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XXXIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

In tempi di persecuzione sorse in ambito ebraico la letteratura apocalittica, o di rivelazione: utilizzava particolari visioni, immagini e simboli, descrizioni di sconvolgimenti del mondo e del cielo, descrizioni di battaglie e conflitti per parlare della vicinanza di Dio nella prova, del suo rivelarsi. Eventi di angoscia e terrore venivano raccontati, ma all’interno di essi stava un messaggio di speranza e di attesa.

A tale genere di scritti appartiene la pagina di Daniele in cui viene presentata una enigmatica figura, quella del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo e con allusione ad eventi nel tempo ultimo in cui la storia giunge al suo termine.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con  grande potenza e gloria”

Sono molteplici i tratti di questo ‘figlio dell’uomo’: per un lato può essere letto come figura personale, appartenente al mondo di Dio, con funzione di giudice; per altro una figura collettiva, che racchiude una moltitudine e indica così il destino dell’Israele fedele.

Appare nei tempi ultimi, ed ha un potere eterno conferito da un vegliardo. La sua è funzione di giudizio nei confronti dell’umanità e della storia. Il suo regno si differenzia dai tanti imperi che si sono succeduti ed hanno dominato nel corso dei secoli perché durerà in eterno e non sarà mai distrutto. Nel giudizio il male viene definitivamente eliminato, e si attua la vittoria definitiva del bene. I santi sono coinvolti nel compito di giudici della storia (Dan 7,22).

Ad una prima lettura questa pagina può suscitare timore e inquietudine, ma al suo cuore sta un profondo messaggio di speranza. E’ stata infatti scritta nel II secolo a.C. al tempo dell’oppressione di dominatori che imposero ad Israele l’adozione di costumi dei pagani e il rinnegamento della fede.

Il messaggio di speranza è rivolto al popolo con annuncio di una vita oltre la morte, una vita risvegliata in Dio per chi è stato fedele: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3)

Nel tempo della persecuzione Daniele diffonde un messaggio per resistere e richiamando il valore della fedeltà. L’ultima parola è quella di Dio che affida il potere di giudizio alla figura del ‘figlio dell’uomo’.

La prima comunità cristiana conosceva questa immagine e la utilizzò per indicare Gesù come figlio dell’uomo: davanti a lui si scorge la sua vita come proveniente da Dio e nei suoi gesti è visto l’irrompere dei tempi ultimi.

Gesù indica ai suoi che la storia non è senza orizzonte ma è indirizzata verso un futuro di speranza. Il tempo ultimo non sarà la fine, ma tempo di incontro e invita  scorgere i segni di un’estate vicina. “Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”

In queste parole sta racchiusa una promessa e un orientamento al futuro. Gesù promette che tornerà e sarà compimento della novità della risurrezione, la comunione per sempre con Dio e con gli altri: “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Accogliere la promessa di Gesù apre ad un  futuro che si fa av-venire: è lui, il risorto, che conduce al Padre ed alla comunione.

L’esempio del fico è richiamo allora ad attenzione e responsabilità nel tempo presente: “quando il suo ramo si fa tenero e mette le foglie voi sapete che l’estate è vicina…”. Sin da ora si possono scorgere segni di novità, di fioritura che annuncia una nuova stagione di gioia  disseminati nella storia. Sono segni da scorgere pur nelle contraddizioni e nelle difficoltà del tempo.

Nel tempo della storia già ci sono segni della presenza di colui che tornerà. Nel tempo sta crescendo come seme il ‘regno’: è la presenza stessa di Gesù che ha preso su di sè la storia umana ed inaugura nuovi rapporti umani e Gesù per questo ai suoi chiede di scrutare i ‘segni dei tempi’.

La vita cristiana si pone tra l’attenzione al presente nello scorgere i segni del regno e l’attesa del compimento della promessa. ‘Vieni Signore Gesù’: con questa invocazione le prime comunità esprimevano la loro attesa e la loro speranza. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Alessandro Cortesi op

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Tempo

Momo è la protagonista dell’omonimo romanzo di Michael Ende (ed Longanesi 1993, orig. ted. 1973). E’ una bambina vestita con una larga giacca che si presenta in una città senza nome senza conoscere la sua età, forse 8 forse 10 anni, provenendo da un orfanotrofio. Vive in un antico anfiteatro romano. Momo ha un cuore buono e il suo sguardo sa soffermarsi sui volti e cose cogliendo sfumature che fanno vivere: ha capacità di ascolto e un’apertura che suscita la fantasia e genera pace attorno a sè. Nella città senza nome quando qualcuno ha dei problemi diviene usuale l’invito: “Ma va’ da Momo che ti passa!”.

Alcune persone che incontra diventano suoi amici particolare, come Beppo spazzino, da cui apprende l’importanza di spazzare la strada dalle foglie, un colpo alla volta, senza fretta e con pazienza, scorgendo così il senso di ogni momento e di ogni passo nella vita da affrontare con un preciso ritmo: passo- respiro-colpo di scopa-passo-respiro-colpo di scopa. Così Beppo, mentre spazza, nel silenzio dell’alba, lascia spazio ai suoi pensieri che cercano di distanziarsi da ogni falsità. E poi Gigi Cicerone, improbabile guida turistica dell’antico anfiteatro che usa la sua parlantina per proporre storie inventate ai turisti che lo seguono ammirati dal suo cappello con visiera, ed è capace di scherzi e risate spensierate. E così altri tra cui Mastro Hora che abita nella Casa di Nessun Luogo all’interno Vicolo di Mai dove sono collezionati orologi classici, pendole, orologi da taschino, cucù, altri segnatempo di ogni genere e tipo. Lì per andare veloce bisogna camminare piano.

Momo non compie grandi cose, sta in ascolto e diviene poco alla volta presenza che nella città guarisce conflitti, consola, riesce a dar valore a chi sembra non avere nessuna capacità. I ritmi di una vita in cui vi è spazio per pensare agli altri lasciano tempo per la spensieratezza, per il gioco, per il lavoro che accetta i limiti e insieme per la festa.

Tuttavia il clima di serenità è turbato dall’arrivo degli uomini grigi, strani personaggi, vestiti tutti uguali e con il volto oscuro. Il loro progetto, che cercano di attuare con metodi subdoli, è quello di impadronirsi del tempo. Il tempo rubato dagli uomini grigi agli abitanti della città alla fine è il tempo della gratuità e della bellezza, il tempo della cura e delle cose inutili che però danno respiro ai cuori. Gli uomini grigi intuiscono che la presenza di Momo  è la più grave minaccia ala loro strategia di rubare il tempo inducendo alla logica di un consumo senza limiti, ad un’efficienza che non guarda più in faccia le persone,e  le fa divenire struemnti e merce di un grande ingranaggio che mira a far diventare ricchi e al denaro tutto assoggetta. Gli uomini grigi si presentano infatti come agenti della ‘cassa di risparmio del tempo’ e cercano di convincere a risparmiare sempre più tempo. I minuti, le ore, i giorni risparmiati verrebbero restituiti dopo il sessantaduesimo anno con gli interessi.

Ma rubando così il tempo rendono irrealizzabile ciò che è più bello nella vita, che si compie nel tempo perduto, in un gesto gratuito, nella bellezza condivisa, come il tempo impiegato per stare accanto a qualcuno o  solamente ascoltare, o per svolgere il proprio compito quotidiano senza angustia.

“Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo.”

La favola di Momo è una riflessione sul senso del tempo. Sul valore del tempo dedicato con gratuità, agli altri, a tutto ciò che fa respirare la vita e che non può essere assoggettato ad una logica di consumo, di dominio, di efficienza e produzione. Il tempo come luogo di incontro e di respiro della vita.

“Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità, ed un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quell’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.”

Alessandro Cortesi op

 

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