la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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S. Trinità – anno A – 2017

IMG_3793.JPGEs 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”.

‘Mostrami la tua gloria’ è la preghiera di Mosè. Il desiderio di vedere il volto di Dio sta al cuore di ogni esistenza credente. E’ tensione di conoscenza ma non solo: è apertura sull’inafferrabile. E’ inquietudine presente in ogni persona che ha percepito la sua vita toccata da una presenza più grande e indicibile. ‘mostrami’ è invocazione a togliere un velo che impedisce di vedere e fa rimanere nel rischio e nell’incertezza dell’affidamento.

Nella pagina dell’Esodo il Signore risponde alla richiesta di Mosè dandogli un appuntamento: la sua gloria passerà, mentre Mosè è sulla montagna. Gli chiede di rimanere tra le fenditura della roccia e di attendere lì: “ti coprirò con la mano fino a quando sarò passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai di spalle” (Es 33,22-23). Bellissima immagine, questa, della mano che Dio pone avanti a sé per proteggere Mosè e per coprire il suo passaggio. E’ una mano che custodisce una presenza e nel contempo nasconde e fa scorgere il suo passare solo di spalle. Come la parola di Dio è sempre appello ad un cammino, così il suo volto – la sua gloria – è custodito in una lontananza che apre al desiderio e al ricercare. Non è a disposizione. Dio è più grande e lo si può incontrare solamente nel seguirlo. La gloria di Dio, la sua presenza se pur passa accanto potrà essere intravista da Mosè solamente di spalle. Rinvia sempre oltre.

Così in questa pagina viene suggerito il cammino del credente nel cercare il volto di Dio, nel lasciarsi incontrare dal Dio vicino che non può essere racchiuso in definizioni e in immagini. Mosè scopre il nome di Dio non pronunciabile, che non può essere trattenuto ma chiede di consegnarsi nelle sue mani, e rimane nascosto nei percorsi di amore, di misericordia, di fedeltà. Questa è la radice della legge dono di una alleanza che si fa cammino nell’esistenza quotidiana, nelle opere e nei giorni per incontrare il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà.

“Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna… non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

Nicodemo maestro di Israele indagatore e curioso si reca a Gesù di notte e Gesù gli parla di una nascita da acqua e Spirito. Gesù presenta il credere come relazione con il ‘Figlio innalzato’: accenna così alla croce. Croce è luogo dell’umiliazione, ma per il IV vangelo è lì, nell’innalzamento il luogo dove si manifesta la ‘gloria di Dio’: lì il Figlio mostra il volto del Padre. La gloria di Dio è la fedeltà all’amore fino alla fine, la consegna di sé. Nicodemo è così provocato ad uscire da un approccio intellettuale e a lasciare spazio alla sua ricerca di incontro: può aprirsi ad esso nel lasciare spazio allo Spirito. Per questo deve rinascere di nuovo e dall’alto: non con i suoi ragionamenti ma accogliendo un soffio di vita nuova. E’ richiamato ad un respiro nuovo, ad inseguire il movimento dello Spirito che soffia dove vuole, a rincorrere i richiami della sua voce percepita.

“Vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13)”.

Ci sono atteggiamenti semplici che costruiscono comunità. Sono l’attenzione e la cura quotidiana di chi intende la vita non per sé ma con gli altri, e cerca di tessere nell’ordito della vita reti di incontro e di comprensione. In questi luoghi, in questi percorsi si rende visibile una traccia del volto di Dio comunione. Sono esperienze che raccontano e aprono strade ad incontrare il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_3759.JPGDio di tutti i nomi

Può darsi che la preghiera ci divida?

O che combattiamo perché Tu non sei il loro Tu?

E’ possibile pregare insieme in solo silenzio?

E’ proibito godere della sinfonia?

O vogliamo che sia il nostro Dio a dirigere l’orchestra?

Conosciamo così bene il nostro Dio?

E’ meglio allora non pregare?

(…)

Dire che Tu hai Tutti-i-Nomi

è affermare che Tu non possiedi Nessun-Nome,

che Tu sei anonimo

che la preghiera non può avere nomi, né concetti, né idee

(…)

Una preghiera posso ancora recitare.

Una preghiera rivolta anzitutto ai miei simili.

E’ un gemito di compassione,

e un grido di speranza:

che ci sia pace e armonia

fra la gente che prega.

(Raimon Panikkar, Preghiera in Mistica pienezza di vita, Opera omnia vol. I, 355-356)

Volto di Dio, Tu che non si pone contro altri Tu. Il Tu che non può essere racchiuso in un nome ma che continuamente può essere incontrato nel pronunciare tanti nomi. Dio di Tutti-i-Nomi. Così la preghiera si fa silenzio. E’ contestazione della preghiera ma nel momento stesso è preghiera che si domanda: “Tu il mio vero Io, e io il tuo vero tu?”

Raimon Panikkar ha riflettuto nella sua ricerca esistenziale sulla presenza della Trinità al fondo e alla radice della vita dell’umanità e del cosmo stesso. Per lui Trinità è dimensione che sta all’origine e alle radici di tutto il reale. Parla infatti di ‘Trinità radicale’ quale dimensione originaria dell’esistenza umana e cosmica. Immagine nascosta e presente al fondo di ogni vita.

Tutta la realtà vive in un unico respiro che tiene insieme in reciproco scambio, cosmo divinità e uomo: Panikkar esprime questa intuizione con la parola cosmoteandrismo. Il cosmo, l’umano e il divino non stanno uno accanto all’altro, ma sono uno dentro l’altro, si interpenetrano in una danza (pericoresi) trinitaria.

A partire da questa ‘esperienza umana primordiale’ il suo cammino è stato un tentativo mai concluso di accostare l’esperienza spirituale nelle diverse e molteplici forme, nell’accogliere l’esperienza della comunione nel respiro del creato, nei percorsi delle culture e delle religioni, nella nascosta presenza del divino al cuore dell’esistenza umana.

Il Dio di tutti i nomi non ha tuttavia il nome della violenza e della morte, con cui viene invocato nei gesti del terrorismo e con cui viene portato a giustificazione dell’uso delle armi e del dominio della terra. Nel tempo in cui il nome di Dio trova nuove forme di essere pronunciato invano, lo stare in silenzio, purificando le parole, facendo proprie le parole autentiche della vita e dell’umanità è impegno urgente. Può essere strada per scorgere la struttura trinitaria al fondo della vita umana e cosmica, relazione che reca con sé il sogno e la promessa di godere di sinfonia, di convivialità di diversi nella pace. Ma per tutto questo si pone urgente una limitazione della pretesa di possedere parole risolutive, il disarmo dalla propria arroganza, l’uscita dalla mentalità di esclusione e di supremazia, l’abbandono di mentalità religiose di conquista e di disprezzo, e la condivisione delle parole miti degli altri.

“Sì, posso pregare in molte lingue.

nessuna di loro dice la stessa cosa,

perché la fede non ha oggetto.

Ma tutte dicono, cantano, soffrono, gioiscono…

Tutte queste preghiere sono mie,

e delle mie sorelle e dei miei fratelli.

Forse posso solo pregare con le loro preghiere.

E di questo sono immensamente grato”. (Raimon Panikkar, ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

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III domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2069.JPGEs 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

Mosè di fronte al roveto che arde senza consumarsi scopre che quella terra – proprio il luogo dove stava pascolando il gregge – è terra santa, terra in cui togliersi i sandali perché luogo in cui Jahwè si rende vicino. Chi è Dio? qual è il suo nome? E’ la grande domanda della ricerca religiosa. Nel libro dell’Esodo Dio non è definito da un nome, piuttosto la sua presenza si manifesta, e si nasconde, nei segni, in un agire a fianco di, per liberare le vittime: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire…”.

Nel deserto, attirato dal fuoco che avvolge il roveto senza consumarlo Mosè desidera vedere. E incontra l’angelo del Signore, segno della presenza di Dio. E’ momento di rivelazione. La presenza di un angelo è rinvio ad un momento di comunicazione tra Dio e l’uomo. Mosè vive l’esperienza di un incontro come scoperta che quel luogo, la terra del deserto, la terra del suo camminare è terra santa, in cui togliersi i sandali. La presenza di Dio è inafferrabile come il fuoco, e vicina. L’incontro è anche scoperta del Dio dei viventi, di Abramo di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei padri, coinvolto nella storia di uomini e donne. Nel gesto di velarsi il viso Mosè esprime l’attitudine religiosa della meraviglia di stare davanti a colui che non si può vedere. Quel momento è per lui chiamata: invio a farsi solidale con il popolo in schiavitù, a farsi guida verso cammini di liberazione. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’”.

‘Io sono colui che sono’ è un nome ce non definisce ma apre cammino: un modo per sottrarsi alla pretesa umana di poter avere Dio stesso alla propria misura e in suo potere. Il nome è rinvio all’intimo di una persona. Il nome di Dio rimane inafferrabile alle capacità umane anche di pronunciarlo. Il Dio dei padri che Mosè incontra nel deserto non è alla portata, non sta nella misura umana. Questo nome dice che Dio è il lontano, l’altro, eppure, e nel contempo, il vicinissimo. Vicino perché entra nella vita di Mosè incontrandolo in quella terra, ma anche perché si comunica come promessa di vicinanza in una storia, nel suo agire: ‘sarò colui che sarò, sarò il fedele accanto’. Dio così chiama Mosè ad un cammino verso un incontro che mai sarà concluso; si presenta a lui come ‘Dio del futuro’: ‘ti sarò fedele’.

Mosè è così rinviato ad una storia in cui potrà fare esperienza di Dio scorgendolo nel cammino della libertà. Il Dio dell’esodo di cui cogliere il nome nel cammino di liberazione perché è lui che scende a liberare. il suo nome esprime fedeltà e vicinanza: ascolta e scende per fare uscire il popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Per Mosè quel momento diviene conversione: mutamento del modo di concepire la sua esistenza e risposta ad un invio nell’apertura al Dio dei padri e della promessa. Cambia orientamento della sua vita nel lasciarsi cambiare da Dio stesso, il Dio che agisce e si fa vicino. Convertirsi è movimento di vita che sorge dal riconoscere l’iniziativa di liberazione e di dono come agire di Dio. Il nome di Dio rimane impronunciabile si offre nel suo agire di fedeltà, è il nome di chi osserva la miseria, ascolta il grido che sale da ogni sofferenza umana, di chi scende per liberare.

L’invito alla conversione è al cuore anche della pagina del vangelo. Un atto di repressione delle milizie romane all’interno del tempio con l’uccisione di molte persone, un crollo improvviso di una torre di difesa, la torre di Siloe, che aveva provocato diciotto vittime: due episodi accaduti in quel periodo sono occasione per una parola di Gesù sull’urgenza di conversione: “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. C’era chi offriva un’interpretazione religiosa individuando in quelle vittime nel tempio dei peccatori, e per questo pensava che Dio li avesse puniti. Gesù prende le distanze da un modo di ragionare di questo tipo: non vede questi eventi di malvagità e di dolore come segno di una punizione per un peccato. Si distanzia da una lettura religiosa o magica dei fatti. Piuttosto richiama all’urgenza – nel presente – della conversione, di un cambiamento di modo di pensare Dio e di intendere la vita. Gesù non condivide la lettura di questi eventi come segni di un giudizio di Dio. Le vittime non sono tali per qualche colpa né l’agire di Dio intervento che punisce: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Chi è morto in quei due tragici eventi è nella medesima condizione di altri. Gesù invece invita a scorgere l’urgenza di un cambiamento, questo sì, per tutti.

Non offre facili risposte a coloro che gli chiedono cosa è giusto e cosa sbagliato. Non è per nulla preoccupato di portare le persone a dipendere. La sua passione sta piuttosto nel rendere le persone libere di seguire la propria coscienza. Saper discernere cosa è bene e cosa è male è allora sfida come quella di comprende a partire dai segni il tempo che verrà domani.

Convertirsi indica cambiare strada perché ci si accorge di aver preso una direzione sbagliata. Convertirsi esprime l’atto di ‘cambiare mente’, il modo di pensare la vita, di vedere le cose.

La chiamata di Dio ad ascoltare i profeti è appello da accogliere nel presente. Gesù richiama ad un tempo breve, tema caro a Luca, attento a sottolineare l’importanza della quotidianità e chiede di stare svegli, vigilare, nel presente. Luca pone così una parola esigente sulla conversione, movimento da intraprendere con urgenza.

A questo punto aggiunge tuttavia un’altra parola di Gesù sul fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il contadino chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e lasciarlo ancora un anno anche se da tre anni non porta frutto. Accanto alle parole che pongono l’esigenza della conversione qui il registro cambia: non viene meno l’urgenza ma si accosta un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione. Lascia il tempo perché anche il fico che appare sterile possa portare frutto. Gesù parla della pazienza di Dio che attende: non come tiranno, ma come chi dà un anno di grazia.

Nella Bibbia il convertirsi non è solamente e primariamente un cambiamento che interessa i comportamenti; certamente ci sono frutti visibili della conversione che costituiscono un nuovo stile di vita e di rapporti. Ma tutto ciò è conseguenza di una linfa che proviene da profondità nascoste: il cambiamento a cui siamo invitati ha radici che toccano il modo di rapportarsi con Dio stesso. Convertirsi significa innanzitutto accogliere il volto di un Dio che non sta nelle nostre mani.

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Pazienza

C’è un mistero di pazienza nascosto nella vita. Nella vita in cui è possibile e aperto il cambiamento, la conversione.

Pazienza non è attitudine al rinvio senza interesse e senza impegno, non è nemmeno attitudine rassegnata e sconsolata nell’impotenza di cambiare ciò che appare immutabile. E’ piuttosto capacità di rimanere dentro le situazioni, è uno ‘stare sotto’, accettando la fatica di un cammino nel tempo. E’ attitudine a mantenere attenzione, a creare ambiente perché un cambiamento avvenga. E’ impresa di fiducia, è scelta coraggiosa di custodia perché nel tempo quanto vi è di bene possa svilupparsi e le potenzialità nascoste trovino spazio di espressione, e di germoglio.

La natura con i suoi ritmi è maestra per scorgere un’importanza del tempo: la vita degli alberi e delle piante conduce a cogliere l’esigenza propria dei tempi del maturare poco alla volta, nella vulnerabilità a fronte di tanti imprevisti. Ogni germogliare richiede ritmi da rispettare. Così nella vita umana: la custodia di sentimenti, il portare a compimento progetti, il lavoro nel dare forma a qualcosa. Tutto esige tempo, e insieme al tempo quella pazienza che è attenzione nel mettere in atto ad ogni passaggio il gesto richiesto, la scelta che apre orizzonti.

L’accompagnamento dei bambini nel loro crescere è la più forte provocazione a maturare il senso della pazienza, a rivedere profondamente ogni programma e previsione, ad avere uno sguardo lungo capace di scorgere oltre. Pazienza non è immobilismo e attendismo inerte, ma diviene attesa creativa e impegno a porre in atto tutto ciò che è richiesto ad ogni passo per far sì che qualcun altro possa crescere. Vivere coltivando un attitudine paziente non consente di fare e soprattutto di vedere con immediatezza i frutti del proprio impegno. Attitudine propria di chi è paziente non è quella di esigere risultati, di muoversi sul piano dell’efficienza e del guadagno per sè, ma quella di innescare processi, di gettare semi, di lavorare in perdita, di pensare ad altri, quelli che ci sono e coloro che verranno.

Pazienza non è allora virtù propria del privato, talvolta espressa nel detto popolare ‘porta pazienza’ e che rinchiude in una solitudine rassegnata. E’ piuttosto attitudine che cerca di porre in atto tutto ciò che rende possibile la crescita di altri e insieme. E’ l’esperienza di Mosè che egli faticosamente apprende nel corso della sua vita non senza contraddizioni, dubbi, interruzioni. “Si parla sempre della pazienza di Giobbe, ma quella di Mosè non è da meno. Ed è una pazienza tutta legata all’amore per l’altro, alla sorte della sua gente. (…) Non è per sé che Mosè spera, ma per gli altri: forse la più bella immagine di cura che sia stata tramandata” (Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino 2014)

La pazienza di Mosè sorge forse da quella promessa che segna la sua vita, rinvio a scorgere il nome di Dio, ma a scorgere insieme il senso del proprio nome nel percorso di una storia in cui mettere le sue energie al servizio di un cammino comune di libertà. C’è una dimensione politica della pazienza, che contrasta la fretta e l’inseguire il ritmo del ‘tutto e subito’ illudendo gli altri con promesse sempre nuove. Nel cuore di chi è paziente sta racchiusa la preziosità del prendersi cura, l’apertura generosa di coltivare di quanto può venir fuori, quanto è possibile, momento per momento, come sguardo capace di scorgere semi capaci di vita nonostante le contraddizioni e la sterilità della situazione presente. La pazienza è come un respiro che può tener vivo l’impegno, la dedizione e alimenta la cura e la custodia aperta ad altri.

Alessandro Cortesi op

 

XXIII Domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0262Ez 33,1.7-9; Rom 13,8-10; Mt 18,15-20

La comunità di Matteo è vicina per tanti aspetti al mondo ebraico e nel porsi la questione di come comportarsi di fronte a chi nella comunità vive in contraddizione con le esigenze del vangelo e come attuare una correzione poteva riferirsi ad una ampia riflessione sviluppata e già presente nella tradizione ebraica. Era infatti considerata una ampia casistica di fronte alle situazioni dei peccatori. Ad esempio la legislazione di Levitico raccomandava: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). In Deuteronomio si suggeriva il passaggio davanti ai testimoni: “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15). Così pure Ezechiele richiamava alla responsabilità di fronte all’altro: “Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta io domanderò conto a te” (Ez 33,8). Alla base di tale invito sta la consapevolezza he Dio non vuole la morte del peccatore ma mira alla sua salvezza, a guadagnarlo, non a perderlo: il progetto di Dio non è per la condanna e la morte, ma per la vita (Ez 33,11).

La comunità di Gesù si connota per essere un discepolato di uguali, di fratelli e sorelle senza distinzioni gerarchiche ma chiamati a stare nella sequela di Gesù: un cammino di fraternità in cui nessuno è il più grande, ma tutti sono raggiunti dall’appello ad accogliere la volontà del Padre che nessuno si perda dei suoi piccoli.

Matteo raccoglie al cap. 18 alcune indicazioni fondamentali sulla vita della comunità in cui al centro stanno i piccoli. E’ richiamata la logica del perdono come attitudine fondamentale: un perdono che viene da Dio innanzitutto e che va accolto e condiviso in un cammino di cambiamento. Il brano inizia con le parole “se tuo fratello commetterà una colpa contro di te”. L’espressione ‘contro di te’ appare una aggiunta che richiama il versetto in cui Pietro domanda a Gesù: “Signore se il mio fratello pecca contro di me quante volto dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). La questione non è sta tanto nei termini di un’offesa personale ma concerne uno stile di comportamento in opposizione all’orizzonte di fondo della comunità. Tuttavia è accentuato il termine fratello: anche chi sbaglia rimane fratello di cui farsi carico.

La pagina sul rapporto con chi viene meno alle esigenze del vangelo è una parola innanzitutto contro l’indifferenza nei confronti dell’altro. E’ indicazione di uno stile di attenzione, che non ignora né sorvola con superficialità quanto ferisce il legame e tutto ciò che mina l’esistenza stessa della vita di una comunità. Il problema di fondo è quello di non rimanere indifferenti di fronte al male, e poter correggere senza assumere l’attitudine di superiorità, mantenendo la consapevolezza del limite e della condizione di peccato che tutti accomuna. Correggere è percorso complesso, che non può essere attuato senza profonda compassione e senza percepire l’importanza dell’altro nella propria esistenza. Il volere del Padre e è che nessuno vada perduto (Mt 18,14).

L’indicazione di fondo del brano sta nel mantenere il riconoscimento dell’altro anche quando la sua prassi è inconciliabile con il vangelo: concretamente ciò si traduce in una attitudine di responsabilità attiva nel superamento di una situazione di fatica, di dissidio, di incomprensione.

Porsi davanti all’altro nei termini del dialogo implica una scelta di tenere a cuore la vita dell’altro. I tre passaggi indicati – il dialogo da solo a solo con il fratello, il colloquio con più testimoni, la presentazione della questione davanti alla comunità – non sono da considerare una sorta di normativa definita. Piuttosto sono suggerimenti che indicano l’urgenza di trovare occasioni in modo creativo per ricercare una via di colloquio in rapporto alle circostanze concrete. Sono invito a cogliere le opportunità concrete possibili per esprimere la cura per l’altro, per accostarsi a lui, e non cadere nell’atteggiamento del disinteresse, dell’ indifferenza, o della rassegnazione. L’esito eventualmente positivo di questi avvicinamenti è espresso nei termini dell’aver guadagnato il fratello: è così indicata una ‘abbondanza’ che non si identifica con dei beni, ma è fecondità di relazione e di vita.

Tuttavia viene anche considerata la possibilità di una durezza e di un rifiuto mantenuto ad oltranza. Se qualcuno rifiuta qualsiasi correzione “sia per te come il pagano o l’esattore”. Essere come un pagano significa la presa d’atto di una condizione di lontananza dalla comunità. Ma questo non implica una lontananza rispetto all’attitudine di cura e custodia che mai deve venire meno. Questa dovrà trovare modo di esprimersi in forme diverse. Queste parole tagliano alla radice l’attitudine settaria presente laddove la scomunica è inflitta come condanna alla persona e motivo di disprezzo ed esclusione. E pongono accento sull’unico grande potere dato alla comunità che è quello di percorrere le vie del perdono e dell’apertura alla possibilità di cambiamento in ordine al vangelo. La comunità che Matteo desidera è una comunità in cui al centro vi sia il perdono e un amore fatto di concretezza; non indifferente rispetto al male e pronto ad accettare anche il rifiuto di dialogo, ma sempre aperto a considerare l’altro come qualcuno da non perdere. La ragione sta nello stile di Dio testimoniato da Gesù: che nessuno vada perduto.

Si instaura così un rapporto nuovo ma che implica ancora una custodia, di tipo diverso, di vicinanza e di attesa. Matteo attribuisce a tutta la comunità il potere di legare e di sciogliere. Legare è sinonimo di proibire, sciogliere sta per permettere. Questi due verbi indicano così l’azione di escludere dalla comunità o di aprire la possibilità ad un condivisione. Legare e sciogliere hanno a che fare ancora con una attitudine che non coltivi indifferenza rispetto al male, ma si ponga in una attenzione alla persona. Sciogliere come offrire possibilità di una porta sempre aperta è la grande chiamata a testimoniare un perdono che non viene da capacità umane ma è lo stile di Dio, senza limite ‘fino a settanta volte sette’ (Mt 18,22).

Anche chi non ascolta e non rivede il suo comportamento va considerato come qualcuno per cui pregare, qualcuno da amare perché Gesù era amico dei pubblicano e dei peccatori (Mt 11,19) e il suo comando è quello di amare anche coloro che si pongono come nemici (Mt 5,44). “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19-20). Questa espressione che segue immediatamente il passo sulla correzione fraterna può essere letta come riferita all’accordarsi per chiedere a Dio nella preghiera la possibilità di non perdere chi si ostina in un percorso di incoerenza rispetto al vangelo e rifiuta di cambiare.

L’autentico potere affidato alla comunità sta proprio nella capacità di custodire, nella vita, nella preghiera: una custodia senza limiti che deve cercare con creatività e fedeltà al presente le modalità possibili e concrete per attuarsi. Una custodia da attuare fino alla fine e che non viene mai meno, anche di fronte al rifiuto.

DSCN0285Alcuni pensieri per noi oggi

E’ questa una pagina che parla della difficoltà della vita comune. Soprattutto evidenzia le difficoltà del prendersi cura dell’altro in un contesto in cui spesso prevale il ripiegamento su di sé e la disattenzione per chi vive accanto. Porta a riflettere sulla responsabilità, sulla scelta di evitare compromessi, o l’incoerenza sottile e permanente. Ci fa scoprire quanto ciascuno debba ancora camminare per accogliere l’esigenza del vangelo di ritenere l’altro un fratello, una sorella da custodire.

La comunità di fronte al male e alle deviazioni non può porsi in atteggiamento indifferente. Deve avere il coraggio della non assuefazione, di saper chiamare per nome e denunciare il male. Nello stesso tempo può offrire fiducia e spazio che consenta opportunità per un effettivo cambiamento ed per orientarsi in modo diverso. La correzione fraterna non è un atto che si risolve in un momento puntuale: si connota piuttosto come un percorso fatto di pazienza, di gradualità, ed anche di accompagnamento e di cura. Non si identifica con forme di esclusione che non eliminano il male e per di più tolgono la speranza, ma può essere cammino per aprire alla opportunità di cambiare.

Le indicazioni sulla correzione fraterna talvolta sono state visto come una sorta di codificazione da eseguire, quasi un manuale di risoluzione dei problemi di convivenza pronto all’uso. Ma il vivere la fatica delle relazioni non può essere ridotto a facili procedimenti. Ogni rapporto esige delicatezza, attenzione alle situazioni e alle persone, nella loro reale condizione e originalità. Soprattutto le esperienze di vita comune sono esposte alla difficoltà, alla fatica e anche al fallimento di sogni e tentativi concreti di dialogo. La sollecitazione al cuore di questa pagina sta nel prendersi carico dell’altro e nell’invito ad una custodia nonostante il rifiuto, accettando la fatica dell’incontro.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”: questa parola può essere importante per cogliere l’importanza oggi di creare momenti e occasioni di un ritrovarsi attorno al nome di Gesù. Il ritrovarsi non necessita di ufficialità o di riti particolari, può essere attuato nel quotidiano. Passare dalla dispersione alla riunione, passare dall’inimicizia allo stare insieme in ascolto delle sue parole e della sua chiamata. Non è importante essere tanti o pochi, né il numero né l’efficacia o la visibilità del gruppo che si ritrova. E’ la presenza di Gesù ad essere guida e riferimento del ritrovarci e dell’azione. L’importante è mettere al centro la presenza di Gesù nel riunirsi ‘nel suo nome’.

Alessandro Cortesi op

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