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Mostra d’arte contemporanea – convento san Domenico – Pistoia

Locandina mostra Va' e predica 2017.png
Una mostra per ricordare una lunga storia: 800 anni dalla fondazione dell’Ordine dei predicatori. Volti di donne, uomini, comunità che hanno percorso le strade del mondo in epoche e regioni diverse.
L’invito ‘Va’ e predica’ sta all’origine di molteplici storie. Sedici artisti contemporanei, membri dell’Ordine domenicano, di diversa provenienza, dalla Nuova Zelanda al Sudafrica, dalla Nigeria alla Norvegia, dal Messico all’Egitto, con le loro opere artistiche ricordano figure di testimoni che hanno espresso nella loro vita alcuni aspetti della comune missione della predicazione. Sono profili di chi in epoche diverse ha dato forma concreta alla testimonianza del vangelo con creatività ed in rapporto ai differenti contesti.
I sedici pannelli rimarranno esposti nei locali del convento san Domenico a Pistoia da giugno a settembre 2017 nell’anno di Pistoia capitale italiana della cultura.
L’inaugurazione della mostra sarà
GIOVEDI’ 22 GIUGNO alle ore 18.00
ingresso da piazza san Domenico 1.
Il catalogo della mostra è stato curato dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’.

Nel tempo della violenza stare nei luoghi di frattura

In questi tempi e giorni la violenza attuata in varie forme appare come un’ onda che  prende e trasforma, trascinando tutto con sè, generando rabbia e reazione, incapacità di giudizio e di lettura critica, e anche da parte di chi si dice cristiano venir meno del riferimento al vangelo. Può essere motivo di orientamento e forza riandare alla testimonianza di chi ha saputo leggere i segni dei tempi e impegnarsi con la vita nelle vie esigenti del dialogo e dell’incontro. Qui di seguito riporto in mia traduzione l’omelia tenuta oggi al Capitolo generale dell’Ordine domenicano da fr. Jean Jacques Pérennès a vent’anni dall’assassinio  di fr.Pierre Claverie: un testimone da ascoltare. (ac)

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Vent’anni fa, in questo giorno, il 1 agosto veniva assassinato il nostro confratello fr. Pierre Claverie. Anche se le circostanze della sua morte non sono state completamente chiarite ciò che è certo è che lo hanno ucciso per farlo tacere.

L’Algeria viveva allora un periodo di guerra civile che opponeva partiti islamisti, un regime militare pronto alla repressione e una società civile che aspirava a maggiore libertà. In tale difficile contesto Pierre aveva deciso di parlare nonostante i rischi, per sostenere l’aspirazione degli algerini alla libertà, per denunciare la violenza da qualunque parte provenisse, violenza degli islamisti o violenza dello Stato, e contribuire alla promozione di una società plurale e fraterna.

Ha fatto questa scelta in solidarietà con molti algerini vittime di una violenza che non risparmiava nessuno. E’ significativo il fatto che sia morto in compagnia di un giovane musulmano, Mohamed Bouchikhi, che lo accompagnava nei suoi spostamenti nel periodo estivo ed aveva assunto il rischio di frequentare un cristiano. Questo destino condiviso rimane vent’anni dopo come un grande messaggio. La forza della parola di Pierre proviene innanzitutto dal fatto che egli stesso ha sperimentato la necessità di aprirsi all’altro.

Nato ad Algeri in un contesto coloniale prese poco alla volta coscienza di vivere in ciò che indicava una ‘bolla’, la ‘bolla coloniale’. Lo cito: “Ho vissuto la mia infanzia ad Algeri in un quartiere popolare di questa città mediterranea cosmopolita. A differenza di altri europei nati in campagna o in piccole città, io non ho mai avuto amici arabi, né alla scuola del mio quartiere in cui non c’erano, né al liceo in cui erano pochi, e nel tempo in cui la guerra di Algeria iniziava a creare un clima esplosivo. Non eravamo razzisti, solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questo paese. Facevano parte del paesaggio delle nostre uscite, del decoro dei nostri incontri e delle nostre vite. Non sono mai stati dei compagni… Ho dovuto ascoltare molte omelie sull’amore del prossimo, perché ero cristiano ed anche scout, senza mai rendermi conto che anche gli arabi erano il mio prossimo. Non sono uscito da questa bolla, come altri hanno fatto, per andare alla scoperta di questo mondo differente che accostavo continuamente senza conoscerlo. C’è voluta una guerra perché la bolla si rompesse”.

Questa scoperta dell’altro è stata per Pierre un apprendimento doloroso, ma più tardi indicherà che questo è stata la sua vera nascita come uomo. In seguito impegnerà tutta la sua vita ad essere artigiano del dialogo, un dialogo nella verità che non riduce, ma al contrario, prende in conto la differenza irriducibile dell’altro.

Un secondo aspetto del suo messaggio merita di essere sottolineato e si riassume in una frase: “io ho bisogno della verità degli altri”. Dopo i suoi studi domenicani Pierre ritorna in Algeria, il paese in cui era nato. Ben presto gli vengono affidate responsabilità nella chiesa di Algeria che viveva un passaggio radicale dalla situazione di una chiesa in contesto coloniale a quello di una chiesa la cui missione era innanzitutto testimoniare Cristo in un paese musulmano.

Apprese ben presto e bene la lingua araba, si fece molti amici musulmani e aiutò la chiesa a comprendere meglio il senso di una presenza in un paese quasi esclusivamente musulmano. Cosa significa stare lì, essere testimoni di Cristo, senza poter convertire gli altri? Alla fine della sua vita Pierre scrisse su tale questione un testo ispirato: “In questa esperienza fatta della chiusura, poi della crisi e dell’emergenza dell’individuo, ho maturato la convinzione personale che non vi è che una umanità plurale e quando noi pretendiamo di possedere la verità – nella chiesa cattolica ne abbiamo triste esperienza nella nostra storia – o di parlare a nome dell’umanità, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno la ricerca, ci sono certamente verità oggettive ma esse ci oltrepassano tutti e ad esse non si può accedere se non attraverso un lungo cammino e ricomponendo poco alla volta quella verità, spigolando nelle altre culture, negli altri tipi di umanità, quanto anche gli altri hanno acquisito ed hanno cercato nel loro cammino verso la verità. Sono credente, credo in un solo Dio, ma non ho la pretesa di possedere Dio stesso né per mezzo di Gesù che me lo rivela, né con i dogmi della mia fede. Non si possiede Dio, non si possiede la verità e ho bisogno della verità degli altri”.

Siamo chiari: Pierre Claverie non fa l’apologia del relativismo. Sottolinea invece l’importanza di riconoscere la presenza dello spirito di Dio nella ricerca di ogni essere umano che è in ricerca sincera della verità. Riconoscere che anche lui ha accesso a ciò che l’islamologo Louis Massignon chiamava “le acque sotterranee della grazia” e che lui può arricchire la mia stessa ricerca di Dio.

Il terzo messaggio che Pierre Claverie ci lascia è un invito a donare la vita. Un mese prima della sua morte, nel momento in cui questa diveniva prevedibile, si recò a Prouilhe luogo di nascita dell’Ordine domenicano. Non vi era mai andato prima.

L’omelia che pronunciò ha l’andamento di un testamento spirituale: “Dall’inizio del dramma algerino spesso mi è stato chiesto: che cosa fate lì? Perché rimanete? Sbattete la polvere dai vostri sandali! Rientrate a casa vostra!… A casa vostra?… Dove siamo a casa nostra? Noi siamo lì a causa di questo messia crocifisso. Per nessun altra persona e per nessun’altra causa! Non abbiamo nessun interesse da salvaguardare, nessuna influenza da mantenere. Non siamo spinti da non so quale perversione masochista. Non abbiamo alcun potere, ma siamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, tenendogli la mano, asciugandogli la fronte. A causa di Gesù perché è lui che soffre là, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, sua madre e san Giovanni, siamo là, ai piedi della croce, dove Gesù muore abbandonato dai suoi e deriso dalla folla. Non è per caso essenziale per il cristiano essere presente nei luoghi di derelizione e di abbandono?… La chiesa si sbaglia e inganna il mondo se si pone come una potenza tra le altre, come una organizzazione umanitaria o come un movimento evangelico per apparire. Può brillare, ma non brucia del fuoco dell’amore di Dio, ‘forte come la morte’, dice il Cantico dei Cantici. Perché qui si tratta proprio di amore, d’amore innanzitutto e d’amore solamente. Una passione di cui Gesù ci ha dato il gusto e ha tracciato il cammino. ‘Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si amano'”.

Hanno ucciso il nostro fratello Pierre per farlo tacere, ma la sua vita e il modo in cui è morto continuano ad avere un’eco forte nel nostro Ordine, nella chiesa e nella società. Se la sua voce richiama così tanto è perché tocca una delle questioni essenziali del nostro tempo: lì dove c’è rifiuto dell’altro, dell’alterità, si è condannati alla violenza. L’attualità di questi giorni ce lo ricorda tristemente. Mentre questo capitolo generale s’interroga sul rinnovamento della missione in un mondo che sembra abbandonato alla violenza, Pierre nostro fratello ci invita a porre le nostre vite su quelle ‘luoghi di frattura’ dell’umanità, domandando al Padre di ogni amore di compiere la sua opera di risurrezione nella carne crocifissa. San Domenico ci aiuti a rispondere a questo appello con creatività coraggio, e nella gioia. Amen.

Omelia di fr. Jean Jacques Pérennès direttore de l’Ecole Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme, al Capitolo generale dell’Ordine domenicano nella messa di anniversario a 20 anni dall’assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano (Algeria) – Bologna 1 agosto 2016.

Qui un articolo di Filippo Rizzi in ‘Avvenire’ 31.07.16: Claverie e Mohamed meticci nella santità

800 anni di storia: memoria e novità

Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r [63]Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), vol. II – Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r.

Oggi inizia l’anno che fa memoria degli 800 anni dalla conferma dell’Ordine (1216). Riporto il saluto del Maestro dell’Ordine fr.Bruno Cadorè da santa Sabina, che richiama a far proprio in modo nuovo il mandato di Domenico ‘va e predica’. A seguire una mia riflessione:

“Sono lieto di salutare tutti i fratelli, le sorelle e laici domenicani per l’apertura di questo anno del Giubileo dell’Ordine dei Predicatori, e sono lieto di salutare tutti voi dalla Basilica di Santa Sabina che è stata data a San Domenico.

Perché? In primo luogo, perché Santa Sabina è il luogo in cui era radicata la predicazione di Domenico. Amava a pregare qui, amava contemplare, parlare con Dio. Amava consentire ai misteri della vita di Cristo di abitare la propria vita. E poi amava anche, si dice, parlare di Dio a coloro che incontrava, con i quali parlava del Vangelo della pace.

E qui, in questa conversazione con Dio, ha trovato la forza di andare a predicare di nuovo. Per lui andare e predicare significava, come è mostrato nel mosaico di Santa Sabina, predicare l’unità: l’unità tra i circoncisi e gentili, l’unità tra coloro che credono e coloro che non credono, l’unità di tutti, perché tutti sono in grado della stessa comunione.

Questo è quello che voleva annunciare. Trovò la convinzione di questo nella sua visione di Pietro e Paolo: Paolo gli dà le Scritture, la rivelazione, l’unità del disegno di Dio, e Pietro gli dà il bastone del pellegrino in modo da poter andare avanti. Così se ne va e apre la porta!

Questo è il significato Giubileo dell’Ordine: apre la porta, e poi la guarda e vede la prima rappresentazione della crocifissione. Predicare il Vangelo della pace è predicare la vita donata in abbondanza da un Messia crocifisso. Poi va e si unisce a tutti coloro che, a partire da Cristo, hanno predicato questo. Il motto per il Giubileo è “Andate e predicate!”

Bruno Cadoré op, maestro dell’Ordine

EuntesTutto iniziò da un viaggio

Tutto iniziò da un viaggio: fu il viaggio di Domenico, quando, giovane canonico della cattedrale di Osma attraversò l’Europa accompagnando il suo vescovo Diego, dalla solare terra di Castiglia fino a raggiungere la fredda Scandinavia. Erano i primi anni del secolo XIII (1203). Una missione diplomatica, per combinare un matrimonio tra due casati dell’epoca, ma un viaggio che diede modo a Domenico di lasciarsi colpire, lui uomo di preghiera, dalla situazione del mondo che attraversò.

Fu quello un viaggio compiuto ad occhi aperti che divenne movimento del cuore e della mente. Domenico a quel momento aveva maturato da anni una profonda esperienza di preghiera nel chiostro della cattedrale di Osma (era canonico dal 1196), a fianco del vescovo Diego, era sacerdote e nella sua vita aveva già vissuto un lungo cammino interiore: “A Caleruega (luogo della sua nascita, dopo il 1170), Domenico aveva scoperto il fuoco del vangelo; a Palencia (luogo dei suoi studi) ne aveva colto la luce. A Osma ne avrebbe assaporato l’intima dolcezza. Quelle pagine divine che durante i giorni e le notti del periodo scolastico aveva meditato e approfondito, poteva ormai tradurle in vita e gustarle nella pace, collaborando dal suo posto all’opera di riforma ecclesiastica che da un secolo conducevano i vescovi di Osma e dell’intera Castiglia”.[1]

In quel viaggio agli occhi di Domenico si aprì la comprensione di una storia e di una vicenda umana in cui lui era inserito ma di cui per la prima volta prendeva consapevolezza in modo che toccava profondamente la sua esistenza: una autentica chiamata di Dio che sorgeva non dal di fuori ma dal di dentro delle condizioni storiche e che apriva un percorso di coinvolgimento personale.

Domenico nella sua giovinezza aveva conosciuto la sofferenza nell’esperienza della carestia durante il suo soggiorno a Palencia e aveva anche esperito l’incontro con l’Islam. Nel suo viaggio egli sperimenta la realtà dell’ignoranza della Parola di Dio e le conseguenze di questo nella vita concreta delle persone: il diffondersi di elaborazioni religiose connesse al cristianesimo ma che snaturavano profondamente la fede cristiana. Sperimentò anche la preparazione con cui i maestri di gruppi ereticali diffondevano le loro riflessioni. Di questa scoperta è simbolo la disputa che Domenico per un’intera notte ebbe con un oste nella zona di Albi nel sud della Francia, ricordato come aneddoto biografico ma che forse deve essere letto come paradigma di un colloquio e di un faticoso dialogo con la storia e con le persone che caratterizza la sua vocazione ed il suo impegno. La casualità di un incontro è momento forte del sorgere di una consapevolezza nuova: non è tanto la conversione del locandiere termine del lungo dialogare di quella notte che conta, quanto la conversione dello stesso Domenico che ascolta nelle parole e nella vita di quell’uomo una chiamata che viene da Dio per lui.

In questo viaggio Domenico matura contemporaneamente anche il suo ideale missionario: il recarsi presso le popolazioni bellicose, violente e pagane dei Cumani, popolazioni che stanziavano nel Nord Europa. Probabilmente non le aveva incontrate direttamente nel suo viaggio ma aveva avuto esperienza delle vittime delle loro violenze, quando passò nella zona della Turingia.[2]

Le intuizioni maturate in quel viaggio furono feconde nella vita di Domenico che non solo visse scelte personali di impegno nella predicazione ma da quel momento aggregò attorno a sé altre persone: un gruppo di donne convertite dal catarismo a Prouille nel sud della Francia, e successivamente, i primi compagni con cui instaurò una foma di vita comune e di impegno condiviso.

La fiducia di un vescovo capace di servizio

Folco era vescovo a Tolosa nei primi decenni del XIII secolo: e proprio a Tolosa il gruppo dei frati raccolti attorno a Domenico aveva iniziato nella casa di Pietro Seilhan in quella stessa città una esperienza di vita comune: Folco è a conoscenza di questo gruppo e nel 1215 affida a Domenico la delega della predicazione ad essi in quanto gruppo di predicatori: per la prima volta la predicazione è affidata non solo ad un predicatore ma ad un gruppo e per sempre.[3]

“Folco si rimetteva pienamente a Domenico: segno della sua illimitata fiducia e segno, anche, della preoccupazione di trovare collaboratori. Assumere l’incarico della predicazione vescovile, secondo quanto risulta dal documento di approvazione della Predicazione di Tolosa, costituì una profonda innovazione e segnò un momento decisivo dello sviluppo del sistema pastorale della Chiesa”.[4] Il documento che il vescovo sottoscrive per ufficializzare la sua scelta richiama l’imitazione degli apostoli come stile essenziale di tale predicazione: ‘andare a predicare a piedi la parola della verità evangelica’, assumendo la regola della povertà come modo di imitazione del salvatore ma anche come sorgente di liberazione spirituale.

La storia continuò con una dispersione: “So quello che faccio. il grano ammassato marcisce e non porta frutto”: il piccolo gruppo dei frati che si erano raccolti attorno a Domenico vengono dispersi nelle principali città del tempo sedi di studio e di attiva vita civile.[5] Questo gesto fondamentale ed anche rivelativo della logica che ha guidato l’Ordine sin dalle sue origini è da collocarsi al 1217, il 15 agosto: da quel momento il piccolo gruppo che si era appena raccolto a san Romano di Tolosa, forse una trentina di frati, viene disperso tra Parigi, Bologna, Roma e la Spagna.

Parlando degli anni di strutturazione dell’Ordine così G.Bedouelle scrive: “L’ardore di Domenico non si dedica tanto a costruire un’opera quanto a rispondere agli immensi bisogni della Chiesa”.[6] Nella testimonianza di un protagonista di quell’evento, Giovanni di Navarra, emerge la decisa consapevolezza di Domenico nella sua scelta e lo stupore di coloro che accolsero di attuare questo coraggioso atto non senza riserve: ‘non vi opponete so bene ciò che faccio’ (Proc. Bon. n.26). Domenico invia i suoi frati a render noto l’ordine, a fondare conventi, a predicare e le mete sono luoghi di studio e ambienti urbani, luogo di agglomerazione degli strati della popolazione più attivi e intraprendenti dell’epoca.

L’intuizione della missione di Domenico che egli passò immediatamente dopo a tutto l’ordine nacque agli angoli delle strade percorse in un viaggio, nello sguardo volto verso la storia degli uomini.[7] E fu un’intuizione che pose Domenico di fronte alle esigenze del vangelo sulla frontiera, sulla frontiera della Chiesa laddove la vita dei credenti era segnata dall’errore, dallo snaturamento della fede e alla frontiera del mondo, al di là dei confini della cristianità anche geografica del suo tempo, ma più profondamente al di là della cristianità nelle terre lontane dei cuori.

Questa storia ebbe un punto di passaggio importante nei lunghi anni in cui Domenico, al ritorno dal Concilio Lateranense del 1215, lavorò per l’organizzazione del suo ordine, per la formazione di un gruppo di persone desiderate come ‘libere sotto la grazia’ e totalmente dedicate all’annuncio della Parola di Dio, per la redazione di regole che fossero strumento per il compimento di una vita vissuta secondo il vangelo nella agilità di farsi pienamente disponibili alla predicazione ed all’utilità agli altri.[8] Ed alla fine il desiderio di Domenico, peraltro poi non rispettato, di essere sepolto sotto i piedi dei suoi frati.

“Se è vero che accogliere un profeta come profeta significa meritare la ricompensa del profeta (Mt 10,41), è a giusto titolo che noi raccomandiamo a voi tutti degli uomini consacrati alla predicazione, che sono più che necessari alla santa Chiesa dal momento che le procurano il nutrimento della Parola di Dio. Per questo vi meriterete una ricompensa incomparabile. Noi abbiamo preso molto volentieri sotto la nostra protezione e vi raccomandiamo i nostri cari figli Predicatori, che, data la loro professione di povertà e di vita regolare, sono totalmente deputati all’annuncio della Parola di Dio. Noi dunque vi preghiamo e vi esortiamo istantemente, ordinandovelo con questo scritto apostolico, di riceverli con carità quando arriveranno nelle vostre regioni per adempiere l’ufficio della predicazione al quale sono deputati, e di informare con zelo le popolazioni che vi sono affidate affinché accolgano con devozione dalla loro bocca il seme della Parola di Dio.” Così Onorio III scriveva in una lettera commendatizia dei frati predicatori, scritta nel 1221.

Fu proprio Onorio III sin dal 1217 a confermare il nome e la missione dei frati predicatori: in una lettera del 21 gennaio 1217 egli si rivolge a loro dicendo: ‘Onorio, vescovo, servo dei servi di Dio, ai nostri cari figli, il priore e i frati di Saint Romain, Predicatori nel paese di Tolosa, salute e apostolica benedizione”. Dilectis filiis praedicatoribus: Compare in questo indirizzo il termine predicatori (praedicatoribus), che fu inserito raschiando una precedente scrittura che diceva praedicantibus.[9] La parte centrale della bolla richiamava le principali caratteristiche della missione del gruppo di frati che Domenico aveva radunato attorno a sé: “ogni giorno sempre più radicati nel Signore, votatevi ad annunciare la Parola di Dio, insistendo a tempo e fuori tempo, assolvendo degnamente la vostra opera di ministri del vangelo”.[10]

La storia dell’ordine domenicano inizia da quei momenti, dalla loro vita che trovò riconoscimento nei documenti papali che parlavano di frati dediti alla evangelizzazione della Parola di Dio, di uomini evangelici con una responsabilità profetica nel popolo di Dio. La vicenda dell’ordine domenicano che da lì ebbe origine si svolse come una storia, una storia di famiglia che trae la sua scaturigine dal vangelo e che si esprime nell’idea originaria di Domenico di costituire un gruppo di persone dedite alla predicazione e alla salvezza delle anime.

Non credo sia possibile dare una definizione di quella vicenda viva che è una storia: rifuggo da tutti quei tentativi di fissare la fisionomia dell’ordine domenicano in un’immagine che di per sè non può racchiudere le infinite sfaccettature e i molteplici racconti che fanno parte di questa grande storia ancora in atto. Mi piace al riguardo citare le espressioni di un testimone di questa storia, Edward Schillebeeckx domenicano olandese protagonista della ricerca teologica del nostro tempo:

“Gli uomini vivono in gran parte di storie. Io stesso vivo della mia storia personale. Quando sono diventato domenicano, ho unito la storia della mia vita con la storia di famiglia dei domenicani; per questo la mia storia di vita personale ha ricevuto un nuovo orientamento, e d’altra parte da me i fili della storia dell’ordine sono stati presi in un modo particolare. La mia stessa vita è divenuta perciò un pezzetto della storia di famiglia domenicana – un capitolo di essa. Perciò io sono diventato storia nella storia dell’ordine. (…) La storia base, che sta all’origine proprio della comunità narrante domenicana, ha tuttavia un significato particolare. Ma l’origine di ogni storia rilevante si perde per lo più in qualche posto in un passato oscuro, che si lascia ancora ricostruire a stento storicamente. Domenico (1170-1221), l’origine della storia di famiglia domenicana, non ha scritto alcun libro. Attraverso una faticosa ricostruzione storica che libera il ‘vero Domenico’ a partire da molti racconti edificanti (che sono così tipici del Medioevo), abbiamo tuttavia sufficiente terreno solido sotto i piedi; e soprattutto se anche Domenico non avesse lasciato alcun libro o documento, egli ha lasciato come traccia vivente il movimento domenicano, l’Ordine, un gruppo di persone, che sui suoi passi vollero continuare l’opera di Domenico. La storia domenicana è iniziata perciò con Domenico e con i suoi primi compagni; insieme essi stanno all’origine di ciò che la storia di famiglia domenicana sarebbe divenuta. Essi indicarono il tema da raccontare: essi indicano il tono. Questa storia, sempre nuovamente ripetuta, sempre di nuovo composta è tuttavia essa stessa una certa qual melodia, come il filo di una storia ancora più antica, quella di Gesù di Nazareth, ripresa e in un nuovo modo ancora raccontata”.[11]

I tratti caratterizzanti di questa storia dalla sua origine sono quei tratti comuni che possono essere ritrovati nella estrema diversità delle esperienze dei singoli membri e delle varie comunità; e forse ritrovarli significa anche solamente arrendersi a non poter limitare ad una uniformità quella che è la varietà e la ricchezza di sfumature di storie, di volti, di vicende personali e comunitarie nei vari contesti storici. Storie diverse e provvisorie. Una varietà che è anche vicenda in cui non sono assenti le ombre e i momenti di infedeltà, di tradimento e di perdita della direzione ispiratrice: una vicenda che non è conclusa e che per questo continua ad interpellare oggi.

Alessandro Cortesi op

[1] H.Vicaire, Storia di san Domenico, tr. it. Roma Paoline,1983, 81. Cfr. V.Ferrua H.Vicaire, San Domenico e i suoi frati, Torino Gribaudi 1984.

[2] G.Bedouelle, Domenico, la grazia della parola, tr. it. Roma Borla 1984, 72-73.135-142. Cfr. G.Bedouelle, Dominique ou la grace de la prédication, “La vie spirituelle” 139(1995) 7-19.

[3] Vicaire, Storia, 323-325

[4] Vicaire, Storia, 324.

[5] Cfr. Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis (ed. Scheeben 1935), 47.

[6] Bedouelle, Domenico, 85.

[7] Cfr. W.Hinnebusch, I domenicani, breve storia dell’Ordine, Cinisello B. Paoline 1992.

[8] Cfr. Aug., Regula, in L.Verheyen, La règle de saint Augustin, Paris 1969, 417-437 n.8: Donet Dominus ut observetis haec omnia, tanquam puchritudinis amatores, et bono Christi odore de bona conversatione fragrantes, non sicut servi sub lege sed sicut liberi sub gratia constituti. La Regola di Agostino è stata assunta quale propria regola dall’Ordine ai suoi inizi, in ottemperanza alle determinazioni del Concilio Lateranense IV che vietava di elaborare nuove regole per gli ordini religiosi nascenti. Ad essa poi vennero aggiunte determinazioni specifiche nei Capitoli.

[9] Vicaire, Storia, 409.

[10] Nella bolla del 11 febbraio 1218 Onorio III userà il titolo ‘Frati dell’Ordine dei Predicatori’: cfr. Vicaire, Storia, 410-413.

[11] E. Schillebeeckx, in Dominikanische Spiritualität (ed. U.Engel) Leipzig, Benno 2000, 43-69, qui 43-48 in mia traduzione. Cfr. E. Schillebeeckx, Das Evangelium erzählen, Düsseldorf, Patmos, 1983, 294-313.

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