la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Avvento – anno B – 2020

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

“Consolate consolate il mio popolo, dice il vostro Dio, è finita la sua schiavitù… Una voce grida: nel deserto preparate la via del Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Sali su di un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion”

Nel tempo della catastrofe dell’esilio un profeta, il secondo-Isaia, si fa voce di speranza e di attesa di ritorno. Il suo scritto è raccolto nei capitoli 40-55 del libro omonimo. ‘Consolate il mio popolo…’ è parola che racchiude la sua missione.

Il popolo è invitato a sollevarsi e a porre in atto i preparativi per un ritorno vicino: si tratta di un nuovo cammino che ripropone quello dell’esodo. Nel deserto Dio stesso guida alla liberazione su una strada che si apre inattesa. Il Dio dell’alleanza è il signore della storia: “Ecco tutti costoro sono niente, nulla sono le opere loro; vento e vuoto i loro idoli” (Is 41,29). E’ lui il primo l’ultimo: “fuori di me non vi sono dèi” (Is 44,6).

La voce di un messaggero annuncia che Dio sta per intervenire e cammina ancora accanto al suo popolo così come aveva fatto nel trarli fuori dall’Egitto: “Dio fece deviare il popolo per la strada del deserto verso il mar Rosso… Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, pe guidarli sulla via da percorrere , e di notte con uan colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte ” (Es 13,18.21). La via che si apre è come una ‘via sacra’, simile a quelle perfettamente diritte che conducevano fin sulle soglie dei templi di Babilonia. Dio sta venendo e su questa strada il popolo dovrà camminare con gioia per tornare alla terra segno della promessa. ‘Il Signore Dio viene con potenza’ ma è una potenza paradossale perché il suo stile è cura e tenerezza: come un pastore che si prende carico delle pecore che più fanno fatica e che accompagna e sostiene quelle più fragili.

All’inizio del suo vangelo Marco presenta la figura di Giovanni battista come di un messaggero che prepara la via a Dio stesso: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me” (Mal 3,1-4). Il Battista è ‘voce’ che annuncia una svolta radicale e chiede un cambiamento di orientamento concreto nella vita di chi lo ascolta. Sceglie di stare nel deserto, lontano dal tempio e da lì rivolge un appello senza confini per prepararsi alla venuta di uno più forte. La sua voce è annuncio di qualcuno, di Gesù: presentato come ‘il più forte’ che battezzerà in Spirito Santo.

E’ Gesù il più forte da Giovanni indicato: viene a sconfiggere il male e a donare lo spirito, il dono atteso per gli ultimi tempi (Gl 3,28-29; Is 44,3; Ez 36,26). Il presente ‘viene’ sta ad indicare l’imminenza del suo venire. Il Battista lo annunciava con il suo essere voce nel deserto e con lo stile essenziale della sua vita teso ad un messaggio di conversione.

Marco all’inizio del suo vangelo ricordando la testimonianza di Giovanni richiama alla conversione. Battezzando nel deserto Giovanni richiama al cammino dell’esodo e al cammino del ritorno dall’esilio: solo recandosi nel deserto, lontano dal tempio ed a Gerusalemme si può ascoltare e accogliere la voce che parla di un venire di Dio ed apre la strada alla lieta notizia che ha il profilo del volto di Gesù da incontrare.

Alessandro Cortesi op

Deserto

Forse si muore oggi – senza morire.
Si spegne il fuoco al centro.
Sanguinano le bandiere. Generale è la resa.
Ciò che nasce ora crescerà in prigionia.
Reggete ancora porte invisibili dell’alleanza
bastioni di sereno. Puntellate il bene
che si sfalda in briciole in cartoni.
Il popolo è disperso. In seno ad ognuno cresce
il debole recinto della paura – la bestia spaventosa.
A chi chiedere aiuto? E’ desolato deserto il panorama.
Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui.
(Mariangela Gualtieri, da “Bestia di gioia”, Einaudi 2010)

Il deserto è panorama di desolazione e di assenza di comodità, ma è anche spazio di silenzio, che riconduce all’essenziale della vita, fa scoprire la solitudine dell’esistenza, induce a guardare orizzonti che stanno oltre l’immediato. Il deserto toglie illusioni di dominio e pone a confronto con la durezza del sopravvivere. La mancanza d’acqua, la vicinanza della morte perché non vi è riparo e gli alimenti scarseggiano, sono i segni del deserto che fa crescere la paura.

Nel deserto si sono recati tutti coloro che hanno inteso confrontarsi con la povertà dell’esistenza e con le domande più essenziali. Un secolo fa Charles de Foucauld scelse il deserto come paradigma di un cammino nuovo che portasse a riscoprire la povertà di Nazareth e la possibilità di intraprendere vie di fraternità. Il deserto dell’esodo cammino di scoperta di un Dio vicino e che accompagna nella sua assenza, come nube come fuoco e fa trovare tracce della sua cura, la manna, l’acqua necessaria.

E nel deserto, nel silenzio della preghiera sono celati i semi di rinascite inattese da antiche rovine come ricorda Paolo Rumiz parlando della storia dei monasteri medioevali: “Nascosti nel cuore del tuo mistero, ti riconosciamo senza mai afferrarti.” È come un grido che risuona nel deserto, quel deserto che i primi eremiti in Egitto scelsero per rendere più estremo il combattimento col Grande Tentatore. Ed è forse in questa essenzialità di preghiera, intesa come celebrazione di un’assenza, che il mondo cistercense ha trovato la forza per la sua diffusione esplosiva nell’Europa del Duecento. Ai piedi delle vigne di Borgogna, Cîteaux ne ha tratto la capacità di risorgere infinite altre volte, dopo distruzioni, carestie, saccheggi, pestilenze. Ne hanno cacciato i monaci, l’hanno trasformata in stalla, zuccherificio, persino carcere minorile, ma l’abbazia rinasceva sempre. Tornava sempre alla vocazione originaria, come le rondini a primavera”. (P.Rumiz, Il filo infinito, Feltrinelli, Milano 2019, 81).

Il deserto è anche metafora della desolazione e della distruzione a cui può essere ridotta ogni conquista di civiltà, ogni città faticosamente costruita: “hanno fatto del mondo un deserto e l’hanno chiamato pace” (ubi solitudinem faciunt, pacem appellant). Così Tacito evocava il dominio del grande impero di Roma. E gli imperi economici e militari di questo tempo operano generando visibilmente deserti con l’abbattimento di foreste, l’impoverimento di territori, l’inquinamento dei mari e dell’aria, l’allontanamento di popoli e tribù da terre inaridite. E nel contempo promettono, mentre attorno cresce a dismisura l’iniquità, “magnifiche sorti e progressive” di quel ‘progresso scorsoio’ (Andrea Zanzotto), cieco di fronte ad ogni limite.

Il popolo è disperso. In seno ad ognuno cresce
il debole recinto della paura – la bestia spaventosa.
A chi chiedere aiuto? E’ desolato deserto il panorama.

In questo panorama di desolazione in cui i mercanti della paura corrono distribuendo la loro triste merce per alimentare illusioni e false speranze, non mancano le voci, flebili, attente, marginali di chi richiama ad un futuro ad uno sguardo più lungo, al senso di operare nel presente. Sono voci che ricordano e additano una speranza, una consolazione, come Isaia, come il Battista. Sono voci talvolta celate tra le pieghe di un quotidiano operoso, e da scorgere, in piccoli gesti che già indicano un cielo nuovo e una terra nuova, un altro modo possibile di vivere, un altro mondo possibile, insieme guardando agli altri, coltivando i gesti della cura e dell’accoglienza. Puntellando il bene. Sono le tracce profetiche di ricominciamenti possibili, fuori dai templi, lontano dalle pretese di chi ha sempre le soluzioni in tasca e non percepisce l’umiltà e l’incertezza del cammino. Nel deserto, che può fiorire come spazio di fraternità.

“A chi chiedere aiuto? E’ desolato deserto il panorama.
Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno A – 2020

IMG_7095Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’Esodo è faticoso cammino del popolo d’Israele che vive la durezza del deserto fino alla rivolta contro Mosè mormorò contro Mosè: ‘Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?’

La mormorazione è una protesta carica di sospetto, si nutre del dubbio che le fatiche del cammino non abbiano un senso. In particolare è rivolta contro Dio che non corrisponde alle attese: aveva promesso liberazione ma c’è solo sofferenza. Il popolo avverte l’attrazione per le facili sicurezze della schiavitù: non valeva la pena tutto questo cammino per venire a morire di sete nel deserto. ‘il Signore è in mezzo a noi sì o no?’. Massa (tentazione) e Meriba (protesta) rimangono nella memoria d’Israele come momento della tentazione nel credere.

Come credere di fronte ad un Dio che non risponde e rimane in silenzio?

La donna di Samaria, come molti dei personaggi del IV vangelo è un esempio di un itinerario di ricerca e di fede: il suo incontro con Gesù si svolge come dialogo. Gesù per primo le si fa incontro. Al suo farsi avanti corrisponde nella donna stupore e ricerca, ma anche incomprensione. Gesù suscita un cammino nel cuore di questa donna e la apre ad interrogarsi sulla sua inquietudine e le sue attese. Il dialogo continua fino al momento in cui Gesù dice: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. L’acqua è bene essenziale per la vita. Da questa ricerca e da questa sete Gesù guida la donna ad aprirsi ad una attesa profonda: non è un attesa diversa e distante dalla sua quotidianità ma sta al cuore della sua ricerca.

Dall’attesa dell’acqua il dialogo si apre alla questione del luogo dove adorare Dio. Nel conversare si apre anche un manifestarsi a poco a poco del volto di Gesù: non solo un giudeo, forse grande come Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare il Dio (4,25-26).

Gesù aiuta la donna a compiere un percorso a partire dalle sue ricerche e attese, la aiuta a scendere in profondità (il pozzo) e ad aprirsi ad un credere che diviene incontro. Gesù si rende luogo di incontro con Dio, e Dio si adora non su un monte o su di un altro ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Il futuro atteso legato all’attesa di un messia ha già avuto inizio: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). Egli stesso è via aperta, luogo di incontro con il Padre.

Il percorso del credere sta dentro la vita, va oltre i luoghi e la fissazione di Dio in costruzioni umane, apre a profondità racchiuse nel quotidiano, nella vita umana. E’ un cammino che coinvolge personalmente ma si apre anche ad altri passando per una testimonianza: “Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

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Acqua e pozzo

In questi giorni per evitare la diffusione del contagio siamo invitati a restare a casa. E’ un tempo particolare, abitato da preoccupazioni di tipo diverso, per la malattia, per le difficoltà di gestione della vita quotidiana, per le conseguenze economiche. Un tempo sospeso. Non per tutti tuttavia è così: ci sono i malati innanzitutto, ci sono coloro che nel mondo della sanità si stanno prendendo cura di tanti.

Un primo pensiero di questi giorni va certamente alla fragilità del nostro essere umani e alla provocazione che tale momento di fermata ha portato alle nostre vite. Con le parole della poesia Mariangela Gualtieri esprime il messaggio che reca con sé il fermarsi obbligato di queste ore (a questo link la poesia Nove marzo duemilaventi):

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

Luigino Bruni usa l’espressione ‘quaresima del capitalismo’ per descrivere in una parola questi giorni in cui il meccanismo che guida le nostre vite si è per un attimo fermato: “Le grandi crisi ribaltano le vecchie ‘piramidi dei bisogni’. Tutte le civiltà queste cose le hanno sempre sapute, quella capitalistica lo aveva dimenticato, speriamo lo reimpari dal dolore di questi giorni (…) Che il re (capitalista) fosse nudo, ce lo aveva detto, come nella fiaba, una bambina, un anno fa. Noi non l’abbiamo ascoltata, e abbiamo continuato a vivere come se i vestiti del re ci fossero realmente, incantati dal benessere e dal delirio di onnipotenza. Questo virus è un secondo messaggio, che possiamo gestire e poi continuare a vivere come prima, o interpretare con saggezza e cambiare, cambiare molto.” (La quaresima del capitalismo, “Avvenire” 11 marzo 2020)

C’è una attenzione diffusa ad accogliere le indicazioni che suggeriscono tutte le misure di precauzione per difendere se stessi dal contagio ma anche per difendere gli altri, i più vulnerabili. La paura del contagio si accompagna peraltro all’indifferenza e alla superficialità dei tanti, tra cui coloro che, nel momento in cui si è richiamati a solidarietà in un comune sforzo di attenzione, cercano invece il proprio lucro e vantaggio: si pensi a tutte le forme di spensierata indifferenza di molti nelle scorse settimane a fronte di avvisi e preannunci, all’invito ad andare a sciare a prezzi scontati di alcuni centri sciistici proposto nel week-end scorso prima che il decreto governativo dell’8 marzo determinasse la chiusura di tutti gli impianti…

Sono giorni che rivelano come si possa così vivere una duplice attitudine: quella di un egoismo che fa ancora ripiegare maggiormente sul proprio ‘particulare’ in un rallentamento che diventa isolamento e distanza dai rapporti con gli altri, nell’indifferenza egoista. E d’altra parte quella di una attenzione più forte all’altro, all’altro vicino e lontano.

Ce lo può ricordare una storia per bambini, che riprendo da una sollecitazione di Francesca Mannocchi, giornalista: la storia di Pezzettino

“Pezzettino non sa chi è. Pensa di essere il pezzo smarrito di qualcun altro, di qualche altra cosa. E allora inizia la sua ricerca del tutto perduto. Se io sono ciò che manca – pensa Pezzettino nel suo viaggio – a qualcuno, qualcosa mancherà un pezzo. E vaga allora Pezzettino, va alla ricerca della parte che dia senso alla sua ricerca. Sembra che nessuno abbia perso nulla però. Tutti gli dicono: No, Pezzettino. Noi siamo interi, cerca altrove. E Pezzettino, vagando, vagando ad un certo punto cade e si rompe in tanti più piccoli pezzettini. E lì., in quella frattura, in quell’infrangersi, capisce che anche lui come tanti è fatto di pezzi. Che sono i pezzi piccoli, tenuti insieme con grazia e amore, a fare il corpo intero. Siamo caduti, come Pezzettino. Ci siamo rotti in mille pezzi e abbiamo paura. E come Pezzettino scopriremo da incrinati e scomposti quanto conti essere solidi per ricomporsi e tenerci insieme. Proteggere il singolo pezzo per proteggere tutti” (da Instagram)

Come Pezzettino scorgiamo che in questi giorni non possiamo dimenticare chi è lasciato ai margini del mondo, una sotto-umanità privata di cura e attenzione. In questo momento al confine tra Turchia e Grecia si stanno compiendo violazioni inaudite di diritti umani fondamentali. Nei campi del mare Egeo decine di migliaia di migranti (si calcola circa 44 mila profughi) sono costretti in condizioni disumane. Gruppi neonazisti sono stati lasciati liberi di operare in scorrerie per intimidire e respingere i migranti che cercavano di passare dalla Turchia in Grecia. A Lesbo sono insostenibili le condizioni di vita dei campi dove sono richiuse ventimila persone, tra cui settemila bambini, senza possibilità di muoversi in attesa di una risposta alla loro richiesta di asilo.

La sede di una ONG che si dedicava all’istruzione dei bambini è stata data alle fiamme la settimana scorsa. La guardia costiera greca anziché portare soccorso cerca di impedire la navigazione di gommoni con azioni di speronamento e sparando in acqua. (Annalisa Camilli, A Lesbo finisce l’Europa, “Internazionale” 3 marzo 2020). Prigioni segrete sono istituite per radunare i migranti e respingerli senza offrire loro nessuna possibilità di richiesta di protezione. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato la presenza di queste strutture.

In questo tempo in cui è così importante riscoprire la preziosità dell’informazione e della possibilità di conoscere le situazioni di sofferenza di chi è così lontano ma anche così vicino, diviene possibile riscoprire di essere pezzettini di una grande unica umanità. Un appello di 152 organizzazioni tra cui ASGI intitolata Protect our Laws and Humanity indirizzato al Primo Ministro greco Mitsotakis al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al 
Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel
 e alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen chiede all’Unione europea di: “Assumere le loro responsabilità in materia di protezione dei migranti alla luce di una situazione che chiama in causa l’intera Europa e farlo in un modo da dimostrare il rispetto della dignità umana e della legalità. Il diritto di asilo e il rispetto del principio di non respingimento sono elementi fondamentali del diritto europeo e internazionale e per questo le autorità europee devono intraprendere le iniziative necessarie a promuoverne il loro rispetto”.

Mi ha colpito un messaggio ricevuto dalla Caritas di Milano: “Il nostro Arcivescovo Mario Delpini, in un intervento televisivo recente ha voluto iniziare il suo discorso utilizzando un avverbio che lui stesso ha definito “complicato”. “Addirittura”…. “Addirittura a Milano, addirittura in Lombardia…” ma nel suo spiegare l’uso di questa parola ha raccontato che quell’addirittura può essere letto come una determinazione a resistere, a fare del bene, a seminare sorrisi. “Si può addirittura usare il proprio tempo per fare del bene”. Allora il nostro invito è rivolto proprio a questa esortazione: provare a uscire dalla nostra situazione allargando lo sguardo verso chi, in altre parti del mondo soffre“.

Anche coloro che in questo tempo vivono in carcere sono parte di un’umanità ferita e chiedono a tutti di allargare il proprio sguardo.

“il carcere è il perimetro degli spazi angusti, del respiro che manca, del fiato che si fa corto, cortissimo, dei letti a castello, dove chi dorme sulla branda superiore sbatte il capo contro il soffitto. È il luogo dell’asfissia, dell’aria viziata, della tosse, dell’affanno, della saliva e del catarro, degli odori acidi che si fanno spessi e grevi. Chi si trova recluso e apprende, attraverso la tv, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, assediato in un lazzaretto, che gli amputa le poche risorse e le scarse facoltà rimastegli. Un isolamento sensoriale che si somma a quello fisico e materiale proprio dell’architettura carceraria e ne esaspera il processo di deresponsabilizzazione, sottraendo totalmente la gestione della profilassi ai suoi destinatari: i detenuti stessi. Si deve ricordare, tuttavia, che il degrado della condizione carceraria, specie negli ultimi due anni, non è questione che riguarda i soli carcerati. La salute di questi è un bene prezioso per noi tutti; ed è la sola garanzia che nei luoghi più chiusi e oscuri non si formino focolai dalle conseguenze inimmaginabili” (Luigi Manconi, I centimetri del carcere, “la Repubblica” 10 marzo 2020)

Sorprendono in questi giorni anche le voci di chi è impegnato in prima fila nel soccorrere altri, i più deboli, i malati. Si scopre quanto prezioso sia il mondo della sanità e tutti coloro che ci lavorano spesso senza alcun riconoscimento, un ambiente così fortemente segnato dalle politiche che hanno depotenziato le capacità di assistenza e di cura. Le testimonianze di operatori sanitari in questi giorni sono importanti. Maria Rita Gismondo, virologa all’Istituto Sacco di Milano ha detto: “Il virus ci ha insegnato una cosa: in un mondo che vuole innalzare muri, la natura ci ha dimostrato che i confini non esistono” (Intervista a La Repubblica 4 marzo 2020). Una infermiera intervistata “si dice «fiera», questo lavoro è così importante, anche quando «entri nella camera del paziente, e cerchi di toccare il minimo indispensabile. Non bisogna scrivere niente, bisogna memorizzare tutto e solo dopo scrivere, anche un foglio contaminato potrebbe permettere al virus di diffondersi, le nostre conoscenze sono ancora limitate». In più, aggiunge che «ogni persona che arriva qui ci regala la sua umanità, la sua bellezza e verità», sembra incredibile ma dice proprio così”. (Alessandra Corica e Brunella Giovara, Coronavirus, gli infermieri in prima linea tra paura e fierezza “Quelle vite nelle nostre mani”; “La Repubblica” 11 marzo 2020).

In questi giorni ci è offerta una possibilità per andare un po’ in profondità, sondare con lo sguardo in giù, nel pozzo della vita e in questo scendere aprirsi ad ascoltare e accogliere una sete, l’attesa di acqua che sta al cuore delle nostre esistenze legate insieme.

Alessandro Cortesi op

 

 

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