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VII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6973Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Al cuore del cap. 19 del libro del Levitico, libro di norme e leggi sorte in un ambito sacerdotale ebraico, sta l’invito ad essere ‘santi come Dio è santo’. E’ un invito a lasciarsi orientare da Dio in ogni momento e a vivere l’esistenza come partecipazione alla sua stessa vita che è santità. Indica l’importanza di vivere un rapporto con Dio in tutti i momenti e le situazioni della vita, anche le più ordinarie e quotidiane. Si pone secondo la fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”. Ma soprattutto la parola sul rapporto con il prossimo apre uno squarcio di novità: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù riprenderà queste parole unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. I due momenti vanno sempre insieme a formare un solo orientamento, amare Dio e riconoscere il prossimo. Non è possibile accostarsi a Dio senza riconoscere il volto dell’altro e di chi ha bisogno e aprirsi a lui. Il Dio biblico non è una energia impersonale ma presenza che chiama e apre ad un incontro con Lui che passa attraverso il rapporto con il prossimo. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”.

La concretezza di queste parole si traduce nell’imperativo “tu amerai il forestiero, cioè l’immigrato residente, come te stesso…” Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. … tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

Nel discorso della montagna Matteo raccoglie l’insegnamento di Gesù, la nuova legge. L’invito ad essere perfetti è – come nel Levitico – apertura a lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio. Solo il suo amore poco alla volta cambia il cuore e rende capaci di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non si tratta di una perfezione impossibile all’uomo e che rende ripiegati su di sè. Ma è indicazione di cammino per rispecchiare nella vita lo stile di Dio stesso: non covare odio, ma coltivare accoglienza, comprensione, dedizione concreta.

Coltivare questo apre l’esistenza ad un amore che non è limitato, ma giunge fino ad amare il nemico. Non si tratta di non reagire di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, non è invito a non disturbare i potenti. L’amore non può essere scambiato con l’assuefazione e la sottomissione all’ingiustizia. Ma è atteggiamento di libertà, orientamento della vita all’accoglienza gratuità e servizio. E’ stata questa la via che Gesù ha seguito. E’ stato questo amore inerme e nonviolento che ha suscitato la reazione contro di lui: Gesù non si è piegato all’ingiustizia ma ha testimoniato un amore oltre i confini togliendo esclusione, ostilità, violenza.

Alessandro Cortesi op

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Querida Amazonia…

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi l’Esortazione apostolica post- sinodale dal titolo Querida Amazonia di papa Francesco. Fa seguito al Sinodo svoltosi a Roma nell’ottobre del 2019 con la partecipazione di molti vescovi dell’area amazzonica che copre nove Paesi dell’America Latina. I lavori del sinodo si sono situati all’interno di un ampio processo di ascolto e coinvolgimento con le comunità locali che ha visto un capillare coinvolgimento e dialogo nei mesi precedenti al sinodo.

Questo processo era iniziato il 19 gennaio 2018, quando Francesco si era recato a Puerto Maldonado, e lì aveva rivolto l’invito a “plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno”. Il sinodo si è posto così quale occasione di attenzione e di cura per l’Amazzonia, un territorio di enorme ricchezza e bellezza naturale e di diversità di popoli, ma anche una terra particolarmente minacciata oggi da diversi tipi di sfruttamento delle risorse, di impoverimento dei suoi abitanti e di processi di devastazione ambientale.

Proprietà di questo documento di Francesco è l’essere un testo che intende porsi accanto al Documento finale approvato dall’Assemblea del Sinodo con votazione. “Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale” (QA 2).

Tali espressioni indicano come il Sinodo rimanga in un certo modo aperto ad un processo di ricezione e di attuazione di quanto emerso. Ma l’attenzione all’Amazzonia è un appello a tutte le comunità per riconoscere la peculiarità di questa terra e per accogliere le sfide dell’inculturazione nei diversi contesti oggi: “L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa, un grande bioma condiviso da nove paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana Francese. Tuttavia, indirizzo questa Esortazione a tutto il mondo. Lo faccio, da una parte, per aiutare a risvegliare l’affetto e la preoccupazione per questa terra che è anche “nostra” e invitarli ad ammirarla e a riconoscerla come un mistero sacro; dall’altra, perché l’attenzione della Chiesa alle problematiche di questo luogo ci obbliga a riprendere brevemente alcuni temi che non dovremmo dimenticare e che possono ispirare altre regioni della terra di fronte alle loro proprie sfide” (QA 5).

Francesco esprime così i quattro sogni che indica in riferimento all’Amazzonia ma che si allargano ad essere sogni di cambiamento per il cammino dell’umanità e della chiesa:

“6. Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

A fronte di una analisi della situazione in cui si rileva il dramma dello sfruttamento e delle politiche di dominio di dominio che incombono in Amazzonia è presentato il sogno sociale “quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere”. Ma c’è bisogno di un grido profetico e di un arduo impegno per i più poveri” (QA 8). Tutto ciò implica indignazione profetica in una lotta alla colonizzazione che si attua oggi in forme diverse e puntando sulla capacità di fraternità propria dei popoli amazzonici (QA 20).

Il secondo sogno è un sogno culturale, di attenzione e valorizzazione delle culture proprie di questo enorme territorio e dei popoli e comunità che lì risiedono: “Il tema è promuovere l’Amazzonia; ciò però non significa colonizzarla culturalmente, bensì fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Questo è il senso della migliore opera educativa: coltivare senza sradicare; far crescere senza indebolire l’identità; promuovere senza invadere” (QA 28). I sogno culturale implica prendersi cura delle radici, ossia della saggezza culturale dei popoli e della diversità.

Il terzo sogno è un sogno ecologico. “In una realtà culturale come l’Amazzonia, dove esiste una relazione così stretta dell’essere umano con la natura, l’esistenza quotidiana è sempre cosmica. Liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo” (QA 41).

A tal riguardo Francesco inserisce nel testo molteplici citazioni di poeti e poetesse indigeni che esprimono con il linguaggio della poesia il mistero di una terra percepita come madre e la minaccia di una distruzione imminente: “La poesia aiuta ad esprimere una dolorosa sensazione che oggi in molti condividiamo. La verità ineludibile è che, nelle attuali condizioni, con questo modo di trattare l’Amazzonia, tanta vita e tanta bellezza stiano “prendendo la direzione della fine”, benché molti vogliano continuare a credere che non è successo nulla: «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano. Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»” (QA 47).

Il documento esprime la consapevolezza che la vita dell’intero pianeta dipende dal rispetto dell’ambiente naturale in amazzonia e in biomi come quello del Congo in Africa e del Borneo. L’invito è di proteggere l’Amazzonia, “cuore del pianeta”, e ad affrontare temi quali la deforestazione, il flagello della tratta delle persone, l’inquinamento ambientale.

Riprendendo intuizioni espresse nella enciclica Laudato sì Francesco invita ad ascoltare insieme il grido della terra e il grido dei poveri, richiamando al tenere insieme un approccio ecologico e un approccio attento alla giustizia sociale (QA 8).

“Imparando dai popoli originari, possiamo contemplare l’Amazzonia e non solo analizzarla, per riconoscere il mistero prezioso che ci supera. Possiamo amarla e non solo utilizzarla, così che l’amore risvegli un interesse profondo e sincero. Di più, possiamo sentirci intimamente uniti ad essa e non solo difenderla, e allora l’Amazzonia diventerà nostra come una madre. Perché «il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri»” (QA 55).

Il quarto sogno è un sogno ecclesiale. Francesco esprime a tal riguardo il sogno di una chiesa dal volto amazzonico. A tal proposito insiste sulla dinamica dell’inculturazione. L’annuncio del kerigma cristiano «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (QA 66).

“perché la Chiesa ha un volto pluriforme «non solo da una prospettiva spaziale […], ma anche dalla sua realtà temporale». Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce” (QA 66).

A tal riguardo è presente una attenzione alla inculturazione del liturgia secondo un approccio di incontro e ascolto raccogliendo gli elementi degli indigeni nel loro contatto con la natura e stimolando le espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli (QA 82) Si osserva che dopo il Concilio Vaticano II è stato condotto uno sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni, ma pochi progressi si sono realizzati (QA 82)

E’ recepito «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Si afferma che c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (QA 86). Tuttavia nulla viene detto a proposito delle richieste esplicite emerse dai lavori del sinodo a riguardo della creazione di nuovi ministeri sia nel chiamare al sacerdozio ministeriale dei diaconi permanenti, sia nell’istituzione del diaconato delle donne.

Viene prospettato un orientamento di maggiore promozione di servizi laicali: “Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente” (QA 93). Inoltre si prospetta l’impegno a sviluppare “una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale. Le sfide dell’Amazzonia esigono dalla Chiesa uno sforzo speciale per realizzare una presenza capillare che è possibile solo attraverso un incisivo protagonismo dei laici” (QA 94). Questa sollecitazione è certamente motivo per rallegrarsi e può essere indicazione importante anche per tutte le altre chiese.

Gli aspetti più deboli di questa parte appaiono nell’indicazione di far fronte alla mancanza di preti con la preghiera di nuove vocazioni e con l’invio di missionari nei territori dell’Amazzonia (QA 90) e soprattutto nel modo in cui si affronta la presenza delle donne nella chiesa. Di esse si riconosce un ruolo fondamentale nella vita delle comunità ecclesiali: “per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza” (QA 99). Si riconosce che “di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche” (QA 103).

Ma, viene osservato, accordare alle donne “accesso all’Ordine sacro… “limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo” (QA 100). Si dice solamente che “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio” (QA 103).

A tal proposito osserva René Poujol in un articolo dal titolo Francesco e l’Amazzonia: non aprire le porte… senza tenerle chiuse! (trad. Finesettimana): “Ma tornare continuamente all’immagine, certo ammirevole, di Maria, non è certo il modo migliore per mobilitare le donne a servizio della missione. Vedere nell’accesso all’Ordine sacro (qui il diaconato) un “rischio di clericalizzare le donne”, lascia perplessi. Ci si pone forse la stessa domanda per i candidati maschi al diaconato o al presbiterato? Ordinare un uomo celibe non è forse clericalizzare un laico? Conosciamo l’ostilità del Vaticano e di papa Francesco per “l’ideologia del genere”. Ma se la crisi che attraversa la Chiesa ha davvero come causa il deficit di inculturazione, l’istituzione potrà ancora a lungo ignorare l’aspirazione delle donne cattoliche, al pari delle donne in tutti gli altri settori della vita, ad una forma di uguaglianza che non si accontenta più di un semplice discorso sulla complementarietà?”

Motivo di speranza per futuri sviluppi che peraltro il documento di Francesco non chiude, ma nemmeno apre con la sua parola autorevole, possono essere colti nell’affermazione al n.104: “Accade spesso che, in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte. Quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà” (QA 104).

“Le autentiche soluzioni non si raggiungono mai annacquando l’audacia, sottraendosi alle esigenze concrete o cercando colpe esterne. Al contrario, la via d’uscita si trova per “traboccamento”, trascendendo la dialettica che limita la visione per poter riconoscere così un dono più grande che Dio sta offrendo… in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione” (QA 105).

Due temi considerati in questa ultima parte del documento, in cui la terminologia del sacerdozio è applicata solo ai chierici senza considerazione del sacerdozio comune di tutti i fedeli, rimangono aperti: come pensare una chiesa non nei termini nella contrapposizione tra laicato e chierici ma nel quadro della comune dignità e responsabilità dei battezzati nel popolo di Dio che possono essere soggetti di diversi ministeri? Come pensare e vivere un’esperienza di chiesa composta di uomini e di donne nell’uguaglianza fondamentale che proviene dalla fede e dal battesimo e nel riconoscimento delle differenze, individuando forme diverse, anche nuove, di una ministerialità articolata e differenziata di uomini e di donne quali soggetti a pieno titolo nel popolo di Dio? Soprattutto superando il clericalismo congiunto al maschilismo e la mentalità di potere che segna ancora pesantemete la situazione attuale della chiesa.

All’interno di una chiamata a conversione dell’umanità, in particolare di quella parte di umanità che detiene la ricchezza e il potere economico, a rinunciare alla mentalità del potere che opprime e devasta l’ambiente e genera sofferenza e ingiustizia, anche la chiesa è chiamata ad una conversione profonda che si esprime anche nella riforma delle sue strutture e nella coerenza e creatività della sua testimonianza.

E’ da attendere con pazienza – ma ciò non toglie il senso di un certo sconforto a fronte di questi appuntamenti mancati – che lo Spirito di Dio faccia ‘traboccare’ il suo dono in una stagione in cui si avverte forte l’esigenza di un rinnovamento della vita ecclesiale e di scelte di semplicità e coraggio nel percorrere vie nuove in fedeltà al vangelo e in ascolto delle domande di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2017

img_2280Lv 19,1-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui.”

Covare odio nel cuore: covare è il gesto dello star sopra, è la modalità con cui gli animali ovipari trasmettono alle uova il calore stando accovacciati nel dare calore ad un uovo destinato a schiudersi. Covare è verbo della custodia che attende la crescita un po’ alla volta, con pazienza. Covare è verbo di vita ma covare odio è l’atteggiamento che si fa custodia di un germe non di vita ma di morte. Covare odio è generatore di negazione dell’altro. Al centro della legge sta uno sguardo all’altro che si collega allo sguardo a Dio che apre ad essere responsabili verso l’altro. Tutti, uomini e donne sono immagine e somiglianza di Lui: per questo il rapporto con l’altro reca con sé una scelta nel rispondere alla chiamata di Dio nella vita. C’è un comune provenire da Dio stesso. L’invocazione non uccidere che proviene dallo sguardo dell’altro è chiamata: esige risposta, responsabilità. Covare custodendo non i germi della vita, ma l’odio che è sentimento produttore di morte, è venir meno all’alleanza con Dio che rinvia al rapporto con l’altro.

Gesù riprende i riferimenti alla legge di Mosè e li conduce alla loro radice, indicando vie di nonviolenza: “Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Già la legge del taglione era un modo per superare la logica della vendetta senza misura indicando un limite invalicabile. La sua formulazione andava nella linea di porre un contrasto alle forze di aggressività ed alla logica della violenza presenti nel cuore umano. La legge conduceva a scorgere il contrasto tra l’uso della violenza e l’agire di Dio che perdona come pure l’inutilità della violenza e la sua infecondità.

Gesù conduce fino in fondo questo orientamento: indica una via che appare impossibile a praticarsi. Solamente lo stare inermi davanti all’altro apre orizzonti impensabili di bene. La risposta al male con il male, alla violenza con la violenza è apparente vittoria e supremazia nella logica del più forte, ma si rivela prima o poi un fallimento. E’ questa la sconsolata constatazione che ogni guerra condotta nella storia, dalle piccole guerre a quella più grandi anziché produrre bene ha generato immani sofferenze, ferite sanguinanti, lutti e ingiustizie che prima o poi sono terreno di coltura di altra violenza, di altro dolore.

Gesù richiama ad un impossibile che si manifesta come via che risponde alle esigenze più profonde dell’essere umano. Apre la via ad una vita non segnata dalla logica mortale della violenza e del male. Fa fiorire una nostalgia di una umanità capace di relazioni nuove, nascosta e spesso offuscata dentro i cuori.

“Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

La richiesta di Gesù di giungere ad amare non solo il prossimo, ma anche il nemico sfida la comprensione umana, il buonsenso e le capacità e le risorse del cuore e della mente. L’esperienza dice che nella vita sono presenti i nemici; in tanti modi la vita è minacciata da chi vuole il male e lo attua in forme talvolta subdole, volte a generare sofferenza, con cattiveria e cinismo. Davanti al nemico la reazione immediata è la paura, l’odio, il desiderio di rispondere al male con il male.

Gesù invita a non reduplicare il male che si riceve. Suggerisce di volgersi ad un cammino arduo di libertà. La scelta di non rispondere al male con il male apre a seguire una via alternativa. L’unica motivazione per questo è l’essere riflesso di un modo di agire che è quello di Dio: un Dio che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. E’ importante che Gesù rinvii alla creazione, alla natura. Il volto di Dio comprensibile a tutti è il volto riflesso nella gratuità della luce offerta a malvagi e buoni indistintamente. Come il sole che splende senza riservare i suoi raggi e il suo calore a qualcuno e senza toglierli ai malvagi. La natura diviene grande maestra di una comunicazione dello stile di Dio.

E’ difficile non restituire il male ricevuto, non covare sentimenti di vendetta e di odio. Gesù non porta a confondere i gesti di cattiveria con quelli della bontà, non mescola bene e male in una indistinta confusione. Dice che Dio fa splendere la luce perché solo questa gratuità per buoni e malvagi è via per un cambiamento e per un’uscita dalla schiavitù del male. Non altro.

Amare in perdita senza pretese di contraccambio non è precetto da adempiere, ma è via aperta di felicità. E’ possibilità di covare non germi generatori di morte, l’odio nel cuore che rende la vita ripiegata e asservita al desiderio di male, ma la gratuità di una luce accolta con gratitudine che sola porta vita. Gesù suggerisce i quattro verbi: amate, pregate, porgete, prestate quale esercizio per una prassi concreta di trasformazione del cuore. Nessuno potrà dire di aver compiuto questo. Ma nell’intraprendere tale via ci si apre alla scoperta di poter accogliere quel dono che è l’agire di Dio. E questo solo apre all’impossibile.

In questo forse è da scorgere una sapienza che non s’identifica con l’accumulo di erudizione o con l’abilità di tipo tecnico o scientifico, ma è il lasciarsi prender e contagiare da uno stile, lo stile della gratuità di Dio, che può essere accolto e custodito al cuore della vita umana: “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”.

Alessandro Cortesi op

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Sono solo canzonette…

Uno sguardo ai testi delle tre canzoni giunte in finale al recente festival di Sanremo può suggerire interessanti spunti di vicinanza, talvolta quasi eco, alle parole evangeliche di questa domenica.

La canzone che ha vinto il primo premio presenta una musica facilmente orecchiabile e ballabile ed è stata arricchita dall’esibizione danzante di uno ballerino-scimmia accanto all’artista Francesco Gabbani. E’ una riflessione sulla ‘scimmia nuda’ che balla, con allusione alle teorie dell’antropologo Desmond Norris che parla dell’uomo come scimmia che ha vissuto un venir meno della copertura di peli, ma che fondamentalmente nei suoi comportamenti si orienta come le altre scimmie. Il testo della canzone non è di facile accostamento: le parole, a prima vista sembrano essere assembrate senza nessi evidenti. Ad una lettura più attenta il testo fa riferimento ad una contraddittorio mescolamento tra adesione al messaggio di religioni orientali e la condizione dell’uomo occidentale contemporaneo schiacciato nel suo individualismo e narcisismo. La trasformazione che l’umanità sta vivendo nell’età post-moderna va nella direzione di una vita di individui ripiegati su se stessi nella rinuncia a tutto quanto è pensiero e fatica: il rispecchiamento di se stesso, il selfie è cifra della condizione dell’individuo che ha rinunciato a porsi domande esistenziali : “Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. / L’intelligenza è démodé / Risposte facili / Dilemmi inutili”.
In tale quadro il fascino della spiritualità orientale che si diffonde nel mondo occidentale ha un suo peso e viene inseguito spesso in modo acritico e superficiale senza coglierne le profondità, quasi come un respiro di prigionieri in carcere: “C’è il Buddha in fila indiana / Per tutti un’ora d’aria, di gloria. / La folla grida un mantra”.

Karma è termine sanscrito che indica la forza capace di far sì che le persone possano essere protagoniste del proprio destino, ma non appare che nel contesto occidentale questo sia possibile dove la corsa sembra sia orientata verso un benessere pieno di cose superflue e ad una fuga lontano dall’altro nella contrapposizione tra relazioni evitate nel reale e vissute solamente nel mondo virtuale. “Piovono gocce di Chanel / Su corpi asettici / Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili. / Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri”.

La scimmia nuda balla, come nella preistoria e forse una nuova condizione preistorica è quella che si affaccia là dove uomini appaiono accomodati in una comoda gabbia, con la possibilità di navigare ovunque in internet, ma nell’incapacità di scorgere sentieri di libertà: “Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo. / Intellettuali nei caffè / Internettologi. (…) La scimmia nuda balla / Occidentali’s Karma”.

C’è una ricerca di sapienza che vada oltre le forme scontate e consuetudinarie, oltre il dominio di una tecnica. Ma questo può divenire moda effimera o può aprirsi a quella sapienza dello Spirito che conduce a vivere una nuova scoperta di quell’origine dell’essere umano nella sua chiamata fondamentale: scimmia che ha la dignità della responsabilità di scegliere la via del bene, di cercare e compiere il proprio ‘karma’.

Nella canzone di Fiorella Mannoia “Che sia benedetta” attribuito a vita è l’aggettivo ‘perfetta’: la vita è perfetta. E’ affermazione che a primo impatto non può non suscitare una reazione di indignazione e di sconcerto pensando alle tante forme di dolore, di assurdità e di tragedia che sono presenti nelle vite di tanti. La vita non è affatto perfetta. Le vite della stragrande maggioranza della popolazione mondiale è fatta di stenti, di malattie, di migrazione, è lotta quotidiana per sopravvivere, è dolore e morte. Ma forse questa è la medesima reazione che si può provare di fronte alle parole del vangelo ‘siate perfetti…’ Anche qui è presente una assurdità. C’è stata una retorica della perfezione che ha inquinato la vita dei credenti: i perfetti sono stati indicati come coloro che si sono dedicati alle ‘cose spirituali’ contrapposte alle ‘cose materiali’. La perfezione è stata prospettata quale fuga dall’esistere quotidiano, o come un esito di sforzi e di osservanze religiose esteriori o peggio ancora l’inseguimento di una scrupolosa attenzione a sé che fa perdere del tutto la possibilità di guardare agli altri. Ma forse il senso di questa parola è da ricercare in altre direzioni e in diversi orizzonti: nel testo della canzone della Mannoia si legge anche: “In questo traffico di sguardi senza meta / In quei sorrisi spenti per la strada / Quante volte condanniamo questa vita / Illudendoci d’averla già capita/ Non basta non basta / Che sia benedetta”

Il benedire la vita sorge non da una attitudine di spensieratezza e di trionfo, ma da una consapevolezza di non averla compresa nelle sue profondità, da un sentimento di imperfezione. Il dire sia benedetta sorge da una consapevolezza di limite, di ferita, di imperfezione

“A chi trova se stesso nel proprio coraggio / A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio / A chi lotta da sempre e sopporta il dolore / Qui nessuno è diverso nessuno è migliore. / A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero / A chi resta da solo abbracciato al silenzio / A chi dona l’amore che ha dentro / Che sia benedetta”.

E i profili dei viventi, nessuno diverso nessuno migliore, sono quelli di chi riconosce in sé l’impasto imperfetto e contraddittorio di polvere di stelle e di polvere di terra: “Siamo eterno siamo passi siamo storie / Siamo figli della nostra verità (…) / E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta”.

Allora la vita è ‘perfetta’ non perché si passa sopra a tutto il male che la segna né perché ingenuamente si guarda ad un momento di spensieratezza ma perché in essa si può riflettere, nel suo essere radicalmente imperfetta, un tratto di quell’amore che è la gratuità stessa di Dio e la nostalgia più profonda del cuore umano.

La canzone di Ermal Meta dal titolo ‘Vietato morire’ suggerisce il messaggio di vincere la violenza non reduplicando il male, ma generando percorsi nuovi nonostante il male ricevuto, la vita possa generare bene per altri e non ancora malvagità. Il tratto autobiografico di questa canzone provoca a pensare. Ed è triste rappresentazione della condizione di un presente segnato dalla pervasività della violenza tra le pareti di casa, attuate e perpetrata nelle forme più quotidiane e nei luoghi più sacri. La canzone è il racconto di una violenza subita silenziosamente e con paura in famiglia per la presenza di un uomo violento che non rispetta la sua donna: “Ricordo quegli occhi pieni di vita / E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia / Ricordo la notte con poche luci / Ma almeno là fuori non c’erano i lupi”.

Le parole di questa canzone rinviano – quale ricordo di figlio che ripensa al doloroso percorso  – al faticoso percorso della madre nel credere che sia possibile aprire al sogno dell’amare dando ad altri quanto non si è ricevuto. In filigrana si può leggere il volto di una donna vittima di violenza. Per lei questa tragica esperienza diviene scelta ad orientare la vita in modo diverso e a vivere la sua maternità per generare una vita non asservita alla violenza, ma libera per non morire. Da qui il titolo ‘vietato morire’. Nella canzone si delinea così il profilo di una donna forte che sceglie di non far proseguire la spirale della violenza, ma di coltivare percorsi di sogno e d’amore, invitando a ‘cambiare le stelle’ ricordando che l’amore non colpisce mai. Non può mai essere confuso l’amore con le forme di violenza più plaesi o più sottili, come tanto spesso avviene.

“E la fatica che hai dovuto fare / Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore / Hai smesso di sognare per farmi sognare / Le tue parole sono adesso una canzone / Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai / E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai (…) / E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza / Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire”.

Sono solo canzonette… ma forse racchiudono un messaggio che apre a scorgere quella via di nonviolenza, di sguardo alla vita nel luce di una benedizione che è gratuità, nella direzione di una responsabilità per farsi protagonisti del proprio destino: in fondo parole che generano echi di vangelo da inseguire nella musica dei versi.

Alessandro Cortesi op

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