la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

III domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Santa Maria in valle Porclaneta Rocca di Mezzo 171

Giona sotto la pianta di ricino (qiqajon) – s.Maria in Valle Porcianeta (part.)

Gn 3,1-10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giona è profeta che pretende di piegare Dio alle sue vedute: non segue la chiamata a partire secondo le indicazioni di Dio e ad andare verso la grande città, ma si dirige in direzione opposta. Tutto il racconto di Giona è attraversato dal tema della conversione come cambiamento di direzione. E’ un percorso di cambiamento declinato in tre grandi orizzonti.

C ’è innanzitutto l’orizzonte della conversione di Ninive la grande città, simbolo di una vita lontana da Dio. La conversione della grande città è risposta all’appello del profeta a vivere rapporti di giustizia, a lasciare un sistema di egoismo e di ingiusta ricchezza. Con ironia nel libro di Giona si parla della penitenza del re di Ninive che alla predicazione di Giona risponde con il cambiamento e il digiuno, e con lui tutta la città. Un movimento di accoglienza delle sue parole e di cambiamento ben diverso dal rifiuto del re di Gerusalemme, Ioiakim di Giuda: anch’egli aveva ricevuto dal profeta l’invito al digiuno e all’abbandono di una condotta malvagia ma aveva risposto gettando nel fuoco il rotolo dov’erano scritte quelle parole (Ger 36,23-25). La città di Ninive figura di un mondo lontano e corrotto cambia inaspettatamente direzione: e proprio questo fa arrabbiare il profeta.

C’è poi la conversione di Dio stesso che di fronte al cambiamento improvviso e generale di Ninive si ravvede e non compie ciò che aveva in mente di fare. La narrazione è quasi un commento alla pagina di Geremia dove l’agire di Dio viene paragonato all’opera di un vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli” (Ger 18,6-8). E’ il volto di un Dio che si lascia vincere dal cambiamento e fa cadere quell’ira segno della sua reazione al male e alla violenza umana.

Infine c’è il cammino della conversione di Giona, un cambiamento solo suggerito nel libro e lasciato aperto quasi a suggerire un percorso da attuare da parte di chiunque legge. E’ il cambiamento più difficile perché Giona è l’uomo religioso chiuso nella sua concezione di una salvezza riservata solo ad Israele, prigioniero di una religiosità che esclude e pretende di possedere il progetto di Dio sulla storia. L’intero suo cammino appare come lento accompagnamento alla scoperta di un modo nuovo di concepire il volto di Dio e il rapporto con gli altri: è chiamato sì, ma ad andare oltre una visione esclusiva e di competizione violenta, verso l’incontro con un Dio che si prende cura di tutti, si fa vicino, desidera vita e salvezza senza privilegi. Giona viene incaricato di un annuncio più grande di lui che gli sconvolge la vita e lo conduce ad una avventura e ad un viaggio interiore. Dio si prende cura dei vicini e dei lontani: la sua grande fatica è condurre anche il religioso e fondamentalista Giona – il profeta renitente – ad aprirsi ad un incontro nuovo con Lui e con gli altri. Su tutti questi percorsi c’è il rivolgersi fedele, attento, paziente di Dio, preoccupato di far comprendere a Giona, agli abitanti di Ninive, ad Israele suo popolo, che il suo disegno di salvezza non è un privilegio da riservare a qualcuno, ma è dono per tutti.

Di conversione si parla anche nella pagina del vangelo. Gesù annuncia che c’è un tempo ‘compiuto’ e presenta l’appello di fronte all’irromprere del regno che si è fatto vicino: il regno di Dio ha i tatti di una bella notizia che apre ad un Dio amico e vicino, in cui male e oppressione sono tolti, ed è possibile un mondo di relazioni nuove. “Convertitevi e credete al vangelo”.

A queste prime parole sintesi del messaggio di Gesù segue un gesto, la chiamata dei primi discepoli presso il lago e la risposta di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù passa, fissa con il suo sguardo e chiama dicendo ‘Seguitemi’. La scena descritta coglie un momento di vita ordinaria, durante il lavoro, nel rassettare le reti di pescatori. Gesù chiama a seguirlo per renderli ‘pescatori di uomini’: la loro attività per procurare vita alle loro famiglie è chiamata a divenire missione per dare vita ad altri, ad una comunità allargata.

C’è una preziosità dell’incontro con Gesù che conduce ad un ‘lasciare’ il padre, la barca, le reti. Un’indicazione che nulla può essere considerato più importante. Relazioni e attività sono da scoprire in modo nuovo nel seguire Gesù. La cosa più importante diviene la relazione con lui. In lui sarà da scoprire la profondità del regno come situazione nuova sin da ora come nuovo modo di intendere la vita nel servizio e nella cura. Sarà anche un modo nuovo di intendere i legami e la propria attività in una comunità intesa come fraternità e sororità di uguali. ‘Seguimi’ è chiamata a seguire, a camminare ‘stando dietro’.

Si tratta di una sequela che avrà per quei discepoli (ma anche per ognuno che si mette a seguire Gesù) i caratteri della fatica, dello sbandamento, dell’incomprensione, anche del fallimento e dell’abbandono. Ma è cammino di conversione alla scoperta del vangelo di Dio che nei gesti di Gesù si può incontrare e in cui lasciarsi coinvolgere.

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Alcune considerazioni per noi oggi

L’antica Ninive è nel territorio della moderna Mosul città diventata tristemente famosa per essere luogo dell’avanzare in questi tempi dello Stato islamico, della persecuzione contro le comunità di yazidi e cristiani obbligati a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi in Irak. A Mosul poco tempo fa, nel luglio 2014, è stata distrutta la moschea di Giona. Sì, moschea, perché Giona è profeta riconosciuto anche nella tradizione islamica (nel Corano c’è una sura di Giona). Giona unisce diversi cammini religiosi e più profondamente è simbolo di un cammino umano, al cuore e oltre le religioni. C’è una violenza che si oppone ad un cammino umano come chiamata a convertirsi all’altro, a scoprire la vita come cammino comune nelle differenze, nel lasciarsi interrogare dall’altro. La persecuzione oggi in Irak e nella piana di Mosul accomuna cristiani, musulmani, yazidi, mezzo milione di persone rifugiate in Kurdistan. Prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ha visitato i profughi nel Kurdistan e ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di “celebrare le feste  – compreso Capodanno – con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all’abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul”. C’è un digiuno nuovo da scoprire oggi come segno di conversione. La sfida che oggi abbiamo davanti è quella di scorgere quale conversione ci è richiesta in modi diversi nelle diverse religioni e convinzioni: l’uscita dagli eclusivismi contrapposti, l’uscita dal modo assolutista e violento di pensare non accogliendo la diversità. L’uscita dalla logica della violenza, dal pensiero autosufficiente che non ha bisogno dell’altro e non è disponibile a cambiare e a prendere in considerazione altri punti di vista.

Nel libro, uscito in questi giorni, a cura di François Buet (ed.Gribaudi) che raccoglie alcune meditazioni di fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine, si legge: “La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. Se la fede salva è perché essa svia il nostro sguardo verso un altro, dunque crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale… Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi stessi sostituendola con la preoccupazione per un altro, viviamo questa fede che è, forse a nostra insaputa, fede in Dio…”

Ma c’è anche una conversione per dare spazio e attenzione alle situazioni di chi nel mondo subisce oppressione e persecuzione senza trovare considerazione nei media: come in Irak, così in Nigeria più recentemente (mentre il mondo si sollevava per le uccisioni a Parigi, calava l’indifferenza verso più di duemila vittime di violenze). Sono questi percorsi di conversione globali, ma che toccano anche la nostra quotidianità.

Pescatori di uomini: chi oggi si trova a pescare uomini? Chi oggi vive veramente l’abbandono di padri, madri e delle proprie reti per andare incontro ad un’avventura di cui non si hanno garanzie e pone la propria vita in un seguire speranza di dignità e di pane? La vicenda delle innumerevoli folle di migranti, di tutti coloro che hanno sperimentato l’essere pescati nei drammatici naufragi nel mare Mediterraneo è invito per noi a scoprire come i percorsi della fede sono nascosti dentro le vicende umane e come il seguire Gesù dovrebbe essere vissuto nell’ascolto e nell’accoglienza di cammini umani che sono in se stessi segni del vangelo oggi e chiamate a cambiare modo di intendere la vita nella linea del regno di Dio che è regno di pace giustizia sin dal presente.

“Il tempo si è fatto breve”. L’espressione di Paolo rinvia ad un’immagine di navigazione: le vele della barca che presso il porto vengono sciolte e raccolte per permettere gli ultimi preparativi per l’approdo. Non si tratta di un invito al ‘carpe diem’ ignaro del passato e del futuro. E nemmeno è esortazione all’indifferenza nei confronti del presente e di quanto comporta l’impegno qui ed ora nella costruzione di un mondo più giusto e umano con la propria attività. In queste parole sta piuttosto il suggerimento a cogliere la differenza tra ciò che è penultimo, e quanto è ultimo, tra l’importanza di tutto ciò che richiede il massimo coinvolgimento nello sforzo (come in una barca che sta per attraccare) e la bellezza di una realtà nuova che è vicina ed è punto di arrivo meta finale (come il pregustare l’abbraccio con i propri cari nel porto ormai raggiunto a termine del viaggio). Qui s’innesta la serenità e la libertà del credente. Tra il penultimo e l’ultimo al credente non è chiesto l’oblio del tempo, ma percepire lo spessore di ogni istante che tiene legati insieme il passato, il presente e il futuro. Il tempo allora non assume il carattere oppressivo di una dimensione che minaccia e genera paura, ma può divenire il luogo di una libertà nuova ed anche di speranza. Si può vivere immersi e impegnati ma non sommersi e angustiati nelle cose. C’è un quotidiano da accogliere e custodire recando nel cuore la tensione a ciò che è ultimo, nella consapevolezza di tutto ciò che è buono, giusto e di tutto ciò che è vita nel presente: ogni piccolo gesto, ogni impegno nel vivere relazioni che tessono solidarietà e pace è penultimo che si scontra anche con la conraddizione, con la fatica e il fallimento e nel contempo prepara, fa pregustare e annuncia l’ultimo.

Alessandro Cortesi op

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