la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “nozze”

II domenica – tempo ordinario – anno C 2016

Cana+part+anfore+Rupnik+basilica+del+Rosario+a+Lourdes.jpgIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Termine chiave nel racconto delle nozze di Cana è ‘segno’: il IV vangelo pone a Cana il primo dei sette segni compiuti da Gesù che si susseguono fino al momento della croce a Gerusalemme. Non si parla di gesti di potenza e liberazione di Gesù come nei vangeli sinottici, ma di ‘segni’. Il segno rinvia ad un oltre, è freccia puntata, indicazione, apertura.

A Cana si svolge una festa nozze, e questo momento è collocato in un tempo preciso: il terzo giorno. E’ questo il giorno in cui Abramo legò Isacco (Gen 22,4), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester si presentò davanti al re a Assuero (Est 4,16; 5,1). Il terzo giorno è indicazione e rinvio ad un tempo in cui si sta compiendo salvezza e nuova creazione: un intervento di Dio che fa alleanza.

Paradossalmente nel quadro di questo racconto di nozze le figure dello sposo e della sposa sono assenti, o appaiono in modo del tutto marginale. Non è allora la questione del matrimonio al centro di questa pagina. Piuttosto altri riferimenti sono da considerare. Certamente c’è una sottile ripresa di pagine dell’alleanza Es 19-24: lì Dio aveva chiamato Mosè sulla montagna, poi Mosè scese dalla montagna e chiese al popolo di purificarsi, e il popolo prese l’impegno di fare tutto quello che Mosì aveva detto. Così a Cana Gesù è chiamato alle nozze, dopo la festa scende a Cafarnao, e nel racconto le sei giare di pietra sono per la purificazione e i servi sono invitati a fare tutto quello che Gesù dirà loro. Così in Es 19,9 Dio si manifesta nella nube e Giovanni dice che Gesù manifestò la sua gloria. La rivelazione del Sinai conduce il popolo a credere: la conclusione dell’episodio di Cana sta nella considerazione che i discepoli ‘credettero in lui’. Mosè fa da interprete tra Dio e il popolo, in Gv 2 Maria-madre sta in mezzo e si fa interprete di un dono di vita e di gioia. I riferimenti all’alleanza del Sinai tra Dio e Israele sono il quadro di riferimento di base entro cui leggere il racconto. Non di una scena di matrimonio si tratta allora. Piuttosto a partire dal gesto di Gesù che volentieri partecipava alle feste e condivideva la tavola, e che partecipò ad un banchetto a Cana il racconto intende raccontare la gioia dell’incontro dell’alleanza di Dio con l’umanità nella persona di Gesù. E’ in questione l’alleanza con Israele e una novità che si pone in rapporto ad una storia di incontro. Gesù porta gioia e abbondanza: è lui lo sposo che rende presente la gioia propria del tempo del messia.

Accanto a Gesù nel racconto appare la figura di Maria, indicata con due termini, madre e donna. A lei che indica la mancanza. Gesù si rivolge con parole da approfondire: “Che ho da fare con te, donna?”. ‘Donna’ ritorna nel IV vangelo nell’incontro con la samaritana (Gv 4,21) con Maria Maddalena (Gv 20,13) e sotto la croce nella consegna del discepolo amato alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. Queste persone divengono figure della comunità-popolo chiamato ad accogliere il rapporto di amore offerto in modo nuovo, gratuito da Gesù.

Gesù risponde alla madre dicendo che non è ancora giunta la sua ‘ora’.  Più volte ritorna nel Iv vangelo l’indicazione che ‘non era ancora giunta la sua ora’ (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). L’ora della vita di Gesù è l’ora della croce. Coincide con l’ora della glorificazione, della gloria di Dio che si manifesta nel volto del crocifisso. Momento chiave per comprendere quando sia l’ora di Gesù è all’inizio del racconto della passione: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è il punto di convergenza di tutte le scelte della sua vita. Tutti i suoi gesti sono opere e segni orientati all’ora della gloria di Dio, nell’amore della croce. A Cana Gesù oppone una resistenza. I suoi gesti sono segni. Il segno deve essere inteso in quella direzione. L’ora di Gesù è il tempo di offerta di un rapporto nuovo che vince ogni infedeltà e allontanamento.

Le parole della madre: ‘fate quello che vi dirà’ sono indicazione di cammino, evocando un testo dell’alleanza  del Sinai (‘quello che Dio dice noi lo faremo e lo ascolteremo…’ Es 19,8) offre una chiave per comprendere come la questione cnetrale è quella dell’alleanza. Il segno che Gesù sta per compiere è rinvio ad un incontro nuovo, in cui egli stesso è sposo.

Sei giare piene di acqua che giacciono per terra vedono il loro contenuto trasformato, divengono contenitori di vino così buono da suscitare lo stupore di chi dirigeva il banchetto: il segno di Cana è il vino, segno di abbondanza e di gioia, dono messianico che parla del tempo di una vicinanza di Dio. Queste giare inutili e vuote divengono metafore di una religiosità che pur seguendo le prescrizioni non sa entrare nella dinamica dell’amore, al cuore della fede.

Il vino ritorna come elemento proprio del rapporto di amore descritto nel Cantico dei Cantici e letto come relazione di amore tra Dio e il suo popolo: “Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore” (Ct 2,4). Ed è segno che rinvia alla venuta del messia quando proprio l’abbondanza di vino costituirà il segno di una vita nuova. Molte pagine bibliche rinviano al banchetto con un preciso significato messianico. Isaia parla di un ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6). L’incontro di Dio con il suo popolo era presentato nell’immagine di uno sposalizio: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5).

La coltivazione dell’olivo e della vigna compaiono nei testi profetici che parlano del tempo messianico: “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7). Così anche in Amos: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Al culmine del banchetto il vino buono e raffinato è simbolo del tempo in cui viene il messia. Il segno di Cana va colto in rapporto all’ora di Gesù. Gesù è presentato nei tratti del messia: la sua presenza porta gioia. Gioia è la caratteristica del tempo dell’intervento definitivo di Dio nella storia: è Gesù il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Accanto a lui la ‘donna’, nuova Eva, vive l’atteggiamento della fede: ‘fate quello che vi dirà’. Nella figura di Maria il IV vangelo indica la vicenda del popolo-chiesa, indicazione dell’umanità radunata sotto la croce nell’ora di Gesù, da cui riceve vita e affidamento.

Anche il segno di Cana è allora manifestazione (epifania). Invita a tronare a Gesù, a mettere al centro di ogni cammino di fede la sua presenza, segnata dalla sua ora. L’incontro è alleanza, possibilità di accogliere gioia come dono di vita che capovolge ogni tristezza, che vince ogni situazione di buio e di morte.

«Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e cominciarono a credere in lui i suoi discepoli» (Gv 2,11) Cana può essere letto come momento che richiama il Sinai, momento di rivelazione della gloria di Dio stesso che si è raccontata nell’agire di Gesù. E’ incontro che parla di alleanza, di un tempo nuovo segnato dalla gioia come scoperta dell’amore donato, aperto all’umanità chiamata ad entrare in questo incontro.

Alessandro Cortesi op

io_sto_con_la_sposa_IMG_3179.jpg

Io sto con la sposa

Un film nato da un’amicizia e venuto fuori da sé, quasi impostosi come esigenza per tre amici: Gabriele Del Grande, scrittore e giornalista, autore del blog “Fortess Europe” in cui da anni ricorda e denuncia le morti di migranti nel Mediterraneo, Khaled Soliman Al Nassiry, poeta e direttore di una casa editrice araba e Antonio Augugliano, regista e editor cinematografico. “L’elemento che ci ha messo insieme è stata l’amicizia, niente più. Questo infatti è un progetto spontaneo: non ci abbiamo messo mesi a pensarlo, ma è nato dall’urgenza di aiutare cinque amici palestinesi e siriani a continuare il viaggio. Li avevamo conosciuti io e Khaled alla stazione e una sera con Antonio ci è venuta l’idea della sposa. A quel punto non potevamo non farne un film”.

‘Io sto con la sposa’ (2014) è un film che racconta di un matrimonio con sposi e invitati, ma gli uni e gli altri sposi sono di tipo particolare. Formano insieme un corteo nuziale che parte da Milano per raggiungere Stoccolma in Svezia. Un corteo di tal genere non viene fatto oggetto di controlli, di stop alle frontiere, di perquisizioni. Le danze e la gioia degli amici fanno da cornice al candore dell’abito della sposa.

E’ un film senza casting, o meglio un casting che ha trovato i registi piuttosto che essere stato cercato. E qui iniziano le sorprese. Il nome dello sposo è Abdallah, ed effettivamente è uno studente universitario. La sposa Tasneem è siriana proveniente dal campo profughi di Yarmouk a Damasco. Nella realtà i due non sono affatto sposo e sposa. Con loro ci sono Mona e Ahmed una coppia sposata, e poi Alaa che faceva il barbiere ed ha vissuto il viaggio con uno dei suoi tre figli, Manar di dodici anni.

Sì, il viaggio… In effetti ‘Io sto con la sposa’ è film che narra il percorrere una strada, un passaggio di frontiere per far proseguire un viaggio: il film non è fiction, ma documentario, girato in diretta nell’immersione in una storia e provando i rischi concreti del viaggio. E’ infatti la documentazione di un attraversamento di terre e di frontiere da parte di alcuni amici, italiani, palestinesi e siriani che, travestendosi, assumono i ruoli degli sposi e del corteo nuziale, per raggiungere il nord Europa.

Gabriele Del Grande riporta le emozioni alla vigilia della partenza: “Eravamo felici perché il gruppo aveva una bellissima energia e sentivamo che stavamo facendo la cosa giusta. Questa per noi era una certezza. Allo stesso tempo avevamo paura che ci arrestassero lungo la strada, perché avevamo in macchina cinque persone senza passaporto. Per noi nessun essere umano è illegale, ma non per le leggi europee e quindi temevamo che potessimo passare dei guai in frontiera”.

A Marsiglia un grande momento di gioia: la possibilità per Manar, dodicenne appassionato del rap di poter seguire un concerto: per lui era la prima volta, dopo aver visto con i suoi occhi la distruzione della guerra nel suo paese in Siria.

Un corteo nuziale quindi che ha sfidato le leggi sullo spostamento delle persone nella ‘Fortezza Europa’. Un matrimonio al centro, con la gioia del corteo nuziale: una gioia che tratteneva il dramma della migrazione, il dolore del distacco e le incertezze del futuro. Una favola drammaticamente reale raccontata con levità per rompere il muro dell’indifferenza. Un film denuncia, intriso di gioia e di leggerezza, per far cogliere il dramma che centinaia di migliaia di persone stanno vivendo, per aprire gli occhi sulle responsabilità di garantire diritti e dignità a chi affronta il migrare alla ricerca di una vita nuova.

Gesù fu invitato ad una festa di nozze a Cana….

Alessandro Cortesi op

 

 

 

XXVIII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0455Is 25,6-10 ; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

La chiave di lettura per entrare nella pagina del vangelo è costituita dalla prima lettura di Is 25: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. … Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Un banchetto è un’immagine della convivialità, della festa, della pienezza di vita. Un banchetto con cibi e bevande dove l’invito è aperto e l’abbondanza del cibo è indicazione di una accoglienza aperta. E’ presente l’essenziale ma anche si condivide il sovrappiù della gratuità. E’ un’immagine di vita che espriem anche la promessa di un superamento della morte.

Il banchetto e la festa sono immagini atte ad esprimere una attesa che attraversa le pagine della Bibbia: l’attesa di un futuro in cui si svelerà il volto di Dio che fa alleanza e non viene meno anche nella morte dei suoi fedeli (cfr. Sal 16). Questa pagina di Isaia delinea anche orizzonti di incontro nuovo. Non è solamente un futuro riservato al popolo di Israele. L’esperienza di questo popolo è chiamata a diventare luogo di una attrazione e di una apertura inedita che coinvolge i popoli diversi della terra. E’ un banchetto per tutti i popoli, oltre i confini delle divisioni, preparato da Dio stesso. Il volto di Dio che ne emerge è quello di un Dio che vuole la vita del suo popolo, e sconfigge la morte in modo definitivo. La morte è non solo la morte del singolo ma tutto ciò che impedisce la relazione, la possibilità di fare festa insieme.

E’ un’attesa che interpreta le più profonde attese umane e si pone sotto il segno della comunione. La storia va verso un incontro con Dio che vince su tutte le forze che conducono alla disgregazione e alla morte. “Si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse…”. La salvezza è cammino faticoso segnato dalla speranza, è attesa sostenuta dalla tensione verso il giorno in cui si vedrà il senso dello sperare: in quel giorno si scoprirà il volto di Dio in cui si è riposta la fiducia. Un volto in cui rallegrarsi e vivere la gioia di stare alla sua presenza. Una gioia che si estende e che raccoglie. La presenza di Dio infatti raduna e convoca attorno a sè.

La pagina di Matteo è complessa nella sua articolazione. Esige di essere letta tenendo conto che Matteo innanzitutto si riferisce allo scontro di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme (Mt 22,1-14). Tenendo sullo sfondo questo ricordo dell’ostilità che segna la vita di Gesù, Matteo elabora anche un messaggio rivolto rivolto alla sua comunità che viveva un tempo diverso, una comunità che sperimentava la tensione e la rottura nei confronti della comunità ebraica, in particolare dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dell’esercito romano. Alla luce di questi elementi si può cogliere come la questione sia un giudizio che si compie di fronte ad un progetto di Dio che è progetto di vita piena e di accoglienza nei confronti non solo di Israele ma di tutti i popoli.

Matteo così unisce insieme due parabole diverse nel contesto di uno scontro. La prima è quella del banchetto in cui gli invitati non accolgono l’invito, la seconda è quella dell’invitato senza la veste adatta per la festa. E’ importante tener presente che sono due narrazioni, con due vertici diversi e con due messaggi che vanno posti insieme, ma anche visti distinti: l’orizzonte di una storia segnata dall’invito di Dio che si denota come invito ad una festa e non viene meno e chiama tutti. L’orizzonte di una esigenza di superamento dell’indifferenza, del disinteresse e della violenza per vivere la responsabilità di fronte ad un appello che suscita libertà.

Al centro della prima parabola sta infatti un riferimento al banchetto finale del messia: le nozze del figlio del re. E’ uno sguardo al punto finale della storia e al disegno di salvezza di Dio. L’indifferenza delle persone invitate e il loro comportamento violento rinvia al rifiuto che la comunità di Matteo vive nell’annuncio in rapporto a Israele; la descrizione delle uccisioni e della città data alle fiamme può essere evocazione della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Così infine l’invito delle persone ai crocicchi delle strade evoca l’invio ai pagani e la loro accoglienza nella comunità cristiana, una accoglienza ed una risposta di tutti coloro che erano considerati esclusi dalla salvezza. Nella parabola s’interseca quindi la parola di Gesù e, insieme ad essa, quella della prima comunità cristiana che vedeva acuirsi lo scontro con le autorità ufficiali giudaiche.

La prima parabola si snoda attorno all’immagine del banchetto preparato da un re che invia i suoi servi a chiamare gli invitati. Di fronte a questo dono gratuito la risposta è l’atteggiamento di indifferenza e di rifiuto. Al secondo invito la risposta è quella del disprezzo e della reazione violenta. E’ il dramma del rifiuto nei confronti di un invito ripetuto, di un’offerta gratuita di partecipazione al banchetto che è una festa di nozze, di alleanza. I servi inviati riprendono il motivo dei servi inviati della parabola dei contadini violenti. Forse c’è qui allusione all’invio da parte di Gesù dei discepoli ricordato da Matteo al cap. 10. E poi un secondo invio potrebbe essere memoria della missione dopo la Pasqua. Il v. 7 (“il re si adirò e, avendo mandato il suo esercito, fece perire quegli assassini e incendiò la loco città”) può essere allusione alla vicenda drammatica della distruzione di Gerusalemme dell’anno 70 d.C. Una sorta di lettura degli eventi cogliendo in essi da un lato la dinamica di un rifiuto, dall’altra la persistenza di un progetto di Dio nell’offrire invito ad una festa di alleanza. Il terzo invio dei servi è allora verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘ con la richiesta: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Coloro che erano stati per primi invitati non si lasciano toccare dalla novità e preziosità dell’invito: sono stabiliti in una condizione di sicurezza che li rende insensibili. Dopo la parabola dei due figli e quella dei vignaioli omicidi anche questa parabola insiste sul dramma del rifiuto da un lato e dall’altro sull’accoglienza vissuta da chi è lontano: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). C’è chi si apre all’annuncio del regno scoprendo la possibilità di cambiamento nella sua vita mentre chi si ritiene giusto e pretende di possedere il privilegio della conoscenza di Dio vive una chiusura che porta al fallimento. La chiamata di Dio è un invito aperto. “La festa di nozze è pronta ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”. L’indegnità non è altro se non il rifiuto e il disprezzo, l’opposizione a mettersi in discussione. Ad ogni resistenza e difficoltà l’invito di Dio non si arresta, non viene meno, ma si allarga a comprendere altri, perché la sala sia piena di commensali. Fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanandosi dai peccatori, ma assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia.

A questo punto inizia una seconda parabola da leggersi nella sua differenza rispetto alla prima: la scena cambia. Ad una festa di nozze c’è un invitato che non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala e tale espulsione è rimarcata con un linguaggio di genere apocalittico, ricco di particolari che colpiscono l’immaginazione, a richiamare quale descrizione in negativo il messaggio centrale a cui tutta la scena è rivolta, ossia il richiamo alla responsabilità, l’esigenza di mettere in gioco la ibertà nell’accogliere un invito di Dio che è gratuito, aperto, ma non si compie senza coinvolgimento personale e libero.

Cosa significhi la veste è di difficile interpretazione: nell’Apocalisse (Ap 19,8) la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’. In tutto il vangelo di Matteo inoltre è costante la critica ad una fede che si esaurisce in un dire senza coinvolgimento dell’esistenza, in una proclamazione senza rapporto con la vita quotidiana: ‘Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21). Forse si può leggere la figura di questo invitato con una veste non adatta come qualcuno che non intende la sua vita in rapporto agli altri, uno che va per conto suo, indifferente al clima della festa e preoccupato solo per se stesso: non riconosce il dono e la responsabailità dell’essere invitato. E’ la logica di chi non pensa la sua vita ‘di fronte agli altri’ e con gli altri, nel partecipare ad un percorso comune ma vive in un orizzonte di chiusura ed egoismo, come chi si intrufola in una festa solamente per mangiare con abbondanza e rimpinzarsi ma non partecipa ad un incontro e non è coinvolto in una relazione. In fondo l’invitato senza la veste rappresenta un esempio di individualismo e di disinteresse verso gli altri. La veste bianca è così metafora di un rapporto con Dio che coinvolge la vita, che non si confonde con una religiosità piegata all’interesse e al soddisfacimento del proprio egoismo.

La prima parabola ha il suo vertice nel disegno del Padre: è un sogno di ospitalità che si allarga e cerca risposta di accoglienza. E’ una parola sul regno di Dio come dono di incontro, invito di Dio che chiama tutti e non fa distinzione. La seconda parabola unita alla prima sottolinea l’aspetto della responsabilità da vivere come movimento di relazione di fronte ad un dono di presenza e di incontro (è una festa di nozze, ed è un banchetto): si concentra sull’atteggiamento di chi risponde all’invito. Partecipare al banchetto implica aprirsi ad intendere in modo nuovo la vita, nell’apertura agli altri, nel vivere insieme la festa di incontro nella fraternità. In ciò si fa la volontà del Padre: non nel rivendicare una appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma nel compiere scelte e gesti di cura e di attenzione verso l’altro (Mt 16,27; 25,31-46).

La frase di chiusura, probabilmente un detto a sé stante, non è minaccia di una sorta di predestinazione: è piuttosto da accogliere, nel quadro della visuale teologica di Matteo, come un invito alla responsabilità di chi, come piccolo ‘resto’ fedele, sia in Israele, sia nella comunità cristiana, risponde alla chiamata di Dio con il coinvolgimento responsabile della vita, in vista di una testimonianza per tutti. Rimanendo chiaro che Dio desidera che ogni uomo e donna sia salvato (1Tim 2,4).

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Isaia presenta il volto di un Dio che asciuga le lacrime dai nostri occhi. Il gesto dell’asciugare le lacrime dagli occhi è gesto delicato, spesso gesto di un papà o di una mamma quando, dopo piccoli incidenti, o in un momento di tristezza dei propri bambini, o anche al termine di un capriccio che ha portato alle lacrime, allontana tutto il male, pone fine a ciò che ha turbato e affretta il ritorno al sorriso, quasi a cancellare tutto ciò che ha tolto fiducia, serenità, speranza. Asciugare le lacrime dagli occhi è gesto di tenerezza. Ma è anche gesto intimo di chi sta stare accanto a chi soffre ascoltando il rumore dello scendere delle lacrime e le discosta con delicatezza, magari proprio con un discreto star accanto, facendo propria la fatica dell’altro. Dio asciuga le nostre lacrime e chiede a noi di essere capaci di questi gesti di delicatezza verso chi ci è vicino, sapendo leggere sofferenze spesso mute e nascoste, racchiuse nelle lacrime.

Una reazione degli invitati della parabola può essere provocazione al nostro modo di vivere: “quelli incuranti se ne andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. E’ una reazione di indifferenza, ma anche di preoccupazione solo per ciò che è proprio, il proprio campo, i propri affari. E’ la chiusura di chi non vede altro orizzonte se non quello di un interesse centrato sul possedere, sulla ricchezza che può avere diverse dimensioni: c’è infatti ricchezzza di denaro, di possessi, ma anche di tempo, di salute, di competenze, di parola e disinteresse nell’accogliere voci che spingono a cambiare. La provocazione della parabola è quella di vincere questa indifferenza ripiegata solo su orizzonti di possesso.

La parabola presenta il regno di Dio come una festa. Fare festa insieme, trovarsi a condividere in semplicità il cibo e il tempo della festa. Sono esperienze ordinarie fondamentali della vita che spesso vengono perdute di vista in un rincorrere un’efficienza che cancella i tempi del gratuito. La festa è divenuto sinonimo di sballo o si identifica con banchetti organizzati nella logica dello spreco e della manifestazione di sovrabbondanza. Forse potremmo cercare di scoprire l’importanza della convivialità quotidiana e di creare occasioni di fare festa insieme, dove la festa sia luogo di semplicità, di condivisione di ciò che siamo, di ciò che abbiamo, tempo segnato dalla gratuità del condividere e di sguardo rivolto agli altri.

Alessandro Cortesi op

II domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF0498Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

Non si comprende il quarto vangelo se non si compie la fatica di entrare nella mentalità simbolica che vi soggiace. Simbolo è mettere insieme, fare legame. Così ogni parola del IV vangelo rinvia alla storia di Gesù, ai gesti del profeta di Nazaret, ed insieme invita a guardare alla storia della salvezza, ed è richiamo ad altre parole. Nel racconto di Cana un primo livello è la narrazione di una festa di matrimonio: Gesù nella festa viveva la sua capacità di ospitalità, la sua apertura del cuore che offriva accoglienza pur non avendo casa e beni propri. Attorno alla mensa quel rabbi che amava i banchetti gioiva nello stare con coloro che erano tenuti fuori, esclusi, emarginati. A Cana si tratta di una festa di nozze e la narrazione del IV vangelo apre ad altri livello di lettura, presenta simboli  che rinviano altrove.

L’episodio è collocato cronologicamente ‘al terzo giorno’: una breve notazione che ha una sua preziosità. Dal primo capitolo di Giovanni tutto è narrato in un susseguirsi di giorni (Gv 1,29.35.43) che corrispondono allo schema della creazione: sei giorni più uno, quello della festa e del riposo. E’ indicazione che una ‘nuova creazione’ si sta attuando e rimanda anche al riferimento biblico del ‘terzo giorno’: al terzo giorno Abramo salì sul monte per sacrificare Isacco (Gen 22,3), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester prese il coraggio per presentarsi al re (Est 4,16; 5,1). Passaggi della storia di salvezza e del farsi incontro di Dio al suo popolo.

Ma è soprattutto il brano di Esodo – dal cap. 19 al 24 – il testo fondamentale da tener presente nel leggere questa pagina: Mosè sul monte Sinai riceve la Torah da parte di Dio. Come Mosè chiamato da Dio sulla montagna e che poi discese dal monte, Gesù è invitato al banchetto e scese poi a Cafarnao. Come Mosè diede ordine al popolo di purificarsi, così a Cana un ruolo particolare hanno le sei giare per la purificazione. Come Dio si manifestò nella nube (Es 19,9) così a Cana – dice Giovanni – Gesù manifestò la sua gloria.

Si parla di nozze, si accenna a diversi personaggi, ma degli sposi non si dice nulla. C’è un silenzio che spinge ad una ricerca di piste profonde. Manca il vino durante la festa: non se ne accorgono coloro che dovrebbero vigilare e che sono responsabili – sottile ironia sui capi religiosi e i sommi sacerdoti (l’architriclinio come l’archisacerdote) che dovrebbero guidare il popolo e invece non vivono l’attenzione e lo sviano -. Il vino, simbolo di gioia, di festa di fecondità, viene a mancare. Lo sguardo del lettore viene quindi attirato non tanto a sostare sulle nozze dei quei due sposi di cui nulla si dice, ma su un altro rapporto: in questione è il matrimonio di Dio con il suo popolo, che si trova in una condizione di aridità. Le giare per la purificazione sono vuote, senz’acqua. E il vino, segno del rapporto di amore tra Dio e Israele sua sposa (cfr. Cantico dei Cantici), segno escatologico connesso alla venuta del messia ed al banchetto degli ultimi tempi, viene meno.

E’ ‘la madre di Gesù’ a far presente la situazione. E’ la traccia di una delicatezza concreta di donna che sa leggere la realtà, che guarda alle persone anzichè elaborare deduzioni da principi e dottrine. Gesù stesso si rivolge con un termine particolare e in un modo che fa riflettere: ‘che cosa fra me e te, donna?’ Sembra una risposta dura ma rinvia ad un significato sotteso. Un’altra volta nel IV vangelo Gesù si rivolge alla madre con il termine ‘donna’, proprio al momento della croce ‘Donna ecco tuo figlio’. Cana allora è da leggere in rapporto al momento della croce, ed è un primo segno che rinvia a quell’ora. Appare così in nuova luce anche l’altra parola di Gesù: ‘non è ancora venuta la mia ora’. L’ora di Gesù è l’ora di un incontro che si attua sulla croce, il dono di un amore rivolto all’umanità (la donna). Il cammino di Gesù va verso quell’ora, un’ora in cui la ‘donna’ diviene simbolo della comunità sua sposa e primizia di un incontro con l’umanità intera, a cui Gesù si dona senza limite: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine” (Gv 13,1)

Il gesto di Cana è un segno che parla di nozze, di quell’incontro di gioia e di vita tra Gesù Cristo e l’intera umanità. E’ una alleanza: come Mosè sul Sinai ora Gesù manifesta una presenza di Dio che fa alleanza con l’umanità oltre l’aridità di un culto vissuto come purificazione ma che resta arido se manca la delicatezza di uno sguardo che sa cogliere le attese di vita e di bene, se manca il vino della gioia e dell’amore, se manca il vino che anticipa l’ora in cui la gloria di Dio si rivela come dono e servizio.

Riprenderei un paio di annotazioni per il nostro oggi:

Il vino è simbolo della gioia, l’abbondanza e il sovrappiù del gratuito, in una realtà religiosa segnata dalla mentalità del dovere e del controllo. Al cuore di questa pagina sta una parola di alleanza. Non un rapporto bloccato nell’aridità di un sistema religioso che ha perduto il senso dell’incontro. Il vino parla di una alleanza di Gesù offerta nel segno della scoperta che Dio offre una relazione personale, vivente con lui e incontra l’umanità nella sua attesa. Il desiderio della festa e della gratuità dell’incontro, l’alleanza, sta al cuore delle ricerche di felicità e di bene presenti nell’esistenza umana. Gesù porta vino nella festa come segno di un amore che si dona. Nel IV vangelo l’ultimo momento della croce è lo sgorgare dell’acqua e sangue. In quel vino è il segno della sua vita sprecata e versata. Una vita donata che genera gioia. C’è da chiedersi se siamo consapevoli di questo tesoro al centro della vita di comunità e se sappiamo rispondere come nell’invocazione di Apocalisse: Lo Spirito e la sposa dicono ‘Vieni’…

Cana è una pagina che ci parla della grazia dell’incontro in rapporto con la vicenda umana. Troppo spesso la chiesa e i cristiani pensano di essere indispensabili, che senza di loro tutto vada perduto. Una presunzione che dice anche poca fiducia in Dio stesso. Quella di Gesù è la testimonianza del non necessario. Come l’amore che si dà nella gratuità. Più che in altre direzioni, oggi è la testimonianza del non ritenersi indispensabili che dovrebbe costituire lo stile del cristiano: Gesù con la sua presenza e il suo gesto fa irrompere la sovrabbondanza del gratuito. Seguendo lui anche noi dovremmo riscoprire questa dimensione. E’ l’irrompere del regno di Dio nella quotidianità come dono che porta il gratuito oltre ogni necessità, anzi forse proprio nel non essere necessario. Ci sono gesti semplici, sguardi di attenzione che dicono la gratuità di quel ‘vino’ di cui abbiamo così bisogno nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo