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IV domenica di Quaresima – anno A – 2014

cieco nato-1886887433(affresco sec. XI, scuola campano bizantina, S.Angelo in Formis, Capua)

1Sam 16,1-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Tutto inizia con uno sguardo: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita…”. Il vedere di Gesù non passa oltre, non evita di farsi toccare dallo scandalo di questa presenza. E’ lo scandalo della malattia, dell’handicap, della sofferenza umana. Il suo vedere si ferma ad incontrare l’uomo ferito, si lascia coinvolgere.

‘Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?’. Gesù reagisce con forza a questo modo di ‘vedere’ le cose per cui il male è una punizione del peccato. In tale prospettiva Dio è colui che fa morire, che manda le malattie inguaribili, che dà la sofferenza alle persone. Gesù non risponde con una spiegazione: il male rimane scandalo anche per lui. Di certo esclude l’idea che i discepoli hanno, segno di una incomprensione proofnda della sua stesa persona: ‘non è questione di peccato’. L’unica cosa che Gesù fa è operare ‘finché è giorno’, vivendo fino in fondo il tempo che gli è dato. Usa le sue mani, compie gesti per avvicinarsi al cieco, per togliere quel male. Nei suoi gesti manifesta il volto di Dio che non vuole il male. Di fronte al cieco Gesù vede l’occasione perché ‘si manifestino le opere di Dio’. Tutto questo avviene nel giorno di sabato: una trasgressione della legge che restituisce alla legge stessa il suo più autentico significato di ricordare l’alleanza di un Dio amante dell’uomo. E l’opera di Dio è liberazione da ogni buio e da ogni male.

Gesù contrasta una teologia costruita sulla paura e sul male come castigo di Dio. Non pensa al peccato ma alle opere di Dio, opere di liberazione. Con i suoi gesti apre gli occhi al cieco: non solo poggia il suo sguardo su di lui, ma tocca con le sue mani il cieco, spalma il fango sui suoi occhi, non ha paura di entrare in contatto con lui, fa propria la malattia e la sofferenza di quest’uomo. Toccare il cieco è varcare le soglie dell’impurità, lasciarsi contaminare dal male. Ed è contestazione di una religiosità della separazione che si tiene a distanza dall’impuro, che chiude gli occhi davanti alle sofferenze.

Il suo vedere poi si accompagna ad un agire che evoca l’operare di Dio stesso, l’opera della creazione. La chiave di lettura dell’intero incontro sta nelle parole che introducono ai suoi gesti. Nella dinamica del IV vangelo parole rivelative del significato del suo agire e della sua identità: “Nè lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perchè in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Gesù manda il cieco a lavarsi alla piscina che significa l’Inviato: lo introduce a vivere un cammino per incontrare lui stesso che è l’inviato del Padre.

I suoi occhi e le sue mani si immergono nella vita di quel cieco per liberarlo. Gesù lo accompagna a compiere un cammino di libertà, faticoso, progressivo. I suoi gesti sono una nuova creazione, come Adamo dal fango della terra che aprono a divenire una persona nuova. Al punto che quelli che lo avevano visto prima non lo riconoscono. Il suo cammino indica anche una scoperta passo passo più profonda di “quell’uomo che si chiama Gesù”. Il cieco apre i suoi occhi poco alla volta accogliendo la luce che gli giunge da quell’uomo e ne scorge un profilo che lo manteine nella ricerca. Fino al momento in cui proprio lui, guardato con disprezzo come peccatore, si trova a rispondere ai detentori della religione e della morale e a spiazzarli con parole semplici “Se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla”. La domanda che percorre l’intera pagina è: ‘Dov’è costui? Di dove viene Gesù?’.

C’è un’insistenza ripetuta per sette volte sulla questione di come gli occhi del cieco sono stati aperti: è questo uno dei segni opera del messia. Attorno a questa questione ruota anche la domanda sull’identità di Gesù come messia, che si discosta dal mondo di una religione chiusa nella affermazione di regole e principi che non guardano alle persone e al loro bene: Gesù guarisce di sabato e tocca un cieco e i farisei dicevano: ‘Quest’uomo non può venire da Dio perchè non osserva il sabato’.

Un confronto di due opposti atteggiamenti percorre l’intera pagina: da un lato un cieco senza nome, che viene accompagnato a vedere. Il suo vedere è un recupero di vista esteriore, che corrisponde ad una luce che si fa spazio nel suo cuore. Il suo cammino è approfondimento dell’identità di Gesù indicato in modi diversi: ‘l’uomo che si chiama Gesù’, ‘un profeta’, ‘se sia un peccatore non lo so, una cosa io so, ero cieco e ora ci vedo…’, ‘se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla’. Fino alle parole che esprimono affidamento e divengono un’eco del riconoscimento dei discepoli quando incontrano il Risorto, Signore: “Credo Signore”. In contrasto a questo cammino sta la cecità di chi pretende di vedere.

Con la sottile ironia propria del suo stile, l’autore del IV vangelo esprime l’incapacità di vedere come rifiuto dell’evidenza e dell’ascolto. I ‘giudei’, categoria nella quale sono indicati i detentori del potere religioso, sono coloro che non sono aperti alla ricerca, chiusi nella pretesa di possesso di una verità inscalfibile: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi”. Non si lasciano mettere in discussione ed operano secondo le dinamiche proprie del potere religioso che esclude (la notazione dell’esclusione dalla sinagoga risente dell’atmosfera polemica tra mondo giudaico e comunità cristiane dopo la fine del I secolo). Per contrasto il cieco, che non è riconosciuto, dice ‘Io sono’. In tal modo indica quel nome che i, IV vangelo è culmine della rivelazione di Gesù ed evoca il nome stesso di Dio ‘Io sono’ (cfr. Gv 8,24). E’ una sorta di commento all’affermazione vertice della pagina del prologo: “a quelli che hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio”. Proprio il cieco, colui che non ci vedeva, accogliendo Gesù assume il suo nome, si apre a credere nel ‘figlio dell’uomo’ e diviene figlio. L’incontro con Gesù gli ha aperto gli occhi e lo ha trasformato.

L’incontro di Gesù con il cieco nato è tessuto attorno al simbolo della luce. Il IV vangelo sin dal prologo presenta Gesù identificandolo con la Parola e con la luce che illumina ogni uomo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9; cfr Gv 8,12; 9,5). Il suo volto è luce che apre a vedere in modo nuovo e cambia. D’altra parte nell’incontro col cieco si fa presente anche l’agire di Gesù come opera che restituisce alla luce interiore, a quel vedere che Giovanni interpreta come il vedere nuovo che è il credere stesso. Ben diverso dalla cecità di una religione chiusa nella dottrina e incapace di guardare la vita delle persone. Restituire alla luce profonda e accogliere un dono di luce apre a quel vedere che è credere, e nella prospettiva giovannea è avere la vita in abbondanza. L’incontro con il cieco è incontro di illuminazione e di liberazione, lasciar spazio alla luce, da accogliere e da scoprire nel profondo della propria vita. Non è chiusura entro gli angusti limiti di una religiosità di ciechi e schiavi, ma apertura ad un vedere che legge la luce al cuore della propria esistenza. L’incontro con Gesù è percorso di umanizzazione.

2014-03-16 05.32.05Quali provocazioni può offrire questa pagina ad una lettura nel nostro presente? ne indicherei alcune tra tante altre possibili.

Leggiamo questa pagina in un tempo in cui sempre più appare la distanza tra modalità religiose di appartenenza e i cammini autentici della fede. Oggi l’esperienza cristiana è chiamata a ripensarsi uscendo dalle forme dell’indottrinamento e della aggregazione di tipo sociologico. Cammini di fede autentici seguono percorsi diversi da quelli delle appartenenze ad un sistema religioso. Oggi il credere sorge nell’esperienza da condividere in un incontro: nel tornare a Gesù. Il dialogo stesso è luogo di un credere che si fa esperienza condivisa, ricerca mai conclusa, incontro che apre sguardo nuovo. Il cammino del cieco è indicazione del cammino di ogni credente fatto di tappe personali, di apertura degli occhi, di incontro progressivo con Gesù. Ben lontano da una appartenenza religiosa che mantiene nella sottomissione e nella paura. Il suo cammino ci dice anche che c’è un’opera di Dio nella vita personale e nelle comunità che dura tutta una vita, è percorso che esige tempo. E’ autentica opera di creazione (il fango, l’acqua) ed anche opera creativa perchè genera qualcosa di nuovo e inedito.

Il dono di luce che sta al cuore di questa pagina indica l’incontro di Gesù come la luce, ma è anche restituzione di una luce interiore: è un’apertura degli occhi. Gesù restituisce una capacità di vedere che è attitudine propria del cieco, lo libera a riconoscere una luce che dall’interno illumina ogni uomo, il senso profondo della sua vita. Si può leggere questa pagina secondo una prospettiva aperta al cammino delle religioni e delle convinzioni umane, tutti i cammini di ricerca che si aprono ad accogliere la luce che illumina ogni uomo. C’è una luce che viene da Dio, luce della Parola, presente in chi vive cammini nelle diverse religioni, in chi si apre alla ricerca del senso della vita, in chi si lascia interrogare dagli altri, dalle esperienze, e si lascia toccare dalla sofferenza altrui. Al credente sta forse oggi il compito di riconoscere le luci disseminate, gioire per chi apre gli occhi, coltivare a vivere uell’opera creativa di coltivare vita. Quante luci sono soffocate perché coloro che le manifestano non appartengono ai ‘nostri’ o perché non corrispondono ad una dottrina stabilita… Gesù apre ad incontrare Dio nei percorsi di liberazione e di luce.

C’è un invito in questa pagina e una forte provocazione a riconoscere le proprie cecità. Proprio chi pretende di vedere non sa vedere. C’è una cecità nel non rendersi conto di situazioni anche vicine a noi di sofferenza e di bisogno. C’è la cecità dell’indifferenza o dell’atteggaimento di superiorità verso i tanti percorsi anche disordinati e spesso contaddittori di giovani e pesone che cercano a tentoni un senso della vita. Saper riconoscere la luce interiore presente nei cuori e compiere le opere di Dio, nella linea di una creazione continua, nel restitutire possibilità di vta questo apre ad un vedere. Riconoscere il signore è affidamento ad un senso della vita che sta racchiuso nel dono.

Aprire gli occhi è indicazione e invito per una ‘spiritualità dagli occhi aperti’ (J.B.Metz), capace di leggere la realtà, di scorgere una chiamata di Dio e la presenza di Dio nelle vicende della storia, nella sofferenza per le tante cecità e indifferenze, nel grido della creazione. E’ una spiritualità diversa da quella degli occhi chiusi, non separa il cielo dalla terra e scopre l’incontro con Dio nell’incontro con il povero concreto e vicino. E’ apertura all’ascolto e alla ricerca, all’impegno nelle difficoltà del presente e al coinvolgimento in cammini di umanizzazione.

Aprire gli occhi è anche scorgere un rinnovamento che deve giungere all’interno della comunità e conduce ad un drammatico scontro contro chi è chiuso nel detenere un potere che vuole sudditi e rifiuta ogni apertura di occhi. Il cieco a cui sono aperti gli occhi diviene capace di coraggio, rinvia a quello che sa, e che proviene a lui dalla vita. E’ indicazione della presa di parola che dovrebbe esserci nella chiesa oggi, in un cammino tutto da compiere di ricerca comune, di ascolto delle esistenze e delle esperienze diverse, nel non rimanere schiavi di una dottrina e della casistica e del coraggio di accogliere l’opera creativa in noi, per affrontare le questioni che toccano le esistenze accogliendo quale è la chiamata del vangelo nel tempo che cambia. La primavera che si sta cogliendo nei gesti e nelle parole nuove di Francesco, vescovo di Roma, frutto del tempo del Concilio, non può rimanere un fatto isolato, una bella esperienza di una personalità eccezionale, ma attende di essere luce nuova condivisa nelle comunità e spirito che innervi percorsi comuni.

Alessandro Cortesi opChagall-Sopra-Witebsk-sd

(Marc Chagall, Sopra Vitebsk, Art Gallery of Ontario, Toronto, 1914)

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3822Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Ci sono tre tratti, tra altri, nella figura del samaritano. Gesù indica questo uomo, eretico e nemico, come colui che fatto esperienza di farsi prossimo e di scoprire la prossimità non in una teoria ma nell’incontro. Lo indica al dottore della legge che ‘si alzò per metterlo alla prova’ e di fronte alla domanda: ‘Che cosa devo fare per avere la vita eterna?’. Un primo tratto della vicenda del samaritano è il turbamento contrapposto al controllo ed alla programmazione che guidano i passi del sacerdote e del levita della parabola. Un secondo è il suo stile di passare ‘ad occhi aperti’: si tratta dello sguardo contrapposto a quello di chi ‘vide e passò oltre’. Un terzo tratto è la capacità di compassione concreta contrapposta all’indifferenza e all’amnesia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

La figura del samaritano appare innanzitutto come il profilo di un uomo che ‘era in viaggio’. Tutto fa pensare che questo viaggio fosse stato programmato bene: era partito con una cavalcatura e non senza bagaglio, portava con sé olio e vino, aveva previsto la necessità di nutrimento durante il percorso. Recava con sé anche soldi che gli sarebbero stati utili per pagare le inevitabili spese durante un cammino lontano da casa. Tuttavia nel suo passare viene segnato da un profondo turbamento. Il passare accanto all’uomo derubato e colpito genera una interruzione profonda nel suo cammino. Tutto ciò che costituiva sicurezza e programmazione nel viaggiare viene ad un certo punto sopraffatto e turbato. E’ come se ad un certo punto per lui tutto avesse perduto la sua giusta collocazione in un ordine prestabilito. Tutto ciò che aveva e tutto ciò che costituiva il programma della sua vita subisce il soprassalto di una rivoluzione e si apre ad un nuovo utilizzo, diviene elemento utile per tutt’altra cosa. In modo inatteso, accogliendo l’appello di una sofferenza concreta. Così il tempo pensato per il viaggio diviene tempo speso per fermarsi e soccorrere l’uomo ferito al bordo della strada. L’olio e il vino trovano un utilizzo nuovo e diverso da quello programmato quando erano stati messi nella sacca da viaggio. La cavalcatura diviene il mezzo per condurre il ferito ad un luogo di cura. I soldi non vengono utilizzati per pagare l’ospitalità per sé, ma sono subito consegnati all’albergatore perché si prenda cura del ferito ed altri ancora gliene sono promessi in caso di necessità, fino ad un ritorno promesso. Il samaritano appare come un uomo che si lascia turbare e permette che nella sua vita i piani vengano scombinati a partire da un incontro inatteso e improgrammato. E’ l’incontro con l’uomo ferito, ma in questo incontro la sua vita si dimostra una vita disponibile e aperta. Accetta di perdere il controllo su di sè, sulla sua vita, a differenza degli altri due personaggi e accetta un cambiamento profondo mettendo in gioco in modo nuovo tutto ciò che  aveva pensato per altri piani, in altre direzioni.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Il samaritano è un uomo capace di sguardo. Ciò che colpisce nella narrazione della parabola è l’insistenza sulla ripetizione di questo verbo: vedere. E’ detto sia del sacerdote, sia del levita: ‘vide e passò oltre…’ Il samaritano invece ‘vide e ne ebbe compassione’. Avviene un’interruzione di questa regola del passare oltre senza fermarsi. E’ quasi un’eco al fermarsi di Dio presso la tenda di Abramo: ‘non passare oltre senza fermarti dal tuo servo’.

Vorrei sostare a riflettere sul suo vedere perché sta lì la radice del movimento della compassione per l’altro. Si potrebbe dire che il samaritano non solo ha una capacità di vedere in senso fisico ma vive una spiritualità degli occhi aperti. Il suo vedere è lasciarsi toccare. E’ un eretico, è lontano dal mondo della religione di Gerusalemme e del tempio, eppure Gesù lo addita innanzitutto come figura di un uomo che sa vedere, che si lascia colpire dalla sofferenza altrui in modo da accorgersene e da lasciarsi prendere. Non la lascia passar via come spettacolo che non chiede coinvolgimento e appello ad una responsabilità. Contro la possibilità di vivere anche una vita religiosa ad occhi chiusi, incapace di cogliere che il volto di Dio si fa vicino nel volto dell’altro e nella sofferenza storica e concreta delle vittime, Gesù indica un uomo che vive il suo cammino, la sua vita, passando, ma con gli occhi aperti,  capaci di accogliere e così di ricordare la sofferenza e l’appello che ne deriva. Uno sguardo capace di lasciarsi ferire e di empatia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Gesù indica il samaritano come uomo che vive la compassione. Il soffrire con, insieme all’altro è movimento non della ragione ma delle viscere, di appartenenza comune. E’ slancio appassionato del pensare all’altro come qualcuno che appartiene, è indice di una sensibilità in cui non tutto è anestetizzato in considerazioni sull’impossibilità di risolvere i problemi del mondo, e nemmeno da facili alibi per non fermarsi e per motivare che ad altri spetta quel compito. Il samaritano, a differenza di chi passò oltre, gli si fece vicino. E’ uomo capace di vicinanza, di toccare le ferite, di prendere di peso il ferito entrando in quella prossimità che è scoperta dell’altro con i suoi bisogni e con le sue povertà come domanda e invocazione. Compassione in questa vicenda non è un senso generico di immedesimazione nella natura ma scelta di solidarietà storica e concreta di fronte ad una sofferenza concreta.

Mi sembra che questi tre momenti del profilo del samaritano sono per noi oggi una provocazione a scoprire l’essenziale del vangelo. Li riassumerei in tre atteggiamenti.

Il primo è la capacità di lasciarsi turbare e scompaginare i piani dalle chiamate di Dio che ci raggiungono attraverso gli incontri improgrammati e le vicende diverse dell’esistenza. Lasciarsi turbare è indice di una vita decentrata, in cui la scoperta che ciascuno in radice è donato può divenire fonte di una libertà da se stessi, dai programmi, dalle attese di altri per rispondere a quella chiamata che si rende presente nel volto dell’altro sofferente, oltre gli obblighi della legge e quelli religiosi. Si tratta di un problema di autorità: la parabola del samaritano ci dice che l’autorità di Dio si fa vicina nell’autorità di chi soffre. Aggiungerei anche un’altra osservazione: far proprio il percorso del samaritano deve forse passare attraverso l’interrogativo posto dal comportamento del sacerdote e del levita. Solamente chi si interroga sulle proprie resistenze e cambiare, solamente chi riconosce e guarda in faccia gli ostacoli autentici o costruiti che impediscono di fermarsi di fronte alle vittime e agli impoveriti può giungere a vivere il gesto del farsi prossimo.

Il secondo è il tratto di una spiritualità, od anche di una mistica degli occhi aperti. Si tratta di un cammino di credere con il volto rivolto al mondo, non distolto dalla storia. Nella sua recente visita a Lampedusa il vescovo di Roma Francesco ha parlato dell’incapacità di piangere. “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Ha usato l’espressione ‘globalizzazione dell’indifferenza’ per indicare l’attitudine che rende incapaci di lasciarsi provocare ad un cambiamento e ad una solidarietà con i feriti di oggi, lasciati ai bordi delle strade di un mondo dove tutti corrono nella ricerca di un profitto e di interessi e dove non si impara più a fermarsi riconoscendo i volti dei sofferenti. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. (…) Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non è affare nostro!”

La spiritualità degli occhi aperti, con il volto rivolto verso la storia è attitudine che contrasta l’amnesia anche di esperienze religiose che non si lasciano provocare dallo scandalo del male, della violenza e delle ingiustizie.

Il terzo è l’atteggiamento della compassione. La compassione è il contrario dell’amnesia e dell’incapacità di ricordo. Compassione è impegno a farsi carico dell’altro sofferente. Compassione è scelta e attuazione del prendersi cura in modi concerti e far sì che questa abbia continuità nel tempo… facendosi aiutare e rimanendo vicini.

“Questa mistica della con-passione è una mistica ‘radicata nella terra’ attraverso il contatto con gli altri che soffrono; contemporaneamente spesso essa non è altro che l’esperienza accettata di una ‘sofferenza per Dio’ non per calzare sopra le esperienze di dolore quotidiane, talora terribilmente profane, un’esperienza religiosa; non per aggiungere alle storie pubbliche di sofferenza del mondo alla fine anche un’esperienza religiosa privata, ma per riunire, in questa mistica della sofferenza per Dio, tutte le nostre esperienze di dolore che gridano al cielo, per strapparle all’abisso della disperazione e della dimenticanza e incoraggiarle ad una nuova prassi” (J.B.Metz, Memoria passionis, 156).

La domanda è anche sulla chiesa: “Nella propria liturgia essa non deve rappresentare alcuna forza politica, ma nella sua rappresentazione, deve rammentare quell’impotenza politica alla quale rimane obbligata nella sua rimemorazione di Dio intessuta di rimemorazione della sofferenza. Affinché la sua anamnesi cultuale della passione di Cristo non finisca in un mito avulso dalla storia, essa deve esercitarsi in una cultura anamnestica che miri alla storia di passione degli uomini e da lì conquisti gli orizzonti e le massime per il suo agire cristiano” (ibid. 192.)

Infine una domanda: la vicenda del samaritano è solamente indicazione per il maturare di una responsabilità personale di fronte all’altro? O forse, più in radice, è messaggio che provoca ad un modo di intendere la vita sociale e la prassi politica nella linea non di togliere la mezza vita che resta, ma nel ridare la mezza vita che manca, nel prendersi cura di gruppi di persone e popoli impoveriti, lasciati ai margini e dimenticati? Aiutandosi a tenere gli occhi aperti non come sforzo di uno solo, ma insieme?

Alessandro Cortesi op

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