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Assunzione di Maria – anno B – 2021

Ap 11,19-; 12,1-6.10; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56

“Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Paolo richiama la bella notizia comunicata alla comunità. E’ il vangelo da lui stesso ricevuto, annuncio essenziale della fede cristiana: Il Cristo risorto è il medesimo Gesù che ha vissuto la passione ed è morto sulla croce. Credere è radicarsi nell’incontro con il profeta di Galilea passato in mezzo a noi, nella sua storia e sorge il mattino di Pasqua quando la testimonianza delle donne apre ad un orizzonte al di là della storia: credere in Gesù Cristo è vederlo in modo nuovo come il Vivente che ha vinto la morte. L’evento della risurrezione è inscindibilmente legato alla morte, e di qui a tutta la vita di Gesù, al suo progetto testimoniato fino alla fine.

La risurrezione non è ritorno alla vita di prima e coinvolge ogni donna e uomo (da Adamo). Paolo accosta Cristo ad Adamo e lo indica come ultimo Adamo, compimento del dono di vita nella creazione di Adamo. Tutti siamo simili ad Adamo, tratti dalla terra, fragili, esposti alla morte, e Gesù è ultimo Adamo, immagine più alta a Dio. Possiamo accogliere la somiglianza di Gesù: “Come siamo simili all’uomo tratto dalla terra, così allora saremo simili a colui che è venuto dal cielo” (1Cor 15,47-49)

Maria è partecipe dell’umanità che ha in Adamo la sua origine ed è assunta nella vita della risurrezione, segno di consolazione e di speranza per tutti. Cristo è come la primizia nella primavera della storia, inizio di un grande raccolto e la sua risurrezione coinvolgerà tutta l’umanità: “come tutti gli uomini muoiono per la loro unione con Adamo, così tutti risusciteranno per la loro unione a Cristo. Ma ciascuno nel suo ordine. Prima Cristo che è la primizia, poi, quando Cristo tornerà, quelli che gli appartengono” (1Cor 15,23). Maria è, accanto a Cristo, primizia della nostra risurrezione.

Maria ha saputo leggere la presenza dell’azione di Dio nella sua storia. Ha risposto credendo alle chiamate di Dio nella sua vita. La sua esperienza ci dice che la vita nella condizione dei risorti inizia nell’ascolto che ci fa seguire la Parola di Dio ogni giorno nella vita. Tutta la sua esperienza è segnata da due dimensioni: la grazia che sperimenta come sguardo dell’amore di Dio per lei, e il servizio come risposta di donna coraggiosa e forte. E’ una dei poveri di Jahwè e guarda la storia dalla parte di chi è debole. Maria si è lasciata toccare dallo sguardo di amore di Dio per lei: “Ha guardato l’umiltà della sua serva” e ha vissuto la sua vita nella logica della risurrezione: “si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa in una città di Giuda”. In questo ‘alzarsi’ è racchiuso il senso profondo della sua vita’ ed è un alzarsi che la reca a rendersi disponibile nel servizio presso Elisabetta, la conduce a guardare il bisogno dell’altro e a mettersi in cammino, per scoprire nell’incontro la benedizione di Dio e la potenza dello Spirito. E’ una indicazione di come poter sperimentare sin d’ora come vivere nell’orizzonte della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

In alto insieme

Citius, altius, fortius è il motto delle olimpiadi: avverbi che fanno cogliere il fascino della dimensione agonistica propria dello sport, la gara nel misurarsi con altri, la tensione a superare il proprio limite, la fatica nell’esprimere il gesto atletico più armonico o preciso, lo spirito di squadra che conduce a sopravanzare gli avversari. E’ un di più che orienta a vincere e primeggiare osservando le regole e i caratteri propri di ogni disciplina e tuttavia va tenuto insieme al primato del partecipare secondo l’ideale delle olimpiadi moderne affermato da De Coubertin. Ma è forse da ricordare come il motto possa essere capovolto con indicazione diversa: lentius, pofundius, suavius… Da pochi giorni si concluse le olimpiadi del Giappone segnate dalla pandemia e rinviate di un anno. Nei giochi di quest’anno si sono presentate alcune storie che hanno rivelato aspetti dell’umanità che ha popolato le gare e le sfide, storie che conducono a guardare le olimpiadi anche da altri punti di vista non solo secondo la logica della competizione, ma secondo la linea dell’attenzione a chi soffre e nell’orizzonte del vincere insieme.  

Yusra Mardini è atleta proveniente dalla Siria. E’ una degli 80 milioni di rifugiati nel mondo. Alle olimpiadi ha partecipato anche una delegazione di atleti rifugiati che con la loro presenza hanno ricordato al mondo la sofferenza di tanti. Nuotava in piscina a Damasco con la sua sorella più piccola e quando una bomba cadde nelle vicinanze. Maturò la decisione di lasciare il paese e si trovò ancora a nuotare per trascinare il gommone per 9 persone su cui nella notte erano saliti in venti. Yusra con la sorella Sara ora vive in Germania e non nuota più sotto le bombe ma è giunta a partecipare alle olimpiadi. Come lei la ciclista Masomah Ali Zada originaria dell’Afghanistan e rifugiata anche lei di etnia hazara a causa della persecuzione attuata dai talebani nel suo paese e costretta a vivere in esilio. 

Nel giorno in cui la staffetta italiana ha vinto on una corsa storica la 4×100 la mamma di Eseosa (Fausto) Desalu, uno dei quattro velocisti, invitata ad una trasmissione televisiva si è scusata di non poter partecipare dicendo: “Mi scuso per non poter essere in trasmissione ma io lavoro come badante e evo seguire una persona anziana. Ho cresciuto mio figlio da sola, venendo dalla Nigeria in Italia e non parlando una parola di italiano…”.

Quan Hongchan 14enne cinese ha vinto la medaglia d’oro nei tuffi: proviene da una famiglia di contadini  la madre è malata e necessita di cure continue. Proprio il desiderio di poter essere d’aiuto alla mamma malata è stata la molla che l’ha condotta a sostenere la fatica degli allenamenti e di emergere nei tuffi dalla piattaforma di 10 metri. Desiderava infatti poter sostenere gli ingenti costi delle cure della mamma.

Theodoros Iakovidis atleta greco al termine delle gare in cui è stato impegnato ha parlato delle condizioni di difficoltà in cui si trovano gli atleti greci che non possono nemmeno permettersi terapie dai fisioterapisti. Il 35 % della popolazione in Grecia è sulla soglia della povertà e questo atleta ha reso visibile nelle sue lacrime le condizioni di indigenza di questo paese.

Toccante è anche la vicenda di due atleti campioni nella lotta libera, tra cui Arthur Naifonov, uno dei settecento bambini che furono ostaggio nell’azione terroristica nella scuola di Beslan tra il 1 e il 3 settembre 2004. In quell’occasione sua madre morì per difendere il figlio. Sopravvissuto alla strage ha saputo porre impegno sino a divenire campioni nella lotta libera a partire dall’orrore di quell’evento sanguinoso. Un altro bambino della scuola, Zaurbek Sidakov, che quel giorno si salvò perché era rimasto a casa è un altro campione della lotta alle olimpiadi. Egli ha dichiarato i suoi pensieri negli anni: “se mai dovessi ottenere una grande vittoria, la dedicherò a tutti coloro che hanno sofferto a Beslan”

Trovo infine una tra le immagini più emblematiche e cariche di significato di queste olimpiadi nell’abbraccio che ha visto insieme Gianmarco Tamberi e il qatariota Mutaz Essa Barshim, atleti del salto in alto. Al termine di una intensa gara conclusa in parità, al giudice che stava proponendo ai due atleti di procedere ad una ulteriore sfida per determinare il vincitore, Mutaz Essa Barshim, campione del Qatar, ha chiesto: ‘è possibile avere due ori?’ ed alla risposta positiva del giudice è scoppiata la gioia incontenibile di entrambi. Così sulla pedana della premiazione, al suono degli inni nazionali si è assistito allo scambio delle medaglie tra i due, insieme campioni, non l’uno senza l’altro, insieme premiati con l’oro dell’amicizia.

Nel programma ‘Notti magiche’ in collegamento con il TG3 la giornalista Giovanna Botteri ha espresso forse meglio di altri alcune chiavi di lettura che aiutano a leggere ciò che sta dietro ai risultati di tanti atleti italiani: ““È bellissima soprattutto l’immagine degli atleti Italiani che vincono. L’Italia che ha vinto è un’Italia che rimanda un’immagine di lavoro, di lacrime, di sofferenza, di fatica. (…) In questo momento in cui l’Italia si affaccia in un periodo difficile, la pandemia non è finita, bisogna ricostruire il Paese, questo è un grande messaggio che arriva: possiamo farcela, abbiamo tutto per farcela, nonostante tutte le lacrime e i sacrifici. Perché l’Italia che vince non è quella degli splendidi e dei meravigliosi, è l’Italia dei figli delle badanti, di quello che si ammala di Covid e di quella che continua nel garage a fare le prove. L’Italia quella vera, che magari si vede di meno ma nelle occasioni che contano”.

Il messaggio di Maria che si alza per andare incontro ad Elisabetta, che scopre il volto di Dio come colui che ‘ha guardato l’umiltà della sua serva’, che abbassa i potenti dai troni e innalza gli umili è in certo modo il messaggio che si è reso presente in alcune storie di queste olimpiadi, storie di una umanità plurale tesa a vivere non solo la competizione che fa andare più veloce e più in alto, ma che sperimenta la nostalgia di salvarsi insieme agli altri.

Alessandro Cortesi op

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