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Pentecoste – anno C – 2019

IMG_4378At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-26

Pentecoste è festa che si radica nella festa ebraica dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, festa delle primizie di primavera che celebra il dono della Legge a Mosè al Sinai e il dono della nuova alleanza promessa da Geremia (31,31-33) e da Ezechiele: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi’ (Ez 36,26-27).

Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca il riferimento va all’evento del Sinai: la legge è dono di alleanza che orienta la vita del popolo d’Israele. Le parole della legge sono da ritenere nel cuore e divengono indicazione di cammino. Sono orientamento per rimanere fedeli alla parola di alleanza, il sì pronunciato da Dio, che si rinnova come promessa di amore: ‘voi siete mio popolo’.

Il gran rumore, il fuoco e le parole sono elementi presenti nella narrazione degli Atti che richiamano l’evento del Sinai (Es 19,16-19: ‘il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco… Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono). Ma c’è anche un rinvio al racconto del battesimo di Gesù. la vita della comunità nella forza dello Spirito si collega ed è in continuità con la missione del servo di Jahwè che Luca vede nel momento del battesimo: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22).

La descrizione di fenomeni esterni è simbolica e mira a far cogliere l’esperienza della prima comunità, quella di essere visitati dallo Spirito, forza proveniente da Dio: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. L’irrompere dello Spirito è dono dall’alto, che coinvolge la vita offrendo nuova forza e nuovo modo di leggere la realtà. E’ trasformazione dell’intimo e trova espressione in un’apertura di comunicazione nuova: il ‘parlare’ in altre lingue.

Le lingue diverse indicano la pluralità e l’incontro tra le diversità in cui la comunità stessa nasce. Ma contiene in sé anche altre evocazioni: ricorda infatti l’episodio di Babele. Lì le lingue diverse erano state conseguenza di una dispersione, compiuta da Dio che intendeva vanificare il disegno di un unico impero con una sola lingua, ossia la pretesa umana di unificare tutto sotto un grande potere assoluto. La diversità diveniva critica al dominio che si metteva al posto di Dio, quello della grande città e della torre. Il disegno di Dio sui popoli non è quello del dominio oppressivo, ma dell’incontro delle differenze. Tuttavia la dispersione comportava anche l’incapacità di comunicare e di comprendere la lingua dell’altro (Gen 11,7). Per questo cessarono di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo. Dopo la Pasqua, a Gerusalemme, Luca vede invece compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ ciascuno nella propria lingua: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Vi è stupore perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile e si fa intendere. I lontani divengono vicini.

Il ‘miracolo’ di Pentecoste per Luca è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, l’instaurarsi di una autentica comunicazione. Lo Spirito Santo riempie i cuori: è compimento della promessa della nuova alleanza, richiamo al Sinai, a quel grande disegno di un ‘parlare’ affettuoso e vicino tra Dio e l’uomo, e novità della promessa di Cristo.

Nel IV vangelo il dono dello Spirito è evento che fa tutt’uno con la pasqua e proviene da Cristo: Il soffio di Gesù che alita sui discepoli è una nuova creazione: come Dio, al principio comunicò il suo respiro ad Adamo tratto dal fango (Gen 2,6). Il soffio è accompagnato dalle parole ‘Ricevete lo Spirito Santo’: lo Spirito è presenza personale: consolatore, grande suggeritore, colui che insegna e farà ricordare. Lo Spirito spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, ci invita a cercare sempre e oltre, accogliendo la sua vita e ascoltando la sua voce.

Alessandro Cortesi op

IMG_4325Incontro e alberi

Pentecoste è festa di diverse lingue e di scoperta di rapporti nuovi. Pensando al dono della pentecoste come dono dello Spirito che fa comunicare in modo nuovo due motivi si impongono all’attenzione in questo tempo: la sfida dell’incontro nel mondo delle migrazioni e della reazione xenofoba e razzista. Accanto ad esso il motivo di un rapporto nuovo con la natura, proprio nel tempo della crisi climatica e ecologica, da cui apprendere modalità nuove di intendere l’incontro.

I vescovi del Lazio hanno scritto una lettera per Pentecoste in cui si richiama all’annuncio a Gerusalemme come “segno dell’incontro pacifico e gioioso dei popoli”.

“Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. (…) Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. E’ proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti… Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I Bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un ‘prima’ o di un ‘dopo’ sulla base dell’appartenenza nazionale. Da certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l’altro è un dono. E’ questa la bellezza del vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza. (…)

Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere (…)

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, (…) desideriamo tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale. Pertanto… sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritti la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura nuova fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste”.

Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, in una recente intervista ha osservato che come esseri umani ignoriamo le piante per una questione culturale, ma dovremmo invece assumere un diverso atteggiamento:

“Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello”.

Richiama così all’importanza del verde e delle piante per la vita globale del pianeta terra e dell’umanità stessa:

“quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte”.

L’invito a piantare piante ovunque non è unicamente a scopo estetico o per fornire ossigeno a fronte dell’inquinamento, ma perché dalle piante potremmo imparare elementi essenziali per vivere insieme:

“La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti (…) Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali”.

E’ proprio tale organizzazione a modo di rete, con legami ineludibili da mantenere, nella costituzione di una comunità, una casa comune con equilibri tra gli esseri viventi, il grande insegnamento da apprendere oggi piantando alberi e cercando di custodire il verde vicino a noi e con noi.

Abbracciare gli alberi (ed. Il Saggiatore), si intitola un libro dell’agronomo Giuseppe Barbera, che rinvia all’invito del­la poe­tes­sa Ra­tu­ri, rap­pre­sen­tan­te del mo­vi­men­to Chi­p­ko: Abbrac­cia gli al­be­ri / sal­va­li dal­l’ab­bat­ti­men­to / la pro­prie­tà del­le no­stre col­li­ne / sal­va­la dal sac­cheg­gio”. La lot­ta non vio­len­ta per resistere alla deforestazione, attuato dalle donne indiane ne­gli anni ‘70 è indicazione di un atteggiamento da coltivare. Gli alberi possono insegnarci qualcosa di essenziale alla vita comune: apprendere dagli alberi in un rapporto profondo con la natura è esigenza oggi per affrontare insieme la crisi sociale del nostro tempo e la crisi ecologica trovando in un nuovo rapporto con la natura vie per apire un futuro ad una convivenza umana non nel segno della distruzione ma nel legame degli uni con gli altri.

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

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