la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “mormorare”

XVIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

DSCF6026Es 16,2-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Man hu: che cos’è?” è la domanda rivolta a Mosè di fronte allo strano fenomeno della manna, – una forma di essudazione di un arbusto del deserto – nutrimento che permise al popolo d’Israele di proseguire il cammino. “Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce in questo segno un intervento del Signore e se ne fa interprete. E’ la risposta da parte di Dio alla ribellione del popolo, stanco e logorato del cammino nel deserto.. “In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!’…” (Es 16,2-3).

Il bisogno di cibo e di sicurezze immediate rende impazienti e sospettosi e fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, là dove il cibo era assicurato. Il verbo ‘mormorare’ indica un atteggiamento profondo di ribellione e di sospetto che dubita della presenza vicina di Dio. Il dono della manna è anche una sfida che apre ad un incontro: ‘io sono il Signore vostro Dio’. La mormorazione degli israeliti è primo passo dell’idolatria che conduce a sostituire nella vita la signoria di Dio con qualcos’altro: nella Bibbia è questo il grande peccato. E’ l’atteggiamento contrario alla fiducia nell’alleanza; anziché riconoscere il Dio vicino e affidarsi alla sua promessa si ricercano sicurezze immediate. La nostalgia di cibo sicuro anche perdendo la condizione di libertà è nutrita dal dubbio che Dio sia vicino.

La manna e le quaglie sono segni offerti di fronte alla ribellione ed al sospetto.: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4). Ma la manna potrà essere raccolta solamente per quanto è sufficiente per una giornata, è rinvio a mantenersi nell’attesa: quello che è sufficiente senza accumulo per il domani. Per comprendere che la vita del popolo in cammino trova la sua stabilità ed il suo futuro unicamente nell’affidamento a Jahwè, oltre ogni altra sicurezza. E’ proposta di un percorso di apertura alla provvidenza di Dio.

Il segno dei pani narrato dal IV vangelo al cap. 6 ha come sfondo il dono della manna nel deserto. Ad esso seguono le parole di Gesù alla folla che lo seguiva, in un discorso nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Emerge evidente una incomprensione di fondo tra le parole e l’agire di Gesù e le attese della folla: la folla cerca Gesù perché ha trovato sazietà, ma il pane stesso è segno di un vita condivisa. “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27).

Gesù critica una ricerca che si pone secondo la logica dell’idolatria, per assecondare i propri bisogni dove anche il suo agire è strumentalizzato. La ricerca della folla non è nella disponibilità all’annuncio ma è ripiegata nella propria attesa di sicurezza. Gesù conduce gli interlocutori a compiere una traversata, da un livello di attese immediate ad un altro livello più profondo: il pane che Gesù dà, presente nel segno dei pani distribuiti, è la sua stessa vita, è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia per poter intendere in modo nuovo il senso della propria esistenza.

Compiere tale traversata è passaggio arduo, implica l’affidamento a lui, l’aprirsi al credere, che per il IV vangelo è lasciarsi coinvolgere in un incontro personale. I segni costituiscono occasione iniziale di un cammino a lasciarsi cambiare, fino a quell’unico segno che è la sua morte dove si manifesta la gloria/presenza di Dio. Incontrare Gesù è cammino che conduce a riconoscere che la sua presenza è al centro delle attese più radicali del cuore umano.

La questione fondamentale infatti verte sul credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29). Il segno che Gesù dà per credere è il segno del pane, rinviando coloro che lo ascoltavano al segno della manna nel deserto. “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

Ricorre con insistenza il verbo ‘dare’ Gesù intende la sua vita nel ‘darsi’. L’itinerario del credere viene suggerito come accoglienza di colui che Dio ha mandato, nel riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna costituiva un invito a concepire il cammino nel deserto come percorso di fede. Ora Gesù presenta se stesso: “Io sono il pane della vita”. La sua vita è nutrimento per far camminare nel percorso della vita. E’ pane che può dare senso alla nostra vita e che la apre ad un orizzonte nuovo di rapporto con il Padre.

DSCF6012Alcune riflessioni per noi oggi

Una prima riflessione può riferirsi al passaggio, alla traversata a cui Gesù conduce, dalle opere all’opera del credere: l’opera di Dio è entrare nell’incontro con Gesù che si presenta pane vero, disceso dal cielo. Il cuore del credere sta in un incontro difficile a cui lasciarsi spingere e verso cui orientare il cammino. Riconoscere Gesù nel segno dei pani è entrare nel significato della sua vita come presenza che dà da vivere, e offre nutrimento. L’incontro con Gesù è scoperta che la sua vita data, condivisa è luogo di incontro con Dio e scoperta del senso più profondo della stessa vita umana.

Sono trascorsi due anni dal rapimento di Paolo Dall’Oglio gesuita fondatore del monastero di Deir Mar Musa al-Habashio in Siria avvenuto tra il 28 e 29 luglio 2013. Il suo impegno contro il regime di Assad sin dall’inizio del conflitto siriano, fu interrotto dal rapimento nei dintorni di Raqqa. Il monastero di San Mosè l’Abissino, situato nel deserto a nord di Damasco, era un segno di come diversi percorsi fede, nelle diversità, potessero incontrarsi e condividere ciò che sta al fondo dell’esperienza del credere piuttosto che dividere. Così ne ha parlato Domenico Quirico che ha sperimentato rapimento e prigionia nella sua esperienza di giornalista: “Mi interessano questi uomini come me, con la morte sotto i piedi, e la paura che, inevitabilmente, sale nel petto. Il momento in cui una vita con Gesù sembra non servire a niente, parabole, vangeli, preghiere… e ora tocca a ciascuno farsi strozzare dalla propria morte. Il silenzio apparente di dio, un dio addormentato, indifferente che assomiglia troppo a un dio morto, a un dio che forse non c’è. Non vogliono morire questi uomini. Forse anche loro chiedono il miracolo: la porta della prigione che si apre, gli aguzzini che scompaiono… Anche a loro per un attimo quella sembra la condizione necessaria per credere. Uomini, solo uomini… Due anni… La lezione più importante e inascoltata di tutto il Libro: la religione senza miracoli” (Il Papa: liberate Dall’Oglio ostaggio dove Dio non c’è, in “La Stampa”, 27 luglio 2015). Il dramma di Paolo Dall’Oglio è un frammento del dramma più vasto della Siria e del suo popolo che sta vivendo da anni la sofferenza della guerra, della migrazione, della vita da profughi.

‘Idoli della Chiesa’ è il titolo di uno dei volumetti della collana “Lampi”, scritto da Severino Dianich. La tentazione dell’idolatria non è lontana ma fa parte del quotidiano della chiesa: C’è un mormorare che implica incomprensione del cammino a cui Dio ha condotto, e sospetto sulla sua presenza: «sono i nostri idoli. Dovremmo andare a scovarli nel cuore, negli atteggiamenti e nelle azioni del singolo cristiano, delle famiglie, di ogni aggregazione sedicente cristiana» nella tensione a riscoprire il senso del «comandamento dell’unico Dio, dell’unico Signore».

C’è una ricerca di sicurezze, un rifiuto a vivere del nutrimento donato e nella fiducia, che impedisce di scorgere il pane offerto e da non trattenere, perché sia condiviso. La chiesa deve ricordare che essa non è il regno di Dio, ma a servizio del regno per cui Gesù è venuto, perché uomini e donne abbiano la vita in abbondanza. C’è da chiedersi se non stia qui la testimonianza attesa oggi dai cristiani, quale eco del vangelo: essere capaci di nutrire le attese di vita, di condividere il pane e l’esistenza, di scegliere uno stile di semplicità, non preoccupato dell’accumulo, ma attento al presente e capace di ascolto dell’altro. La testimonianza cristiana attorno al segno del pane è chiamata a guardarsi dai sottili richiami delle varie idolatrie che si nascondono anche in una vita fatta di tanti bisogni, di tanti mezzi e così occupata al punto da dimenticare il senso stesso del cammino dell’umanità.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

IntegraleIs 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola degli operai chiamati a lavorare a diverse ore del giorno nella vigna è presente solamente in Matteo. E’ racconto che fa riferimento ad una quotidianità di lavoro, di sfruttamento, di proprietari di terre e di lavoratori che attendono di essere presi a giornata anche per poche ore.

E’ un racconto che riporta la quotidianità di un’esperienza diffusa nel mondo in cui Gesù viveva, la Galilea segnata dall’arricchimento di proprietari terrieri e da una situazione di impoverimento di molti e di ingiustizia. In molti elementi del racconto il richiamo è alla vita: il lavoro nella vigna, l’uscire del padrone alle diverse ore del giorno, il suo recarsi alla piazza, dove qualcuno attendeva di essere preso a giornata, il suo scorgere chi se ne stava in attesa dal mattino fino alla sera.

Eppure è una vicenda che apre al disorientamento e all’interrogativo. Lo sconcerto giunge alla fine, al momento del venire della sera, quando il padrone chiama gli operai per dare loro la ricompensa. La sorpresa sta nel fatto che il salario è uguale per tutti, per gli ultimi arrivati, come per quelli che avevano lavorato sin dalle prime ore del mattino. Un denaro è il compenso pattuito ed è una buona ricompensa per un giorno di lavoro. Ma è la medesima paga data anche agli ultimi. A partire da un paragone con una situazione di vita in cui molti potevano riconoscersi, come sempre nelle parabole, si pone la questione di un salto, di un riferimento ad altro. Questa parola non intende essere una istruzione per gestire i rapporti di lavoro, ma al cuore di queste come di tutte le parabole di Gesù sta la questione dell’incontro con Dio, la grande domanda sul volto di Dio: ‘il regno dei cieli, infatti, è simile ad un uomo, padrone di casa…”

Integrale-1Lo sconcerto è espresso dal verbo ‘mormorare’: “ricevutolo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: questi ultimi hanno fatto un’ora sola, e li hai fatti uguali a noi, che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo”. La lamentela si giustifica secondo una logica che vede la ricompensa essere proporzionale al lavoro compiuto: tanto lavoro, tanti soldi. Mormorare è un verbo che richiama la reazione di Israele nel deserto, quando aveva messo in dubbio la presenza di Dio nel faticoso cammino. E’ così indicazione che nel racconto di Gesù la questione è sul volto di Dio vicino e sul cambiamento che l’incontro con lui richiede.

La parabola ha qui il suo vertice: la risposta del padrone va al profondo delle obiezioni che gli sono rivolte: come mai la paga è uguale per gli ultimi come per i primi? Gesù affronta questa obiezione smascherando ciò che Matteo indica come ‘l’occhio appesantito’. Lo sguardo pesante è quello occupato dall’invidia, dal misurarsi in rapporto agli altri nei termini della competizione e della rivalità. Vive il peso di un modo di concepire Dio come padrone ingiusto e lontano, che misura tutto secondo i criteri del merito, come freddo calcolatore. Le parole del padrone rinviano ad un’altra logica che trova le chiavi di fondo nella parola ‘amico’ con cui inizia il dialogo e nella questione sul suo essere buono: ‘Amico, non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; io voglio dare a quest’ultimo come a te. Ovvero non mi è lecito fare quello che voglio con le cose mie? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?’.

Questa risposta apre innanzitutto uno squarcio su come funzionano le cose nella relazione che Dio instaura con noi, cioè, nel linguaggio di Matteo, nel regno dei cieli che ha fatto irruzione con la vita di Gesù. E’ una parola sul volto del Padre che Gesù annuncia. Il padrone di casa è un uomo che va oltre la logica del compenso: guarda al cuore, la sua preoccupazione è la relazione vivente. Non ragiona in termini di mercato: non tutto può essere valutato in base al denaro e c’è qualcosa di più e di altro nella vita rispetto al denaro.

Ma queste parole sono anche una lettura profonda del cuore umano: l’obiezione di chi mormora si accentra sul fatto che il padrone “ha fatto gli altri uguali a noi”. C’è uno sguardo all’altro che coltiva un senso di superiorità e un desiderio di affermare la propria differenza e privilegio, laddove si è realizzato qualcosa di più. C’è in fondo il desiderio che l’altro abbia invidia e che si misuri la differenza sulla base dei soldi ricevuti.

Integrale-2Il padrone di casa rompe questa logica: ‘non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro?’ ma soprattutto si rivolge a quell’uomo, chiamandolo ‘amico’. C’è qualcosa di più della prestazione di manodopera ad un prezzo giusto o abbondante. Il volto del padrone rivela una logica nuova: il padrone gioisce perché nessuno è escluso, e perché quel lavoro può essere occasione di vivere un incontro in cui lo sguardo non è quello del dipendente o del suddito, ma è lo sguardo degli amici. C’è anche un messaggio sul lavoro umano: la questione del lavoro è riconsdotta a far sì che sia esperienza in cui si promuova il volto di ciascuno, la dignità diogni persona e in cui si apra spazio a relazioni non di esclusione ma di incontro.

La risposta del padrone è innanzitutto una provocazione ed un invito ad un cambiamento del cuore: è invito a lasciarsi liberare da quella preoccupazione che l’altro sia accolto e abbia il suo spazio. L’essere fatti uguali è segno di un superamento del dominio dei soldi e di un modo di leggere la vita sulla base di un valere di più e nella paura dell’altro. E’ poi anche invito ad assumere lo sguardo di Dio che gioisce quando ognuno si sa accolto e riconosciuto.

Alcune riflessioni per noi oggi

Un primo pensiero che questa parabola può suggerire è una forte provocazione ad uscire dalla logica del mercato e ad entrare nella logica dello sguardo rivolto all’altro e della responsabilità. Viviamo un tempo in cui grande accento viene dato all’efficienza e al merito di ognuno. La parabola indica uno stile: rapportarsi agli altri senza cadere nella spirale dell’invidia. Invidia è incapacità di vedere e incapacità di immaginare. C’è infatti la capacità di scorgere la situazione dell’altro, di potersi immaginare nella sua condizione, di essere vulnerabili a ciò che vive soprattutto chi ha meno possibilità. Fare uguaglianza non significa appiattire tutto e mortificare le potenzialità, ma è tensione a far sì che chi ha meno possibilità possa essere aiutato ad avere spazi e modi per esprimere se stesso, ad avere uguale punto di partenza per camminare. Viene da pensare che l’articolo 3 della Costituzione italiana che parla di uguaglianza in questi termini è un riferimento fondamentale che racchiude un profondo significato evangelico.

Al cuore delle parabole sta la preoccupazione del volto di Dio. Questa parabola è percorso suggerito per aprirsi al Dio della gratuità e della misericordia. E’ una parola che genera cambiamento del modo di pensare Dio. E questo è unito al rapporto con gli altri: passa infatti attraverso un modo diverso di guardare agli altri, liberandosi dal cuore pesante. Sempre le parabole sono parole efficaci di itinerari di conversione.

Viviamo un tempo segnato dalla violenza e dalla logica della vendetta. Nel mondo del pluralismo e delle diversità, sociali, culturali, religiose c’è una chiamata di Dio, una sfida particolarmente attuale. E’ il passaggio dalla visione limitata, dalla logica dell’invidia e dell’ostilità, alla scoperta del senso profondo della missione della chiesa nel mondo del pluralismo: essa può essere espressa nei termini del ‘rendere amici’. Lo sguardo del padrone del vigna rivolto ai primi è uno sguardo amico, che intende aprire a scorgere la preziosità di una relazione con lui e con gli altri come senso profondo del laoro e della vita. E’ questa una via aperta…

Il lavoro nel tempo della crisi è ambito nel quale si vivono le più grandi difficoltà. Proprio questa parabola potrebbe apririe la domanda su come intendere il senso del lavoro, come esperienza di sguardo all’altro e come luogo in cui si possa crescere in umanità e in relazioni significative: al centro del lavoro sta l’uomo e la donna e ogni lavoro pone in una rete di relazioni con gli altri. E’ forse da cogliere la provocazione ad un senso nuovo del lavoro uscendo dalla schiavitù di una precarizzazione che riduce le persone a strumenti e a merce?

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo