanti e improvvisi ma segue le vie della maturazione umana, si inserisce tra le pieghe della vita con le sue ferite, interruzioni e inquietudini. Non si tratta così di un evento folgorante e miracoloso, ma di un lento cammino che coinvolge, genera domande, aperture, desideri e conduce a rivedere la propria esistenza con occhi nuovi. Fino al momento della crisi narrato nella inquieta notte del rapimento.

Manzoni conduce a scorgere il conflitto interiore, la crisi vissuta in un interrogarsi che si fa lucidità autocritica, rilettura della propria vita e desiderio di apertura a qualcosa di nuovo. Ciò che sta al cuore di questa speranza che irrompe nel quadro di considerazioni desolate sul proprio passato sono le semplici parole di Lucia. L’innominato è presentato secondo il profilo di un ‘tormentato esaminator di se stesso’ (311):

“A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!… Via! – disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: – via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa”. E per farsela passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non nite, in vece d’animarsi al com- pimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’a acciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. “La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”. A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico” (310-11).

Giunge così ad un passo dal suicidio a prendere in mano un’arma per farla finita: ma un pensiero di speranza si affaccia: “Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni” (312).

Manzoni qui delinea nel cambiamento dell’Innominato una sorta di resa, un abbandonare ogni pretesa e prepotenza, connesso all’uso delle armi, tenute in mano ancora, questa volta, non per affermare il proprio dominio sugli altri ma per togliere a se stesso la vita, per interrompere un tormento e il venir meno all’orgoglio. E’ così un arrendersi, un cedere le armi ed un presentarsi spoglio, nel proprio cuore, davanti a Dio, che coincide con una resa alle parole miti di Lucia, che rinviavano alla misericordia e ricordavano il perdono: si tratta di una resa liberante.

Nel dialogo con il cardinal Federigo Borromeo le parole del cardinale offriranno una sorta di interpretazione di quell’esperienza. Alla questione dove Dio si renda vicino, il cardinale suggerisce: “E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?” (327)

C’è un uomo nuovo che sta emergendo ma questa vita non è senza rapporto con il percorso di un ‘uomo vecchio’ in cui la voce della coscienza si faceva sentire pur rimanendo soffocata o flebile. Il superamento del passaggio vissuto è visto non come totale rottura ma nell’essere maturato nell’interezza di un percorso, nel valore dell’inquietudine della domanda che ha condotto al momento di consapevolezza nuova. Nulla è rigettato di quanto di buono era già presente e maturato nell’esistenza di quella vita, dei percorsi tortuosi e tormentati della coscienza. Non c’è eliminazione e scarto, ma superamento e assunzione.

“E voi domandate cosa Dio possa far di voi? […] cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?” (328)

Il volto del cambiamento dell’Innominato sarà nell’andare solo senz’armi, capace di accettare di stare senza difese.

La conversione del giovane Ludovico che diverrà fra Cristoforo è un altro elemento per comprendere l’intera sua missione e l’incontro con Renzo. Aveva vissuto una giovinezza e il suo carattere manifestava da un lato desiderio di onestà ma anche tratti violenti. Educato al sistema feudale incontra il rifiuto e l’esclusione, si dedica a difendere le cause degli oppressi ma lo fa utilizzando i modi di prevaricazione dei bravi. Tuttavia vive interiormente il sentimento di un contrasto che permane, qualcosa di non risolto dentro di sè. L’idea di farsi frate, ‘sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita’, ma ad un certo punto divenne una scelta in seguito a quello che Manzoni indica come un ‘accidente’, l’uccisione del signore che ha incontrato per strada, evento tragico in cui perde la vita il suo compagno, di nome Cristoforo, che rimane ucciso. Ancora un momento puntuale, drammatico, ma che segna il punto di svolta e di arrivo di un lungo percorso. L’assunzione del nome dell’amico ucciso (Cristoforo, portatore di Cristo) al suo ingresso in convento è segno di un cambiamento e di un programma di vita.

L’itinerario di un cambiamento quale conversione è la questione centrale nella vita di Manzoni che si pone l’interrogativo su tale esperienza a partire dalla sua vicenda ma con sguardo anche a coloro che vivono una attitudine razionalistica, gli illuministi del suo tempo. Scrivendo all’amico Claude Fauriel, critico letterario, evoca come la dimensione del cuore non contrasti con lo spirito. Rilegge così le intuizioni di Pascal, in riferimento ad una fede che non si confonde con una costruzione intellettuale ma affonda nell’esperienza di un incontro vivente che coinvolge il ‘cuore’. Ezio Raimondi (Sulla conversione di Alessandro Manzoni, in http://www.bibliomanie.it) ha parole illuminanti commentando una lettera che Manzoni invia al suo interlocutore segnato da una mentalità razionalistica nell’invitarlo ad occuparsi di tale questione:

“posso esprimere, caro Fauriel, la speranza che anche voi ve ne occupiate (…) mi fa paura per voi la parola terribile Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et rivelasti ea parvulis (…) ma non ho in realtà timore perché la bontà e l’umiltà del vostro cuore non è inferiore né al vostro spirito (esprit) né ai vostri lumi (lumières). Scusate la predica che un parvulus si prende libertà di farvi».

Così commenta Raimondi: “Si tratta di un testo straordinario, se lo si considera in una certa luce: è denso di significato, perché intanto Fauriel è un lettore dei migliori moralistes del Seicento e del Settecento e, a differenza di altri intellettuali della tradizione illuministica, ha il senso della personalità di Pascal. Del resto, Manzoni sta per l’appunto citando Pascal, nella speranza che l’altro capisca al volo. Coeur ed esprit sono due termini determinanti nel mondo di Pascal. Potremmo chiamare coeur la coscienza incarnata, quella che sente Dio: «non lo sentite nel cuore» del cardinale (ecco le rispondenze verbali). Esprit è la ragione, l’esprit géométrique che non può aspirare al sentimento diretto della presenza divina: questa riguarda tutta la realtà profonda dell’uomo.”

Forse il senso più profondo della conversione di fra Cristoforo può essere visto significato nel pezzo di pane che tira fuori da una vecchia scatola, e che lascia in dono ai due sposi Renzo e Lucia a conclusione del romanzo. Le sue parole che accompagnano quel gesto sono quasi eco delle parole di Lucia che ritornavano alla memoria nella notte all’innominato “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”:

“Qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità; quel pane di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto!”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Epifania del Signore – anno A – 2017

adorazione-museo-pio-cristiano(museo Pio cristiano Roma – sarcofago IV sec.)

Is 60,1-6; Sal 71; Efes 3,2-6; Mt 2,1-12

Epifania è parola di manifestazione e di apertura: qualcosa si manifesta. Per questo è festa di illuminazioni e di luce. C’è una presenza di Dio che illumina ma non abbacina e si cela nelle piccole luci che illuminano la vita.

I magi, sono presentati nel vangelo di Matteo come sapienti provenienti da lontano, dall’Oriente dove la luce sorge. Hanno occhi capaci di scrutare. Nel cuore lasciano spazio ad una tensione che li pone in ricerca di luce e li spinge ad interrogarsi sulle luci. Luci del cuore, luci delle stelle. Sono queste i segnali di luce, di senso della vita, di apertura, presenti e nascosti nella realtà del cosmo e nei percorsi umani.

Gli occhi dei Magi, dice Matteo, si lasciavano interrogare dal loro scrutare le stelle: sapevano alzarsi verso l’alto, inseguire mondi nuovi e diversi oltre l’orizzonte quotidiano, oltre i ristretti confini di vedute limitate. Erano forse dei saggi, uomini aperti all’interrogazione. Ma sapevano anche guardare in basso, dare valore alle cose; sapevano fermarsi non su sapienze indifferenti rispetto all’andamento dei tempi e delle stagioni, ma erano sensibili ai movimenti del mondo, della natura. Erano occhi aperti alla domanda che proviene dal volgere lo sguardo in alto e in basso, capaci di lasciarsi prendere dal fascino di un sapere come scoperta del mondo e incontro con gli altri, al di là dei percorsi usuali e riconosciuti.

Erano occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.:. “Abbiamo visto sorgere la stella e siamo venuti per adorarlo”. Quegli occhi hanno saputo scorgere in una luce flebile la chiamata per un cammino insieme, per un uscire e andare. Si sono lasciati provocare e si sono messi in viaggio.

Nel viaggio dei magi Matteo rinvia a tutti i viaggi di chi intraprende un cammino dando spazio ad una spinta di ricerca, ascoltando la chiamata di quella luce che giunge da fuori, da lontano, ma è presente nel cuore come luce che illumina ogni uomo e donna che viene al mondo.

I magi vengono a proporre nel loro profilo i tratti di ogni persona in ricerca, che da territori lontani, non considerati, scorge una luce da incontrare, da cui lasciarsi toccare.

Per Matteo sono coloro che fuori da ogni appartenenza religiosa non hanno accettato le risposte già date, ma hanno affrontato l’avventura della vita come un viaggio con tutti i rischi e le difficoltà.

In radicale contrasto a questo cammino vissuto insieme, nell’aprirsi all’interrogazione sta invece la figura di chi detiene il potere religioso, e vive nei palazzi dei re. Il sentimento di questi è la paura, il terrore di perdere ed essere deprivati di potere o ricchezze, di quelle sicurezze che mantengono immobili, ripetitivi nei propri luoghi di stabilità. Il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati. Eppure gli scribi interrogati da Erode, proprio loro che dovrebbero essere gli scrutatori della parola del Signore, capaci di coglierne la luce ed indicarla, sono ciechi e incapaci di lasciarsi mettere in movimento.

Il cammino dei magi vive di uno stile diverso. Per Matteo è indice del capovolgimento che Gesù ha portato: non sono i primi, i sapienti, i ricchi, e nemmeno i detentori del sistema religioso, delle teologie ad incontrarlo con le loro sicurezze, piuttosto sono coloro che giungono da lontano, inattesi, guidati da luci che attraversano mondi in cui si pensa che Dio sia assente. Il loro presentarsi è nell’attitudine di chi domanda, nel chiedere senza arroganza. Questo fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito e la vita di Erode e di tutta la città viene minacciata di cambiamenti inediti.

Gli occhi dei Magi sono occhi capaci di brillare con quella contentezza semplice di chi si apre all’incontro e conosce l’importanza dei volti. Sono contenti di ritrovare la luce della stella: sono aperti a scorgere i segni. Non sono chiusi all’interno delle mura ben salde delle loro certezze e dei loro territori.

magi-salterio-di-st-alban

(Salterio di St. Albans – XII sec.)

Accolgono ancora l’invito a camminare nel ritrovare nuova luce. Ed è ancora la stella piccola luce nel buio del cielo a guidarli sino ad un bambino in braccio a sua madre. La luce conduce sino ad un volto indifeso. E’ volto che esprime la vita umana come cammino per scoprire di essere figli. Nella nonviolenza di un lattante. E si chinano davanti a quel bambino. Matteo nel suo vangelo dice che questo è il punto di approdo, ed è il momento di una grande, anzi, grandissima gioia. Il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre è il luogo in cui la luce della stella lascia spazio alla luce di un volto, all’incrocio di sguardi in cui la luce si fa volto.

I magi con i loro gesti riconoscono in lui il re, il messia, il servo che consegna la sua vita: l’oro destinato ai sovrani, l’incenso segno del messia, e il profumo di mirra memoria della morte e sepoltura indicano l’identità di questo bambino. I suoi tratti sono quelli del messia che ha annunciato la vicinanza di Dio ai poveri, una misericordia possibile per tutti, ha scelto la via della nonviolenza ed è stato crocifisso.

Sul volto del bambino conducono le luci che hanno guidato la ricerca dei magi. Ma ciò significa anche che ogni luce è in qualche modo riflesso del suo sguardo. Matteo in questo racconto invita a scorgere come sin nei segni della creazione, nelle stelle e nella luce che apriva e chiudeva le giornate del cammino dei saggi dall’Oriente era presente già un riflesso della luce di Gesù, il messia crocifisso. E così nela luce della loro coscienza che s’interrogava nel cammino e del loro discorrere insieme. I magi nel loro studio appassionato hanno saputo accogliere la chiamata nella loro vita di essere cercatori di stelle a differenza di chi pur avendo tra le mani la luce della Parola pretende di possederla e di chiudere cammini agli altri.

Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri i magi – dice Matteo – si rimisero in cammino ma seguendo i suggerimenti di messaggeri che indicarono loro altre strade, fuori da quelle stabilite.

I magi sono amici delle stelle, disponibili ad ascoltare i sogni. Scrutatori di segni e sensibili ai momenti in cui Dio si comunica e apre strade di vitaoltre ogni schema, al di là dei confini di chiese che diventano sistemi chiusi e di potere. Gli occhi dei magi, sono capaci di percorrere vie per incontrare l’umanità fragile, un semplice bambino con sua madre. Sono capaci di chinarsi, il gesto non dei sottomessi, ma di chi sa di essere piccolo. Si chinano davanti ad un bambino, segno di un’umanità vulnerabile: lì scorgono il volto del Dio umanissimo. A questo ci invita la festa dell’epifania: accogliere la luce, accogliere le luci di ogni ricerca, aprirsi ad incrociare sguardi di tutti i piccoli con cui Gesù si identifica.

Alessandro Cortesi op

img_2203

Natale del Signore – anno A – 2016

img_2322Natale del Signore – anno A – 2016

Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

“Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…”. Le tenebre sono cifra del momento che viviamo: tenebre di una situazione di violenza diffusa. Viviamo il tempo di una guerra globale e non dichiarata che continua nell’indifferenza e attraversa i luoghi della quotidianità. Assistiamo allo sgretolamento di percorsi in cui nel tempo e faticosamente erano stati riconosciuti dignità e diritti. Viviamo l’accrescersi di manifestazioni di rabbia, razzismo e intolleranza verso gli stranieri. Le tenebre sono anche quelle di un sistema economico e finanziario che genera ingiustizia e soffoca: annienta le vite di popoli ridotti alla fame, toglie il respiro e i sogni ai giovani privandoli di speranza e futuro.

Notte e buio segnano anche le nostre vite ordinarie, i percorsi delle nostre famiglie in tanti modi: perdite di persone care, malattie, difficoltà a sostenere i ritmi di una vita sempre più complessa ed esigente, dolori, difficoltà economiche, preoccupazioni per i figli, per i loro problemi e il loro futuro, egoismi e incapacità di comunicare, incomprensioni, dissidi. Buio è tutto ciò che ci opprime e angoscia. Buio è il luogo delle nostre paure espresse ed inespresse.

Nel buio di queste tenebre, in una condizione di spaesamento l’annuncio di Isaia, profeta che ha uno sguardo lungo sulla storia è psoto al centro della lituriga di Natale: “A coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

E’ annuncio di una luce che è entrata squarciando fessure nelle tenebre. E’ anche una promessa sulla storia che indica un orizzonte di liberazione e di pace: “tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva… ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Isaia scorge un intervento di Dio che libera da pesi insopportabili e da ciò che tiene legato a logiche di oppressione e violenza. E’ un intervento che inaugura un mondo diverso in pace: non ci saranno più passi marziali di soldati che avanzano per uccidere, ma tutto ciò che ha a che fare con la guerra, la guerra delle armi, ma anche l’aggressività e l’odio vicino, è reso vano.

Isaia indica in un bambino il segno della possibilità di inizi nuovi anche in una realtà di tenebre: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Questo bambino è un figlio donato: il nome di questo bambino è ‘principe della pace’. Il suo venire apre ad una storia di pace che è orizzonte di tutta la storia umana.

Un bambino nel suo essere inerme, privo di difese e di strumenti di offesa, segnato dalla fragilità estrema e bisognoso di cure. Questo bambino è un figlio affidato, segno della presenza di Dio che è potente rovesciando i criteri della grandezza umana: non s’impone con la forza ma nel suo presentarsi indifeso scardina la logica delle armi e della guerra. Questo bambino è portatore di luce nuova, apre un orizzonte di pace.

“Non temete. Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo, Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-11)

Il vangelo fa scorgere nel volto di Gesù, bambino, nel momento della sua nascita, i tratti di colui che visse la sua vita come servizio fino in fondo per amore: ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’

Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi come uomo. D’ora in poi il luogo dove incontrarlo è nel volto delle persone, negli altri. La luce che ci dona non è per fuggire da questa storia, ma entra nelle tenebre del nostro mondo per salvare questa storia. Natale è evento di povertà e abbassamento di Dio: “Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato…” (Fil 2,7-9).

Natale è irrompere della promessa e dell’annuncio che oggi è il tempo dell’aurora: il nostro buio è luogo in cui è pronunciato il ‘no’ di Dio ma in cui il suo ‘sì’, la presenza dono di un bambino, è germoglio e primizia di una fioritura in cui ciascuno di noi è coinvolto: è venuto per formarsi un popolo che gli appartenga (cfr. Tt 2,14).

Nelle parole degli angeli, messaggeri di belle notizie, c’è un annuncio a ‘non temere’: indicano inizi nuovi, invitano a mettersi in cammino, a leggere i segni della sua presenza. Una luce, anche solo una debole fiammella è in grado di attraversare le tenebre: là dove essa si leva ritorna a noi il coraggio di sollevarci. Natale è annuncio che la presenza di Dio può nascere e trovare spazio nel cuore di ogni persona. A noi sta accogliere questa presenza, farla crescere in noi. Il quotidiano, il vissuto di ogni momento e di ogni rapporto è luogo in cui far crescere tale incontro, lasciandoci coinvolgere, ponendo i nostri passi su quelli di Gesù, vivendo come lui ha vissuto. Da portare nel cuore oggi è forse solo una domanda: come “vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza”? come rendere questa parola vita ed esperienza delle nostre giornate?

Alessandro Cortesi op

maria-barghouthy-refugee-camp(disegno di Maria Barghouty, bambina siriana rifugiata)

Con il pensiero ad Aleppo

Dopo cinque anni di guerra il popolo siriano è vittima delle violenze e della guerra. Samir Nassar, arcivescovo di maronita di Damasco ricorda la situazione di violenza e sofferenza: «Il rumore infernale della guerra soffoca il canto di gloria degli angeli. La sinfonia angelica del Natale lascia il posto all’odio, a crudeli atrocità compiute nell’indifferenza globale. Oggi chiediamo all’Emmanuele, al Dio-con-noi, di portare, con la sua grazia, i doni di cui la Siria ha urgente bisogno: la pace, il perdono e la compassione»

«Il bambino Gesù ha molti compagni in Siria. Milioni di bambini non hanno più casa e vivono senza riparo, in tende o in alloggi di fortuna, proprio come la stalla di Betlemme. Gesù non è solo nella sua miseria. I bambini siriani, abbandonati, orfani e psicologicamente devastati dalle scene di violenza che hanno provato e visto, vorrebbero tanto essere al posto di Gesù, perchè il Cristo almeno ha sempre i suoi genitori. Questa amarezza si vede nei loro occhi, nelle loro lacrime e nel loro mortificante silenzio».

Nelle parole del vescovo si rifrange la disperazione e il senso di abbandono di chi vive in questo momento in Siria: «Molti bambini siriani invidiano Gesù perché Lui ha trovato almeno un posto umile per nascere e un riparo, mentre alcuni di loro sono nati sotto le bombe o durante un esodo che li ha portati lontano dalla loro patria».

La condizione delle donne è drammatica: «Ci sono in Siria tante madri in difficoltà: madri sfortunate che vivono in condizioni di estrema povertà, costrette ad assolvere ai doveri familiari da sole, senza i loro mariti, morti o dispersi. Donne che cercano in Cristo un po’ di consolazione. Quando guardano alla Sacra Famiglia e vedono la presenza rassicurante di Giuseppe, queste madri piangono per le loro famiglie prive di un padre: questa assenza alimenta paura, ansia e preoccupazione».

«Allo stesso modo gli uomini, disoccupati o stremati dalla fatica di cercare il sostentamento per i loro cari, vedono in san Giuseppe un uomo che ha saputo prendersi cura della sua famiglia, nel momento del bisogno, della fame e del pericolo, anche fuggendo, in un viaggio da profughi, in Egitto».

Per la comunità cattolica maronita «la luce di Cristo è l’unica che porta consolazione e speranza. La sua vicinanza all’umanità, espressa nel mistero dell’Incarnazione, infonde il coraggio di vincere la morte e la fiducia in un futuro fatto di pace, perdono e compassione».

Dalle comunità di Siria che celebrano il Natale proviene un grido di pace. E’ invocazione che chiede di fare di questa festa occasione per ricordarsi degli altri. Natale è chiamata a scorgere la pace come orizzonte che accomuna i diversi cammini nel mondo delle molte religioni e di chi non ha religione. Il grido di preghiera per la pace si fa denuncia per ogni utilizzo della religione per la violenza, per scopi che contrastano con la radice più profonda delle fedi, e si fa ricerca di una pace dono di Dio che sia reso concreto in scelte e azioni, percorso possibile tra diversi popoli.

Natale… col pensiero ad Aleppo invocando la pace.

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – 2016

week4_14-the-magi

“Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te… cammineranno i popoli alla tua luce…”.

La pagina di Isaia apre uno squarcio sul nostro presente: movimenti di popoli, gente che cammina portando in braccio i propri figli, fiumane di volti che arrivano da lontano. Ma in questa pagina questo movimento è visto con gioia: è il disegno di Dio nella storia l’incontro di popoli e questo è luce che viene, è segno della gloria di Dio che si chiama pace. Nel nostro presente c’è una chiamata nascosta che invita ad un cambiamento profondo nel concepire la vita e nella scelta di stili diversi. Con occhi nuovi…

Gli occhi dei Magi erano occhi che scrutavano le stelle: occhi aperti all’interrogazione che proviene dal volgere lo sguardo in alto, oltre il proprio orizzonte e al di là dei percorsi soliti e riconosciuti, oltre le inferriate. Occhi curiosi e che danno peso alle cose, ai percorsi dell’interrogarsi umano, alla ricerca in tutti i campi del sapere che è sempre apertura di luce. Occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.

Gli occhi dei Magi hanno saputo scorgere nella luce della stella un invito, si sono lasciati provocare dall’intraprendere un cammino nuovo, si sono messi in viaggio. L’oriente il luogo in cui si leva il sole non è tanto un luogo geografico, quanto un atteggiamento interiore di chi si leva, si lascia alzare da una luce accolta e inseguita. Sono immagine di tutti coloro che nella storia non hanno accettato le risposte già date, ma hanno preso sul serio l’avventura della responsabilità. Per contrasto il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati: è terribile pensare che sono turbati color che hanno in mano le Scritture, che studiano e possono guidare i popoli. Il cammino dei magi, il loro presentarsi a chiedere senza arroganza è uno stile diverso, fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito, perché la vita di Erode e di tutta la città con lui viene minacciata di cambiamenti senza previsione.

Gli occhi dei Magi vivono la contentezza di ritrovare la luce della stella: sono aperti a cogliere i segni all’interno di una ricerca che li mantiene aperti e in ascolto, non chiusi all’interno di mura ben salde delle loro certezze e del loro potere. Il loro accogliere il cammino è l’atmosfera per poter ritrovare sempre nuova luce. E la luce li guida a chinarsi davanti ad un bambino, in braccio a sua madre. Matteo nel suo vangelo ci dice che questo è il punto di approdo, luogo di una grandissima gioia.

Aprendo i loro scrigni si scoprono essi stessi accolti e guardati. Il dono non è quello che fanno ma quello che ricevono: perché quel bambino dice loro che il volto di Dio si rende vicino nei piccoli, in un’umanità fragile e dimenticata, bisognosa di tutto, come un bambino. E’ il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre il luogo dove la luce si fa volto. Ma quella luce è dentro ogni ricerca e spinge per altre strade a ripartire a tornare al quotidiano.

Vitrail dans l'Église de la Réconciliation, Taizé

Vitrail dans l’Église de la Réconciliation, Taizé

I magi incontrano così il volto di un re, di un messia, del servo che da’ la sua vita: l’oro regale, l’incenso, e la mirra profumo della sepoltura già indicano i tratti del volto di questo bambino, che rimarrà ‘piccolo’, emarginato e trattato senza pietà anche quando sarà grande. Ma anche indicano le caratteristiche di re sacerdoti e sposa (la mirra del Cantico de Cantici profumo della sposa) che non appartengono come esclusiva a nessun popolo e a nessuna chiesa, ma sono doni per i lontani, portati da loro che si scoprono riconosciuti come preziosi.

Il volto del bambino è luce di uno sguardo che riprende ogni luce del cielo, Ma anche forse ogni luce è in qualche modo riflesso di questo suo sguardo. E’ il suo sguardo, luce che fa uno con tutti i piccoli segni di luce che hanno guidato il cammino di questi cercatori di stelle che Matteo ricorda nel suo vangelo, ma che guidano anche i cercatori di stelle che sono le persone in ricerca oggi. Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri.

mantegna-adorazione-dei-magiAndrea Mantegna, adorazione dei magi

Gli occhi dei magi, sono occhi che si sono fatti riflesso di quello sguardo innamorato, che spia attraverso le inferriate, sguardo di pietas: giungono ad un bambino, ma quel bambino è Gesù, come anche la luce che proviene da tutte le luci, da tutti gli sguardi che attendono di essere incrociati con sguardo capace di attenzione, di ascolto di riconoscimento.  La provocazione per noi sta nell’accogliere: accogliere le luci di ogni ricerca, accogliere i volti feriti manifestazione, farsi vicino del Deus humanissimus: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Alessandro Cortesi op

Epifania

briefmarke_10Mt 2,1-12

Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

Codex_Bruchsal_1_11r

Commemorazione di tutti i defunti – anno A – 2014

DSCF3147Sap 3,1-9; Sal 41-42; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12a

Nel libro della Sapienza lo sguardo all’umanità è guidato dalla prospettiva di Gen 1,26: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. L’uomo e la donna recano in se stessi e nella loro relazione l’immagine di Dio, partecipano di una vita che proviene da un rapporto. La vita umana sorge nella relazione, è radicata in un incontro e va verso una comunione. Essa è vista come luogo in cui rispondere ad una chiamata a rapporti giusti, alla fedeltà a Dio che si esprime in rapporti di giustizia Tuttavia si pone un interrogativo bruciante di fronte all’esperienza dei tanti giusti che subiscono nella vita oppressione e ingiustizia da parte di chi attua logiche di dominio e sopraffazione: è la domanda sulla vita del giusto a confronto con quella dell’empio. I giusti che nella loro vita hanno risposto alla chiamata fondamentale di attuare l’immagine del Dio datore di vita, non vengono dimenticati dal Dio fedele. Dio non può abbandonare il giusto e lasciarlo preda del male e dell’ingiustizia.

Il testo della Sapienza manifesta il farsi strada dell’idea che la sorte dei giusti, benché messa alla prova dalla prevaricazione e dall’arroganza degli empi, è una sorte carica di eternità perché non viene meno su di loro lo sguardo di Dio. La morte rimane scandalo per la vita umana, ma è attraversata da una luce di speranza per i giusti: dopo la morte la loro anima “resta piena di immortalità”. Il libro, scritto nel I scolo a.C. risente in questi passaggi dell’influsso della mentalità greca e introduce l’idea di separazione di anima e corpo estranea alla mentalità semitica. Tuttavia il grande messaggio contenuto in queste pagine è l’affermazione che l’essere umano nella sua interezza è chiamato a compiere l’immagine secondo cui è stato costituito, dono di relazione con Dio.

Ma c’è anche un altro grande messaggio: se i giusti nella morte sperimentano la vita che non viene meno è perché già nella loro vita hanno vissuto nell’orizzonte della vita e non della morte. E’ infatti possibile vivere sin dall’esistenza presente una ‘vita da morti’: è questa la situazione degli empi, dei persecutori, dei violenti. La loro è una vita che apparentemente si manifesta piena di tanti successi, ma in profondità è solo buio, distruzione degli altri e di se stessi. E’ già morte. La vita dei giusti, di coloro che rispondono con fedeltà a Dio, anche se appare una vita denigrata, perdente ed è esposta all’ironia dagli empi che dicono ‘mettiamo alla prova il giusto, condanniamolo ad una morte infame’ (Sap 2,19-20), questa vita è nelle mani di Dio e vive nella certezza che Dio fedele non viene meno alle sue promesse. Essa è già vita feconda in Dio, nel perseguire rapporti di giustizia. Oltre la morte c’è una promessa di vita e di speranza che già ora innerva le scelte di chi accolgie la chiamata fondamentale della sua esistenza.DSCF4745

L’Apocalisse di Giovanni si chiude con una grandiosa visione di profezia sulla definitiva sconfitta del male: l’ultima parola della storia non è una parola di violenza e di ingiustizia ma una parola di bene di vita e di luce: il ‘mare’, simbolo delle forze oscure del male che si scatenano contro la vita umana, viene eliminato. Permane lo spettacolo di una città avvolta di luce. La nuova Gerusalemme è città della pace: è una città, un luogo plurale che pone insieme tante presenze, che raccoglie le diversità, ed è luogo di un dimorare nella pace. Al centro sta la tenda di Dio in mezzo a popoli, finalmente liberati: “egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro”. Gerusalemme è citta non caratterizzata dal ‘senza’ città dell’esclusione e del privilegio, ma una città caratterizzat da ‘con’: è luog di convivenza insieme, compimento di un disegno di Dio che fonda ogni relazione. E’ una città senza tempio perché la luce proviene dalla presenza di Dio e di Cristo che è luce e salvezza per tutti perché ha inteso la sua vita nel dare se stesso, nella condivisione. La visione della città si allarga ad indicare alla fine un incontro di popoli. La morte non ci sarà più. Ciò che rimane è la luce di una vita donata in abbondanza, come è data gratuitamente acqua per chi ha sete, dalla fonte della vita. La visione di Apocalisse è presentata non come motivo di fuga dal reale e come illusione ma è proposta ad una comunità che sta vivendo la prova e la fatica. E’ questo un punto di arrivo da guardare mentre si è ancora nella lotta e nelle difficoltà del presente: “chi sarà vincitore erediterà questi beni: io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio”.

Il testo delle beatitudini letto nel contesto della memoria di tutti i defunti e le defunte ci rinvia al senso della vita di Gesù come speranza di vita per tutti: di lui questa pagina ci parla, è lui innanzitutto che ha vissuto una vita nella linea delle beatitudini. Ed insieme a lui ci aiuta a riandare a tutti coloro che in questo spirito hanno inteso la loro vita, chi nella povertà, chi nel pianto, chi nella mitezza, chi nella lotta per la giustizia, chi nell’essere misericordioso, chi nel costruire la pace. Soprattutto di chi si è reso responsabile degli altri per far uscire dalla povertà, dalla sofferenza, dalla persecuzione, per aprire cammini di condivisione e liberazione. Dire ‘beati i poveri’ infatti è un forte invito a scoprire che Dio si fa vicino ai dimenticati e agli esclusi per inaugurare una nuova situazione di giustizia e fraternità. Questa pagina non è allora esortazione ad una rassegnazione passiva di fronte al dolore e condizioni di sofferenza, ma è parola di speranza e di cambiamento del presente, annuncia di Dio che si fa vicino a chi soffre a chi è dimenticato per aprire vie di liberazione e di vita.

Il ricordo dei defunti per il credente è innanzitutto una memoria. Un pensare al proprio legame con chi ci ha preceduto, un riandare alle proprie radici, riconoscendo un legame con ‘chi è andato avanti’. Ed è memoria gioiosa che legge nelle vite delle persone incontrate sul cammino la presenza di una benedizione di Dio. Egli raggiunge tutti in modi che solo Lui sa. La memoria dei defunti è maturare uno sguardo che che si affida alla misericordia di Dio. E’ la sua fedeltà e la sua misericordia la ragione e la forza che apre a sperare una salvezza per tutti e a vivere sin d’ora seminando nella vita ciò che rimane.

La memoria dei defunti è unita al giorno della memoria di tutti i santi e le sante, di tutti coloro che sono i santi senza nome della nostra vita e che hanno fatto crescere la storia nell’orizzonte della fraternità e dell’amicizia. Letta in questo momento la pagina delle beatitudini assume i tratti di promessa e appello per una storia segnata dalla vicinanza di Dio che prende le parti dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi tesse la pace e apre alla speranza la vita di chi si affida e scopre di non essere solo.

A conclusione alcuni testi per la riflessione:

“Ci comportiamo come i discepoli fra il venerdì santo e la Pasqua: ‘Noi speravamo’. Noi speriamo ancora, mentre ciò che attendiamo è già accaduto. Noi aspettiamo ancora l’esito del duello, mentre in realtà – se avessimo gli occhi della fede – si va già formando visibilmente davanti a questi occhi il corteo trionfale che farà entrare la natura e la storia, vittoriose in Cristo, nel regno eterno del Padre. Noi ci lamentiamo quando la sua forte mano ci afferra e ci spinge attraverso la porta stretta e buia della sua sofferenza, portandoci verso il regno luminoso ed infinito del Padre suo. Ci lamentiamo ed il nostro lamento attesta a noi stessi che ci fidiamo maggiormente del grigio crepuscolo della nostra terra che della luce del Risorto. Egli però, non vuole il nostro misero gemito, ma ci prende con sé; quando sarà avvenuto ciò che già avvenne, anche voi lo comprenderete” (K.Rahner, Unser Osterglaube, in Das grosse Kirchenjahr, Herder 1992, 264-265)

DSCN0561“Per tutti questi santi, conosciuti solo da te, ti ringraziamo, Signore; chiedendo la loro intercessione. Ci son passati accanto e non li abbiamo conosciuti; ma una pace ci è scesa nel cuore. Non sapevamo da chi provenisse: ci veniva da loro che camminavano, per le vie del mondo, senza miracoli, senza gesti eccezionali, ma con l’eccezionalità di una misura traboccante di amore. Li abbiamo incontrati senza saperlo, li abbiamo conosciuti senza riconoscerli. Adesso li veneriamo, nello stesso anonimato col quale ci son passati accanto in vita, ma ricordandoli, tutti insieme, in Dio. C’è anche il defunto ignoto; quel morto abbandonato nei cimiteri, con una tomba senza fiori. Nessuno va a visitarlo, nessuno porta una margherita, nessuno fa celebrare una messa di suffragio né dice una piccola preghiera. Quel morto non ha vivi che lo ricordino. Forse morì vecchissimo, sopravvissuto a tutti i suoi congiunti, forse fu il superstite di una strage in cui tutti perirono e restò solo lui a condurre una vita solitaria e a finire da solo, in un ospizio, dove l’umana carità giunse fino ad accompagnarlo al passo estremo ma non oltre. Anche per questi morti solitari, non lacrimati da nessuno, per questi morti per cui nessuno prega noi preghiamo in quel secondo giorno di novembre che – come il primo – è dedicato a chi non ha nome o ha un nome del tutto sconosciuto: all’anonimato del defunto e del santo per cui nessuno pregherebbe, se la liturgia della chiesa non ci invitasse a farlo; se al santo ignoto ed al defunto ignoto non avesse serbato una memoria solenne. Naturalmente anche dei santi celebri, che godono di una venerazione universale e dei defunti cui i parenti dedicano suffragi, ci ricordiamo, in questi giorni. Ma soprattutto di quelli che non hanno altri giorni scritti sul calendario della chiesa o su quello privato di ciascuno: di quelli che sarebbero dimenticati se la liturgia non avesse pensato a questa pubblica riparazione” (Adriana Zarri, La festa del santo ignoto, in Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 174-176).DSCN0585

“Questa memoria dei morti è per i cristiani una grande celebrazione della resurrezione: quello che è stato confessato, creduto e cantato nella celebrazione delle singole esequie, viene riproposto qui, in un unico giorno, per tutti i morti. La morte non è più l’ultima realtà per gli uomini, e quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da lui respinti ma vengono risuscitati per la vita eterna, la vita per sempre con lui, il Risorto-Vivente. Sì, c’è questa parola di Gesù, questa sua promessa nel Vangelo di Giovanni che oggi dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e ogni timore: “Chi viene a me, io non lo respingerò!” (cf. Gv 6,37ss.). Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se la sua vita è contraddetta dal peccato e dalle cadute, è colui che si allontana e ritorna, che cade e si rialza, che riprende con fiducia il cammino di sequela. E Gesù non lo respinge, anzi, abbracciandolo nel suo amore gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna” (Enzo Bianchi, I morti, le nostre radici, in Dare senso al tempo. Le feste cristiane, Qiqajon 2003, 149-151).

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno A – 2014

cieco nato-1886887433(affresco sec. XI, scuola campano bizantina, S.Angelo in Formis, Capua)

1Sam 16,1-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Tutto inizia con uno sguardo: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita…”. Il vedere di Gesù non passa oltre, non evita di farsi toccare dallo scandalo di questa presenza. E’ lo scandalo della malattia, dell’handicap, della sofferenza umana. Il suo vedere si ferma ad incontrare l’uomo ferito, si lascia coinvolgere.

‘Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?’. Gesù reagisce con forza a questo modo di ‘vedere’ le cose per cui il male è una punizione del peccato. In tale prospettiva Dio è colui che fa morire, che manda le malattie inguaribili, che dà la sofferenza alle persone. Gesù non risponde con una spiegazione: il male rimane scandalo anche per lui. Di certo esclude l’idea che i discepoli hanno, segno di una incomprensione proofnda della sua stesa persona: ‘non è questione di peccato’. L’unica cosa che Gesù fa è operare ‘finché è giorno’, vivendo fino in fondo il tempo che gli è dato. Usa le sue mani, compie gesti per avvicinarsi al cieco, per togliere quel male. Nei suoi gesti manifesta il volto di Dio che non vuole il male. Di fronte al cieco Gesù vede l’occasione perché ‘si manifestino le opere di Dio’. Tutto questo avviene nel giorno di sabato: una trasgressione della legge che restituisce alla legge stessa il suo più autentico significato di ricordare l’alleanza di un Dio amante dell’uomo. E l’opera di Dio è liberazione da ogni buio e da ogni male.

Gesù contrasta una teologia costruita sulla paura e sul male come castigo di Dio. Non pensa al peccato ma alle opere di Dio, opere di liberazione. Con i suoi gesti apre gli occhi al cieco: non solo poggia il suo sguardo su di lui, ma tocca con le sue mani il cieco, spalma il fango sui suoi occhi, non ha paura di entrare in contatto con lui, fa propria la malattia e la sofferenza di quest’uomo. Toccare il cieco è varcare le soglie dell’impurità, lasciarsi contaminare dal male. Ed è contestazione di una religiosità della separazione che si tiene a distanza dall’impuro, che chiude gli occhi davanti alle sofferenze.

Il suo vedere poi si accompagna ad un agire che evoca l’operare di Dio stesso, l’opera della creazione. La chiave di lettura dell’intero incontro sta nelle parole che introducono ai suoi gesti. Nella dinamica del IV vangelo parole rivelative del significato del suo agire e della sua identità: “Nè lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perchè in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Gesù manda il cieco a lavarsi alla piscina che significa l’Inviato: lo introduce a vivere un cammino per incontrare lui stesso che è l’inviato del Padre.

I suoi occhi e le sue mani si immergono nella vita di quel cieco per liberarlo. Gesù lo accompagna a compiere un cammino di libertà, faticoso, progressivo. I suoi gesti sono una nuova creazione, come Adamo dal fango della terra che aprono a divenire una persona nuova. Al punto che quelli che lo avevano visto prima non lo riconoscono. Il suo cammino indica anche una scoperta passo passo più profonda di “quell’uomo che si chiama Gesù”. Il cieco apre i suoi occhi poco alla volta accogliendo la luce che gli giunge da quell’uomo e ne scorge un profilo che lo manteine nella ricerca. Fino al momento in cui proprio lui, guardato con disprezzo come peccatore, si trova a rispondere ai detentori della religione e della morale e a spiazzarli con parole semplici “Se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla”. La domanda che percorre l’intera pagina è: ‘Dov’è costui? Di dove viene Gesù?’.

C’è un’insistenza ripetuta per sette volte sulla questione di come gli occhi del cieco sono stati aperti: è questo uno dei segni opera del messia. Attorno a questa questione ruota anche la domanda sull’identità di Gesù come messia, che si discosta dal mondo di una religione chiusa nella affermazione di regole e principi che non guardano alle persone e al loro bene: Gesù guarisce di sabato e tocca un cieco e i farisei dicevano: ‘Quest’uomo non può venire da Dio perchè non osserva il sabato’.

Un confronto di due opposti atteggiamenti percorre l’intera pagina: da un lato un cieco senza nome, che viene accompagnato a vedere. Il suo vedere è un recupero di vista esteriore, che corrisponde ad una luce che si fa spazio nel suo cuore. Il suo cammino è approfondimento dell’identità di Gesù indicato in modi diversi: ‘l’uomo che si chiama Gesù’, ‘un profeta’, ‘se sia un peccatore non lo so, una cosa io so, ero cieco e ora ci vedo…’, ‘se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla’. Fino alle parole che esprimono affidamento e divengono un’eco del riconoscimento dei discepoli quando incontrano il Risorto, Signore: “Credo Signore”. In contrasto a questo cammino sta la cecità di chi pretende di vedere.

Con la sottile ironia propria del suo stile, l’autore del IV vangelo esprime l’incapacità di vedere come rifiuto dell’evidenza e dell’ascolto. I ‘giudei’, categoria nella quale sono indicati i detentori del potere religioso, sono coloro che non sono aperti alla ricerca, chiusi nella pretesa di possesso di una verità inscalfibile: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi”. Non si lasciano mettere in discussione ed operano secondo le dinamiche proprie del potere religioso che esclude (la notazione dell’esclusione dalla sinagoga risente dell’atmosfera polemica tra mondo giudaico e comunità cristiane dopo la fine del I secolo). Per contrasto il cieco, che non è riconosciuto, dice ‘Io sono’. In tal modo indica quel nome che i, IV vangelo è culmine della rivelazione di Gesù ed evoca il nome stesso di Dio ‘Io sono’ (cfr. Gv 8,24). E’ una sorta di commento all’affermazione vertice della pagina del prologo: “a quelli che hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio”. Proprio il cieco, colui che non ci vedeva, accogliendo Gesù assume il suo nome, si apre a credere nel ‘figlio dell’uomo’ e diviene figlio. L’incontro con Gesù gli ha aperto gli occhi e lo ha trasformato.

L’incontro di Gesù con il cieco nato è tessuto attorno al simbolo della luce. Il IV vangelo sin dal prologo presenta Gesù identificandolo con la Parola e con la luce che illumina ogni uomo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9; cfr Gv 8,12; 9,5). Il suo volto è luce che apre a vedere in modo nuovo e cambia. D’altra parte nell’incontro col cieco si fa presente anche l’agire di Gesù come opera che restituisce alla luce interiore, a quel vedere che Giovanni interpreta come il vedere nuovo che è il credere stesso. Ben diverso dalla cecità di una religione chiusa nella dottrina e incapace di guardare la vita delle persone. Restituire alla luce profonda e accogliere un dono di luce apre a quel vedere che è credere, e nella prospettiva giovannea è avere la vita in abbondanza. L’incontro con il cieco è incontro di illuminazione e di liberazione, lasciar spazio alla luce, da accogliere e da scoprire nel profondo della propria vita. Non è chiusura entro gli angusti limiti di una religiosità di ciechi e schiavi, ma apertura ad un vedere che legge la luce al cuore della propria esistenza. L’incontro con Gesù è percorso di umanizzazione.

2014-03-16 05.32.05Quali provocazioni può offrire questa pagina ad una lettura nel nostro presente? ne indicherei alcune tra tante altre possibili.

Leggiamo questa pagina in un tempo in cui sempre più appare la distanza tra modalità religiose di appartenenza e i cammini autentici della fede. Oggi l’esperienza cristiana è chiamata a ripensarsi uscendo dalle forme dell’indottrinamento e della aggregazione di tipo sociologico. Cammini di fede autentici seguono percorsi diversi da quelli delle appartenenze ad un sistema religioso. Oggi il credere sorge nell’esperienza da condividere in un incontro: nel tornare a Gesù. Il dialogo stesso è luogo di un credere che si fa esperienza condivisa, ricerca mai conclusa, incontro che apre sguardo nuovo. Il cammino del cieco è indicazione del cammino di ogni credente fatto di tappe personali, di apertura degli occhi, di incontro progressivo con Gesù. Ben lontano da una appartenenza religiosa che mantiene nella sottomissione e nella paura. Il suo cammino ci dice anche che c’è un’opera di Dio nella vita personale e nelle comunità che dura tutta una vita, è percorso che esige tempo. E’ autentica opera di creazione (il fango, l’acqua) ed anche opera creativa perchè genera qualcosa di nuovo e inedito.

Il dono di luce che sta al cuore di questa pagina indica l’incontro di Gesù come la luce, ma è anche restituzione di una luce interiore: è un’apertura degli occhi. Gesù restituisce una capacità di vedere che è attitudine propria del cieco, lo libera a riconoscere una luce che dall’interno illumina ogni uomo, il senso profondo della sua vita. Si può leggere questa pagina secondo una prospettiva aperta al cammino delle religioni e delle convinzioni umane, tutti i cammini di ricerca che si aprono ad accogliere la luce che illumina ogni uomo. C’è una luce che viene da Dio, luce della Parola, presente in chi vive cammini nelle diverse religioni, in chi si apre alla ricerca del senso della vita, in chi si lascia interrogare dagli altri, dalle esperienze, e si lascia toccare dalla sofferenza altrui. Al credente sta forse oggi il compito di riconoscere le luci disseminate, gioire per chi apre gli occhi, coltivare a vivere uell’opera creativa di coltivare vita. Quante luci sono soffocate perché coloro che le manifestano non appartengono ai ‘nostri’ o perché non corrispondono ad una dottrina stabilita… Gesù apre ad incontrare Dio nei percorsi di liberazione e di luce.

C’è un invito in questa pagina e una forte provocazione a riconoscere le proprie cecità. Proprio chi pretende di vedere non sa vedere. C’è una cecità nel non rendersi conto di situazioni anche vicine a noi di sofferenza e di bisogno. C’è la cecità dell’indifferenza o dell’atteggaimento di superiorità verso i tanti percorsi anche disordinati e spesso contaddittori di giovani e pesone che cercano a tentoni un senso della vita. Saper riconoscere la luce interiore presente nei cuori e compiere le opere di Dio, nella linea di una creazione continua, nel restitutire possibilità di vta questo apre ad un vedere. Riconoscere il signore è affidamento ad un senso della vita che sta racchiuso nel dono.

Aprire gli occhi è indicazione e invito per una ‘spiritualità dagli occhi aperti’ (J.B.Metz), capace di leggere la realtà, di scorgere una chiamata di Dio e la presenza di Dio nelle vicende della storia, nella sofferenza per le tante cecità e indifferenze, nel grido della creazione. E’ una spiritualità diversa da quella degli occhi chiusi, non separa il cielo dalla terra e scopre l’incontro con Dio nell’incontro con il povero concreto e vicino. E’ apertura all’ascolto e alla ricerca, all’impegno nelle difficoltà del presente e al coinvolgimento in cammini di umanizzazione.

Aprire gli occhi è anche scorgere un rinnovamento che deve giungere all’interno della comunità e conduce ad un drammatico scontro contro chi è chiuso nel detenere un potere che vuole sudditi e rifiuta ogni apertura di occhi. Il cieco a cui sono aperti gli occhi diviene capace di coraggio, rinvia a quello che sa, e che proviene a lui dalla vita. E’ indicazione della presa di parola che dovrebbe esserci nella chiesa oggi, in un cammino tutto da compiere di ricerca comune, di ascolto delle esistenze e delle esperienze diverse, nel non rimanere schiavi di una dottrina e della casistica e del coraggio di accogliere l’opera creativa in noi, per affrontare le questioni che toccano le esistenze accogliendo quale è la chiamata del vangelo nel tempo che cambia. La primavera che si sta cogliendo nei gesti e nelle parole nuove di Francesco, vescovo di Roma, frutto del tempo del Concilio, non può rimanere un fatto isolato, una bella esperienza di una personalità eccezionale, ma attende di essere luce nuova condivisa nelle comunità e spirito che innervi percorsi comuni.

Alessandro Cortesi opChagall-Sopra-Witebsk-sd

(Marc Chagall, Sopra Vitebsk, Art Gallery of Ontario, Toronto, 1914)

Navigazione articolo