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VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2017

img_2280Lv 19,1-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui.”

Covare odio nel cuore: covare è il gesto dello star sopra, è la modalità con cui gli animali ovipari trasmettono alle uova il calore stando accovacciati nel dare calore ad un uovo destinato a schiudersi. Covare è verbo della custodia che attende la crescita un po’ alla volta, con pazienza. Covare è verbo di vita ma covare odio è l’atteggiamento che si fa custodia di un germe non di vita ma di morte. Covare odio è generatore di negazione dell’altro. Al centro della legge sta uno sguardo all’altro che si collega allo sguardo a Dio che apre ad essere responsabili verso l’altro. Tutti, uomini e donne sono immagine e somiglianza di Lui: per questo il rapporto con l’altro reca con sé una scelta nel rispondere alla chiamata di Dio nella vita. C’è un comune provenire da Dio stesso. L’invocazione non uccidere che proviene dallo sguardo dell’altro è chiamata: esige risposta, responsabilità. Covare custodendo non i germi della vita, ma l’odio che è sentimento produttore di morte, è venir meno all’alleanza con Dio che rinvia al rapporto con l’altro.

Gesù riprende i riferimenti alla legge di Mosè e li conduce alla loro radice, indicando vie di nonviolenza: “Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Già la legge del taglione era un modo per superare la logica della vendetta senza misura indicando un limite invalicabile. La sua formulazione andava nella linea di porre un contrasto alle forze di aggressività ed alla logica della violenza presenti nel cuore umano. La legge conduceva a scorgere il contrasto tra l’uso della violenza e l’agire di Dio che perdona come pure l’inutilità della violenza e la sua infecondità.

Gesù conduce fino in fondo questo orientamento: indica una via che appare impossibile a praticarsi. Solamente lo stare inermi davanti all’altro apre orizzonti impensabili di bene. La risposta al male con il male, alla violenza con la violenza è apparente vittoria e supremazia nella logica del più forte, ma si rivela prima o poi un fallimento. E’ questa la sconsolata constatazione che ogni guerra condotta nella storia, dalle piccole guerre a quella più grandi anziché produrre bene ha generato immani sofferenze, ferite sanguinanti, lutti e ingiustizie che prima o poi sono terreno di coltura di altra violenza, di altro dolore.

Gesù richiama ad un impossibile che si manifesta come via che risponde alle esigenze più profonde dell’essere umano. Apre la via ad una vita non segnata dalla logica mortale della violenza e del male. Fa fiorire una nostalgia di una umanità capace di relazioni nuove, nascosta e spesso offuscata dentro i cuori.

“Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

La richiesta di Gesù di giungere ad amare non solo il prossimo, ma anche il nemico sfida la comprensione umana, il buonsenso e le capacità e le risorse del cuore e della mente. L’esperienza dice che nella vita sono presenti i nemici; in tanti modi la vita è minacciata da chi vuole il male e lo attua in forme talvolta subdole, volte a generare sofferenza, con cattiveria e cinismo. Davanti al nemico la reazione immediata è la paura, l’odio, il desiderio di rispondere al male con il male.

Gesù invita a non reduplicare il male che si riceve. Suggerisce di volgersi ad un cammino arduo di libertà. La scelta di non rispondere al male con il male apre a seguire una via alternativa. L’unica motivazione per questo è l’essere riflesso di un modo di agire che è quello di Dio: un Dio che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. E’ importante che Gesù rinvii alla creazione, alla natura. Il volto di Dio comprensibile a tutti è il volto riflesso nella gratuità della luce offerta a malvagi e buoni indistintamente. Come il sole che splende senza riservare i suoi raggi e il suo calore a qualcuno e senza toglierli ai malvagi. La natura diviene grande maestra di una comunicazione dello stile di Dio.

E’ difficile non restituire il male ricevuto, non covare sentimenti di vendetta e di odio. Gesù non porta a confondere i gesti di cattiveria con quelli della bontà, non mescola bene e male in una indistinta confusione. Dice che Dio fa splendere la luce perché solo questa gratuità per buoni e malvagi è via per un cambiamento e per un’uscita dalla schiavitù del male. Non altro.

Amare in perdita senza pretese di contraccambio non è precetto da adempiere, ma è via aperta di felicità. E’ possibilità di covare non germi generatori di morte, l’odio nel cuore che rende la vita ripiegata e asservita al desiderio di male, ma la gratuità di una luce accolta con gratitudine che sola porta vita. Gesù suggerisce i quattro verbi: amate, pregate, porgete, prestate quale esercizio per una prassi concreta di trasformazione del cuore. Nessuno potrà dire di aver compiuto questo. Ma nell’intraprendere tale via ci si apre alla scoperta di poter accogliere quel dono che è l’agire di Dio. E questo solo apre all’impossibile.

In questo forse è da scorgere una sapienza che non s’identifica con l’accumulo di erudizione o con l’abilità di tipo tecnico o scientifico, ma è il lasciarsi prender e contagiare da uno stile, lo stile della gratuità di Dio, che può essere accolto e custodito al cuore della vita umana: “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”.

Alessandro Cortesi op

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Sono solo canzonette…

Uno sguardo ai testi delle tre canzoni giunte in finale al recente festival di Sanremo può suggerire interessanti spunti di vicinanza, talvolta quasi eco, alle parole evangeliche di questa domenica.

La canzone che ha vinto il primo premio presenta una musica facilmente orecchiabile e ballabile ed è stata arricchita dall’esibizione danzante di uno ballerino-scimmia accanto all’artista Francesco Gabbani. E’ una riflessione sulla ‘scimmia nuda’ che balla, con allusione alle teorie dell’antropologo Desmond Norris che parla dell’uomo come scimmia che ha vissuto un venir meno della copertura di peli, ma che fondamentalmente nei suoi comportamenti si orienta come le altre scimmie. Il testo della canzone non è di facile accostamento: le parole, a prima vista sembrano essere assembrate senza nessi evidenti. Ad una lettura più attenta il testo fa riferimento ad una contraddittorio mescolamento tra adesione al messaggio di religioni orientali e la condizione dell’uomo occidentale contemporaneo schiacciato nel suo individualismo e narcisismo. La trasformazione che l’umanità sta vivendo nell’età post-moderna va nella direzione di una vita di individui ripiegati su se stessi nella rinuncia a tutto quanto è pensiero e fatica: il rispecchiamento di se stesso, il selfie è cifra della condizione dell’individuo che ha rinunciato a porsi domande esistenziali : “Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. / L’intelligenza è démodé / Risposte facili / Dilemmi inutili”.
In tale quadro il fascino della spiritualità orientale che si diffonde nel mondo occidentale ha un suo peso e viene inseguito spesso in modo acritico e superficiale senza coglierne le profondità, quasi come un respiro di prigionieri in carcere: “C’è il Buddha in fila indiana / Per tutti un’ora d’aria, di gloria. / La folla grida un mantra”.

Karma è termine sanscrito che indica la forza capace di far sì che le persone possano essere protagoniste del proprio destino, ma non appare che nel contesto occidentale questo sia possibile dove la corsa sembra sia orientata verso un benessere pieno di cose superflue e ad una fuga lontano dall’altro nella contrapposizione tra relazioni evitate nel reale e vissute solamente nel mondo virtuale. “Piovono gocce di Chanel / Su corpi asettici / Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili. / Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri”.

La scimmia nuda balla, come nella preistoria e forse una nuova condizione preistorica è quella che si affaccia là dove uomini appaiono accomodati in una comoda gabbia, con la possibilità di navigare ovunque in internet, ma nell’incapacità di scorgere sentieri di libertà: “Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo. / Intellettuali nei caffè / Internettologi. (…) La scimmia nuda balla / Occidentali’s Karma”.

C’è una ricerca di sapienza che vada oltre le forme scontate e consuetudinarie, oltre il dominio di una tecnica. Ma questo può divenire moda effimera o può aprirsi a quella sapienza dello Spirito che conduce a vivere una nuova scoperta di quell’origine dell’essere umano nella sua chiamata fondamentale: scimmia che ha la dignità della responsabilità di scegliere la via del bene, di cercare e compiere il proprio ‘karma’.

Nella canzone di Fiorella Mannoia “Che sia benedetta” attribuito a vita è l’aggettivo ‘perfetta’: la vita è perfetta. E’ affermazione che a primo impatto non può non suscitare una reazione di indignazione e di sconcerto pensando alle tante forme di dolore, di assurdità e di tragedia che sono presenti nelle vite di tanti. La vita non è affatto perfetta. Le vite della stragrande maggioranza della popolazione mondiale è fatta di stenti, di malattie, di migrazione, è lotta quotidiana per sopravvivere, è dolore e morte. Ma forse questa è la medesima reazione che si può provare di fronte alle parole del vangelo ‘siate perfetti…’ Anche qui è presente una assurdità. C’è stata una retorica della perfezione che ha inquinato la vita dei credenti: i perfetti sono stati indicati come coloro che si sono dedicati alle ‘cose spirituali’ contrapposte alle ‘cose materiali’. La perfezione è stata prospettata quale fuga dall’esistere quotidiano, o come un esito di sforzi e di osservanze religiose esteriori o peggio ancora l’inseguimento di una scrupolosa attenzione a sé che fa perdere del tutto la possibilità di guardare agli altri. Ma forse il senso di questa parola è da ricercare in altre direzioni e in diversi orizzonti: nel testo della canzone della Mannoia si legge anche: “In questo traffico di sguardi senza meta / In quei sorrisi spenti per la strada / Quante volte condanniamo questa vita / Illudendoci d’averla già capita/ Non basta non basta / Che sia benedetta”

Il benedire la vita sorge non da una attitudine di spensieratezza e di trionfo, ma da una consapevolezza di non averla compresa nelle sue profondità, da un sentimento di imperfezione. Il dire sia benedetta sorge da una consapevolezza di limite, di ferita, di imperfezione

“A chi trova se stesso nel proprio coraggio / A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio / A chi lotta da sempre e sopporta il dolore / Qui nessuno è diverso nessuno è migliore. / A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero / A chi resta da solo abbracciato al silenzio / A chi dona l’amore che ha dentro / Che sia benedetta”.

E i profili dei viventi, nessuno diverso nessuno migliore, sono quelli di chi riconosce in sé l’impasto imperfetto e contraddittorio di polvere di stelle e di polvere di terra: “Siamo eterno siamo passi siamo storie / Siamo figli della nostra verità (…) / E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta”.

Allora la vita è ‘perfetta’ non perché si passa sopra a tutto il male che la segna né perché ingenuamente si guarda ad un momento di spensieratezza ma perché in essa si può riflettere, nel suo essere radicalmente imperfetta, un tratto di quell’amore che è la gratuità stessa di Dio e la nostalgia più profonda del cuore umano.

La canzone di Ermal Meta dal titolo ‘Vietato morire’ suggerisce il messaggio di vincere la violenza non reduplicando il male, ma generando percorsi nuovi nonostante il male ricevuto, la vita possa generare bene per altri e non ancora malvagità. Il tratto autobiografico di questa canzone provoca a pensare. Ed è triste rappresentazione della condizione di un presente segnato dalla pervasività della violenza tra le pareti di casa, attuate e perpetrata nelle forme più quotidiane e nei luoghi più sacri. La canzone è il racconto di una violenza subita silenziosamente e con paura in famiglia per la presenza di un uomo violento che non rispetta la sua donna: “Ricordo quegli occhi pieni di vita / E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia / Ricordo la notte con poche luci / Ma almeno là fuori non c’erano i lupi”.

Le parole di questa canzone rinviano – quale ricordo di figlio che ripensa al doloroso percorso  – al faticoso percorso della madre nel credere che sia possibile aprire al sogno dell’amare dando ad altri quanto non si è ricevuto. In filigrana si può leggere il volto di una donna vittima di violenza. Per lei questa tragica esperienza diviene scelta ad orientare la vita in modo diverso e a vivere la sua maternità per generare una vita non asservita alla violenza, ma libera per non morire. Da qui il titolo ‘vietato morire’. Nella canzone si delinea così il profilo di una donna forte che sceglie di non far proseguire la spirale della violenza, ma di coltivare percorsi di sogno e d’amore, invitando a ‘cambiare le stelle’ ricordando che l’amore non colpisce mai. Non può mai essere confuso l’amore con le forme di violenza più plaesi o più sottili, come tanto spesso avviene.

“E la fatica che hai dovuto fare / Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore / Hai smesso di sognare per farmi sognare / Le tue parole sono adesso una canzone / Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai / E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai (…) / E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza / Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire”.

Sono solo canzonette… ma forse racchiudono un messaggio che apre a scorgere quella via di nonviolenza, di sguardo alla vita nel luce di una benedizione che è gratuità, nella direzione di una responsabilità per farsi protagonisti del proprio destino: in fondo parole che generano echi di vangelo da inseguire nella musica dei versi.

Alessandro Cortesi op

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Maria ss. Madre di Dio – anno 2017 – Giornata della pace

img_2064(Duomo di Trento – rosone della facciata)

Num 6, 22-27; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

I racconti dell’infanzia di Luca non sono narrazioni di cronaca o di descrizione di avvenimenti con preoccupazioni dello storico. Sono invece ricchi di teologia, intessuti di riflessioni indirizzate a comunità che vivono l’esperienza della fede in Gesù dopo la sua morte. Sono scritti pensando alla situazione di credenti che sperimentano le fatiche e difficoltà del continuare nel tempo la via del seguire Gesù. Luca proietta quindi sin nei primi momenti della vita di Gesù, il riferimento all’esperienza di coloro che hanno accolto la sua presenza e lo seguono.

Nello sguardo alle presenze che attorniano Gesù alla nascita Luca offre un quadro diversificato di reazioni e sentimenti. Pone così in luce i tratti dell’esperienza del credere e del discepolato nelle attitudini di coloro che hanno accolto la bella notizia dell’incontro con Gesù. In lui si è manifestato il volto di Dio che capovolge le logiche proprie del mondo riguardo alla grandezza ed è stato posto in discussione il modo di pensare Dio stesso. Luca insiste sul segno che riguarda una salvezza donata da Dio alla storia. Il segno è un bambino, avvolto in fasce: è un segno piccolo e povero, che contrasta con la grandezza degli imperi e con il dominio sui popoli (il censimento di Cesare Augusto). Gesù nella sua vita racconta il volto di un Dio che si può incontrare non nei luoghi del potere umano, ma nella vita dei poveri, nella condizione di chi è escluso “perché non c’era posto per loro nell’alloggio”.

Luca anche insiste su questo segno piccolo che è volto di un bambino con Maria e Giuseppe: è presenza di un bambino con i suoi genitori. L’incontro con Dio passa attraverso le vicende della vita umana ordinaria, nell’esperienza della cura per un bambino inerme, bisognoso di tutto, che nasce nel contesto di un amore umano concreto. L’incontro con Dio passa attraverso la cura ed il piegarsi all’umano fragile.

A questo punto Luca offre un profilo di chi è stato segnato da questa bella notizia presentando le reazioni di chi ha visto questo piccolo segno e se ne è lasciato toccare. Sono presenze non di chi umanamente è ritenuto importante o rilevante, ma di chi è marginale, di persone piccole, senza nomi illustri: sono i pastori, sono persone senza nome ma di cui si sottolinea la capacità di stupore, è Maria stessa, è Giuseppe.

Un primo tratto del profilo di chi segue Gesù è quello dell’uscire e del cammino: “i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I pastori si sono lasciati prendere da una chiamata di messaggeri e si sono posti in cammino: in ogni cammino umano, in ogni uscita da sicurezze per aprirsi all’incontro sta una novità e un dono. Tutto ciò avviene con urgenza: è bella notizia che apre a orizzonti nuovi la vita e chiede di essere comunicata. Dopo aver visto non rimangono chiusi, vanno a riferire, comunicano ad altri non un insegnamento ricevuto, né particolari richieste. Comunicano la gioia di un’esperienza inaudita: per loro, i dimenticati dalla storia, c’è posto nel cuore di Dio. La presenza di quel bambino dice loro che Dio si prende cura di chi è piccolo. Scorgono che l’incontro con Dio non è questione di sistemi religiosi o di appartenenze particolari, ma è possibile nella vita, nella loro vita concreta.

Una seconda reazione è quella di persone senza nome, di cui però si dice che vivono una ascolto di quanto è loro comunicato e si aprono allo stupore. “Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche qui il riferimento va alla vita della comunità nel tempo: l’esperienza della fede sorge nella testimonianza e nel ricevere una parola di testimoni che ricordano e richiamano l’incontro con Gesù: da qui può nascere uno stupore che cambia l’esistenza. Lo stupore è il tratto proprio dei racconti dell’infanzia di Luca che in questo atteggiamento condensa il senso di novità che prende di fronte ad un’esperienza di un Dio che si rende vicino, che fa sorgere vita che porta nascite e nuovi inizi in situazioni segnate dalla sterilità, dalle vecchiaia, dalla difficoltà.

Infine Luca sottolinea una attitudine propria di Maria: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria tiene insieme, fa simbolo. Il suo ascolto è interiore. Penso si possa leggere questa indicazione come movimento proprio del cuore del credente che tiene insieme lo sguardo di fronte al comunicarsi di un Dio che sceglie la povertà, fragile e vulnerabile, ad un operare di Dio e le difficoltà, domande e dubbi che provengono dalla storia, dalle contraddizioni.

Di Giuseppe non si dice nulla: solamente che era presente. Nel fugace accenno al suo nome si può cogliere solamente una presenza silenziosa, uno stare accanto che non fa mancare la sua cura, la sua vicinanza. E’ forse indicazione di una esperienza credente del mantenersi vicini, con la propria individualità, con il proprio nome, comunicando nel silenzio l’ascolto di una chiamata e di una missione. Giuseppe appare come un albero piantato, che rimane al suo posto e vive così la risposta al nome che gli è dato.

Infine ancora i pastori: Luca qui indica un altro tratto dell’esperienza del credere espresso nei verbi del lodare e rendere gloria a Dio. Nell’esperienza dell’incontro con Gesù, si apre una comprensione nuova della vita: la gloria di Dio si compie nella pace per coloro che egli ama. La gloria di Dio allora è la vita di chi vede riconosciuta la sua dignità, è una vita in relazioni nuove di giustizia, di riconoscimento. La gloria di Dio è possibilità al povero di avere dignità e vita.

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”

img_2284(disegno – cartone di Pietro Bugiani – Pistoia)

Voci di donne

Il 1 gennaio è giornata di preghiera per la pace. In questi giorni il settimanale “La repubblica delle donne” ha promosso un sondaggio sulla figura di donna dell’anno. Tre volti sono stati indicati: la mamma di Giulio Regeni, ricercatore torturato e ucciso al Cairo lo scorso gennaio, che ha manifestato coraggio e forza di fronte all’ingiustizia nella ricerca di verità; l’avvocato Lucia Annibali, sfigurata con l’acido dal suo ex partner e divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne; Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, prima cittadina di un luogo di frontiera dell’accoglienza dei migranti che dall’Africa affrontano la traversata attraverso il mar Mediterraneo.

In una intervista a cura di Maria Accettura, Paola Regeni così si è espressa: “«Penso che in Italia anche chi proviene da un paese di piccole dimensioni possa diventare cittadino del mondo. Non a caso si parla di “identità glocali”, legate al territorio ma con uno sguardo aperto sul mondo. Fiumicello ha un’identità friulana ma è in posizione strategica e quindi in contatto con altre culture, con la Slovenia e l’Austria. Le nostre stesse famiglie d’origine hanno diverse provenienze. Noi abbiamo sempre viaggiato anche con i bambini piccoli, lo ritenevamo fondamentale per l’educazione. Perciò lasciare Giulio libero nelle scelte e negli spostamenti faceva parte del nostro modo di essere». E ad una domanda sul suo rapporto con suo figlio ha così risposto: “I figli ci insegnano molto se siamo disposti ad ascoltare. Giulio in particolare che cosa le ha trasmesso? «Mi ha permesso di seguirlo, che non è sempre scontato, e questo è stato stupendo. Mi ha insegnato molte cose a livello culturale, e con lo spirito critico che lo contraddistingueva ha cercato di farmi comprendere le problematiche che vivono i giovani di oggi. Giulio era energia: di fare, conoscere e relazionarsi».

Un’altra storia di madri – trascurata dalla grande comunicazione e che si pone in contrasto al dilagare di mentalità dello scontro e della pretesa di risolvere i problemi con la violenza e l’oppressione, proviene da una iniziativa organizzata da donne, madri appartenenti al movimento delle donne per la pace, sorto nel 2014 in Palestina: si tratta di una marcia di donne che recentemente hanno manifestato insieme, camminando, cantando e pregando ciascuna secondo le modalità della propria cultura e tradizione religiosa, ebree, musulmane e cristiane invocando una pace che appare impossibile tra israeliani e palestinesi (qui il video). Nella loro inermità si sono radunate a migliaia per esprimere nel camminare insieme un orizzonte inedito e nuovo ed hanno cantato la preghiera delle madri contro la logica della guerra.

Ancora una parola di donna dà a pensare: è la parola della madre di uno degli agenti che a Sesto san Giovanni hanno fermato e poi ucciso l’attentatore tunisino Anis Amri che pochi giorni prima a Berlino aveva compiuto una strage di persone inermi scagliandosi con un Tir a tutta velocità nel mercatino di Natale nei pressi della Gedächtnis Kirche. Mentre i titoli dei giornali e i commenti su questo evento risuonavano di parole d’odio, di vendetta, di soddisfazione per l’annientamento di un pericoloso criminale, le parole di questa madre  sono state una delle poche, flebili espressioni che hanno manifestato un pensiero anche per la vita di chi aveva seminato tanto dolore seguendo la logica assurda della violenza e che ha avuto anche la sua vita spezzata. Ha ricordato così il senso di una pietà umana di fronte alla morte di ogni uomo, anche dell’assassino, per non lasciarsi imprigionare dalla medesima logica di male e scegliere la nonviolenza: voce di una donna nel tempo della violenza.

Voci di donne in un giorno memoria di Maria e di preghiera per la pace.

Alessandro Cortesi op

img_2273-versione-2(Martino di Bartolomeo, polittico, part. 1403 – museo di san Matteo, Pisa)

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

XXVII domenica – tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0441Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Il motivo della vigna unisce le letture di questa domenica. La parabola dei contadini violenti di Matteo è la terza parabola del cap. 21 che parla dell’atteggiamento del rifiuto dell’annuncio del regno. Benchè vi possano essere riferimenti ad una realtà sociale e al rapporto tra padroni e contadini, questa pagina può essere letta come una allegoria con riferimento alla storia. A differenza della ‘parabola’ che nel linguaggio di Gesù è annuncio del regno in un paragone che parte dalla narrazione con riferimento alle vicende quotidiane della vita, la ‘allegoria’ è una costruzione narrativa in cui ad ogni elemento della vicenda corrisponde il riferimento ad altro. In questo caso il proprietario può essere interpretato in riferimento alla presenza di Dio, gli inviati sono i profeti, i contadini sono i capi del popolo, la vigna è il popolo di Israele, il figlio è riferimento a Gesù quale inviato del Padre.

Matteo riprende con modifiche proprie questa pagina già presente nel testo di Marco. In Marco il proprietario ha diritto solamente su una parte dei frutti e non su tutto come in Matteo. Si parla di tre invii di un servo da parte del proprietario in cui si assiste ad una progressivo accrescersi dell’ostilità e della violenza: il primo infatti è percosso, il secondo è colpito alla testa e il terzo è ucciso. In Matteo invece i servi inviati sono diversi, la seconda volta più numerosi dei primi e ad ogni invio corrisponde una medesima reazione violenta contro di loro: “uno lo percossero, uno lo uccisero, uno lo lapidarono”. In Matteo i diversi invii corrispondono alla presenza di diversi profeti in Israele, e si può individuare in questa scansione il riferimento dapprima ai profeti anteriori, poi ai profeti posteriori in fedeltà alla suddivisione delle parti della Bibbia ebraica.

Il racconto pone in risalto l’attitudine a voler possedere la vigna da parte dei contadini a cui era stata affidata. Nella scena finale, quando il proprietario decide l’invio del proprio figlio compare un riferimento alla vicenda del rapporto tra Dio e Israele. Gesù è indicato come il figlio e l’erede. Si può qui ritrovare un richiamo al salmo 80: “Visita questa vigna, proteggi colui che la tua destra ha piantato il figlio che hai reso forte per te”.

In Matteo l’allusione alla sorte di Gesù si fa più chiara che nella versione di Marco. In rapporto alla morte di Gesù avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12) Matteo modifica il testo di Marco e dice che prima fu gettato fuori della vigna e poi ucciso.

In tal modo la conclusione dell’allegoria si conclude con una domanda di Gesù ai sommi sacerdoti e ai capi: “Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini? (Mt 21,40).

I sommi sacerdoti comprendono che Gesù stava parlando di loro e si riconoscono nella figura dei contadini. Non solo essi non hanno voluto consgenare i frutti della vigna ma sono anche responsabili del fatto che la vigna non ha portato frutti. Per questo ad altri contadini sarà affidata la vigna e gli renderanno frutti a loro tempo. Fuori di metafora si può intendere che è qui denunciata la responsabilità dei capi del popolo innanzitutto nel rifiutare la venuta dei profeti come inviati di Dio e infine anche Gesù, ma connesso a questo non vi sono frutti nella vigna perché non vengono accolti i profeti e Gesù stesso.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” è chiave di lettura dell’intera pagina. Matteo designa questi altri contadini con il termine ‘popolo’ (ethnos), un termine che si espone a diverse interpretazioni. Può essere una ripresa del riferimento a “coloro che vi precedereanno nel regno di Dio”, i pubblicani e le prostitute di cui aveva parlato nella parabola precedente (Mt 21,31-32), tutti coloro che hanno ascoltato l’annuncio di Giovanni il battezzatore, Gesù e i missionari cristiani. Forse il termine può essere riferito ai responsabili della comunità intesa come la casa d’Israele insieme a tutti coloro che aderiscono ai profeti e a Gesù con riferimento al detto sui dodici apostoli che giudicheranno le dodici tribù d’Israele. Il termine ‘popolo’ può riferirsi anche a quel popolo costituito da tutti coloro che sono chiamati a portare frutti e che solamente alla fine si riveleranno come coloro che hanno agito secondo il vangelo (cfr. Mt 25,31-46), non dicendo Signore Signore (cfr. Mt 7,21-23), ma facendo la volontà del Padre nell’attenzione e della cura all’altro. Questo versetto ha potuto dare adito a interpretazioni che vedono una sorta di sostituzione per cui la chiesa verrebbe a sostituire il popolo d’Israele, antico popolo di elezione. Ma in nessun luogo della parabola si parla di un rigetto della vigna. E la chiave di lettura sta nel cantico della vigna di Isaia (Is 5): “la vigna del Signore… è la casa d’Israele”. La vigna è svelata così come potente metafora ad indicare una relazione: tutto viene da una attenzione viva, da una cura fatta di azioni tra Dio e il suo popolo. Il testo non dà nessun motivo per parlare della sostituzione della vigna di Israele con un’altra vigna (che sarebbe la chiesa come vero Israele): piuttosto il vero israele è identificato con Gesù, la pietra scartata che diviene pietra d’angolo.

Questa pagina presenta così alcuni tratti drammatici: il suo nucleo originale risale al momento in cui si fa più forte l’ostilità contro il profeta di Nazaret. E Gesù, davanti alla possibilità di un esito della sua vita che si stava delineando segnato dall’ostilità fino alla violenza, pronuncia queste parole davanti ai suoi avversari e per loro. Evoca la vicenda di sofferenza di una lunga serie di ‘servi’, con allusione ai profeti. Richiama la durezza della violenza nei confronti degli inviati, fino all’invio del ‘figlio’. “Costui è l’erede. Su uccidiamolo e avremo noi la sua eredità. Lo presero lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. “Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini?”
La conclusione, tirata dagli ascoltatori, è: “darà in affitto la vigna ad altri agricoltori”. E’ un monito severo a chi si ostina nel rifiuto, a chi pretende di essere possessore e padrone di un popolo. Un monito verso chiunque pretenda di possedere e di far proprio con la violenza il disegno di salvezza, di gioia, il regno di Dio. Dio continuerà a portare avanti il suo disegno: lo condurrà attraverso la debolezza e fragilità della pietra scartata. Gesù denuncia la violenza di chi giunge a togliere di mezzo anche il figlio. Parla di se stesso come del ‘figlio’ rinviando così allo svelamento della sua identità più profonda. Ma sceglie la via di non reagire alla violenza, di non seguire la medesima logica. Rinvia alla preghiera dei salmi: la pietra scartata diviene preziosa e fondamentale nel disegno di Dio. E’ questa la linea seguita da Dio in tutta la storia della salvezza . Gesù comprende la sua vicenda di passione come quella della pietra scartata. E in questo offre anche spazio alla luce della risurrezione.

DSCN0397Alcune riflessioni per noi oggi

I contadini della vigna sono presi solamente dalla preoccupazione di impadronirsi della vigna in considerazione del loro interesse. E’ questo un atteggiamento di chi avendo un compito di presidenza e di guida pretende di occupare il potere e di asservirsi degli altri, anziché vivere la propria responsabilità come attenzione, ascolto delle voci dei piccoli e cura per la crescita di tutti. E’ rischio sempre presente nella chiesa e nelle comunità dove chi sta a capo può pretendere di prendersi tutto lo spazio, non accetta il confronto, impone la propria visuale in modo ideologico come normativa, non vivendo l’autorità come ascolto condiviso della Parola, come un far crescere, come un lavorare per un cammino comune. In questi giorni è uscito un libro di Vinicio Albanesi presidente della comunità di Capodarco (prete di strada e studioso di diritto canonico) dal titolo ‘Il sogno di una chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al papa” (ed. Ancora). In una presentazione del libro il 30 settembre a Tv2000 ha detto: “Il Signore predicava, guariva, ammoniva, ma si commuoveva, viveva. Chiesa da campo è l’umanità che a volte ti chiede aiuto, consiglio, conforto, perdono. Se tu ti arrocchi nel rito, nelle cose stantie… L’organizzazione della Chiesa è troppo clericale, verticistica e fatta di persone celibi. Questa cupola va distrutta, perché la Chiesa è il popolo di Dio, che certo ha bisogno di una guida. Ma se ce l’hai tetragona e distante… Quindi auspico un cambiamento delle strutture, dalla Curia romana fino alle parrocchie. Se io ti offro uno schema in cui il mio essere prete dipende ed è in continuo contatto con il popolo del Signore, ho individuato nel sinodo permanente – un insieme di persone coniugate e no – quello che gestisce la vita della Chiesa. Nel Codice di diritto canonico abbiamo ridotto i battezzati a sudditi. Deve essere l’alto che cede, altrimenti il suddito non è degno di parola. La prima cosa che ti dicono è che non sei ortodosso (…) La gerarchia è principio di unità, ma accanto alla gente, al popolo di Dio. Io sono guida, parroco, ma in alcuni momenti vado supportato e anche ripreso, perché non sono infallibile”.

Gesù fa riferimento al salmo 118,22-23: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. C’è un operare di Dio che lavora nei cuori e lo stile di Dio è quello di scegliere chi dal punto di vista umano ha meno doti e capacità perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio di una propria grandezza. Accogliere il suo operare genera così la meraviglia di un mondo nuovo possibile in cui nessuno venga scartato o emarginato. Proprio la pietra scartata che è Gesù è divenuta la pietra su cui fondare la costruzione di una comunità nuova, in cui al centro non sta l’efficienza ma l’accoglienza. Oggi viviamo il dramma di una logica che pervade l’economia ma penetra anche nei rapporti sociali: qualcuno è visto come da scartare. Non vi è spazio per la compassione nel guardare ogni volto, ogni pietra possibile di una costruzione del vivere comune come importante. In contrasto con la logica dello scarto, questa parola provoca a pensare come dare spazio ad ogni scartato dalla società del benessere per mettere al primo posto la relazione, l’importanza del riconoscere in ogni volto l’immagine di Dio. Contro ogni discriminazione e esclusione. E’ questo anche uno stimolo alla creatività nello scoprire come da ciascuno e insieme si potrebbero trovare modi e risorse per uscire insieme dalla crisi, per percorrere vie di condivisione. Mettendo insieme i pezzi scartati e creando mosaici nuovi di convivenza.

In questi giorni (2 ottobre) in cui ricorre la giornta mondiale per la nonviolenza che coincide con il compleanno di Gandhi, ascoltare questa parola ripropone la grande questione della scelta nonviolenta al cuore dell’esperienza di Gesù, rivelazione del volto di Dio come amore che si comunica nella debolezza dell’offrirsi, dell’affidarsi. Le situazioni di violenza che in vari modi occupano i nostri giorni sono appello a chi si lascia interrogare d Gesù a chiedersi quale testimonianza di nonviolenza, a partire dagli stili quotidiani di rapporto con gli altri siamo chiamati a testimoniare. Forse nel tempo della violenza essere segno e presagio di un mondo nonviolento è l’appello di Dio nel presente.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme – anno A – 2014

 

Ingresso Gerusalemme-1Ingresso di Gesù a Gerusalemme – mosaico XII-XIII secolo – Monreale (Pa)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo nel suo vangelo suddivide in sette tappe il racconto della passione di Gesù. Il succedersi di questi momenti è da leggere in un orizzonte suggerito sin dall’inizio: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza, di rivelazione di Dio vicino, che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli, è il quadro di riferimento nel quale leggere i vari momenti della passione di Gesù. Matteo offre anche un’altra chiave interpretativa suggerendo sin d’ora il tema della ‘consegna’. Gesù viene tradito, consegnato: questo è un primo livello dell’approccio alla vicenda della passione: tale tradimento, inizio della vicenda del processo e della condanna, si pone sul piano storico. Gesù viene messo nelle mani dei suoi uccisori, e d’altra parte appare come Gesù rimanga libero nell’affrontare questa consegna e lui stesso si dà vivnedo una lucida comsapevolezza del suo percorso: ‘Il mio tempo è vicino’ Mt 26,18). Ad una lettura nella fede, teologica della vicenda storica di Gesù, Matteo evidenzia che si sta portando a compimento in questi eventi una più profonda consegna di Gesù stesso, consegna di sé al Padre e consegna della sua vita nel dono per tutta l’umanità: è lui il servo che giustificherà molti.

Il racconto pasquale inizia con l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Ad esso seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale, seconda scena, in cui Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre e si dà liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati’ (Mt 26,28). Matteo qui suggerisce che nella partecipazione alla vita di Gesù (il sangue nela mentalità semitica è simbolo della vita) si attua il perdono dei peccati e quindi il superamento di tuta la ritualità dei sacrifici che ruotava intorno al tempio di Gerusalemme.

Il terzo momento è al Getsemani: Gesù raffigurato come il giusto che subisce la prova è presentato nel suo stare in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38). Con i suoi e in preghiera: Matteo insiste sulla preghiera di Gesù in questo momento ma i suoi non lo seguono e non gli stanno vicini nel suo pregare: l’hanno seguito ma non giungono a stare con lui fino alla fine: è fallimento della loro sequela. Proprio prima di essere arrestato Gesù parla di se stesso come pastore e annuncia la dispersione del gregge (Mt 26,31) riprendendo un testo di Zaccaria; ma indica anche un nuvo raduno, dopo la Pasqua, in Galilea. Sarà un inizio nuovo, un seguirlo che sarà diverso e nuovo.

Segue la scena dell’arresto: al centro è ancora Gesù nella sua attitudine di rifiuto radicale della violenza che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): contrapponendosi alla logica della spada invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’, realizzazione di quel disegno di Dio di salvezza e di liberazione che in tutto il Primo Testamento si era svolto.

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione in cui compaiono una serie di titoli, segno della rivelazione di Gesù quale messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ questa una parola che rinvia al testo di Daniele in cui si parla del messia come di una figura che verrà negli ultimi tempi, con funzione di giudice della storia e con una signoria nuova (Dan 7,13).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato, momento in cui si evidenzia la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme, l’indifferenza di Pilato che si lava le mani e l’espressione di simpatia anche da parte pagana nell’intervento della moglie di Pilato (Mt 27,19) che presenta Gesù come ‘quel giusto’. A conclusione del processo ancora un nuovo passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è presentato nel suo essere vulnerabile: lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: è lui qui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. L’utilizzo del linguaggio simbolico apocalittico sta ad indicare che quella morte è evento che segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e tutta l’umanità è liberata: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 pronunciato da Gesù sulla croce è la preghiera di un giusto sofferente, inerme che chiede di essere risparmiato dalla violenza e che abbandona la sua sorte a Dio, lascia a lui l’ultima parola e si apre alla lode dell’azione potente di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. La rivelazione della morte compie la teofania del momento del battesimo (cfr. Mt 3,13-17) e ‘accade la pasqua’. I capitoli della passione si chiudono con la sepoltura e la doppia ‘vigilanza’ di carattere diverso, davanti al sepolcro, quella delle donne (Mt 27,61) e quella – imposta dal potere – delle guardie (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

DSCF3201Suggerisco solamente alcuni punti su cui riflettere oggi.

Nella vicenda di di Gesù e nella sua passione giocano un ruolo decisivo i diversi rappresentanti di poteri, quello civile e quello religioso che in modi diversi, con preoccupazioni e paure diverse convergono nel determinare la sua condanna. Il potere dei sacerdoti vedeva nella predicazione di Gesù una critica fondamentale al proprio sistema religioso, incapace ormai di lasciarsi mettere in crisi per la pretesa di avere le chiavi della Legge, la figura di Pilato evidenzia una politica preoccupata solamente di preservare il controllo e pronta ad inseguire in modo demagogico l’esigenza di sottomissione. Anche oggi forme diverse di potere, politico, economico e finanziario generano vittime e mantengono nella sottomissione. Ed ogni sistema religioso tende a costruirsi come potere che non apre a cammini di liberazione e non dà vita. Ascoltare la passione di Gesù è motivo per maturare scelte per resistere e liberarsi da tali poteri. E’ motivo per indirizzare la vita sulla via di colui che con il suo silenzio e la sua inermità si oppose a chi rifiutava la sua parola e la sua testimonianza di una vita donata sino alla fine.

I segni e le parole di Francesco vescovo di Roma offrono un nuovo respiro di semplicità, di lucidità nell’attenzione ai poveri, nell’essere solidali con loro. La sua durissima critica ad un sistema economico che genera iniquità ed è profondamente violento nel promuovere una cultura dello scarto, il suo sguardo a chi è escluso dal punto di vista sociale e culturale, la sua attenzione all’ambiente nell’ottica della giustizia hanno posto in primo piano le autentiche domande su cui l’umanità oggi decide il suo futuro. Le sue parole richiamano la priorità del vangelo come annuncio di liberazione per i poveri. Di qui tante lodi e segni di ammirazione per la sua dirittura e coerenza. Eppure di fronte a tante lodi c’è da chiedersi dov’erano questi elogiatori mentre tanti nel silenzio di un impegno quotidiano vivevano con fatica questi gesti e questa linea di impegno, cercando di costruire comunità capaci di confrontarsi con il vangelo e di vivere testimonianze controcorrente, tacciati di cedere al relativismo perché attenti alle persone e non alle strategie di influenza politica. Riascoltare la passione di Gesù è motivo per riflettere su come seguire Gesù che ha dato la sua vita, vissuta nel segno dell’ospitalità, della vicinanza ai poveri, di una condivisione aperta, della nonviolenza.

Il racconto della passione di Matteo ha una sottolineatura propria che sta nell’attenzione alla vita della comunità ecclesiale. E’ una comunità dove è compreso Isaraele, e che si allarga a comprendere tutti coloro che vivono una sequela nuova nei confronti di Gesù perché partecipano alla sua vita. C’è un versetto che genera difficotà laddove Matteo presenta una affermazione che egli attirbuisce a tutto il popolo di Gerusalemme: ‘il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli’ (Mt 27,25). Nel quadro della narrazione questo grido è l’esito dell’azione di Pilato che ha voluto lasciare ad altri ogni responsabilità per la morte di Gesù. Forse Matteo inserisce questa espressione a sottolineare una distanza che si fa progressiva a fine del I secolo tra la comunità cristiana e quella ebraica. Ma per essere letta in profondità questa affermazione va collegata alle parole dell’ultima cena: quel sangue, cioè la vita stessa di Gesù, non è versato per compiere del male, ma è versato solamente per un perdono da cui nessuno è tenuto fuori. L’unico Giusto diviene sorgente di vita per tutti, rivelazione del volto di Dio dono di amicizia per tutti. Veramente è Gesù l’unico giusto che genera la vita di una comunità nuova dove tutti sono accolti. Ne è segno la cena che è assemblea di peccatori, dove sono presenti coloro che abbandoneranno Gesù e colui che lo tradisce. Ma a tutti, alle moltitudini, Gesù offre la sua vita per aprire una storia nuova. Come far sì che l’eucaristia non sia assemblea che esclude e separa ma luogo della memoria pericolosa di Gesù che si offre e perdona nonostante il rifiuto? La testimonianza credente, la vita delle nostre comunità oggi dovrebbe scoprire e comunicare queste dimensioni di apertura, di dono e di speranza per tutti.

Di fronte alla violenza che penetra anche all’interno della comunità Matteo presenta il volto di Gesù che si oppone all’uso delle armi e della violenza. «Gesù disse: Rimetti la tua spada al suo posto» (Mt 26,52). E’ proposta sconvolgente di un amore mite che non può far uso di armi. La croce è uccisione di colui che fino alla fine rimane fedele nel dare la sua vita per gli altri, rifiutando ogni violenza. Il Dio di Gesù è il Dio che salva gli altri non salva se stesso. Matteo contrappone nella scena finale della passione una vigilanza armata delle guardie, colma di paura, e una vigilanza delle donne, carica di trepidazione, disarmata: ‘lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria’ (Mt 27,61). Come entrare nel cammino delle donne che hanno saputo seguirlo sin dalla Galilea e sono già indicazione di uno stile di seguire Gesù che condurrà ad incontrarlo vivente, oltre la morte?

Nei giorni scorsi a Homs in Siria è stato ucciso da un gruppo armato il gesuita Frans Van der Gut di 76 anni, olandese psicoterapeuta, che da quando era iniziata la guerra non aveva mai pensato di lasciare il popolo con cui aveva condiviso cinquant’anni della sua vita: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza – diceva – se adesso il popolo siriano soffre voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”. Di fronte alla violenza che imperversa anche oggi testimoni del crocifisso risorto sono piccole luci che con la loro capacità di gratitudine, vissuta nella vicinanza al capezzale di popoli che soffrono, continuano il racconto della passione e tengono viva la speranza della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

27 Giotto - L'ingresso a Gerusalemme part(Giotto, affresco ingresso di Gesù a Gerusalemme (part.) Padova – Cappella degli Scrovegni)

VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

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Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Il Levitico è testo di difficile lettura che pone grandi difficoltà. E’ libro ricco pervaso di una elencazione di norme che offrono la sensazione di una religione centrata sull’esecuzione materiale di osservanze che soffocano la vita. Norme per lo più connesse alla questione del puro e dell’impuro. La loro finalità sta nell’eliminare impurità inconsapevoli che portano come conseguenza non poter accogliere la presenza di Dio e accostarsi a Lui. Tutte queste norme possono essere lette tuttavia nel loro intento di custodire una memoria di Dio e della relazione con Lui in ogni aspetto, anche minimo e marginale, dell’esistenza umana, nell’orizzonte della fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”.

La lettura cristiana vede queste norme in particolare quelle cultuali e quelle più legate al contesto culturale come da superare in una prospettiva che consideri come cuore della legge sta nell’amore. La lettura di queste pagine apre tuttavia a porsi una questione che riguarda la vita di ogni credente. La fede esige come suo movimento profondo di esprimersi in modalità esteriori, in gesti, in osservanze e in riti. La fedeltà ad un orientamento di vita che segni i comportamenti, l’osservanza dei rito è luogo di trasmissione, crescita e coltivazione dell’esperienza di fede. E tuttavia si può riscontrare come in diverse tradizioni religiose le osservanze, le prescrizioni e il culto si prestano a divenire svuotamento della fede stessa, un tradimento e una gabbia che impedisce addirittura un autentico incontro con Dio, fino a far convivere un culto e un rigore di esecuzione della legge con atteggiamenti disumani come la violenza, la discriminazione e l’intolleranza. E’ un problema che rimane aperto in ogni esperienza religiosa: la tensione che può essere espressa nell’antinomia tra religione e fede.

Il rischio della legge, e di una legge che giunge a codificare ogni aspetto della vita, è quello di divenire un fine a se stesso, un obiettivo da raggiungere in cui al centro non sta il riconoscimento del primato di Dio e il servizio all’altro, la percezione del proprio limite e della responsabilità a divenire migliori, ma il ripiegamento su di sé, la preoccupazione di una propria grandezza appiattita sull’osservanza della legge. Le regole su sacro e profano, su puro e impuro, elaborazioni del mondo dei sacerdoti in epoca post-esilica, hanno così incontrato la protesta e la denuncia dei profeti: possono infatti divenire una grande costruzione umana in cui rinchiudere l’esperienza della fede riducendola a esecuzione di osservanze senza più il senso della conversione: è la grande questione della importanza della Legge e nel contempo dell’esigenza di interpretarla in rapporto alla dimensione fondamentale dell’amore.

Nel cap. 19 di Levitico è presentata una grande prospettiva: la chiamata ad essere santi “perché io, il Signore vostro Dio sono santo”. Questa espressione parla innanzitutto di santità. Santità è la caratteristica di Dio, il suo essere ‘diverso’ e ‘altro’ dall’uomo. Santità è ciò che lo rende separato e non riducibile a nessuna grandezza umana. la chiamata ad essere santi pone il credente e il popolo di Dio in una condizione di apertura e di relazione con l’unico Santo, Dio stesso. Non è quindi una condizione da poter raggiungere, ma si connota come chiamata a stare in rapporto a Lui ‘perché io, il Signore vostro Dio sono santo’. Tale chiamata sta alla base delle determinazioni del Decalogo (Es 20) e si radica nel rapporto fondamentale con Dio. Da qui l’esigenza di non avere altri idoli, e di concepire il rapporto con Dio non scisso dal rapporto con gli altri. La chiamata ad essere santi colloca in un cammino di relazione con il Dio santo. Mai il volto di Dio può essere afferrato o racchiuso entro misure umane, e nel contempo proprio nel movimento di ‘discesa’ da lui compiuto nel farsi vicino a Israele, nel manifestare la sua santità negli eventi di liberazione di un popolo schiavo, può radicarsi una vita chiamata a stare in relazione con il Dio liberatore. Al cuore della vita del credente sta la chiamata a divenire immagine del modo di amare di Dio. E questo è presentato in termini molto concreti nei rapporti con il prossimo: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Nelle ultime due parole della Torah riprese da Gesù in Mt 5,38-42, appare il tema della legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. “Avete inteso che fu detto: ‘occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non resistere al malvagio”. La restituzione adeguata era una legge intesa a porre un limite all’offesa, ad evitare la logica della rappresaglia e della vendetta senza confine. Gesù apre una contestazione all’atto stesso di ‘rendere il colpo’. Seguono alcuni esempi con riferimento alla concretezza: lo schiaffo, il processo per la tunica, l’angheria e il prestito. Nella passione si troveranno riferimenti a questo: Gesù schiaffeggiato risponde con il silenzio ((Mt 26,67). Così il cireneo verrà costretto dai soldati (gli ‘àngari’ – da cui angariare – che potevano chiedere a nome di un re di portare merci o viaggiare a loro ordine) a portare la croce di Gesù.

L’ultima parola è quella sull’amore del prossimo: “Avete inteso che fu detto ‘amerai il prossimo tuo’ e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Nella Torah non si trova che amare il prossimo, cioè l’amico e il compagno, comportasse odiare il nemico. Tuttavia poteva aprirsi a tale intrepretazione. Gesù riprende la parola ‘prossimo’ e ne allarga l’ambito di riferimento. ‘Prossimo’ (ebraico rea’ di Lev 19,18) non è da riferire solamente agli amici, ma è termine che deve includere anche i nemici.

Matteo così sottolinea che nella vita si può attuare un divenire figli del Padre; è dono di immagine ma è cammino di relazione e somiglianza e si diviene figli nell’accogliere un amore aperto che non pone esclusioni. Luca a tal proposito utilizza il termine ‘grazia’ (Lc 6,32: “Se amate quelli che vi amano quale ‘gratitudine’ vi è dovuta?”); Matteo, legato alla mentalità giudaica usa ‘ricompensa’: “Se infatti amate quelli che vi amano, che ricompensa avete?”. Non si entra nel regno di Dio – è la provocazione di questa parola – se non attuando una giustizia sovrabbondante, un agire in cui sia presente ‘più del dovuto’. ‘Che fate di più? ‘ non significa un paragone con l’agire di altri, nel senso di ‘più degli altri’, ma ‘più del dovuto’. Viene così introdotta una comprensione della vita credente nel superamento di una logica di ‘reciprocità’ per entrare in un orizzonte di ‘sovrabbondanza’.

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Dietro al termine ‘perfetto’ sta un riferimento all’ambito del culto: è infatti l’agnello del sacrificio che nella tradizione biblica dev’essere ‘perfetto’ (Es 12,5 LXX). La perfezione sta nel dono: la vita nella sua totalità va intesa nella logica di una risposta di tutta l’esistenza, data a Dio. Per questo il IV vangelo indicherà sulla croce il momento in cui tutto ha raggiunto la sua perfezione, il suo fine, dove ‘tutto è compiuto’ (Gv 19,30 tetelestai). Matteo riprenderà tale riferimento indicando la perfezione nel concepire la propria vita come liberazione da tutto ciò che può divenire più importante di Dio stesso, come apertura agli altri radicata nella relazione con la chiamata di Dio. E contrappone così l’uomo perfetto all’uomo diviso: “Se vuoi essere perfetto và vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo” (Mt 19,21).

Gesù riprenderà queste parole “Amerai il prossimo tuo” (Lev 19,18) unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. “Questo è il grande e primo comdamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 23,37-39). Nella lettura di Gesù amore di Dio e amore del prossimo fanno una cosa sola, un unico comandamento, riassunto e sintesi di tutta la legge (Mt 23,40). Il resto può avere senso solamente se orientato in questa direzione fondamentale. Non sono due amori diversi ma amare Dio si verifica nel riconoscere l’altro. Non coltivare attenzione all’altro è venir meno al rapporto con Dio. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo Testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”: una interpretazione possibile da cui si possono trarre molteplici conseguenze.
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Gesù non invita ad una perfezione come ideale che genera ipocrisia nella vita e incapacità di riconoscere la fatica e il cammino, proprio e degli altri. L’invito ad essere perfetti è cammino ad intendere la vita nella relazione. Indica l’orizzonte della logica del dono e della sovrabbondanza nel lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio: è cammino nell’imperfezione, nell’imparare ad amare secondo lo stile di Dio, riconosce a Lui solo la pienezza dell’amore. Solamente il suo amore accolto poco alla volta ci cambia e rende capaci di accettarci con le nostre imperfezioni e fatiche. Solo la bontà di Dio, la sua perfezione da leggere come gratuità dell’amore, può rendere la nostra vita luogo di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non covare odio, ma covare tutto ciò che si oppone all’odio, accoglienza, comprensione, dedizione concreta. C’è un covare come un rimanere imprigionati di sentimenti e abitudini che fanno inaridire la vita, la chiudono in un risentimento e nella conflittualità continua. C’è un altro covare possibile, è il rimanere con la pazienza dell’atto di accompagnare una vita che si genera e cresce, il covare che significa custodia e cura di tutto ciò che lascia spazio ai piccoli segni della vita che ha inizio, un custodire gli inizi che segnao una umanità capace di relazione.

La prospettiva di amare il nemico non è indicazione di assuefazione di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, è piuttosto porre energie perché il nemico sia liberato dalla logica dell’inimicizia, per trasformare l’hostis in hospes, il nemico in possibile ospite da incontrare e accogliere. Non è invito a non disturbare i potenti. Nel racconto del IV vangelo Gesù stesso di fronte alla violenza subita non porge l’altra guancia ma chiede ‘perché?’ e oppone la sua parola nonviolenta come sfida al gesto ingiusto. Davanti a Caifa Gesù riceve uno schaiffo da una delle guardie presenti e la sua reazione è significativa: “se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene perché mi percuoti?” (Gv 18,22-23). Gesù oppone alla violenza la debolezza della parola, la resistenza di una nonviolenza attiva, come lo stesso Matteo sottolinea nel racconto della passione (Mt 26,52: “Rimetti la tua spada al suo posto perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”), ma reagisce al male con chiarezza. C’è un amore esigente che affronta il conflitto e sa opporsi in modo radicale al male dentro di noi e fuori di noi. Gesù non ha vissuto la ricerca di una tranquillità senza conflitti, ha testimoniato invece la fedeltà al regno di Dio, la coerenza fino in fondo vivendo lo stile di accoglienza e servizio. Gesù ha amato non perché si è piegato ad accettare la logica dei poteri, politico e religioso, che l’hanno condannato, ma ha amato opponendosi alla violenza e all’arroganza del potere con la testimonianza della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

La nonviolenza, prua di un mondo nuovo

E’ stato da poco pubblicato, per i tipi di Altreconomia edizioni, l’Annuario geopolitico della pace 2011, promosso dalla Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace e curato da Laura Venturelli. Il suo titolo è significativo: “O la borsa o la pace? Tra crisi, rivoluzioni e attese”. Qui la COPERTINA .

L’Annuario raccoglie una segnalazione dei principali eventi che hanno segnato le vicende politiche e sociali a livello internazionale suddivise per aree geografiche e con attenzione al movimento per la pace in un anno caratterizzato dalle rivolte nel mondo arabo mediterraneo e dalla guerra in Libia. Raccoglie anche le comunicazioni di esperienze diverse nell’ambito dell’educazione alla pace e nella costruzione della convivenza. Elenca una serie di libri di cui è presentata una breve recensione.

Qui di seguito la recensione che ho scritto sul libro di Fabrizio Truini, “Aldo Capitini. le radici della nonviolenza”, ed. Il margine, Trento

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Il 24 settembre 1961 Aldo Capitini promuoveva la prima marcia per la pace e la fratellanza dei popoli che percorreva la strada tra Perugia e Assisi.

A cinquant’anni da quella data la casa editrice “Il margine” di Trento ha ripubblicato con ampliamenti, un saggio biografico su Aldo Capitini, curato dal giornalista Fabrizio Truini, già presidente del Centro internazionale per la pace (Cipax) e membro di Pax Christi, dal titolo “Aldo Capitini. le radici della nonviolenza”.

Le ragioni di questo scritto si possono ritrovare nella premessa dell’autore che parla dell’importanza della vicenda di Aldo Capitini per l’oggi: “… riproporre la sua vita e la sua opera valga a superare la memoria di un passato tormentato, vincendo le insicurezze del difficile presente, in modo analogo a quanto lui fece, soffrendo e patendo sotto due guerre mondiali e dittature disumane, ma sempre opponendosi e incamminandosi verso un futuro più pacifico, grazie a una concezione e pratica di vita ispirata religiosamente e alimentata politicamente dalla nonviolenza” (p.15)

Viene così suggerito un percorso che fa attraversare la vicenda esistenziale di Aldo Capitini, legando i momenti della sua vita alla riflessione che andava conducendo sulla nonviolenza che costituisce il filo rosso del suo itinerario interiore, della sua riflessione e della sua azione.

Aldo Capitini, nacque a Perugia nel 1899 ‘sotto la torre campanaria del palazzo comunale, con la vista sopra i tetti della campagna’ e morì nel 1968. Compiuti gli studi nel 1924 vinse una borsa di studio alla Scuola Normale di Pisa. In quegli anni matura un profondo sentimento antifascista, in particolare nel momento della firma dei Patti Lateranensi tra la chiesa e lo Stato fascista. E’ di quel medesimo periodo la percezione di quanto la “religione istituzionale cattolica, che aveva educato gli italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire quanto male vi fosse nel fascismo…”. Ad un atteggiamento critico nei confronti della chiesa istituzionale si accompagna la scoperta della figura di Gandhi che egli associa a coloro che egli indica come grandi spiriti religiosi puri come Gesù Cristo, Buddha, san Francesco che rimarranno punti di riferimento per le sue scelte. Gli appare chiaro che “la liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa”.

Da Gandhi Capitini trarrà l’ispirazione della non collaborazione con il male come linea di fondo ispiratrice della sua opposizione al fascismo. Come pure l’intuizione profonda di un orientamento a non estraniarsi dalle situazioni delle persone: “Bisogna considerare tutti presenti a noi, tutti dinanzi, vivi morti, vicini, lontani, tutti egualmente… Chi accetta l’ideale della nonviolenza come da amare per se stesso, sopra ogni considerazione di utile di chicchessia, si libera dalla paura di ricevere dei colpi, dalla preoccupazione di perdere… e attinge una pace che poi riversa nelle singole applicazioni”.

Matura così in lui l’ideale della nonviolenza espressa con un termine unico senza trattino. La nonviolenza è intesa quale dimensione più profonda e originaria dell’esistenza umana e non come momento secondo derivante e dipendente dalla violenza che costituirebbe la struttura prima della vita umana. Capitini in tale riflessione ispirata da Gandhi afferma che la nonviolenza riguarda non solo il fine ma anche i mezzi con i quali conseguire il fine: essa è attitudine che investe tutta l’esistenza in rapporto alla verità.

Per la sua opposizione al fascismo perse il posto di segretario alla Scuola Normale di Pisa e subì per due volte l’arresto, la prima volta nel 1942 a Firenze insieme ad altri antifascisti, la seconda a Perugia nel 1943. In quegli anni maturò la convinzione dell’importanza di ‘farsi centro’, facendo da un lato convergere la conoscenza del proprio tempo, dall’altro aprendosi all’incontro con una profonda istanza religiosa: “La religione porta nel modo più risoluto l’attenzione sui mezzi: i mezzi religiosi della verità e della nonviolenza sono proprio l’atto religioso”. La lettura di Fabrizio Truini accompagna a cogliere appunto questo aspetto delle radici religiose della scelta della nonviolenza delineandone i caratteri.

Nel periodo della liberazione Capitini – che non aveva partecipato alla lotta armata partigiana – sviluppa l’idea di una liberazione che vada oltre la liberazione dal nazismo: tutta la realtà esige di essere liberata. Nel quadro della nuova situazione dopo la guerra Capitini torna come docente di filosofia morale alla Normale di Pisa e nel frattempo a Perugia inizia l’esperienza del Centro di orientamento sociale: era questo un tentativo di compresenza di forze diverse con volontà di sviluppo democratico in libere assemblee di popolo uniti dall’ispirazione della nonviolenza. L’ideale che guidava questa esperienza era quello di far crescere una democrazia dal basso. Ma una nuova opposizione  si affacciava nella divisione della società italiana su diversi fronti che corrispondeva alla divisione del mondo in blocchi contrapposti.

Capitini avverte l’esigenza del momento, ma anche le inadempienze che generano delusione: “Il postfascismo doveva essere non una rivoluzione nelle piazze, ma un soffio educativo sui giovani e nelle moltitudini, semplicemente a vantaggio di tutti, la trasparenza democratica di tutte le amministrazioni pubbliche, il passaggio dei beni fascisti alla ricostituzione reale e alla formazione culturale e tecnica dei fanciulli che saranno il popolo italiano di domani”.

Afferma così l’importanza dell’azione politica, animata tuttavia da posizioni di coscienza “che impegnano più e prima dell’azione politica”, ma coglieva come la nuova situazione di guerra fredda soffocava la voce della nonviolenza.

E’ proprio questo legame profondo tra dimensione politica e dimensione religiosa uno dei tratti caratterizzanti la proposta di Capitini: per lui la liberazione vera dal fascismo consisteva in una liberazione religiosa. Il suo discorso si fa profezia di una riforma che egli vede come percorso convergente da diversi orizzonti, siano essi quelli cattolici, protestanti o socialcomunisti. “Tutto il nostro discorso è implicitamente una profezia di difficoltà, ma di liberazione. Il mondo si unifica in senso orizzontale  economicamente, giuridicamente, culturalmente; ma che cosa sarebbe senza una dimensione verticale religiosa? La riforma religiosa presuppone la nonviolenza”.

Da questo momento Capitini si dedica a sviluppare una teoria ed una prassi della nonviolenza che si articola nelle dimensioni di una religione, di una filosofia e di una politica della nonviolenza.  In tal senso Capitini intende la nonviolenza non come pacificazione e tranquillità che egli esprime nell’immagine dell’uomo che beve il ‘bicchierino’ per tirare avanti. Al contrario la nonviolenza è atteggiamento attivissimo dell’uomo coraggioso: “La nonviolenza è attivissima. La nonviolenza è prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza”.

Nel 1960 Capitini aveva progettato una grande marcia della pace che fu possibile nonostante le avversioni da parte politica e le condanne ecclesiastiche nel settembre 1961. In questo tempo Capitini matura una concezione della nonviolenza come amore aperto, come apertura dell’esistenza. Così scrive in quegli anni offrendo una definizione di nonviolenza: “attiva apertura dell’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, alla compresenza di tutti gli esseri”. L’apertura all’altro implica non solo apertura all’esistenza di ogni individuo umano, ma anche apertura ad ogni vivente in un maturare di una coscienza di responsabilità ecologica. Il termine utilizzato per esprimere tale apertura è compresenza, un autentico leit motiv negli scritti di Capitini. Egli insiste poi nel dialogo mettendo tutte le proprie energie nella persuasione che lasci l’altro libero di condividere. La parola diviene uno degli strumenti fondamentali per esercitare la nonviolenza.

Capitini ebbe una grande attenzione alla dimensione educativa. Il nonviolento a suo avviso offre il più alto esempio di educazione. In uno scritto dal titolo “Educazione aperta” – che è quasi eco del titolo di un’altra sua opera fondamentale “Religione aperta” del 1955 – riprende il tema dell’apertura come linea chiave del percorso educativo e si sofferma sulla figura del maestro educatore come profeta: “L’educazione moderna si svolge non soltanto lungo la linea del passaggio, del centro dell’educazione dall’educatore all’educando, ma anche lungo quella di una coscienza sempre più precisa dell’educarsi insieme… Mai come in questi decenni l’umanità è stata una scuola reciproca un educarsi insieme”.

Nella apertura egli riscontra uno dei caratteri della nonviolenza: “Apertura è amore, dire ‘tu’ a una persona, a un essere, mai ritenendo che basti approfondendo e mettendo in questo ‘tu’ interessamento, attenzione, dedizione; ‘tu’ da non dire distrattamente ma da vivere (…) Quando l’apertura del tu non si arresta ad una sola persona, a un solo essere ma  è tale che si volgerebbe a tutti, l’amore è religioso. La religione come è apertura al promovimento dell’apertura all’amore, così è educazione e promovimento di apertura alla realtà liberata”

In tale orizzonte Capitini rimane affascinato da Gesù Cristo come uomo che ha praticato l’apertura, ricercando il volto divino e compartecipando al dolore di ogni persona. Accanto a questa ammirazione per Cristo egli pone una profonda critica alla chiesa come si è sviluppata storicamente in entità che attua la logica del dividere, del settarismo e della chiusura.

A questa visione religiosa egli accompagna un riflessione filosofica ed una elaborazione della politica della nonviolenza. Verso la fine della vita ripropone l’istituzione di centri, spazi aperti di discussione e di nonviolenza in cui si dibattano tutti i problemi e si affrontino i conflitti secondo un orizzonte di nonviolenza; la sua proposta si pone in una logica di approfondimento della democrazia. La nonviolenza si concretizza nell’opporsi al militarismo quale ideologia che struttura lo Stato nazionale moderno. La guerra è elemento che impedisce il compimento di una vita democratica: per una attuazione della democrazia indispensabile si pone l’orizzonte di una sostituzione della guerra con la lotta nonviolenta.

Due immagini possono essere colte come sintesi della provocazione di Capitini. La prima è il passaggio dalla persona-statua alla persona-musica, orizzonte di quella religione aperta che Capitini coltiva  e propone: “La religione aperta è nel riconoscere e vivere che la persona è intimamente unita a tutti, e che questa realtà di tutti della compresenza è aperta alla realtà liberata. Bisogna che avvenga questa fine della persona-statua e questo inizio della persona-musica. Gli altri li cerco fuori del mio io, perché essi sono compresenti al mio io: più aprirò il mio io,m e più troverò tutti, l’Uno-tutti”.

La seconda è l’immagine della nonviolenza come prua del nuovo mondo: “Per questo Gesù Cristo era per la nonviolenza, anche avendo vicino amici zelanti che simpatizzavano per la violenza dei partigiani; perché capiva che solo con la nonviolenza questa assemblea si sarebbe distinta dall’altra, e sarebbe andata avanti convocando gli ultimi della società e i sofferenti: la nonviolenza era la prua di un nuovo mondo”.

Alessandro Cortesi op

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