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XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2020

Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16.28; Mt 25,31-46

La grande scena della separazione delle genti conclude la sezione del discorso escatologico del vangelo di Matteo centrato sui temi dell’attesa (parabola del servo fedele), della vigilanza (parabola delle vergini stolte e sagge) della responsabilità nel tempo (parabola dei talenti). La scena inizia indicando un tempo del venire del figlio dell’uomo: “quando il Figlio dell’uomo verrà…”. L’esito ultimo della storia non sarà il vuoto e la solitudine, ma vedrà un venire, sarà un incontro. La vicenda dell’intera famiglia umana va verso un futuro che ha i tratti di un avvento: qualcuno ci verrà incontro.

Gesù è indicato come ‘figlio dell’uomo’, espressione ripresa dal libro di Daniele (cap. 7) che indicava una figura con la funzione di giudizio sull’intera storia. Il figlio dell’uomo che verrà è il medesimo Gesù che ha annunciato beati i poveri, beati i miti beati, quelli che hanno fame e sete della giustizia. E’ colui che ha chiamato a seguirlo dicendo che il regno dei cieli è vicino; è colui che ha radunato una comunità chiamata a porre al centro i piccoli, in cui nessuno vada perduto e a vivere il perdono come stile di vita. E’ colui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto. Di fronte al sommo sacerdote nel quadro del processo finale che gli chiedeva ‘se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio’ (Mt 26,64), Gesù dirà: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Il giudizio sulla storia – dice Matteo – si compie in rapporto a Gesù che ha dato la sua vita per tutti. 

La scena del giudizio ultimo dev’essere letta scorgendo l’accento sulla prima parte segnata dall’invito: ‘venite benedetti del Padre mio…’. La seconda parte che presenta atteggiamenti contrastanti è articolata secondo lo schema letterario che intende  far risaltare quanto è detto nella prima. Si apre allora una chiamata sin d’ora alla comunità. La fine della storia sarà una grande accoglienza, e sarà una parola definitiva di comunione ‘Venite’. E’ una comunione offerta in un incontro che esige responsabilità perché non basta dire ‘Signore Signore’ per entrare nel regno dei cieli (Mt 7,21). L’invito a venire è accostato ad una chiara indicazione che il giudizio si compie già nelle scelte storiche del presente e nell’agire concreto nel rapporto con gli altri, con coloro che sono gli impoveriti e le vittime nella storia.

L’incontro della comunione finale sarà un dono non come riconoscimento di una appartenenza religiosa, né di un culto vuoto, ma quale svelamento di una prassi vissuta nella gratuità. Sono accolti tutti coloro che hanno vissuto la vita in attenzione all’altro, anche senza sapere che in quei gesti di cura, ascolto, attenzione incontravano Gesù stesso presente nei poveri. “Quando ti abbiamo visto…?” Il loro agire è stato un prendersi cura dell’altro, un gesto di umanità.  E tutti i gesti  indicati sono rivolti all’altro povero, che vive nella povertà radicale della condizione umana espressa dalle varie situazioni dell’aver fame e sete, dell’essere senza casa e aver bisogno di assistenza, del vivere una storia ferita e stare in condizione di emarginazione.

Il re rivolge un discorso molto laico: ero affamato e mi avete dato da mangiare… Richiama gesti che hanno a che fare con la concretezza della vita e con l’accoglienza del povero. Nel suo invito ‘venite’ si può così cogliere anche un altro messaggio: l’incontro con Gesù si sperimenta nella storia, nell’incontro con il volto dei poveri. D’ora in poi egli si identifica con i più piccoli dei fratelli: “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me”. E’ una identificazione scandalosa: Gesù si dà ad incontrare al di fuori di ogni accampamento, al di là di ogni chiesa.  Sovverte ogni appartenenza ed ogni pretesa di limitare la sua presenza in qualche luogo o rappresentanza.

Dopo la risurrezione i discepoli si chiedevano: dove è possibile incontrare il volto di Cristo ora che non è più tra noi come prima? Matteo con questa pagina risponde dicendo: Gesù continua a venirci incontro e incontrarlo è possibile: chi incontra i volti dei poveri si apre all’incontro con Lui, vede cambiare la sua esistenza ed attua così il senso più profondo della sua vita.

Alessandro Cortesi op

Un anello, l’orrore e la speranza

Una barca blu semiaffondata, un anello, uno zainetto e pochi vestiti. Questi pochi resti sono stati ritrovati dagli operatori della nave della ONG Open arms giunta sul luogo di un naufragio avvenuto da poche ore nelle acque del Mediterraneo.

E’ quel Mediterraneo che sempre più assume i contorni di un enorme cimitero. Cimitero non solo di una schiera innumerevole di vite umane, donne, uomini, bambini, ma anche cimitero di quegli ideali di dignità, di diritti proclamati e solennemente enunciati in Trattati internazionali e dichiarazioni ufficiali dall’Unione europea che proprio su di essi dovrebbe trovare le ragioni della propria esistenza e di ogni suo progetto.

Quello zainetto ritrovato sulla barca semiaffondata apparteneva forse ad una delle vittime inghiottite dal mare e vederne la foto ha portato a toccare con mano la fragilità dell’esistenza, fatta di poche cose, preziose e  da custodire. Alcuni fogli scritti in arabo con disegni di farfalle, due anelli nuziali con i nomi incisi sul lato interno – Ahmed e Doudou – maglie, indumenti, effetti personali. Il tutto ben ripiegato e protetto dentro sacchetti di plastica per evitare che l’acqua e la salsedine nella traversata potessero danneggiare queste poche cose, il tesoro di un vita, il seme di una speranza, che racchiudevano, nel silenzio della loro materialità, l’affidamento di un futuro possibile e diverso.

In quello stesso giorno la Open arms aveva soccorso molti migranti – circa cento persone tra cui alcuni bambini e donne incinte – a bordo di un gommone che aveva improvvisamente ceduto e le persone erano tutte cadute in acqua, senza salvagente e prive di dispositivi di sicurezza. Alcuni nonostante i soccorsi erano morti: tra di essi un bambino di sei mesi.

Le poche cose di quello zainetto facevano riandare ad altre tragedie dei medesimi giorni e di anni e anni. E costituiscono un ricordo tangibile del desiderio e della forza che spinge innumerevoli persone a partire, come da sempre è accaduto nella storia umana, inseguendo sogni, aneliti, cercando pane e fuggendo da pesi insostenibili. 

Nei giorni dopo il ritrovamento, il 14 novembre, Alessandra Ziniti, giornalista di Repubblica scriveva: “Forse queste poche tracce di Ahmed, stese ad asciugare sul ponte della Open Arms, entreranno come un missile in qualche casa sull’altra sponda del Mediterraneo. Forse serviranno quantomeno a placare l’angoscia di chi non sa. O forse rimarranno solo testimonianza di quello che accade ogni giorno in un mare che negli ultimi giorni ha restituito più di 30 cadaveri sulle spiagge libiche … E’ tutto quello che resta dell’amore giovane di Ahmed e Doudou, finito in fondo al Mediterraneo in un giorno di novembre”.

Ma non è stata questa l’ultima parola di tale triste ritrovamento. Leggendo la notizia sui quotidiani, alcuni volontari di Medici senza Frontiere hanno riconosciuti Ahmed e Doudou, accolti alla Casa dei Gabbiani nei pressi di Agrigento.

Erano stati soccorsi dai pescatori di un peschereccio mentre il barchino dal colore azzurro dove avevano trascorso le ultime drammatiche ore, affondava. Partiti da Zawija in Libia il 19 ottobre – dove si erano recati alla ricerca di un lavoro lasciando il loro paese d’origine l’Algeria – avevano deciso di imbarcarsi con altre famiglie, consci del rischio cui andavano incontro. Erano rimasti senza più carburante durante la traversata fino alla notte del 21 ottobre. Tra le onde quella notte furono trascinati via in cinque tra coloro che erano insieme a loro e tra loro una bambina di pochi anni che viaggiva insieme con il fratellino e la mamma.

“E’ un orrore senza fine quello che vediamo. Se gli Stati europei non vogliono fare il proprio lavoro, il minimo che possono fare è lasciare che le navi umanitarie di ricerca e soccorso facciano il loro. Devono lasciarci tornare in mare per salvare vite” così Ester Russo psicologa di MSF indica ad Alessandra Ziniti quello che al minimo si potrebbe fare (La favola di Ahmed e Doudou, “La Repubblica” 16 novembre 2020), pronunciando parole che risentono della sua vicinanza quotidiana a vite spezzate nel dolore nel silenzio.

Cosa pensare alla luce di questa favola che lascia il cuore pesante e rattristato nonostante il sollievo di sapere che Ahmed e Doudou sono vivi e hanno potuto recuperare le loro poche cose preziose?

Si può pensare a come i viaggi dei migranti siano simili ai viaggi di ogni uomo e donna che recano con sé i loro sogni, la loro vita e quanto sta a cuore. Quelle cose rivelano una comunanza di sentimenti, di appartenenza alla medesima umanità che dovrebbe far sorgere un senso di compassione e di vicinanza. E da qui far maturare anche la ricerca di modi diversi di pensare le nostre società perché non rimangano chiuse e abbrutite ma possano aprirsi ad un futuro nuovo.

D’altra parte sapere che nel Mediterraneo da anni e anni si sta svolgendo una continua strage nell’indifferenza di governi europei bloccati dalla paura e dall’incapacità di elaborare un progetto che guardi al domani è motivo di sconforto da un lato e di urgenza per non lasciarci contagiare da questo virus del cinismo e dell’ignavia più pericoloso del virus della pandemia in atto. 

E’ motivo anche per allargare lo sguardo a considerare i vari luoghi in cui oggi vengono attuate politiche che violano diritti umani fondamentali, non lontano dalle nostre case, ad esempio al confine est dell’Italia dove da mesi si stanno compiendo autentiche deportazioni illegali nei termini di respingimenti a catena (tra Italia, Slovenia, Croazia fino ai confini esterni della UE) senza alcuna possibilità da parte dei migranti di presentare richiesta di protezione e di aver riconosciuta la sacra dignità di esseri umani.

E, ancora, pensare alle politiche di delegittimazione e di autentica persecuzione attuate nei confronti delle ONG che in assenza di politiche di ricerca e soccorso da parte dell’Europa hanno intrapreso progetti per prestare soccorso in mare, apre ad una reazione di impegno, di solidarietà e di sostegno per tutti coloro che sono oggi testimonianza di una umanità che resiste senza protagonismi vacui, senza ricerca di visibilità e di riconoscimenti. Sono loro testimoni di vangelo vissuto oltre le mura, al di fuori di confini confessionali e di appartenenza, coloro che rispondono all’invito ‘ero straniero e mi avete visitato. C’è chi oggi ci ricorda questa parola con i gesti della vita. E diviene monito contro l’assopimento e l’indifferenza che segna questa vecchia Europa e pervade l’aria facendo mancare il respiro.

Alessandro Cortesi op       

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

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