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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1271.JPGMal 1,14-2,2; 1Tess 2,7-9.13; Mt 23,1-12

I filatteri, detti tefillim (preghiere) sono piccoli astucci di cuoio a forma di cubo: al loro interno custodiscono rotolini di pergamena con su scritti brani biblici. Vengono legati alle braccia, alle mani e sul capo durante la preghiera. Le frange, zizit, sono trecce di tessuto legate alla veste, o applicate al mantello della preghiera (tallit): un segno a ricordo dei comandamenti del Signore. I posti nella sinagoga sono i luoghi della preghiera nella assemblea. Filatteri, frange, posti nelle sinagoghe… sono tutti elementi esteriori della preghiera e del culto. Come tanti segni religiosi in ogni tradizione rinviano ad un coinvolgimento della vita. Sono simboli che dovrebbero rendere presente l’esigenza di una fede che permea la vita: “Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9)

Se i simboli rimangono solo esteriorità si riducono a forme vuote senza riferimento all’esistenza. Perdono il loro senso, anzi generano sviamenti profondi. I profeti in Israele hanno richiamato contro questa continua tentazione, il piano inclinato di una religione dell’esteriorità senza che la vita ne risulti toccata. La fede non può ridursi ad apparati esteriori, a liturgie vuote. Esige coinvolgimento dell’interiorità. I profeti per questo criticano un culto svuotato e chiedono scelte di giustizia quale autentico culto a Dio.

Così Amos si fa voce dell’esigenza di Dio per gli ‘spensierati di Sion’: “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni … Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne” (Am 5,21-24). Così Isaia: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità… le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,11,17)

Gesù riprende questa critica e la fa propria: “essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”. E’ una critica rivolta a coloro che hanno funzione di guida: pongono pesi insopportabili per gli altri, impongono obblighi, norme e prescrizioni. Ma essi vivono l’ipocrisia di una religiosità fatta di cose esteriori senza coinvolgimento della vita. Non vivono rapporti di accoglienza e solidarietà con i poveri. Il rapporto con Dio invece si compie nell’attenzione e custodia verso chi è svantaggiato e impoverito.

Gesù descrive anche quale modo di vivere i rapporti pensa per la sua comunità che da lui è proposta come fraternità di uguali: “non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. E’ un cambiamento radicale rispetto ad una concezione per cui c’è chi comanda e chi è suddito, c’è dominio e strumentalizzazione delle persone.

La fraternità e sororità conviviale che Gesù propone è comunità dove ognuno ha un volto: vi sono differenze di doni e ognuno è chiamato a mettersi a servizio degli altri. Ma c’è un unico maestro e guida: il suo gesto di lavare i piedi come maestro dovrebbe rimanere fondamentale. Gesù si oppone a chi pretende di farsi guida mettendosi al posto di Dio, secondo la logica del dominio, venendo meno all’ascolto dell’unico Padre e dell’unico maestro. Chi pretende di essere guida viene meno all’essere discepolo: proprio del discepolo è rimanere dietro, intendere la propria vita come un seguire, in un cammino in cui riconoscersi non dominatori ma fratelli.

Per la sua comunità Gesù indica uno stile alternativo: è stile che richiede consapevolezza di essere in cammino, al seguito dell’unico maestro che si è fatto povero e ha detto ‘Io sono in mezzo a voi come colui che serve’. Gesù ai suoi prospetta l’atteggiamento di chi vive non nell’autosufficienza ma nella ricerca. E’ lui ‘unico maestro che ha vissuto la vita come ascolto del Padre e così chiede ai suoi: rimanere in ascolto di Dio e degli altri . E’ la via di chi trova la sua guida nella Parola che rinvia sempre oltre i gretti confini delle nostre certezze e di chiusure identitarie.

Anche i segni più belli che rinviano alla Parola di Dio possono risultare svuotati, anche il culto può divenire luogo in cui si manifesta l’ingiustizia. Le parole di Gesù provocano a vivere un rapporto con Dio che passa per la concretezza di scelte e gesti di custodia e solidarietà con i poveri.

Alessandro Cortesi op

luterani cattolici 2017 Trentolavanda dei piedi reciproca tra vescovi luterani e cattolici – Cattedrale di Trento 11 ottobre 2017

Lavanda dei piedi in Duomo a Trento fra l'arcivescovo Lauro Tisi e il vescovo luterano Karl-Hinrich Manzke

Riforma

Cinquecento anni fa, il 31 ottobre 1517, a Wittenberg, in Sassonia, il monaco Martin Lutero affisse al portone della chiesa della residenza dell’Elettore alcuni fogli con su riportate le famose 95 tesi dal titolo ‘Disputa circolare per chiarire l’efficacia delle indulgenze’. Gli storici dibattono se questo gesto sia stato effettivamente compiuto come lo tramanda la tradizione o se le tesi fossero una serie di questioni che come nell’uso della vita accademica del tempo, venivano fatte oggetto di proposta e discussione nel vivace ambiente universitario. Esse in ogni modo furono un fattore detonante nel quadro di un risentimento crescente in ambito tedesco contro la diffusa pratica dell’offerta delle indulgenze in cambio di un pagamento che riduceva la salvezza ad una questione di commercio.

Quel momento per Lutero significava esigenza di ritorno alla Scrittura, proposta di rapporto diretto con la Parola quale fonte del cristianesimo, scoperta della centralità della grazia nella via del credente in rapporto con un Dio misericordioso, nei termini di fiducia assoluta e di gratitudine. Indicava infine un ritorno alla chiesa delle origini, purificata dalle contaminazioni con il potere mondano e dall’imitazione delle strutture del dominio: una comunità di sorelle e fratelli, con diverse funzioni ma senza superiorità o privilegi.

Erano elementi che affondavano le loro radici in orientamenti di scuole teologiche, di spiritualità e di dibattiti presenti in forme diverse in età medioevale e divengono motivi carichi di novità che conducono al formarsi di chiese confessionali separate, con pesanti conflitti, lotte e costruzione di una propria identità in contrapposizione all’altro. Da allora la storia dell’Europa è cambiata con forti implicazioni sociali e politiche. Comprendere la Riforma è essenziale pe comprendere questa storia.

La celebrazione degli anniversari centenari di questo momento iniziale della Riforma sono stati nel passato esclusiva occasione delle chiese protestanti nella linea di affermazione di una identità della letta in contrapposizione alla chiesa romana.

Dopo il concilio Vaticano II il contesto è mutato. Questo quinto centenario si colloca in un tempo nuovo, in cui si va sempre più attuando il passaggio ‘dal conflitto alla comunione’. La presenza di papa Francesco a Lund l’anno scorso all’inizio della celebrazione della Riforma è stato un segno dello Spirito che apre percorsi nuovi. Ed egli ha ringraziato Dio “per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa”.

La Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno pubblicato un documento comune. Si dicono «grati per i doni spirituali e teologici… Si è trattato di una commemorazione condivisa non solo tra noi ma anche con i nostri partner ecumenici a livello mondiale. Allo stesso tempo, abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma ad oggi. Noi, luterani e cattolici, siamo profondamente riconoscenti per il cammino ecumenico che abbiamo intrapreso insieme negli ultimi cinquant’anni. (…)

Tra le benedizioni sperimentate durante l’anno della Commemorazione vi è il fatto che, per la prima volta, luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione di quegli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione. Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione ed un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide”.

Due osservazioni per un impegno futuro si potrebbero suggerire: una riguardante i rapporti tra le chiese, una in relazione alla vicenda dell’umanità. La prima consiste nell’esigenza di giungere a trarre le conseguenze anche sul piano della vita di chiesa del fondamentale accordo raggiunto a livello teologico con “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” del 31 ottobre 1999. Esse potrebbero condurre al riconoscimento della ospitalità eucaristica, esigenza avvertita profondamente nelle comunità e famiglie.

La seconda osservazione riguarda la testimonianza e l’azione per la costruzione di una convivenza umana nel futuro. La testimonianza dei cristiani è sollecitata come mai prima d’ora a perseguire l’eliminazione delle disuguaglianze e ingiustizie esistenti anche in regioni in cui è significativa la presenza di chiese cristiane. L’orientamento a proporre un nuovo modo di vivere l’economia che non produca iniquità e sfruttamento va di pari passo con una scelta chiara per la pace nella linea del disarmo nucleare e della eliminazione delle guerre. Inseguendo tali orizzonti c’è da camminare insieme.

Alessandro Cortesi op

 

XXX domenica tempo ordinario – anno C 2016

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Sir 35,12-14.16-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Preghiera è respiro della vita di chi si apre alla consapevolezza dello sguardo di Dio come sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. La pagina sapienziale del Siracide dercive il movimento della preghiera: “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata”. La preghiera è ponte gettato oltre le nubi, in attesa. Nella fiducia – che la sostiene e la motiva – che Dio “ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano”. Il salmo 33 si fa eco di tale sguardo a Dio che si china sul povero: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia”.

Anche Gesù pone la preghiera al centro di una sua parabola riportata solamente da Luca nel suo vangelo: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. E’ una scena tratteggiata in modo rapido, immediato, quasi un acquerello in cui si distinguono profili e sfumature: una provocazione rivolta a coloro che si ritengono giusti, contro la presunzione. Il modo di vivere la preghiera rivela come s’intende il rapporto con Dio e come s’intende la propria esistenza. Nella parabola sono contrapposti due modi di pregare. C’è una falsa preghiera tutta centrata su di sé. In contrasto c’è lo stare davanti a Dio in autenticità.

Il fariseo si sente giusto; è bravo e religioso ma la sua vita è fondamentalmente ripiegata su se stesso. E’ senz’altro una vita buona e impegnata. E’ anzi una vita in cui l’impegno è sovrabbondante ma l’atteggiamento di fondo che guida tale tensione etica e religiosa è centrato sullo sguardo ai propri meriti, alle proprie realizzazioni. E’ pago di sé e non avverte il bisogno degli altri. Non chiede nulla, non si avverte povero. Vive l’attitudine di chi, ricco, offre qualcosa a Dio stesso per averne riconoscimento e ricompensa. Il suo pregare è in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un chinarsi alla bontà di Dio stesso. La sua è inoltre una religiosità della separazione: è orientato a Dio ma non si cura del vicino, anzi sis ente distante e disprezza chi non vive come lui. Vive un senso di superiorità e di disprezzo verso altri: ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’. La sua coerenza appare impoverita dalla freddezza, dall’assenza di invocazione, dal non comprendersi anche lui bisognoso. Non ha compassione.

L’esattore delle tasse, il pubblicano, è uomo consapevole di non essere a posto: non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto, rimane in fondo, defilato. Si rivolge a Dio e gli chiede solo pietà: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. Non è un pensiero ben formulato, solo poche parole, un sospiro del cuore. La sua voce tuttavia è eco di quanto Gesù chiedeva ai suoi: non sprecare parole, affidarsi al Padre, chiedere la sua grazia, il suo regno. Il pubblicano sta davanti a Dio consapevole di non avere meriti da vantare e invoca uno sguardo di accoglienza. E’ uomo sincero, senza difese: si pone nella verità della sua vita, e si affida. Sa di non farcela con le sole sue forze. “Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”: la sua vita diviene spazio di grazia accolta perché non è occupata da se stesso, non è legato dal senso di autosufficienza che impedisce di guardare oltre. Pregare si connota così come esperienza di relazione, gratuità, salvezza.

Con l’attenzione di cogliere la parabola di Gesù come parola che apre consapevolezza sul fariseo e sul pubblicano presenti contemporaneamente nel profondo del cuore di ciascuno.

Alessandro Cortesi op

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Giustificazione

Il 31 ottobre è data importante per le chiese della Riforma: è ricordo del gesto che diede inizio al movimento riformatore nel XVI secolo. In quella data nel 1517 Lutero affigge le sue tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Quel gesto diviene simbolico di un inizio: una riforma che intende dare nuova forma ad una chiesa che ha perduto la sua forma originaria. Nel quadro di un contesto di crisi e di degradazione morale senza precedenti nella chiesa e mentre si stava attuando uno sfaldamento dell’impero, in un tempo di passaggio dall’economia feudale a quella di tipo borghese s’inserisce il movimento iniziato da Lutero. La sua stessa esperienza si pone nel quadro di un’ampia e diffusa inquietudine che attraversava la chiesa da secoli (nei concili del XIV secolo, nei dibattiti del XV e XVI secolo). Lutero aveva intuito come la chiesa dovesse riformarsi, tornando alle fonti, centrando la sua proposta nella questione teologica di un fondamentale ascolto della Scrittura e nell’accoglienza del messaggio della grazia.

La sua lettura della lettera ai Romani, riguardo alla giustificazione, gli fa scoprire il messaggio della giustizia di Dio come grazia. La reazione alla sua predicazione, le scomuniche, gli scontri, condussero poi ad una vicenda di separazione delle chiese. La diversità è diventata divisione. Da qui l’allontanamento, fino alle lotte in cui interviene prepotentemente il fattore politico, la questione del potere, fino alla violenza e alle guerre di religione. La Riforma ha influito profondamente sulla storia successiva europea e ha aperto nuovi percorsi che hanno influito sulla società e sulla cultura, un fenomeno di civiltà. La Riforma ha al cuore una profonda provocazione sulla fede e si pone come accentuazione sulla centralità di Dio nella vita umana.

Quale il senso della riforma e come vivere questo evento oggi in quanto responsabilità spirituale? Karl Barth nel 1933 conferenza sulla Riforma ‘La Riforma come decisione’ si poneva una domanda: “Con la riforma non si scherza. Si può porre senz’altro la domanda seria se i riformatori con la loro rifondazione della chiesa non hanno osato un’impresa che non avrebbero dovuto osare perché l’umanità europea non era all’altezza di questa impresa ardita e se essi non ci hanno lasciato un’eredità di cui non sappiamo che fare perché essa rappresenta per noi una pretesa che non possiamo sopportare perché esige da noi una fede che non siamo in grado di offrire e non corrisponde a ciò che oggi ci interessa e agli obiettivi che ci proponiamo” (K.Barth, La riforma è una decisione, tr.it. Gino Conte, Claudiana 1967).

Il 31 ottobre 1999 dopo secoli di dispute, dopo un lavoro paziente e rigoroso condotto per lungo tempo, è stato sottoscritto dai rappresentanti ufficiali della chiesa cattolica e dalla federazione luterana mondiale un documento. (Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (n. 18), in A. Maffeis (ed.), Dossier sulla giustificazione. La dichiarazione congiunta cattolico-luterana, commento e dibattito teologico, Queriniana, Brescia 2000). In esso si raccolgono i frutti di un cammino ecumenico sorto nell’ambito delle chiese delle Riforma all’inizio del secolo XX e che ha avuto in ambito della chiesa cattolica un punto di svolta con il Concilio Vaticano II. Esso esprime un consenso su quello che per Lutero era il punto fondamentale della riforma. Questo lavoro ha condotto alla considerazione che le scomuniche reciproche emanate nei secoli sono da superare e non sono motivo per la separazione delle chiese.

Al cuore sta la questione della ‘giustificazione’, cuore della scoperta del vangelo della grazia da parte di Lutero, che si apre al volto di Dio che liberamente offre la sua grazia.

«Insieme crediamo che la giustificazione è opera del Dio uno e trino. Il Padre ha mandato nel mondo il suo Figlio per la salvezza dei peccatori. L’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo sono il fondamento e il presupposto della giustificazione. Perciò la giustificazione significa che Cristo stesso è la nostra giustizia, alla quale partecipiamo, secondo la volontà del Padre, attraverso lo Spirito Santo. Insieme confessiamo che solo per grazia nella fede nell’azione salvi fica di Cristo, e non in base ai nostri meriti, noi veniamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori e ci abilita e chiama a compiere le opere buone» (Dichiarazione congiunta n. 15).

Il testo condiviso nel 1999 costituisce una pietra miliare. La dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione presenta un consenso di base sul significato della giustificazione e conduce ad un riconoscimento decisivo le cui conseguenze ancora devono trovare sviluppo e attuazione: le diverse comprensioni teologiche dei vari temi connessi alla questione della giustificazione non comportano motivo di separazione nella fede ma sono espressione di diverse teologie che fanno riferimento ad una medesima fede condivisa. Si parla per questo di consenso differenziato.

Nel testo si legge: “Alla luce di detto consenso sono accettabili le differenze che sussistono per quanto riguarda il linguaggio, gli sviluppi teologici e le accentuazioni particolari che ha assunto la comprensione della giustificazione, così come esse sono state descritte … Per questo motivo l’elaborazione luterana e l’elaborazione cattolica della fede nella giustificazione sono, nelle loro differenze, aperte l’una all’altra”.

Ci può essere differenza nelle teologie, nei linguaggi e riconoscimento che la medesima fede unisce. Si genera uno sguardo diverso nei confronti dell’altro. Dalla distanza al dialogo, dalla lontananza e disprezzo all’accoglienza del suo apporto per una comprensione ed esperienza più profonda della medesima fede. L’altro non è qualcuno da escludere ma è una tradizione che offre una comprensione differente e arricchente della medesima fede con accenti propri.

E’ affermazione che la fede è più grande delle formulazioni con cui si cerca di comunicarla. E’ anche apertura a considerare che la divisione avvenuta storicamente tra le chiese, benché sia da superare per rispondere alla preghiera di Gesù ‘che siano una cosa sola’, è anche da ricomprendere oggi come occasione per andare oltre, per cogliere che la fede può essere detta e vissuta con modalità diverse. Dove la differenza non è esclusione di altre tradizioni e accentuazioni e dove la comunione è possibile nel riconoscimento delle differenze e della verità dell’altro.

Alessandro Cortesi op

 

Pregare

Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la Tua volontà non significa che lo stia davvero facendo.

Ma sono sinceramente convinto che in realtà ti piaccia il mio desiderio di piacerti
e spero di averlo in tutte le cose, spero di non fare nulla senza tale desiderio.
So che, se agirò così, la tua volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque io possa non capirne nulla.
Avrò sempre fiducia in Te,
anche quando potrà sembrarmi di essere perduto e avvolto nell’ombra della morte.
Non avrò paura,
perché Tu sei con me e so che non mi lasci solo di fronte ai pericoli.

Thomas Merton
Prades, 31 gennaio 1915 – Bangkok 10 dicembre 1968

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

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