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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Al termine di un capitolo in cui Marco ha raccolto parole di Gesù sullo stile della comunità che lui voleva presenta un suo gesto: è la guarigione di un cieco, lungo la strada, nell’uscire da Gerico.

La ‘via’ che Gesù sta percorrendo è la via di un messia che incontra opposizione e ostilità e si sta dirigendo verso un momento di conflitto e sofferenza come indicano gli annunci della passione che in questa parte Marco inserisce (mc 8,31-33; 9,30-32; 10,3234). Sulla strada Gesù istruisce i suoi chiedendo loro di camminare dietro a lui sulle sue tracce: è via verso Gerusalemme, è via in cui scoprire il volto di un ‘messia diverso’ che si pone in contrasto ai disegni umani di potere.

Proprio in questo snodo del suo racconto Marco situa la narrazione della guarigione di un cieco. Al capitolo 11 presenterà l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, come anti-messia, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme l’incontro con il cieco diviene indicazione preziosa: c’è infatti bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di colui che ha realizzato pienamente la sua vita nella via del dono, dell’abbandono, del servizio e in questo modo dona la salvezza.

Il cieco di Gerico è per Marco immagine del discepolo. Sta lungo la strada a mendicare e il suo grido è una invocazione ed una indicazione dell’identità di Gesù: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Gesù è figlio di Davide, re ma secondo una modalità nuova e diversa dalle aspettative dei suoi contemporanei: è re in fedeltà al Padre perché ha inteso la sua vita come cura e vicinanza ai poveri e agli esclusi. ‘Figlio di Davide’ è un titolo che racchiude anche una valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, esige rapporti nuovi di fraternità e accoglienza. Dio infatti guarda all’umile e al povero e non vuole discriminazione ed oppressione. Il ‘regno’ è nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Il cieco di Gerico riesce a vedere che il ‘regno’ si è avvicinato a lui nella persona di Gesù. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che passa, a lui grida e lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, per mettersi a seguirlo.

Il cieco diventa un discepolo inatteso e in contrasto con l’incomprensione dei dodici. Non è alla ricerca dei primi posti ma invoca di poter vedere. Gesù non rimane indifferente al suo grido, si accosta a lui e gli chiede ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’  Alla sua richiesta risponde ‘Và, la tua fede ti ha salvato’. Egli solo lascia spazio a quell’apertura e affidamento già presente nel suo cuore. E riconosce che lì è già in atto la salvezza. ‘E subito vide di nuovo’ Il cieco ritrova la capacità di vedere ‘e lo seguiva lungo la strada’.

Il discepolo – suggerisce Marco – è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada verso Gerusalemme, affidandosi a lui. Egli vive un vedere nuovo che scorge in Gesù che va verso la croce il volto dell’autentico messia che rende vicino il Dio della cura e della solidarietà. E’ sguardo che proviene da un dono di luce presente e nascosto nel cuore: lo slancio della fede. Gesù riconosce questo nel dire ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’: il cieco si apre ad un vedere in modo nuovo e da qui inizia a seguire Gesù: è lui esempio del discepolo che segue Gesù sulla strada.

Alessandro Cortesi op

Soccorrere non è reato

Dopo due anni di indagini la procura di Agrigento ha concluso il procedimento con la richiesta di archiviazione per l’equipaggio della Mare Jonio, il rimorchiatore dell’italiana “Mediterranea” che il 10 maggio 2019 aveva condotto nel territorio italiano 30 cittadini extracomunitari. L’accusa da cui è partita l’inchiesta era pesante perché vedeva «atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio italiano». Durante gli interrogatori gli indagati – il capomissione Giuseppe Caccia e il comandante Massimiliano Napolitano – hanno espresso la loro decisione di non voler riconsegnare i profughi alla Libia, che peraltro non rispondeva alle comunicazioni. Le ragioni di questo stavano non solo nell’atteggiamento ostile delle Autorità libiche ma anche perché nel rapporto dell’UNHCR dell’ottobre  2019 si documentavano torture, abusi, stupri, violenze sessuali e traffico di esseri umani anche per opera di funzionari dello Stato libico. Per questo la Libia non può essere ritenuta “luogo sicuro” e i suoi porti non possono essere ritenuti ‘Place of safety’ (POS). La decisione stabilisce quindi che l’intervento umanitario, in mancanza di prove di contatti tra Ong e trafficanti, non è mai sanzionabile.

Così osserva Nello Scavo indicando l’importanza di tale archiviazione: “Per salvare vite umane nel Mediterraneo non serve una ‘patente’ da concedere alle navi di soccorso. E le Ong che effettuano operazioni umanitarie non devono coordinarsi con i guardacoste libici, né condurre i naufraghi in Tunisia e tantomeno a Malta, che non ha sottoscritto gli accordi internazionali per il salvataggio”  (N.Scavo, Chiesta archiviazione per Mare Jonio: soccorrere non è mai reato, Avvenire 19 ottobre 2021) .

Dopo la richiesta di proscioglimento per Mare Jonio giunge anche la definitiva archiviazione per la ONG tedesca Sea Watch. Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella e il pubblico ministero Cecilia Baravelli, riguardo a Sea Watch così hanno concluso:  «i soccorritori agiscono, infatti, perché costretti dalla necessità di salvare le persone che si trovano a bordo delle precarie imbarcazioni con le quali effettuano le traversate nel Mar Mediterraneo». Al comandante Arturo Centore e al suo equipaggio indagati è stato riconosciuto di aver adempiuto «ai doveri previsti dalle fonti nazionali e sovranazionali, che impongono agli Stati e ai comandanti delle imbarcazioni tutte, pubbliche e private, il salvataggio delle vite umane in mare». Osserva il giornalista di ‘Avvenire’ Nello Scavo: “E’ come se di colpo la dottrina Minniti, confermata e aggravata poi da Matteo Salvini e infine mai del tutto riformata dai governi successivi, si infrangesse di colpo”  (Archiviazione anche per Sea Watch. Così si sfalda la dottrina anti Ong, “Avvenire” 21 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione ha inoltre bocciato la mancata concessione di protezione internazionale ad un migrante senegalese passato attraverso i campi di detenzione libici. Si osserva che i giudici hanno tenuto conto non solo della minore età, ma anche delle violenze subite nei campi di detenzione in Libia. E’ una sentenza importante perché determina che i migranti che hanno attraversato le prigioni libiche richiedono tutela.

Tutto ciò avviene mentre emerge la notizia che nell’ultimo mese a Torino nel Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) dove vengono rinchiusi stranieri trovati senza permesso di soggiorno e che devono essere riportati nei loro Paesi d’origine almeno 26 persone, hanno tentato di togliersi la vita. I CPR assimilabili a gabbie sono dieci in tutta Italia “in particolare il Cpr di Corso Brunelleschi, a Torino, e quello di Ponte Galeria, a Roma, rappresentano la realizzazione di un incubo esistenziale e architettonico, che può definirsi attraverso la categoria di “gabbietà”. Un vertiginoso labirinto, un ossessivo rincorrersi di sbarre e cemento, «una matrioska di disperazione» (Elena Stancanelli)” (L.Manconi, Le gabbie della nostra vergogna, “La Stampa” 21 ottobre 2021). In questi centri di reclusione vedono rinchiusi non persone che hanno compiuto reati ma che sono unicamente privi di documenti validi. Il 22 maggio scorso Mamadou Moussa Balde, di 23 anni, originario della Guinea, si è tolto la vita nel CPR di corso Brunelleschi a Torino mentre era in ‘isolamento sanitario’. Così ancora commenta Manconi: “considerato che, nel complesso, le condizioni degli altri nove Cpr sono altrettanto oltraggiose per la dignità della persona, la scelta più saggia dovrebbe essere quella di chiudere, una volta per sempre, queste strutture patogene e criminogene” (ibid.).

L’affermazione che soccorrere non è reato e il dovere di tutelare chi è passato attraverso situazioni di violazione di diritti umani costituisce un importante passo in questo momento.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Due discepoli, Giacomo e Giovanni, che seguivano Gesù lungo la strada lo interrogano: “concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

Questa domanda racchiude un’attesa e un modo di intendere la via di Gesù come conquista di un potere da cui può derivare l’acquisizione di un ruolo e un posto di privilegio per i più vicini. Con la sua durezza Marco nel vangelo raffigura i discepoli come coloro che non capiscono e nemmeno seguono Gesù. Gesù risponde con un linguaggio simbolico e parla di calice e di battesimo: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo che io ricevo?”. Nella Bibbia il calice è associato alla situazione che gli empi devono subire. Il Salmo 75,9 parla di un calice colmo di vino che gli empi dovranno bere. E’ simbolo dell’ira di Dio per coloro che operano il male. Gesù con questo rimando intende parlare di se stesso: nella sua vita prende la condizione di chi è più lontano di chi è ‘maledetto’. Il suo cammino è in solidarietà con i peccatori, lontani da Dio. L’immagine del battesimo – che significa immersione – rinvia poi ad una situazione di morte. Nei salmi chi è immerso nelle acque vive nel dramma di essere perduto: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge” (Sal 69,3).

Gesù indica in tal modo la sua strada: non si tratta di un percorso di ascesa, di conquista di potere, di gloria e potenza, ma di umiliazione e morte. Sullo sfondo è l’annuncio della croce stessa.

Dice anche loro che il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da progetti umani. I due discepoli sono particolarmente sicuri e rispondono ‘noi possiamo fare questo’, ma Gesù indica ad un orizzonte nuovo. Propone loro una via diversa, contro corrente rispetto alle mire umane di affermazione e supremazia:  “sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

In queste parole si può ritrovare una descrizione della via di Gesù, quale strada del servizio e del dono di sè per tutti. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La sua via è accostabile a quella del servo, una figura che il secondo-Isaia vissuto nel tempo della fine dell’esilio aveva delineato nei suoi scritti. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”. Tuttavia il servo sofferente è come una pianta nel deserto e come una radice in terra arida. La sua vita arreca linfa nuova e porta fecondità. Benché egli sia sottoposto al disprezzo e alla condanna, proprio nel suo offrirsi per gli altri va compiendosi la salvezza di Dio. Il suo soffrire è dono della sua vita in rapporto a tutto il popolo e diviene esperienza di salvezza per tutti. “Il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà la loro iniquità”. Marco nel suo vangelo presenta Gesù come colui che è venuto per servire e non per essere servito e legge nel suo progetto di vita il compimento delle caratteristiche del ‘servo di Jahwè’.

Marco raccoglie così un altro fondamentale insegnamenti di Gesù ai suoi lungo la via: si tratta di fare proprio il suo destino. La sua proposta è un modo alternativo di vivere i rapporti. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita a vivere nella gratuità del servizio. La via che Gesù ha seguito apre liberazione dalla schiavitù e dalla morte per tutti. Su questa via chiama i suoi a seguirlo.

Alessandro Cortesi op

Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra

Una lettera è stata inviata a firma dei ministri degli esteri di dodici paesi europei alla Presidente della commissione europea Ursula von der Leyen il 7 ottobre scorso. I sottoscrittori comprendono non solo i quattro Paesi componenti il cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria) nei quali da tempo si stanno attuando misure che vanno contro principi dello stato di diritto a fondamento dell’Unione Europea, ma anche da altri Paesi quali Danimarca, Austria, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Cipro. La lettera esprime una chiara posizione di preoccupazione unicamente per la difesa della sicurezza e di lettura delle migrazioni quale fenomeno di minaccia e di attacco. Chiede altresì  scelte legislative per contrastare ciò che  viene indicato come tentativo di sfruttamento della migrazione illegale da parte di Paesi terzi ed altre “minacce ibride” (così nel testo) ai Paesi della Unione europea.

La situazione dello sfruttamento della migrazione da parte di Paesi terzi può essere riferita a quanto sta accadendo al confine tra la Bielorussia e la Polonia dove i migranti sono diventati uno strumento utilizzato dal dittatore Lukaschenko per fare pressione sulla Polonia e sull’Europa a causa delle sanzioni decise a seguito della brutale repressione degli oppositori dopo l’elezione presdienziale rubata nel 2020. Vengono così spinti al confine dalle milizie bielorusse ma si trovano di fronte uno spiegamento massiccio dell’esercito della Polonia che li respinge in modo tale che si ritrovano così intrappolati e in condizioni di abbandono fino a dover affrontare la morte.

Nella lettera si chiedono modifiche al Codice frontiere Schengen e al Regolamento UE 2016/399 per indicare chiare azioni in caso di un “attacco su larga scala di migranti irregolari” promosso da un paese terzo e si giunge a proporre l’innalzamento di barriere fisiche di protezione delle frontiere esterne dell’Unione in modo permanente. Il tono della lettera ed il linguaggio utilizzato affrontano la situazione dei migranti secondo una logica militare, senza alcune considerazione etica e giuridica della condizione umana di coloro che si trovano nella condizione di profughi e cercano rifugio. Ma in particolare in nessun modo viene compresa la possibilità di garantire il diritto di richiedere protezione a asilo – diritto fondamentale riconosciuto nell’Unione – e il principio del non respingimento dei migranti previsto dalla Convenzione internazionale di Ginevra. Addirittura si lascerebbe spazio libero ai respingimenti collettivi che non solo diverrebbero possibili ma costituirebbero secondo le richieste di questi dodici Paesi, l’attitudine ordinaria e normale. La eliminazione del diritto di asilo e la pratica del respingimento aprirebbero alla ordinaria attuazione dell’uso della violenza sui migranti che si affacciano alle frontiere cercando di entrare.

Così osserva Gianfranco Schiavone: “ciò che è stato messo nero su bianco è … un tentativo di sovvertire principi fondamentali dell’ordinamento democratico dell’Unione, talmente inaudito che ritengo verrà esaminato dagli storici che studieranno la nostra epoca come uno dei più significativi manifesti ideologici del neo autoritarismo del XXI secolo” (G.Schiavone, I gendarmi d’Europa vogliono cancellare il diritto d’asilo, “Il riformista” 12 ottobre 2021).

Tutto questo avviene mentre proprio l’Unione Europea ha attuato da tempo accordi con paesi terzi  – ad esempio con la Turchia o nell’accordo tra Italia e Libia con il finanziamento della cosiddetta guardia costiera formata da milizie criminali che attua respingimenti – per far sì che i migranti rimangano bloccati e non giungano alle frontiere.

Alcune testate come “Avvenire” e “The Guardian” insieme al progetto Lighthouse Report (progetto di giornalismo collaborativo sorto in Olanda) attestano che è in atto una violenta campagna condotta da uomini a volto coperto per respingere i richiedenti asilo alle frontiere dell’Unione europea. Non si tratta di vigilanti mascherati ma di forze di polizia che fanno riferimento ai governi dei Paesi UE. Sono operazioni negate in pubblico ma finanziate e attuate con i soldi della UE.

L’inchiesta pubblicata il 6 ottobre 2021 da un team di giornalisti di ARD, Lighthouse Report, Novosti, RTL Croatia, Spiegel, SRF  documenta 11 operazioni di respingimento avvenute tra il maggio e il settembre 2021 con video sulla inaudita violenza attuata con trattamenti disumani degradanti verso le persone migranti (cfr. L.Rondi, Respingimenti sulla rotta balcanica: l’inchiesta che smaschera la polizia croata e l’Ue, “Altreconomia” 8 ottobre 2021). Su Avvenire del 7 ottobre us sono state pubblicate le impressionanti immagini di tali respingimenti attuati sistematicamente e con violenza al confine tra Croazia e Bosnia. “I governi dell’Ue – scrive Lighthouse – negano l’esistenza di una violenta campagna condotta da uomini a volto coperto per respingere i richiedenti asilo alle frontiere dell’Unione’. Ma l’esito dell’inchiesta giornalistica ‘smaschera questi gruppi, rivela chi li comanda e li finanzia. Il nostro report – aggiungono i giornalisti – mostra che queste ‘forze clandestine’ non sono vigilanti mascherati, ma unità di polizia che riferiscono ai governi dell’Ue. Le operazioni sono negate in pubblico ma finanziate ed equipaggiate dai bilanci dell’Unione Europea” (N.Scavo, Le prove dell’operazione segreta per respingere i profughi dall’UE, “Avvenire” 7 ottobre 2021). Le azioni di analoghi eserciti-ombra sono state individuate anche in Romania e in Grecia. Così al confine tra Bielorussia e Lituania è attestato che molti profughi sono morti per abbandono e mancanza di soccorso nelle foreste sul confine (cfr. il reportage dal confine tra Lituania e Bielosussia di N.Scavo, Famiglie di profughi isolate nei boschi. ‘Non abbiamo più cibo, moriremo, “Avvenire” 13 ottobre 2021).

La rete Border violence monitoring network (BVMN) ha documentato i respingimenti a catena che si verificano da Austria e Slovenia. Ma anche l’Italia è coinvolta in questo disegno di progressiva militarizzazione dei confini, con un accordo di cui non sono stati resi i contenuti con la polizia slovena per pattugliamenti misti sulla frontiera in cui le persone intercettate, senza avere possibilità di incontrare un avvocato o di presentare richiesta di asilo, sono deportate con respingimenti a catena, in Croazia e successivamente in Bosnia.

Appare come tali azioni di respingimenti violenti, condotte in modo illegale e in palese violazione dei regolamenti della UE e del Codice Frontiere, costituiscano una sorta di esperimento per quello che potrebbe essere una decisione politica di chiusura delle frontiere ai migranti e rifugiati che viene esplicitamente richiesta dalla lettera dei dodici Paesi su menzionata.

Sono orientamenti che fanno scorgere un ritorno drammatico dell’Europa alle pagine più buie della storia vissute nel secolo scorso. E’ un processo già in atto da tempo e attuato nelle politiche di rifiuto o impedimento al prestare soccorso in mare lasciando spazio ai respingimenti attuati dalle milizie libiche, e negli accordi per rinchiudere i migranti nei campi che costituiscono una forma di carcerazione e tolgono ogni speranza a chi cerca un futuro di dignità e protezione.

Ogni passaggio di questa discesa nella barbarie che non riconosce più nei profughi degli esseri umani, dovrebbe suscitare indignazione e reazione dettate dal riconoscimento di diritti umani fondamentali posti a fondamento della stessa esistenza della UE e dal senso di umanità e della cura che sole possono aprire un futuro e possibilità di convivenza per tutti.

Alessandro Cortesi op

I domenica tempo ordinario – Battesimo di Gesù – anno B – 2021

Antifonario C di Scriptorium padovano XIV -XV sec.

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

Il vangelo di Marco inizia con la presentazione del Battista e subito dopo narra il battesimo di Gesù. La voce dal cielo ‘Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’ è spiegazione dell’evento e proclamazione di fede dell’identità di Gesù stesso. Il gesto di immergersi nelle acque, proposto da Giovanni, era un segno che indicava penitenza e attesa di un imminente venuta di Dio come giudizio. Esprimeva impegno a cambiare vita confessando il proprio peccato. Indicava un rinnovamento radicale in attesa del giorno del Signore.

Giovanni Battista stesso è presentato con le caratteristiche di un predicatore profetico che chiama tutti a conversione. Il luogo dove Giovanni battezzava, il deserto, faceva tornare all’esperienza dell’esodo, fondante per la fede d’Israele. Si trattava ora di camminare in un nuovo esodo riscoprendo l’affidamento al Dio vicino. La predicazione di Giovanni si accentrava sull’indicazione di qualcuno ‘più forte di me… Io vi ho battezzati con acqua ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo’.’Il ‘forte’, nella tradizione profetica, è il liberatore dalla schiavitù ed è messia (Is 49,24-25). Gesù, nella prima catechesi cristiana, viene presentato come ‘il più forte’ che scaccia il male, personificato in Satana il divisore, e opera gesti di liberazione.

Marco presenta Gesù come uno dei tanti in cammino verso il deserto per ricevere ‘un battesimo di conversione per il perdono dei peccati’. Gesù si presenta così solidale con tutti coloro che sentono il peso del peccato e si aprono ad una salvezza donata. Marco descrive l’immergersi di Gesù e ne offre elementi per interpretare questo suo gesto: ‘Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba’. I cieli si aprono e discende lo Spirito. E si ode la voce del Padre ‘Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto’. Sono questi elementi delle manifestazioni di Dio.

I cieli si aprono secondo l’invocazione del profeta : “Se tu squarciassi i cieli e scendessi ‘ (Is 63,16-19). Un primo squarciarsi che rinvia allo squarciarsi del velo del tempio al momento della morte di Gesù (Mc 15.39). La colomba richiama alla creazione, quando lo Spirito ‘covava’ come colomba sulle acque (Gen 1,2). Come Isaia aveva visto posarsi sul messia lo spirito del Signore (Is 11,2) così ora la colomba si posa su colui che viene indicato da Marco come il primo uomo di una nuova creazione: ‘lo spirito del Signore è su di me’ (Is 61,1-2). La voce dal cielo richiama il salmo 2,7, un salmo ora riferito al messia. Gesù è proclamato come il Figlio in un rapporto unico con il Padre: è il prediletto, l’unico, come Isacco, il figlio ‘unico’, che passa attraverso la sofferenza e la prova.

Gesù nel battesimo si presenta con il profilo del figlio/servo di Dio: il suo volto reca i tratti del servo sofferente presentato da Isaia: ‘Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1). La voce del Padre riassume così un’espressione della fede della comunità di Marco. Gesù solidale con il cammino dei poveri e dei peccatori è il servo sofferente: uscendo dalle acque, come Mosè e come Giosuè, apre la via della salvezza. Sarà una via non di possesso e di dominio, ma di dono. Il suo cammino si compirà in un battesimo/immersione nella morte donando la sua vita fino alla fine per la salvezza (Mc 10,38).

Alessandro Cortesi op

Campo informale di migranti a Velika Kladusa, cantone di Una Sana, Bosnia Herzegovina (foto di Alessio Romenzi)

Perché spendete denaro per ciò che non è pane?

La domanda al cuore della pagina profetica è forte provocazione a interrogarsi dove si spende il denaro e perché lo si spende per ciò che non è pane cioè possibilità di vita per le persone… Il tempo della pandemia ci ha posto davanti alcune grandi provocazioni per un cambiamento di mentalità e di stili di vita. Su due situazioni tra altre si può porre attenzione. La prima riguarda la assurdità delle spese per la produzione e acquisto di armi e lo scandalo del commercio delle armi in un mondo segnato dalla mancanza delle cure minime e della assistenza sanitaria.

Una recente inchiesta della Fondazione The Bridge ha analizzato la situazione italiana riguardo alle politiche sanitarie. Tra il 2007 e il 2017 viene rilevata una diminuzione del 22% delle strutture di ricovero pubbliche e dell’11% delle private, con una parallela diminuzione dei posti letto in ospedale (-35.797). Da parte dello Stato nel periodo esaminato vi è stato un progressivo venir meno di investimenti nel Servizio Sanitario nazionale. Se nel 1969 vi erano 12 posti letto per 1000 abitanti, attualmente vi sono 3,5 posti letto per 1000 abitanti. Sono anche in calo continuo dal 2010 i finanziamenti ordinari da parte dello Stato al Servizio Sanitario Nazionale in rapporto al Pil dal 2010 è in continuo calo. Tale diminuzione di investimenti ha ampliato la distanza e disparità tra le regioni.

A fianco di questa situazione è da porre attenzione alla situazione del commercio delle armi in cui l’Italia è coinvolta ad esempio nel commercio di armi con Paesi in guerra e con Paesi che violano diritti umani fondamentali. (Rita Rapisardi, Armi sì, respiratori no: nel 2020 oltre 26 miliardi in spese militari per l’Italia, “L’Espresso” 20.05.20). La vendita di armi all’Egitto, ad esempio, un paese da cui si attende ancora risposte riguardo all’uccisione dopo tortura di Giulio Regeni e in cui molti giovani innocenti come Patrick Zaki sono detenuti per tempi illimitati senza alcuna motivazione. L’Italia commercia armi, tra gli altri Paesi, con l’Arabia saudita che bombarda lo Yemen con le bombe prodotte dalla tedesca Rwm in Sardegna. Il nostro Paese sta conducendo il progetto di acquisto degli aerei bombardieri F35 che dovrebbero portare bombe nucleari con un contratto che per 6 aerei ammonta a 368 milioni di dollari. (fonte Aresdifesa). La previsione è quella di una nuova flotta di aerei per la spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Sono cifre sconvolgenti se si pensa alle urgenze sociali e assistenziali del nostro Paese evidenziate in particolare nel tempo della pandemia.

La domanda ‘perché spendete denaro per ciò che non è pane?’ interroga anche le modalità in cui si affronta la questione delle migrazioni causate da situazioni di ingiustizia. Non fanno più notizia le morti continue nel mare Mediterraneo che è divenuto il grande cimitero di vittime innumerevoli di naufragi ed è muto testimone delle politiche di respingimento e di tortura attuate dalle milizie libiche che formano la cosidetta Guardia costiera libica sostenuta e finanziata dal governo italiano (Nello Scavo, Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia “abusi di Stato”, Avvenire 20.09.20). Ma non è l’unica frontiera in cui i diritti umani sono calpestati mentre il Patto per le migrazioni in Europa è stato proposto soprattutto nella linea di difendere le frontiere e non secondo una lungimirante prospettiva di solidarietà, di protezione per chi cerca asilo, e di apertura di canali legali di immigrazione per garantire percorsi di integrazione e di inserimento nella vita sociale dei paesi di accoglienza.

Già da tempo inchieste giornalistiche e le voci di organizzazioni umanitarie hanno denunciato la scandalosa situazione dei respingimenti a catena che si sta attuando lungo il confine nordest italiano a cui giunge la cosiddetta rotta balcanica dei migranti. Il 23 dicembre è andato a fuoco un campo profughi a Lipa in Bosnia lasciando più di mille persone senza alcun riparo nell’inverno dei Balcani. La Caritas ha dichiarato una catastrofe umanitaria. Per i migranti la prospettiva è quella di tentare quello che chiamano il ‘Game’ – ossia il tentativo di attraversare Croazia e Slovenia per giungere in Italia – che viene ripetuto e ripetuto nonostante le indicibili difficoltà a passare. Ad attenderli infatti ai confini con la Croazia ci sono milizie in uniforme nera e con il volto coperto che agiscono per mandato e con assenso della polizia croata. Queste usano una violenza inaudita su persone inermi e in cerca di protezione e li respingono lasciandoli feriti e con fratture, privi di viveri, soldi, indumenti e telefonini nei boschi o in riva ai fiumi. Chi riesce, nonostante tutto, a raggiungere il confine italiano, viene trattenuto ai valichi dalle forze di polizia che non consente loro di presentare richiesta di asilo. Funzionari di polizia fanno firmare moduli per ricondurli in Slovenia e da qui in Croazia nuovamente al punto da cui sono partiti in Bosnia, fuori dei confini dell’Europa (F.Tonacci, I sogni spezzati di Osman. ‘Tradito a Trieste mi hanno respinto in Bosnia’, “La Repubblica” 5 gennaio 2021). Si tratta di respingimenti dai tratti totalmente illegali attuati dalla polizia italiana che gode del pieno appoggio politico da parte del governo.

Come in Libia si sta attuando la medesima politica di esternalizzazione delle frontiere: il controllo dei confini è consentito in qualunque forma anche in violazione dei diritti umani, pur di fermare i migranti e impedire loro l’ingresso in Europa. La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da molte realtà e singoli in difesa dei diritti delle persone – ha rivolto un appello all’Unione europea e alle autorità internazionali  (https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/bosnia-si-fermi-disumanita/) per individuare soluzioni a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati e per attivare un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea.

“Sarebbe una situazione ampiamente gestibile se l’Europa avesse visione e capacità di investire a lungo termine trovando soluzioni strutturali” dice Francesca Mannocchi, giornalista “Parliamo di circa 6500 persone ospitate in strutture ufficiali in Bosnia Erzegovina, a fronte di altre 3000 che vivono al di fuori dei centri di accoglienza in campi improvvisati. Quindi, circa 10mila persone: una situazione ampiamente gestibile dall’Europa e anche dalla Bosnia stessa” (…) “La Bosnia, come la Turchia o la Libia o per certi aspetti gli hotspot sulle isole greche sono la cartina al tornasole di una grande ipocrisia da parte dell’Europa. Se le risposte non vengono date per anni si genera una crisi….”. (Antonella Palermo, Il ‘limbo’ balcanico e le cicatrici antiche di chi è in fuga, Vatican News 30.12.20)

Veramente la domanda del profeta “perché spendete denari per ciò che non è pane?” chiede oggi risposta e attenzione. Rimane domanda sospesa che invita a contrastare l’orrore compiuto vicino alle porte di casa nostra, a vincere l’indifferenza complice e spinge a lasciarsi immergere nella solidarietà con l’umanità sofferente di questo nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

In preparazione alla giornata mondiale del migrante e del rifugiato

Domenica 27 settembre è la giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Su proposta della Fondazione Migrantes un gruppo ecumenico ha preparato per questa giornata una serie di sussidi (per adulti, per giovani, per famiglie e bambini) da utilizzare per momenti di riflessione e preghiera nei gruppi e nelle famiglie, in incontri e nelle case.

I sussidi sono scaricabili a questo indirizzo: https://www.migrantes.it/gmmr2020
dove sarà disponibile anche altro materiale di approfondimento.

In questi giorni si sta consumando un altro dramma dei migranti a Lesbo a seguito dell’incendio nel campo di Moria che ha coinvolto tredicimila persone che ora non hanno più né riparo né sostegno.

Si sta diffondendo l’appello ad un’Europa distratta per il trasferimento e la distribuzione in Europa dei rifugiati che non chiedono un altro campo di detenzione ma chiedono libertà.

In Italia giunge notizia che a Trieste 30 cittadini stranieri sono stati costretti a dormire a bordo di un pullmann per la quarantena Covid per una settimana subendo quindi trattamenti degradanti e disumani.

Riflettere e pregare nella Giornata del migrante può essere occasione anche per opporsi a tutti coloro che isitigano alla paura e all’odio verso gli stranieri e fanno della questione delle migrazioni migranti un motivo di campagna elettorale. Alla semina dell’odio è quanto mai urgente reagire con silenzi di accoglienza, azioni di solidarietà e parole di compassione. (ac)

XVI domenica tempo ordinario – anno A 2020

Seminatore-Millet-Museum-Fine-Arts-BostonJean François Millet, Il seminatore, 1850 – Museum of Fine Arts Boston

Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

“Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Dopo la parabola del seminatore altre parabole sulla semina: quella del seme e della zizzania che crescono insieme nel campo altre, quella del seme di senapa e infine una breve parabola del lievito.

Le parabole costituiscono un linguaggio proprio di Gesù. Parlano di vicende quotidiane che potevano essere vissute da chiunque lo ascoltava. Ed in esse c’è sempre rinvio ad una realtà nuova, la vicinanza di Dio che cambia la storia prendendo le parti dei poveri e chiamando ad una trasformazione dei rapporti. Dio apre ad un futuro di liberazione e salvezza.

Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo, in cui Dio interviene per adempiere la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). E’ dono di speranza e di incontro per tutti, che non pone confini di appartenenza culturale e religiosa che richiede solamente fiducia in lui (cfr Mt 8,5-17).

Le parabole rivelano una prima attitudine di Gesù nei confronti delle persone: il suo parlare toccava la vita, richiamava all’esperienza umana, invitava ad uno sguardo profondo sulle cose di tutti i giorni, sulle realtà semplici e ordinarie lontane dalla sfera della religione. Con ciò indicava che nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro, vi è qualcosa da cercare: è la presenza del Dio vicino, liberatore.

Le parabole sono anche una chiamata: parlano sempre del ‘regno di Dio’: nella quotidianità è già presente il dono di una vita nuova. Le parabole nel loro essere racconti e paragoni richiamano a questa ‘novità’ e ad un impegno da accogliere.

Le tre parabole di questa pagina richiamano alcuni tratti del ‘regno dei cieli’. In primo luogo il regno non si afferma senza fatica e senza lotta; esige pazienza e attesa. Non risponde alle esigenze del magico e dell’immediato; richiede invece uno sguardo che si lasci formare allo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma ci sono elementi che possono soffocare il grano buono.

C’è chi vorrebbe subito fare chiarezza, mietere con violenza, separare i buoni dai cattivi. La parabola presenta la novità del regno: lo stile di Dio è la fiducia nella crescita, la pazienza dell’attesa, lo sguardo dei tempi lunghi. Il sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

E’ una parola su Dio. Ed è anche una chiamata ad essere responsabili del proprio ambiente: il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato. Gesù presenta lo stile di Dio, non del freddo giudizio ma della cura appassionata.

Una seconda caratteristica del regno è la sproporzione: la parabola del seme di senapa presenta la differenza tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza spropositata dell’albero. Il regno non si impone con mezzi grandiosi, ma è presente in realtà minuscole e che non attirano attenzione: Dio sceglie ciò che è debole, piccolo e disprezzato. A partire da quel seme quasi invisibile cresce un albero molto grande.

Una terza caratteristica del regno è la sua forza che fa crescere dall’interno: l’azione del lievito nella pasta, la fa levare con la sua energia nascosta. Gesù indica l’azione quotidiana dell’impastare. Seguire lui è intendere la propria vita come il lievito, in un movimento al servizio di una realtà più grande: nella pasta della storia e dell’umanità c’è un servizio da compiere per la crescita di una realtà più grande. Nascosto nella pasta il lievito si perde ma fa crescere la vita e offre la sua forza per una crescita di qualcosa di più grande.

Gesù indica anche uno stile: non la separazione, la contrapposizione nella condanna dell’altro, ma la silenziosa azione, la condivisione che fa crescere piano piano, non cercando il proprio interesse ma perdendosi all’interno della realtà. Questo è il modo di agire di Dio, che lascia spazio, condivide e scende. Questo dovrebbe essere lo stile dei discepoli, lievito nella pasta della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

109229665_4054023907972021_416006122324272751_oZizzania

“Poche ore prima che il Parlamento confermasse, con una sparuta dissidenza, i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui si chiede di catturare i migranti in mare e riportarli nei campi di prigionia a terra, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire gettare degli esseri umani tra i carcerieri finanziati dall’Italia. “Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili”. Proprio così, “orrori inimmaginabili” li ha chiamati Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: “L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia”. Tutto inutile. Gli autori degli “orrori indicibili”, già denunciati dal segretario generale Onu e ribaditi dalla Corte penale dell’Aja, non dovranno spegnere la macchina istituzionale della tortura. Da governi diversi, il voto ha riunito tutti i protagonisti di questi anni, da destra a sinistra, riuscendo nel “miracolo libico” di creare una maggioranza trasversale nelle stesse ore in cui 65 esseri umani rischiano di perdere la vita mentre nessuno interviene: né le motovedette di Tripoli, né Malta e meno che mai l’Italia, ormai autorelegata all’interno delle acque territoriali”.

Così riferisce Nello Scavo su Avvenire (Vivi e morti abbandonati in mare. Partiti uniti contro i migranti, “Avvenire” 16 luglio 2020) denunciando con cognizione di causa, come l’Italia e i paesi europei stiano tradendo i principi affermati solennemente nei Trattati costitutivi e i fondamentali diritti di ogni uomo e donna riconosciuti a livello internazionale. La linea politica è quella di finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica formata dai medesimi sfruttatori e trafficanti di esseri umani che tengono i migranti prigionieri, torturati nei campi di detenzione in Libia.

La foto pubblicata sui quotidiani di un cadavere di un uomo in mare, adagiato su di un gommone sgonfio trascinato dalle onde, più volte segnalato nell’arco di due settimane perché fosse recuperato, e lasciato abbandonato è ennesima prova di quello che ormai tutti da tempo sappiamo e che viene documentato dalle ONG, da giornalisti, da organizzazione internazionali. E’ la situazione di una continua, sistematica e atroce violazione di diritti umani dei migranti che trovano in Libia un luogo di schiavitù e di sfruttamento.

Non vi è soccorso dei vivi durante le traversate in mare. Vi è impedimento in tutti i modi alle ONG di essere presenti per soccorrere per testimoniare le atrocità che stanno avvenendo nel Mediterraneo. Tanto meno vi è soccorso dei morti. Con la conferma del Memorandum di accordi con la Libia – che non è stato sottoposto a discussione e ratifica nel Parlamento – il governo italiano ricerca un’ immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico scaricando il lavoro sporco di deportare e tenere imprigionati i migranti alla cosiddetta ‘Guardia costiera’ libica.

Fa indignare la scelta del Parlamento italiano che ha trovato il consenso della maggioranza per approvare il rinnovo dei fondi di sostegno alla Libia con la conoscenza diffusa dei delitti e reati contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati in quel Paese immerso in una guerra civile e in cui dovrebbero essere evacuati tutti i centri di detenzione trasferendo coloro che sono tenuti prigionieri in luoghi sicuri.

Genera desolazione e tristezza la mancanza di volontà da parte di un governo che aveva preso l’impegno di abolire i decreti Salvini e di instaurare nuove linee di politica sulle migrazioni. Appare l’incapacità politica di sollevarsi da un clima avvelenato in cui la questione dei migranti e dell’accoglienza degli stranieri nelle società europee non viene affrontata in prospettiva costruttiva e con un progetto politico ma è lasciata quale tema di campagna elettorale continua facendo ricadere situazioni di atroce ingiustizia sulla pelle dei più deboli.

Al confine nordest dell’Italia altre violazioni sempre contro i migranti sono compiute e non trovano eco nei media. Gianfranco Schiavone dell’ASGI lo ricorda: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndr) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”. (cfr. G.Marcon, Il silenzio sugli innocenti, Huffington Post 13 luglio 2020).

In un accorato Discorso alla città nella festa di santa Rosalia mons. Corrado Lorefice vescovo di Palermo, richiamando il riferimento al mare Mediterraneo in questi terribili giorni, che prolungano anni drammatici e desolanti di disumanità, ha detto:

“E’ lo stesso mare nel quale oggi finiscono le vite e le speranza di tante donne e di tanti uomini dell’Africa e dal Medio Oriente, spinti dalla fame e dalla guerra verso il nostro Occidente e sottoposti per questo ad un esodo disumano: abbandonati nel deserto, catturati e torturati nei campi di concentramento libici, lasciati morire in mare o magari crudelmente respinti. Apro il mio cuore davanti a te stasera, cara Santuzza nostra, perché la pandemia sembra essere diventata un motivo ulteriore di disinteresse, di chiusura e di respingimento. Come se il nostro malessere fosse una scusa buona per chiudere la porta in faccia a quanti, ancora una volta da noi, hanno ricevuto, dopo secoli di soprusi e di rapine, anche il virus che si trova sui barconi. Giorni fa, addirittura, abbiamo avuto l’ardire di rimandare in Libia, nei campi di concentramento, un bambino neonato. E’ stato il colmo dell’abiezione. E stasera davanti a te io devo gridare basta: basta con questo egoismo omicida e suicida! Basta con questa miopia! Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide. I ‘traditori degli ospiti’, ricordiamocelo, Dante li getta nel fondo dell’inferno (cfr La Divina Commedia. Inferno, Canto XXXIII). Ma l’inferno per questi nostri fratelli è diventata, per causa nostra, questa terra. E’ diventato questo ‘mare salato’ di cui cantava il poeta, salato per le lacrime dei disperati che vi sono affondati senza riparo, senza una mano che li soccorresse, nella distruzione di ogni speranza”.

E’ tempo per coltivare pazienza, con la speranza contro ogni speranza perché possa crescere il seme buono dell’ospitalità e dell’incontro anche oggi su questa terra. E’ anche tempo che richiede coraggio e responsabilità per denunciare ed opporsi al diffondersi della zizzania della xenofobia, dell’egoismo, dell’indifferenza nel campo di questa storia.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 42

IMG_8132Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Giorno 42 – pianto

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 20

santa famiglia migranteCliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Ventesimo giorno – 3 prile 2020 – migranti

S.Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A

Gesù altalenaSir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Il capitolo 2 di Matteo presenta in contrapposizione la ricerca dei Magi nell’andare incontro al Messia, e l’ostilità di Erode che uccide i bambini di Betlemme. Al centro vi sono due sogni di Giuseppe in cu riceve indicazione di fuggire in Egitto e poi di ritornare. Alla fine la famiglia giunge a Nazaret. Ai progetti di morte di Erode si contrappone un annuncio di vita e l’indicazione di una via di salvezza.

I vari momenti sono accostati a citazioni di testi profetici legate ai luoghi: l’Egitto, Betlemme-Rama, Nazareth. Matteo intende così suggerire il senso della nascita di Gesù. Gesù compie il cammino che era stato quello di Israele. Si rinvia all’esodo dall’Egitto, e si insiste sul ‘nome’ di Gesù: ‘il figlio’ e il ‘nazareno’. Un chiave di lettura di queste pagine è un versetto del libro di Osea: “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 2,15).

Erode ha i tratti di un nuovo faraone, rappresentante di un potere politico fautore di progetti di morte. Il cammino di Giuseppe che segue le indicazioni dell’angelo ripropone la vicenda del popolo di Israele perseguitato in Egitto che vive l’uscita dall’oppressione. Proprio nel deserto Israele sperimentò la vicinanza di Dio liberatore: “tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva!” (Es 4,22-24) E’ promessa confermata a Davide: ‘Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio’ (2Sam 7,14). Matteo vede Gesù che ripercorre nella sua vita il cammino della fede di Israele: egli è così il ‘figlio’ che compie la volontà del Padre identificandosi nel popolo di Dio.

Nella scena di persecuzione dei bambini di Betlemme, Matteo rilegge un testo del primo Testamento (Ger 31,15): nella deportazione al tempo della conquista babilonese viene ricordato il pianto di Rachele, moglie di Giacobbe, nel vedere i suoi figli oppressi e uccisi. “Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Dice il Signore: “Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore -: essi torneranno dal paese nemico”. La strage voluta da Erode è opera di un potere impaurito e coinvolge ‘tutti’. Gesù, nuovo Mosè, non è accolto nel suo essere profeta e messia.

La narrazione si conclude con una nuova tappa: Giuseppe con Gesù e sua madre rientrano dall’Egitto a Nazareth, in Galilea. Così si specifica che Gesù è nazareno, ‘consacrato’ (come Sansone ‘nazir = consacrato, cfr. Gdc 13,5.7) ed è messia quale ‘germoglio’ dal tronco di Iesse (in ebraico ‘nezer’; cfr. Is 11,1).

Gesù ha i tratti del profeta come Mosè, ed è accostato a Giacobbe, figura singola ed insieme collettiva (Giacobbe porta infatti il nome del popolo, Israele). Giacobbe-Israele scese infatti in Egitto e tornò come popolo numeroso (Gen 46,3). Il cammino della famiglia di Gesù in Egitto ripercorre i passi di Israele-Giacobbe.

Di Giuseppe si ripete ‘prese con sé il bambino e sua madre’: è uomo ‘giusto’, cioè ‘fedele’, disponibile a stare davanti a Dio e a rimanere accanto a Maria. Giuseppe ascolta e ‘prende con sé’. Ascoltare la Parola e farsi carico di coloro che Dio affida: sono i due aspetti della vita della famiglia di Nazareth. Gesù è ‘il figlio’ che rivela il volto del Padre nel suo cammino umano. Nazareth, nell’essere luogo del quotidiano, della vita semplice, delle relazioni umane, è la via scelta da Dio per rivelarsi.

Alessandro Cortesi op

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Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…

Secondo i dati dell’anno sono 272 milioni i migranti internazionali. Tra di essi circa 24 milioni sono i rifugiati oltre confine e i richiedenti asilo. Si tratta di un numero rilevante ma da considerare in rapporto alla percentuale della popolazione che è stabile o al massimo si muove all’interno del proprio Paese: si tratta del 96 % della popolazione mondiale. Questi numeri sfatano un mito presente nella propaganda di alcune forze politiche per cui saremo di fronte ad una invasione ed in presenza di numeri esorbitanti.

E’ anche da tener conto che le direttrici dei movimenti migratori sono diverse. La maggior parte conducono verso paesi in via di sviluppo: 2/5 dei migranti si dirige verso paesi poveri. Color che cercano rifugio fuori dal loro Paese per più di 4/5 si dirigono verso paesi poveri. Non è vero quindi che la migrazione è unicamente diretta dal Sud verso i Paesi ricchi del Nord del mondo.

Un altro dato da rilevare è che i movimenti migratori sono molto presenti nel quadro internazionale: le barriere e chiusure esistono in modo selettivo e sono rivolte ai migranti più deboli, coloro che cercano asilo, persone che non possono prestare lavori qualificati.

In Italia negli ultimi tre anni vi è stata una forte diminuzione degli ingressi di migranti a causa degli accordi europei con la Turchia nel 2016 e a seguito di un memorandum stilato tra governo italiano e Libia (benché questo Paese sia in una condizione di guerra civile e siano documentate le continue e terribili violazioni di diritti umani nei centri di detenzione dei migranti di quel paese). Ma ciò non significa che siano diminuite le persone che cercano rifugio. Il numero delle vittime nei viaggi in mare è aumentato anche per l’impedimento all’azione delle ONG che operavano nel Mediterraneo. La situazione di chi rimane bloccato nei campi profughi in Grecia nell’isola di Lesbo ad esempio, in Turchia, o di chi viene riportato in Libia sono disumane. Tale quadro che corrisponde a scelte politiche e ad indifferenza conduce a pensare che non vi sia intenzione di corrispondere ai grandi impegni di protezione dei diritti umani espressi nei Trattati internazionali ed in particolare nell’Europa che ha conosciuto l’orrore delle due guerre mondiali e le sofferenze dei profughi. Piuttosto la preoccupazione sembra orientata a lasciare fuori, a non fare arrivare, a non aiutare… un orientamento di disumanità e di barbarie.

Maurizio Ambrosini studioso del fenomeno e attento osservatore annota: “Governare il fenomeno (delle migrazioni ndr) è una necessità. Nessun Paese può riuscirci da solo. Tre criteri dovrebbero imporsi: concertazione, distinzione, responsabilità. Concertazione significa dare corso ai due Global Compact, su immigrazione e asilo (per l’Italia, anzitutto, significa firmarli), e tradurli in regole condivise. Distinzione vuol dire ragionare su categorie specifiche, non sull’immigrazione in generale: domandarsi per esempio di quante lavoratrici le nostre famiglie avrebbero bisogno, e come accoglierle regolarmente. Responsabilità implica onorare le convenzioni internazionali, sull’asilo come sui minori, ripristinando i diritti umani come uno dei principi-guida delle politiche migratorie: non l’unico, ma nemmeno il minore e il più elastico” (M.Ambrosini, Chi cammina davvero. Migranti: la giornata ONU e i dati reali, “Avvenire” 18 dicembre 2019).

In Italia non ci sono segni da parte di chi ha responsabilità pubblica per impostare un progetto di governo di tale fenomeno con responsabilità, con sguardo realistico e nel rispetto dei diritti umani.

Il 18/12 una nota informale del servizio centrale Siproimi (rete del sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati che sostituisce gli SPRAR a seguito delle legi sicurezza) invoca la cessazione delle misure di accoglienza dei titolari di protezione umanitaria al 31/12/19. Un decreto del Ministero dell’Interno del 19/12 ingiunge l’esclusione a partire dal primo gennaio 2020 dei richiedenti asilo ancora presenti nei progetti Siproimi dai servizi di integrazione.

Normative di questo tipo rendono ancor più precaria la vita di coloro che richiedono asilo e hanno ottenuto permessi di protezione umanitaria. Rende per loro difficile ogni percorso di cura, di studio, di lavoro e integrazione. Li espone ad essere senza appoggi e sostegni nel percorso di integrazione sociale e li mette a rischio di divenire facili prede della malavita. Certamente li spinge in una condizione di esclusione sociale. La logica che guida tali scelte appare come un logica punitiva tesa a rendere loro la vita difficile se non impossibile.

Tali normative contraddicono peraltro le norme del sistema di accoglienza (SPRAR) versione 2018 espresse nelle direttive SPRAR (Manuale Operativo 2018) che indica l’obiettivo di una (ri)conquista dell’autonomia quale elemento comune a ogni tipologia di accoglienza, a prescindere dalle caratteristiche dei beneficiari. E indica altresì che tutti i servizi elencati devono necessariamente essere garantiti sempre, per tutti gli accolti…

In questi mesi si è potuto registrare il fallimento del cosiddetto decreto sicurezza (dlgs 132/18, convertito in legge 113/18) e del “sistema” che ne è derivato: unico effetto eclatante è l’aver prodotto una impressionante crescita della marginalità di persone che non possono accedere a nessuna forma di accoglienza, l’aver causato nuove forme di insicurezza.

La Rete Europasilo che riunisce enti e associazioni impegnati nel settore, ha diramato in questi giorni un appello in cui sono presentate alcune puntuali richieste che appaiono sempre più urgenti nell’attuale contesto:

– il ritiro immediato della circolare del 18.12.19 e del decreto 132/18;

– il ripristino del sistema Sprar, del suo carattere di sistema unico per richiedenti e titolari di protezione, pubblico e nazionale e del suo regime di sussidiarietà tra enti locali e terzo settore;

– il superamento della “volontarietà” nell’accesso degli enti locali al bando;

– il ripristino di un piano di ripartizione nazionale che consenta una programmazione nazionale e una equa distribuzione di responsabilità e risorse.

Papa Francesco, nel Messaggio per la 105 giornata del Migrante e del Rifugiato 2019 ha scritto: “Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili..”

Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Si tratta dell’umanità che intendiamo costruire di ciò che vogliamo essere ora e in futuro…

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2019

IMG_4378At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-26

Pentecoste è festa che si radica nella festa ebraica dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, festa delle primizie di primavera che celebra il dono della Legge a Mosè al Sinai e il dono della nuova alleanza promessa da Geremia (31,31-33) e da Ezechiele: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi’ (Ez 36,26-27).

Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca il riferimento va all’evento del Sinai: la legge è dono di alleanza che orienta la vita del popolo d’Israele. Le parole della legge sono da ritenere nel cuore e divengono indicazione di cammino. Sono orientamento per rimanere fedeli alla parola di alleanza, il sì pronunciato da Dio, che si rinnova come promessa di amore: ‘voi siete mio popolo’.

Il gran rumore, il fuoco e le parole sono elementi presenti nella narrazione degli Atti che richiamano l’evento del Sinai (Es 19,16-19: ‘il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco… Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono). Ma c’è anche un rinvio al racconto del battesimo di Gesù. la vita della comunità nella forza dello Spirito si collega ed è in continuità con la missione del servo di Jahwè che Luca vede nel momento del battesimo: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22).

La descrizione di fenomeni esterni è simbolica e mira a far cogliere l’esperienza della prima comunità, quella di essere visitati dallo Spirito, forza proveniente da Dio: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. L’irrompere dello Spirito è dono dall’alto, che coinvolge la vita offrendo nuova forza e nuovo modo di leggere la realtà. E’ trasformazione dell’intimo e trova espressione in un’apertura di comunicazione nuova: il ‘parlare’ in altre lingue.

Le lingue diverse indicano la pluralità e l’incontro tra le diversità in cui la comunità stessa nasce. Ma contiene in sé anche altre evocazioni: ricorda infatti l’episodio di Babele. Lì le lingue diverse erano state conseguenza di una dispersione, compiuta da Dio che intendeva vanificare il disegno di un unico impero con una sola lingua, ossia la pretesa umana di unificare tutto sotto un grande potere assoluto. La diversità diveniva critica al dominio che si metteva al posto di Dio, quello della grande città e della torre. Il disegno di Dio sui popoli non è quello del dominio oppressivo, ma dell’incontro delle differenze. Tuttavia la dispersione comportava anche l’incapacità di comunicare e di comprendere la lingua dell’altro (Gen 11,7). Per questo cessarono di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo. Dopo la Pasqua, a Gerusalemme, Luca vede invece compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ ciascuno nella propria lingua: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Vi è stupore perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile e si fa intendere. I lontani divengono vicini.

Il ‘miracolo’ di Pentecoste per Luca è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, l’instaurarsi di una autentica comunicazione. Lo Spirito Santo riempie i cuori: è compimento della promessa della nuova alleanza, richiamo al Sinai, a quel grande disegno di un ‘parlare’ affettuoso e vicino tra Dio e l’uomo, e novità della promessa di Cristo.

Nel IV vangelo il dono dello Spirito è evento che fa tutt’uno con la pasqua e proviene da Cristo: Il soffio di Gesù che alita sui discepoli è una nuova creazione: come Dio, al principio comunicò il suo respiro ad Adamo tratto dal fango (Gen 2,6). Il soffio è accompagnato dalle parole ‘Ricevete lo Spirito Santo’: lo Spirito è presenza personale: consolatore, grande suggeritore, colui che insegna e farà ricordare. Lo Spirito spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, ci invita a cercare sempre e oltre, accogliendo la sua vita e ascoltando la sua voce.

Alessandro Cortesi op

IMG_4325Incontro e alberi

Pentecoste è festa di diverse lingue e di scoperta di rapporti nuovi. Pensando al dono della pentecoste come dono dello Spirito che fa comunicare in modo nuovo due motivi si impongono all’attenzione in questo tempo: la sfida dell’incontro nel mondo delle migrazioni e della reazione xenofoba e razzista. Accanto ad esso il motivo di un rapporto nuovo con la natura, proprio nel tempo della crisi climatica e ecologica, da cui apprendere modalità nuove di intendere l’incontro.

I vescovi del Lazio hanno scritto una lettera per Pentecoste in cui si richiama all’annuncio a Gerusalemme come “segno dell’incontro pacifico e gioioso dei popoli”.

“Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. (…) Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. E’ proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti… Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I Bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un ‘prima’ o di un ‘dopo’ sulla base dell’appartenenza nazionale. Da certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l’altro è un dono. E’ questa la bellezza del vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza. (…)

Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere (…)

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, (…) desideriamo tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale. Pertanto… sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritti la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura nuova fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste”.

Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, in una recente intervista ha osservato che come esseri umani ignoriamo le piante per una questione culturale, ma dovremmo invece assumere un diverso atteggiamento:

“Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello”.

Richiama così all’importanza del verde e delle piante per la vita globale del pianeta terra e dell’umanità stessa:

“quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte”.

L’invito a piantare piante ovunque non è unicamente a scopo estetico o per fornire ossigeno a fronte dell’inquinamento, ma perché dalle piante potremmo imparare elementi essenziali per vivere insieme:

“La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti (…) Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali”.

E’ proprio tale organizzazione a modo di rete, con legami ineludibili da mantenere, nella costituzione di una comunità, una casa comune con equilibri tra gli esseri viventi, il grande insegnamento da apprendere oggi piantando alberi e cercando di custodire il verde vicino a noi e con noi.

Abbracciare gli alberi (ed. Il Saggiatore), si intitola un libro dell’agronomo Giuseppe Barbera, che rinvia all’invito del­la poe­tes­sa Ra­tu­ri, rap­pre­sen­tan­te del mo­vi­men­to Chi­p­ko: Abbrac­cia gli al­be­ri / sal­va­li dal­l’ab­bat­ti­men­to / la pro­prie­tà del­le no­stre col­li­ne / sal­va­la dal sac­cheg­gio”. La lot­ta non vio­len­ta per resistere alla deforestazione, attuato dalle donne indiane ne­gli anni ‘70 è indicazione di un atteggiamento da coltivare. Gli alberi possono insegnarci qualcosa di essenziale alla vita comune: apprendere dagli alberi in un rapporto profondo con la natura è esigenza oggi per affrontare insieme la crisi sociale del nostro tempo e la crisi ecologica trovando in un nuovo rapporto con la natura vie per apire un futuro ad una convivenza umana non nel segno della distruzione ma nel legame degli uni con gli altri.

Alessandro Cortesi op

Un convegno su accoglienza a Pistoia

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