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V domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

guarigione suocera di Pietro - Mistra Grecia.jpg(Guarigione della suocera di Pietro – Mistra – Grecia)

Gb 7,1-7; Sal 146; 1Cor 9,16-23; Mc 1,29-39

La protesta di Giobbe é una inquietante domanda al cuore della Bibbia, sulla condizione umana e sul volto di Dio stesso. E’ provocazione che guarda in faccia la negatività della sofferenza, l’assurdità del dolore dell’innocente e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non solo come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Giobbe richiama il dramma dei sofferenti che contesta ogni facile risposta e rimane domanda aperta. Ogni teologia che pretenda di avere spiegazioni esaustive e tranquillizzanti è sfidata e provocata. La radicale contraddizione del vivere non può essere facilmente risolta in un semplice ragionamento consolatorio. C’è un paradosso del credere che si esprime nei termini del grido, della domanda rivolta a Dio e che rimane sospesa, della preghiera che rimane nell’attesa e non ottiene risposta.

Gesù, nella sua vicenda storica, è venuto a contatto in modo drammatico con il male e il dolore. Marco nel suo vangelo riporta vari incontri di Gesù con persone segnate dal male nelle sue diverse forme. Gesù è presentato in uno dei tratti propri della sua vita: si fa vicino e va incontro a persone malate e sofferenti, ed anche a chi è oppresso dal male in tanti modi: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Tre scene compongono la pagina del vangelo, e sono situate nell’arco della giornata di Gesù a Cafarnao narrata nel primo capitolo, in tre luoghi diversi: la prima nella casa di Simone e di Andrea, la seconda davanti alla porta, all’esterno dopo il tramonto del sole, la terza al mattino quando era ancor buio, in un luogo deserto.

La prima scena è nella casa ed è  il racconto di una guarigione: la suocera di Simone è ammalata, a letto con la febbre. La descrizione è presentata in modo asciutto, con poche parole. Da un lato esse sono cariche di quel ricordo vivo di Gesù che si faceva incontro ai malati, al suo non aver paura, al suo sguardo che scorgeva in loro prima di tutto volti e persone da incontrare e accogliere. Gesù non aveva paura del contatto: il suo prendere per mano è gesto quotidiano e dice tenerezza e vicinanza.

Se queste parole delineano il riferimento alla memoria storica di Gesù nel contempo sono anche cariche di una lettura compiuta dopo la Pasqua nel ritornare a quello che Gesù faceva. Marco vede nell’incontro con Gesù della suocera di Pietro, nella quotidianità dei rapporti familiari, quasi un riassunto del percorso di ogni discepolo: ‘Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli’. I verbi utilizzati sono significativi. Così pure l’insistenza sull’avverbio ‘subito’ ripetuto con insistenza nel vangelo. Gesù si fa vicino alla suocera di Simone malata: l’incontro avviene perché gli parlarono di lei, si compie nel tessuto del quotidiano dei rapporti umani. Gesù si accosta e la rialza: è questo il verbo della risurrezione (‘risorgere’ si può anche dire ‘rialzarsi’) e si apre qui una fessura di luce.

Nel gesto del rialzare è visto ciò che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La forza di Gesù lo fa guarire e gli comunica vita, aprendolo ad un cammino. E’ il risorto che solleva tutti coloro che sono oppressi dal male e dalla morte. Gesù non è presentato come un guaritore o un taumaturgo che opera in modo sorprendente e fascinoso. Piuttosto la semplicità dei suoi gesti fa trasparire una comunicazione di vita, una corrente di partecipazione che ‘solleva’ la vita di chi lo incontra.

Marco conclude questa scena dicendo ‘la febbre la lascio ed ella li serviva’. Ed ancora qui può esserci il ricordo di chi serviva Gesù, quelle donne che lo seguirono tra i discepoli fino a Gerusalemme, fino al momento della croce (Mc 15,41). ma è anche una indicazione del profilo di tutti  coloro che hanno incontrato Gesù: chiamati ad attuare un servizio che si prolunga nel tempo che si fa storia. Porre la propria vita al servizio di tutti è il percorso del figlio dell’uomo (Mc 10,45): la suocera di Pietro, liberata dalla febbre nell’essere stata sollevata dal gesto di Gesù accostatosi a lei diviene paradigma, all’inizio del vangelo, del cammino che ogni discepolo sarà chiamato a compiere: essere liberato, dalla cecità, dal male, dalla morte per mettersi a servire, non solo per un momento, per lo spazio di un entusiasmo, ma come attitudine fondamentale della sua esistenza: ‘ella si mise a servirli’.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. La vita di Gesù non fu estranea al contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male, esponendosi alle piaghe presenti nella città. Cafarnao è luogo di incroci e di incontri, città del passaggio e delle diversità. Gesù si immerge e non fugge in questa umanità che si raccoglie. Entra e si fa resposnabile della città.

Di fronte alla ricerca di lui come guaritore e taumaturgo, Gesù ‘non permetteva ai demoni di parlare’. Chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di risposte immediate ai propri bisogni. E’ proprio di Marco accentuare in qual modo Gesù rifugga da una ricerca di utilità. Il suo silenzio rinvia ad una proposta, è segno di un percorso che Gesù esige per i suoi ma anche per chi legge il vangelo per liberarlo da false idee circa il Messia: solamente sotto la croce sarà un pagano, il centurione romano che dirà, senza essere zittito: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Solo a conclusione della sua strada Gesù potrà essere riconosciuto da una voce umana nella sua identità di messia non della gloria ma che percorre la via del dono di sé e del servizio, il Figlio (cfr. Mc 1,9-11; 9,28).

Può essere riconosciuto solo da chi si mette a seguirlo sulla stessa via della croce. Egli ha preso su di sè la sofferenza rendendola luogo di rivelazione dell’amore del Padre e di salvezza per tutti. Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e manifesta la solidarietà dell’amore fino alla fine.

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento del rapporto intimo, unico con il Padre, ricerca di solitudine per non farsi prendere da tutto ciò che rischia d far dimenticare l’essenziale, per accogliere la missione affidatagli del Padre: ‘per questo sono venuto’. Il suo ‘venire’ ha origine nell’invio del Padre. Per questo nonostante tutti lo cerchino Gesù risponde ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Gesù è venuto per andare oltre e per farci passare oltre scoprendo che il suo annuncio va oltre ogni possibile chiusura e ogni irrigidimento entro i ristretti confini.

Alessandro Cortesi op

Pierre Claverie(Pierre Claverie)

Tenere la mano…

Il 26 gennaio u.s. papa Francesco ha autorizzato la beatificazione di 19 cristiani, uomini e donne, che hanno speso la loro vita in Algeria e sono stati uccisi negli anni della guerra civile che ha attraversato quel paese nel periodo tra il 1994 e il 1996.

Tra di essi ci sono i monaci della comunità di Tibhirine e Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano. Sono essi le figure più conosciute di questi 19. Con loro vi sono altri uomini che hanno vissuto con umiltà nella preghiera e nel servizio e donne che hanno vissuto il loro darsi nella discrezione dell’impegno quotidiano. Ma la testimonianza è stata la medesima.

Sia dei monaci di Tibhirine sia di Pierre si conoscono gli scritti che hanno lasciato. Testimonianze che parlano della loro scelta, dell’interrogarsi su quanto stava accadendo, della scelta di rimanere accanto al popolo algerino nel tempo della violenza e del disorientamento come accanto ad un amico malato tenendogli la mano rimanendo vicino nel tempo della sofferenza.

Pierre Claverie ha speso la sua vita orientando tutte le sue forze all’incontro con l’altro. Lui stesso parla della sua giovinezza come di un periodo in cui aveva vissuto come in una bolla. Figlio di francesi che da generazioni risiedevano in terra d’Algeria così ricorda: “non eravamo razzisti, ma solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questa regione… Vissi circa vent’anni in quella che ora chiamo la ‘bolla coloniale’, senza vedere l’altro”. La sua analisi è lucida e così sintetizza l’atteggiamento suo e della comunità francese in terra algerina.

Da quando uscì dalla ‘bolla coloniale’ intese tutta la sua vita come via per approfondire il senso dell’incontro, abitato da una autentica ‘passione per l’altro’: entrato nell’Ordine domenicano e tornato in Algeria apprese la lingua araba per poter comunicare. Desiderava ‘imparare l’Algeria’.

Partecipò attivamente al camino della chiesa in Algeria, una chiesa in terra di Islam, che visse un profondo cambiamento di attitudine nel periodo che seguì alla indipendenza politica nel 1962. Una chiesa che aveva un numero esiguo di fedeli ma che intese la sua missione nel porsi al servizio del popolo algerino, nell’essere ‘una chiesa per i musulmani’.

“La parola chiave della mia fede oggi è dialogo; non per tattica né per opportunismo, ma perché il dialogo è costituivo della relazione di Dio con l’umanità e delle persone tra di loro”. Pierre non apprezzava un dialogo superficiale per interesse o convenienza, ma s’impegnò in un dialogo profondo e sincero. Autentico dialogo richiede il riconoscimento della singolarità dell’altro e disponibilità a lasciarsi arricchire dalla differenza, senza facili unanimismi. La sua passione stava nell’apprendere ciò che il suo prossimo, le persone algerine, i ricercatori, gli intellettuali e le persone indotte, quelle semplici e tutti  coloro che incontrava nel quotidiano, potevano insegnargli. Il calore del suo temperamento mediterraneo lo rendeva sensibile all’amicizia e desideroso di creare luoghi di incontro e di uno scambio che giungeva fino ad affrontare il dialogo sulla ricerca di Dio.

La passione della sua vita è stata quella dell’incontro. Mise i suoi doni al servizio dello sviluppo che seguì gli anni dell’indipendenza del Paese, ma rimase fedele anche negli anni in cui si fece strada la violenza e le forze di coloro che si opponevano a quella che egli definiva una ‘umanità plurale e non esclusiva’.

Oggi viviamo il diffondersi della paura in particolare nei confronti dei musulmani. Sono varie le ragioni talvolta anche comprensibili per questo timore, alimentato dalla violenza perpetrata dall’Islam politico, dal fondamentalismo che ha visto l’espandersi di Daesh ma oggi si vive anche l’intolleranza volgare ed il sospetto senza ragione.

La beatificazione di questi testimoni non ha il senso di affermare la presenza dei cristiani in una vicenda tragica di violenza che ha segnato la storia dell’Algeria negli anni ’90 ed ha visto decine di migliaia di morti. E’ piuttosto un segno per riconoscere la fedeltà di una chiesa che ha inteso la sua presenza anche nel tempo della violenza, come testimonianza di amicizia e fedeltà al popolo algerino.

Questi uomini e queste donne hanno cercato di scorgere la chiamata di Dio nella terra dell’altro. Una scelta di solidarietà sino alla fine in nome del vangelo. Hanno orientato la loro vita nella ricerca di un’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello.

L’importanza  del riconoscimento che è la beatificazione in questo momento storico non sta tanto nel fatto che questi cristiani furono uccisi, ma sta nel sottolineare l’orientamento che li ha guidati: essi decisero, nel tempo della prova, di rimanere solidali con il popolo algerino, partecipi delle sofferenze. Si sono spesi per il dialogo e per l’incontro anche nel buio e tra le difficoltà per non lsciare soli quei musulmani loro fratelli e sorelle nel tempo della prova, per camminare con essi nell’attesa di Dio.  Come accanto ad un amico malato “tenendogli la mano, e asciugando la sua fronte con un panno”: con queste parole Pierre parlò dopo l’uccisione dei monaci di Tibhirine. In un tempo di paura dell’altro la loro testimonianza è benedizione.

Alessandro Cortesi op

 

VI domenica tempo ordinario anno B

imageLev 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Si potrebbe tentare di ripercorrere i gesti di Gesù espressi in questa successione nell’essenziale stile di Marco.

‘Ne ebbe compassione’. Gesù si trova di fronte alla presenza di un uomo affetto da lebbra. Giunge dal deserto, cioè a distanza dai centri della vita pubblica. E’ un uomo isolato per ragioni igieniche, tenuto separato dal ordone sanitario posto tra malati e sani, ma anche isolato per la sua condizione di impuro. La questione della purità sta al cuore di questo brano. Nel mondo di Gesù la questione della purità implicava una distanza e una preoccupazione di non avere nessun tipo di contatto con persone cose e situazioni impure, portatrici cioè di una forza che impediva il rapporto con Dio stesso. Oggi non percepiamo questo genere di separazione e tuttavia sappiamo bene cosa significa l’emarginazione: chi è tenuto fuori dalla convivenza sociale per motivi economici, sociali, religiosi, di provenienza culturale, etnica, di genere… non si parla più di purità o impurità ma viviamo nel tempo della grande separazione tra coloro che sono considerati ammissibili alla società umana e coloro che possono essere tenuti fuori, esclusi.

Gesù di fronte all’impuro prova compassione. La compassione è il sentimento che lo situa di fronte all’altro: ai suoi occhi quel malato era una persona e recava una sofferenza, insieme ad una richiesta di essere riammesso alla relazione. Aveva avuto anche il coraggio non solo di avvicinarsi, cosa vietata, ma anche di esprimere una profonda fiducia in Gesù: ‘se vuoi puoi guarirmi’. Gesù vive nei suoi confronti il sentimento proprio di Dio, il rapprendersi delle viscere, il sentire dentro di sé la sofferenza di quell’uomo non solo segnato dalla malattia ma anche tenuto escluso e a distanza, costretto ad una solitudine che diveniva addirittura percezione di essere allontanato da Dio. Gesù vive la compassione nel prendere su di sé e nel fare sua la sofferenza e la speranza di quell’uomo. In alcune versioni del testo evangelico questa espressione è resa con ‘andò in collera’. E’ l’indicazione della reazione di Gesù di fronte al male, alla malattia devastante e all’emarginazione di cui quell’uomo era vittima; ma anche indicazione della forza del sentimento, della passione che è al contempo di ira contro la malattia e di vicinanza a quell’uomo.

‘Stese la mano’. Il secondo gesto di Gesù è il gesto che colma una distanza. Tendere la mano è il gesto del soccorso, del protendersi vicino, del coprire lo spazio che lascia l’altro solo, per aprire un ponte di vicinanza e di aiuto. Tendere la mano è anche il gesto che indica un decentramento, un’apertura che diviene chinarsi e inchinarsi verso la mano che sta dall’altra parte, incerta e sta in attesa. Tendere la mano è gesto quotidiano del sollevare e dell’accompagnamento i bambini, della cura degli anziani, della cura per gli infermi a letto, del soccorso portato a chi non ha più forza per reggersi perché provato dal dolore. Tendere la mano è anche immagine per indicare un movimento interiore di sguardo che si fa partecipe e vicino. In questo gesto, che è gesto quotidiano, di un’umanità che si fa carico, Gesù dice che quell’uomo non deve rimanere chiuso nella solitudine, non deve rimanere prigioniero di un sistema che lo esclude. Dice anche e soprattutto che non deve sentirsi abbandonato da Dio, ma che Dio stesso gli si fa vicino. Il gesto di Gesù dello stendere la mano è così espressione del regno di Dio che è giunto e apre un mondo nuovo di relazioni possibili.

‘Lo toccò’. Gesù sceglie di toccare l’impuro. Questo gesto vietato dalla Legge è compiuto da Gesù che nel contatto si lascia contaminare e prende su di sé la condizione di impuro secondo le normative della Legge. Quell’uomo non è scomunicato, ma viene accolto, viene ristabilito in una relazione in cui scoprire che Dio lo accoglie. Il toccare è segno di una vicinanza fisica che indica l’accoglienza e il coinvolgimento, il suo farsi carico della sofferenza. Il tocco di Gesù è segnod elal tenerezza e della forza, della vicinanza e della solidarietò. E’ anche segno dell’importanza della corporeità nel contatto con gli altri, del suo non avere paura di toccare.

Gli disse: ‘lo voglio sii purificato’. C’è un gesto di vicinanza, di accoglienza, un gesto che parla da sé di una paradossale ospitalità. Gesù senza casa propria si fa luogo ospitale a chi era tenuto lontano ai margini. Il suo cuore e la sua vita si fanno spazio di condivisione ospitale. La parola accompagna i gesti: c’è un dono di gesti e un dono di parola. Ed è un comunicare in cui Gesù libera il cuore di quest’uomo, lo apre a scoprire che non è scomunicato, ma è benvoluto, accolto da Dio. Tutto questo avviene fuori dal tempio, non per opera del sistema religioso e Gesù invia il lebbroso purificato a riconoscere la purficazione avvenuta dai sacerdoti.

Gesù si sottrae ad avere forme di riconoscimento che rischiano di cogliere solo aspetti superficiali del suo agire. Non è tanto operatore di miracoli, ma profeta della accoglienza ospitale, profeta che si scaglia contro il male e contro la malvagità umana, motivata anche religiosamente, che genera emarginazione e solitudine. Ma anche, allontanando da sé la persona ormai liberata, la sottrae ad una sorta di dipendenza. Gesù vive incontri che generano percorsi di libertà.

L’ultima scena del brano presenta Gesù nei luoghi deserti: Gesù ha preso su di sé la condizione di colui che dai luoghi deserti lo aveva raggiunto. Ora si trova lui stesso in luogo desertico. Si è fatto carico nella solidarietà fino in fondo. Per una liberazione, per una storia di accoglienza. Nel deserto, nella solitudine della sua preghiera Gesù vive la sua esperienza pienamente umana di incontro con il Padre, di ascolto di Lui.

98a9e1b9bce5c8da045900de44a69c07-kp4E-U10401919742063LIF-700x394@LaStampa.itAlcune osservazioni per noi oggi

La mano tesa di Gesù a toccare il lebbroso ci riprta drammaticamente alle mani tese di tanti che si protendono a tirar fuori dai barconi fatiscenti immigrati che attraversano il mare, sfruttati e schiavizzati da chi guadagna sulla miseria di tanti. Il Mediterraneo, da mare nostrum, nostro, al plurale, di tutti, è divenuto frontiera invalicabile che separa chi è riconosicuto da chi non è considerato nella sua dignità di uomo e donna. Pretendere di difendere le proprie sicurezze nell’erigere muri di esclusione senza farsi carico dell’altro è il dramma che l’Europa oggi sta vivendo. Gli impuri da cui guardarsi oggi sono divenuti i miseri, i disperati, coloro che senza alcuna cosa propria cercano di accostarsi gridando la loro dipesrazione dai sud del mondo, dai paesi della fame, dello sfruttamento, della guerra. Cosa vuol dire oggi tendere la mano e toccare chi protende la propria mano e cerca di toccare una terra dove avere pane e riconoscimento di dignità? Sono anche coloro che per accogliere le regole economiche sono costretti ad una condizione di smantellamanto di ogni protezione sociale: cosa vuol dire oggi tendere la mano al popolo della Grecia che apre una provocazione a prendersi carico, ad una vicinanza solidale?

Paolo affronta una delle questioni che la comunità gli aveva presentato e che sintetizza nell’affermazione di una libertà percepita senza limiti: ‘Tutto è lecito’ (1Cor 10,23). Ricorda che la conoscenza gonfia d’orgoglio, ciò che costruisce è l’amore. Suggerisce così il criterio della edificazione: vivere la libertà è in vista costruzione di sé e della relazione con lo sguardo rivolto all’altro. Indica poi il criterio dell’attenzione alla coscienza dell’altro e della sua crescita e suggerisce una linea di comportamento dei credenti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio” (1Cor 10,31) E’ un primo orientamento di tipo teologico. C’è poi il criterio della vicinanza alle persone, e di attenzione alle coscienze, una visione in cui al centro si pone non la ricerca del proprio interesse ma l’attenzione all’altro… perché possano salvarsi” (1Cor 10,33). Nelle parole di Kayla Mueller, la ventiseienne statunitense presa in ostaggio e uccisa nei giorni scorsi dall’Isis in Siria per portare soccorso alla popolazione vittima della guerra, si ritrova un’eco di questa tensione a vivere perche altri possano salvarsi. E’ confessione drammatica e toccante di poter vivere la condizione di libertà anche nella prigionia: “Sono arrivata ad un punto della mia esperienza in cui, in ogni senso della parola, mi sono arresa al creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro… + mi sono sentita teneramente cullata nella caduta libera da Dio + dalle vostre preghiere. Mi è stata mostrata nel buio la luce + ho imparato che persino in prigione, uno può essere libero, ne sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, qualche volta dobbiamo soltanto cercarlo. Prego ogni giorno che, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza + anche un arrendersi a Dio+ abbiate formato un legame di amore + supporto tra di voi…” – trad. di Marina Palumbo (agb) della sua ultima lettera ai famigliari dalla prigionia-.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima anno B – 2012

Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. In queste parole si sintetizza una storia di liberazione, antica ma anche sempre nuova. Il prendere per mano è gesto vicino, familiare. Forse in questo gesto si può scorgere una breve narrazione di Dio, del suo agire: Dio è qualcuno che prende per mano.Per condurre oltre, per far uscire. E tale gesto evoca tante armoniche che esso comporta ogniqualvolta è vissuto nella concretezza dell’umanità. Prendere per mano reca in sé il tratto della cura e della protezione: quando un adulto tiene la mano di un bambino gli offre sicurezza, fa sentire una presenza sicura, lo sorregge per guidarlo. Ma prendere per mano ha anche i tratti della tenerezza e dell’affetto senza alcuna preoccupazione di guidare e dirigere, ed è carico solo dell’affidamento e del pensiero di stare accanto e di accompagnare: come quando le mani di chi si ama s’incontrano nel gesto delicato di un tenersi, come accogliersi, senza alcuna pretesa, ma nella gioia di una presenza condivisa. E questo gesto così semplice e profondo segna in vari modi le stagioni della vita come quando prendere per mano diviene segno pacato e tranquillo di una lunga amicizia, o si fa espressione di una lunga storia di amore, o ancora è il tenere per mano di chi sorregge e accompagna mani indebolite o tremanti nell’attraversare le fatiche di malattie o dell’ultimo passaggio.

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. Il prendere per mano di Dio è gesto di vicinanza, di presenza che sta accanto e guida verso vie di libertà. Sta qui il senso della promessa di una ‘alleanza nuova’ intravista da Geremia come dono di presenza interiore, nel cuore. Non una legge che sta fuori, ma una alleanza scritta nel cuore. Una conoscenza profonda che abilita ad ascoltare le chiamate di Dio. E’ la più alta promessa che rinvia ad una presenza di Dio nell’intimo della persona, nella sua coscienza, capace di ascolto e di responsabilità, senza dipendere da autorità esterne. La terra d’Egitto è terra della schiavitù ed è  anche il luogo delle tante schiavitù diverse da cui non ci sappiamo liberare da soli, ed abbiamo bisogno che qualcuno ci prenda per mano. Scoprire che Dio ci prende ancora per mano apre ad accogliere un volto di Dio che desidera percorsi di libertà, e di libertà insieme non l’uno contro l’altro, ma l’uno prendendo per mano l’altro. Dio prende per mano al plurale e non al singolare: conduce insieme a scoprire una liberazione che introduce in un vivere insieme.

Prendere per mano: in questi termini potrebbe racchiudersi anche la missione delle chiese, l’invio dei credenti chiamati a testimoniare non altro se non il dono di una presenza vicina che accoglie come chi prende per mano e libera. Viviamo tempi in cui durezza e competizione pervadono i rapporti: le logiche della concorrenza, del considerare le persone sulla base della loro efficienza, dello stare nel mercato,  del prevalere, investe anche i percorsi delle comunità. Si può prendere per mano se ci si apre a scoprire che Dio per primo ci ha presi per mano per farci uscire, per aprire a terre dove respirare…  Non potrebbe essere questa la scoperta per ispirare gli incontri e l’impegno nel quotidiano? Non potrebbe essere questo l’annuncio di alleanza nuova nella concreteza di un farsi carico accompagnando cammini e offrendo una mano di sostegno e di pace?

‘Vogliamo vedere Gesù’ è la domanda di alcuni ‘greci’ che indicano nella loro curiosità la domanda di tanti venuti da lontano. Ed è questo desiderio di vedere Gesù che ancora dovrebbe aprire a lasciare spazio a lui per chi si interroga e non è appagato né da riflessioni di tipo filosofico e teologico sulla religione, né da programmi di chiesa in cui il riferimento a Gesù rimane sullo sfondo, ricoperto da tanti altri elementi e spesso offuscato. ‘Vogliamo vedere Gesù’ è desiderio e inquietudine più diffusa di quanto non appaia, propria di tanti che attendono che la loro ricerca sia rispettata e presa sul serio.

Vedere Gesù può così divenire una traccia di un progetto di vita:  non qualcosa di già predefinito – sia esso un insegnamento o un programma di azione o appartenenza di gruppo – da dare ad altri, ma un cammino di incontro in cui ricominciare ogni giorno, senza pretese e senza costruzioni stabilite.

‘Vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. ‘Vogliamo vedere’ indica un desiderio di comprendere e di incontrare chi è Gesù. E Gesù risponde con parole che accostano termini a prima vista contraddittori, perché parla di gloria e di morte. Dice che ‘è venuta l’ora’: è l’ora in cui il figlio dell’uomo deve essere glorificato, ma subito dopo parla del chicco di grano che, solo se muore, porta molto frutto.

Gesù parla della sua ora ed in essa del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui come Figlio si consegna al Padre e dà la sua vita per tutti. Consegnato nelle mani dei suoi uccisori, in realtà Gesù stesso si consegna con libertà e fa della sua vita un dono. Come chicco di grano che, morendo, apre una fecondità nuova. La ‘gloria’ di Gesù indica la sua identità profonda, identità che sta nella relazione con il Padre: “Padre è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te” (Gv 17,1).

La gloria di cui Gesù parla non è intesa come successo, affermazione di dominio e sopraffazione violenta, ma è piuttosto la debolezza dell’amore che giunge a donarsi fino alla fine per gli altri, manifestazione del volto di Dio come dedizione senza riserve all’uomo. E’ una gloria paradossale che si rivela sulla croce: nel dono della sua vita. Lì il IV vangelo invita a fissare lo sguardo per vedere. Gesù innalzato sulla croce racconta il volto di Dio, del Padre, e si manifesta come il Figlio che vive tutta la sua vita nella condivisione totale in rapporto al Padre.

Nel IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce ed anche paradossalmente l’ora della glorificazione, perché proprio lì sulla croce si rende visibile lo spessore dell’amore di Dio. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, innalzato da terra, Gesù attira tutti a sé. Si attua una attrazione di tutti nel segno dell’amore.

L’ora di Gesù manifesta così per il IV vangelo un volto di Dio come vita aperta al dono, fino a non tenere nulla per sé. La sua vita diviene una vita perduta per l’umanità. Dedizione totale di un amore che ha a cuore la vita delle persone: ‘perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’.

Ho trovato la narrazione di un percorso in cui è stato forte questo desiderio di ‘vedere Gesù’ in un recente scritto di Pietro Barcellona, filosofo di ispirazione marxista e giurista, che dopo aver tracciato lo svolgersi della sua vita con i suoi passaggi e le sue crisi dichiara di esser stato attratto prima dall’ineludibile questione di Dio, e poi dalla domanda sul rapporto tra umano e divino: “Sembra naturale che, a questo punto della storia, si torni a riflettere sul tema che ha segnato le vicende dell’Occidente: il rapporto fra l’umano e il divino, poiché solo la presenza del divino potrebbe gettare un ponte tra la nostra dolorosa finitezza e la gioiosa giostra delle galassie e delle stelle” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 25). Ma egli racconta soprattutto del suo essere stato condotto alla figura di Gesù, proprio perchè Gesù manifesta un Dio non lontano in una eternità immobile ma il Dio Padre che sta dentro la storia degli uomini. E così scrive: “Questo evento, che irrompe nella storia e la sospende, non avrebbe il suo profondo significato se Cristo non avesse scelto, per amore, di lasciarsi crocifiggere. La croce non è il segno di una sconfitta; da quel momento la croce è prova dell’amore di Cristo per gli esseri umani e la rappresentazione del fondamento tragico che abbraccia l’intera vicenda umana. Perdere la vita per trovarla, svuotarsi per poter accogliere la parola, perdere il mondo per trovarne un altro, sono i segni di una novità assoluta nel rapporto tra umano e divino. Per questo continuo a ritenere che bisogna ripartire da Cristo per ritrovare il divino che innerva il movimento dell’universo.’E se volete conoscere Dio / non siate solutori di enigmi. / Piuttosto guardatevi intorno, / e lo vedrete giocare con i vostri bambini. / E guardate lo spazio; / lo vedrete camminare sulla nube, / tendere le braccia nel bagliore del lampo / e scendere con la pioggia. / Lo vedrete sorridere nei fiori, / e sulle cime degli alberi sciogliere carezze’. (K.Gibran , Il profeta)” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 47-48)

Alessandro Cortesi op

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