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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica di Quaresima – anno A – 2020

0A711DC2-39F3-42E8-9C55-09682AF5E42EEz 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nel capitolo 11 del IV vangelo il ‘segno’ della vita, dell’uscita dal buio del sepolcro, segue ai segni del vino a Cana, dell’acqua con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco.

Gesù, informato he il suo amico Lazzaro è morto attende e non si reca subito da lui. In questo intende offrire un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio’. Il ‘segno’ della vita di Lazzaro è orientato a far comprendere che la persona di Gesù è presenza di vita. Nella sua presenza c’è il dono di un profumo che vince l’odore della morte. In lui si può incontrare la vicinanza del Padre che vuole la vita. Nel credere come affidarsi in lui, una vita nuova può essere scoperta sin da ora: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Gesù dice a Marta. ‘tuo fratello risusciterà’. E ciò costituisce una conferma della fede di Marta che gli risponde: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma Gesù le propone un affidamento più profondo e radicale: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà’. Ogni segno nel IV vangelo è orientato a condurre all’unico grande segno in cui Dio rivela la sua gloria: la morte sulla croce di Gesù, ora di rivelazione del volto di un Dio che si è umanizzato e che s’incontra nell’amore.

Gesù propone a Marta non solo di vivere la fede nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di vivere sin d’ora un’esperienza di vita nuova nell’incontro con lui, nell’uscire dalle chiusure e camminare sulla sua via. Per Marta – e per ognuno di noi – è già ora presente la possibilità di una vita nuova, l’esperienza della risurrezione. Gesù guida Marta ad aprirsi non solo al superamento di una mentalità che vede la vita chiudersi con la morte ma la invita anche ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’.

Gesù fa uscire Lazzaro dal sepolcro: nella mentalità semitica era questo l’ingresso nello Sheol, l’ambiente delle ombre: ‘Non gli inferi ti lodano Signore, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio quest’oggi’ (Is 38,18-19).

Uscire fuori da ogni dominio e oppressione è possibile a chi scopre che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione, dono dell’incontro con lui è realtà già in atto nella nostra esistenza e già ha inizio nel presente.

Paradossalmente dopo il segno di Betania cresce l’opposizione contro di lui: proprio di fronte a gesti di vita si prepara la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Di fronte alla morte Gesù è turbato e reagisce opponendosi a tutto quello che essa comporta. Negli elementi presenti nel racconto si può scorgere già in filigrana l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento in cui si rende visibile il volto di Dio, la sua gloria come amore: nel suo morire, avendo amato fino alla fine, Gesù rende visibile una vita che va oltre la morte. La via di fedeltà all’amore e al servizio è strada che non va verso la chiusura e il buio ma va verso la vita.

Alessandro Cortesi op

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Respiro

Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono»./ Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l’onnipotenza sua./ Sentilo tu nel soffio, onde Egli ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t’avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime. (18.05.1898 Viareggio – Rainer Maria Rilke – 1875-1926 – Poesie giovanili 1895-1898, a cura di G.Baioni A. Lavagetto, Einaudi, Biblioteca della Pléiade 1994)

E’ una riflessione amara e triste quella di questi giorni, di fronte ad uno scenario di morte. L’epidemia che divampa in tutto il mondo è impressionante perché toglie il respiro. Toglie il respiro a coloro che si trovano a lottare nei reparti di terapie intensiva per far entrare un po’ d’ossigeno nei polmoni incapaci, toglie il respiro a tutti coloro che si dedicano, con l’affanno e l’ansia di chi non ha mezzi sufficienti, nell’arginare la sofferenza dei malati. Toglie il respiro a chi rimane a casa, ingabbiato tra le mura domestiche nel desiderio e nella nostalgia dell’aria aperta. Toglie il respiro a chi si espone per motivi di lavoro, di servizio, di cura ad entrare in contatto con altri in un tempo in cui l’invisibile nemico si annida dove non sappiamo, in un piccolo particolare del quotidiano. Chi sta lottando nella malattia testimonia la durezza del cercare il respiro attimo per attimo. Chi sta vivendo l’interruzione del lavoro, di impegni avverte la sospensione dell’aria che dà vita nel venir meno delle risorse, nel pensiero di un futuro incerto e buio.

In questa ricerca di respiro che tutti avvolge indistintamente da origine e cultura, da colore della pelle e appartenenze sociali, da lingua e religione, da condizione di vita ci scopriamo uniti nella medesima umanità e nel legame che ci rende interdipendenti gli uni dagli altri. Un legame che fa avvertire il dolore dell’altro come proprio, la speranza dell’altro come propria, la sofferenza dell’altro come propria. E’ questo forse il respiro della compassione, respiro che è anelito di tanti, di tutti… respiro in cui si fa vicino non il Dio lontano delle religioni e dei sistemi teologici, ma il Dio della vita, il Dio da scrutare nel respiro della terra, nel fiato corto di chi fa più fatica, nel respiro di un’umanità ferita e in ricerca.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Una giornata di Gesù è presentata da Marco all’inizio del suo vangelo. Indicazione preziosa per entrare nel cammino che l’evangelista vuol far compiere al lettore. Chi è Gesù? Marco non offre una definizione, ma narra un racconto che prende per mano e accompagna a ritrovare i gesti e il modo di vivere di Gesù. Gesù è presenza viva, che entra, si immerge nel tempo dei nostri giorni. Lo attraversa vivendo incontri ed entrando in luoghi diversi, i luoghi della quotidianità, del lavoro, della vita sociale, dell’amare e del soffrire. Gesù è presentato come attraversatore di soglie. E in questo attraversare traghetta alla fede come apertura alla vita e alla speranza. Entra nella sinagoga, si reca presso il lago, si ferma davanti alla casa, entra nella casa di Pietro, si ritira in luoghi deserti.

Si può cogliere, in questo quadro che ripercorre una giornata di Gesù, un sottile rinvio alle nostre giornate, fatte di tante cose diverse, di luoghi, di percorsi, di incontri. Gesù non sta ai margini della vita ma vi entra e si immerge, la prende con i suoi diversi aspetti, anche quelli segnati dal male e dalla sofferenza. Possiamo trarre allora un primo invito di Marco nel suo vangelo: Gesù non ha paura di immergersi nella vita, anzi, il suo attraversare luoghi e lasciarsi provocare dagli incontri è una costante del suo stile. Lo si potrebbe definire un immergersi solidale.

Immerso, quindi, Gesù, ma non trascinato dalla corrente, non travolto dalle cose. Marco sottolinea come Gesù si ritagliasse spazi di distanza, per vivere tutto quello che riempiva le sue giornate nella luce di quell’ascolto fondamentale della sua vita: l’ascolto del Padre. Erano spazi e tempi per l’interiorità di un rapporto con l’Abba incontrato nel silenzio e nella solitudine interiore. Ma era una solitudine piena abitata e subito si faceva spazio di ospitalità. Gesù si recava là dove non prevale la confusione e là dove solo è possibile trovare le giuste proporzioni del proprio impegno. Perché immersione non significhi restare sommersi, svuotati e incapaci di lasciare il primato nella propria vita al Padre. Marco ci suggerisce un agire di Gesù che si distacca da forme di attivismo e dalla ricerca di successo e di visibilità. Quando lo cercano egli dice che deve ‘andare oltre’ perché l’annuncio del regno di Dio è motivo del suo andare. E prende così le distanze da chi lo cerca per altre ragioni senza entrare nel suo cammino. Gesù appare così con il volto del profeta e del messia che passa facendo del bene, testimone del Padre buono che ha cura di tutti i suoi figli. Il suo farsi vicino, il suo venire non è solo per qualcuno ma per tutti – Marco parla delle folle -. Gesù non può essere racchiuso o trattenuto.

Si immerge soprattutto accogliendo la fatica dell’umanità che soffre. Non è indifferente di fronte alla malattia e al dolore. E non ha paura di accostarsi in modo concreto, si lascia prendere dalle richieste di coloro che gli portano i malati. I familiari gli parlano della suocera di Simone che è letto con la febbre. Tre verbi indicano l’azione di Gesù: “si avvicinò, la fece alzare prendendola per mano”. Marco evoca anzitutto un primo movimento, il farsi vicino. Di fronte alla malattia Gesù non presenta lunghi discorsi, né offre soluzioni per una esperienza che segna la vita di tutti in modo pesante. Nel suo silenzio innanzitutto si fa vicino. E la sua è una vicinanza soprattutto ai malati, ai piccoli, a chi era tenuto lontano. Marco presenta Gesù come colui che va incontro ed offre innanzitutto la sua vicinanza nella concretezza dei suoi gesti, nello stare vicino.

Se il primo carattere delle sue giornate è lo stile dell’immersione, il secondo aspetto che Marco pone in evidenza è il tratto della sua vicinanza. Una vicinanza di com-passione e di attenzione. Gesù ascolta chi gli si accosta. Non rimane indifferente, anzi se c’è qualcosa che suscita la sua reazione forte è proprio il male così come l’ingiustizia, l’ipocrisia religiosa e l’oppressione del debole. L’identità di Gesù è delineata in questo tratto: il suo dono di relazione, il suo entrare in rapporto con malati e sofferenti: “gli portavano tutti i malati e gli indemoniati”. E’ poi utilizzato un verbo particolare: la alzò. E’ un verbo che indica la risurrezione (alzarsi): nell’alzarsi della suocera di Pietro si sta già attuando quanto si compie nella risurrezione di Gesù. E si compie mentre Gesù la prende per mano. I gesti di Gesù sono espressione concreta che è giunto quel regno di Dio annunciato con la sua parola: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino…’. Il suo farsi vicino a chi è malato è segno della vicinanza del regno come liberazione dal male che opprime e toglie le forze all’uomo. ‘La fece alzare’ significa allora ‘la fece risorgere’. C’è una risurrezione che già inizia nel farsi vicini e nell’alzare chi è piegato dal peso di malattie o di sofferenze.

Una riflessione connessa al nostro quotidiano può allora farsi strada. Oggi – ce lo ricordano i recenti dati di analisi della situazione nella società italiana – la presenza di anziani e malati è sempre più crescente. Spesso l’assistenza a chi è  anziano e malato viene delegata a persone indicate con il nome – talvolta carico di deprezzamento – di ‘badanti’ e considerata spesso un’esperienza che distoglie dalle più importanti occupazioni della vita. Così la condizione di chi ha bisogno e ha perduto le proprie forze  viene per il possibile emarginata e al più considerata un peso che allontana dalla vita autentica. Questa pagina di Marco ci richiama come Gesù abbia vissuto la vicinanza  e la cura come luoghi di vita piena, di vita bella. Nessun  momento della vita può essere pensato come luogo in cui non sia possibile una vita autentica. Gesù non ha tenuto lontano da sè la sofferenza, ma l’ha vissuta con l’atteggiamento di cura per liberare dal male. Nella sua vita ha posto al centro e ha considerato importanti le persone più fragili e segnate dalla malattia. Questa pagina di Marco – la giornata di Gesù – soprattutto ci parla della vicinanza di Gesù. Gesù non ha mai esaltato il male e la malattia, di fronte ad esse ha cercato di liberare dal male e di guarire. Ha vissuto il suo approccio alla malattia scorgendo nel malato innanzitutto una persona, un ‘tu’ da accogliere nella originalità della sua vita e da prendere per mano. E nel farsi vicino ha attuato il senso profondo del suo cammino in mezzo a noi. Lasciandosi colpire dalla fatica e dalla sofferenza dei più deboli, andando incontro e facendo occasione di vita che si apre alla risurrezione. Ai suoi discepoli Gesù chiede ancora di fare di ogni momento di incontro con la malattia una occasione per farsi vicini, per prendere per mano, per vivere insieme il senso profondo in una vita che scorge già la risurrezione in ogni gesto di cura e di vicinanza.

Alessandro Cortesi op

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