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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4702Is 66,10-14c; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

Il profeta ‘terzo Isaia’ descrive Gerusalemme come una madre gioiosa per la ricchezza di figli. In contrasto a questi figli vi sono i malvagi, i ‘fratelli che odiano’ pur appartenenti al medesimo popolo: sono coloro che non credono alla parola di Dio. Una divisione attraversa il popolo di Israele, per la presenza di disonestà, per un culto di idolatria. Viene descritta la stortura di un modo di vivere che tiene insieme un presunto culto con un agire malvagio. A tale comportamento iniquo si oppone la tenerezza di Dio che invita a rallegrarsi con Gerusalemme: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate… vi sazierete delle sue consolazioni” (Is 66,10-11). E’ una gioia che supera e vince la malvagità di chi cerca il male.

L’invito a gioire con Gerusalemme madre ricca di figli trae così ragione dal riferimento a Dio che agisce con tenerezza. Viene delineato un tratto femminile del volto di Dio che ama oltre ogni limite e con apertura universale: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,15-16).

Il ‘terzo Isaia’ testimonia che le promesse di Dio sono di accoglienza per tutti i popoli della terra quale dono di amore che si estende oltre i confini: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18). Il cammino dell’umanità come un grande pellegrinaggio, è orientato a riconoscere di Dio come signore.

Queste pagine sono indirizzate ad una comunità in un tempo difficile dopo l’esilio. Vi sono diffuse idolatria e iniquità. La tentazione sarebbe quella di rinchiudersi e di escludere gli altri. Viene invece proposto un orizzonte di speranza. Dio ha un disegno di accoglienza sull’umanità. Questa è chiamata a vivere nell’incontro dei popoli e tutta la storia viene vista come un grande cammino che avrà come sito l’incontro dei popoli nella casa di Dio, dove scoprirsi accolti e dove sperimentare la gioia vera.

“Pace a questa casa!” è il saluto che devono portare coloro che sono inviati da Gesù. Pace è non solo un saluto ma una offerta di orientamento di tuta la vita. Pace significa rapproti nuovi in cui riconoscere il volto dell’altro in una fraternità da costruire.

“È vicino a voi il regno di Dio”: il regno di Dio si connota come una realtà di incontro, in cui si scopre la vicinanza di Dio e la possibilità di rapporti nuovi sin dal presente. E’ possibilità di accoglienza e condivisione, è apertura ad una vita in pace che significa non senza problemi, ma nell’attuazione di rapporti nella giustizia.

Gesù mette in guardia i suoi dal rimanere affascinati da grandi risultati. Non è importante la visibilità e efficacia del proprio agire, è invece essenziale il rapporto con Dio su cui la vita viene basata: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” Il nome biblicamente è il cuore della persona: il nome scritto nei cieli è trovare il proprio luogo nell’amore di Dio che rende capaci di scelte di dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

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Amazzonia, un luogo teologico

Nell’ottobre 2017 è stato annunciato un sinodo per l’Amazonia che si terrà nel prossimo ottobre. E’ già stato pubblicato un documento preparatorio al Sinodo (Instrumentum Laboris – IL). Recentemente  a fine giugno un gruppo di teologi si è incontrato in un Simposio teologico (Red Pan Amazonicas) per preparare il tema del sinodo: Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per un’ecologia integrale.

L’Amazzonia, una delle regioni del mondo più segnate dallo sfruttamento dei beni naturali e dall’impoverimento delle popolazioni indigene che lì risiedono è anche un luogo significativo per orientamenti nuovi che interessano l’intera chiesa e la società umana.

Nel Simposio – di cui si può leggere la relazione di sintesi qui – è stato affermato che l’Amazzonia è un ‘luogo teologico’, una regione dalla quale proviene un’interpellazione di Dio ed un luogo di esperienza pasquale.

La proposta emersa dal Simposio è che il prossimo sinodo assuma l’orientamento di una triplice conversione: pastorale, ecologica e sinodale, riconoscendo la partecipazione di ogni battezzato al popolo di Dio.

E’ richiama il testo dell’Instrumentum Laboris 122: “Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e riapprendere. Questo percorso richiede uno sguardo critico e autocritico che ci permetta di identificare ciò che abbiamo bisogno di disimparare, ciò che danneggia la casa comune e il suo popolo. Abbiamo bisogno di fare un percorso interiore per riconoscere gli atteggiamenti e le mentalità che impediscono il collegamento con se stessi, con gli altri e con la natura”.

E’ quanto mai necessario superare una mentalità colonizzatrice ed aprirsi alla ricerca di una incarnazione reale del vangelo e del volto amazzonico della chiesa.

“Nel proporre i popoli amazzonici come soggetti di inculturazione, assumiamo la guida di Papa Francesco per “superare la rigidità di una disciplina che esclude e allontana, da una sensibilità pastorale che accompagna e integra (IL 126b; AL, 297 e312)”.

“proponiamo un’incarnazione più reale in tutte le attività, espressioni, linguaggi (IL 107) che abbandona una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva per assumere senza timore le diverse espressioni culturali”.

Si pone in particolare l’urgenza di passare da una ‘pastorale della visita’ ad una ‘pastorale della presenza’ “con ministri autoctoni, in modo tale che la chiesa sia una chiesa con volto amazzonico e in stretto dialogo con le culture e le religioni del popolo”.

Viene suggerito così al sinodo di ordinare al ministero presbiterale uomini sposati con esperienza cristiana che servano la comunità a partire dalla propria professione e vita familiare.

Dall’ascolto della realtà della vita dei popoli dell’Amazzonia si può cogliere la missione essenziale delle donne. “In questo senso proponiamo di riconoscere la loro leadership, promuovendo varie forme ministeriali di servizio e autorità, e in particolare, la riflessione sul diaconato delle donne nella prospettiva del Vaticano II (vedi LG 29, AG 16 IL 129 c2)”

“…’l’Amazzonia rappresenta una pars pro toto, un paradigma, una speranza per il mondo’ (IL 37). I principali problemi dell’umanità sono evidenti in Amazzonia. ‘L’Amazzonia ci invita a scoprire il compito educativo come servizio integrale per tutta l’umanità in vista di una” cittadinanza ecologica (LS, 211)’ (IL 96)”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

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Ss. Trinità anno C – 2019

IMG_4241Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

I vangeli attestano che un aspetto essenziale della vita di Gesù consiste nel suo rapporto con Dio, il Padre. Tutta la sua esistenza terrena può essere indicata con queste parole: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

Soprattutto nel quarto vangelo è presentata la comunione tra Gesù e il Padre: Gesù è indicato come il Figlio che esprime e comunica la vita del Padre: egli è la Parola, la sapienza del Padre. Il loro rapporto è nella reciprocità e nel dono. Tutto viene dal Padre e colui che è la Parola tutto riceve dal Padre: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Questa Parola, sapienza del Padre, ha messo la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. Nella sua vita Gesù continua a rimanere nel Padre, in ascolto di lui, per compiere la missione da Lui ricevuta.

Ai suoi discepoli, prima di lasciarli, Gesù lascia la promessa di non lasciarli soli. Si apre un cammino nuovo per entrare più profondamente nell’incontro con lui. E il IV vangelo indica Gesù stesso come la verità: Io sono la via la verità e la vita’: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15).

Gesù con la sua vita comunica il volto di Dio Padre come amore che giunge alla fine. Nella Pasqua di Gesù si possono cogliere i tratti del volto di Dio. Gesù, il Figlio è rivolto verso il Padre che lo ha mandato. Compiere la sua volontà è vivere fino in fondo il dono della sua vita consegnando se stesso. Gesù, il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita come ‘servire’ fino a lavare i piedi ai suoi discepoli e a dare la sua vita per tutti. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, in rapporto a Cristo. L’azione dello Spirito è ricordare ciò che Gesù ha fatto e ha detto.

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere tutto ciò parlando del volto di Dio come uno solo e come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito santo. La trinità è mistero di amore, nell’unità e nella relazione. Si parla così di una medesima natura, per indicare l’unità, e di tre persone per indicare le relazioni dell’amore. Nella Trinità si guarda così all’unica vita che sgorga dal Padre, sorgente di ogni cosa, il Figlio, Parola che comunica il Padre e lo Spirito Santo, dono dell’amore.

La fede in Dio Trinità apre la possibilità di comprendere più profondamente la nostra identità e la nostra esistenza. Siamo costituiti ad immagine di Dio Trinità, chiamati alla comunione con lui e tra di noi. L’esperienza dell’incontro con l’altro è la via in cui scoprire le radici del nostro essere ad immagine di Dio.

La seconda lettura parla della pace, dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”

La pace proviene dall’aprirci al dono della vita di Gesù Cristo ed è chiamata ad attuare scelte sulla via che Gesù ci ha indicato. ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. La pace diviene così già esperienza della comunione che lega Padre e Figlio e Spirito Santo ed orientamento alla comunione piena che è orizzonte ultimo del disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

IMG_4398Pace e segni dei tempi

Accogliere la pace quale incontro con Cristo risorto si traduce in percorsi di costruzione di una convivenza di giustizia, di riconciliazione e di pace. Recentemente un gruppo di cristiani del Triveneto ha intrapreso un cammino comune per riflettere sulla situazione del Paese e delle chiese nel contesto sociale e politico del presente. Il documento espressione di questo percorso (consultabile al link https://forumdilimena.com/) è ricco di spunti di interpretazione del tempo che stiamo vivendo e di motivi di impegno. Nella parte di analisi si evidenzia l’urgenza di non stare zitti a fronte della situazione sociale e politica:

“Stiamo vivendo tempi fuori dell’ordinario, uno di quei crocevia della storia in cui i contorni essenziali della convivenza vengono ridefiniti. Siamo da ciò obbligati a chiederci tutti: “Che futuro vogliamo per noi e per i nostri figli?”. Sappiamo che in periodi come questi ci sono rischi, ma anche nuove opportunità, e che queste ultime potranno realizzarsi solo se proviamo seriamente a riprendere in mano il nostro futuro”

Viene posta sin dall’inizio la domanda preoccupata se il futuro sarà democratico: “Per la prima volta nella nostra vita, in questi termini e con questa portata, non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria”.

Si pone anche in risalto come la tendenza prevalente oggi è quella di costruire muri: “La disponibilità all’incontro con mondi diversi viene perciò sostituita dalla chiusura e dalla paura. Giorno dopo giorno ci troviamo impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti, a badare ai confini piuttosto che a creare relazioni”.

Si scorge il crescere di sensibilità che maturano un senso dell’identità non insieme ad altri, ma contro qualcuno e la ricerca di sicurezza individuando un colpevole: “I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendono da un colpevole esterno. Si individua una minoranza poco accettata e priva di voce e la si incolpa di essere l’origine di tutti i nostri mali. Al legittimo bisogno di sicurezza non si risponde aumentando la sicurezza, ma additando un colpevole. Se il colpevole non c’è lo si inventa togliendogli quel po’ di protezione che aveva…”

Viene poi osservato il venir meno del senso di compassione, la capacità di sentire e prendere su di sé il dolore dell’altro: “Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia in certe posizioni, e ancor più nel fatto che vengano condivise, è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza la quale non possiamo veramente vivere”.

Questa lettura della realtà prosegue con una osservazione della situazione delle chiese di cui si nota un ripiegamento per lo più nei problemi interni di tipo amministrativo: “Ci chiediamo qui come le nostre chiese possano sentirsi interpellate dai tempi. C’è oggi un bisogno particolare di calarsi nella vita e nella storia, perché siamo incamminati a vivere tempi straordinari e quando un assetto sociale e politico può venire messo in discussione le tradizionali divisioni dei compiti non reggono più: tutti sono chiamati a esprimersi”.

Viene auspicato una riflessione che coinvolga una chiesa aperta in cui sia possibile la discussione e in cui attuare un serio discernimento. Se da un lato un pluralismo di orientamenti nella vita è possibile ed anzi auspicabile tuttavia alcune opzioni non sono compatibili con il riferimento al vangelo: “Dall’ispirazione evangelica non discende meccanicamente una sola etica; una pluralità di opzioni è possibile anche muovendo da essa, ma non tutte sono compatibili con i suoi principi e ci sembra che siano proprio questi oggi a venire talvolta dimenticati. Bisogna perciò aprire la discussione”.

Nel documento si espongono le linee di una visione del futuro diversa da quella che oggi prevale, indicando nell’orizzonte europeo un riferimento fondamentale nonostante le delusioni e le inadempienze.

Si indica infine un senso di fiducia da recuperare quale motivo di impegno condiviso e capillare nella società: “C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare; fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, da criticare, ma per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza nessuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Ricostruire, faticando magari, la speranza che un mondo migliore sia possibile. Combattere in questo modo la paura e l’insicurezza, senza rifugiarsi in un passato ideale che forse non è mai esistito e che mai più ritornerà. Le molte iniziative di società civile che in questo periodo animano l’Italia indicano che non si è disposti a restare passivi”.

“Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi; che vengono prima dello stato e sono indispensabili per il benessere e la costruzione di senso da parte delle persone. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate”.

Costruire la pace è impegno quotidiano che implica capacità di ascolto dei segni dei tempi e impegno nel presente soprattutto sapendo indicare le false vie di soluzione, le illusioni possibili e offrendo energie per aprire sentieri diversi di futuro, in cui la fraternità sia posta al centro del convivere e le comunità cristiane possano essere luoghi di responsabilità nella tessitura di pace.

Alessandro Cortesi op

Labirinto della pace – san Domenico Pistoia avvento 2018

IMG_1912Chiesa di san Domenico Pistoia – Labirinto della pace

Nel periodo di Avvento di quest’anno 2018 l’Ordine domenicano invita ad un mese di preghiera per la pace. La nascita di Gesù è dono di pace e richiama tutti ad un impegno di preghiera e solidarietà soprattutto con chi vive in situazioni di guerre e violenza e attende giustizia e liberazione.

In questo mese siamo invitati a pregare in particolare per la Repubblica Democratica del Congo, un Paese segnato dallo sfruttamento che impoverisce la popolazione e nel quale moltissime persone sono costrette a fuggire dalle loro terre e dalle loro case a causa di violenza e conflitti.

Il labirinto da percorrere al centro della chiesa è un segno che richiama al cammino, al silenzio, alla preghiera, alla ricerca di una strada per la pace. Siamo invitati ad entrare nel labirinto e a percorrerlo con il pensiero rivolto a tanti che soffrono nella Repubblica Democratica del Congo e in altre parti del mondo.

Il labirinto conduce davanti ad una composizione, creata per l’occasione dall’artista pistoiese Adriano Veldorale che richiama al mistero dell’incontro. I due alberi che si intrecciano evocano il venire incontro di Dio all’umanità ferita e l’incontro possibile dei popoli nella riconciliazione e nella giustizia.

Nel volto di Gesù che è nostra pace, che ha abbattuto i muri di separazione, siamo chiamati a scorgere, come in uno specchio, il volto più autentico di noi stessi. Siamo chiamati alla comunione e a fare scelte concrete di accoglienza e di giustizia.

Vi invitiamo a percorrere questo labirinto, tenendo in mano un lumino, coltivando l’attesa di una rinascita e di un rinnovamento della nostra vita pregando per la pace. Al termine potrete scrivere un pensiero e depositarlo ai piedi della composizione. (ac)

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IMG_1872(Adriano Veldorale – Incontro)

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1. La condizione dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo

Con una superficie di più di due milioni di km2, quattro volte la Francia, la Repubblica Democratica del Congo è sfortunatamente caratterizzata da un’amministrazione povera di giustizia, massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani, e un’economia fatiscente che porta povertà, miseria, un alto tasso di disoccupazione, sfruttamento illegale delle sue risorse e specialmente conflitti armati di ogni tipo.

Infatti, tra le 26 province del Paese, 6 sono particolarmente afflitte e rovinate dall’attività di questi gruppi armati. Le province interessate sono quelle del Kivu del Nord, Kivu del Sud, ManiemaIturi, Basso  Uélé e Alto Uélé. Più di 140 gruppi armati sono operativi nel Congo orientale.Alcuni hanno preso parte a conflitti di paesi stranieri che hanno imperversato nella Repubblica Democratica del Congo per molti decenni. Secondo diversi rapporti concordanti, i fattori che causano la proliferazione di questi gruppi armati sono la frammentazione di alcuni gruppi chiave nella lotta alla leadership, la persistenza di conflitti interetnici, tensioni con i paesi confinanti, le crisi politiche alla stregua del traffico illegale di minerali provocate particolarmente dall’estensione del mandato del presidente in carica, dal posporsi delle elezioni, dalla duplicazione dei partiti politici, dalla chiusura degli spazi di libera espressione.

Fattori aggiuntivi sono le crisi nel Kasai (nel Centro del Paese) dove il conflitto ha causato più di 5000 morti (2013-2016) e il conflitto Bantu/Pigmei nel Tanganika (nel Sud-Est). Migliaia di bambini sono reclutati e impiegati ogni anno da questi gruppi armati. Stando ai rapporti dell’UNICEF e della Missione delle Nazioni Unite nel Congo (MONUSCO), nel 2017, le violazioni nei confronti dei bambini hanno raggiunto proporzioni allarmanti. Infatti i bambini erano uccisi, o reclutati e usati come feticci, soldati, spie, messaggeri, scudi umani, schiavi sessuali ecc. 

Stando all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e il Consiglio Norvegese per i rifugiati, tutti questi gruppi armati hanno istigato una violenza che tra 2016 e 2017 ha portato al più grande spostamento interno di persone nel mondo. nella Repubblica Democratica del Congo attualmente hanno trovato riparo 4 milioni di persone, con un incremento di 1,7 milioni nel 2018. Inoltre, l’agenzia delle Nazioni Unite, FAO (Food and Agriculture Organization), dopo un’analisi condotta nel 2017 in 138 su 145 territori (distretti rurali), ha concluso che l’11% della popolazione rurale del Congo ha sofferto un’acuta crisi alimentare, con un incremento del 30% dal 2016.

Perciò, secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM), tutti i segnali portano verso la più grande crisi umanitaria della Repubblica Democratica del Congo nel 2018 e negli anni a venire: “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è ignorata e sta per diventare la più urgente emergenza del 2018” ha detto Mohammed Abdiker, capo esecutivo dell’IOM, dopo un viaggio nel Paese la cui instabilità minaccia il cuore del continente. 

2. Cosa stanno facendo i Domenicani?

Alla luce del contesto descritto sopra, alcuni membri della famiglia Domenicana sono coinvolti a fianco dei più vulnerabili e svantaggiati per accompagnarli sia nella promozione dei diritti umani sia nell’educazione civica e elettorale. Esiste anche un Osservatorio per lo Sfruttamento delle Risorse Naturali e gli Investimenti nell’Uélé Basin (OBERIUELE) dell’Università di Uélé (gestito in larga misura da membri della famiglia Domenicana) al fine di aiutare non soltanto i piccoli minatori, ma anche per assicurare i benefici sociali derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali da parte di multinazionali che stanno aumentando notevolmente la loro presenza nella regione di Uélé.

 

 

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

Gesù Cristo re dell’universo – anno B – 2018

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(Ermete Lancini, Gesù e Pilato, 1948 collezione privata)

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Il dialogo di Gesù con Pilato è una disputa drammatica. Si parla del regno innanzitutto e a Gesù è chiesto: ‘Tu sei il re dei Giudei?’

Il potere politico manifesta inquietudine e ansia di fronte a gesti e parole che possono minacciarlo. Gesù nel suo agire aveva risvegliato attese di liberazione e di riscatto. Il suo messaggio e la sua pratica di vita presentava aspetti di critica radicale all’ordine costituito: toccava le attese di spiritualità della gente e la sua testimonianza di vita chiedeva un nuovo modo di pensare i rapporti e la vita sociale. Gesù risponde alla domanda di Pilato indicando i tratti del suo regno: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’.

Accetta di essere indicato come re ma precisa che il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani. E’ re diverso, non ha spada per difendersi non cerca un qualche dominio. Il suo regnare si compie nel darsi. Si è liberamente consegnato a chi è venuto per arrestarlo nella notte nell’orto degli Ulivi. L’assenza di spada, la sua inermità sono i segni del suo essere re: accetta di essere ‘consegnato’. Il regno di Gesù racchiude un messaggio nuovo di pace e di nonviolenza.

“Dunque tu sei re? Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La questione si sposta dall’essere re all’essere testimone della verità. La testimonianza della verità propria dei profeti in Israele è qui riproposta da Gesù. La verità connessa alla fedeltà dell’amore è tratto del volto di Dio amore fedele e saldo, su cui potersi appoggiare. Fede è trovare appiglio nela verità di Dio appoggio sicuro.

Gesù indica così la sua vita. Il regno è offerta di un nuovo rapporto con Dio: se Dio è il fedele ed è lui la verità, allora i rapporti con gli altri devono essere intesi in modo nuovo. Non nel dominio, nel potere, nella disuguaglianza, ma nella responsabilità nella pace e nella giustizia. Rapporti in cui ogni volto è da incontrare come fratello, sorella.

Nel racconto sembra che Pilato il rappresentante dell’imperatore, stia giudicando Gesù: di fatto il IV evangelista presenta un giudizio che si sta compiendo. Ma è Gesù che giudica, o meglio è di fronte a lui che si chiamati a prendere posizione.

“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”. Gesù è un re che ha inteso la sua vita come servizio fino alla fine. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un cammino di servizio e di attenzione solidale agli altri. ‘Ecco l’uomo’: Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta il volto autentico di ogni uomo e donna. Gesù si manifesta re proprio quando è il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono vittime e schiacciati dalla storia. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia. Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nelle concrete relazioni di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

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Quale regno oggi?

Festa di Gesù Cristo re dell’universo… Quale tipo di regno? Cosa significa oggi universo? Per rispondere a queste domande faccio riferimento ad alcune riflessioni raccolte in questi ultimi giorni.

Ernesto Olivero fondatore dell’Arsenale della Pace a Torino, si interroga sul tempo che stiamo vivendo abitato da aggressività, dalla rabbia, dall’odio che si diffonde dai social ai gesti della violenza (La pace è fragile ed è nelle nostre mani, Avvenire 15 novembre 2018).

“C’è tanta rabbia in giro, non siamo capaci di cogliere le sfumature della realtà, puntiamo il dito, cerchiamo un nemico facile. In fondo tutto questo ci rassicura, ci fa stare tranquilli nelle nostre certezze, ma alla fine ci blocca. Mai come oggi, ho capito che il male che vive dentro e fuori di noi può vincere. Il male che passa per bene, che può andare in prima pagina e affascinare. Il male che ti fa credere che ci siano condottieri capaci di risolvere ogni problema. Ma il male, cari amici, resta male e resta sulla coscienza di chi lo causa e di chi lo alimenta. E questo riguarda ognuno di noi. Mi chiedo in momenti così particolari che ruolo possiamo svolgere noi che, senza sentirci migliori degli altri, da tanto tempo stiamo provando a vivere la bontà come scelta del cuore e dell’intelligenza. Abbiamo scelto, anche tra le lacrime, di essere una porta aperta, per poter fasciare le mille situazioni di fatica, di disagio, di solitudine che ci hanno interpellato”.

(…) L’accoglienza non può essere improvvisata. Ha senso solo se amata, pensata, costruita insieme, governata. Ma è ciò che deve continuare a contraddistinguerci. Un Paese che costruisce muri è un Paese che soffoca, che non ha respiro, che chiude mente e cuore. Questa è una responsabilità di tutti. Chi non l’accetta si mette fuori da solo e rischia di creare i presupposti per un futuro terribile, di odio, di conflitto”.

Parlare di regno può significare allora guardare a questo tipo di rapporti nuovi in cui alla chiusura e al male si contrappone una ostinata testimonianza di uno stile alternativo, come ancora Olivero lo descrive: “Vorrei in modo semplice che ognuno di noi potesse testimoniare questo stile, per portare dialogo dove c’è contrapposizione, pacatezza dove c’è rabbia, braccia aperte dove ci sono pugni chiusi, disponibilità dove c’è insofferenza”.

In un’intervista la sociologa Danièele Hervieu-Léger (intervista di Olivier Pascal-Moussellard Pédophilie dans l’Eglise : “C’est tout le système clérical qu’il faut déconstruire” pleinjour.wordpress.com; traduzione http://www.finesettimana.org) partendo dalla considerazioen dello scandalo pedofilia nella chiesa parla della sfida che la chiesa si trova ad affrontare in una crisi, quella del tempo presente, paragonabile a passaggi epocali di secoli passati. Così la descrive:

“È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale”.


La sociologa individua due questioni fondamentali che richiedono una attenta revisione a fronte della crisi in atto:

“Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo. In che modo lo fa? Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro”.

Danièle Hervieu-Léger delinea gli ambiti di un cambiamento avvertito con sempre più urgenza soprattutto nel superamento del sistema clericale e affrontando la questione femminile. In gioco è un modo nuovo di essere chiesa basato sul sacerdozio comune di tutti i fedeli:

“Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione”.

Parlare di regno implica così anche affrontare la questione della riforma della chiesa che la situazione del presente sollecita in modo pressante.

Infine parlare di regno di Gesù Cristo oggi implica un riflettere sull’universo. In questi giorni si sta svolgendo a Milano un convegno nazionale promosso dall’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sul tema «Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio». L’orizzonte del regno è quello di un creato di cui scoprirsi parte e in cui scorgere che il grido dei poveri è indissolubilmente legato al grido della terra. Jürgen Moltmann in un suo messaggio al convegno ha scritto: «abbiamo bisogno di una nuova teologia della terra… la terra è nostra madre » e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha ricordato «il manipolare e il controllare le limitate risorse umane del pianeta e la nostra avidità ci hanno alienato dal proposito iniziale della creazione».

Sono queste alcune implicazioni per riflettere oggi su come intendere che Gesù Cristo è re, non del dominio, ma che ha donato la sua vita nel servizio sino alla fine e chiama discepoli e discepole a scorgere come essere nel tempo responsabili del vangelo del regno.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2886.JPGAt 3,13-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

All’inizio della vita della comunità cristiana sta l’annuncio che Gesù Cristo è risorto: nel libro degli Atti si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione cristiana soprattutto quando sono riportati i discorsi degli apostoli. A Gerusalemme  Pietro (At 3,12-26) pone in risalto da un lato l’agire degli uomini, l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù; per contro l’azione di Dio che non ha lasciato Gesù nella morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, Abbà a cui Gesù, il Figlio ha affidato la sua vita.

Con il suo intervento di vita il Padre ha portato a compimento ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. Pasqua è evento di passione morte e risurrezione. Luca insiste sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret. La passione e la morte di Cristo sono lette come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità e rinnovamento dell’esperienza dei profeti. Cristo compie le Scritture perché sceglie le vie dell’inermità, del servizio, del prendere le sorti dei disprezzati e allontanati, la via della misericordia. Al centro la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo.

La prima comunità sperimenta il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con i poveri di Jahwè. Nel suo vangelo Luca presenta questo nel percorso di Gesù in libertà e decisione verso Gerusalemme: sapeva che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che la via percorsa da lui verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. Il crocifisso è stato glorificato dal Padre.

Nel suo vangelo Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio di (Lc 1,8). Gli undici e gli altri con loro vivono in modo nuovo l’incontro con Gesù.

Luca nel suo racconto è preoccupato di affermare che il Risorto è il medesimo e la sua presenza è viva e reale. L’incontro con lui è autentico e segna in modo inatteso un nuovo inizio. Intende così contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti forse nella sua comunità, di chi deprezzava la corporeità affermando la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più.

L’incontro con Gesù risorto coinvolge l’esistenza: Gesù non è un fantasma, ma invita i suoi ad incontrarlo in modo nuovo: ‘Sono proprio io’. La relazione con lui segna la vita nella sua concretezza. Luca narra che Gesù chiede di mangiare con loro, accoglie il pesce arrostito che gli è porto e condivide con i suoi.

Gesù rimane, ora in modo nuovo. Luca con il suo racconto intende indicare alla sua comunità in quale modo pè possibile vivere l’espereinza dell’incontro con il Risorto. Al centro sta un’esperienza di fede. Nel mangiare insieme la comunità scoprirà la sua presenza. Gesù in mezzo ai suoi apre all’intelligenza delle Scritture: tornare alle Scritture sarà un altro luogo di incontro reale con lui. ‘Pace a voi’: è il saluto che racchiude il dono del risorto ai suoi. Il dono della pace, accolta e da trasmettere, è forza per essere testimoni.

Alessandro Cortesi op

 

aeham_ahmad_damascoPace

La parola ‘pace’ è alla radice di molti tipi di saluto nelle diverse culture. Sia nelle parole, si pensi a shalom / salam aleikum, sia nei gesti che accompagnano il saluto. Talvolta il portare la mano al cuore o il congiungerle con un inchino si fa augurio di pace, un sentimento che tocchi l’interiorità e divenga riconoscimento grazioso dell’altro. Il rinvio alla pace fa parte del modo di porsi davanti al volto e alla vita da accolgiere, a cui lasciare spazio, a cui offrire sguardo di benevolenza.

Nel tempo presente il saluto di ‘pace’ è svuotato e negato dalle diverse forme dell’ingiustizia, della violenza nella molteplicità delle sue forme e dalle minacce di guerra. La pace quale possibilità di vita buona e costruzione di rapporti di riconoscimento è minacciata sia da armi, sofisticate e terribili, sia dall’affermarsi di rapporti di oppressione e di esclusione.

L’augurio pace risuona ma pace non c’è. Anzi sembra proprio che prevalga l’ingiustizia e la scelta delle armi per risolvere i conflitti.

In questi giorni di Pasqua varie azioni di ferocia e violenza inaudita, atti che si delineano come crimini contro l’umanità sono stati compiuti in diverse regioni. Ai confini della Turchia nella regione del Rojava contro la popolazione curda della regione l’esercito turco sta conducendo bombardamenti su villaggi e azioni di guerra denominando tale azione ‘ramoscello d’ulivo’. In Siria bombardamenti con l’uso di sostanze chimiche nel quartiere di Ghouta e poi di Douma alla periferia di Damasco con uccisione di centinaia di bambini ad opera delle forze governative del dittatore Assad. Ai confini della striscia di Gaza dove l’esercito israeliano ha sparato contro manifestanti palestinesi nella ‘marcia del ritorno’ che intendeva ricordare la sofferenza del popolo palestinese per la perdita della propria patria nel 1948 e il diritto al ritorno. Azioni di violenza inaudita, azioni di eserciti tra i più armati del mondo perpetrate contro popolazioni inermi come a Gaza. Crimini contro l’umanità su cui, a parte esili voci e richieste dell’ONU per un’inchiesta internazionale poi respinta, è calato il silenzio a livello di opinione pubblica internazionale. E’ l’indifferenza si diffonde nel senso di impotenza e nella passiva accettazione, nell’abitudine a ricevere notizie, immagini di una ferocia senza limiti. La situaizone che oggi viviamo è quella di una violazione continua del saluto ‘pace’ trasformato nel suo contrario, offesa di guerra, umiliazione dell’altro.

L’invito di papa Francesco è grido ripetuto: lo scorso 1 aprile nel messaggio pasquale ha chiesto ai responsabili di fermare immediatamente lo “sterminio in corso in Siria dove la popolazione è stremata da una guerra che non vede fine”; e ha aggiunto la sua invocazione a pregare “per tutti i defunti, i feriti le famiglie che soffrono… per i responsabili politici e militari… scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non passi da morte e distruzione”.

Nel buio della violenza, dello sterminio e dell’uso di armi atroci che viene condotto in Siria un’immagine richiama al desiderio di pace più forte della guerra.

Aeham Ahmad è un giovane siriano nato nel 1988 a Damasco. Appartenente ad una famiglia palestinese di profughi viveva in Siria nel campo rifugiati di Yarmouk. Sin da bambino è stato educato a studiare la musica e ha proseguito negli anni questa passione. Ma dal 2011 dopo la feroce repressione di Assad dei movimenti della primavera araba la Siria è divenuto un paese segnato da guerra e violenze, sino ad essere devastato e distrutto.

L’immagine di Aeham seduto al pianoforte di fronte alle rovine di un palazzo crivellato da proiettili e bombe fu nel 2015 un segno della resistenza di note di pace, la forza della musica a fronte della immane potenza distruttiva delle armi e della malvagità umana. Nel 2015 Aeham è stato costretto così ad abbandonare il campo rifugiati di Yarmouk prima assediato dalle forze governative e ridotto alla fame, poi dall’arrivo dell’Isis. Ha lasciato la Siria e la sua casa trovando accoglienza in Germania dove ha potuto continuare e praticare la musica. Oggi portando nei suoi concerti quella musica che invoca pace. Il pianista di Yarmouk (ed. La nave di Teseo) è libro che raccoglie la sua storia. Una storia che richiama al saluto di ‘pace’ più forte come desiderio di ogni devastazione e deserto creato dalle armi.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

II domenica di Pasqua – anno B – 2018

immagine TommasoAt 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli descrive lo stile di una vita comune radicata sul vangelo: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova. Da qui la condivisione dei beni, la fraternità e la testimonianza comune: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”. Il centro pulsante da cui sgorga la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

“Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. Il IV vangelo presenta un itinerario del credere: Tommaso è testimone di questo itinerario e il suo profilo ritrae quello di ogni discepolo chiamato ad un cammino mai concluso. Tommaso è spinto infatti a passare da un rapporto con Gesù che esige evidenze, fondato sui segni ad un vedere nuovo al credere che si affida. E’ passaggio al credere in rapporto a Gesù risorto.

Gesù si dà ad incontrare vivente ai suoi discepoli dopo la sua morte: si presenta rompendo una condizione di chiusura e di paura. Nell’offrire una narrazione di tale esperienza il IV vangelo insiste su due aspetti: Gesù Risorto, che si presenta in mezzo a loro, portando pace e donando lo Spirito è il medesimo Gesù di prima, è colui che è passato attraverso la sofferenza e la morte. La condizione nuova di vita non elimina la passione e la morte: “…mostrò loro le mani e il costato”. Sulle mani e il costato stanno i segni delle ferite. Gesù accompagna ad incontrarlo nel tener conto di tutto il suo cammino.

Ora si presenta in una condizione nuova: è il medesimo ma la sua presenza non è più come quella di prima. Ora l’incontro con lui diviene possibile in un modo nuovo. Gesù accompagna ancora con pazienza al passaggio del credere: reca ai discepoli i suoi doni, la pace, lo Spirito. Fa sorgere una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che lui affida.

Gesù è quindi il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, e fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

E’ dato un nuovo dono, lo Spirito: sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: il IV vangelo suggerisce così che una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù è consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Lo Spirito è donato per continuare l’opera di Gesù di riconciliazione e perdono.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito quale dono della Pasqua. ‘come il Padre, così…’ non è indicazione di un esempio da imitare ma indica che solo radicandosi nella vita d Gesù si trova forza per poter essere testimoni: la missione del Padre è al centro e genera l’invio degli apostoli/inviati ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo.

“Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In queste parole è racchiuso il senso dell’intero IV vangelo: un invito e aiuto per ‘continuare a credere’. Il percorso del credere è orientato ad avere la vita inserita nel dono della comunione del Padre e del Figlio.

Alessandro Cortesi op

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Papaveri

Ancora la primavera quest’anno è timida, raggelata da recenti nevicate e improvvisi sbalzi di temperature, da giornate di pioggia e vento che sbatacchiano le esili gemme e i fiori sbocciati quando la luce del sole è riuscita a bucare le nubi e la terra ha comunicato il calore accolto. A breve appariranno in luoghi spesso insoliti i papaveri. E si affacceranno sui cigli delle strade, nelle fessure dei muri a secco lungo i sentieri, nelle massicciate delle ferrovie, sfidando con una esile forza le folate d’aria, le intemperie, con i petali quasi di esile carta stropicciata.

I papaveri con il loor colore rosso fuoco sono un fragile ricordo e rinvio allo Spirito che soffia nella creazione. Sono richiamo al colore acceso che interrompe il verde come fiammella di fuoco vivo e si affaccia al primo ingiallire di campi di grano che maturano. Sono annuncio di pentecoste come soffio dello Spirito che comunica forza di vita.

Il Cristo dei papaveri è una raccolta di gemme poetiche di Christian Bobin, parole di un dialogo essenziale con il Tu vivente del risorto “novantanove scaglie scintillanti di luce. Scendono come balsamo sul cuore umano. Quasi iridescenti riflessi del nome di Dio. Baluginano lievemente sulla porta dell’anima. Lasciano a ciascuno di aprire l’intimità nascosta” (dall’Introduzione di F.G.Brambilla).

Ecco qui alcuni di questi lampi poetici in cui è suggerito uno sguardo a Cristo, nel dialogo, senza pretese di comprendere e spiegare ma nell’abbandono dello stupore. E’ paorla di poesia che si lascia colpire dall’inatteso, dal fragile, sul ciglio della via, lasciandosi prendere dal canto della debolezza, dall’esilità dei papaveri che parlano di gratuità in un mondo distratto e di ipocrisia:

Dio è tanto fragile quanto questi papaveri che gli uomini, per il loro profitto, vogliono strappare dalla terra (LXVI)

Quando ero invitato da qualche parte, io non entravo in casa: entravo negli occhi delle persone. Non vedevo il resto (XII)

Tu sei contagioso come il fuoco dei papaveri che tracciano una strada per il contrabbandiere nel sonno dorato del grano (XXXIX)

Ho visto un giorno un vecchio orologio fermo, ripartire da solo, e ho compreso, ho intuito che tu non smetterai di vivere con la mia morte (L)

E che i nostri cuori si aprano ogni giorno alla freschezza e allo sfavillio dei papaveri (LXIII)

A queste fragili macchie rosse, a queste lacrime di vita che nessuno provoca e che crescono tuttavia, imprevedibili, nel bel mezzo dei campi, nel bel mezzo dei giorni, dei nostri giorni (LXIV)

Poiché tu esisti, persino nei luoghi lontani, come quel rosso vivo nelle messi sobrie, intravisto da una strada tu li inquieti (LXV)

Nell’istante terribile in cui non c’è più niente da credere o da sperare – non più aria né porte – tu sorgi (LXXX)

Hanno fatto di te un’immagine, hanno fatto di te un idolo, hanno fatto di te una Chiesa. Io invece, faccio di te un papavero, il minuscolo stendardo dell’eterno, che fiorisce inaspettatamente e stupisce (XCIII). (da Christian Bobin, Il Cristo dei papaveri, La Scuola Morcelliana 2017)

Alessandro Cortesi op

Maria ss. Madre di Dio – anno 2017 – Giornata della pace

img_2064(Duomo di Trento – rosone della facciata)

Num 6, 22-27; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

I racconti dell’infanzia di Luca non sono narrazioni di cronaca o di descrizione di avvenimenti con preoccupazioni dello storico. Sono invece ricchi di teologia, intessuti di riflessioni indirizzate a comunità che vivono l’esperienza della fede in Gesù dopo la sua morte. Sono scritti pensando alla situazione di credenti che sperimentano le fatiche e difficoltà del continuare nel tempo la via del seguire Gesù. Luca proietta quindi sin nei primi momenti della vita di Gesù, il riferimento all’esperienza di coloro che hanno accolto la sua presenza e lo seguono.

Nello sguardo alle presenze che attorniano Gesù alla nascita Luca offre un quadro diversificato di reazioni e sentimenti. Pone così in luce i tratti dell’esperienza del credere e del discepolato nelle attitudini di coloro che hanno accolto la bella notizia dell’incontro con Gesù. In lui si è manifestato il volto di Dio che capovolge le logiche proprie del mondo riguardo alla grandezza ed è stato posto in discussione il modo di pensare Dio stesso. Luca insiste sul segno che riguarda una salvezza donata da Dio alla storia. Il segno è un bambino, avvolto in fasce: è un segno piccolo e povero, che contrasta con la grandezza degli imperi e con il dominio sui popoli (il censimento di Cesare Augusto). Gesù nella sua vita racconta il volto di un Dio che si può incontrare non nei luoghi del potere umano, ma nella vita dei poveri, nella condizione di chi è escluso “perché non c’era posto per loro nell’alloggio”.

Luca anche insiste su questo segno piccolo che è volto di un bambino con Maria e Giuseppe: è presenza di un bambino con i suoi genitori. L’incontro con Dio passa attraverso le vicende della vita umana ordinaria, nell’esperienza della cura per un bambino inerme, bisognoso di tutto, che nasce nel contesto di un amore umano concreto. L’incontro con Dio passa attraverso la cura ed il piegarsi all’umano fragile.

A questo punto Luca offre un profilo di chi è stato segnato da questa bella notizia presentando le reazioni di chi ha visto questo piccolo segno e se ne è lasciato toccare. Sono presenze non di chi umanamente è ritenuto importante o rilevante, ma di chi è marginale, di persone piccole, senza nomi illustri: sono i pastori, sono persone senza nome ma di cui si sottolinea la capacità di stupore, è Maria stessa, è Giuseppe.

Un primo tratto del profilo di chi segue Gesù è quello dell’uscire e del cammino: “i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I pastori si sono lasciati prendere da una chiamata di messaggeri e si sono posti in cammino: in ogni cammino umano, in ogni uscita da sicurezze per aprirsi all’incontro sta una novità e un dono. Tutto ciò avviene con urgenza: è bella notizia che apre a orizzonti nuovi la vita e chiede di essere comunicata. Dopo aver visto non rimangono chiusi, vanno a riferire, comunicano ad altri non un insegnamento ricevuto, né particolari richieste. Comunicano la gioia di un’esperienza inaudita: per loro, i dimenticati dalla storia, c’è posto nel cuore di Dio. La presenza di quel bambino dice loro che Dio si prende cura di chi è piccolo. Scorgono che l’incontro con Dio non è questione di sistemi religiosi o di appartenenze particolari, ma è possibile nella vita, nella loro vita concreta.

Una seconda reazione è quella di persone senza nome, di cui però si dice che vivono una ascolto di quanto è loro comunicato e si aprono allo stupore. “Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche qui il riferimento va alla vita della comunità nel tempo: l’esperienza della fede sorge nella testimonianza e nel ricevere una parola di testimoni che ricordano e richiamano l’incontro con Gesù: da qui può nascere uno stupore che cambia l’esistenza. Lo stupore è il tratto proprio dei racconti dell’infanzia di Luca che in questo atteggiamento condensa il senso di novità che prende di fronte ad un’esperienza di un Dio che si rende vicino, che fa sorgere vita che porta nascite e nuovi inizi in situazioni segnate dalla sterilità, dalle vecchiaia, dalla difficoltà.

Infine Luca sottolinea una attitudine propria di Maria: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria tiene insieme, fa simbolo. Il suo ascolto è interiore. Penso si possa leggere questa indicazione come movimento proprio del cuore del credente che tiene insieme lo sguardo di fronte al comunicarsi di un Dio che sceglie la povertà, fragile e vulnerabile, ad un operare di Dio e le difficoltà, domande e dubbi che provengono dalla storia, dalle contraddizioni.

Di Giuseppe non si dice nulla: solamente che era presente. Nel fugace accenno al suo nome si può cogliere solamente una presenza silenziosa, uno stare accanto che non fa mancare la sua cura, la sua vicinanza. E’ forse indicazione di una esperienza credente del mantenersi vicini, con la propria individualità, con il proprio nome, comunicando nel silenzio l’ascolto di una chiamata e di una missione. Giuseppe appare come un albero piantato, che rimane al suo posto e vive così la risposta al nome che gli è dato.

Infine ancora i pastori: Luca qui indica un altro tratto dell’esperienza del credere espresso nei verbi del lodare e rendere gloria a Dio. Nell’esperienza dell’incontro con Gesù, si apre una comprensione nuova della vita: la gloria di Dio si compie nella pace per coloro che egli ama. La gloria di Dio allora è la vita di chi vede riconosciuta la sua dignità, è una vita in relazioni nuove di giustizia, di riconoscimento. La gloria di Dio è possibilità al povero di avere dignità e vita.

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”

img_2284(disegno – cartone di Pietro Bugiani – Pistoia)

Voci di donne

Il 1 gennaio è giornata di preghiera per la pace. In questi giorni il settimanale “La repubblica delle donne” ha promosso un sondaggio sulla figura di donna dell’anno. Tre volti sono stati indicati: la mamma di Giulio Regeni, ricercatore torturato e ucciso al Cairo lo scorso gennaio, che ha manifestato coraggio e forza di fronte all’ingiustizia nella ricerca di verità; l’avvocato Lucia Annibali, sfigurata con l’acido dal suo ex partner e divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne; Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, prima cittadina di un luogo di frontiera dell’accoglienza dei migranti che dall’Africa affrontano la traversata attraverso il mar Mediterraneo.

In una intervista a cura di Maria Accettura, Paola Regeni così si è espressa: “«Penso che in Italia anche chi proviene da un paese di piccole dimensioni possa diventare cittadino del mondo. Non a caso si parla di “identità glocali”, legate al territorio ma con uno sguardo aperto sul mondo. Fiumicello ha un’identità friulana ma è in posizione strategica e quindi in contatto con altre culture, con la Slovenia e l’Austria. Le nostre stesse famiglie d’origine hanno diverse provenienze. Noi abbiamo sempre viaggiato anche con i bambini piccoli, lo ritenevamo fondamentale per l’educazione. Perciò lasciare Giulio libero nelle scelte e negli spostamenti faceva parte del nostro modo di essere». E ad una domanda sul suo rapporto con suo figlio ha così risposto: “I figli ci insegnano molto se siamo disposti ad ascoltare. Giulio in particolare che cosa le ha trasmesso? «Mi ha permesso di seguirlo, che non è sempre scontato, e questo è stato stupendo. Mi ha insegnato molte cose a livello culturale, e con lo spirito critico che lo contraddistingueva ha cercato di farmi comprendere le problematiche che vivono i giovani di oggi. Giulio era energia: di fare, conoscere e relazionarsi».

Un’altra storia di madri – trascurata dalla grande comunicazione e che si pone in contrasto al dilagare di mentalità dello scontro e della pretesa di risolvere i problemi con la violenza e l’oppressione, proviene da una iniziativa organizzata da donne, madri appartenenti al movimento delle donne per la pace, sorto nel 2014 in Palestina: si tratta di una marcia di donne che recentemente hanno manifestato insieme, camminando, cantando e pregando ciascuna secondo le modalità della propria cultura e tradizione religiosa, ebree, musulmane e cristiane invocando una pace che appare impossibile tra israeliani e palestinesi (qui il video). Nella loro inermità si sono radunate a migliaia per esprimere nel camminare insieme un orizzonte inedito e nuovo ed hanno cantato la preghiera delle madri contro la logica della guerra.

Ancora una parola di donna dà a pensare: è la parola della madre di uno degli agenti che a Sesto san Giovanni hanno fermato e poi ucciso l’attentatore tunisino Anis Amri che pochi giorni prima a Berlino aveva compiuto una strage di persone inermi scagliandosi con un Tir a tutta velocità nel mercatino di Natale nei pressi della Gedächtnis Kirche. Mentre i titoli dei giornali e i commenti su questo evento risuonavano di parole d’odio, di vendetta, di soddisfazione per l’annientamento di un pericoloso criminale, le parole di questa madre  sono state una delle poche, flebili espressioni che hanno manifestato un pensiero anche per la vita di chi aveva seminato tanto dolore seguendo la logica assurda della violenza e che ha avuto anche la sua vita spezzata. Ha ricordato così il senso di una pietà umana di fronte alla morte di ogni uomo, anche dell’assassino, per non lasciarsi imprigionare dalla medesima logica di male e scegliere la nonviolenza: voce di una donna nel tempo della violenza.

Voci di donne in un giorno memoria di Maria e di preghiera per la pace.

Alessandro Cortesi op

img_2273-versione-2(Martino di Bartolomeo, polittico, part. 1403 – museo di san Matteo, Pisa)

I domenica Avvento – anno A – 2016

dscf5642Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’: Isaia con lo sguardo lungo di chi sa scorgere lontano, da profeta, si fa voce della promessa di Dio sulla storia. Vede Gerusalemme come città di pace, luogo a cui i popoli convergono e si incontrano: “al monte del tempio del Signore affluiranno tutte le genti”. L’intera storia dell’umanità scorre davanti ai suoi occhi capaci di sognare come un grande pellegrinaggio di popoli che si mettono in cammino attratti dalla presenza di Dio. Per strade diverse giungono fino al monte del tempio del Signore per scoprire che l’orizzonte ultimo della vita è l’incontro e la pace, non l’ostilità, il disprezzo e la guerra: “non impareranno più l’arte della guerra”.

Scoprire il volto di Dio liberatore e vicino apre ad incontrare un nuovo senso della vita, a comprendere che non è la guerra il motore della storia. Il cammino di ogni popolo è mosso invece dalla ricerca della pace, e ciò che costruisce futuro sono tutti quei processi che trasformano gli strumenti di conflitto e di violenza in mezzi per portare vita: le spade e le lance, armi di offesa, trasformate in attrezzi per coltivare i campi, strumenti di lavoro da usare in condizione di pace e per la pace.

Isaia invita così ad iniziare un cammino nella luce di questa visione. E’ un orizzonte che delinea il senso profondo della storia di tutta l’umanità. In questo cammino si attua l’incontro con il Signore: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”.

E’ questo il sentimento che veniva coltivato nei pellegrinaggi verso il monte di Gerusalemme, evocato dai salmi da cantare durante la salita: sono sentimenti di gioia: “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!”. Sono sentimenti di pace: “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi”. Sono sentimenti di cura per gli altri e di tenerezza: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 121).

La pagina del vangelo di Matteo, tratta dal discorso di Gesù sugli ultimi tempi parla della venuta del figlio dell’uomo. Gesù il risorto viene e non si potrà rimanere indifferenti. Quest’‘ora’ non sta in un futuro lontano, ma è presente.

Matteo richiama a vivere con attenzione e consapevolezza il presente e soprattutto mette in guardia contro l’indifferenza: ai tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere un modo di vivere il presente in modo superficiale nella spensieratezza di chi non guarda all’altro, e non si lascia toccare dalla sofferenza vicina o lontana. Noè invece è indicato come uomo capace di fare attenzione ai ‘segni’.

Si tratta allora di tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto: provengono dagli incontri, dalle voci di persone e situazioni che si fanno chiamata. Il tema dell’ora racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. ‘Vegliare’ è  l’attitudine di chi si prende cura, di chi dà attenzione al presente ed assume responsabilità. Vegliare reca in sè anche il movimento di un’attesa: veglia chi attende con amore il venire di qualcuno. Il Signore viene e verrà. Nella storia non sarà la violenza e nemmeno il buio della morte ad avere l’ultima parola, ma l’ultima parola sarà l’amore, sarà la presenza del volto del crocifisso risorto. La vita va verso l’incontro con Gesù che nella sua croce ha vinto la morte ed è invocato come signore: Vieni Signore Gesù, Maranathà. La vita è cammino di popoli chiamati a scoprire la promessa della pace come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op

folon-chapelle-vence(Jean-Michel Folon, Chapelle de Pénitents Blancs – Saint-Paul de Vence)

Forgeranno le spade in vomeri

Fa impressione, soprattutto in tempi di crisi economica che così pesantemente tocca la vita concreta delle famiglie, leggere i resoconti sulla spesa per gli armamenti in Italia: “Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro.” (G.Di Feo, Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei, “La Repubblica”, 22 novembre 2016)

Osservatori attenti a cogliere una delle fonti che alimentano le guerre nel mondo, evidenziano le misure del commercio di armi che interessa il nostro Paese

Per l’anno 2015 l’analisi rivela come “…l’Italia si conferma il principale esportatore tra i paesi dell’Unione Europea, di fatto mondiale, di ‘armi comuni’ cioè, di tipo non militare… ma tra le ‘armi comuni’ sono comprese anche quelle esportate per l’utilizzo da parte di corpi di polizia e delle forze di sicurezza pubbliche e private. Al riguardo vanno segnalate, anche nel 2014, le consistenti forniture, principalmente dalle province di Brescia e di Urbino, di armi destinate al Messico, Libano, Marocco e Oman: paesi i cui corpi di polizia e di pubblica sicurezza sono stati spesso denunciati dalle organizzazioni internazionali per le reiterate violazioni dei diritti umani.”  (L’analisi di OPAL dei dati Istat sulle esportazioni di armi dall’Italia e da Brescia per l’anno 2015

Giorgio Beretta – responsabile dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia – ha recentemente denunciato l’esportazione di armi da parte dell’Italia verso l’Arabia saudita che sta conducendo una sporca guerra nello Yemen (La guerra sporca dell’Italia in Yemen, “Il Manifesto”, 15 ottobre 2016)

“Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha infatti autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano ‘armi automatiche’ che possono essere utilizzate per la repressione interna, ‘munizioni’, ‘bombe, siluri, razzi e missili’, ‘apparecchiature per la direzione del tiro’, ‘esplosivi’, ‘aeromobili’ tra cui componenti per gli Eurifighter ‘Al Salam’, i Tornado ‘Al Yamamah’ e gli elicotteri EH-101, ‘apparecchiature elettroniche’ e ‘apparecchiature specializzate per l’addestramento militare’. Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro”.

Tra ottobre e dicembre del 2015 inoltre si denuncia come almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna siano decollati dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari diretti alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. La Rete italiana per il disarmo sulla base di questi fatti ha presentato un esposto in varie Procure e a Brescia è stata aperta un’inchiesta dalla Procura. In Yemen l’Arabia saudita sta conducendo infatti un intervento militare a capo di una coalizione che ha provocato un disastro umanitario. Una operazione più volte condannata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon soprattutto considerando che i raid aerei sauditi hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e ospedaliere tra cui le strutture di Medici senza Frontiere. La trasmissione ‘La radio ne parla’ ne ha dedicato attenzione il 11 ottobre 2016: è stato evidenziato che il conto delle vittime è di 10 000 morti in un anno e mezzo, 26000 vittime civili, milioni di persone in fuga. Farian Sabahi, scrittrice e giornalista, la descrive come “guerra per procura” in cui un ruolo predominante è ricoperto dagli interessi miliardari che sottostanno al commercio di armi.

A fronte di questa situazione per la quale si deve ringraziare chi aiuta a offrire elementi di consapevolezza e richiami in una realtà sociale distratta e indifferente, non si può non ricordare le parole accorate di don Tonino Bello che si lasciava prendere dalle parole di Isaia e richiamava ‘In piedi costruttori di pace…’:

“… si realizzerà la splendida intuizione dì Isaia che, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino.. e la giustizia regnerà nel giardino.. e frutto della giustizia sarà la pace”. (Is 32,15-17). Il deserto, quindi, diventerà un giardino. Nel giardino crescerà l’albero della giustizia. Frutto di quest’albero sarà la pace!…

… In piedi, allora, costruttori di pace. Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell'”oggi” della storia i primi frutti del regno. Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale.
Fin dai tempi dell’Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le fatiche di liberazione degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni. Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata ‘orizzontalismo’ la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l’amore per lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali. (Tonino Bello, Discorso pronunciato all’Arena di Verona, il 30 aprile 1989, alla Vigilia dell’Assemblea Ecumenica di Basilea)

Alessandro Cortesi op

Domenicani e diritti umani – Congresso Salamanca 2016 – Dichiarazione finale

14212036_1248578908522237_7378358086190417939_n.jpegDOMINICANS IN THE PROMOTION AND DEFENCE OF HUMAN RIGHTS: PAST, PRESENT, FUTURE

Salamanca, Spain 1 – 5 September 2016

Final Statement

In this 800th Jubilee Year of the Dominican Order being entrusted by the Church to go forth and preach the Gospel, we, 200 Dominican friars, sisters, laity, nuns, priest associates and youth, ministering in 50 countries in all corners of the world, have gathered in Salamanca, Spain, from 1-5 September, 2016, to reflect on how our Dominican Family can renew its mission through the promotion and defence of human rights.

While the terminology of “human rights” is relatively recent, there is a growing consciousness in the Church that the focus on human rights touches and unifies every aspect of our work to respect and defend the inherent dignity and freedom of each and every person which is at the heart of the Good News that Jesus, the Incarnate Word, came to preach:

  • People and Creation. Respect for human dignity and the promotion of human rights are inseparable from respect and protection of Creation in all its integrity. There cannot be a flourishing human species, exercising human rights, if Earth’s eco-systems are depleted and unprotected. This broad respect for the whole of Creation gives flesh to the Church’s understanding of the “common good”.
  • Justice and Peace. Human rights enable us to translate the principle of justice into concrete, binding commitments. Human rights are recognized by the international community as constitutive of a peaceful and democratic order. All persons have rights, freedoms and responsibilities, which in turn enable each one to build a just world and nurture peace.
  • Multiple Dimensions of Rights and Responsibilities of Each Person. Human rights are now categorized into civil, political, economic, social and cultural rights. They are understood as universal, indivisible, and interdependent, while respecting cultural diversity. These principles, while not readily applied in our world, correspond to the emphasis of Catholic Social Teaching on the whole person.
  • Intellectual Life and Experience. Each of the human rights challenges us to reconsider the purpose of our study and research. They call us to direct our intellectual pursuits to exploring the meanings and structural roots of violations of dignity and freedom. This focus can only be accomplished if we continuously listen with respect and compassion to the testimonies of those who suffer.

Following Jesus and Dominic, we, therefore, are called to preach this Good News in a way that can touch the hearts of all people: those who suffer, those standing with them, those indifferent to them, those oppressing them, and those who abuse God’s gift of creation.

It is, therefore, no accident that we are meeting in Salamanca. We wish to breathe in the spirit that inspired our brothers, Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Bartolome de las Casas, Francisco de Vitoria and other Dominicans of the 16th century centered around the Salamanca School. In close collaboration, they expanded the meaning of human community. Emphasizing the need to recognize and protect the rights of indigenous peoples of the “new world”, Vitoria with his brothers laid the foundation of International Law and the need for global community and cooperation that has inspired the founders of the United Nations, today’s primary institution to promote global justice and peace.

Surveying the history of our Dominican Family, we recognize that often we have failed to promote and defend the rights of all. Nevertheless, throughout the ages, and even today, we acknowledge many brothers and sisters who are shining witnesses of compassion and defenders of the poor, the marginalized, the oppressed and the earth.

We recognize that we still have a long way to go to become true defenders of the rights of those who suffer, and so, gathered at this Congress, we commit ourselves to the following actions.

1.Embrace as an integral part of our Dominican charism the mission of justice and peace as constitutive to the preaching of the gospel.

2.Integrate Catholic Social Teaching and the defence of human rights into all aspects of the formation of the Dominican Family – brothers, sisters, nuns, laity, associates, priest fraternities, youth, and other movements and members of the family.

3. Promote the study of Laudato Si as a means for teaching an integral ecology that combines the well-being of humans with the whole of creation.

4. Adopt and promote the Salamanca Process which calls on Dominicans, our educational institutions, and ministerial programs to direct our study, research, analysis, and action towards addressing the challenges our world faces, thus creating a passionate synergy between our intellectual and apostolic lives.

5. Create and strengthen networks that enable collaboration at all levels of our mission.

6. Improve our structures of communication, using modern technologies effectively and seeking alternatives when necessary.

7. Develop and strengthen structures at all levels that facilitate the Dominican Family working together to address the root causes of injustice.

8. Strengthen the Dominican presence at the United Nations by ensuring that the voices of those suffering human rights abuses are heard at the highest levels through the sharing of the Dominican family on the ground and by increasing resources dedicated to that mission and concrete justice and peace projects.

9. Be in solidarity with our brothers and sisters whose mission experience is difficult and dangerous due to political, religious or economic factors.

10. Support those who take prophetic stands, like our early brothers and sisters, against sinful structures of power that oppress people and violate the whole of creation.

As we embark on this new stage of our history, we ask forgiveness for our many omissions, attitudes and actions against human rights, that have prevented the Good News being spread. We rely on the grace of God and the outpouring of the Holy Spirit so that, inspired only by the compassion of Jesus, we may become messengers of Truth and our preaching may bring hope to the millions of victims of violations of human rights and of the Earth that are crying out for Good News and for a new future.

Qui di seguito la versione spagnola e francese

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LOS DOMINICOS EN LA PROMOCIÓN Y DEFENSA DE LOS DERECHOS HUMANOS. PASADO, PRESENTE, FUTURO

Salamanca, España 1 – 5 de septiembre de 2016

Declaración final

En este año jubilar del octavo centenario de la Orden de Predicadores, a quien la Iglesia ha confiado la predicación del Evangelio, del 1 al 5 de septiembre, nos hemos reunido en Salamanca (España), 200 frailes, hermanas, laicos, monjas, sacerdotes asociados y jóvenes que ejercemos nuestro apostolado en 50 países de todos los rincones del mundo. Hemos reflexionado sobre cómo nuestra Familia Dominicana puede renovar su misión mediante la promoción y defensa de los derechos humanos.

Si bien la terminología “derechos humanos” es relativamente reciente, en la Iglesia hay una conciencia cada vez mayor de que centrarse en los derechos humanos unifica y afecta a cada uno de los aspectos de nuestro trabajo a favor del respeto y la defensa de la dignidad y la libertad inherentes a cada persona que están en el núcleo de la Buena Noticia que Jesús, la Palabra Encarnada, vino a predicar.

  • Las personas y la creación. El respeto de la dignidad humana y la promoción de los derechos humanos son inseparables del respeto y la protección de la Creación en toda su integridad. No puede haber una especie humana próspera, que ejerza los derechos humanos, si los ecosistemas de la Tierra están exhaustos y desprotegidos. Este respeto general por toda la Creación da cuerpo a la comprensión que la Iglesia tiene del “bien común”.
  • Justicia y Paz. Los derechos humanos nos permiten traducir el principio de la justicia en compromisos concretos y vinculantes. Los derechos humanos son reconocidos por la comunidad internacional como constitutivos de un orden democrático pacífico. Todas las personas tienen derechos, libertades y responsabilidades, que, a su vez, permiten a cada cual construir un mundo justo y promover la paz.
  • Las múltiples dimensiones de los derechos y responsabilidades de cada persona. Los derechos humanos se clasifican actualmente en derechos civiles, políticos, económicos, sociales y culturales. Se entienden como universales, indivisibles e interdependientes, dentro del respeto a la diversidad cultural. Aun cuando estos principios no se aplican fácilmente en nuestro mundo, se corresponden con el énfasis que la Doctrina Social de la Iglesia pone en la totalidad de la persona.
  • Vida intelectual y experiencia. Cada uno de los derechos humanos nos desafía a reconsiderar la finalidad de nuestro estudio y nuestra investigación. Nos llaman a dirigir nuestra actividad intelectual a abordar los significados y las raíces estructurales de las violaciones de la dignidad y la libertad. Solo lograremos centrarnos en esto si escuchamos continuamente, con respeto y compasión, los testimonios de la gente que sufre.

Siguiendo a Jesús y a Domingo, también nosotros somos llamados a predicar esta Buena Noticia de modo que pueda llegar a los corazones de todas las personas: las que sufren, las que están junto a ellas, las que permanecen indiferentes, aquellas que las oprimen y las que abusan del regalo de la creación que Dios nos ha dado.

Por eso, no es accidental que nos reunamos en Salamanca. Deseamos participar del espíritu que inspiró a nuestros hermanos, Pedro de Córdoba, Antonio de Montesinos, Bartolomé de las Casas, Francisco de Vitoria y demás frailes del siglo XVI que conformaron la Escuela de Salamanca. Colaborando estrechamente entre ellos, ampliaron el significado de la comunidad humana. Al insistir en la necesidad de reconocer y proteger los derechos de los pueblos originarios del “Nuevo Mundo”, Vitoria, con sus hermanos, puso los fundamentos del Derecho Internacional y mostró la necesidad de una comunidad y cooperación globales, que ha inspirado a los fundadores de las Naciones Unidas, el principal foro existente en la actualidad para la promoción de la justicia y la paz globales.

Al recorrer la historia de nuestra Familia Dominicana, reconocemos que en muchas ocasiones no hemos promovido ni defendido los derechos de todos. Sin embargo, en las distintas épocas y también hoy, reconocemos a muchos hermanos y hermanas que son testigos brillantes de la compasión y defensores de los empobrecidos, los marginados, los oprimidos y defensores de la Tierra.

Reconocemos que aún tenemos un largo camino por delante para llegar a ser verdaderos defensores de lo que sufren, por eso, reunidos en este congreso, nos comprometemos con las siguientes acciones:

  1. Acoger como parte integral de nuestro carisma dominicano la misión de justicia y paz como constitutiva de la predicación del Evangelio.
  1. Integrar la Doctrina Social de la Iglesia y la defensa de los derechos humanos en todos los aspectos de la formación de la Familia Dominicana –hermanos, hermanas, monjas, laicos, asociados, fraternidades sacerdotales, jóvenes y otros movimientos y asociaciones.
  1. Promover el estudio de Laudato Si como medio para enseñar una ecología integral que combine el bienestar de los seres humanos y el de toda la creación.
  1. Adoptar y promover el Proceso Salamanca, que llama a la Familia Dominicana, a nuestras instituciones educativas y programas de apostolado, a orientar nuestro estudio, investigación, análisis y acción para abordar los desafíos que afronta nuestro mundo, y a crear una sinergia entre nuestra vida intelectual y nuestra vida apostólica.
  1. Crear y fortalecer redes que permitan la colaboración en todos los niveles de nuestra misión.
  1. Mejorar nuestras estructuras de comunicación, haciendo uso de las tecnologías modernas de modo eficaz y buscando alternativas cuando sea necesario.
  1. Desarrollar y fortalecer, a todos los niveles, estructuras que faciliten que la Familia Dominicana trabaje unida para abordar las causas que están en la raíz de la injusticia.
  1. Fortalecer la presencia dominicana en las Naciones Unidas, asegurando que las voces de quienes sufren abusos en sus derechos humanos sean escuchadas en los niveles más altos, mediante la comunicación de los miembros de la Familia Dominicana que trabajan sobre el terreno, y aumentando los recursos dedicados a esa misión tanto como para proyectos concretos de justicia y paz.
  1. Ser solidarios con nuestros hermanos y hermanas cuya experiencia de misión es difícil y peligrosa, debido a factores políticos, religiosos o económicos.
  1. Apoyar, como hicieron nuestros primeros hermanos y hermanas, a quienes asumen posturas proféticas contra las estructuras pecaminosas de poder que oprimen a las personas y violentan la totalidad de la creación.

Al adentrarnos en esta nueva etapa de nuestra historia, pedimos perdón por nuestras muchas omisiones, actitudes y acciones en contra de los derechos humanos que han impedido que la Buena Nueva se difundiese. Confiamos en la gracia de Dios y la efusión del Espíritu Santo para que, inspirados solo por la compasión de Jesús, podamos llegar a ser mensajeros de la Verdad y nuestra predicación pueda llevar esperanza a los millones de víctimas de las violaciones de los derechos humanos y de la Tierra que claman por una Buena Noticia y por un nuevo futuro.

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LES DOMINICAINS DANS LA PROMOTION ET LA DÉFENSE DES DROITS HUMAINS : PASSÉ, PRÉSENT, FUTUR

Salamanque, Espagne 1 – 5 Septembre 2016

Déclaration Finale

Il y a 800 ans l’Église confiait à l’Ordre des Dominicains la mission de prêcher l’Évangile. A l’occasion de ce Jubilé, 200 frères, sœurs, laïcs, moniales, prêtres associés et jeunes dominicains, œuvrant dans 50 pays, se sont rassemblés à Salamanque en Espagne, du 1er au 5 septembre 2016, pour réfléchir sur la façon dont la Famille Dominicaine peut renouveler sa mission à travers la promotion et la défense des droits humains.

Bien que la terminologie de « droits humains » soit relativement récente, nous assistons dans l’Église à cette prise de conscience croissante : en portant notre attention sur les droits humains nous rejoignons et unifions tous les aspects de notre travail pour la défense de la dignité et de la liberté inhérentes à toute personne humaine, qui sont au cœur de la Bonne Nouvelle que Jésus, Verbe Incarné, est venu prêcher :

  • Personnes et Création. Le respect de la dignité humaine et la promotion des droits humains sont inséparables du respect et de la protection de la Création dans toute son intégrité. Il ne peut y avoir une espèce humaine épanouie, jouissant de l’exercice de tous ses droits, si les écosystèmes de la terre sont épuisés et si on ne les protège pas. Le respect intégral de toute la Création s’intègre dans ce que l’Église entend par « bien commun ».
  • Justice et Paix. Les Droits Humains nous permettent de traduire le principe de la justice dans des engagements concrets et exigeants. La communauté internationale les reconnaît comme partie intégrante d’un ordre pacifique et démocratique. Toutes les personnes ont des droits, des libertés et des responsabilités, ce qui permet à tout un chacun de construire un monde juste et de promouvoir la paix.
  • Les multiples dimensions des droits et des responsabilités des personnes. Lorsque l’on parle des droits humains, on distingue maintenant les droits civils, politiques, économiques, sociaux et culturels. Ils sont universels, indivisibles et interdépendants, dans le respect de la diversité culturelle. Ces principes, même s’ils ne sont pas facilement appliqués dans notre monde, constituent pourtant le nœud de l’Enseignement Social de l’Église sur la personne humaine.
  • La vie intellectuelle et l’expérience. Chacun de ces droits humains nous lance le défi de reconsidérer le but de notre étude et de notre recherche. Notre travail intellectuel est appelé à analyser la signification et les causes structurelles des violations de dignité et de liberté. Ceci ne peut se faire que si nous prêtons sans cesse une oreille respectueuse et compatissante aux témoignages de ceux qui souffrent.

Ainsi, à la suite de Jésus et de Dominique, nous sommes appelés à prêcher cette Bonne Nouvelle de telle manière qu’elle puisse toucher les cœurs de toutes les personnes : celles qui souffrent, celles qui les assistent, celles qui sont indifférentes à leurs souffrances, celles qui les oppriment, et celles qui violent ce don de Dieu qu’est la Création.

Ce n’est donc pas par hasard que nous nous sommes réunis à Salamanque. Nous avons voulu nous imprégner de l’esprit qui animait nos frères, Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Francisco de Vitoria, Bartolomé de Las Casas et autres Dominicains du XVIème siècle formés à l’École de Salamanque. En étroite collaboration les uns avec les autres, ils ont affirmé le sens de la communauté humaine. En insistant sur la nécessité de reconnaître et protéger les droits des peuples indigènes du « Nouveau Monde », Vitoria et ses frères ont posé les fondements du Droit International et ont témoigné de la nécessité d’une communauté et d’une coopération mondiales, ce qui inspira les fondateurs des Nations Unies, devenues aujourd’hui la principale institution pour la promotion de la Justice et de la Paix au niveau mondial.

En relisant l’histoire de notre Famille Dominicaine, nous reconnaissons que nous avons souvent omis de promouvoir et défendre les droits universels. Toutefois, tout au long de notre histoire – et c’est encore le cas aujourd’hui – beaucoup de frères et de sœurs ont été des témoins lumineux de la compassion et se sont faits les défenseurs des pauvres, des marginalisés, des opprimés et de la planète.

Nous reconnaissons que le chemin à parcourir pour être de véritables défenseurs des droits de ceux et celles qui souffrent est encore long. Aussi, ressemblés dans ce Congrès, nous nous engageons aux mesures suivantes :

  1. Assumer comme partie intégrante de notre charisme dominicain la mission de Justice et Paix. Elle est constitutive de la prédication de l’Évangile.
  1. Intégrer l’Enseignement Social de l’Église et la défense des droits humains dans tous les aspects de la formation de la Famille Dominicaine – frères, sœurs, moniales, laïcs, associés, fraternités de prêtres, jeunes et autres mouvements membres de la Famille.
  1. Promouvoir l’étude de Laudato Si comme un instrument d’enseignement d’une écologie intégrale qui combine le bien-être des personnes humaines et celui de toute la création.
  1. Adopter et promouvoir le « Processus de Salamanque » qui invite les Dominicains, nos Institutions académiques et nos programmes d’apostolat à diriger notre étude, nos recherches, nos analyses et nos actions vers la recherche de réponses aux questions que le monde actuel nous pose, et créer ainsi une synergie passionnée entre notre vie intellectuelle et notre vie apostolique.
  1. Créer et renforcer les réseaux qui permettent la collaboration dans notre mission à tous les niveaux.
  1. Améliorer nos structures de communication, utiliser efficacement les technologies modernes et chercher des alternatives, si nécessaire.
  1. Développer et renforcer des structures à tous les niveaux pour permettre à la Famille Dominicaine de mieux s’en prendre ensemble aux causes profondes de l’injustice.
  1. Renforcer la présence dominicaine aux Nations Unies en s’assurant que les voix de ceux dont les droits humains sont violés soient entendues au plus haut niveau, d’une part grâce aux rapports de la Famille Dominicaine présente sur le terrain, et d’autre part en augmentant les ressources nécessaires à cette mission et aux projets concrets de Justice et Paix.
  1. Être solidaires de nos frères et sœurs dont l’expérience de mission est rendue difficile et dangereuse par des facteurs politiques, religieux ou économiques.
  1. Soutenir les prophètes d’aujourd’hui qui dénoncent, comme nos premiers frères et sœurs, les structures de péché d’un pouvoir qui opprime les gens et viole l’intégrité de la création.

Alors que nous inaugurons une nouvelle étape de notre histoire, nous demandons pardon pour nos omissions, nos attitudes et nos actions contre les droits humains, qui ont fait obstacle à la diffusion de la Bonne Nouvelle. Nous implorons la Grâce divine et l’effusion de l’Esprit Saint afin qu’’inspirés par la compassion de Jésus, nous devenions des messagers de la Vérité : que par notre prédication nous puissions rendre espoir aux millions de victimes violées dans leurs droits humains et dans ceux de la Terre, qui aspirent à une Bonne Nouvelle et à un futur nouveau.

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