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IV domenica di Avvento – anno A – 2016

img_2248(Giovanni Pisano, Madonna col bambino, Museo nazionale di san Matteo – Pisa)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Al re al trono Isaia prefigura la nascita di un nuovo re giusto dal nome ‘Emmanuele’ (Dio in noi), un autentico erede di Davide, non come Acaz stesso e i re infedeli che ponevano la loro fiducia in alleanze di imperi più forti.

La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Isaia delinea così il figlio di Acaz, Ezechia, come Emmanuele, re con i tratti di pietà e fedeltà a Dio. Questa promessa indica un orizzonte che va oltre (cfr. Is 11,1-16). Dio stesso stabilirà il regno del messia (l’unto, il consacrato) come situazione di pace, oltre ogni orizzonte di spazio e di tempo: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). Isaia annuncia anche un ‘resto’, un piccolo gruppo che troverà stabilità nell’appoggiarsi nel Dio fedele e solo in lui. “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

Questo testo apre così all’attesa di un futuro in cui si attua la promessa di Dio a Davide in un cammino di popoli. Isaia indica un segno, ed una speranza oltre i confini del tempo: Dio interviene nella storia con segni che indicano il suo disegno di salvezza.

Matteo ha presente questi testi profetici quando scrive il suo vangelo. Nel volto di Gesù coglie il compimento di promesse e attese. L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato per far entrare Gesù nella discendenza di Davide. Così è ripreso lo schema classico di un annuncio di nascita: c’è la presenza di un messaggero, la chiamata per nome, l’invito a superare le difficoltà; il rinvio ad un segno e indicazioni su chi sta per nascere (cfr. Gdc 13,1-24).

Lo Spirito Santo è all’opera sin dal momento dell’inizio della vita di Gesù. Un messaggero comunica a Giuseppe di ‘non temere’ e di lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. Giuseppe giusto, cioè fedele, vive una duplice fedeltà, a Maria a cui è legato e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede a Dio che lo chiama.

Maria che darà alla luce un figlio, è invitata a scorgere che c’è un’opera dello Spirito santo nella sua vita, accoglie la volontà di Dio sulla sua vita: il suo cuore è spazio aperto oltre gli schemi umani. Come il sonno di Adamo anche il sonno di Giuseppe è luogo in cui opera Dio creatore. E come nel sogno dei magi si attua la guida di Dio vicino. Giuseppe è presentato come uomo giusto, cioè fedele. Nel profilo di Giuseppe si delinea così quello del credente, che vive la fatica del dubbio e l’abbandono della fede. Ed infine prende con sé Maria.

A Giuseppe è affidato il compito di dare il nome a Gesù, nome che significa ‘il Signore salva’. Emmanuele è nel vangelo di Matteo il nome di Gesù: ‘Dio con noi’, nome che riprende le promesse del Dio vicino in tutta la storia di salvezza. In questo nome è racchiuso il senso della vita di Gesù stesso. La salvezza è dono di vita, di perdono, di liberazione ed ha un nome che rinvia ad una presenza. Ed è un nome affidato.

Al cuore delle nostre esperienze sta un’attesa profonda, l’attesa di un nome, di qualcuno che solo può salvare. Quel ‘nome’ sta oltre ogni nostra attesa e possibilità, è dono ed è avvento, venire gratuito di Dio che libera e salva.

Alessandro Cortesi op

800px-robert_campin_-_l_annonciation_-_1425a(Robert Campin, Trittico di Mérode, 1427, Metropolitan Museum – New York)

La figura di Giuseppe compare, in modo insolito e originale, in una scena di annunciazione secondo lo stile fiammingo:  è il trittico Mérode (dal nome degli antichi proprietari) conservato ora al Metropolitan Museum di New York, attribuito alla bottega di Robert Campin. E’ un dipinto databile tra il 1422 e il 1430, periodo che in Italia vede attivi tra altri Masolino da Panicale, Masaccio, Paolo Uccello, Filippo Lippi.

Il trittico, elaborato con pittura a olio, è composto di tre pannelli, quello di sinistra nell’ambientazione di un giardino, quello al centro, con l’angelo e Maria in un salotto e quello a destra nell’interno della bottega di un artigiano con una finestra che affaccia su un panorama cittadino, su un piazza tipica di una città delle Fiandre, in cui si muovono persone prese dalle faccende della vita quotidiana.

Il pannello centrale raffigura la scena dell’annunciazione di Maria posta all’interno di una casa, nel contesto di una stanza in cui al centro sta un tavolo e Maria è raffigurata in posizione seduta a terra.

Un angelo con capelli ricci che scendono sule spalle, con la veste bianca e cintura azzurra da cui spuntano sulle spalle ali colorate con tinte variegate, appare come appena entrato e sembra che stia cercando di attirare a sé l’attenzione di Maria con un gesto di saluto mentre s’inginocchia. Maria, con i lunghi capelli sciolti, profondamente assorta nella lettura di un libro non sembra si sia accorta della sua presenza. L’arredo della sala e i dettagli delle vesti e degli oggetti presenti sono tratteggiati con una particolare cura. Si possono distinguere sullo sfondo un bacile sospeso e un asciugamano che reca i tratti di un velo della preghiera ebraica; Sullo sfondo una finestra con i battenti aperti, ma con un parapetto a grata fa intravedere il cielo e le nubi. Sopra la tavola, di forma rotonda, sono disposti un libro e un rotolo. Sono riferimento alle Scritture e al rotolo di Isaia con le profezie sul messia. Maria appare adagiata a terra con un’ampia veste di colore rosso e trova sostegno su di una panca davanti al camino. Regge tra le mani un libro proteggendolo con un velo che ne indica l’importanza e il valore. Dietro a lei un camino con la parete annerita davanti al quale una tavola traforata funge da protezione del fuoco. In un vaso poggiato sulla tavola è contenuto un giglio fiorito, simbolo di purezza, e su un candeliere una candela che si sta spegnendo fa salire alcune volute di leggero fumo. Dall’alto, attraverso i vetri di una finestra ovale giungono i raggi di una luce che attraversa la stanza e in questa luce compare la figura stilizzata di un omuncolo che regge la croce: è il simbolo della presenza di Gesù nel momento in cui l’angelo giunge ad annunciare a Maria il concepimento. I raggi attraversano il vetro senza danneggiarlo. La candela è spenta da questo soffio dello Spirito che giunge a lei recando una luce più grande di ogni lume terreno. L’atmosfera che regna su questo squarcio di vita quotidiana è quella di un profondo silenzio. Nel silenzio si compie qualcosa di grande, l’irrompere dello Spirito, l’azione di Dio e l’incarnazione del Verbo.

img516Nel pannello di destra Giuseppe è fissato mentre è al lavoro nella sua bottega di falegname che viene descritya come una stanza attigua della medesima casa. Anch’egli vestito con un abito di colore rsso, come Maria, assorto nel suo lavoro, appare ignaro di quanto sta avvenendo nella stanza vicina. E’ alle prese con una trivella e sta forando una tavola per predisporre una protezione di riparo del fuoco simile a quella che si trova nel caminetto. La bottega è occupata di strumenti di lavoro e sullo sfondo la finestra si apre sulla piazza della città. Ben in vista sono però due elementi che attraggono l’attenzione dell’osservatore, una trappola per topi sul tavolo di lavoro e un’altra trappola esposta al di fuori della finestra su un banco che aggetta al di fuori.

Dietro a questi oggetti sta un significato che il pittore vi ha racchiuso rendendoli chiave di lettura dell’intero trittico e suscitando così l’interesse di chi osserva.

Ma prima di individuare il loro senso si può porre attenzione alla parte sinistra del trittico, ambientata nel giardino che è cinto da mura e che conduce ad accedere con una porta che si apre all’ambiente centrale. Nel giardino sono raffigurati i profili dei committenti. Sono ricchi mercanti di Malines vestiti con abiti eleganti e la donna con il capo avvolto da un velo segno della condizione di donna sposata e un rosario tra le mani.

robert_campin_-_l_annonciation_-_1425Lo studio della composizione ha posto in risalto come la figura della donna e quella a lato in secondo piano, di un messaggero che giunge con un cappello di paglia in mano a portare un annuncio – raffigurato con l’abito dei messi comunali di Malines – siano figure aggiunte in un secondo tempo alla composizione. A questo punto si può indicare una possibile spiegazione dell’intero trittico.

Questo fu commissionato all’artista Campin prima del matrimonio del committente e solo a distanza di qualche tempo furono aggiunte da un altro pittore suo discepolo, Rogier van den Weiden, le figure della donna e del messo. La donna è la sposa del committente e il messo forse viene ad annunciare la prossima nascita di un loro figlio. Il dipinto sorge quindi come un ex voto per chiedere la protezione di Maria su questa nuova famiglia. E le sue dimensioni assai limitate (120×64 cm) confermano che era un dipinto non destinato ad una chiesa, ma ad un ambiente domestico in cui si pongono insieme sguardo al mistero dell’incarnazione e sguardo alla vita di una famiglia del tempo.

In tale contestualizzazione si può cogliere come nel dipinto il rinvio all’ambiente della casa e all’intervento di Dio si intrecciano e sono compresenti. La chiave di lettura diviene quell’elemento posto in risalto nella bottega di Giuseppe: la trappola per topi. Secondo un’interpretazione di Agostino infatti la croce di Gesù Cristo è trappola per il diavolo perché nell’umanità di Gesù stava nascosta la divinità che vinse la morte (Agostino, Sermo 263, De ascensione Domini). Tale simbolo diviene così figura della redenzione. Gesù trasse in inganno il diavolo celando la sua natura divina nella natura umana. E nella morte di Gesù si attuò la volontà di Dio di salvare l’umanità (cfr. Gregorio di Nissa, Oratio catechetica magna 24). Così il matrimonio di Maria e Giuseppe è velo che nasconde la realtà profonda dell’intervento di Dio nella vita umana. E’ come un riparo che tiene protetto il mistero della divinità di Gesù nascosta nella sua umanità e nella vita con Giuseppe e Maria nel silenzio di Nazareth. In tale senso è velo: così dal di fuori – dalla piazza – nel rapporto di Maria e Giuseppe le persone possono scorgere solamente un matrimonio umano, ma la loro è vicenda umana che racchiude una realtà più grande e diviene così trappola per il diavolo che viene ingannato. Infatti se si osserva bene l’oggetto che sta sulla finestra della bottega non è simile ad una una trappola per topi, come quella che sta sul banco, ma può essere letta come un letto matrimoniale. In quella casa chi guardava da fuori vedeva un matrimonio ordinario, (Meyer Schapiro, “Muscipula Diaboli,” The Symbolism of the Mérode Altarpiece, “The Art Bulletin” 27, 3,1945, 182-187).

A questa spiegazione si potrebbe aggiungere un proseguimento: il matrimonio di Maria e Giuseppe racchiude un mistero più grande nella loro unione che si dipana nella casa di Nazareth. Ma anche la famiglia dei committenti è toccata dal mistero dell’incarnazione. Nella loro vita insieme e nell’accogliere il messaggio di una nascita partecipano, nel giardino, alla vicenda di quella casa: nella loro unione e nel ricevere la notizia del giungere di un figlio possono cogliere nella trama della loro esperienza il celarsi della visita di Dio, di quell’annuncio che è salvezza per l’umanità e che è opera del Dio umanissimo presente e operante nelle trame della vita umana. E’ la presenza di un Dio nascosto che rinvia ad un cammino nell’andare oltre il velo, nel leggere i segni, nell’entrare nelle profondità del silenzio, nel non cadere nelle trappole di quanto immediatamente appare.

Alessandro Cortesi op

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XII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(Berlino, maggio 2016)

Zac 2,10-11; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“mentre si trovava assieme ai suoi discepoli in un luogo appartato a pregare…” Nel vangelo di Luca l’attenzione alla preghiera di Gesù è tratto tipico. E’ un invito a rimanere sulla soglia di questa esperienza che segnava le sue giornate, ma in fondo avvolgeva la sua persona stessa. Pregare per Gesù è segno del suo stare in una relazione fondante di vita, con il Padre suo. Pregare è luogo di domanda sulla sua identità, e di apertura ad incontrare ad aprirsi ad ogni altra relazione.

Molte curiosità sulla sua preghiera restano deluse dalla lettura dei vangeli: piuttosto si è introdotti in un cammino. Gesù è presentato in preghiera nei momenti decisivi della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). In rapporto al suo pregare ritorna la domanda: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. Ma è questa domanda che reca nel cuore e che attende un aiuto dai suoi: ‘Secondo voi, chi sono io?’.

“Chi sono io secondo l’opinione della gente?” Questa domanda è parola preceduta da un silenzio. Nel luogo in disparte la preghiera si apre e diviene colloquio con i discepoli. Le risposte presentate offrono luce su alcuni aspetti dell’identità di Gesù: per la gente Gesù ha il volto di Giovanni Battista, o di Elia, o di un ‘profeta’. Luca stesso aveva presentato Gesù con i tratti del profeta. nella sinagoga di Nazaret aveva parlato del grande profeta Elia (Lc 4,25-27). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il Cristo, il messia di Dio’. ‘Messia’ è ‘colui che è stato unto’ per una ‘missione’ da parte di Dio uomo scelto da Dio per portare salvezza.

Gesù non sembra dire quale sia la risposta giusta o sbagliata. Dopo queste reazioni parla di sé come ‘figlio dell’uomo’ e del suo cammino: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’. La figura enigmatica del ‘figlio dell’uomo’ rinvia al libro di Daniele al cap.7 dove si presenta una visione degli ‘ultimi tempi’, alla fine della storia. Il figlio dell’uomo viene tra le nubi e ha la funzione di giudice di tutta la storia (Dan 7,9-14): è indicazione di una figura trascendente. Ma anche figlio dell’uomo esprime il suo cammino di uomo, nel compiere una umanità fragile.

Nei vangeli ‘figlio dell’uomo’ è espressione utilizzata quando si parla della sofferenza che Cristo subì. Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). Non si tratta di una determinazione fatalistica. Nemmeno è indicazione che il Padre vuole la sofferenza del Figlio come necessaria. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono un’interpretazione della sua vita alla luce del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva e rimane fedele alle sue promesse.

La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata e non è nemmeno un incidente nel suo cammino. A suoi Gesù dice che la sua vita non sta nella direzione del dominio e della violenza, secondo le attese di un messia trionfatore e potente, ma nella via della dono e del servizio: in questo senso si pone come un cammino di umanità piena che compie le dimensioni più profonde del cuore umano. Vivendo in tal modo Gesù sa di esporsi ad un rifiuto. La sua stessa morte assume un significato di salvezza se letta in rapporto all’agire di Dio. Dio attua nella storia una pedagogia di incontro non con la violenza ma introducendo alla scoperta del suo volto quale inermità dell’amore. Solo l’amore può vincere la morte: anche nello scandalo della morte Dio si rivela come più forte della morte e salvatore.

Il ‘terzo giorno’ è tempo della liberazione, dell’intervento di Dio che viene in aiuto nel momento della prova: è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù al Padre, costituisce la via per la quale si attua la salvezza: in questo senso il ‘figlio dell’uomo deve molto soffrire’.

Infine il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. Gesù chiede di seguirlo non per vie di eccezionalità, non con gesti spettacolari e straordinari. Chiede invece di ‘prendere la croce ogni giorno’. ‘Prendere la croce’ è espressione spesso usata come sinonimo di rassegnazione ad una sofferenza subita, talvolta ingiusta. Ma prendere la croce per Gesù indica seguire la sua via: non è un richiamo alla sofferenza, ma ad assumere quel modo di intendere la vita nella direzione dell’amore che giunge sino alla fine, nel dono di sé, nel rendere ogni percorso anche l’assurdità del rifiuto e della violenza, luogo in cui si manifesta la gratuità dell’amore. La croce è segno non di dolore ma di una vita spesa per gli altri. Questo per Luca è uno stile che deve segnare il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo. Non in un orizzonte buio di sofferenza ma nella gioia per risorgere con lui. In questo senso ‘perdere la vita’, intendere la vita non nella prospettiva della paura e dell’accumulo, ma nella libertà che si dona, significa salvarla.

“Cosa ci sarebbe di più dirompente di una comunità di uomini e donne che realmente vivono volendosi bene, prendendo sul serio anche i conflitti, mostrando come ci si prende cura dei legami, di accogliere i bambini, di accudire i vecchi, sostenere i giovani, onorare in modo esemplare la legge, creando reti di protezione per i più fragili, mettendo intelligenza nelle questioni della vita civile, mostrando disinteresse per vantaggi esclusivamente personali, adottando uno stile di vita sobrio, prendendo sul serio il potente slancio della povertà attraverso l’attento discernimento delle risorse economiche, lavorando senza mire corporativistiche al bene comune, alla costruzione della città di tutti, e via di seguito, ritenendo che tutto questo sia realmente essere uomini e donne come Dio comanda?” (G.Zanchi, L’arte di accendere la luce. Ripensare la chiesa pensando al mondo, Vita e pensiero, 2015)

Alessandro Cortesi op

 

bruno_10x15-2.jpg (Bruno Hussar)

Abbattere muri

I muri delle religioni

Ci sono persone che recano in se stesse la storia della divisione, il dramma della opposizione, la separazione dei muri. Sono le persone che portano nel proprio DNA diverse radici, persone che appartengono a popoli diversi. Forse da persone come queste è da ascoltare la profezia di un superamento di muri. Una di esse è Bruno Hussar. Nel  presentarsi scelse questa indicazione della sua identità: “Lasciate che mi presenti: sono un prete cattolico, sono ebreo. Cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto 18 anni. Porto quindi in me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo” (Bruno Hussar, New York, 1967) (cfr. G.Merlatti, Bruno Hussar. Profeta del dialogo, Ancora 2001).

Nato in Egitto nel 1911 da padre ungherese e madre francese, si trasferì per gli studi in Francia. In quanto ebreo fuggì durante l’occupazione tedesca. Sopravvissuto alla Shoah, entra nell’Ordine domenicano in Francia e viene richiesto di fondare un centro di studi sull’ebraismo a Gerusalemme. Scopre lentamente una chiamata che recava in se stesso, nel tentare di “allacciare ponti fra gli uomini” con “l’impressione di aver camminato fino a quel momento sulle uova cercando di non romperle: uova rabbiniche e uova ecclesiastiche”. Si muove in una terra di conflitti “C’è il conflitto principale tra ebrei e arabi poi innumerevoli conflitti, tra ebrei e cristiani, musulmani arabi e cristiani arabi, tra cristiani e cristiani, tra ebrei ed ebrei […]. Non vedono il volto dell’altro, non sono interessati al volto dell’altro” (Bruno Hussar, “Ho sentito parlare di un sogno…”, EMI 1992,27).

Negli anni del Concilio accosta il card. Bea nella redazione del testo della ‘Nostra aetate’ che segna una svolta chiudendo con la cultura del disprezzo cattolico nei confronti del popolo ebraico e con l’attitudine antisemita. Comincia a sognare un villaggio “Nevé Shalom / Wahat as-Salam (Oasi di Pace)” nel quale ebrei e arabi palestinesi vivano nell’uguaglianza, nella pace, nella collaborazione e nell’amicizia. Fondata nel 1974, il sogno di Bruno Hussar giunge a realizzarsi…

Raccolse la sua testimoninaza in un libro (Bruno Hussar, Quando la nube si alzava. La pace è possibile, Marietti 1996) “Quando la nube si alzava” è rinvio al testo biblico dei Numeri: “Tutte le volte che la nube si alzava sopra la tenda, gli Israeliti si mettevano in cammino; dove la nuvola si fermava, in quel luogo gli Israeliti si accampavano”

Così si espresse nel suo testamento: “Qui a Neve Shalom/ Wahat al-Salam abbiamo un solo scopo: la riconciliazione pacifica tra i nostri due popoli. Al fine di lavorare con frutto a tale fine dobbiamo avere una comprensione reciproca e considerazione di ognuno. Questo significa amare. Desidero veramente che quanto facciamo insieme sia fatto come un atto di amore, di riconciliazione e di pace tra tutti i membri di Neve Shalom / Wahat al-Salam. (…) Un uomo saggio ha detto una volta: ‘In un posto dove non c’è amore, semina amore e raccoglierai amore”. Può accadere che chi ha seminato amore non lo raccolga lui stesso, ma solamente qualcuno che lo segue dopo di lui. Ma non vi è dubbio, ogni seme di autentico amore darà – oggi, domani o dopodomani – il frutto dell’amore” (dal testamento registrato in una cassetta e ritrovato da Anne una settimana dopo la sua morte). Bruno Hussar è morto vent’anni fa, l’8 febbraio 1996.

I muri delle diversità

A Creta 2016. Dopo una attesa di secoli il concilio delle chiese ortodosse (panortodosso) si sta per aprire a Creta a partire dal 19 giugno. Non mancano dissensi, problemi e defezioni annunciate alla vigilia della convocazione. Vi sarà infatti l’assenza di quattro delle quattordici Chiese della comunione ortodossa tra cui la chiesa ortodossa russa.

Bartolomeo patriarca di Costantinopoli, è già giunto a Creta: ha espresso la gioia di questo momento pur tra le ombre per la decisione di alcune Chiese di non partecipare «Il santo grande concilio è la nostra sacra missione… dovevamo venire a Creta in giugno per realizzare questa visione perseguita nel corso di molti anni: tutte le nostre Chiese desiderano, dichiarano e proclamano l’unità della nostra Chiesa ortodossa. E vogliono esaminare i problemi che riguardano il mondo ortodosso per risolverli insieme».

Un evento di chiese che si incontrano in stato conciliare si pone come segno storico di unità faticosamente ricercata. Uno tra i testi che sarà sottoposto alla discussione prevede le seguenti espressioni: “La Chiesa di Cristo condanna la guerra in quanto tale, giudicandola un frutto del male e del peccato che esiste nel mondo. Ogni guerra minaccia di distruggere la creazione voluta da Dio e la vita. E questo vale in maniera particolare per le guerre con armi di distruzioni di massa, che hanno conseguenze terribili anche sulle future generazioni.”

I muri dell’invisibilità

Ci sono muri di invisibilità che rendono alcune persone estranee allo sguardo, non comprese neppure nei momenti tragici del dolore. Un cittadino americano figlio di rifugiati afghani ha compiuto una strage nei giorni scorsi in un locale gay il Pulse di Orlando uno dei più frequentati in Florida, entrato armato con un fucile d’assalto e provocando l’uccisione di 50 persone, e il ferimento di altri 53.

James Martin, gesuita, redattore rivista “America. The National Catholic Review”, in un messaggio video ha espresso la sua posizione a fronte del messaggio di condoglianze dei vescovi USA che nella loro comunicazione di solidarietà con le vittime non hanno nominato la comunità LGBT:

“Tutto questo rivela qualcosa. Rivela come la comunità LGBT sia invisibile a gran parte della chiesa. Anche nella morte sono invisibili. Per troppo tempo i cattolici hanno trattato la comunità LGBT come ‘altri’. Ma per i cristiani non c’è ‘altro’. Non ci sono ‘loro’. C’è solo ‘noi’. Questo è un momento in cui farla finita con questo ‘noi’ e ‘loro’. Proprio perché non c’è ‘loro’ nella chiesa, perché per Gesù non c’era ‘loro’. Lui raggiunge sempre coloro che sono ai margini e include tutti. Coloro che sono invisibili alla comunità sono visti da Gesù. Nel vederli, nel dar loro il benvenuto, nell’amarli, egli fa sì che il ‘loro’ divenga un ‘noi’. I cattolici sono invitati a far sì che ogni persona si senta valorizzata e visibile, soprattutto nel tempo del lutto. Gesù ci chiede di fare così. La chiesa deve stare in solidarietà con tutti i ‘noi’ a Orlando”.

“Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 2,28-29).

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCF6356.JPGDt 26,4-10;Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Queste parole che rinviano ad un storia di maltrattamenti e di dolore racchiudono anche la scoperta di un incontro. Il Dio d’Israele si rende vicino in una storia di liberazione: l’alleanza è incontro di vita in un cammino. La fede, accoglienza ed esperienza di tale incontro è espressa come racconto.

Il volto di Dio assume i tratti di una presenza che agisce, e libera: ascolta il grido dalla sofferenza dell’oppresso, scende a liberarlo. E’ il Dio grande e potente e nello stesso tempo il Dio vicino che si prende cura: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. La terra donata diviene il segno dell’attuarsi della sua promessa nel liberare dall’oppressione e dalla violenza.

Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di persone schiacciate dai regimi autoritari, di popoli come quello siriano, devastati dall’oppressione e dalla violenza.

Questa pagina suggerisce due atteggiamenti. Il primo: il credere è cammino e storia che coinvolge l’esistenza e può essere comunicata come racconto. E’ racconto di vita ma è anche racconto perchè la nostra vita è storia, cammino continuo che va facendosi negli incontri e nel tempo.

Il secondo: la fede che si apre al volto di Dio vicino e liberatore non può non generare scelte di vicinanza e di liberazione verso tutti quelli che soffrono a causa di ingiustizie e oppressioni.

Luca, come Matteo, presenta il momento delle tentazioni di Gesù: la conclusione viene posta non su di un alto monte (come fa Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore della città santa. Gerusalemme ha un’importanza tutta particolare per Luca: da lì tutto prende inizio con l’annuncio a Zaccaria, e a Gerusalemme si conclude il cammino di Gesù nei giorni della passione e della morte.

Luca suggerisce così che la prova non è momento passeggero nella vicenda di Gesù, ma attraversa e copre la totalità della sua vita. A Gerusalemme, centro del tempo della storia di Israele e dello spazio, ha il suo culmine. Sulla croce Gesù vive l’affidamento radicale al Padre solo: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Di fronte alle tre ‘tentazioni’, la risposta di Gesù è una sola, il rivolgersi con fiducia a Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. Gesù non risponde alle richieste di sacro o ad esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane… ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’.

E’ invocato come ‘Figlio di Dio’ titolo del messia, atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Viene posta la questione della sua identità. Gesù risponde con il suo agire: non è un messia di una religione del sacro, non è messia portatore di dominio e di potenza politica o religiosa. Gesù rifiuta così la via dell’affermazione di una religione politica e trionfale.

Rigetta infine un messianismo spettacolare: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Non si getta dal pinnacolo del tempio. Il suo essere messia, mai rivendicato in modo esplicito,  trova espressione nel suo ‘passare facendo il bene’. I suoi gesti di bene sono agire che guarisce, risana, ridona speranza a chi è curvato: saranno compiuti per lo più nella distanza dalla folla alla ricerca di spettacolarità, di prodigi, facile ad entusiasmarsi in un’ottica di guadagno. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero, che risponde alla violenza con la mitezza e il perdono.

Luca situa l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo la genealogia. In essa Gesù era stato ricondotto fino ad Adamo. In lui la storia dell’umanità trova un punto di riferimento centrale. Gesù poi vive le prove indicando la prospettiva della sua vita, l’affidamento a Dio: è il Padre misericordioso al centro della sua vita, colui che desidera abbracciare i suoi figli resi capaci di libertà.

Quaresima può divenire tempo per scoprire la nostra storia come racconto, per continuare un cammino in cui al centro scoprire l’agire di Dio che scende a liberare per rendere capaci di umanità.

Alessandro Cortesi op

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Tempo della prova

Il tempo della prova è il tempo dell’autenticità. Non è un tempo di cui è possibile fissare limiti. La prova si presenta in molti modi ed è la sfida di una vita in tutti i suoi momenti. L’intero cammino di chi nella vita s’interroga, non passa distante e distratto di fronte a ciò che accade fuori e dentro, è luogo di prova.

Prova significa incertezza, crisi, fatica di comprendere, senso di impotenza. E’ anche apertura a contestare le facili offerte, le piacevoli soluzioni, a vivere il coraggio di percorrere sentieri non battuti, difficili, nascosti. E’ tempo di passaggi, tempo di sfide in cui imparare volta a volta a rispondere in modo nuovo, non scontato. Tempo della prova è anche tempo in cui non tutto è previsto e calcolato.

Quando si volge lo sguardo indietro si scopre, come la meta stessa la si incontra nel cammino e come il cammino apre ad orizzonti che non si pensavano lontanamente al momento della partenza.

La nostra epoca ha sete di ripensare e rivivere in modi nuovi una ricerca profonda, di spiritualità, di ricerca di Dio, di possibilità di vivere insieme ad altri. Per vie nuove, per vie in cui ciascuna e ciascuno è interpellato e coinvolto personalmente. Senza reti di protezione, senza appoggi fasulli. Smascherando le vuote devozioni e superstizioni che sviano e inquinano le ricerche profonde, nascoste, fuori dalle mappe con confini ben tracciati.

Le sfide della tecnologia che avvolge tutto, la condizione del mondo segnato dal dominio di chi regge le economie e dei poteri finanziari costituiscono oggi il contesto in cui viviamo la grande prova di una vita in cui non accontentarsi delle facili e consolatorie offerte. Sono anche le costruzioni religiose di chiese, il dominio di gerarchie, i sistemi di pensiero e di vita esclusivi, incapaci di incontro, indifferenti agli oppressi. E’ tempo in cui riprendere in mano profondamente la sfida del credere come ‘prova’ per l’umanità intera.

Mariano Corbì (Valencia 1932), pensatore catalano, direttore del ‘Centro di studio delle tradizioni di sapienza’ a Barcellona, ha affrontato la sfida di coltivare una spiritualità connotata per la creatività, capace di oltrepassare i limiti di credenze e ortodossie che escludono. Cercatore di sapienza, il suo impegno è stato quello di rileggere in profondità le tradizioni spirituali diverse che hanno portato a qualità umana nella vita di chi ci ha preceduto, per orientare in modo nuovo il nostro futuro.

Sintetizza gli elementi fondamentali di una ricerca spirituale nell’interesse per la spiritualità , nel distacco da una preoccupazione per sé e dei propri beni, e nel silenzio per concentrarsi e per de-centrarsi sull’Altro e sugli altri. Nel suo percorso di ricerca spirituale nel tentativo di scorgere le trasformazioni del mondo in cui viviamo ha espresso in un testo nelle sue ‘Lettere a Dio’ le profondità di una prova assunta in tutto il suo cammino.

“(…) Credevo che la religione fosse sottomissione e mi sono impegnato in essa, e ho finito per giungere alla libertà.

Credevo che la vita fosse un cammino tracciato, passo dopo passo, ma non c’è cammino.

Credevo che si dovesse credere, e il cammino libera dalle credenze.

Credevo che la religione fosse inquadramento in un esercito ben organizzato e compatto, in cui sentire il respiro e la vicinanza di coloro che marciano con te, e sono stato costretto a scoprire che devo andare completamente solo.

Credevo di sapere ciò che si doveva pensare e sentire, e sono giunto a comprendere che la vita passa per una luce e un fuoco silenzioso.

Credevo di sapere che cosa bisognava fare, e sono giunto a comprendere che non c’è nulla da fare.

Credevo di camminare verso te, e ho dovuto comprendere che nella misura in cui la via si avvicina a te, ti confonde nella nebbia e mi dissolve come un tenue vapore.

Credevo che il cammino di Gesù fosse il cammino della salvezza e ho dovuto comprendere che non c’è nulla da salvare.

Credevo di dovermi sforzare con il tuo aiuto, e ho dovuto comprendere che il lavoro da fare è più tenue e sottile di sforzarsi, perché è un accorgersi misterioso, che più che ‘fare’ è un ‘non-fare’.

Credevo che percorrere il cammino consistesse nel coltivare lo spirito e allontanarsi dalla carne e sono giunto a comprendere che la via del silenzio è una trasformazione del sentire e della percezione.

Credevo che il cammino allontanasse dal mondo, e sono giunto a comprendere che il mondo è il suo discorso, la sua manifestazione, il suo angelo di luce.

Credevo che tu e io fossimo due e sono giunto a comprendere che ‘non ci sono due’.

Credevo che credere in te fosse credere in ciò che non si vede e sono giunto a comprendere che sei il Chiaro, il Manifesto.

Credevo nella chiesa cattolica, apostolica, romana e sono giunto a credere ai cristiani, e agli indù, ai musulmani, a tutti e a nessuno di essi.

Il tuo cammino è un cammino che va di perplessità in perplessità. Per questo è un cammino nascosto.

Cercavo in te la Verità, e ho dovuto comprendere che la Verità non è alcuna formulazione. La Verità, che è la tua verità, è silenzio, presenza e certezza. Questa è anche la mia verità.

Dio liberami dalla paura nel percorso del cammino che mi rimane e libera dalla paura tutti coloro che ti cercano. La paura sta portando fuori strada i pastori e le greggi”. (Tratto da Marià Corbí, Cincuenta cartas a Dios, Madrid PPC, 2006)

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme e della Passione del Signore, anno B – 2015

agony in the garden 1465 National Gallery(Giovanni Bellini, agonia di Gesù nel giardino, 1459-1465, National Gallery)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Nel suo racconto della passione Marco s’interroga in particolare sull’identità di Gesù, filo rosso dell’intero vangelo: vangelo è infatti la bella notizia di Gesù il suo annuncio del regno. Ma bella notizia è Gesù stesso, come viene suggerito sin dalle prime righe: “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. Gesù è presentato da subito con il profilo del messia: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (ad esempio nel Salmo 2,7). Tuttavia nel corso del vangelo Marco è attento a precisare che quando qualcuno esprime un aspetto dell’identità di Gesù, viene messo a tacere: l’intimazione a tacere è rivolta ai demoni (1,24; 3,11), a persone guarite (Mc 1,44), agli apostoli (Mc 9,7.9). Marco è consapevole della possibilità di costruire un’immagine falsata di Gesù: sa che Gesù può essere confuso con attese di un messia ben diverso. Nel racconto della passione Marco è attento a presentare il volto di Gesù che porta a compimento la sua strada e manifesta quale tipo di messia compie con la sua esistenza.

Marco ritrae Gesù prima di essere arrestato nel momento della paura e dell’angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Lo descrive inoltre sempre più solo: anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Nel momento drammatico nell’orto degli ulivi Marco ricorda la preghiera di Gesù: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Lo fissa ancora in un silenzio che si fa più profondo di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e poi di fronte a Pilato (14,5). Ancora lo presenta nella sua incapacità a portare il patibulum della croce che veniva caricata sulle spalle ai condannati tanto che un certo Simone di Cirene fu costretto a portarlo (14,21). Infine Marco riporta le parole di sfida a lui rivolte sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere è qui inteso come risposta alle opere di potenza. E Marco lo contrappone ad un credere che nasce dalla croce: Gesù è messia che percorre la via della croce, che rimane fedele nella linea del servire e del dare la vita per… solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù nel racconto della passione di Marco si mostra nel volto di messia che non scende dalla croce. Nel momento della morte si rivolge al Padre con le parole iniziali del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E’ una preghiera drammatica, che dà voce alla solitudine e all’abbandono del giusto che soffre. Sono le prime parole di un salmo di lamento che tuttavia si conclude con le parole di un affidamento senza limiti a Dio, colui che esaudisce il grido del perseguitato e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive la sua via come dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che sia imposto il silenzio. Il centurione, un pagano, soldato dell’impero dice: “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. E’ riconoscimento del volto del messia nel crocifisso venuto non per essere servito ma per servire e per dare la sua vita per tutti. E’ parola che interpreta il senso di tutta la vita di Gesù e la sua stessa morte, così come Gesù aveva indicato ai suoi: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte è stata esito di complotto dei poteri politico e religioso, impauriti e inquieti di fronte a Gesù. Più profondamente la sua morte è momento ultimo della fedeltà radicale al suo essere messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. E’ un’indicazione simbolica, che corrisponde allo squarcio dei cieli, presentato al momento del battesimo di Gesù. La presenza di Dio non è separata, lontana, chiusa da barriere, ma l’incontro con Dio è possibile nel coinvolgimento sulla strada di Gesù, nell’incontro con la sua umanità. Di fronte al sommo sacerdote Gesù aveva contrapposto il ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e il ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58): Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come nuovo tempio, luogo vivente dell’incontro con Dio. Si può incontrare Dio e aprirsi al senso profondo della propria vita oltre ogni barriera. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è fecondità di un incontro nuovo con Dio stesso, aperto a tutti.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

2745957850Alcune riflessioni per noi oggi

Non si può ascoltare in questi giorni il racconto della passione senza andare con il pensiero alle vittime del volo Barcellona-Düsseldorf del 24 marzo u.s., schiantatosi sulle Alpi francesi, e ai familiari e amici. Un evento che ha sconvolto in questi giorni a livello diffuso, portando a identificarsi con coloro che improvvisamente hanno avuto la loro vita interrotta in modo così tragico e a considerare come i destini dei popoli, delle famiglie e delle persone sono inscindibilmente legati. Lo schianto dell’aereo A320 costituisce una tragedia europea che accomuna nel dolore e apre a quel senso profondo di solidarietà che scatta quando si avverte con più evidenza la medesima condizione umana e fragile e che dovrebbe essere presente anche in tutti gli altri momenti dell’esistenza. Ha portato anche a confrontarsi brutalmente con l’esperienza della morte quale evento che genera domande e rimane grande scandalo della vita umana. Con i primi chiarimenti su ciò che ha originato tale tragedia si è anche presentato l’interrogativo sulla morte causata dalla scelta umana maturata nel buio di una mente segnata dalla malattia e dalla depressione.

Non si può leggere il racconto della passione senza sentirsi partecipi dell’abisso del dolore che segna le vite di tutti coloro che si sono trovati improvvisamente a perdere i loro cari. Un’immagine di questi giorni può essere di aiuto a cogliere l’importanza di ascoltare il racconto della passione e di trovare in esso un annuncio di speranza: è l’immagine del volto sconvolto di Ulrich Wessel, preside del Joseph-König-Gymnasiums di Haltern am See, cittadina del Rheinland-Pfalz.

Germanwings A320 abgestürzt - Haltern am SeePer primo si è trovato nella drammatica situazione di dover comunicare la notizia della morte di sedici alunni e di due insegnanti della sua scuola alle loro famiglie. Caricato di una responsabilità e di un peso insopportabile nell’incontrare il dolore e la disperazione di genitori e congiunti. Richiesto di riferire sulla situazione della scuola nella conferenza stampa tenuta nella cittadina di Haltern è intervenuto, tra il sindaco e la ministra della scuola, circondato da microfoni di fronte ai giornalisti, al centro di una sala del Municipio in cui era attesa una sua parola. Ben poco aveva da dire: solo i sui occhi lucidi, il volto disfatto, tirato e i capelli scomposti, parlavano. Dietro di lui, sulla parete, immobile, stava la scultura di un crocifisso, immagine illuminata del corpo di Gesù, le braccia aperte, i piedi inchiodati in parallelo e distesi, il capo inclinato sopra a tutto quel dolore. Quel crocifisso, immagine silenziosa sotto le capriate di legno della sala del Comune era una memoria: Gesù è entrato negli abissi umanamente incomprensibili della morte. La salvezza che ci ha portato non è avvenuta ‘nonostante la morte’, ma egli stesso è passato attraverso il buio e l’assurdità di una morte causata da scelte umane di violenza, di incomprensione, di ostilità, di irresponsabilità, di inconsapevolezza (‘… non sanno quello che fanno…’) e dentro a tale morte ha portato il seme di una fecondità nuova. Chi vive nel dolore della morte non rimane solo. La testimonianza di coloro che seguono Gesù è chiamata a seguirlo, ad essere vicini a chi sta nell’ombra di morte, a scorgere che anche l’abisso dell’assurdità del dolore è stato attraversato dalla presenza di Gesù che ha raccontato nella sua vita il volto di Dio che raccoglie il dolore e ogni pianto, non lo lascia nella solitudine e non lo dimentica. Nell’abisso della morte Gesù ha posto il seme di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno B -2015

DSCF5501Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie…” C’è una differenza radicale, una distanza incolmabile indicata da queste parole che esprimono il rapporto tra Dio e la condizione umana. Dio è altro, diverso, non riducibile alla misura umana. Le vie umane non possono incrociare le sue vie. La voce profetica è una provocazione a mettersi davanti a Dio come ‘colui che è Altro’, riconoscendo una distanza invalicabile. Il nostro parlare di Dio, il nostro tentativo di nominare Dio stesso e di rinchiuderlo entro la pochezza dei nostri pensieri deve tener conto e sostare su queste parole: ‘i miei pensieri non sono i vostri pensieri’. C’è una distanza come dal cielo alla terra, incommensurabile.

Eppure questa parola profetica non parla solo di una distanza ma insieme e in modo paradossale sottolinea anche una vicinanza inattesa: da quel cielo lontano e irraggiungibile, come la pioggia e le neve, la parola di Dio si fa vicina, scende e feconda la terra, luogo della vita umana, e la trasforma. Ne sorge un processo di fecondazione e può fiorire un frutto di vita, qualcosa di nuovo, che fa trarre seme, il tesoro da consegnare per la vita futura, e pane, possibilità di vita come nutrimento e senso del quotidiano. Il Dio lontano si è fatto vicinissimo, il suo disegno è nei termini della comunicazione e dell’incontro. Entra nella storia e la sua presenza è da scorgere nella vicenda del cosmo.

Da qui l’invito: “Cercate il Signore mentre si fa trovare”. Il Dio lontano è anche il vicinissimo, che si comunica. La sua parola non rimane esterna, al di fuori, ma permea la terra e l’umanità come pioggia, come neve, come acqua che si diffonde e irrora la terra. La sua parola non è distante e inavvicinabile, ma è vicina, sta dentro alle cose. E’ da cercare come cercatori di tracce e di parole…

Se da un lato questa parola è provocazione a non rendere Dio una costruzione della nostra piccolezza, una proiezione della miseria dei nostri pensieri, dall’altro questa pagina è anche annuncio di vicinanza, apre alla ricerca non solo di una traccia di Dio, ma della sua parola, del suo comunicarsi dentro le cose, la realtà umana, il nostro vivere.

Non solo: il Dio umanissimo è il Dio che si fa vicino e nell’incontro trasforma, cambia e rende capace la storia umana di fecondità di vita nuova: capace di frutti che portano seme e portano pane. L’incontro apre ad un cambiamento impensabile, al sorgere di una nuova creazione, ad una fecondità inimmaginabile.

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(Lucio Fontana, 1899-1968 – Concetto spaziale Attese 1968)

La scena del battesimo di Gesù nel vangelo di Marco è una bellissima lettura teologica del rapporto che Gesù nella sua vita ebbe con Giovanni detto il battezzatore.

Quando Gesù si immerge ‘vide i cieli squarciarsi’ – dice Marco. E’ una potente immagine, rinvio ad un’altra lacerazione che Marco pone a conclusione del vangelo al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (Mc 15,38). L’intero vangelo è posto tra questi due squarci, al battesimo/immersione nelle acque e alla croce/immersione nella morte. Due spazi separati, cielo e terra vengono congiunti in tale aprirsi. Lo spazio di Dio non è più lontano, inaccessibile. Né è raggiungibile solo attraverso la mediazione del sommo sacerdote che entrava nel Santo dei santi dopo aver oltrepassato il velo. Il cielo non è più luogo di Dio contrapposto alla terra luogo degli uomini. Il mondo di Dio è vicino nell’umanità di Gesù, il crocifisso. L’incontro con Dio è possibile in quell’umanità con cui Gesù si è reso solidale fino alla fine. Nuovo Adamo nella sua vita indica il senso della vita umana, la dignità di ogni volto.

Al momento in cui Gesù uscì dall’acqua dice Marco ‘venne una voce dal cielo’. Si tratta di una voce proveniente dall’alto, dal Padre, che porta in sé indicazione sull’identità di Gesù. Gesù è un ‘tu’ per il Padre, il Tu amante della sua vita. Gesù è anche indicato come ‘il figlio’: il cuore dlela vita sta nella relazione al Padre suo. Infine Gesù è l’amato, eletto: “in te ho posto la mia gioia”. Il testo racchiude così un’evocazione di espressioni del secondo Isaia, profeta della fine dell’esilio, dove la parola di Jahwè si rivolge alla figura di un enigmatico profeta: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui: egli porterà il diritto alle nazioni… Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega , distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita…” (Is 42,1.5) E ancora “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome… Mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,1.3).

Il momento dell’immersione nelle acque è visto da Marco come passaggio della chiamata di Gesù, apertura di un cammino in cui gli si rende chiaro la direzione della sua missione. La sua vita è guidata nella forza del soffio di Dio, lo Spirito: solamente lui – secondo Marco – vide i cieli aperti e scendere lo Spirito come colomba. E’ unto dallo Spirito come profeta e messia. Un’esperienza interiore che viene così espressa per cogliere sin d’ora nel cammino di Gesù, le profondità della sua identità di profeta e di messia chiamato a ‘scendere’ e servire fino alla morte.

Il momento del battesimo è inizio di una missione a cui Gesù si scopre mandato, inviato: per gli altri, per tutti. Sarà ‘messia’ ma un ‘messia’ non a misura delle attese umane e della ricerca umana di potere. La sua vita di cui il Padre si compiace è una vita che si fa servizio e prende su di sé la storia di sofferenza degli uomini.

DSCF5514Una riflessione per noi oggi.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Dio è altro dai nostri pensieri… Si avverte la tragica autenticità di questa affermazione in momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni,  in cui il nome di Dio è invocato – come nella strage perpetrata a Parigi – per rivendicare atti di violenza dell’uomo sull’uomo, ed è posto a sigillo di atti omicidi tesi a soffocare la libertà con il terrorismo e l’uso di armi portatrici di morte.

Di fronte alla barbarie e alla violenza siamo provocati a non cadere nella logica dell’intolleranza e della vendetta. Siamo di fronte alla sfida di costruire un mondo in cui non prevalga la logica della violenza e della sopraffazione: è la sfida a vivere ogni orientamento culturale e appartenenza religiosa come fattore non di violenza verso l’altro ma di ricerca di pace e di giustizia. E’ la sfida a pensare la possibilità di una convivenza insieme nel mondo del pluralismo delle culture, delle convinzioni e delle fedi.

Non è facile soprattutto quando prevale la scelte della violenza e del terrore: la più profonda risposta alla violenza del terrorismo non sta nella scelta di vie di guerra e di uso della violenza. Di fronte alla ferocia e alla violenza di chi nomina, in tal modo bestemmiandolo, il nome di Dio per uccidere dev’esserci chiarezza nella condanna e nella presa di distanza nei confronti di questo radicale tradimento della fede, di ogni fede, e una scelta chiara nel cercare e percorrere altre vie.

Dovremmo oggi sapere aiutare tutti i musulmani credenti ad operare la distinzione tra un autentica attitudine religiosa che mai può negare la dignità del volto umano e il tradimento dell’ispirazione religiosa con la scelta dell’intolleranza. Dovremmo aiutare ad esprimere con chiarezza la distanza dalle forme del terrorismo che si servono di riferimenti religiosi tradendone in radice l’ispirazione di una autentica fede. E’ un cammino che investe la nostra responsabilità cristiana nel tempo, nella memoria anche di come i cristiani abbiano perpetrato nella storia violenza, oppressione e scelte di uso delle armi e come ancor oggi giustificano o attuano scelte di oppressione e violenza. E’ un cammino di crescita in umanità per tutti e di immersione in questo presente che ci chiede di uscire insieme da ogni logica di esclusivismo e di violenza.

Davanti a tali episodi si levano voci di intolleranza, di vendetta, di odio. Ma altre vie possibili sono da ricercare: le vie in cui l’affidamento a Dio non può andare insieme all’esclusione o all’eliminazione dell’altro, le vie in cui lottare contro l’ingiustizia e per il riconoscimento della comune umanità e del comune destino che ci lega insieme sulla terra. Contro la decomposizione di una società che vive la disintergazione della paura viviamo la sfida di ricercare vie che gettino ponti nella quotidianità e conducano ad incontrare le persone con le loro storie.

Per questo anche ogni atteggiamento di disprezzo, di denigrazione, di diffamazione delle più profonde convinzioni dell’altro è, a mio avviso, espressione di una libertà immatura, incapace di comprendersi nella relazione, di scorgere un limite dettato dalla presenza dell’altro, dall’imperativo ‘non uccidere’ proveniente dal volto altrui, chiusa a lasciar crescere le possibilità di incontro.

La violenza perpetrata in nome di Dio è espressione di chiusura alla ricerca di Dio. C’è invece una chiamata da accogliere in questo tempo a cercare Dio mentre si fa trovare nel volto di quell’umanità sfinita e sofferente, la concreta umanità di volti vicini e lontani con cui Gesù si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

XVIII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

193453Mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna, sec. VI –

(nel mosaico della moltiplicazione i pani sono quattro, mentre l’episodio del vangelo parla di cinque pani e due pesci – Mc 6,38; Mt 14,17 -: tale particolare dell’immagine rinvia a riconoscere in Gesù stesso il pane della vita, in rapporto all’Eucaristia).

Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

La prima moltiplicazione dei pani è collocata da Matteo in un passaggio critico della vicenda di Gesù, immediatamente dopo aver udito la notizia dell’uccisione del Battista. L’episodio costituisce una sorta di spartiacque tra una prima fase dell’attività di Gesù e un secondo momento successivo alla morte del Battista. Sino a questo momento Gesù è stato presentato con il profilo del predicatore itinerante e del guaritore. A questo punto Matteo lo descrive in un movimento di ricerca della solitudine nel ritirarsi in un luogo deserto: Gesù si ritira in un luogo solitario. Su questo suo ritirarsi Matteo insiste più volte nel vangelo e lo rende elemento del suo presentarsi nella sua identità più profonda che si manifesta nel suo agire e nel suo stile di vita.

Gesù si ritira ma il sopraggiungere di molte persone che lo seguono genera in lui un nuovo movimento, espresso nei termini della compassione. Compassione è avvertire su di sé le sofferenze e il bisogno degli altri e Gesù lascia che il suo desiderio di solitudine sia interrotto e indirizzato verso l’incontro e ascolto delle folle, verso le loro esigenze: “fu mosso a compassione e guarì i loro infermi”. La giornata è interamente presa da tale accoglienza. I discepoli venuta la sera invitano Gesù a congedare la folla: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla, perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. ‘Congedare’ è termine utilizzato per indicare una separazione: Gesù però si rifiuta di mandare via le persone e non intende lasciarle senza nulla. Invita così i discepoli: “date loro da mangiare”. In questo modo prepara un segno: il segno di un banchetto. I discepoli hanno però solo cinque pani e due pesci.

Alcuni elementi indicati da Matteo aiutano a cogliere il significato di questo segno: l’episodio è collocato nel deserto. E nel deserto Israele aveva ricevuto il dono della manna come cibo per procedere nel cammino della liberazione. Matteo rinvia con qualche accenno a questo momento del cammino dell’esodo con evocazione della primavera nell’indicazione dell’erba verde che richiama il banchetto pasquale e con l’esplicitazione che furono sfamati “cinquemila uomini, senza contare le donne i bambini”(cfr Es 12,37).

C’è una sproporzione tra i cinque pani e due pesci e la moltitudine di chi potè mangiare. Questi pani e pesci furono portati a Gesù: ‘Portatemeli qui’ è una parola che dice l’autorevolezza di Gesù, presentato da Matteo come colui a cui i discepoli sono chiamati ad affidarsi. Saranno loro a dare da mangiare alla folla, ma sono invitati a portare a Gesù i pani e i pesci. Gesù pronuncia la benedizione: era quella la benedizione ebraica sul pane: ‘benedetto sei tu Signore, re del mondo che fai uscire il pane dalla terra’. E’ benedizione a Dio, parola di bene rivolta a Dio solo che fa uscire il pane dalla terra, riconoscimento di un dono e di una presenza.

Tutti mangiarono e furono sazi, e il pane fu così abbondante che avanzò. I doni di Dio sono senza misura e i numeri dei cinquemila uomini e delle dodici ceste racchiudono anche un riferimento a significati per la comunità di Matteo. Gesù prepara un banchetto per una folla stanca e bisognosa di attenzione e di cura. E’ il banchetto proprio del messia evocato nel gesto di Davide di benedire il popolo e di distribuire un pane per ciascuno (2Sam 6,19). Il re in Israele aveva come compito provvedere a far sì che il popolo avesse da mangiare. Gesù si pone come messia, sposo del popolo, che non lo abbandona e non lo lascia andare, non congeda, ma dice nel gesto dello spezzare e condividere il pane l’abbondanza di una vita che viene dalla benedizione di Dio che ha cura dell’umanità, e la possibilità di una vita nuova di relazioni fondate sulla condivisione del pane.

Matteo legge in modo simbolico una cura che guarda da un lato ad Israele (nella prima moltiplicazione avanzano dodici ceste rinvio alle dodici tribù) e dall’altro a tutti i popoli (nella seconda moltiplicazione che risulta una sorta di doppione della prima – Mt 15,32-39 – avanzano sette ceste rinvio al numero delle genti pagane, settanta). Suggerisce così al lettore che Gesù prepara un banchetto aperto che non eslcude, ma è invito ad una comunione che include il cammino di tutti i popoli della terra.

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Alcune riflessioni per noi oggi

“date loro voi stessi da mangiare” Matteo vede il gesto dello spezzare i pani da parte di Gesù come un segno che indica lo stile di tutta la sua vita. Dare da mangiare è profonda partecipazione alla sofferenza degli altri: ‘vide una grande folla e sentì compassione per loro’. Il deserto è luogo non solo geografico, ma simbolico. Esso richiama l’esodo e il cammino percorso da Israele. Gesù, presentato con il profilo di nuovo Mosè, si prende cura prova compassione: sente su di sé quel dolore che prende le viscere, condivide le attese e le sofferenze di quelli che sono con lui. Il gesto di spezzare il pane dice la sua cura per la vita, in tutti i suoi aspetti, nelle esigenze immediate e nelle seti più profonde. Questo stile di Gesù è chiamata a seguirlo, a partecipare alla sua compassione per le sofferenze di chi ha fame e sete.

Gesù incarica i suoi di farsi continuatori di questa consegna. Li coinvolge nell’esperienza dell’offrire un dono che viene da una benedizione e genera condivisione. Li educa così ad essere loro stessi a dare seguito al suo inizio. Possiamo chiederci quale sete e fame presente siano presenti nelle persone vicino a noi e in un mondo segnato dall’iniquità e dalla iniqua distribuzione delle ricchezze e dei beni.

“O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte”. Queste parole acquistano una particolare rilevanza oggi: il problema dell’acqua si sta facendo sempre più urgente. L’acqua, da bene per tutti diviene sempre più bene solo di qualcuno; le privatizzazioni delle risorse idriche costringono a dipendere dai grandi monopoli dell’acqua. Nei paesi in cui vi è abbondanza d’acqua utilizzabile per i grandi impianti idroelettrici le privatizzazioni e l’allontanamento di popolazioni che dipendono per la loro sopravvivenza da fonti e fiumi è processo che conduce al soffocamento di intere economie.

I beni che sono per la vita chiedono di essere distribuiti a tutti. Beni comuni come l’acqua l’aria, la terra, ma oltre ad essi la dignità umana non possono essere soggetti alle leggi del mercato, alla compravendita. Beni comuni esigono una custodia particolare perché non siano appropriati da qualcuno senza gli altri o contro gli altri. C’è un’esigenza di gratuità fondamentale nella vita. Un messaggio destabilizzante in una realtà dove tutto ha un prezzo ed anche la vita umana è ridotta in termini di denaro.

Nessuno dovrebbe patire la fame o la penuria di beni essenziali, la mancanza d’acqua e con l’acqua ciò che è necessario per vivere. E’ forte appello al poter partecipare ai beni del banchetto anche da parte dei poveri, da parte di chi non ha mezzi con cui pagare. Un appello alla condivisione. La comunione come orizzonte della vita è così essenzialmente un dono da accogliere, di fronte a cui stupirsi, ricevere e imparare a condividere.

Pane e vino sono i segni di un banchetto, luogo di comunicazione e di relazioni umane, segni che rinviano ad una relazione con Dio che convoca ad una mensa in cui per tutti e per ognuno c’è un posto. In questo testo c’è anche una critica rivolta al tentativo sempre presente di trovare una sistemazione, di ricercare un benessere vano e illusorio, ‘lo spendere i propri beni per ciò che non è pane’. Lo sperpero quando a qualcuno manca l’essenziale. La sovrabbondanza di beni, la ricerca di altre sicurezze o garanzie fa perdere di vista l’alleanza con Dio che si concretizza in stili di vita di solidarietà: far sì che vi sia acqua e pane e latte per tutti. Non un intervento miracoloso dall’esterno, ma il miracolo del fare spazio alla condivisione e all’attenzione all’altro.

Alessandro Cortesi op

 

Solennità dei ss. Pietro e Paolo

arton89At 12,1-11; Sal 33; 2Tim 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

Piero e Paolo sono accostati in un’unica memoria, in un festa che ricorda le due figure di apostoli, chiamati in modi diversi e inviati dal Signore, che hanno inteso la propria vita in un rapporto profondo vivente e radicale con Gesù.

Il quadro presentato dalla pagina di Matteo è situato all’interno di una parte del vangelo ben strutturata, dove compare la confessione sull’identità di Gesù come messia, il riferimento alla comunità che Gesù voleva alla cui base sta l’incontro con lui e il seguirlo. Pietro è presentato come discepolo, coinvolto nell’incontro con Gesù, capace per dono del Padre di leggere la sua identità di messia, ma appare anche come discepolo chiamato a cambiare la sua idea di messia e viene rimproverato aspramente a ‘rimanere dietro’ al maestro.

Questa sezione del vangelo di Matteo (16,13-17,27) è infatti segnata dai due annunzi della passione (16,21-23; 17,22-23) e dalle parole sulle condizioni per seguire Gesù (16,24-28). Pietro è anche protagonista dell’episodio del tributo che chiude la sezione (17,24-27). Al centro dell’intera sezione è narrato il momento della trasfigurazione (17,1-13): anche lì Pietro ha un ruolo particolare in rapporto a Gesù ed in compagnia degli altri due discepoli. Ma a questo momento di manifestazione fanno seguito, le parole sull’incapacità dei discepoli ad operare guarigioni, e a seguire Gesù (17,14-21), porle che possono essere lette in parallelo al rimprovero di Gesù a Pietro che lo riconosce come Figlio del Dio vivente,

L’intera sezione si può dire che ruoti attorno alla tematica di una ricerca dell’identità di Gesù che apre ad un rapporto profondo con lui, ed introduce in un cammino in cui intendere la propria identità nell’incontro di conoscenza vitale. E’ un cammino in cui il profilo di Pietro si distingue come quello del discepolo: se per un verso è presentato con funzione di primo e di guida, viene anche ricondotto alla dimensione fondamentale che regge tutta la sua vita, la fede in Gesù e il camminare dietro a lui. Pietro, colui che è detto ‘beato’ perché disponibile ad accogliere un dono di rivelazione del Padre, è anche rimproverato, è ricondotto a rivedere la sua pretesa di autosufficienza, è detto ‘satana’ e viene invitato a cambiare radicalmente il suo modo di pensare la via di Gesù e la sua stessa vita.

L’episodio della confessione messianica è situato dal punto di vista geografico nel luogo più lontano da Gerusalemme, dalle parti di Cesarea di Filippo nell’estremo nord della Palestina. Una collocazione che intende indicare anche la distanza rispetto alla mentalità sacerdotale del culto di Gerusalemme e alla costruzione di una istituzione, il tempio, che si pone come escludente. La domanda posta da Gesù sull’identità del figlio dell’uomo: “Gli uomini chi dicono che sia il figlio dell’uomo?” richiama la questione che era stata quella di Erode (Mt 14,12).

Si può cogliere in questa domanda già un accostamento alla figura di Gesù con quella del ‘figlio dell’uomo’, espressione che poteva indicare semplicemente ‘un uomo’, ma che era già usata nelle fonti di Matteo per indicare la vicenda di Gesù nella linea della sofferenza e dei tempi ultimi (Mt 8,20). ‘Figlio dell’uomo’ è espressione presente nel libro di Daniele (7,13-14) con rinvio al popolo d’Israele, ma anche indicazione di un personaggio che si è ritrovata in scritti del tempo contemporaneo a Gesù – Enoc e IV Esdra attestati nella biblioteca di Qumran – rinvio ad una figura singola e personale con un particolare funzione in rapporto agli ultimi tempi, al tempo decisivo.

Nelle risposte alla domanda di Gesù non compare solo l’idea già di Erode che Gesù fosse Giovanni Battista ritornato alla vita, ma compare anche un riferimento al nome di Geremia, il profeta che aveva dovuto subire ingiurie e persecuzione violenta. Proprio Geremia era stato individuato come nemico dalla classe dei sacerdoti e degli anziani per il suo coraggio di profeta. Già la presenza di questi nomi è indicazione di quali sono le vie per scoprire l’identità profonda di Gesù.

Sotteso a tali rinvii sta infatti l’invito a cogliere come Gesù può essere compreso solamente nel tornare alla lettura delle Scritture – così come nell’episodio della trasfigurazione verrà sottolineato nell’accostamento a lui di Mosè ed Elia – e la sua via è drammaticamente in continuità e in rapporto a quella dei profeti che sono stati rifiutati e sono stati vittime di violenza e condanna. Anche testi dell’annuncio della passione relativi alla via del figlio dell’uomo richiamano infatti i passaggi della vicenda stessa di Geremia.

La domanda di Gesù rivolta direttamente ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?” accentua la richiesta di una presa di posizione diretta, di un coinvolgimento non solo intellettuale, ma di riconoscimento della sua identità come motivo di cambiamento della vita e di accoglienza del rapporto con lui. “Pietro disse: Tu sei il messia, il figlio del Dio vivente”. Tale riconoscimento, che esprime la fede della prima comunità e l’affermazione che Gesù è messia (figlio di Dio) come presenza che apre ad incontrare il volto di Dio Padre, è accolto da Gesù come dono di rivelazione: “Beato sei tu, Simone bar Jonà, perché carne e sangue non te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Queste parole riprendono un testo del Primo Testamento, rinviano al racconto che viene ampliato e applicato ad un contesto nuovo: si tratta di un midrash in relazione a Is 28. Si legge infatti in Is 28,14-18 una dura critica ai capi dei giudei. In polemica con gli uomini arroganti signori del popolo di Gerusalemme che hanno fatto alleanza ‘con gli inferi’ e con la morte scegliendo gli imperi più forti pe combattere l’Assiria e hanno ridotto la città e il tempio ad una costruzione basata sull’ingiustizia, Dio annuncia il suo progetto che è una costruzione nuova: “Ecco io pongo una pietra in sion, un apietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella” (Is 28,16-17).

Nella pagina di Matteo Pietro, che ha colto l’identità del ‘figlio dell’uomo’ è lodato e a lui è affidato un compito che si pone come custodia di tale fede. Pietro è chiamato ad essere pietra solamente in virtù di un dono ricevuto, decentrato rispetto a se stesso. Questo lo mantiene totalmente dipendente da un dono e nella consapevolezza della sua incapacità e piccolezza. Pietro sperimenterà la sua vigliaccheria e il suo tradimento di Gesù, ma sperimenterà anche lo sciogliersi del cuore che avviene nell’accogliere lo sguardo di Gesù quel vangelo dell’accoglienza e del perdono che fu il suo sguardo per lui.

In questo passo sta anche un rinvio ad un altro brano di Matteo (Mt 11,25-30), dove compare l’espressione la preghiera di Gesù di gioia, di ringraziamento al Padre che ha rivelato la conoscenza del figlio non ai sapienti e agli intelligenti ma ai piccoli: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli… Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il figlio vorrà rivelarlo. Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il giogo sopra di voi … e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Queste parole di lode trovano un parallelismo in quelle rivolte a Pietro: “Beato te Simone… perché carne e sangue non te l’hanno rivelato”: il Padre che ha nascosto tali cose ai sapienti e ai dotti è sorgente di una rivelazione che può solo essere accolta nella fede.

Le parole sul nome di Pietro (kefa) che corrisponde a Pietra, non sono tanto un cambiamento del nome. Matteo già in precedenza aveva usato per lui questo nome. Piuttosto intendono essere una spiegazione ampliata a partire dal riferimento al testo di Is 28,14-18. E’ questo un testo in cui Isaia critica aspramente la scelta di una scelta di potere che pone Israele ad aver fiducia nelle alleanze con i poteri del tempo venendo meno alla fiducia in Dio. In Isaia la pietra angolare posta in Sion è la pietra d’angolo che apre alla ricostruzione del tempio e di Gerusalemme.

In Matteo questa pietra d’angolo è vista come la costruzione di una comunità in cui la vicenda di Pietro ha un ruolo fondamentale, perché la sua esistenza è testimonianza di un affidamento a Gesù come figlio dell’uomo. La sua fede innanzitutto, il suo scoprirsi non forte di un potere proprio ma di un dono che viene dal Padre; la sua debolezza, la chiamata a convertire continuamente il suo rapporto con Gesù sulla base della via scelta dal servo sofferente. E possiamo pensare a tutto il cammino di Pietro, dapprima sicuro di sé e certo di non abbandonare mai Gesù, poi debole e impaurito nei giorni della passione, fino a tradire il suo maestro: la sua esperienza fondamentale di incontro con il Risorto si collega alla consapevolezza di essere guardato con un sguardo di perdono e di amicizia.

L’affidamento delle chiavi per aprire o chiudere ‘le porte del regno’ sono espressione simbolica di una responsabilità affidata: le chiavi sono date a Pietro nel suo percorso paradigmatico di fede e sono anche consegna a tutta la comunità (cfr. Mt 18,18) con riferimento a quello sciogliere che è la possibilità di aprire il regno anche ai pagani. E’ ciò che viene raccontato da Atti dei apostoli nella scoperta, non senza resistenze e stupore, da parte di Pietro stesso guidato e spinto dallo Spirito, che Dio non fa preferenze di persone (At 10) e nella sua opera al concilio di Gerusalemme (At 15): la presenza di Pietro è cosi strettamente connessa ad un cammino di comunità che accoglie il dono di aprire le porte del vangelo.

Per questo sono tolte agli scribi farisei le chiavi perché il modo di intendere l’autorità consisteva nella gestione di un potere e di esclusione e non nella logica di scoprire la fecondità e la apertura del vangelo.

Questa pagina è stata spesso letta come passo di riferimento e giustificazione di una istituzione chiesa strutturata in modo gerarchico con un capo che possiede le chiavi per escludere o per accogliere, con potere di scomunica o di perdono. La lettura in parallelo del passo di Mt 18,18 apre a comprendere che il potere di legare e sciogliere è affidato alla comunità nella direzione di un mandato per continuare la cura del Padre che non vuole che nessuno si perda dei suoi piccoli: l’autentico potere affidato alla comunità è quello di offrire testimonianza di riconciliazione, e in tale senso di sciogliere tutto quello che può essere di ostacolo all’accoglienza del vangelo per tutti. E anche davanti all’ostinazione del peccatore la chiamata è quella della preghiera comune.

La vicenda di Pietro nello stesso vangelo di Matteo è ben lontana dall’essere la vicenda di un capo che esclude e che gestisce un potere strutturato in gerarchia. La sua missione si collega alla fede e rimane tutta dipendente dal rapporto con Gesù, da quel riconoscerlo figlio dell’uomo, sulla via del dono e della consegna al Padre e agli altri. Pietro si scopre fragile e in questa fragilità ha il ruolo di aprire le porte a sciogliere barriere e legami che escludono. La pagina apre così il riferimento a quel passaggio dell’apertura del vangelo ai pagani che costituisce il motivo di tensione con un’impostazione religiosa che si pone come escludente perché troppo legata all’istituzione, al tempio stabilito e non a quel tempio che è la comunità vivente che pone la sua unica stabilità nel rapporto vivente e esistenziale con Gesù, lasciandosi decentrare e mettere in crisi da lui che vive il cammino del messia che dona la sua vita.

La domanda di Gesù ai discepoli: ‘Ma voi chi dite che io sia?’ riporta in primo piano la grande domanda al cuore del cammino personale e di comunità. Oggi siamo chiamati a riproporre le domande essenziali e attorno a questa domanda ricercare la risposta che sappia dire un coinvolgimento di vita e non solo un sapere intellettuale o distaccato.

Il dialogo tra Gesù e Pietro apre la questione di come Gesù intendeva la sua comunità: non un’istituzione di potere e una costruzione fatta di complesse architetture giuridiche ma il sogno di comunità aperta, in cammino, al seguito del suo unico Signore, chiesa di chiese che sanno coltivare i rapporti da fratelli e sorelle nell’ospitalità e non nell’esclusione. Comunità di discepole e discepole che accolgono il dono che il Padre offre ai piccoli, che coltivano il senso della preghiera, nel seguire Gesù sulla via facendo memoria dello stile concreto della sua vita, delle sue parole e del suo agire.

Ci possiamo chiedere in quali modi costruire una realtà di chiesa non preoccupata di stabilire confini, appartenenze o orgogli di identità, ma tutta presa dalla ricerca della domanda ‘Ma voi chi dite che io sia?’.

Possiamo anche chiederci come vivere esperienze di comunità che offrano il senso della testimonianza fragile della fede come dono ricevuto e da invocare e l’ospitalità come apertura all’altro, oggi, nel tempo delle rivendicazioni identitarie, dei ripiegamenti e delle esclusioni.

Possiamo anche chiederci quali sono oggi i luoghi in cui operare quel passaggio a sciogliere la posibilità di una accoglienza del vangelo come bella notizia di liberazione e di vita: il prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia affronterà  questioni che toccano profondamente la vita delle persone. Nela premessa del documento preparatorio ‘Strumento di lavoro’ presentato ieri, si offre una chiave di orientamento: la chiesa anche oggi è chiamata a scoprire come vivere la responsabilità della misericordia  ricevuta e di aprire percorsi di impegno nel seguire Gesù:

“Il Sommo Pontefice, nei suoi incontri con le famiglie, incoraggia sempre a guardare con speranza al proprio futuro, raccomandando quegli stili di vita attraverso i quali si custodisce e si fa crescere l’amore in famiglia: chiedere permesso, ringraziare e chiedere perdono, non lasciando mai tramontare il sole sopra un litigio o un’incomprensione, senza avere l’umiltà di chiedersi scusa. Sin dall’inizio del Suo pontificato, Papa Francceso ha ribadito: «Dio mai si stanca di perdonarci, mai! […] noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono» (Angelus del 17 marzo 2013). Tale accento sulla misericordia ha suscitato un rilevante impatto anche sulle questioni riguardanti il matrimonio e la famiglia, in quanto, lungi da ogni moralismo, conferma e dischiude orizzonti nella vita cristiana, qualsiasi limite si sia sperimentato e qualsiasi peccato si sia commesso. La misericordia di Dio apre alla continua conversione e alla continua rinascita”.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2014

DSCF3432Is 42,1-6; Sal 29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

Questa domenica del battesimo di Gesù è collocata a conclusione del tempo del Natale. A conclusione di un percorso di epifanie. C’è uno svelamento, una epifania, manifestazione, da cogliere nei vangeli delle origini; e c’è uno svelamento molteplice da inseguire in tutto il percorso di Gesù, indicato dai racconti del vangelo sin da questo momento decisivo del battesimo.

Dopo che Gesù si era recato presso Giovanni Battista e dopo aver vissuto per un certo periodo come suo discepolo, il battesimo è un momento chiave della vicenda di Gesù. Così importante che tutti i quattro vangeli canonici ne parlano, benchè costituisca motivo di difficoltà. E pur tra difficoltà ne riportano la testimonianza e ne presentano una lettura per cogliere lo svelamento che in questo passaggio si attua.

Marco è l’unico che narra l’atto del battesimo: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano” (Mc 1,9). Matteo, che forse avverte maggiormente le difficoltà di questo gesto, non racconta il momento del battesimo. Accenna invece ad un dialogo tra il Battista e Gesù: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?. Ma Gesù gli rispose lascia fare per ora perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Gesù compie innanzitutto il gesto di rendersi vicino e farsi compagno con tutti coloro che, attratti dal Battista avvertivano l’esigenza di un ritorno a Dio, di apertura ad un futuro diverso, di un cambiamento della vita e di una conversione. Il suo è un gesto radicale di condivisione e di solidarietà.

Le parole del dialogo tra Gesù e il Battista sono una chiave per interpretare il senso di questa scelta: ‘conviene adempiere ogni giustizia’. La giustizia è l’orizzonte del suo agire. Si tratta della giustizia in senso biblico, a cui Matteo è particolarmente attento. Anche l’intero discorso della montagna infatti verrà posto nella luce della grande affermazione: “Se la vostra giustizia non supera quella di scribi e farisei non entrerete nel regno dei cieli…” (Mt 5,20). La giustizia a cui Gesù rinvia non è certamente una visione di una separazione secondo la logica dell’esclusione, della punizione e della vendetta che spesso regola il modo umano di fare giustizia. Non è neppure una concezione di giustizia secondo la riflessione filosofica greca codificata nella regola del ‘dare a ciascuno il suo’ in senso commutativo o distributivo.

Adempiere la giustizia per Gesù significa porsi in ascolto della giustizia di Dio. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse di bene e di salvezza e non viene meno. Dio è giusto perché vuole salvare le vittime e i poveri così come è sceso a liberare Israele vittima del potere egiziano. Così la giustizia che Gesù indica si esprime nel suo condividere pienamente il percorso di chi è considerato fuori della salvezza, incapace di accedere a Dio. Si attua così un primo svelamento in questo suo immergersi: è uno svelamento che riguarda il volto di Dio. Il volto di Dio è giustizia ossia fedeltà al suo disegno di salvezza rivolto a tutti, aperto agli esclusi.

Gesù si fa compagnia di coloro che vanno dal Battista perché scorge come quella parola e la testimonianza del profeta del deserto -lontano dal tempio – apre a tutti e non solo ad alcune categorie, coloro che si ritenevano puri o giusti, la possibilità di preparare un’accoglienza di Dio, nel cambiamento della vita. Non in gesti esteriori di appartenenza ad un sistema religioso istituzionale che aveva il suo centro nel tempio, ma nel cambiamento del cuore, in un orientamento della vita, che porta frutti nell’agire e nell’esistenza.

Matteo osserva cha allora Il Battista ‘lo lasciò’: è lo stesso movimento che Matteo indica nell’episodio delle tentazioni indicando in esso l’allontanarsi, il lasciare, del ‘tentatore’, dopo aver tentato Gesù (Mt 4,11). Si tratta allora anche qui di un dialogo che presenta due modi di intendere il messianismo. Per il Battista il messia doveve avere il carattere della potenza e della forza. La sua idea si collegava alla concezione di un Dio minaccioso che viene a giudicare, la cui scure è posta già alle radici (Mt 3,10). Ma questa attesa trova una contestazione nello stile di Gesù. Gesù adempie la giustizia nel presentare il volto di chi si fa accanto, di chi offre compagnia e non minaccia, di chi semina segni di vita, di guarigione e di restituzione alla libertà. E questo mette in crisi lo stesso Giovanni e troverà espressione nell’invio dei discepoli e nella domanda rivolta a Gesù: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr. Mt 11,3-6).

Ma c’è anche un altro svelamneto che questo gesto di Gesù apre. Questa volta è apertura dei cieli: “Quando uscì dall’acqua i cieli si aprirono”. Il salire dalle acque è già indicazione del movimento della risurrezione. E’ un rialzarsi infatti il risorgere, il risalire dalla tomba. E’ condizione di nuova vita in cui Gesù entra nella risurrezione. Una nuova comunicazione si apre tra Dio e l’umanità. Matteo a questo punto esplicita un’esperienza propria di Gesù in cui fa entrare il lettore del vangelo come uno spettatore che viene a conoscere un’esperienza personale e interiore: “Egli vide lo spirito di Dio scendere su di lui come una colomba”. Si tratta di simboli che indicano come l’evento del battesimo sia letto come momento di svelamento, di apertura.

Lo Spirito invade la persona di Gesù. Come lo spirito simboleggiato dal volo della colomba che aleggiava sulla acque delle acque al momento della creazione (Gen 1,2) così ora lo Spirito sta sopra Gesù. Con tale evocazione simbolica e narratva Matteo suggerisce che una nuova genesi (cfr. Mt 1,1), una nuova creazione sta prendendo origine. E’ un nuovo inizio che riprende e si collega alla vicenda della storia di Israele e di tutta la storia della creazione. La colomba diviene simbolo di un discendere, una unzione che richiama il momento in cui i profeti avvertivano la chiamata e l’invio ad essere portatori della parola del Signore in una forza che li invadeva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha unto per portare ai poveri il lieto messaggio” (Is 61,1). E’ uno svelamento dello Spirito nella vita di Gesù che su di lui rimane ed è svelamento di una chiamata e di un invio che provengono dal Padre e che spingono Gesù ad iniziare la sua missione nella forza dello Spirito: lo Spirito come soffio della creazione, lo Spirito che aveva animato la testimonianza dei profeti, lo Spirito che partecipa la vita stessa di Dio.

Proprio in questo momento Matteo evoca la voce del Padre che, rivolto a Gesù, lo chiama con il nome unico ‘il Figlio, l’amato’: “Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento’”.
 E’ una voce che proviene dall’alto. Matteo legge il battesimo di Gesù come evento in cui si svela il volto di Dio comunione, un Padre che ama il Figlio della sua gioia. Ed è presente lo Spirito nel simbolo della colomba che viene dall’alto e si ferma. Gesù è indicato come ‘il Figlio’. Sotto queste parole sta uno svelamento del modo in cui Gesù attua la sua missione di messia.

In lui sono pronunciate le parole con cui si delineava il profilo del ‘servo di Jahwè’: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui” (Is 42,1-6). Tutto il percorso di Gesù viene così situato nell’orizzonte del ‘servo’. Forse egli stesso aveva lasciato ai suoi il ricordo del modo in cui aveva inteso la sua vita richiamandosi al servo di Jahwè: ‘Io sto in mezzo a voi come colui che serve’ – una parola che Luca porrà nel contesto dell’ultima cena (Lc 22,16.18) e che Marco riprende nell’indicazione di uno stile che si contrappone alla logica di chi cerca i primi posti e l’affermazione a modo del potere del mondo: tra voi non è così… “il Figlio dell’uomo non è venuto per esssere srvito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini” (Mc 10,45).

Ma l’indicazione: ‘mio figlio, l’eletto” è anche la parola, il nome del padre Abramo rivolto ad Isacco, il figlio della promessa, il figlio amato (Gen 22,2): Gesù vive come Isacco il movimento dell’essere restituito totalmente. La sua vita si pone nel movimento del restituire, del ridonare, del riamare. Tutta la sua vita sta in una relazione in cui vive la sua esistenza come dono ricevuto e da ridonare, a Dio e agli altri, in una risposta di affidamento e solidarietà: tutto il percorso di Gesù si pone così nella linea di una fedeltà al Padre vissuta come relazione che costituisce la dimensione più profonda sua vita – in questo senso è Figlio – e nella solidareità con coloro che cercano la salvezza. Ancora, ‘mio figlio’ è termine utilizzato nel salmo 2 che parla del messia: “Sei tu il mio figlio, oggi ti ho generato”. Il figlio è allora il messia e Gesù è indicato come messia. Ma un messia particolare, un anti-messia. La sua missione è nella linea del servo che dà la vita in favore degli altri, che intende la sua esistenza nella logica della solidarietà.

Indico due linee di attualizzazione delle letture per noi:

Il profilo del servo è di colui che non grida, non s’impone, che non spezza una canna incrinata, e non spegne uno stoppino fumigante. E’ il profilo del mite, di colui che passa facendo del bene, in modo disinteressato, senza coltivare progetti di grandezza per sé, ma attento a non calpestare le realtà fragili, tutto ciò che può essere interrotto e schiacciato. E’ profilo di chi segue la via della tenerezza e non dell’esigenza, di chi attua compassione e guarda con comprensione ogni cosa che dice attesa, apertura. Viviamo tempi in cui si manifestano profonde fragilità e i deboli sono i primi a subire le conseguenze di un sistema economico che privilegia i più forti e fa arricchire i più ricchi. Di fronte alla logica della selezione del più forte che spesso regna in ambienti di lavoro e nel contesto sociale, di fronte alla logica della ragione data a chi urla più forte dovremmo forse interrogarci sullo stile del nonviolento e sulla resistenza mite da attuare per contrastare il predominio, la corruzione e lo strapotere.

Pietro nella casa di Cornelio scopre che proprio entrando nella casa del pagano e lasciandosi interrogare dall’altro, si apre ad una nuova comprensione di se stesso (‘alzati anch’io sono un uomo’ At 10,26) e ad una più profonda comprensione di Gesù stesso, di Dio, dello Spirito. Parla di Gesù nei termini essenziali di ‘colui che è passato facendo del bene e guarendo’. Scopre il volto di Dio in modo inedito come colui che ‘non fa preferenze di persone’, che accoglie oltre ogni confine di religione e cultura. Scopre soprattutto che è lo Spirito a spingerlo, a guidarlo e a precederlo sempre in modi imprevedibili in un cammino in cui l’unica cosa che gli è chiesta è uscire, lasciarsi guidare a riconoscere l’agire dello Spirito oltre ogni suo programma. La sfida dell’incontro con l’altro, la grande esperienza del poter entrare nella casa dell’altro, del vicino straniero e dell’altro di religione, cultura e provenienza diversa, è oggi una delle frontiere in cui scoprire in modo nuovo il vangelo e, insieme, le chiamate dello Spirito che è sempre oltre i limiti angusti entro cui vorremmo rinchiuderlo.

Alessandro Cortesi op

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