la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

In omaggio al card. Martini, testimone di una chiesa semplice e sciolta


(foto di Edo Iavelli inviata al sito www.sullasoglia.it – il card. Martini a  Selva di Val Gardena con sullo sfondo Sassolungo e Sassopiatto)

Oggi pomeriggio si celebrano i funerali del card. Martini. Un modo per parteciparvi e per ricordarlo nella gratitudine  e chiedendogli di lasciarci una parte del suo mantello – come Elia  a Eliseo – è anche quello di ascoltare la sua voce nell’ultima intervista rilasciata all’inizio di agosto e nelle parole di persone che hanno saputo delineare i tratti della sua testimonianza (a.c.)

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L’ultima intervista: «Chiesa indietro di 200 anni. Perché non si scuote, perché abbiamo paura?»

intervista a Carlo Maria Martini a cura di Georg Sporschill e Federica Radice Fossati Confalonieri – “Corriere della Sera” 1 settembre 2012

Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo intervistò in Conversazioni notturne a Gerusalemme, e Federica Radice hanno incontrato Martini l’8 agosto: «Una sorta di testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo».

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa?

«Ne consiglio tre molto forti. Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?

Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti.

Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (…).

L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno…” Noi sappiamo di non essere degni (…). L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

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Da un messaggio mail di Giovanni Colombo 2 settembre 2012

Oggi il Cardinal Martini ha terminato la sua corsa terrena. Scompare dai nostri occhi uno dei personaggi principali della vita della chiesa nell’ultimo trentennio, un (quasi) Papa, molto letto, molto ascoltato dai media (anche se non è mai stato, a differenza di Wojtyla, l’uomo delle folle e del gesto). Se ne va il Gigante, il principale riferimento religioso, morale, intellettuale della mia giovinezza. L’ho seguito fin dal suo arrivo in diocesi, ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di confidarmi con Lui come fosse mio padre. A lungo mi sono vantato di essere un “martiniano”, poi ho smesso, visto che lui stesso mi ripeteva: di Maestro ce n’è uno solo!

Martini si è speso fino all’osso per farci conoscere la Parola. “In principio la Parola” è il titolo della sua più intensa lettera pastorale e ben sintetizza il cuore del suo magistero. “Leggi la Parola… sottolinea la Parola”, quante volte l’ha ripetuto. La Parola che parla di Gesù è Gesù stesso, e come lui incessantemente in moto, senza fine nel movimento di dare tutto di se stessa. Se ascoltata e “ruminata”, susciterà in noi le parole giuste per quest’epoca di alto sbandamento, le parole gocciolanti in grado di “rimettere al mondo il mondo”.

Con le sue parole intorno alla Parola, Martini mi ha cambiato Dio. Non più il Dio lombardo, cupo, controriformista, il Dio col vocione che produce l’inflazione del senso di colpa. Ormai Dio è vento sottile e sua volontà la nostra liberazione: la partenza da tutti i varchi, l’apertura di tutte le gabbie. Ah, le gabbie…

In Martini ho visto da vicino la fatica di star dentro le tante costrizioni in cui s’infossa la vita della chiesa cattolica d’Occidente, sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista pastorale. Alla fatica si è presto aggiunta (metà degli anni ottanta) anche la viva preoccupazione di non apparire l’anti- Papa, l’anti-Wojtyla, e di riuscire a sottrarsi al continuo controllo vaticano. A mio avviso, era in battaglia continua, fuori e dentro di sé, con il marmo di sacra romana chiesa. Da un certo punto in poi il campo di questa battaglia è diventato il suo stesso corpo, come se il tremolio parkinsoniano non foss’altro che la costante lotta tra la spinta ad essere se stesso e la controspinta a non esserlo, per non disobbedire all’autorità costituita. Alla fine il controllo estremo ha avuto il sopravvento e il Gigante si è trovato rinchiuso dentro una corazza. Ha dovuto rinunciare alla sua originalità, alla sua “martinità”.

E’ stato bello, sì, molto bello conoscere e frequentare padre Carlo. E il modo migliore di ricordarlo sarà quello di seguire la strada che lui stesso aveva intravisto dal suo personale monte Nebo e di cui parlò tanti anni fa durante la messa esequiale di uno dei suoi più cari amici, don Luigi Serenthà: “procedere per una più grande scioltezza nella Chiesa, per una più grande libertà di spirito, per una più grande creatività, soltanto in questo modo si manifesta la vitalità della Parola, del mistero Pasquale della morte e della risurrezione di Gesù”. Aveva capito assai bene quant’è indispensabile alleggerire e, in tal senso, è riuscito a fare più di quanto lasciasse prevedere la sua estrazione alto borghese, la sua impostazione perfetta e il suo ruolo di “principe della Chiesa”. Oggi, finalmente sciolto da pesi obblighi dolori, è giunto “nella pienezza totale che non è cancellazione delle singole individualità ma affermazione piena dell’individualità di ciascuno in una perfetta armonia in Dio” (citazione dell’Inno all’universo di un altro gesuita, Teilhard de Chardin, che Martini stesso usava per spiegare come sarà in Cielo). Adesso tocca a noi, che restiamo per qualche giorno ancora su questa terra di terra e sassi, non farci frenare dalle pesantezze del vivere e volteggiare in libertà di spirito sopra ogni pietra tombale.

Saluti chiari come gli occhi di padre Carlo

Giovanni Ambrogio Colombo

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La sua Chiesa fuori dalla «fortezza» – Serena Noceti “l’Unità” del 3 settembre 2012

La vita della chiesa cattolica negli ultimi vent’anni appare indubbiamente segnata dal dibattito, che ha toccato il magistero, la teologia, la riflessione di credenti a tutti i livelli, su quale sia la specifica missione ecclesiale e su quali debbano essere, alla luce delle novità sancite dal concilio Vaticano II, le modalità della sua presenza nella storia. Di questo confronto il cardinal Martini è stato indubbiamente uno dei protagonisti, per la sua capacità di intelligente lettura della realtà culturale ed ecclesiale, per lo spessore di autenticità che segnava la sua ricerca inesausta, di credente, biblista, vescovo, cittadino, per l’autorevolezza di cui godeva. In parole e in scelte pastorali significative il cardinale Martini ha attestato e ha consegnato una precisa visione di Chiesa: i discorsi pubblici (in particolare quelli pronunciati per la festa del patrono S. Ambrogio), le omelie, gli innumerevoli scritti scientifici e divulgativi, ma soprattutto l’impostazione pastorale data alla diocesi ambrosiana, alcuni incontri e gesti di forte sapore simbolico, delineano l’opzione per una precisa forma di essere Chiesa.

Una visione di Chiesa maturata nel corso dei ventidue anni di episcopato, delineata non solo sulla base di una riflessione biblica e teologica sempre di alto profilo, ma accogliendo le sollecitazioni, le sfide, le critiche che gli venivano prospettate. «Un vescovo educato dal suo popolo», come si è lui stesso definito. Nel vivo di una città e di una concreta chiesa locale, quella di Milano, ha adempiuto, in modo magistrale, quel compito profetico che il Concilio affida ai vescovi. Perché la città e la diocesi non sono state per lui semplicemente lo scenario per una prassi pastorale di semplice applicazione e ripetizione che avrebbe potuto essere in fondo uguale ovunque, ma sono stati lo «spazio di umanità» in cui egli ha saputo «ri-comprendere» con sapienza la fede cristiana e annunciare il vangelo in un modo unico e significativo.

Già con l’iniziare il suo ministero percorrendo a piedi le vie del centro con il vangelo in mano, il vescovo Martini ha richiamato – sul piano simbolico – il volto di una Chiesa che si confronta con i processi di complessificazione del vivere sociale, che non si sottrae alle logiche di un pluralismo culturale crescente e di una secolarizzazione che interpella tutti, collocando l’esperienza religiosa nello spazio delle scelte personali e autonome, ormai lontane da una appartenenza e socializzazione cattolica pensate come presupposto ovvio e indiscusso per tutti. In questo contesto Martini si è sottratto alle logiche semplificatrici di quanti ricercano un’influenza politica diretta o di quanti interpretano lo specifico della Chiesa nella custodia e trasmissione «della moralità in un mondo immorale» per privilegiare i percorsi lunghi di formazione delle coscienze, la fatica dell’interpretazione (della Scrittura come degli eventi storici), il valore della mediazione, una testimonianza pubblica della comunità ecclesiale (e non solo di singoli) che dicesse – sul piano simbolico – l’ascolto e la carità quali tratti qualificanti la vita cristiana oggi e che «irradiasse», senza imporre, un modo alternativo di vita sociale.

Davanti a una Chiesa che rischia di apparire dispersa in sensibilità diverse e appesantita da molteplici attività, il cardinale Martini ha saputo riportare all’essenziale: la ragione ultima dell’esistenza ecclesiale, la sorgente vitale del suo dinamismo e il principio della sua riforma inesausta, è predicare il vangelo di Gesù. Tutto nella Chiesa deve essere rapportato a questo nucleo. Per questo ha potuto sviluppare una visione di Chiesa capace di riconoscere il valore del pluralismo e di una inclusività che non concede niente a uniformismo e omogeneizzazione. Per questo, in una stagione che vedeva privilegiati i movimenti, ha ribadito il valore della parrocchia e del suo radicamento popolare sul territorio. Per questo ha posto – uno tra pochi – la domanda sulle modalità di esercizio dell’autorità nella Chiesa di oggi e ha ritenuto necessario lo sviluppo di forme sinodali e collegiali più efficaci.

Nella critica testuale, a fronte di diverse versioni di un testo si privilegia sempre la lectio difficilior, la parola che sembra a prima vista illogica o incomprensibile nel contesto: il biblista Martinidivenuto vescovo non ha mai preferito la via facile dell’affermazione della propria dottrina della verità o della riproposizione di prassi pastorali consolidate, ma l’arduo collocarsi in un confronto scomodo con interlocutori «altri» per formazione culturale e appartenenza religiosa o confessionale, consapevole che la verità va ricercata insieme, in un modo rispettoso dell’interlocutore e della sua ricerca libera. La Chiesa è chiamata a superare ogni tentazione di pensarsi come «fortezza assediata» per aprirsi alla coscienza di avere molto da imparare, da tutti, anche dai suoi avversari, come dice il Concilio. Non c’è più posto per un cristianesimo pensato nella logica di un sistema omnicomprensivo e omnirisolvente, che si pensa capace di risposte immediate davanti a ogni possibile domanda; Martini ci ha insegnato a essere credenti (e Chiesa) che con coraggio sanno porsi davanti alle «interruzioni» che segnano sempre il pensare e il vivere umano, laddove il già sperimentato o il già conosciuto lasciano il passo a un inedito, o dove il senso si trova correlato a quel «non-ancora» che la fede cristiana porta nel suo centro.

Un drammatico incontro, una domanda sul volto di chiesa

Colpisce la notizia che nei prossimi giorni a Milano il Papa incontrerà il card. Martini, malato e costretto ad una parola sussurrata.

Aldo Maria Valli in un articolo uscito in “Europa” 30 maggio 2012, parla di questo incontro cogliendo in esso una dimensione drammatica. Valli accenna alla lettera della guida del movimento ‘Comunione e Liberazione’ don Julian Carrón. Un testo sconcertante. Su questa lettera oggi l’associazione ‘Noi siamo chiesa’ ha pubblicato una  presa di distanza dettata da spirito ecclesiale e coraggio di parola.

La lettura di questa lettera alla luce degli eventi delle notizie relative alle vicende di affari e politica della Regione Lombardia degli ultimi tempi, delle vicende del Consiglio regionale e del suo presidente, genera ancor più sconcerto e inquietudine.

Ma certamente l’incontro di Benedetto XVI con il card. Martini assume un valore simbolico che va a toccare una domanda sul futuro. Che ne sarà della linea segnata dal Concilio Vaticano II? Quali vie saprà prendere una Chiesa provocata dagli eventi ad un cambiamento che potrebbe – potrebbe – essere via salutare di ripresa dell’annuncio del settembre di cinquant’anni fa da parte di Giovanni XXIII: una chiesa di tutti e in particolare dei poveri?

Don Virginio Colmegna richiama nel suo blog ‘Sconfinando’ – e proprio in questi giorni – la bellissima immagine suggerita da don Tonino Bello, la chiesa del grembiule. Un ideale a cui tanti aspirano.

Condivido tutte le sue parole. O meglio ‘quasi tutte’. L’unica riga che mi suscita perplessità è il suo accenno all’incontro mondiale delle famiglie di questi giorni a Milano come espressione di una chiesa povera, ospitale e fraterna. Certamente molti che stanno giungendo a Milano in questi giorni recano in se stessi questa attesa ed anche questa testimonianza.

Ma una chiesa per essere veramente  ‘chiesa del grembiule’ anziché puntare sui grandi eventi della visibilità mediatica, di conferma della sua influenza sulla società, dovrebbe poter dimostrare maggior capacità di accoglienza verso tanti volti feriti proprio nell’esperienza affettiva, per le famiglie che hanno vissuto rotture, per le inquietudini di chi ha vissuto separazioni, per chi ha ricostruito una vita di coppia e  famiglia avendo alle spalle percorsi interrotti. E così pure dovrebbe offrire attenzione e parole e gesti di vicinanza, di apertura per chi vive le forme della convivenza, facendosi non giudice implacabile, ma compagna delle ricerche di percorsi verso un amore vissuto con libertà e responsabilità. E tutto questo nelle scelte, nelle parole, negli atteggiamenti e nelle pieghe del quotidiano. (a.c.)

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da Aldo Maria Valli, Martini aspetta Ratzinger, in Europa 30 maggio 2012

“Tra le tante persone che tra venerdì e domenica stringeranno la mano al papa, in occasione della sua visita a Milano per l’incontro mondiale delle famiglie, ci sarà anche un anziano malato, che si muove a fatica aiutandosi con un bastone e parla con un filo di voce. Il suo nome è Carlo Maria Martini. (…)

è difficile non attribuire al faccia a faccia tra questi due ottantacinquenni un che di drammatico.
 Ratzinger e Martini hanno interpretato e continuano a interpretare due modi diversi di amare la Chiesa, e ora si trovano entrambi, nell’ultima parte della loro vita, al capezzale di questa sposa malata e oltraggiata, colpita nella sua dignità non soltanto da chi mette in piazza i suoi segreti più indecorosi, ma anche, e prima ancora, da chi l’ha trasformata nel terreno di coltura di affarismo e carrierismo. (…)

Nel giovedì santo Benedetto XVI ha chiesto ai preti la fedeltà alla dottrina e ha detto che la disobbedienza non è una strada. Lo ha detto rispondendo esplicitamente ai preti austriaci e di altri paesi europei che hanno scelto di dire no a Roma su questioni come il celibato dei presbiteri e la consacrazione ministeriale delle donne. Anche questi preti, come certi corvi vaticani, si sono risolti a violare le leggi della Chiesa pur di introdurre un elemento di dibattito e di obbligare Roma a fare i conti con la realtà. È vero, la disobbedienza non è una strada. Ma è anche vero che l’obbedienza da sola non basta, specie quando la sposa dà tanti segni di smarrimento.
Quali parole avranno il successore di Pietro e quello di Ambrogio? E quanto su di loro peserà la triste lettera indirizzata da don Julian Carrón, guida di Comunione e liberazione, per raccomandare Scola al papa? In quella lettera, trafugata dal corvo e rivelata dal libro di Nuzzi, Carrón distrugge con una vera e propria manganellata l’operato di Martini e Tettamanzi a Milano. La lettera l’abbiamo conosciuta attraverso una via sbagliata, ma ora che la conosciamo non possiamo fingere che non sia mai esistita.

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tratto dal sito www.noisiamochiesa.org

La lettera di Carrón, che sponsorizza la nomina di Scola a Milano, liquida in modo arrogante gli episcopati di Martini e Tettamanzi ed esprime una concezione anticonciliare di Chiesa

Con spirito ecclesiale e parresia, diciamo di non riconoscerci nell’idea di fede e di Chiesa di Gesù Cristo che emerge dalla lettera inviata nel marzo del 2011 da don Julìan Carrón, presidente di Comunione e Liberazione,  a mons. Bertello, nunzio apostolico in Italia, in vista della nomina del successore del Card. Tettamanzi. Questa lettera è stata ampiamente diffusa online e anche sul sito di Noi Siamo Chiesa. Essa ha provocato sconcerto e sofferenza in un’area vasta del cattolicesimo e del clero  ambrosiano.

Di questa lettera possiamo forse condividere  alcune riserve sull’introduzione del nuovo Lezionario nella Diocesi ambrosiana. Il resto è  una serie  di luoghi comuni e di falsità  che fanno pensare che l’autore sia davvero all’oscuro di come la vita della Diocesi di Milano si sia svolta dal 1980 in poi e che l’impostazione ideologica  del movimento che presiede faccia velo su qualsiasi cosa. In particolare riteniamo  fuori dalla realtà dei fatti e anti-evangeliche :

– le accuse all’insegnamento teologico in campo biblico e sistematico (“si discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero, soprattutto nelle scienze bibliche e nella teologia sistematica”);

– le accuse agli interventi nel campo della giustizia sociale in chiave politica unilaterale (gli arcivescovi Martini e Tettamanzi hanno fatto scuola in proposito a livello internazionale fornendo riflessioni e strumenti concreti di grande respiro);

– le accuse al dialogo interculturale ed interreligioso condotto in modo da ridurre il cristianesimo alle logiche del relativismo. Le “cattedre dei non credenti” e gli interventi nel campo del dialogo interreligioso, della bioetica e delle relazioni familiari proposti dal 1980 ad oggi sono state esempi  considerati e seguiti in tante altre realtà del mondo cattolico in Italia e nel mondo.

– l’enfatizzazione dei movimenti e il giudizio indirettamente negativo sulle parrocchie come la conseguenza di una concezione “di parte” della vita della Chiesa.

L’idea  anacronistica e illiberale che CL e don Carrón hanno del Magistero e della Tradizione e la mancanza di rispetto umano e culturale che  mostrano nei confronti dei due episcopati e, indirettamente, delle persone di Martini e Tettamanzi sembrano davvero i dati più evidenti che emergono dalla lettera. Nessuno di noi intende “beatificare” Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi e i loro episcopati. Più volte, sempre pubblicamente e con chiarezza, siamo intervenuti in modo critico  su aspetti della gestione pastorale della Diocesi e abbiamo sperato in posizioni più esplicitamente coerenti  col Concilio. Ma ciò non ci ha mai impedito di riconoscere l’impegno per la ricerca dei modi migliori per una efficace evangelizzazione e di manifestare stima verso le persone dei nostri due Pastori, anche  riconoscendo loro una certa  indipendenza nei confronti dei peggiori diktat della CEI e del Vaticano. E’ una posizione ben lontana dalla denigrazione di un’intera esperienza pastorale che compare nel testo riservato di Carrón. Sarebbe bene che il nuovo arcivescovo, invece di tacere come ha fatto fino ad ora, dicesse cose esplicite sugli episcopati dei suoi predecessori, prendendo esplicitamente le distanze da quanto  è scritto nella lettera.

La Facoltà Teologica di Milano poi non è censurabile a livello di ortodossia, ma, semmai, per quanto concerne la sua scarsa incidenza culturale e pastorale nella società.

Quanto scrive complessivamente don Carrón dimostra come egli non abbia compreso quanto, per esempio, dice san Paolo ai cristiani della Galazia: “quello che conta non è la circoncisione o la non circoncisione, ma la fede che si costruisce attraverso l’amore” (5,6). Molti esponenti di CL sono ben lontani dall’aver capito il senso profondo di queste parole paoline e quanto universale sia il Vangelo di Gesù Cristo: anche le pagine di Carrón lo manifestano chiaramente.

Siamo sicuri che un numero molto ampio di credenti, non solo della diocesi, condividono queste nostre parole, molto preoccupati di queste derive ecclesiali che non valorizzano minimamente la bellezza e la bontà delle parole evangeliche e offrono della Chiesa di Gesù Cristo nella sua componente cattolica un’immagine che le nuoce profondamente”.

NOI SIAMO CHIESA Milano, 30 maggio 2012

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Qui di seguito la riflessione di don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della carità Angelo Abriani di Milano, già direttore della Caritas Ambrosiana dal 1993 al 2004. Fu il cardinale Carlo Maria Martini a chiedergli allora di dar vita alla Casa della carità. Sorta nel quartiere periferico di Crescenzago, la Casa accoglie e offre aiuto quotidiano e gratuito a tante persone in difficoltà. La riflessione è tratta dal suo blog ‘Sconfinando‘.
“Inutile nasconderlo: quanto sta succedendo tra le mura del Vaticano inquieta profondamente. Le notizie creano sconcerto, ma lo fanno anche le modalità con cui vengono raccontati questi episodi, con dovizie di particolari e, a volte, con una sottesa, compiaciuta ironia. Anch’io mi interrogo su quanto sta succedendo e anch’io, come tutti gli onesti che lo chiedono, vorrei che si facesse chiarezza individuando responsabilità che non possono essere solo del maggiordomo.

Ma permettetemi anche di spiegare perché questi episodi non sconvolgono in nessun modo la mia Fede, dubbiosa e interrogata da altre vicende umane che incontro ogni giorno nel dolore, nella sofferenza e nella fragilità delle persone con cui condivido un pezzo di strada. La Chiesa è lì, in questi volti, in queste storie di vita. Mi ricordo la bella immagine lasciataci in Casa della carità dal cardinal Dionigi Tettamanzi commentando la parabola del buon samaritano e invitandoci a soffermarci a riflettere sul locandiere e sulla locanda dove ci si prende cura del malcapitato: “La Chiesa è lì”, ci disse.

Il Vangelo di questi giorni raccontava un episodio nel quale i ricchi depongono come offerta denaro tintinnante e superfluo mentre una povera vedova dona i due spiccioli che sono tutto quello che ha. (Vangelo di Marco, 12, 41-44). Gesù indica questa donna come la protagonista di un racconto di Fede che ancora affascina e sorprende. Questo è lo “scandalo” che dovrebbe inquietare, che ha affascinato il mio entusiasmo giovanile, che mi fa essere prete appassionato. E che, tutt’oggi, mi fa cogliere la speranza disseminata nei tanti sotterranei della storia, quella che non esclude nessuno, che pone al centro la gioia della povertà evangelica ed è lontana mille miglia dalle logiche di potere. È l’ingenuità della fede, la spiritualità che non cresce negli intrighi di palazzo e nelle logiche di corte medioevale.

L’immagine di una Chiesa presa dagli intrighi che si specchia in una società sempre più allo sfascio, povera di valori ed eticamente vuota, scandalizza. Al tempo stesso, però, sollecita a testimoniare la bellezza e la semplicità della vita evangelicamente vissuta. Quella per cui continuo a pregare, ogni giorno, nell’Eucarestia, anche per la Chiesa, per il Papa e per il nostro vescovo. Quella per cui tante persone stanno accorrendo a Milano in questi giorni per l’Incontro Mondiale delle Famiglie, portando con sé la richiesta di una Chiesa fraterna, ospitale e lontana dal potere.

Oggi più che mai, non c’è bisogno di una Chiesa che aiuti i poveri, ma di una Chiesa povera, di quella che don Tonino Bello chiamava “la Chiesa del Grembiule”: solo così si può dare ragione della speranza che, ci rivela la Bibbia, è in ciascuno di noi e  ci fa sentire aperti, in attesa del futuro”.

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