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VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4068Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Una donna che si commuove per il proprio figlio è immagine che parla di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Per parlare di Dio nei testi biblici ritroviamo rinvii alle dimensioni umane più profonde. Così il volto di Dio non definibile, nemmeno pronunciabile da parola umana è descritto nel gesto del commuoversi di una donna e nella relazione che la lega al suo bambino. Una immagine che racchiude non solo il grande messaggio che Dio non si dimentica dei suoi figli, ma che ci riporta anche ad una fede liberata dalle complicazioni e centrata sulla dimensione profondamente umana che tocca il cuore. Una fede ridonata alla semplicità di scoprire la presenza di Dio vicina alla vita, dentro ad essa.

Nella vita umana sta nascosta la sua presenza. Il cammino verso Dio non è solo cammino di uscita ma a anche di sguardo alla realtà, al profondo dell’esperienza umana: non lontano ma al cuore di essa sta racchiuso un rinvio a Dio e si dona la stessa comunicazione di Lui che si rende vicino. Nel cuore della propria esperienza stanno le tracce del suo volto.

Dio non dimentica. Il Dio della Bibbia, dei profeti è un Dio capace di commuoversi, di sentire l’attaccamento dell’affetto e della passione. Questo annuncio di Isaia è uno squarcio sul volto di Dio appassionato che rimane fedele. Fedele nonostante ogni contraddizione e capace di riproporre la sua fedeltà nonostante il rifiuto e l’infedeltà. E’ la gratuità dell’amore che non ricerca un contraccambio, ma si offre nella gratuità del regalare sempre il suo ricordo e pensiero. Il volto di Dio ha i tratti di chi dona e attende e rimane fermo, paziente, e si commuove nonostante ogni distanza.

In un tempo che dimentica non solo la propria storia, ma dimentica l’altro, perché non lo vuole guardare e lo allontana da sé, il Dio annunciato da Isaia ha i tratti di un Dio che ricorda, personalmente, rivolto ad un tu, e non viene meno nel ricordare: ‘non ti dimenticherò mai’ è promessa per una fede che diviene allora legame personale, affidamento, accoglienza della speranza che proviene da chi non si dimentica di noi.

In un tempo in cui si sperimenta la distanza presa da tanti nei cofnronti di una fede che è diventata costruzione di un sitema lontano dalla vita queste paorle richiamano ad un ritrovare la semplicità di un credere testimoniato e proposto in modo umano, vivo, ricco di quell’amore che segna i rapporti.

Gesù nel discorso della montagna pone i discepoli di fronte ad una alternativa: “Non potete servire Dio e il denaro”. Presenta una signoria in cui un padrone indicato con il termine aramaico ‘mammona’, si pone in alternativa a Dio stesso nella vita dei discepoli. ‘Mammona’ può essere indicato come il denaro, la ricchezza, il possesso, la rincorsa all’accumulo. E’ da tener presente che Gesù non denuncia il denaro in se stesso come un male: non condivide le concezioni dualistiche di coloro che ritengono che vi siano cose malvage in se stesse, eppure scorge nella dinamica dell’attaccamento che il denaro genera una via di infedeltà a Dio stesso. Pone così in guardia dal servire il denaro. Vi sono realtà quali il denaro, il possesso, la ricchezza che nella vita sono elevate al ruolo di padroni assolute, idoli da seguire, a cui orientare ogni sforzo, a cui lasciare assoggettare l’esistenza. Questa dipendenza dal denaro e dalla ricerca di accaparrarsi beni rende la vita soggiogata e la pone sotto un altro padrone che non è Dio. Mammona è così un padrone che soffoca la vita, la rende inacpace di respiro, asservita. In questa alternativa Gesù coglie la grande sfida presente nell’esistenza dei discepoli. E’ questione di riferimento all’unico Signore che genera uno sguardo critico su ogni realtà che si pone come ‘padrone assoluto della vita’.

Una vita piena di cose, spesa nella tensione all’accumulo di beni ha i contorni di una vita affannata. Nel brano viene ripetuto sei volte un verbo che indica l’affannarsi (greco merimnao). Nel vangelo di Matteo ritorna il riferimento a questo nella spiegazione della parabola del seminatore, con riferimento alla situazione del seme seminato tra i rovi: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). Affannarsi è cadere in preda alla ‘preoccupazione del mondo’ che toglie aria e respiro alla possibilità della Parola di crescere. Non solo. Una vita alla rincorsa di cose da possedere non sta nella pace ma sperimenta l’aggressività verso l’altro, l’invidia per superare chi è più ricco o la paura per difendere i possessi acquisiti. Gesù denuncia non solo la condizione di schiavitù dell’essere sottomesi all’idolatria delle cose da trattenere per sè, ma anche quell’idolatria che pone in uno stato di guerra e di ostilità permanente. Prima di divenire conflitto di popoli, quest’affanno che genera ostilità si annida nei cuori e mantiene schiavi. Gesù provoca a scegliere e ad intendere diversamente la vita: la sottomissione alla ricchezza rende ciechi di fronte ad ogni altra cosa, soprattutto rispetto alla sollecitudine per l’altro e per il Signore.

Gesù insiste tanto su questo sguardo liberato dall’affanno delle ricchezze per aprire strade di umanità e di pace. La logica del consumare e dell’avere è pervasiva: non si arresta mai, giunge a considerare merce tutte le cose, poi il lavoro e le stesse persone. E’ una logica che separa e costruisce barriere sempre più alte tra le persone, i popoli, tra chi ha e chi non ha, tra chi mantiene il potere e chi deve soggiacere.

L’invito di Gesù è: Non preoccupatevi. “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardategli uccelli del cielo…”. E’ indicata la prospettiva di non lascirsi rinchiudere l’esistenza in un’ansia che la impoverisce e la rinchiude.

Gesù propone un cammino di liberazione dall’affanno che tarpa l’esistenza. A partire dalla sua esperienza di povero, Gesù parla di una vita liberata. E una vita liberata è capace di respiro, diviene capace di godere del dono inatteso, delle cose semplici, di essere ricchi non perché si possedono molte cose ma perché si ha bisogno di poco e si vive la dimensione più profonda dell’essere umano, l’affidamento. Una vita liberata dalla sudditanza e dalla schiavitù è una vita in cui si apre al possibilità di spazio per l’altro. “Da ricco che era si è fatto povero per voi povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà – dirà Paolo tratteggiando l’intero percorso di vita di Gesù e indicando in questo ‘la grazia del Signore nostro Gesù Cristo’ (2Cor 8,9).

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E’ questa libertà che conduce a guardare le cose, gli altri, la vita in modo nuovo. Fa passare da uno sguardo in cui tutto è solo funzionale ad una utilità o ad un guadagno, in cui tutto è quantificabile con un prezzo, ad uno sguardo che respira di gratuità. C’è un rapporto con le cose, con la natura, con la realtà attorno a noi da riscoprire e recuperare in modi nuovi, liberandosi dall’idolatria di mammona. Viviamo in una realtà non da usare ma da in primo luogo da accolgiere e contemplare: Gesù guardando i fiori del campo vi legge un segno che parla di Dio. Vi ritrova lì dentro una parola che orienta l’esistenza. Suggerisce così un nuovo rapporto con le cose che sorge da un cuore liberato.

C’ è un rapporto con gli altri come via dell’incontro con il volto di Dio: “cercate invece innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia si concretizza nel vivere una fiducia che si appoggia nella misericordia del Padre. Giustizia e misericordia sono due nozioni che si ricoprono e quasi di identificano, come ricordano le due beatitudini del discorso dela montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno sazieti. Beati i miserirocordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,6-7). Sta qui il paradosso dell’annuncio di Gesù: una vita capace di scrollarsi di dosso l’affanno, che imprigiona e ripiega, si ritrova in modo nuovo e inatteso, sorprendentemente ricca, capace di vivere l’affidamento nell’oggi: ‘dacci oggi il nostro pane di questo giorno’ (Mt 6,11; con riferimento a Es 16,4: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno”) .

E’ l’apertura alla grande bellezza che è presente eppur nascosta nella nostra vita, nelle cose semplici, di ogni giorno, da scoprire come segno di un dono e invito alla libertà. Sono magari le medesime cose di chi ha poco, ma osservate con uno sguardo capace di gioire. C’è un profondo messaggio di superamento della lotta e del dominio verso una via diversa di pace in queste parole. Accogliere l’invito di Gesù ‘non affannatevi’ è percorso di liberazione da tutto ciò che fa stare nella logica del conflitto, della competizione, per aprirsi alla possibilità di una vita liberata da pesi inutili e da sudditanze che le impediscono di volare, come gli uccelli del cielo – simbolo di libertà dall’affanno – e di fiorire come i gigli del campo – segno della bellezza semplice che attrae e sa condividere -.

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

3-4-da-marinus-van-reymerswaele gli usurai 1540(Marinus van Reymersvaele, Gli usurai, 1540)
Am 8,4-7 Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Chissà per quale disattenzione nel brano di vangelo di questa domenica sono rimaste tagliate queste parole conclusive, che peraltro offrono la chiave di lettura secondo la quale leggere una tra le parabole di Gesù che Luca riporta al cap. 16. Il testo poi continua così: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: ‘Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,14-15).

La questione si fondo sta nell’orientamento di fondo della vita, e si pone nell’alternativa tra servire Dio e servire la ricchezza. L’inseguimento ad avere di più, quel culto del denaro e dell’avere che rende insensibili agli altri, incapaci di indirizzare la vita verso ciò che vale veramente anche se non è valutato con un prezzo è in netta contrapposizione all’accogliere e servire il volto di Dio. E’ una vera e propria fede che si sostituisce alla fede in Dio: la contrapposizione è quindi tra Dio e una realtà come il denaro che assume il profilo di una divinità.

Nel mondo di Gesù solamente a Gerusalemme le famiglie dell’aristocrazia potevano avere un tesoro in monete d’oro. In Galilea questo era possibile ai grandi proprietari terrieri, persone ricche in una popolazione per lo più di contadini. Questi ultimi potevano possedere al massimo qualche moneta di rame e di bronzo, ma gli scambi avvenivano in natura. Negli anni in cui visse Gesù abbiamo la notizia che Erode Antipa introdusse la circolazione di monete coniate a Tiberiade, la città fatta erigere in onore dell’imperatore Tiberio. L’uso della moneta anziché favorire una maggiore giustizia sociale generò la possibilità di accumulare ancor maggiore ricchezza da parte dei proprietari terrieri e dei più ricchi e ciò diveniva per loro un ulteriore motivo di sicurezza. Il denaro diventava così ‘mammona’, un’espressione di radice aramaica (aman significa aver solidità, appoggio, stabilità, sicurezza) che indica sicurezza e che si avvicina alla definizione della fede come appoggio sicuro, roccia su cui avere stabilità. Il progresso anziché offrire possibilità di condivisione generava un arricchimento dei più ricchi e una condizione più misera dei poveri.

“Un uomo ricco aveva un amministratore…”. Al cuore della parabola il protagonista è un amministratore disonesto. E’ disonesto non solo perché gestisce i beni di cui è responsabile in modo improprio al punto di essere accusato presso il padrone, ma è disonesto anche nel gesto di falsificare ricevute di consegna dimostrando così un modo di agire che mira al fine di perseguire con lucidità solo i propri interessi e di assicurarsi il futuro. Quando infatti viene smascherato nella sua cattiva amministrazione reagisce trovando con prontezza e capacità di decisione una via di fuga per non trovarsi senza appoggi dopo il prevedibile e imminente licenziamento. La conclusione della parabola è sconcertante e lascia perplessi: il padrone lodò quel servo per la sua ‘scaltrezza’ dice la traduzione italiana nel trovare soluzione con mezzi disonesti in quel frangente. Il termine usato da Luca potrebbe essere meglio tradotto con prudenza, accortezza, capacità di valutazione e decisione. Oggetto dell’elogio non è la disonestà, piuttosto la capacità pronta di far fronte a situazioni difficili e la decisione in ordine ad una precisa finalità.

Gesù riprende in questo racconto una vicenda ordinaria del suo tempo in cui la disonestà, la spregiudicatezza, la falsità sembrano avere la meglio. Il suo è innanzitutto uno sguardo che osserva la realtà nei suoi aspetti ordinari. La parabola non intende offrire un esempio di comportamento: quell’amministratore è infatti un disonesto. Ma lo spaesamento viene dal fatto che alla fine il padrone lo elogia. Gesù coglie in questo comportamento l’attitudine di un ‘figlio di questo mondo’, di chi ragiona secondo il criterio di mammona dell’ingiustizia e coglie come questo amministratore ha saputo velocemente e con intelligenza pur in modo disonesto trovare soluzione per il suo futuro. Non lo elogia perché è disonesto, ma legge in questa capacità di approfittare del momento presente ed individuare vie di soluzione, un coraggio e una capacità di decisione di chi sa e vuole mettere tutte le sue energie in una direzione: è certo una direzione di male ma quell’amministratore è una persona capace di leggere la realtà, consapevole delle sue capacità e del mondo in cui vive – “cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua… – L’effetto del racconto è straniante: ci si aspetterebbe una condanna chiara di questo comportamento che è definito sin dal principio l’agire di un disonesto. Invece Gesù conduce nel racconto a cogliere la prontezza, la capacità di individuare, pur nel male, strade per aprirsi vie di sopravvivenza e soprattutto la prontezza nella decisione.

Il problema che Gesù pone sta nel contrasto tra i ‘figli di questo mondo’ e i ‘figli della luce’, tra coloro che hanno come criterio della loro esistenza solo la ricchezza e coloro che seguono Gesù che ha fatto della sua vita uno spazio di ospitalità e condivisione. Perché i figli della luce non sanno leggere con chiarezza le situazioni e perché non sanno vivere scelte coerenti nel rapporto con le cose e con le ricchezze? Perché quella prontezza e chiarezza nel decidersi in una direzione non è praticata da chi intende vivere secondo il regno di Dio?

Il termine ‘Mammona’ ritorna più volte nella bocca di Gesù: Gesù parla di denaro e contrappone Dio e Mammona. E parla di ricchezza: essa è ‘ricchezza disonesta’. È disonesta perché accumulata senza condivisione. E’ disonesta quando è ricchezza di cui possono godere solo alcuni e non viene motivo di vita per chi vive nella povertà e nell’esclusione. Gesù coglie nella ricchezza un luogo di possibile contrapposizione radicale a Dio. Quando si entra nella logica del tesaurizzare, quando si dà più importanza al denaro che alle persone, si scivola lentamente in un piano inclinato che conduce a vivere ciò che Amos il profeta della giustizia rimproverava nel VIII secolo a.C.: “Quando finirà il sabato, perché possiamo aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare, per comprare con denaro i poveri, e l’indigente se deve un paio di sandali?”. Amos denuncia il comportamento di uomini religiosi o sedicenti tali che osservano le regole del culto, ma senza porre connessione tra il culto al Dio di Israele di cui il sabato è il segno e la solidarietà con i poveri. La parola di Gesù è chiara nel contrapporre l’accoglienza di Dio ad una vita tutta centrata sulla ricchezza che diviene unica fonte di sicurezza e genera indifferenza verso chi è escluso e vive nell’indigenza. Quando la ricchezza diviene unico orizzonte della vita occupa tutto l’orizzonte si fa assoluto e il riferimento a Dio è svuotato del tutto fino a scomparire.

La parabola di Gesù ha un’attualità sconcertante: siamo ben a conoscenza di personaggi pubblici, arrampicatori, politici, che hanno costruito immense ricchezze con la frode, con la corruzione, con un agire di furbizia senza scrupoli, con l’ipocrisia, usando il potere politico per introdurre leggi unicamente a proprio vantaggio, e addirittura vantando una facciata di ossequio di fronte ai poteri religiosi e facendosi paladini di valori cristiani. E’ ancora peggiore notare come questo modo di agire è divenuto stile diffuso, e viene lodato chi è più furbo e scaltro nel fare i propri interessi. Siamo anche a conoscenza di una certa modalità diffusa dentro ambienti ecclesiali di giustificare il compimento di opere di bene con i mezzi dell’illegalità, per cui si giustifica l’utilizzo di mezzi spregiudicati con il perseguimento di fini buoni.

La parabola dell’amministratore è appello a vivere quell’orientamento totale e la sua capacità di decisione ma nel prendere le distanze dall’ossequio alla ricchezza che genera ingiustizia e nel vivere la coerenza di condividere ciò che si possiede a tutti i livelli: ci sono ricchezze culturali, sociali, umane oltre a quelle dei beni materiali che esigono di essere condivise e partecipate.

Gesù denuncia la servitù che il denaro e la ricchezza genera nella vita delle persone: ‘non potete servire Dio e la ricchezza’. C’è una questione che riguarda il servizio. Si pensa di usare la ricchezza per servirsi del denaro, ma si genera invece un processo complesso e avvolgente per cui si è asserviti e si diviene schiavi del denaro. L’accumulo delle ricchezze sorge dall’insicurezza, dalla ricerca di protezione e di garanzia, forse anche da una pretesa di occupare tanto vuoti esistenziali con qualcosa di cui rivendicare la proprietà. Gesù apre a considerare questa incapacità di decisione di fronte al regno di Dio, questo compromesso che rende incapaci di scelte coraggiose e di entrare nella vera ricchezza. “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi darà quella vera?”. C’è una ricchezza vera da scoprire e si può scoprire solamente con la condivisione. Gesù è venuto a liberare da tutto ciò che rende schiavi e scorge che una delle più pericolose schiavitù è quella della ricchezza, dello sguardo centrato sull’avere sempre di più non accontentandosi di ciò che basta per vivere bene.

Oggi viviamo un dominio del potere finanziario e di una mentalità dell’homo oeconomicus che fa dipendere la felicità dalla ricchezza e tutto riduce, anche le persone e il loro lavoro, a merce di cui disporre: siamo immersi nel ‘mammona dell’ingiustizia’ in un mondo ricco che ha fatto delle diverse forme di potere una via per assoggettare e per escludere i poveri. Le parole di Gesù hanno una forza dirompente nell’impegno a ripensare i modelli economici e sociali di vita.

E’ l’esperienza di ogni ricco di andare sempre più alla ricerca di aumentare il suo possesso senza vivere quella felicità che è la libertà del condividere e del non far dipendere la vita dall’accumulo. Nell’incapacità di godere di quello che la vita già offre, nelle cose semplici, nella sobrietà come occasione di felicità vera: è la ricchezza dell’incontro, è la ricchezza dei volti, è la ricchezza dello spezzare il pane.

Nella situazione attuale una negazione radicale di Dio può essere individuata nella idolatria del denaro e dell’accumulo egoistico di ricchezza ritenuta fonte di sicurezza e di felicità per se stessi, nell’indifferenza per gli altri (mammona dell’iniquità). In tale contesto in cui la negazione di Dio si esprime nella negazione della dignità dei poveri e nella logica dell’esclusione perseguire decisamente percorsi di solidarietà e condivisione costituisce una testimonianza del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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