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XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1891Mal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

‘Malachia’, l’ultimo libro del gruppo dei profeti è libro anonimo: Malachia significa infatti ‘mio messaggero’, colui che annuncia la parola del Signore: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1).

Nei sei annunci del profeta che compongono il libro è presentata una polemica contro il modo in cui i sacerdoti in Israele svolgono il culto (1,6-2,9) è vista invece positivamente l’attitudine di popoli pagani che nel loro culto riconoscono il Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Malachia scorge la possibilità di accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele. E’ in polemica con la scelta della chiusura, rappresentata da Esdra nel post-esilio (cfr. Esd 7) secondo cui nessuno straniero fuori del popolo d’Israele poteva essere ammesso al tempio.

Malachia riprende invece le aperture del terzo Isaia che si allargano ad orizzonti universali: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio stesso non dev’essere segno della esclusione ma luogo di riconciliazione ed accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia presenta il motivo dell’attesa di un ‘giorno del Signore’: il suo sguardo va ad un messaggero che deve preparare la via e identifica lo individua nella figura di Elia: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23). Nella tradizione ebraica infatti Elia non era morto ma  trasferito in cielo e si attendeva così il suo ritorno: avrebbe infatti accompagnato il popolo a prepararsi alla venuta di Dio (2Re 2,11). Malachia descrive così il ‘giorno del Signore’ – immagine che si ritrova in Amos, profeta dell’VIII secolo (Am 5,18-20) – con le immagini del fuoco e della paglia consumata, indicando un intervento finale di Dio che capovolge una storia di ingiustizia e prevaricazione (Mal 3,5). Se il fuoco consuma e distrugge ogni ingiustizia e oppressione, in contrasto è descritta la luce che invade la vita dei ‘cultori del nome di Dio’ che troveranno gioia: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio, riprende tali riferimenti al ‘giorno del Signore’ : ‘Verranno giorni in cui tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Gli chiedono allora: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7). Di fronte a tale domanda, ancora una volta Gesù invita ad evitare le false questioni e la curiosità, espressione di una mentalità magica, tesa a vedere segni eclatanti, per tenere in mano il futuro. Invita invece a vivere la vigilanza. Ciò significa assumere la responsabilità nel tempo. In contrasto con la richiesta di evidenze tranquillizzanti le parole di Gesù sono provocazione ad operare scelte in fedeltà a lui, sulla strada da lui indicata. Le prove, le difficoltà, le incertezze e la persecuzione stessa saranno occasione di rendere testimonianza e di scoprire la presenza dello Spirito nel cuore.

Dopo la distruzione del tempio opera dell’esercito di Tito nell’anno 70 la comunità di Luca ricorda l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Fu quell’evento certamente la fine di un mondo. La questione posta da Gesù sta nel vivere il presente nella consapevolezza di essere protesi ad un compimento, opera di Dio sulla storia. Il regno di Dio si manifesterà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e gesto capace di esprimere la via di Gesù. Si radica qui una fiducia fondamentale per tutti coloro che accolgono la chiamata resistere, a perseverare, nell’affidarsi a Gesù e nell’impegno a compiere il bene: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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(Camerino, i vigili del fuoco mettono al riparo una tela di Giovanbattista  Tiepolo situata in una chiesa  danneggiata dal terremoto)

Arte e macerie

Mentre dalle macerie del terremoto dell’Umbria vengono salvate le opere d’arte che, pur danneggiate, costituiscono un messaggio di ciò che può rimanere ed essere seme di nuova ricostruzione in rapporto ad un’eredità di bellezza consegnata, altri terremoti scuotono la vita dei popoli, ed in essi l’arte si fa voce esile di ricordo, di memoria, di risveglio…

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L’artista Banksy ha girato un video in cui suggerisce a modo di promozione pubblicitaria da parte di una compagnia di turismo la proposta di una nuova meta per un viaggio da programmare nella striscia di Gaza. E’ una tragica e dolorosa presentazione delle oportunità che prevede tale viaggio: località esclusive, con vicini attenti e vigilanti, con molte possibilità di sviluppo economico della zona…

L’arte dello street artist ha trovato tra le macerie causate dai bombardamenti gli spazi in cui offrire messaggi evocativi  laddove si direbbe non vi sia spazio per altro se non per la desolazione. Sono graffiti che annunciano speranza laddove regna isolamento e disperazione, e tracciano parole incerte che cercano di risvegliare un torpore di chi non schierandosi in conflitti tra chi ha il potere e gli impoveriti, pensando così di tranquillizzare la propria coscienza, di fatto appoggia il più forte e giustifica ingiustizia e oppressione. “Se ci laviamo le mani, nel conflitto tra chi ha tutto il potere e chi ne è senza, ci poniamo dalla parte dei potenti, non rimaniamo neutrali”banksy_gaza_frase

Banksy così disegna giostre di luna park che dondolano attorno ad una torre di controllo del muro di separazione e di apartheid, trova spazi tra edifici diroccati per tratteggiare il volto della dea Niobe che piange i propri figli, con allusione all’antico mito,

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raffigura accanto ad un gomitolo di ferro intrecciato, resto informe di un bombardamento, il profilo di un gatto ponendo la domanda: ‘questo gatto ha trovato con chi giocare, e i nostri figli?’banksy_gaza2

 

Eron, street artist italiano, originario di Rimini, ha realizzato una sua opera nel febbraio 2016 per L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani con il titolo “Soul of the Sea”: in essa sul relitto di un’imbarcazione distrutta dal naufragio ha ritratto volti di donne e bambini. L’immagine è stata pubblicata dall’Economist e dal Chicago Tribune come miglior foto del giorno nel mondo. Eron ci riporta con gli spruzzi delle sue bombolette indirizzati sulla chiglia di un barcone naufragato nel Mediterraneo, il ricordo di volti, di chi sulla quella barca era vivente, con i tratti quasi evocativi di una natività, o del sogno di un bambino. Sono volti evocati come diafani fantasmi, stampati su relitti di imbarcazioni, quasi effetto naturale di una ruggine che evoca la memoria.

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Così le sculture poste sul fondo marino, opera di Jason deCaires Taylor artista britannico nel primo museo subacqueo – il Museo Atlantico a Lanzarote – provocano a pensare al viaggio di tanti migranti che nel loor morire hanno trasformato il mare Mediterraneo in una tomba e costituiscono rivelazione della barbarie in cui siamo immersi nell’Europa fortezza in cui si diffondono sentiemnti di rifiuto e disprezzo dei poveri.  Lo scatto di un selfie di una coppia senza volto sullo sfondo del mare – che è però solcato dai barconi di migranti – è tragico contrasto tra la serenità della vita e la promessa di vita racchiusa nel profilo della donna incinta e la realtà di morte e disperazione del percorso della migrazione.

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Le sculture di Taylor rinviano alla ‘Zattera di Medusa’, famoso dipinto di Jean Louis Théodore Géricault del 1818, opera elaborata con riferimento al naufragio che all’epoca ebbe ampia risonanza della fregata francese Medusa, in cui si salvarono solo quindici membri dei 150 della ciurma abbandonati ad una zattera di fortuna menre il resto dell’equipaggio si era riparato nelle scialuppe. Il dipinto divenne aspra denuncia contro l’esclusione dei più deboli, e aspra critica verso la monarchia francese del tempo, aprendo una nuova epoca della storia dell’arte.jean_louis_theodore_gericault_-_la_balsa_de_la_medusa_museo_del_louvre_1818-19

 

13508973_1028008983953524_945599645069166963_nLa scultura di Taylor di una folla che cammina, sul fondo del mare, fatta di individui isolati, distratti e apparentemente connessi, con i volti fissi sul proprio ipad, ma con gli occhi chiusi, è richiamo a prendere consapevolezza della cecità dilagante di fronte alle macerie di un’umanità perduta. Il mare dei naufragi è luogo in cui persone vive divengono figure anonime senza riconoscimento. Nel mare dell’indifferenza di quanti si muovono insieme verso una direzione senza meta, senza capacità di fermarsi e di accorgersi, la vita degli altri diviene insignificante. L’arte si fa messaggio di denuncia di un mondo in cui c’è indifferenza e distruzione e si fa anche appello a scorgere vie per emergere da tale immersione: se l’arte non è in grado di cambiare il mondo può essere voce affidata alla fragilità della materia per scuotere le coscienze.

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Alessandro Cortesi op

Tracce di spiritualità in un tempo di crisi

Intervento presentato a Chieri convento di san Domenico – 28 novembre 2011

L’anno scorso in questi giorni ero con voi e la riflessione aveva avuto un andamento analogo a quello che vorrei aproporvi questa sera. Vorrei infatti oggi proporre un tentativo di leggere la situazione in cui viviamo scorgendo in essa che cosa il Signore sta chiedendo in questo tempo, in questo mondo a noi che desideriamo seguirlo.

A premessa del nostro riflettere vorrei anche e prima di tutto suggerire due atteggiamenti di fondo: il primo è un atteggiamento di presa di distanza dalla presunzione, è quello della ricerca di chi desidera imparare, il secondo è quello di chi sta in cammino, di chi non ha le risposte già pronte, di chi vive la fatica del dubbio e della interrogazione proprio all’interno del suo percorso di fede. Potrebbero sembrare due premesse scontate ma non lo sono e forse già in questi atteggiamenti sta molto di quanto vorrei proporvi questa sera.

Il primo atteggiamento è quello che ritrovo in un dialogo riportato in ‘Resistenza  resa’ tra Dietrich Bonhoffer in carcere e un pastore francese che condivideva la prigionia. Nel loro scambio la questione era cosa fare una volta usciti dal carcere. Il primo disse ‘vorrei diventare santo’, e – annota Bonhoeffer – probabilmente lo sarebbe proprio diventato. Bonhoeffer invece riflettendo su quanto avrebbe voluto fare della sua vita rispose: ‘vorrei imparare a credere’. Ecco, il desiderio di imparare a credere, e di rimanere nell’attitudine di chi ogni giorno ricomincia ad imparare – anche nel credere – è umiltà non come atteggiamento moralistico, ma in quanto stile di vita cristiana. E’ quell’orientamento che ci mantiene veramente in stato di scuola, così come Benedetto intendeva la  vita delle sue comunità: una scuola del servizio del Signore. Un rimanere discepoli che cercano ogni giorno di imparare. E imparare a credere è cammino di ascolto: ascolto della parola del Signore che proviene e ci raggiunge in vari modi. Nella Scrittura, nella vita, nella natura stessa. Il libro delle Scritture, il libro della storia, il libro della natura.

La seconda attitudine che vorrei suggerire come premessa è quella del cammino. Chi vive l’esperienza della vita stessa e della fede, con un minimo di consapevolezza percepisce di essere sempre in cammino. Proprio con quell’attitudine con cui vennero indicati i primi discepoli prima di essere chiamati ‘cristiani’. Erano indicati come ‘quelli della strada’, persone in cammino che cercavano e come allora anche ora cercano di individuare le tracce di una chiamata non al di fuori ma al di dentro della storia in cui vivono e forse come i discepoli di Emmaus scoprono che nella loro delusione disincanto si fa vicino qualcuno inatteso che li apre ad orizzonti di scoperta nuovi.

Vorrei prendere ora una immagine di riferimento del nostro presente che mi sembra renda la percezione che per lo meno molti nutrono dell’attuale situazione. L’immagine è quella delle macerie. Viviamo in molti modi tra macerie e nello stesso tempo possiamo anche cogliere e siamo chiamati a vivere con speranza nel tempo in cui tante macerie sono presenti. Tuttavia prendere atto delle macerie, dentro e fuori di noi, è importante per non rimanere nella situazione di chi non si rende conto del mondo in cui vive e delle situazioni che segnano il nostro presente.[1]

Nel tempo delle macerie c’è chi pulisce le macerie, e chi recupera quanto non va perduto, chi si fa raccoglitore di cose da non perdere. Parlando di questo penso a quella generazione di donne in Germania, che alla fine della guerra si dedicarono a ripulire le città dalle macerie che si erano accumulate. Donne che permisero che la vita riprendesse andando oltre, e nonostante il dramma della guerra. Erano donne che recuperavano materiali utili per poter ricostruire a partire da macerie ripulite. Sono queste donne che vissero anche la dimenticanza e solamente tardi sorse in qualche città un segno di ricordo della loro opera preziosa: sono le statue che ricordano appunto le Trümmenfrauen.

Forse a noi oggi sta questo compito: innanzitutto di rendersi conto delle macerie di mondi che stanno crollando: mondi sociali ed anche mondi ecclesiali. Non siamo forse davanti alla fine del mondo – come certe attese riguardo alla fatidica data del 2012 potrebbero suggerire – ma certamente siamo all’interno di processi che segnano la fine di un mondo, la fine di un’epoca caratterizzata da modi di vivere basati su criteri e scelte che non funzionano più – che non sono più sostenibili – e che non aprono futuro. Prendere atto di questo è importante per evitare di rimanere inebetiti in quella situazione che i profeti indicano come l’orgia dei buontemponi.

Abbiamo vissuto negli ultimi mesi il senso di sconcerto, di turbamento profondo e di inermità di fronte ad una crisi dilagante mentre c’era chi continuamente ripeteva che tutto andava bene ed abbiamo assistito all’orgia dei buontemponi come attitudine che offendeva non tanto la moralità pubblica ma ben di più la dignità di chi conosce il sapore della fatica del lavoro, il peso delle preoccupazioni, la dignità di giovani a cui viene rubato il futuro mentre li si illude con lo scintillio di carriere facili, giocate su raccomandazioni, sulla corruzione  e sulla illusione che l’affermazione televisiva possa sostituire lo studio e la fatica di una preparazione vissuta con gradualità, sforzo e pazienza.

Ed abbiamo assistito a tutto questo mentre politici manifestavano la loro adesione al cattolicesimo e si dicevano difensori dei valori cristiani, nel contempo difendendo e sostenendo l’orgia dei buontemponi, una drammatica orgia che è continuata ed ha pervaso la nostra società. Ricordiamoci che abbiamo ascoltato dire da politici che amano manifestarsi come cattolici che a un uomo delle istituzioni non si chiede quante fidanzate abbia ma se i treni arrivano in orario, manifestando così totale disprezzo per la dimensione dell’etica pubblica e per il senso delle istituzioni. Mentre anche la gerarchia della chiesa in Italia non solo è rimasta silenziosa, ma ha sostenuto fino all’insostenibile, questa gestione del potere nell’attesa di poter guidare alcune scelte legislative e di veder riconosciuti e difesi privilegi e interessi (approfittando della devozione untuosa di atei devoti e non reagendo di fronte ai proclami di forze politiche che affermano i valori cristiani negandoli di fatto in ciò che è più sacro dal punto di vista cristiano, ma prima ancora umano, ossia la dignità di ogni persona, sia esso straniero o meno).

Dobbiamo ricordare tutto questo per sapere da dove provengono le macerie che oggi occupano le nostre menti, i nostri cuori e quelli dei nostri giovani. E vorrei cercare di indicare per lo meno alcuni ambiti di macerie che occupano le nostre esistenze

Il primo ambito lo indicherei come l’ambito delle macerie culturali e morali di una stagione in cui in Italia è stata compiuta una seminagione di stili di vita segnati dalla deresponsabilizzazione e dall’inseguire illusioni.

Carlo Galli nel giorno in cui è caduto il governo Berlusconi così scriveva su La Repubblica il 12 novembre 2011 commentando lo stato d’eccezione del periodo che abbiamo vissuto indicandolo come una stagione segnata da un regime  populista e plebiscitario, di trasformazione cioè di un popolo in un corpo coincidente con quello del capo. E ciò ha significato nella fattispecie “la promozione di reti di affarismo che hanno potuto appoggiarsi alle strutture pubbliche; ma il lato egemonico di questa operazione è consistito nell’istillare in una larga parte del popolo italiano – peraltro disponibilissimo a ciò – la convinzione che il migliore rapporto possibile con la cosa pubblica sia negarla e sostituirla con la molteplicità degli interessi privati. L’eccezione ha avuto aspetti pubblici e ricadute politiche, ma è stata orientata da finalità personali e nutrita di una sorta di particolarismo di massa. È stata il trionfo dell’autoreferenzialità, la produzione artificiale di un mondo rovesciato”.

E ci sentiamo così travolti dalla macerie, o secondo un’altra immagine, avvizziti come foglie – come la prima lettura di ieri di inizio di avvento ci ricordava – quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sui criteri della difesa di interessi, di attenzione solamente del ‘particulare’, di paura e sospetto di fronte ai movimenti di popoli e alla diversità.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, sommersi dalle macerie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Condizione di macerie che esige ed esigerà un lungo e paziente sforzo di ricostruzione, ma che innanzitutto richiede una consapevolezza delle macerie provocate e delle responsabilità di chi le ha prodotte. Quali percorsi intraprendere per far sì che la vita di una società non sia uno scontro di interessi di lobbies contrapposte o peggio di organizzazioni basate sulla corruzione? Quale seminagione dovrà essere condotta per istillare nei giovani il senso della fatica per prepararsi a maturare competenze, a sviluppare le proprie doti e le propria capacità con studio con pazienza, senza presentare loro traguardi facili, affermazioni repentine basate sul nulla o sull’illusione di un apparire che copre ignoranza e immaturità umana? Quale seminagione sarà necessaria per maturare il senso di un vivere sociale in cui non vi sia la logica del sistemarsi da soli, pensando ai propri vicini, ma la logica dell’I care, io mi prendo carico degli altri…?

Un secondo ambito di macerie sono le macerie concrete, quelle che abbiamo visto scorrere trascinate dai fiumi di fango nelle alluvioni che hanno sconvolto le nostre regioni, quelle al Nord come la Liguria e la Toscana, e quelle al Sud come la Sicilia, la Calabria. Alluvioni che sono state conseguenza sì di eventi atmosferici eccezionali e per certi aspetti imprevedibili, ma che recano le conseguenze di scelte dissennate presenti come orizzonte del nostro vivere. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. Quelle macerie portate dal fango sono così quasi un simbolo di macerie interiori, un modo di vivere senza considerazione dell’ambiente che non regge e si sgretola tra le nostre mani, le macerie di interiorità incapaci di gustare la bellezza delle cose e di usare bene delle cose, di quelle pigole di quelle grandi.  Mani che non sanno più curare la terra e sguardi che cercano solo le luci ratificali dei grandi magazzini i nuovi templi con i propri sacerdoti e riti, e non sanno scorgere i riflessi di quel tempio che è il mondo nei suoi elementi, nelle cose piccole e fragili. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto. Abbiamo vissuto nel giugno scorso il momento del referendum che in Italia ha generato una sorta di risveglio su temi che toccano la vita e si è avvertito una reazione alla logica di privatizzazione e di monopolio di beni che devono essere custoditi e valorizzati per tutti.

E ancora macerie avvertiamo pensando alla situazione di sgretolamento di un mondo che si è basato sul dominio del denaro

E’ del 24 ottobre 2011 una Nota: “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” (testo consultabile on-line nel sito: http://www.justpax.it/ita/home_ita.html). “Vale la pena di ricordare che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata e che la ricchezza prodotta a livello mondiale è cresciuta in misura molto più rapida cosicché il reddito medio pro capite è fortemente aumentato. Allo stesso tempo, però, non è aumentata l’equa distribuzione della ricchezza, piuttosto, in molti casi essa è peggiorata. Ma cosa ha spinto il mondo in questa direzione estremamente problematica anche per la pace? Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli. Si tratta di una ideologia, di una forma di ‘apriorismo economico’, che pretende di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo capitalistico esasperandone alcuni aspetti. Un’ideologia economica che stabilisca a priori le leggi del funzionamento del mercato e dello sviluppo economico, senza confrontarsi con la realtà, rischia di diventare uno strumento subordinato agli interessi dei Paesi che godono di fatto di una posizione di vantaggio economico e finanziario. Regole e controlli, sia pure in maniera imperfetta, sono spesso presenti a livello nazionale e regionale; tuttavia, a livello internazionale tali regole e controlli fanno fatica a realizzarsi e a consolidarsi. Alla base delle disparità e delle distorsioni dello sviluppo capitalistico c’è, in gran parte, oltre all’ideologia del liberismo economico, l’ideologia utilitarista, ossia quella impostazione teorico-pratica per cui: ‘l’utile personale conduce al bene della comunità’”.

Infine la crisi economica che segna ormai da anni il contesto internazionale lascia dietro di sé macerie nella vita sociale di interi popoli. Ciascuno di noi ha esperienza diretta o vicina di chi perde il lavoro, di ditte che chiudono, di persone costrette alla cassa integrazione, di famiglie in cui non si arriva alla fine del mese. La crisi non appare come un momento passeggero e risolvibile, ma rinvia ad un’impossibilità di reggersi di un sistema. In tal senso le tesi che sostiene modelli di sviluppo e di produzione che ritengono le riserve energetiche infinite, si scontra con la realtà del limite, con i danni dell’inquinamento ambientale, con l’ingiustizia che cresce, con il fenomeno della fame, con le guerre e la violenza conseguenza dello sfruttamento e della miseria. Prendere consapevolezze di queste macerie è il primo passo indispensabile per aprirsi ad altri passi, a decisioni di cambiamento.

Tre grandi sconvolgimenti che caratterizzano il nostro mondo: la crisi ecologica, l’economia ridotta al dominio del denaro e del profitto e il dominio della tecnica che diviene non più strumento ma dominatrice e da cui non ci si riesce a liberare. Tutto questo pone oggi interrogativi che ci toccano nelle nostre scelte quotidiane e nel modo di impostare la vita sociale. Ci provocano ad un cambiamento di stili di vita a partire dal quotidiano, in una consapevolezza nuova che la pace non è mai scontata ma si costruisce giorno per giorno in scelte di vita insieme.

Negli ultimi mesi, con una maturazione di consapevolezza che ha avuto il suo centro soprattutto negli Stati Uniti, alcuni movimenti giovanili hanno manifestato l’esigenza di non lasciare che i grandi capitali finanziari abbiano un loro corso svincolato da un controllo comune, e le loro proteste diffuse in tutto il mondo sono un segno di un sistema che mostra le sue crepe e che pretende di continuare  a vivere secondo la logica di una crescita indefinita e di una produzione di denaro che determina le sorti dei popoli. Ma queste macerie di una condizione di iniquità prodotte da una finanza senza controllo politico e democratico potranno essere smosse solamente dalla percezione di uscire non secondo logiche di contrapposizione di gruppi e  di singoli ma nella decisa volontà di uscire insieme agli altri e in un orizzonte di collaborazione.

La questione del bene comune diviene così elemento centrale nella vita politica oggi. Perseguire il bene comune si deve attuare non come vuota retorica ma nel superamento di tutti i ripiegamenti di tipo localistico e di interessi regionali – pensiamo all’Europa – e farsi azione di difesa di quei beni comuni, come l’acqua, l’aria, la terra che sono beni di tutti e per tutti.

Potremmo anche riflettere sulle macerie che investono il mondo ecclesiale. Ci potremo chiedere a cosa ha condotto una attitudine che ha privilegiato il momento politico, il progetto di costruire una sorta di egemonia culturale in Italia sul momento formativo, sull’attenzione a itinerari di fede vissuti con sobrietà, con attenzione a favorire la crescita di persone libere e capaci di scelte responsabili. Ci potremmo chiedere dove siano le responsabilità di una mancata reazione di fronte al diffuso costume dell’illegalità nelle sue diverse forme, dal non pagare le tasse alle quotidiane forme di illegalità nel fare i furbi. Ci potremmo chiedere come mai non è avvertita la contraddizione tra la partecipazione alla Eucaristia e la affermazione di atteggiamenti di razzismo e di intolleranza verso i poveri, verso gli stranieri. Anziché riproporre forme di apologetica combattente ci dovremmo chiedere se reazioni di indifferenza, di disinteresse ed anche di incomprensione della esperienza di fede  e della vita della chiesa stessa oggi non possano derivare da un modo di presentare l’annuncio che ha insistito quasi unicamente su una precettistica etica staccata da una proposta di assunzione di responsabilità, che ha privilegiato le forme di religiosità entusiastiche o segnate dal culto dell’autorità, che ha dato peso a formazioni che hanno coltivato interessi economico  legami con i poteri forti, e che ha puntato su un processo di clericalizzazione nelle comunità. C’è da chiedersi in che misura si è coltivato un volto di chiesa come contro-cultura e come contro-società, segnata dal sospetto, dalla paura dalla chiusura irrigidita, senza atteggiamenti di attenzione al bene presente in cammini storici, e di dialogo nei confronti della sensibilità delle persone contemporanee in tutto ciò che è crescita dell’autenticamente umano. C’è da chiedersi come mai si sono coltivate attitudini presenti nelle comunità che rendono possibile una aggressività contro l’altro, contro chi è diverso e soprattutto contro i poveri che nulla ha a che fare con la testimonianza di Gesù.

Al Festival di Venezia di quest’anno presentando il suo film Il villaggio di cartone così Ermanno Olmi si è espresso, offrendo occasione di riflettere sulle esigenze del vangelo: “Se le chiese, le case e noi stessi non ci liberiamo dagli orpelli ritenuti nobili, come possiamo entrare in contatto con gli altri? Saremo solo maschere, uomini di cartone. Cos’è più importante dell’accoglienza? La sacralità dei simboli? E’ troppo semplice affermare il valore del simbolo. Il simbolo deve rinviare alla realtà di carne perché abbia valore e quando il vecchio prete si porta via quella piccola scultura della crocifissione dice in un soliloquio con questo crocifisso: non riesco a provare pietà per te perché tu sei troppo lontano nel tempo. Ho davanti a me un simulacro. Quanta menzogna nella pietà… Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono, tutti invocano l’intervento divino e sono simulacri di cartone. Inginocchiamoci di fronte a chi soffre di più. Qualche volta anche io faccio fatica a riconoscerlo, ma è l’unico modo per lodare Dio … Vorrei suggerire ai cattolici di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani…”

Nel mondo in cui viviamo prendere atto delle macerie presenti non può rimanere un attitudine di lamentela e di impotenza di fronte a tutto questo. Si tratta di vivere anche un secondo passo. E’ un passo  importante il passo di chi sa custodire e raccogliere nel tempo della crisi. Eric Emmanuel Schmitt ne Il bambino di Noè presenta la vicenda di un prete che nel tempo della seconda guerra mondiale non solo cercava di salvare bambini ebrei dalla deportazione, ma si poneva come un novello Noè appunto, un uomo che cercava di raccogliere ciò che poteva andare perduto e distrutto, un raccoglitore di quanto poteva essere importante per costruire in un futuro atteso e  sperato non perdendo i frammenti buoni del passato.

Questa attitudine di saper raccogliere e distinguere. I muretti a secco di tante strade di campagna sono formati da macerie raccolte e ripulite, sassi che posti uno accanto e sopra l’altro divengono luogo di nuovi germogli. E sta proprio qui il secondo passaggio che vorrei suggerire questa sera indicando l’impegno possibile nel tempo delle diverse crisi che stiamo vivendo.

Germogli

“io piangevo molto perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro  e di guardarlo. Uno degli anziani mi disse: Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide,e  aprirà il libro  e i suoi sette sigilli’. Poi vidi in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un agnello, in piedi, come immolato” (Apocalisse 5,5-6)

Questo sguardo ci rende responsabili di scorgere i germogli. Tuttavia una consapevolezza delle macerie che stanno dentro di noi e attorno a noi è un primo passo importante per poter aprirsi alla scoperta dei germogli e scoprire anche che questo germogliare non è opera nostra ma è un dono a cui siamo chiamati a dare spazio e a lasciar crescere a favorire nella vita e nella storia.

Scorgere germogli nel tempo della crisi è quindi il passo che intendo suggerire. germogli di vita che talvolta sono nuovo fiorire che trae linfa da un vecchio tronco tagliato, come gli ulivi che dopo una gelata ributtano dal ceppo apparentemente inerte, oppure germogli che sorgono da semi lasciati cadere e trascinati dal vento e, inaspettatamente e sorprendentemente emergono come in quegli attimi di primavera che lasciano sempre attoniti e sorpresi. Sta proprio nella capacità di sorpresa il dono che dobbiamo chiedere allo Spirito come attitudine di fede nel nostro presente. Questi germogli infatti recano in se stessi il segno dell’operare dello Spirito nella nostra storia,  ed una chiamata rivolta a noi perché possiamo averne cura, per lasciar loro spazio, per far sì che possano crescere. Come diceva Calvino a conclusione del suo libro le Città invisibili: far sì che nell’inferno tutto ciò che non è inferno abbia spazio e possa vivere…

A me sembra che i germogli possono essere proprio connessi agli ambiti che abbiamo indicato come luogo di macerie: sono i germogli di una reazione morale che si fa strada nei segnali di una politica intesa come attitudine mite di cura del bene comune. Sono i germogli presenti in chi lotta conto le mafie e la criminalità a partire dal formare a percorsi di legalità nel quotidiano. Sono anche i germogli di stili di vita che si pongono come alternativa ad un modo tutto orientato a inseguire il consumo senza considerazione del rispetto dell’ambiente e senza attenzione alla solidarietà con gli ultimi. Sono quei germogli disseminati nelle tante iniziative di impegno per modi alternativi di produrre con attenzione all’ambiente e alla solidarietà. Sono le forme di lavoro e di impegno in cui al centro dell’attenzione non sta solamente l’efficienza e la produzione, ma l’attenzione alle persone. Pensiamo sempre all’economia nei termini di una scienza del profitto e del guadagno ma il termine economia nel suo senso etimologico indica governo della casa e andrebbe ricondotto alla considerazione delle tante dimensioni su cui si fonda il vivere in una casa non riducibile al solo denaro e sempre più siamo provocati dagli eventi a percepire che la casa degli esser umani è una casa comune: il buon vivere si connota come buon convivere

Nella agenda latinoamericana 2012 Casaldaliga definisce il mal vivere “mal vivere dell’immensa maggioranza delle persone mentre la bella vita insultante e blasfema di una minoranza cerca di starsene sola nella casa comune dell’umanità”. Come ha osservato recentemente Domenico Rosati finora le misure per uscire dalla crisi sono state indicate solo nella direzione di riattivare i mercati, mentre è necessario un pensiero nuovo che vada nella direzione di un’economia a servizio dell’uomo. “Un passaggio dal selvatico all’umano”. Un buon vivere si può attuare solamente in un buon convivere: non ci può essere vita buona se non si dà insieme una buona umana convivenza. Il movimento “Sbilanciamoci” di fronte alla crisi auspica la nascita di una “Comunità europea dei beni comuni”, dotata di poteri sovranazionali per quanto riguarda la terra, il lavoro, l’energia, l’acqua, l’ambiente e la sicurezza. Risposte possibili alla crisi alternative al neoliberismo del dominio del mercato.

Sono i germogli presenti nelle ansie di libertà e di riconoscimento di diritti e di dignità che si avvertono come appello: il sommovimento che sta attraversando il mondo del Nordafrica è indice di attese che non possono essere sopite anche se passaggi da regimi dittatoriali e il superamento di un modo di intendere la religione che dia spazio alla libertà e alla pluralità non sono immediati e semplici. Mi sembra importante cogliere come la richiesta da cui queste rivolte hanno avuto origine è stata da un lato l’esigenza del pane, quindi di condizioni di vita umane, ma insieme ad essa è stata anche la sete di libertà e di diritti, di poter vivere insieme. Certo tutte queste attese si stanno in questi mesi scontrando con le delusioni e i ritardi che fanno pensare ad un declinare delle primavere in tempi di violenza – come è stato già in Libia – e di oscurantismo per un affermarsi di forze per cui la religione diviene motivo di repressione dei diritti umani. Eppure sono germogli che denunciano anche la politica delle potenze occidentali in queste regioni, una politica che ha sostenuto e favorito regimi dittatoriali, dettata quasi esclusivamente da interessi economici e di sfruttamento delle risorse.

Sono i germogli presenti in tante esperienze poco conosciute a livello di cammini di fede che si aprono al dialogo con lo straniero, che si pongono in modo esistenziale la questione di come vivere l’incontro con l’altro nella società plurale nel senso di scoprire le ricchezze nascoste e di approfondire la comprensione e l’esperienza della propria stessa fede.

Il testo dell’Apocalisse che ho citato ci ricorda che in un tempo di prova segnato dalla presenza pesante del grande impero che costituiva il dominio della grande bestia a cui tutto si doveva sacrificare, come era quello tra I e II secolo nel contesto dell’Asia minore, le comunità cristiane sono invitate a leggere la storia, a vivere la difficoltà di cogliere il senso di questo libro. Ma questo libro che ad un primo sguardo è chiuso e sigillato, può essere aperto da qualcuno. E’ il germoglio di Davide che può aprirlo e leggerlo. E’ lui il germoglio che sta all’origine di tanti germogli. E il germoglio apre a scorgere che quel libro rinvia alla sua storia, alla vicenda dell’agnello, immolato e ritto in piedi. E’ questo il simbolo del crocifisso, che porta in se le ferite della passione e della riprovazione dei potenti del suo tempo, il potere politico e religioso che hanno collaborato per toglierlo di mezzo. Ma è agnello in piedi, segnato dalle ferite ma risorto. Scorgere i germogli di vita nella nostra storia, non è ingenua attitudine di ottimismo senza consapevolezza della realtà. Ma è capacità di uno sguardo lungo capace di scorgere nella storia i segni del crocifisso e la chiamata che da lui viene.

Tracce di spiritualità oggi le sintetizzerei nel ritornare a Gesù, ritornare ai vangeli al Gesù dei vangeli, Gesù che ha fatto come centro della sua predicazione l’immagine del regno, che rinvia proprio alla critica ai grandi imperi (cfr. la visione di Dan 7) e la visione di Dt Isaia del regno come grande banchetto.

Una spiritualità di immersione che porta un annuncio di grazia

Gesù ha iniziato la sua vita pubblica in quel gesto per tanti aspetti scandaloso. Il suo recarsi dal Battista nel deserto. Nel deserto, lontano dal tempio, dal mondo del culto che ruotava attorno ala tempio con la classe di sacerdoti, e dalla mentalità di chi divideva gli uomini tra puri e impuri.

Gesù che si immerge nel Giordano offre uno squarcio nel quale leggere tutta la sua vita come un percorso di immersione. cioè di solidarietà,, varcando soglie e superando le barriere che impedivano di accostare i lontani e gli impuri. Tutta la sua vita è un battesimo in cui Gesù vive la sua scelta di solidarietà con i volti e le storie. In tuta la sua vita continua ad immergersi vivendo la solidarietà con l’umanità, non separandosi ma varcando le soglie.

Lo stare dentro alle situazione, agli incontri è uno stile che ci provoca oggi, nel tempo in cui è facile per tanti aspetti la ricerca di fughe di tipo diverso, la chiusura nella paura di perdere sicurezze e certezze o le fughe nelle forme di ricerca spirituale che evitano di fare i conti con la fatica del presente con il farsi carico del peso degli altri.

Una spiritualità di  libertà

Gesù è anche testimone nel suo cammino di quela che i suoi conrtemporanei indicavano come una autorità diversa da quella degli scribi. Quella autorità non si caratterizza come attitudine di superbia o di potere, piuttosto di sovrana libertà. Gesù fu uomo libero, profondamente radicato nel rapporto con il Padre l’Abba sorgente della sua libertà, che gli diede la forza di porsi davanti alla legge andando al cuore della legge e ricamando al suo senso profondo che apre ad un rapporto con Dio e ad un rapporto nuovo con gli altri. Superando tutto ciò che nella legge e nelle consuetudini umane porta ad una separazione e all’indifferenza nei confronti dell’altro. Libertà di non inseguire alcun altro idolo e di vivere nello spazio di Dio:

Così dice Angelo Casati “Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe “vendere” la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà.

Il primato va a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio che è in te, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te” (incontro a Pistoia 12 ottobre 2011)

Gesù genera anche negli altri che lo incontravano questa libertà e  fiducia nella vita: va la tua fede ti ha salvato…

“…il Nazareno giunge a generare in coloro che si rendono disponibili, la ‘fede’ nella vita. Ho detto proprio ‘generare’ la fede come si genera la vita. Ambedue, vita e fede, sono intimamente legate perché non si può trasmettere la vita senza trasmettere la fede nella vita. Non c’è alcun cedimento quando Gesù riconosce l’inalienabile segreto dell’altro! Al contrario, osserviamo con attenzione il carattere paradossale di ciò che dice a coloro, donne e uomini, che incontra sulla sua strada: ‘Mia figlia, mio figlio, la tua fede ti ha salvato’: parola paradossale che, pur suscitando o risuscitando la ‘fede’ dell’altro, confessa nel medesimo tempo che essa è già attiva in lui. Ecco l’ultima lezione di Gesù per noi, la più importante: egli genera la fede nella vita attraverso il suo modo di rivolgersi all’altro. Essa si riassume in una parola, nel ‘beato’ delle Beatitudini: ‘il vangelo di Dio’ o Dio come beata/felice notizia: si potrebbe anche dire: Dio come vangelo. Dire a qualcuno che la sua vita è una promessa che verrà mantenuta, dirlo anche della vita di ogni essere umano, è infatti una parola esorbitante, una parola sproporzionata rispetto a ciò che sperimentiamo quotidianamente e rispetto a ciò che può provare un individuo. Per questa ragione molto semplice è opportuno collegare questa Buona Notizia e Dio. Nessuno può essere garante di tale promessa di bontà e beatitudine se non colui che chiamiamo ‘Dio’! Gesù di Nazaret non ha inventato questa promessa, ma ha saputo renderla credibile: essa è la costante di tutta la sua esistenza e di tutto il suo ministero; per essa mette in gioco tutta la sua vita. la sua ospitalità radicalmente aperta,e  mantenuta aperta fino alla fine, manifesta questo vangelo in modo infinitamente concreto: quando, pur compiendo i gesti più opportuni e dicendo la parola che si impone qui e ora, egli cancella se stesso per far sì che, di fronte a lui, chiunque trovi il suo posto unico” (C.Theobald, Trasmettere un vangelo di libertà, EDB 2010, 18-19)

“… la proposta del vangelo non è affatto un indottrinamento o la proposta di un’ideologia religiosa fra le altre; spero di averlo fatto capire. Il vangelo di Dio o Dio come vangelo vuole raggiungere l’uomo nell’intimo di se stesso, nel luogo dove egli è alle prese con la sfida fondamentale che è il semplice fatto di esistere; vuol rendere possibile in lui la fede nella bontà innata della vita e suscitare così il coraggio di affrontare l’avventura unica della sua esistenza. Poco importa, al limite, che l’uomo colga tutte le dimensioni di questa lotta; gli basta fare l’esperienza di una presenza gratuita e radicalmente buona a suo fianco, capace di convincerlo della bontà della vita. Si crede veramente in Cristo, si entra nel suo mistero e si comincia a vivere di lui, quando si condivide con lui la passione per un vangelo che riguarda assolutamente tutti gli uomini: ‘Guai a me se non annunciassi il vangelo!’ dice l’apostolo Paolo, colui che si è lasciato identificare a Cristo” (ibid. 21).

Una spiritualità di chi vive l’ospitalità come tratto caratterizzante dell’esistenza

Gesù è stato uomo che si muoveva, che aveva scelto di non avere una casa propria ed una stabilità. Vive accogliendo l’ospitalità che altri gli offrono: eppure proprio questo tratto, il condividere la mensa con pagani e peccatori è luogo di un’esperienza di ospitalità in cui chi lo incontrava scopriva di aver posto nella sua vita, di non stare stretto nel suo cuore. Di lui dicevano per questo è un mangione e un beone, cogliendo così un tratto del suo stile di vita ma non comprendendo che proprio lì, nel mangiare e bere insieme non si trattava di una proposta da mangioni e beoni, ma di una scelta di condividere facendo del banchetto il grande simbolo concreto del suo attuare il regno sin dal presente.

Quando si parla delle azioni di Gesù si pensa in primo luogo a esorcismi, guarigioni, i cosiddeti miracoli. E questi gesti sono importanti. Ma accanto ad essi c’è il gesto del mangiare insieme, della condivisione dei pasti. Gesù che tra i suoi gesti privilegia il condividere i pasti con persone emarginate e lontane dai confini della purità, ridisegna in tal modo i confini dell’identità di gruppo segnati dalle norme di purità e varca soglie facendo così scoprire come il regno di Dio irrompe nella relazione  in cui si condivide con chi non ha diritti (i bambini) e con chi è tenuto fuori.

Il regno assume così i tratti di un banchetto accogliente. Gesù che non ha una casa dove accogliere fa del suo cuore e del suo lasciarsi invitare (ed anche del suo partecipare alla mensa senza essere invitato – come chiederà ai discepoli ) un evento di ospitalità in cui scoprire l’altro non come hostis ma come hospes. E’ lui stesso ospitale e questo lo spiegheranno le prime comunità dopo la Pasqua nella esperienza di Emmaus. Gesù si dà ad incontrare nello spezzare il pane, che è esperienza di condivisione del cammino e di scoperta che è lui per primo che ci invita a cena… fino a fare della sua vita un dono un pane spezzato per le moltitudini.

Una spiritualità della fedeltà al quotidiano, della cura delle cose e delle persone, e dell’attesa

A differenza del Battista e degli apocalittici per i quali la salvezza doveva giungere dopo la conclusione di questo mondo e l’inaugurazione di un nuovo mondo dopo la distruzione di questo mondo, per Gesù la salvezza è in questo mondo, è già presente in un dinamismo di crescita e di presenza che non dipende dagli sforzi umani:

Mc 3,26-29: il regno di Dio è come un seme  che un uomo ha gettato per terra, e va crescendo senza che l’uomo sappia come  e senza che egli faccia nulla; spunta la pianta, poi la spiga, poi il grano… c’è un inizio piccolo ma l’esito è grande e supera ogni attesa. Questa parabola racconta come Gesù cambi il senso del tempo. Il presente è luogo di gestazione, è momento in cui sta germinando qualcosa – macerie e germogli… –  Il regno di Dio sta operando.

E’ la risposta di Gesù agli inviati del Battista (in un testo della fonte Q Lc 7,22; Mt 11,5: i ciechi vedono gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e ai poveri è annunciata la buona notizia” . Sono tutti segni di umanizzazione e di vita già presenti che dicono anche compimento di profezie spogliate del loro versante minaccioso e punitivo e reinterpretate nella luce di un dono di gratuità.

In tal modo egli proclama un futuro che richiede un nuovo modo di vivere il presente. Potremo qui pensare all’attitudine dopo la Pasqua: il sepolcro rimane vuoto ma il frattempo tra la venuta di Gesù nella sua storia e il ritorno, come Signore, si pone nel tempo in cui non si deve riempire quel vuoto del speolcro, ma si deve scorgere non tanto un’assenza, ma una presenza da ricercare di cui scorgere le tracce, rimanendo in attesa, mantenendo il vuoto che rinvia non a un’assenza ma ad un esser presente che non può essere confuso con tutti i nostri riempimenti umani, le confusioni dell’incontro con Cristo nell’affermazione o nel successo umano delle chiese.

Theobald invita a guardare al traghettatore di Nazareth per scoprire la responsabilità di traghettatori in rapporto a lui, in rapporto a quella fede nella vita che lui sapeva generare:

“Per la trasmissione ciò significa che l’interesse evangelico della Chiesa non può essere innanzitutto la propria riproduzione, ma la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo e la consistenza del legame sociale che li collega. Se, per la società, la chiesa sembra essere ancora portatrice di un certo numero di valori sociali e umani, non deve oggi preoccuparsi prima di tutto della trasmissione della ‘fede’ nella vita, delle energie interiori che permettono agli esseri umani di dare forma al loro vivere insieme? Per una parte non trascurabile, sta proprio qui il principale problema delle nostre periferie: la mancanza di ‘traghettatori’ capaci di suscitare la fede nella vita, con il loro modo di essere, la loro competenza sociale ecc…. è il contagio del nostro interesse per tutti e per ciascuno  che – forse – ci meriterà l’interesse di alcuni verso la ‘sorgente’ di vita che per noi è il Cristo.” (Theobald, Trasmettere, cit. 25).

Per concludere vorrei ancora citare una riflessione di Dietrich Bonhoeffer (Voglio vivere questi giorni con voi, ed. Queriniana 2008) per collegare quanto ho cercato di comunciare alla spritualità da coltivare in questo tempo di avvento:

“Festeggiare l’Avvento significa saper attendere: attendere è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Esso vuole staccare il frutto maturo non appena germoglia; ma gli occhi ingordi vengono soltanto illusi, perché un frutto apparentemente così prezioso è dentro ancora verde, e mani prive di rispetto gettano via senza gratitudine ciò che li ha delusi. Chi non conosce la beatitudine acerba dell’attendere, cioè il mancare di qualcosa nella speranza, non potrà mai gustare la benedizione intera dell’adempimento. Chi non conosce la necessità di lottare con le domande più profonde della vita, della sua vita e nell’attesa non tiene aperti gli occhi con desiderio finché la verità non gli si rivela, costui non può figurarsi nulla della magnificenza di questo momento in cui risplenderà la chiarezza; e chi vuole ambire all’amicizia e all’amore di altro, senza attendere che la sua anima si apra all’altro fino ad averne accesso, a costui rimarrà eternamente nascosta la profonda benedizione di una vita che si svolge tra due anime.

Nel mondo dobbiamo attendere le cose più grandi, più profonde, più delicate, e questo non avviene in modo tempestoso, ma secondo la legge divina della germinazione, della crescita e dello sviluppo”

 

Alessandro Cortesi op


[1] Prendo spunto per questa riflessione dal titolo e dai saggi contenuti nell’ultimo numero della rivista ‘Servitium’ (45,197,2011) dal titolo “Macerie e germogli”.

I domenica di Avvento anno B – 2011

Is 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Fate attenzione vegliate”. L’avvento inizia facendoci guardare lontano e vicino. Fate attenzione: non sapete quando. Questo ‘quando’ è il tempo in cui ‘il padrone di casa ritorna’. La vita cristiana si pone in un frattempo segnato dall’affidamento: è il tempo che attende un ritorno. Gesù è venuto, ha donato la sua vita fino alla croce, Lui, incontrato dopo il mattino di Pasqua vivente e risorto, ritornerà. Nel frattempo viviamo il tempo dell’invocazione ‘Vieni signore’, del silenzio dell’attesa e della fatica nel rimanere fedeli al compito affidato.

Isaia profeta che non vende illusioni, ci riporta duramente ad una condizione in cui riconoscerci: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Di fronte alle notizie di questi mesi sull’andamento delle Borse e dei mercati, si fa strada nella mente l’immagine del bruciarsi di somme di denaro nel giro di poche ore. In questo svanire, come il vento, di capitali – che peraltro passano nelle mani di potenze economiche e finanziarie – e di ricchezze considerate stabili e sicure – gestite in nome di quel padrone o divinità che è il denaro – viene proprio da riflettere sul testo di Isaia: le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Un sistema economico che genera iniquità sta dimostrando le sue profonde crepe, la sua vacuità, come il vento. E un’inquietudine profonda attraversa ai cuori di giovani generazioni che non solo pensano al loro interesse, al loro benessere, ma intuiscono forse che qualcosa deve cambiare: l’iniquità che attraversa il mondo conduce ad essere dispersi nella nostra umanità e a svanire come il vento.

E ci sentiamo così avvizziti come foglie quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sul criterio della difesa di interessi, di cura solamente del ‘particulare’.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Essere una cosa impura è la condizione di macerie e di sgretolamento che avvertiamo attorno. Come lo sgretolarsi delle colline e della terra delle scorse settimane, quando piogge abbondanti, eccezionali hanno portato devastazione vicino a noi, in diverse regioni d’Italia al Nord e al Sud, ma anche lontano da noi, dove un territorio vastissimo come l’intera Thailandia è stato allagato con migliaia di morti. Fiumi di fango, prodotto di eventi eccezionali talvolta imprevedibili, ma in radice esito e conseguenza di un modo di vivere, di scelte di organizzazione sociale che segnano il quotidiano. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che  non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto.

“… ci avevi messo in balia della nostra iniquità”. La parola di Isaia spinge a sostare e a ripensare non solo un diverso sistema economico – che pure è compito ineludibile oggi – ma le scelte del quotidiano possibili per tutti là dove cresce un nuovo orizzonte di vita. C’è una iniquità infatti che si cela nel nostro quotidiano e ci rende tristi, indifferenti, avvizziti. Prendere atto di tutto questo è il primo passo da compiere per far crescere una consapevolezza e per disporsi ad un cambiamento.

Ma già nelle parole di Isaia ci sono le tracce di una speranza che non può venire da noi, ma può essere solo opera di Dio: “noi siamo argilla e tu colui che ci plasma”. Quel fango che discende dallo sgretolarsi di un mondo vissuto non nei termini del rispetto e  della cura, può esser fango posto nelle mani di chi costruisce qualcosa di nuovo, di chi tra le sue mani già sta formando una cosa nuova, una vita orientata secondo criteri diversi, nuovi. Dio stesso ci prende tra le sue mani come argilla che attende una forma nuova. E’ Dio stesso che si volge a noi e ci prende tra le sue mani. Il primo a convertirsi è Dio stesso. E’ lui che rende possibile il nostro convertirci a Lui, quel desiderio che si fa attesa. Volgendosi a noi rende possibile un’accoglienza, un cambiamento una novità che è spazio di germogli nuovi pur tra macerie presenti nel cuore o in un mondo che sta crollando. Sta qui la radice di una speranza in Dio che per primo ritorna: “Ritorna per amore dei tuoi servi”.

Alessandro Cortesi op

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