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X domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2818.JPGGen 3,9-15; 2Cor 4,15-5,1; Mc 3,20-35

“Porrò inimicizia…” Usando il linguaggio del mito e accogliendo le grandi narrazioni dei popoli vicini, la lettura sapienziale di Israele che si coagula nei primi capitoli del libro di Genesi, mira a presentare sin dal principio la condizione della vita nella storia e l’orizzonte del futuro a cui Dio chiama. Non sono pagine che intendono spiegare le origini del mondo e dell’umanità, sono invece testi di sapienza che presentano una lettura della condizione umana e della vita in vista di scorgere l’orizzonte di una chiamata alla fede nel Dio della liberazione e dell’alleanza.

La condizione umana non è così presentata in modo idealizzato e senza problemi. E’ invece realisticamente descritta come segnata da disarmonie, inimicizie e rotture. Una lettura disincantata della realtà è consapevole della presenza anche del male, dell’orgoglio, della sete di dominio e dell’ingiustizia. Tuttavia l’umanità respira anche di una nostalgia che rinvia ad una armonia di relazioni che è sogno e dono di speranza. Tutto ciò che è male e negatività non è l’ultima parola. La parola costitutiva sull’umanità e sul mondo è invece parola di bellezza e parola di promessa. Nonostante ogni contraddizione non viene meno: la creazione è dono bello di Dio sgorgante dalla comunione e chiamata ad una comunione nuova.

D’altra parte la disarmonia e la rottura sperimentata si attua in diversi ambiti: nei rapporti con la natura che si esprime nell’attitudine di indifferenza e sfruttamento. Nei rapporti con Dio perché l’orgoglio fa venir meno la trasparenza nel rapporto con lui: è la nudità che porta a nascondersi anziché a stare davanti a Lui nella fiducia. E’ rottura ancora nella relazione tra gli esseri umani che vede l’incomprensione, la presa di distanza il venir meno della solidarietà e dello stupore. Così l’altro è accusato e reso colpevole.

Tale situazione di frattura contraddice il desiderio profondo di comunione, di incontro, di comprensione e accoglienza. E permane la nostalgia di un superamento e di un compimento che non può venire da forza umana, né è da ricercare in capacità proprie, ma può confidare in una promessa e si delinea come futuro atteso e verso cui andare. Al cuore del messaggio dei primi capitoli di Genesi sta la realistica comprensione della vita umana e cosmica segnata dal peso di tutto ciò che separa – l’inimicizia – e d’altra parte da un dono che non viene meno: è il dono della creazione stessa come parola di amicizia di Dio, della vita umana come relazione in cui si fa presente l’immagine di Dio amicizia, e la promessa di fedeltà di Dio amico che non viene meno alla sua vicinanza.

“i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni»

Uno tra gli aspetti che i vangeli sottolineano nella vicenda di Gesù è quello del suo agire in gesti che liberano le persone da tutto ciò che le opprime e rinchiude in situazioni di sofferenza, di male, e di violenza. Gesù opera come guaritore e il contatto con lui per coloro che si accostano con fiducia diviene inizio di una storia nuova, apertura alla relazione, liberazione da forze che legano e tengono come schiavi. Certamente Gesù ha vissuto gesti di guarigione e liberazione e questo ha suscitato la reazione indispettita di chi non accettava la sua offerta di vita e di libertà in termini che ponevano in discussione il sistema religioso e aprivano ad un cammino nuovo, di trasparenza, di attenzione ai piccoli, oltre le appartenenze di chi ragiona secondo le categorie dei ‘nostri’ e dei ‘loro’. I gesti di Gesù provocano a pensare un nuovo modo di concepire le relazioni: non la logica di sistemi chiusi, di una religione in cui prevale l’accento sul ‘mio’ sul rimanere chiusi e condannare gli altri, ma quella che si apre nello scorgere rapporti nuovi in cui l’altro diviene ‘per me fratello sorella e madre…”.

Alessandro Cortesi op

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(vignetta di Mauro Biani)

Anestesia delle coscienze

“… non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.

Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate.

Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. (…)

Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”.

E’ questo uno stralcio del discorso di Liliana Segre, senatrice a vita, nella discussione per la fiducia al nuovo governo in Italia il 5 giugno u.s. E’ un discorso che richiama i pericoli insiti in scelte e orientamenti che non riconoscono il proprio stare sulla terra nella comune umanità con altri esseri umani.

Nel panorama europeo e mondiale si affermano voci che richiamano alla sovranità di un popolo identificato con la propria nazione o con gruppi particolari e queste recano con sè in modo consapevole o inconsapevole, nell’indifferenza, oggi la riproposizione di autentici miti, quale quello del possesso della terra – che può facilmente essere decostruito da una anche superficiale lettura storica. La pretesa che la terra su cui si vive sia prorpia, mia o tua, ed esclusiva, in mod da tenere qualcuno fuori della terra, starniero, senza riconoscimento di abitante.

Ma la terra non può esser considerata proprietà esclusiva e pretendere di decidere con chi abitare è la premessa a quello che la storia del 900 ha mostrato essere il piano inclinato che conduce ai campi di internamento e ai campi di concentramento, sino all’eliminazione dell’altro.

Settantacinque anni fa Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiatasi negli Stati Uniti, scriveva un breve saggio dal titolo ‘Noi profughi’. In esso ricordava la condizione degli ebrei profughi come avanguardia dei popoli ridotti ad essere senza patria senza diritti.

Nel suo scritto più ampio Le origini del totalitarismo descrive il percorso della progressiva perdita a cui si costringono persone e popoli quando si perde di vista la dignità umana: “La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione…ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera più neppure opprimerli” (H. Arendt, Le Origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, 409). Così si attua il mito della autoctonia. Fino ai campi di internamento e di concentramento.

L’autoctono pretende di poter escludere l’estraneo che arriva lo straniero che giunge da lontano, il diverso da sé. Ma la terra dove si abita è terra dove nessuno può pretendere con chi abitare escludendo altri esseri umani: qualcun altro c’era in precedenza e qualcun altro vi sarà… è terra dell’umanità.

Sta qui una profonda provocazione rivolta alla politica degli stati nazione che si sono strutturati pensando una sovranità che non riconosce i diritti di altri esseri umani a livello globale. E pur affermando in linea teorica i diritti umani di fatto giunge a negarli di fronte a chi è posto nella condizione di ‘apolide’, ‘senza patria’, costretto nella condizione del profugo e del richiedente rifugio.

E’ la sfida che oggi si presenta nel mondo delle migrazioni e dove le esigenze di giustizia sociale e di equità a livello globale dovrebbero suscitare approfondimento lungimirante e progettualità che mantenga chiara la direzione di “respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Commentando il dibattito alle Camere e i discorsi del nuovo presidente del consiglio Giuseppe Conte così scrive Francesco Riccardi: “La «gente chiede il cambiamento», il governo ‘ascolterà i cittadini’ ripete il presidente del Consiglio. (…) Sarebbe significativo, però, se il nuovo governo cominciasse a non essere sordo al grido che si alza dal sangue versato nelle campagne di Gioia Tauro, a quello sommerso dalle acque del Mediterraneo, alle mille ferite delle persone che non sono ‘gente’ eppure hanno bisogno di cambiamento”. (Francesco Riccardi, La visione povera, “Avvenire” 6 giugno 2018)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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V domenica Quaresima – anno B – 2018

IMG_2506.JPGGer 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Un altro passaggio del cammino di alleanza segna questa domenica di quaresima: Geremia annuncia una ‘alleanza nuova’ scritta nel profondo del cuore, che compirà la parola della promessa e del dono di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, è promessa come dono che investe l’interiorità e trasforma il cuore, il centro delle scelte personali e dell’orientamento della vita.

La seconda lettura, dalla lettera agli Ebrei, indica in Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza dalle cose che patì e in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto per noi. In lui si compie l’alleanza definitiva.

L’autore della lettera agli Ebrei rilegge la passione di Cristo dicendo: ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. E’ l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Il Padre l’ha esaudito non perché l’ha liberato dalla passione e dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza giunge dal dono di amore di Gesù.

La pagina del IV vangelo si apre con la domanda: ‘Vogliamo vedere Gesù’. Il desiderio di ‘vedere’ racchiude in sé la tensione ad andare in profondità, a scorgere il significato profondo degli eventi. E’ domanda delle comunità per cui vangelo è scritto: qual è in profondità l’identità di Gesù?

A tale domanda segue un lungo discorso: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla della sua ora e del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre e offre la sua vita per tutti. Consegnato nel tradimento, in realtà egli stesso ha inteso la sua vita come dono: nella sua libertà si consegna come chicco di grano. Nel morire è presente una fecondità nuova. In questo si rivela la gloria di Gesù.

E’ così giunta quell’ora evocata nell’intero percorso del IV vangelo, a Cana, nel dialogo con la donna di Samaria: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora di Gesù è l’ora della croce, quando tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé. L’ora di Gesù è tempo che anticipa ogni futuro (è ora del figlio dell’uomo) e rivela il senso della storia: è tempo finale che irrompe nel presente e manifesta i tratti dell’amore di Dio.

Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca: ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Gesù sulla croce sarà innalzato: la croce umanamente appare come la più grande umiliazione, costituisce l’esaltazione che già lì si sta compiendo: Giovanni infatti vede sulla croce il rivelarsi della ‘gloria’ di Dio, l’ora in cui si manifesta l’amore senza riserve e senza limiti del Padre che Gesù ha testimoniato ‘fino al segno supremo’: è lui l’esegeta del Padre (cfr Gv 1,18), il Figlio che rende visibile il volto del Padre. Per questo nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

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Come un seme

In un tempo segnato da inquietanti movimenti di ripiegamento, di egoismo e di violenza diffusa a livello globale il male sembra prevalere. Ancor più si manifesta come forza che domina perché in questo quadro si avverte l’impotenza – da parte di chi avverte l’urgenza di resistere ed opporsi – di incidere con le proprie scelte e con il proprio impegno individuale o di piccoli gruppi. Movimenti di ampia portata hanno risonanza e si affermano: il rinnovato diffondersi della guerra e della violenza per dominare, l’oppressione attuata dal sistema economico, l’affermarsi di concezioni di razzismo, xenofobia, rigetto dell’altro. Ondate di male attraversano e pervadono il vivere sociale.

L’esperienza rinvia a domande che hanno segnato la riflessione umana nel tempo sul contrasto tra male e bene, sulla possibilità o meno d porre un argine e sconfiggere il male oppure se abdicare ad esso. Ma proprio l’esperienza e la lettura di situazioni e di atti di persone in situazioni di male può aprire alla considerazione che nonostante tutto c’è una resistenza del bene nel cuore umano, una resistenza profonda che come seme fa capolino e germoglia in modo sorprendente, inatteso. E contagia, con una fecondità di cui è difficile calcolare la portata: è la debole e fragile capacità del bene. La vita non è il male (ed. Salani 2016) è il titolo di un agile libro scritto a quattro mani da Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa.

Il libro trae la sua ispirazione da una espressione di Vasilij Grossman, scrittore russo testimone di tragedie immani del Novecento, autore di Vita e destino, che nei suoi libri ha narrato i lager i gulag. Una frase che riassume la conclusione a cui lo stesso Grossman è giunto. Il bene si inframmezza come squarcio in situazioni senza respiro e senza apertura. E’ forza inerme ma rompe l’oppressione del male. E’ come piccolo seme che si fa spazio nella terra, crescendo laddove nessuno pensava la possibilità di novità e di vita. La vita non è il male.

Nonostante tutto, il male non riesce a cancellare ed eliminare del tutto il bene dall’esistenza umana. E’ un bene non teorico, nemmeno legato necessariamente a posizioni religiose o ideologiche. E’ il bene racchiuso in gesti singolari, sgorganti da una resistenza che si fa spazio nel cuore, un desiderio a salvare un pezzetto di Dio nella storia come diceva Etty Hillesum o anche una reazione a non venire meno ad un sogno di umanità. Gesti e scelte che squarciano la cappa nera dell’oppressione. Nonostante tutto il bene non viene cancellato, ma appare, improvvisamente, quasi come epifania, in situazioni diverse in cui sembra non esserci alternativa al buio della violenza e della cattiveria. Non nei termini di un progetto dispiegato come una grande forza che si oppone al male, ma nella debolezza e nella puntualità di gesti che fioriscono da scelte individuali, e che per questo salvano anche gli altri, coloro a cui sono rivolti, ma anche coloro che li vengono a conoscere. E salvano dalla disperazione e dal non senso.

Al cuore delle esperienze descritte nel libro sta la convinzione le scelte di singole persone, quelle che sono poste nella direzione del bene e che costruiscono, sono capaci di contagio. Si tratta di una forza fragile che si espande attraverso le reti di conoscenza di vicinanza di amicalità, quasi un passa-parola del bene che non ha confini. Una forza come di piccoli granelli di sabbia che si inframmezzano tra gli ingranaggi di una grande meccanismo interrompendolo o come di piccoli semi che da puntuali eventi singolari aprono ad un movimento che coinvolge e raduna.

E’ di questi giorni la notizia di una lettera scritta da una giovane studentessa del Burkina Faso in risposta ad una scritta violenta e razzista apparsa nei bagni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (F.Furlan, “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere” “La Repubblica” 12 marzo 2018). Al coetaneo razzista che sui muri invocava violenza sugli altri, Leaticia Ouedraogo indirizza queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.

Alessandro Cortesi op

 

 

V domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

guarigione suocera di Pietro - Mistra Grecia.jpg(Guarigione della suocera di Pietro – Mistra – Grecia)

Gb 7,1-7; Sal 146; 1Cor 9,16-23; Mc 1,29-39

La protesta di Giobbe é una inquietante domanda al cuore della Bibbia, sulla condizione umana e sul volto di Dio stesso. E’ provocazione che guarda in faccia la negatività della sofferenza, l’assurdità del dolore dell’innocente e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non solo come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Giobbe richiama il dramma dei sofferenti che contesta ogni facile risposta e rimane domanda aperta. Ogni teologia che pretenda di avere spiegazioni esaustive e tranquillizzanti è sfidata e provocata. La radicale contraddizione del vivere non può essere facilmente risolta in un semplice ragionamento consolatorio. C’è un paradosso del credere che si esprime nei termini del grido, della domanda rivolta a Dio e che rimane sospesa, della preghiera che rimane nell’attesa e non ottiene risposta.

Gesù, nella sua vicenda storica, è venuto a contatto in modo drammatico con il male e il dolore. Marco nel suo vangelo riporta vari incontri di Gesù con persone segnate dal male nelle sue diverse forme. Gesù è presentato in uno dei tratti propri della sua vita: si fa vicino e va incontro a persone malate e sofferenti, ed anche a chi è oppresso dal male in tanti modi: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Tre scene compongono la pagina del vangelo, e sono situate nell’arco della giornata di Gesù a Cafarnao narrata nel primo capitolo, in tre luoghi diversi: la prima nella casa di Simone e di Andrea, la seconda davanti alla porta, all’esterno dopo il tramonto del sole, la terza al mattino quando era ancor buio, in un luogo deserto.

La prima scena è nella casa ed è  il racconto di una guarigione: la suocera di Simone è ammalata, a letto con la febbre. La descrizione è presentata in modo asciutto, con poche parole. Da un lato esse sono cariche di quel ricordo vivo di Gesù che si faceva incontro ai malati, al suo non aver paura, al suo sguardo che scorgeva in loro prima di tutto volti e persone da incontrare e accogliere. Gesù non aveva paura del contatto: il suo prendere per mano è gesto quotidiano e dice tenerezza e vicinanza.

Se queste parole delineano il riferimento alla memoria storica di Gesù nel contempo sono anche cariche di una lettura compiuta dopo la Pasqua nel ritornare a quello che Gesù faceva. Marco vede nell’incontro con Gesù della suocera di Pietro, nella quotidianità dei rapporti familiari, quasi un riassunto del percorso di ogni discepolo: ‘Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli’. I verbi utilizzati sono significativi. Così pure l’insistenza sull’avverbio ‘subito’ ripetuto con insistenza nel vangelo. Gesù si fa vicino alla suocera di Simone malata: l’incontro avviene perché gli parlarono di lei, si compie nel tessuto del quotidiano dei rapporti umani. Gesù si accosta e la rialza: è questo il verbo della risurrezione (‘risorgere’ si può anche dire ‘rialzarsi’) e si apre qui una fessura di luce.

Nel gesto del rialzare è visto ciò che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La forza di Gesù lo fa guarire e gli comunica vita, aprendolo ad un cammino. E’ il risorto che solleva tutti coloro che sono oppressi dal male e dalla morte. Gesù non è presentato come un guaritore o un taumaturgo che opera in modo sorprendente e fascinoso. Piuttosto la semplicità dei suoi gesti fa trasparire una comunicazione di vita, una corrente di partecipazione che ‘solleva’ la vita di chi lo incontra.

Marco conclude questa scena dicendo ‘la febbre la lascio ed ella li serviva’. Ed ancora qui può esserci il ricordo di chi serviva Gesù, quelle donne che lo seguirono tra i discepoli fino a Gerusalemme, fino al momento della croce (Mc 15,41). ma è anche una indicazione del profilo di tutti  coloro che hanno incontrato Gesù: chiamati ad attuare un servizio che si prolunga nel tempo che si fa storia. Porre la propria vita al servizio di tutti è il percorso del figlio dell’uomo (Mc 10,45): la suocera di Pietro, liberata dalla febbre nell’essere stata sollevata dal gesto di Gesù accostatosi a lei diviene paradigma, all’inizio del vangelo, del cammino che ogni discepolo sarà chiamato a compiere: essere liberato, dalla cecità, dal male, dalla morte per mettersi a servire, non solo per un momento, per lo spazio di un entusiasmo, ma come attitudine fondamentale della sua esistenza: ‘ella si mise a servirli’.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. La vita di Gesù non fu estranea al contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male, esponendosi alle piaghe presenti nella città. Cafarnao è luogo di incroci e di incontri, città del passaggio e delle diversità. Gesù si immerge e non fugge in questa umanità che si raccoglie. Entra e si fa resposnabile della città.

Di fronte alla ricerca di lui come guaritore e taumaturgo, Gesù ‘non permetteva ai demoni di parlare’. Chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di risposte immediate ai propri bisogni. E’ proprio di Marco accentuare in qual modo Gesù rifugga da una ricerca di utilità. Il suo silenzio rinvia ad una proposta, è segno di un percorso che Gesù esige per i suoi ma anche per chi legge il vangelo per liberarlo da false idee circa il Messia: solamente sotto la croce sarà un pagano, il centurione romano che dirà, senza essere zittito: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Solo a conclusione della sua strada Gesù potrà essere riconosciuto da una voce umana nella sua identità di messia non della gloria ma che percorre la via del dono di sé e del servizio, il Figlio (cfr. Mc 1,9-11; 9,28).

Può essere riconosciuto solo da chi si mette a seguirlo sulla stessa via della croce. Egli ha preso su di sè la sofferenza rendendola luogo di rivelazione dell’amore del Padre e di salvezza per tutti. Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e manifesta la solidarietà dell’amore fino alla fine.

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento del rapporto intimo, unico con il Padre, ricerca di solitudine per non farsi prendere da tutto ciò che rischia d far dimenticare l’essenziale, per accogliere la missione affidatagli del Padre: ‘per questo sono venuto’. Il suo ‘venire’ ha origine nell’invio del Padre. Per questo nonostante tutti lo cerchino Gesù risponde ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Gesù è venuto per andare oltre e per farci passare oltre scoprendo che il suo annuncio va oltre ogni possibile chiusura e ogni irrigidimento entro i ristretti confini.

Alessandro Cortesi op

Pierre Claverie(Pierre Claverie)

Tenere la mano…

Il 26 gennaio u.s. papa Francesco ha autorizzato la beatificazione di 19 cristiani, uomini e donne, che hanno speso la loro vita in Algeria e sono stati uccisi negli anni della guerra civile che ha attraversato quel paese nel periodo tra il 1994 e il 1996.

Tra di essi ci sono i monaci della comunità di Tibhirine e Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano. Sono essi le figure più conosciute di questi 19. Con loro vi sono altri uomini che hanno vissuto con umiltà nella preghiera e nel servizio e donne che hanno vissuto il loro darsi nella discrezione dell’impegno quotidiano. Ma la testimonianza è stata la medesima.

Sia dei monaci di Tibhirine sia di Pierre si conoscono gli scritti che hanno lasciato. Testimonianze che parlano della loro scelta, dell’interrogarsi su quanto stava accadendo, della scelta di rimanere accanto al popolo algerino nel tempo della violenza e del disorientamento come accanto ad un amico malato tenendogli la mano rimanendo vicino nel tempo della sofferenza.

Pierre Claverie ha speso la sua vita orientando tutte le sue forze all’incontro con l’altro. Lui stesso parla della sua giovinezza come di un periodo in cui aveva vissuto come in una bolla. Figlio di francesi che da generazioni risiedevano in terra d’Algeria così ricorda: “non eravamo razzisti, ma solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questa regione… Vissi circa vent’anni in quella che ora chiamo la ‘bolla coloniale’, senza vedere l’altro”. La sua analisi è lucida e così sintetizza l’atteggiamento suo e della comunità francese in terra algerina.

Da quando uscì dalla ‘bolla coloniale’ intese tutta la sua vita come via per approfondire il senso dell’incontro, abitato da una autentica ‘passione per l’altro’: entrato nell’Ordine domenicano e tornato in Algeria apprese la lingua araba per poter comunicare. Desiderava ‘imparare l’Algeria’.

Partecipò attivamente al camino della chiesa in Algeria, una chiesa in terra di Islam, che visse un profondo cambiamento di attitudine nel periodo che seguì alla indipendenza politica nel 1962. Una chiesa che aveva un numero esiguo di fedeli ma che intese la sua missione nel porsi al servizio del popolo algerino, nell’essere ‘una chiesa per i musulmani’.

“La parola chiave della mia fede oggi è dialogo; non per tattica né per opportunismo, ma perché il dialogo è costituivo della relazione di Dio con l’umanità e delle persone tra di loro”. Pierre non apprezzava un dialogo superficiale per interesse o convenienza, ma s’impegnò in un dialogo profondo e sincero. Autentico dialogo richiede il riconoscimento della singolarità dell’altro e disponibilità a lasciarsi arricchire dalla differenza, senza facili unanimismi. La sua passione stava nell’apprendere ciò che il suo prossimo, le persone algerine, i ricercatori, gli intellettuali e le persone indotte, quelle semplici e tutti  coloro che incontrava nel quotidiano, potevano insegnargli. Il calore del suo temperamento mediterraneo lo rendeva sensibile all’amicizia e desideroso di creare luoghi di incontro e di uno scambio che giungeva fino ad affrontare il dialogo sulla ricerca di Dio.

La passione della sua vita è stata quella dell’incontro. Mise i suoi doni al servizio dello sviluppo che seguì gli anni dell’indipendenza del Paese, ma rimase fedele anche negli anni in cui si fece strada la violenza e le forze di coloro che si opponevano a quella che egli definiva una ‘umanità plurale e non esclusiva’.

Oggi viviamo il diffondersi della paura in particolare nei confronti dei musulmani. Sono varie le ragioni talvolta anche comprensibili per questo timore, alimentato dalla violenza perpetrata dall’Islam politico, dal fondamentalismo che ha visto l’espandersi di Daesh ma oggi si vive anche l’intolleranza volgare ed il sospetto senza ragione.

La beatificazione di questi testimoni non ha il senso di affermare la presenza dei cristiani in una vicenda tragica di violenza che ha segnato la storia dell’Algeria negli anni ’90 ed ha visto decine di migliaia di morti. E’ piuttosto un segno per riconoscere la fedeltà di una chiesa che ha inteso la sua presenza anche nel tempo della violenza, come testimonianza di amicizia e fedeltà al popolo algerino.

Questi uomini e queste donne hanno cercato di scorgere la chiamata di Dio nella terra dell’altro. Una scelta di solidarietà sino alla fine in nome del vangelo. Hanno orientato la loro vita nella ricerca di un’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello.

L’importanza  del riconoscimento che è la beatificazione in questo momento storico non sta tanto nel fatto che questi cristiani furono uccisi, ma sta nel sottolineare l’orientamento che li ha guidati: essi decisero, nel tempo della prova, di rimanere solidali con il popolo algerino, partecipi delle sofferenze. Si sono spesi per il dialogo e per l’incontro anche nel buio e tra le difficoltà per non lsciare soli quei musulmani loro fratelli e sorelle nel tempo della prova, per camminare con essi nell’attesa di Dio.  Come accanto ad un amico malato “tenendogli la mano, e asciugando la sua fronte con un panno”: con queste parole Pierre parlò dopo l’uccisione dei monaci di Tibhirine. In un tempo di paura dell’altro la loro testimonianza è benedizione.

Alessandro Cortesi op

 

XII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0400Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

“Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola scura, quando gli ho fissato un limite?”

La pagina di Giobbe costituisce l’inizio di un lungo discorso, il primo, di Dio a Giobbe. Dalla sua condizione di sofferenza Giobbe aveva sfidato Dio, era giunto a maledire il giorno della sua nascita, e aveva posto una critica radicale al piano di Dio, al disegno della creazione. Gli amici giunti a visitarlo gli avevano presentato tentativi di spiegazione della sua condizione elaborando teologie costruite come ragionamenti con la pretesa di spiegare il suo dramma; ma erano costruzioni di ragione in cui Dio stesso risultava asservito ad un sistema di pensiero. Più che vedere Dio essi desideravano prevedere le sue opere.

A questo punto nel libro di Giobbe prende la parola Dio stesso. Il suo discorso non è una risposta che offre soluzioni o spiegazione al dramma di Giobbe, al suo dolore. E’ piuttosto un accompagnamento ad interrogarsi su se stesso e sulla realtà attorno, a maturare uno sguardo attraverso lo stupore di fronte alla bellezza e grandezza della creazione. Il discorso è una presentazione, passo passo, dei vari elementi, la terra, il mare, la luce, gli abissi e le porte della morte, le tenebre, i fenomeni atmosferici e poi la vita degli animali, in particolare di alcuni tra essi che sfuggono al controllo umano. Una presentazione ricca di poesia di un mondo in cui si può cogliere traccia della grandezza di Dio come creatore di ogni cosa e custode nella cura. Giobbe viene guidato a scoprire di essere piccolo e fragile. E’ un lungo attraversamento fatto di domande.

E il Signore parla a Giobbe nel turbine: si presenta come il Signore di Israele che guida il suo popolo nell’attraversare il mare. Non il Dio lontano distributore di pene e retribuzioni, oggetto inaridito della teologia degli amici di Giobbe, ma il Signore vicino, Colui che non risolve la domanda sul male ma aiuta Giobbe a scoprire un nuovo modo di stare davanti a Lui. L’intero discorso è contrappuntato da una interrogativo ‘dov’eri tu?’ In questa parola sta un incontro con Dio come Tu che si rivolge a Giobbe: è parola che lo cambia. Gli fa scoprire che la sua vita, e la vita dell’umanità stessa, non sta al centro o al di sopra delle altre creature ma va accostata come parte di una realtà più grande, nella sua fragilità e debolezza, piccolo frammento di una creazione tenuta dalla custodia e dalla cura da Dio. Lo fa uscire da una visione in cui l’uomo sta al centro, e lo apre a scorgere che c’è una bellezza ed una libertà nel creato. Il volto stesso di Dio non può essere racchiuso in categorie anguste di un ragionare che tutto pretende esaurire e dominare.

Nella creazione c’è un limite per tutto, anche per le insondabili forze del male. E Dio stesso si pone un limite di fronte alla libertà umana. La consapevolezza di essere piccolo, di non essere a capo e al centro, conduce Giobbe a decentrarsi, a scoprire di dover mettersi in rapporto con Dio in modo nuovo. Non a partire dalla sua imprecazione o dalla sua pretesa di spiegazione, ma accogliendo Dio come presenza nascosta, da ricercare, da riconoscere. Scopre che deve giudicare le cose non dal suo punto di vista ma da un altro punto, inattingibile, che lo supera, e scoprire la sua piccolezza e il suo limite.

Si apre così ad una meraviglia nuova. A Giobbe si manifesta il volto di Dio che non offre soluzioni alle sue domande e non spiega il perché del suo dolore, ma soffre insieme a lui e gli fa scoprire che lui si pone come vicino, in relazione con lui. Si potrà parlare di Dio solamente a partire dalla sofferenza dell’innocente. Giobbe si rende consapevole del suo essere piccolo di fronte a Dio. Scopre così di poter scorgere la sua presenza vicina solamente quando vive il passaggio di accettare di non vedere e di non trattenerlo entro i limiti angusti di un ragionamento umano.

Gustavo Gutierrez individua la linea di fondo del libro di Giobbe nell’apertura all’esperienza di una fede gratuita, nuda, vissuta come affidamento radicale. E’ possibilità che può attuarsi solo mantenendo insieme ribellione e speranza, dolore individuale e compassione per la sofferenza presente nel resto del creato: “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teologia sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (Gustavo Gutierrez, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente. Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana)

Marco nel racconto della tempesta calmata evoca l’agire di Dio che ha messo un limite alle acque del mare e lo ha racchiuso come in un otre. Dio è presentato nei salmi come colui che sgrida le acque ed esse si acquietano (Sal 104/103,5-9; 106/105,9). Al cuore del brano sta una domanda sull’identità di Gesù. E’ colui che è più forte, a cui il vento e il mare, simboli del male, ma anche gli spiriti impuri obbediscono (cf. il passo che può essere letto in parallelo di Mc 1,24-28). Il brano è percorso da un’allusione all’evento della morte e della risurrezione: sulla barca i discepoli si sentono soli e abbandonati, Gesù ‘dorme’: è un verbo che allude alla sua morte. Ma si risveglia al grido dei suoi e li rimporvera. Si manifesta più potente delle forze scatenatesi dal mare in burrasca: sono le forze della natura ma anche le forze del male.

Gesù non abbandona i suoi, ci dice Marco, e la sua Parola vince la tempesta. La sua presenza è nella barca e risponde alla drammatica invocazione ‘non ti importa che siamo perduti?’. Marco spinge così il lettore ad interrogarsi sull’identità di Gesù ‘Chi è costui?’. Nell’immagine della barca sta il rinvio alla vita di una comunità che nel tempo vive la tempesta, le prove. Ma è chiamata a scoprire che la presenza di Gesù risorto come vicina, più forte di ogni male, che spinge ada vere un affidamento a lui, a non avere paura di ‘passare all’altra riva’, di vivere cambiamenti e aperture e a subire l’opposizione e la persecuzione per causa del suo nome, in fedeltà al vangelo.

11535862_649321331870976_2825218545965594869_nAlcune riflessioni per noi oggi

Limite: è oggi parola chiave per intendere un rapporto con la natura in cui scoprire che le risorse sono limitate ma anche e soprattutto che la presenza dell’umanità ha dei limiti nei confronti della possibilità di utilizzo delle realtà naturali, delle risorse. Di fronte alle possibilità aperte dalle potenzialità della tecnologia è richiesta oggi una responsabilità nuove nell’orizzonte del porre limiti e nell’assumere responsabilità. Si pone oggi sempre più urgente l’interrogativo tra possibilità dell’azione tecnica e di trasformazione e la custodia del creato. Una question posta all’umanità, uomini e donne che vivono la specifica situazione di poter essere consapevoli e responsabili.

A tal riguardo importanti suggerimenti provengono da Simone Morandini in una sua nota dal titolo ‘La lode e la custodia’ su ‘Moralia’ (in preparazione all’enciclica di Francesco ‘Laudato si’): “L’interrogativo morale sarà allora piuttosto come orientare alla sostenibilità e alla custodia la stessa azione tecnica e trasformatrice; come farne espressione di solidarietà e non di desiderio di profitto per pochi; come far sì che essa rafforzi il nostro legame con la terra e non lo estenui. Essenziale diviene qui la categoria di limite, ma essa stessa essenziale a un orizzonte mobile, a una lettura del mondo che ricerchi in essa sempre e di nuovo in esso gli spazi per un agire teso al bene comune, al bene possibile”.

11009909_10206626955543404_6996312186235649658_nprofughi a Ventimiglia (giugno 2015)

La sofferenza di Giobbe si fa vicina in tutti coloro che cercano di gridare in questi giorni al mondo il dramma della loro vita segnata dal dolore e dalla violenza. Se oggi è possibile parlare di Dio solo a partire dalla sofferenza degli innocenti le vicende di coloro che cercano solamente un posto per vivere ma non lo trovano perché ‘non c’era per loro posto nell’albergo’ sono per noi appello.

Oggi potremmo dire che non trovano posto nell’Europa che ha tradito i motivi fondanti del suo sorgere e si è strutturata come compagine di paesi preoccupati dei propri interessi, del dominio della finanza, della società ridotta a mercato. I loro viaggi che evocano l’esodo e la vicenda di Gesù sono un appello per noi.

Appello innanzitutto a non perdere di vista le cause di tali movimenti di popoli, a non dimenticare le guerre, le dittature – come in Eritrea dove la feroce dittatura di Isaias Afewerki ha trasformato il paese in una prigione a cielo aperto – i luoghi dove è quotidiana la violazioni di diritti e la violenza (come in Sud Sudan, Mali, Nigeria, Somalia, Libia)  da cui tante persone cercano di fuggire.

Essere nati e trovarsi a vivere in una terra dove c’è la guerra è una condizione non determinata dalle scelte dei singoli e dovrebbe essere motivo, da parte di chi si trova in condizioni di pace, per sentire più profondamente il senso di solidarietà del fare propria la sofferenza dell’altro e porre in tutti i modi un limite al male. Ci sono guerre – si pensi a quella in Siria giunta al suo quarto anno – che non scaldano più i cuori, ma se ciò avviene è un problema di cuori da cambiare.

La sofferenza di coloro che cercano di varcare i confini segnati da filo spinato della Siria: , la solitudine di chi attende di poter ricongiungersi da profugo ai propri cari già esiliati, la condizione di chi è stato cacciato dalle proprie case nella valle di Mosul, la vita quotidiana delle migliaia di persone ospitate nei campi profughi ai confini tra Siria e Giordania – si calcolano circa quattro milioni di profughi di cui due milioni di bambini, la più grandi crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale – la sofferenza di chi deve attraversare il deserto nella speranza di fuggire la dittatura e la miseria, sono un appello non per cercare spiegazioni, ma per vivere l’incontro con Dio nel farsi carico di coloor che soffrono.

Uomini e donne come noi che devono essere chiamato con il loro nome ‘compagne e compagni nella medesima umanità’, fratelli sorelle segnati dal dolore. Sono proprio loro, i migranti, i profughi, i rifiutati e respinti da chi vive la paura e il sospetto che ci provocano a comprendere in modo nuovo la nostra esistenza nell’unica direzione che può dare un senso al nostro vivere individuale e sociale: dare ospitalità alla sofferenza dell’altro e lasciarci ospitare e cambiare in questo incontro.

DSCF5780Un’ultima riflessione la trarrei dal riferimento all’immagine della barca. Simbolo di comunità nella tempesta, ma anche simbolo di una umanità che nella storia percorre una navigazione in cui si può distruggere ogni cosa ma si può anche seguire e indirizzare la barca nel corso che lungo il fiume della storia, va verso il mare: è immagine utilizzata da Giorgio La Pira che la utilizzava per sintetizzare la sua visione sulla storia. Scriveva “la storia dei popoli (ed anche, in un certo senso la storia stessa del cosmo) è come un unico fiume che viene da una sorgente e va inevitabilmente (attraverso frequenti e spesso dolorose anse) verso una foce! Tutti i popoli (la storia di ogni popolo) formano con la loro storia – come tanti affluenti – questo fiume unico: si tratta di tante storie particolari che formano insieme – nel corso dei secoli e dei millenni – la storia unica e totale del mondo” (Lettera  Pino Arpioni 14/04/68, in G.La Pira, Il sentiero di Isaia, 367).

E ancora evocando l’espressione ‘I care’ – mi sta a cuore, mi interessa – di don Milani: “.. nessun popolo e nessuna persona può dire : – non mi riguarda e non mi interessa! Non ti riguarda e non ti interessa? Ma come, si tratta del destino della tua esistenza e del tuo inevitabile cammino lungo l’intiero corso della tua vita: come fai a dire ‘non mi interessa’? E’ questa la cosa fondamentale che deve interessare la tua meditazione, la tua preghiera (se sei credente) e la tua azione! Credente o non credente, giovane o anziano, volente o nolente: il fatto esiste: sei imbarcato e la navigazione alla quale, volente o nolente, tu partecipi, interessa l’intiero corso della tua vita! Sei sulla barca ed un colpo di remo lo dai inevitabilmente, anche tu! Sei sulla barca, e se la barca affonda, affondi anche tu; e se la barca giunge in porto, giungi in porto anche tu” (Lettera  a Pio XII, 19/02/58, in G.La Pira, Beatissimo Padre, 226).

Il viaggio di tanti su barconi stracarichi, con nel cuore la speranza di vita e di salvezza, è viaggio che richiama una navigazione di popoli, oggi, sulla barca dell’umanità in cui tutti siamo imbarcati insieme, in cui non si può dire ‘non m’interessa’.

Alessandro Cortesi op

XVI Domenica Tempo Ordinario anno A – 2014

DSCF2119Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

La parabola del seminatore (Mt 13,18-23) aveva posto in luce quattro tipi di terreni: quelli che non portano frutto perché non comprendono la parola del regno, quelli che non portano frutto in modo completo, ma solo parzialmente; quelli che non danno frutto perché preoccupati dalle ricchezze, queli infine che recano frutto in modo fecondo.

Le domande aperte dalle diverse situazioni dei terreni possono essere colte come motivo di fondo delle altre parabole che Matteo fa seguire: la parabola della zizzania (13,24-30) offre una risposta alla domanda perché le erbacce che non recano frutto non vengono sradicate; quelle del grano di senape e del lievito (13,31-33) affrontano il tema della fatica e della prova e rispondono all’interrogativo perché è necessario sopportare tribolazioni per portare frutto. Le parabole del tesoro e della perla (13,44-46) suggeriscono come la scoperta del regno conduca ad offrire tutto, fino al dono della stessa vita; infine la parabola della rete piena di pesci (13,47-50) indica una risposta alla questione di quando si riveleranno coloro che hanno dato tutto il frutto possibile.

Tutte le parabole possono essere lette come paragoni in riferimento a situazioni di vita che rinviano alla descrizione del regno di Dio: gesù non definisce il regno ma lo racconta nel suo parlare in parabole, nel suo richiamare situazioni di vita. Il regno risulta così indicato come il farsi vicino di Dio che ha passione per l’uomo e la creazione, che intende liberare e dare vita facendo entrare in una relazione con lui e aprendo ad un modo nuovo di rapportarsi con la vita e con gli altri. Nelle parabole ha spazio la quotidianità, il rapporto con la terra, con l’attività dell’uomo, nelle parabole è dato spazio alla vita degli umili.

La parabola della zizzania presenta così la dinamica della presenza e della vicenda del ‘regno’ come luogo della pazienza di Dio. La parabola è innanzitutto una riflessione sulla realtà, in cui nel campo è presente seme buono e seme cattivo. E’ uno sguardo che paragona la mescolanza di buon seme e cattivo seme alle concrete situazioni umane fatte di luci e di ombre di bontà e malvagità, che stanno insieme e non separate. La zizzania, una sorta di gramigna, simile nell’asspetto al grano buono, viene seminata ‘mentre gli uomini dormono’. Si può cogliere forse in questo particolare uno sviluppo da parte di Matteo della breve parabola presentata da Marco sul seme che cresce da solo “sia che il seminatore dorma, o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”.

La zizzania seminata infatti non viene estirpata prima della mietitura. Ai servi che chiedono “Vuoi che andiamo a raccoglierla” il padrone del campo risponde “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”. L’indicazione di fondo è quella di attendere, di lasciare tempo ad una crescita. Attendere e lasciare, due attitudini ben diverse da chi vive nella fretta di una separazione e pretende di fare subito chiarezza.

E’ una parola rivolta ad accettare la fatica di una situazione in cui male e bene sono presenti insieme. Non si tratta di un compromesso di fronte al male. C’è una presa d’atto della complessità delle situazioni umane, ma anche un chiaro orizzonte di mitezza e di attesa che sia dato tempo perché anche chi compie il male possa cambiare. E’ invito ad aprire gli occhi sullo scandalo del male, che attraversa la storia. Ma al centro della parabola sta l’annuncio dell’attesa di Dio. Il volto di Dio che Ges annuncia è volto attento a non togliere alcun elemento anche piccolo di bene, preoccupato perché il bene possa avere tempo di maturazione. E’ una parola che apre a scorgere la pedagogia di Dio e del regno. E anche invito a cambiare mentalità, ad uscire da una mentalità di giudizio e di separazione, per assumere il senso dell’uso del tempo come tempo di cambiamento e di conversione al bene, e per accolgiere la responsabilità dell’attenzione e della cura.

La parabola è anche una indicazione per la comunità di Matteo. La comunità stessa non è composta solamente di giusti, ma vede al suo interno lo scandalo del male e dei peccatori. La pretesa di una comunità composta solamente di giusti è una forma di orgoglio, che non tiene contro della realtà e che segue una logica di esclusione. L’invito è piuttosto quello di lasciar crescere, offrendo lo spazio del tempo e della pazienza. La parabola si concentra così sulla pazienza di Dio che attende, non risolve le situazioni con la forza, ma suscita responsabilità nel tempo.

Al centro della parabola del granello di senape sta da un lato l’aspetto della crescita: da un piccolo inizio vi è uno sviluppo che apre ad un effetto imparagonabile. Tuttavia sembra che una particolare insistenza sia nell’essere seminato sulla terra. E’ un accento riscontrabile nella versione della parabola presente nel vangelo aprocrifo di Tommaso: “E’ simile a un granello di senape, che è il più piccolo di tutti i semi. Ma quando cade sulla terra arata, produce un grosso arbusto e diventa un rifugio per gli uccelli del cielo”. Un seme deposto, non muore, ma porta frutto: è quanto verrà ripreso dal IV vangelo in: “chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perde la sua vita per causa mia la troverà” (Gv 12,24). Così nella parabola del lievito nella pasta l’accento principale sta nell’azione del lievito che non è visibile, ma ha una forza che muove nel profondo ed è interiore: l’insisetnza va non tanto sulla diversa quantità tra lievito così esiguo e la pasta (cfr. 1Cor 5,6), ma sul fatto che il lievito è seminato, è posto dentro e mescolato dentro la pasta.

Una allusione di questa parabola alla vicenda di Sara e Abramo può esere importante per coglierne un messaggio sotteso. E’ infatti Sara la moglie di Abramo che nell’episodio dell’ospitalità dei tre sconosciuti che giungono alla tenda presso Mambre (Gen 18,6), impasta una quantità di farina pari a quella indicata nella parabola tre staia: è una quantità enorme – tre staia corrispondono a circa 50 chili -. Centinaia di persone possono essere sfamate con una tale quantità di farina: si tratta di una grandezza smisurata. E’ un segno dell’abbondanza che sgorga dalla promessa di Dio e dalla fede di Abramom, e dall’ospitalità di Sara. Quel piccolo gesto dell’accoglienza, il ricevere la vista di quegli ospiti sconosicuti e l’affidamento alla loro parola, è inizio di una storia che trova fodnamento nella fede. Nei profeti questa storia viene descritta come la vicenda di un piccolo germoglio che diviene grande albero: “Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro… e lo pianterò sopra un monte alto…metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami dimorerà” (Ez 17,22-24). C’è una storia di incontro, di possibile rifugio, come quello di uccelli che trovano dimora su di un albero grande, che attrevsra la storia umana e la vicneda del cosmo stesso. E’ una vicenda che non eslcude, che si apre a tutti, e ancor più si apre a comprendere la partecipazione di tutta la realtà. La fede di Abramo, l’ospitalità di Sara, sono i termini di riferimento di questa fecondità di vita che coinvolge tutto il mondo: il regno di Dio è questo grande movimento di incontro nuovo, che Gesù ricorda e richiama con le sue parole.

Infine una osservazione sullo stile del parlare di Gesù: Gesù parla di Dio guardando i gesti di un contadino che getta la semente nel campo, osservando la crescita di piccole piante, cogliendo l’intreccio di piante buone e meno buone in un campo seminato, guardando le reti di una barca. Gesù parla di Dio non facendo uscire dal mondo e dal linguaggio del quotidiano, ma scoprendo la presenza di Dio, il suo regno, lì dentro. Così in modo inaudito Gesù parla di Dio facendo riferimento ai gesti di una donna che impasta farina e lievito: Gesù parlava e lo ascoltavano anche donne che vivevano in una condizione di enarginazione religiosa e sociale. E comprendevano che il volto di Dio che Gesù annunciava non era il Dio dei forti e di chi dominava, ma il Dio che scorgva la preziosità dei volti, non il Dio dell’esclusione, ma dell’accoglienza. Una inaudita parola che annunciava Dio parlando dei gesti di una donna nella quotidianità della casa, nei gesti dell’ospitalità.

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‘Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene’ (Rom 12,21): foto di un manifesto nella Chiesa di san Nicola a Lipsia (Nikolaikriche Leipzig) – sede delle preghiere per la pace 1989

Alcune osservazioni per noi oggi.

Viviamo anche noi oggi lo scandalo del male. Rendersi consapevoli della presenza dell’azione dei malvagi che si confronta con l’azione dei giusti insieme è passaggio fondamentale per non rimanere nell’ingenuità di un mondo ideale scontrandosi poi con la cocente disillusione di fronte all’esperienza. D’altro lato scoprire come il campo della vita e della storia sia luogo di grano insieme ad una seminagione cattivo, la zizzania, aiuta a non rimanere schiavi di una concezione negativa del mondo e dell’uomo in quanto malati alla radice e asserviti alla malvagità. Scorgere grano e zizzania è guardare la realtà accostarsi alla complessità del reale, imparando la fatica del vivere nella complessità senza cedere al male. Non solo c’è bene e male fuori di noi, ma anche nel nostro intimo c’è mescolanza di scelte di bene e di compromesso con l’egoismo, l’ingiustizia e il male. Saper attendere per sé e per gli altri, lasciare il tempo della crescita è vivere una attitudine fiduciosa: non nella connivenza o timidezza di fronte al male ma nell’impegno perché chi compie il male cambi orientamento. E’ sguardo di speranza su di sé e sugli altri: possiamo cambiare e crescere e lo sguardo di Dio è quello non di un giudice ma di un educatore attento e fiducioso che non estirpa, non esclude, ma conosce la pazienza dell’attesa, non ha di mira una purezza senza discussione, ma è preoccupato che ogni apertura di bene non rimanga senza respiro. La sua mitezza è forza di attesa e di operosità perché anche l’empio ritrovi la sua via.

Le delusioni e i fallimenti che una situazione crisi economica e sociale pongono di fronte, così come i fallimenti di sforzi di costruire pace in terre dove c’è violenza può far crescere sentimenti di inutilità e di abbandono di ogni genere di impegno. L’insistenza delle parabole di Gesù sul momento della semina ci fa guardare in modo diverso tutte le possibilità di gesti anche piccoli e la loro fecondità che ora non vediamo. Il deporre un piccolo seme è in sé inizio di un processo di cui non siamo in grado di calcolare gli esiti: è questo un motivo per cogliere l’importanza di impegni anche minimi e quotidiani in una situazione di crisi e nonostante la contraddizione evidente.

Il mondo e la storia sono permeati dell’energia nascosta e feconda del regno di Dio che inizia dai gesti di ospitalità di Sara e dall’apertura del cuore di Abramo: è il medesimo regno che Gesù rintraccia nel gesto quotidiano di una donna che impasta la pasta per cuocere il pane. C’è una storia del regno che attraversa le culture, le religioni, ed è presente nella vita, nelle sue pieghe e attimi nascosti, nelle persone umili: dare spazio a questa vicenda è il servizio di profezia a cui Gesù chiama per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

Il male banale e oscuro

L’uccisione, da parte di uno squilibrato razzista, a Tolosa, di un insegnante ebreo il maestro Jonathan Sandler, i suoi due figli Gabriel e Arieh di 4 e 5 anni e una bambina Myriam di 7 anni non può lasciare indifferenti. All’interno della scuola ebraica, lì dove insegnanti e bambini si recano con i sentimenti più vari, ma tutti aperti alla vita, all’incontro, all’apprendimento, alla conoscenza. Lì è stata seminata morte.

Come nel luglio dell’anno scorso a Utoya, vicino a Oslo, da parte di un altro squilibrato che ha portato terrore e morte tra giovani norvegesi che si riunivano per progettare il futuro e per pensare al loro impegno nella società. Così come a Firenze dove nell’autunno 2011 un altro squilibrato ha freddato Mor Diop e Modou Samb due senegalesi immigrati che stavano vendendo la loro merce al mercato di san Lorenzo. Gesti di squilibrati eppure lucidi al punto di identificare con chiarezza le loro vittime e di usare armi e programmare le loro esecuzioni. Squiibrati che si scagliano contro persone umane spogliandole della loro umanità e rendendole simbolo di un oggetto da eliminare: la razza, l’appartenenza ad una etnia, ad una religione.

Moni Ovadia (‘La peste nera’, “l’Unità”  20 marzo 2012) ha parlato di una peste nera diffusa nei canali della rete in cui circola senza contrasto l’armamentario ideologico che alimenta sentimenti razzisti e xenofobi, che trovano poi espressioni nell’antisemitismo, nell’islamofobia, nel disprezzo totale dell’immigrato o del rom. E’ questo contagio a far compiere da parte di alcuni gesti eclatanti, ma che sono rivelativi di una ricerca di capri espiatori su cui riversare un odio coltivato e programmato. L’ebreo, il nero, il musulmano, il rom divengono così obiettivi di violenza che scoppia improvvisa e apparentemente senza programmazione. E tuttavia essa invece è maturata, incubata e cresciuta poco alla volta in terreni di coltura che l’hanno resa possibile e ne hanno offerto le motivazioni. Barbara Spinelli (Il male oscuro dell Europa, La Repubblica 21 marzo 2012) evoca così un processo che non è caso di squilibrati ma che attraversa ambiti più vasti e di cui renderci conto: “Tutti ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell’animo e del crimine”.

C’è una banalizzazione del razzismo e delle forme della violenza a cui siamo ormai abituati. Sono queste le forme che stanno dietro a gesti di cosiddetti squilibrati. Squilibrati peraltro lucidi nelle loro azioni e che si sono nutriti in un retroterra di ambienti, gruppi, riferimenti e letture che hanno consentito il crescere e l’acuirsi del loro squilibrio. Ma sono anche le forme più pervasive presenti in Europa e in Italia. In Europa l’indirizzo xenofobo del partito guidato da Viktor Orbàn eletto nel 2010 che ha attuato un cambiamento della costituzione del Paese senza generare una reazione  di condanna da parte dell’Unione europea. In Italia le direttive di carattere xenofobo della Lega, i sentimenti di odio seminati a larghe mani trovando sempre minimizzazioni e mai decisi distanziamenti, se non in rari casi, anche da parte della chiesa. E potremmo anche pensare alla banalizzazione delle forme del bullismo e del razzismo quotidiano a cui assistiamo, nelle forme della barzelletta apaprentemente innocente, dell’indicazione dell’altro secondo stereotipi di esclusione  di disprezzo, nelle forme del silenzio e della minimizzazione di abusi e violazioni. C’è da chiedersi com’è possibile che si rimanga indifferenti. La pretesa di realtà senza impurità di tipo etnico e religioso, la pretesa di una difesa dei propri interessi, l’illusione di costruire futuro solamente sull’efficienza economica: sono questi i luoghi in cui torva modo di la banalizzazione del male. Sta qui la radice delle manifestazioni violente che fanno sussultare. Ma dovrebbero far sussultare non solo per un momento ma divenire motivo di vigilanza quotidiana nella sfida da accogliere nel costruire cittadinanze plurali. (a.c.)

 

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