la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “pace”

‘Per costruire la pace in Europa e nel mondo’ – Un appello al Presidente della Repubblica

Invito a sottoscrivere la Lettera appello al Presidente Sergio Mattarella promossa da ‘Costruttori di pace’ che gli sarà consegnata in occasione della Giornata internazionale della pace ONU (ac)

Per aderire all’Appello cliccare a questo link.

Un appuntamento per pensare la pace

XIII domenica tempo ordinario – anno C

1 Re 19.16.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è chiamato in modo inatteso a seguire il profeta Elia che su di lui getta il mantello in segno di scelta e invio. La sua vita cambia, il mantello che lo avvolge segna l’inizio di un cammino nuovo: sarà uomo di Dio non impaurito di fronte ai potenti e la sua missione di profeta si manterrà sotto la parola di Dio. Il mantello indica così una chiamata ed un invio. D’ora in poi Eliseo lascia il suo lavoro, la cura dei buoi e si pone al servizio di Elia divenendone discepolo. Alla morte del maestro Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14) e con esso aprirà ancora le acque, segno che la parola di Dio è fonte di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Eliseo fu ‘uomo di Dio’ perché con i suoi gesti testimoniò che Dio è liberatore e vicino, un Dio diverso dalle logiche del potere umano. Quel mantello accolto su di sé apre la strada a rivivere il percorso di liberazione dell’esodo, opera di Dio, un percorso che è personale ed insieme collettivo e deve allargarsi a tutti.

La fede biblica è segnata dal cammino, nel deserto. Lì avviene la scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, ad aprirsi al futuro come suo dono. Le prime testimonianze parlano di Gesù come “colui che è passato facendo del bene…” (cfr. At 10,38). Il suo cammino non è solo esteriore ma interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario. La strada verso Gerusalemme è esperienza importante della vita di Gesù. Luca riporta che ad un certo punto Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: è un momento di scelta e di decisione non facile. Gesù si dirige verso la città del potere religioso dove incontrerà il rifiuto e l’ostilità nell’acuirsi del conflitto contro di lui. Si dirige verso la città sede del tempio e della classe sacerdotale: lì vivrà la passione e subirà l’ingiusta condanna. Gesù si dirige ad affrontare lo scontro con il potere politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Gerusalemme è tuttavia anche il luogo della risurrezione, del dono di vita nuova, dell’inizio del cammino della comunità. La strada indica la chiamata di Gesù e quella dei discepoli che lo seguono: sono chiamata a condividere la sua vita, a generare una convivenza di pace.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo ed egli stesso rivolge l’invito ad alcuni con la parola: ‘seguimi’. Nei brevi dialoghi di questo brano sta al centro la questione del seguire Gesù. L’intera esperienza dei cristiani può essere sintetizzata nel ‘seguire’. Non si tratta di un percorso di conoscenza e nemmeno di praticare una regola di comportamento: seguire è anche tutto ma ben di più e richiede disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un incontro e a praticare scelte libere. Ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire Gesù sulla sua strada implica soprattutto una condivisione di vita ed entrare in un rapporto personale. Gesù chiama a seguirlo con urgenza e con una sorprendente radicalità. Chi è chiamato è posto di fronte ad una urgenza: l’apertura al futuro non lascia spazio a nostalgie del passato. Si tratta di condividere la sua precarietà rinunciando a ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. E’ richiesta una dedizione senza riserve: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’immagine dell’aratro richiama a scelte orientate ad un futuro con dedizione e alla fiducia verso Gesù. L’aratro rivolge le pesanti zolle della terra; la sua opera sta nel rendere la terra accogliente per il seme del vangelo quale dono per la vita di tutti.

Alessandro Cortesi op

Lasciar pacificare il cuore

“si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio”.

“Si voltò e li rimproverò”. Dietro a questo rimprovero di Gesù non c’è solo una reazione ad una logica di violenza – quella del fuoco dal cielo invocata dai discepoli combattivi ‘figli del tuono’ – ma è da leggere anche una proposta alternativa sul modo di intendere i rapporti. Gesù si oppone a chi intende usare i mezzi della violenza per contrastare ed eliminare il nemico che ha assunto attitudini ostili e di rifiuto.

Ma la sua proposta va oltre ed apre orizzonti nuovi. Il suo orientamento delinea la scelta di stare nell’obbedienza a Dio nella condivisione piena del cammino umano. Si immerge pienamente in una storia manifestando un capovolgimento del modo di intendere la vita umana come autoaffermazione. Gesù obbedisce al disegno del Padre nel camminare verso Gerusalemme, nella sua scelta di intendere la vita in modo diverso dalla pretesa di Adamo che si pone in senso padronale e sceglie invece la linea del servizio e dell’apertura all’altro nella ricerca di quella luce di vita che è presente in ognuno.

“L’amore di Dio si è manifestato in questo, nell’aver amato l’uomo quando l’uomo era suo nemico. In Gesù è avvenuto il riavvicinamento dell’umanità a Dio, in modo tale che, qualunque cosa l’uomo faccia, l’ultima parola non sarà il no dell’uomo, ma il sì di Dio. Dio dona all’uomo un cuore di carne (Ezechiele), che Paolo chiama spirito: lo spirito è la soggettività di Dio che diventa soggettività dell’uomo, capacità di vivere la storia secondo la vocazione originaria”. (Armido Rizzi, Conferenza – Per una teologia della pace, 1987)

Soggiace al rimprovero di Gesù l’invito ad un capovolgimento di sguardo ed una proposta di intendere in modo diverso il rapporto con l’altro: si apre la fatica a come coltivare una attitudine di rapporti nuovi, anche con il nemico, anche con il violento, seguendo la via tracciata da Lui, assumendo lo stile di un passaggio, dalla logica della vendetta e della ritorsione alla scelta decisa di impostare in modo nuovo le relazioni.

“ci occorre una ermeneutica della differenza, che insegni a comprendere ciò che è diverso, senza incasellarlo nei nostri schemi, che offra aiuti pratici per esercitare la vicinanza del vivere insieme e nello stesso tempo assicuri la giusta distanza, che rispetta l’identità dello straniero e assicura a noi tutti la comune dignità umana” (T. Sundermeier, Comprendere lo straniero, Queriniana, 12)

Il cambiamento che si rende urgente implica un movimento che attui il far venir meno di una mentalità di superiorità, di pretesa di possesso della verità, ed apra ad un modo di concepire la vita come cammino verso un bene ancora da scoprire e da attuare. Il cammino che si pare è la costruzione di una relazionalità in cui l’essere insieme – l’ ‘essere con’ gli altri – non sia una aggiunta ad una situazione dell’io come dato stabile e chiuso con pretese di potenza, ma un percorso essenziale al vivere stesso. La pretesa di un io padronale è radice della costruzione dell’altro come nemico e questa attitudine vede il rimprovero di Gesù che indica un modo nuovo di intendere la vita stessa.

“Il gesto fondatore del cuore costruttore di pace è un cuore che consente di lasciarsi pacificare dentro di sé, di accettare di spogliarsi del cuore padronale, del soggetto di diritti. Nel cuore padronale c’è la violenza originaria di chi già in cuor suo ha costituito l’altro come nemico e quindi come legittimamente aggredibile. Dobbiamo abbattere dentro di noi il gesto fondatore dell’altro come nemico. Può darsi che effettivamente l’altro sia nemico, ma ciò di cui dobbiamo spogliarci è il cuore padronale che non tiene conto di ciò che realmente l’altro è. Occorre rifarci uno sguardo capace di vedere le cose come sono” (Armido Rizzi, ibid.)

Non è facile tutto questo: se da un lato l’esigenza di spogliarsi da un cuore padronale apre una nuova via dall’altro proprio la scelta della nonviolenza si deve attuare sempre all’interno di concrete situazioni storiche in cui la ricercava condotta nella valutazione dei passi possibili, dei modi concreti che conducano al superamento della violenza, al cessare l’uso delle armi, ad instaurare processi di pace, accettando la precarietà e la complessità delle situazioni. La mediazione implica ricerca di limitare al massimo fino ad eliminare ogni violenza e va compiuta nella considerazione del momento storico che viviamo. Oggi sono a disposizione strumenti per fare la guerra che nella storia mai si erano visti con potenza così devastante. Inoltre dopo Hiroshima e dopo l’orrore di Auschwitz una nuova comprensione è maturata nell’umanità riguardo alle dimensioni di male che risiedono nel cuore dell’uomo e alle possibilità di escalation dei conflitti. E’ questo il momento di ribadire con forza che non solo l’uso ma anche la produzione e il commercio di armi sono da condannare come processi che producono morte e sofferenza. I mezzi oggi a disposizione comportano il rischio dell’eliminazione dell’umanità e della distruzione del creato. A partire dalle vittime e dall’ascolto del grido di sofferenza è possibile costruire vie di pace.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2022

Tongues of fire – Nancy Chinn

At 2,1-11; 1Cor 12,3-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è festa del pellegrinaggio per Israele (Dt 16,16) e al momento in cui si raccolgono le messi è memoria del dono della legge. La grande scoperta nel cammino dell’esodo della vicinanza di Dio con la sua parola aveva segnato la fede del popolo in cerca di liberazione. Al momento della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16) nella gioia per le primizie è da ricordare la Torah, legge come parola che orienta la vita, dono di alleanza dl Dio che benedice (Deut 16,9-10). La festa dei cinquanta giorni (Pentecoste) rinvia quindi all’esodo e alla pasqua; chiede che si contino i giorni (festa delle settimane) per coltivare il senso dell’attesa. Nella precarietà del presente indica un orizzonte di speranza. La memoria del dono della Torah è connessa alla Pasqua, quasi un prolungamento  della festa di Pesah.

Nel IV vangelo il dono dello spirito è posto nel quadro della sera del giorno di quella Pasqua in cui Gesù compì il suo dono fino alla fine. Gesù, dopo i giorni di Gerusalemme e della croce, si presenta in mezzo, soffia sui discepoli e dice: “Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). E’ racconto che richiama al grande messaggio del IV vangelo: nella sua morte Gesù ha donato lo Spirito  consegnandolo quale inizio nuovo di una storia di comunione (Gv 19,30).

Il dono dello Spirito sgorga dalla vita di Gesù, data per gli altri. Il soffio evoca una presenza non racchiudibile, una forza di rigenerazione e di vita: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). L’alitare sui discepoli è ricordo di quel respiro che il racconto della creazione presenta come donato da Dio all’umanità plasmata dal fango e soffio di vita presente dentro al creato stesso. Il soffio di Dio è dentro alle cose e sta nella parola. Il soffio di Gesù è soffio creativo, apre all’esistere di una comunità nuova e a tutte e tutti è affidato il compito di portare riconciliazione, che significa responsabilità di costruire pace nella storia (Gv 20,23).

Nel racconto di Luca durante la festa di Pentecoste a Gerusalemme il dono dello Spirito è espresso con le immagini del vento, delle lingue e del fuoco. Il vento suggerisce l’apertura e la ricerca continua a cui la comunità è chiamata. Non dovrà rinchiudere lo spirito in sistemi religiosi e di potere umani. Lo Spirito suscita una comprensione nuova tra coloro che avvertono le sfumature della propria lingua nel parlare di altri: lo Spirito fa passare dalla chiusura e incomunicabilità al comunicare tra diversi, fa incontrare i linguaggi mantenendo la diversità, apre all’incontro possibile. Lo Spirito fuoco è forza che consuma, riscalda, illumina e genera possibilità nuove di vita.

Il dono dello Spirito si rinnova e chiama ad essere attenti cercatori della sua presenza che soffia dove vuole, travalica confini, spinge a guardare oltre. In un tempo di guerre e ripiegamenti di difesa e chiusura di fronte alle diversità lo Spirito soffia ancora ed attende di essere accolto quale soffio di vita che proviene dalla Pasqua di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Psalter of Eleanor of Aquitaine (ca. 1185)

Profezia di pace

“Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria.
Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo.
Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.
Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace”.

E’ questa una parte di una preghiera composta da don Tonino Bello testimone di pace da cui trovare orientamento in questi tempi che generano tanto spaesamento e spingono a conformarsi ai discorsi dominanti. Proprio in questi giorni per ricordare l’anniversario della Repubblica italiana nella festa del 2 giugno hanno sfilato in pompa magna i reparti dell’esercito, sono state mostrate le armi in un momento di scandaloso e rischioso riarmo di molti Paesi nel quadro internazionale segnato dalla guerra. Hanno sfilato per la prima volta anche i medici e infermieri e forse l’auspicio potrebbe essere che in futuro in questo giorno la sfilata a ricordo della Repubblica sia popolata da tutte le presenze che senza armi portano avanti quotidianamente la vita sociale e tengono insieme il tessuto di relazioni e di cura che è la spina dorsale di ogni convivenza.

Il riferimento a don Tonino è stato ripreso in un articolo di mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi (Un’inutile strage, “Vita pastorale” 2 giugno 2022) in cui si denuncia la follia di un investimento nella spesa militare che ha raggunto cifre astronomiche di più di duemila miliardi di dollari, coinvolgendo anche l’Italia in tale direzione. E si ricordano appunto le parole «Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, […] che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena […] se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali».

Il 30 aprile  1989 alla vigilia di un importante incontro ecumenico a Basilea Tonino Bello tenne uno storico discorso nell’Arena di Verona richiamando alla funzione dei credenti a suggerire proprio in virtù del riferimento al Dio di Gesù, non il Dio dei filosofi ma il Dio rivelatosi come dono, Altro e Oltre, le vie profetiche della pace, che implicano la nonviolenza e l’impegno responsabile senza alcuna assuefazione al male e all’ingiustizia, ma opponendo al male la. Vale la pena riascoltare quelle sue parole in questo tempo:

“(…) Il Dio di Gesù Cristo è diverso. Non viene dal basso. Ci è stato rivelato dall’alto. Non è frutto della carne e del sangue della nostra sapienza terrena. E’ un Dio garantito solo dalla nudità della nostra fede.
Non è un Dio a cui ci si aggrappa con i funambolismi della mente. Ma un Dio a cui ci si abbandona con la fiducia del cuore, dietro un richiamo che inesorabilmente ti precede. Attenzione! Non è che si voglia disprezzare la fatica della ricerca umana o che si intenda svilire l’importanza di un Dio trovato dagli sforzi del nostro pensiero. No! Quella della ricerca razionale di Dio è una fatica benedetta, che ogni cristiano deve compiere con tutti gli altri uomini che lo cercano con cuore sincero. Diciamo solo che questo Dio, dopo che l’abbiamo trovato, non ci appaga. Anzi, non ci si può chiamare neppure credenti per il semplice fatto di averlo raggiunto attraverso gli impervi sentieri del pensiero.

Il Dio vero, quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, quello rivelatoci da Gesù, è totalmente Altro ed è totalmente Oltre. E noi credenti, dopo aver condiviso la fatica del pensiero con tutti i ricercatori onesti, dobbiamo essere l’indice puntato verso questo totalmente Altro e totalmente Oltre. La pace del mondo e la pace di Gesù Cristo Ed eccoci al momento cruciale di questa seconda riflessione. Per la pace vale lo stesso discorso che si è fatto per Dio.
C’è una pace dei filosofi. E c’è una pace di Cristo. La prima è quella prodotta dai nostri sforzi diplomatici, costruita dai dosaggi delle cancellerie, frutto degli equilibri messi in atto dalle potenze terrene. Al punto che, se una sola condizione va in crisi, si rompe il giocattolo e ruzzola tutto intero il castello. La pace di Cristo, invece, è quella che non esige garanzie, che scavalca le coperture prudenziali, e che resiste anche quando crollano i puntelli del bilanciamento fondato sul calcolo. Questo è il senso profondo dell’espressione evangelica che proprio oggi è risuonata nella Messa: “vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come ve la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).

Questo è il salto di qualità a cui ci provoca la frase divenuta ormai celebre di D. Bonhoeffer: “Osare la pace per fede”. Ci riempie di commozione un testo che questo grande testimone del Risorto scrisse nel 1934, e che è divenuto un monito per noi: “Una via alla pace che passi per la sicurezza non c’è. La pace infatti deve essere osata. E’ un grande rischio, e non si lascia mai e poi mai garantire. La pace è il contrario della garanzia. Esigere garanzie significa diffidare, e questa diffidenza genera di nuovo guerre. Cercare sicurezze significa volersi mettere al riparo. Pace significa affidarsi interamente al comandamento di Dio, non volere alcuna garanzia, ma porre nelle mani di Dio Onnipotente, in un atto di fede e di obbedienza, la storia dei popoli… Chi rivolgerà l’appello alla pace così che il mondo oda, che sia costretto a udire?… Solo la Santa Chiesa di Cristo può parlare in modo che il mondo, digrignando i denti, debba udire la parola della pace, e i popoli si rallegreranno perché questa Chiesa di Cristo toglie, nel nome di Cristo, le armi dalla mano dei suoi figli e vieta loro di fare La guerra e invoca la pace di Cristo sul mondo delirante”.

Carissimi amici, come per la ricerca di Dio abbiamo detto che non intendiamo svilire lo sforzo della fatica razionale, anzi la incoraggiamo e la sosteniamo, ma sentiamo anche il dovere di indicare il totalmente Oltre e il totalmente Altro di Dio, sulla base di ciò che Cristo ci ha rivelato di Lui, così per quanto riguarda il mistero della pace, col più grande rispetto per lo sforzo che il mondo laico sta compiendo, e con la gioia più grande nel vederci accomunati come credenti accanto a tanti camminatori di ogni fede, sentiamo il dovere di dare il nostro contributo specifico, originale, coraggioso!

E il nostro contributo è quello di essere segno dell’inquietudine, richiamo del “non ancora”, stimolo dell’ulteriorità. Spina dell’inappagamento, insomma, conficcata nel fianco del mondo. Per una Chiesa coraggiosa e profetica
Riconosciamolo. Come Chiesa accusiamo ancora pesanti deficit di “parresia”. Siamo ancora fermi alla pace dei “filosofi”, e non ci decidiamo ad annunciare finalmente la pace dei “profeti”. Dovremmo essere indice puntato verso il totalmente “altro”, e verso il totalmente “oltre” gli isolotti raggiunti dalle minuscole asfittiche paci terrene, e invece siamo spesso prigionieri del calcolo, vestali del buon senso, guardiani della prudenza, sacerdoti dell’equilibrio.
E’ vero, sì, che i “profeti” debbono tenere conto delle lentezze con cui i “re” elaborano le mediazioni e le fanno camminare nella prassi quotidiana. E’ vero anche che devono accettare di vedersi sempre tra le mani eccedenze di annunci che non verranno mai canalizzare in scelte storiche concrete. Ma non tocca ai profeti operare riduzioni in scala.

E sarebbe ben triste che a provocare cadute di tensione, per quel che riguarda l’annuncio della pace, dovessero essere proprio loro. In certe comunità si densifica sistematicamente il sospetto. Si paventano strumentalizzazioni anche nelle scelte più generose a favore degli ultimi. Ogni occasione è buona per opporre, allo spirito delle intuizioni evangeliche di pace, il rigore della lettera che uccide. (…) Siamo arrivati al punto che, come cristiani, ci troviamo oggi nella necessità di dover recuperare i forti distacchi in tema di pace, che una moltitudine di non credenti ha inflitto a noi, titolari delle inesauribili riserve utopiche del Vangelo! La paura dell’olocausto nucleare ha fatto fare a loro più strada di quanta non ne abbiano fatta fare a noi la fede, la speranza, e l’amore. (…)”

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno C – 2022

Preparazione delle uova di Pasqua in un rifugio sotterraneo in Ucraina – foto ANSA

At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Pietro davanti al sommo sacerdote testimonia la fede pasquale: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono»

Pietro indica il Dio dei padri che ha risuscitato Gesù capo e salvatore: la risurrezione è continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. La sua missione è stata in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri per Israele e per tutti i popoli.

Pietro utilizza il linguaggio del ‘rialzarsi’ ma parla anche di innalzamento per indicare la vita di Cristo accanto al Padre. “Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore”. Si tratta di forme linguistiche diverse per indicare che Gesù Cristo è vivente in una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora appartiene ad una sfera di vita nuova e diversa da quella sperimentabile sulla terra. Parlare dell’esperienza della risurrezione è arduo: non è esperienza deducibile dalla sfera delle esperienza umane. E’ irruzione dell’Ultimo di Dio nella storia. Per questo sono utilizzate immagini e metafore. Pietro indica come Gesù di Nazareth colui che è stato incontrato è ora innalzato, vive alla destra del Padre come l’erede al trono sedeva alla destra. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

La pagina del quarto vangelo narra una delle apparizioni di Gesù dopo la Pasqua: la scena si svolge in tre momenti. All’inizio l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’ seguito dagli altri discepoli La scena è posta in un’atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli indicati uno ad uno con i loro nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due. Sono colti nel momento in cui salgono sulla barca e nella delusione per il fallimento della pesca di quella notte. A questo punto Gesù si manifesta. Gesù si presenta loro sulla riva e li invita a gettare le reti dalla parte destra ma la sua presenza non è riconosciuta. Di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava, lui per primo, con quel vedere proprio dell’amore, riconosce la presenza del maestro: ‘E’ il Signore’. E Simon Pietro si getta in mare. Si attua un riconoscimento e sorge nei discepoli un modo diverso di vedere: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. Così la barca e la rete che non si spezza sono simboli della chiesa che segue il suo Signore.

Il secondo momento del racconto è la condivisione: è il momento in cui mangiano insieme sulla riva richiama alla comunione. Gesù chiede che i pesci siano portati e posti insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete i gesti del dare e distribuire il pane, sintesi della sa esistenza: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”. Gesù si fa vicino, e distribuisce i segni che racchiudono il senso profondo della sua vita.

Il terzo momento è costituito dal dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete la domanda “mi ami?”. E’ quasi un lento ritornare sul triplice rinnegamento di Pietro durante la passione. Pietro risponde “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. La missione di Pietro come guida sarà quella di seguire Gesù, accogliendo in dono del suo amore.

Alessandro Cortesi op

Anelare la pace in un mondo di guerre

L’Istituto Sipri di Stoccolma (Stockholm Internatinal Peace Research Institute) in un suo recente studio ha calcolato che l’investimento nel mondo durate il 2021 per le armi è ammontato a più di due  miliardi di dollari totali. Con una crescita dello 0,7% che conferma una linea in atto dal 2016.

Gli Stati hanno impiegato quasi il 6% dei propri bilanci destinandoli ad attività e strutture militari. Al primo posto gli stati Uniti con il 38 % mondiale, poi la Cina per il 14 %: Seguono  India Rgeno Unito e Russia. L’Italia ha investito 32 miliardi di dollari e  si colloca all’undicesimo posto di questa classifica. E le previsioni per il 2022 indicano una ulteriore crescita  di investimenti.

Nel 2021 la spesa per armi ed eserciti da parte della Nato in proporzione supera le diciassette volte e mezzo il bilancio della Russia che ha registrato continua crescita. I Paesi dell’Unione europea spendono tre volte e mezzo quanto spende la Russia.

Nel futuro, in considerazione della situazione di guerra in Ucraina e della realtà mondiale si prevedono aumenti ulteriori soprattutto per nuove armi. La Campagna Globale sulle spese Militari ha pubblicato un appello. In esso si ricorda  che «i Paesi che cercano di superarsi l’un l’altro comprando armi di tutte le dimensioni non stanno seguendo una corretta strategia di difesa e sicurezza. Non ha funzionato in passato e non funzionerà mai» ricordando inoltre che «la dipendenza globale dalla militarizzazione distrugge la fiducia tra popolazioni e mina gli sforzi di cooperazione tra i Paesi». Viene proposto quindi di «ridurre le spese militari impegnando i fondi per una sicurezza comune e umana, investendo nei veri bisogni delle persone e del pianeta al fine di costruire una pace giusta e sostenibile. Per darle una possibilità, dobbiamo dare fondi alla pace». Le proposte concrete sono tra altre quelle di una moratoria di almeno un anno sull’acquisto di sistemi d’arma, di spostare le risorse risparmiate su welfare, scuola, sanità e la costituzione e finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata.

E’ da ricordare che questa situazione di investimento per le armi si colloca in una situazione internazionale segnata dalla presenza di molteplici guerre: quella in Ucraina dimostra la barbarie che la devastazione che la guerra porta. Ma vi sono altre guerre dimenticate e che andrebbero ricordate. Un articolo di Emilio Drudi, Marco Omizzolo, Le guerre dimenticate, non meno feroci di quella in Ucraina, 26 Aprile 2022 nel sito di Euripes ce le ricorda.

Una è la guerra in Tigrai, scatenata da Addis Abeba contro il governo regionale di Macalle il conflitto iniziato nel novembre 2020, ha provocato morte e sofferenze: più di due milioni di sfollati (su una popolazione di 6 milioni), circa 75mila profughi fugiti in Sudan. Il numero dei morti considerando anche le vittime per mancanza di cibo, conseguenza dei combattimenti, giunge a ad almeno 400mila morti. La guerra ha distrutto ospedali e ambulatori di villaggio. Fame e carestia sono state usate come strumenti per piegare la popolazione.  E’ da poco in atto una tregua per motivi umanitari ma è fragilissima.

In Yemen la guerra è iniziata in modo palese nel 2015, ma sin dal 2011 il paese era piombato nel disordine quando il presidente Ali Abdullah Saleh fu costretto a lasciare il posto al suo vice, Mansour Hadi a seguito delle rivolte della primavere arabe. Da lì è iniziato un aggravarsi della situazione: i fenomeni della siccità e di una conseguente carestia sono sopraggiunti, una terribile epidemia di colera e una di difterite a cui è poi seguito il Covid. Per due anni l’invasione di locuste ha distrutto le piantagioni. Da sette anni la situazione ès egnata da questi disastri e la popolazione sta soffrendo le conseguenze. I morti sono circa 380mila: di essi 100mila a causa dei combattimenti, gli altri a causa della fame e delle malattie. Oltre 20 milioni di persone (due terzi della popolazione) non hanno possibilità di nutrimento a sufficienza. Alla vigilia del Ramadan, su proposta dell’Onu, le due parti in lotta hanno accettato una tregua di due mesi. Ma anche qui la tregua è un piccolo spiraglio di speranza in una situazione drammatica.

In Siria da undici anni continua una guerra che ha portato alla distruzione del Paese. Il movimento popolare sorto al tempo delle primavere è stato represso nel sangue con la ferocia delle uccisioni e della tortura, dal dittatore  Bashir Assad. La guerra civile sviluppata ha visto l’intervento delle potenze mondiali. In Siria è cresciuto e sviluppato l’Isis. Nel Paese si è generata una crisi umanitaria senza precedenti con un esodo di profughi drammatico. Si calcola che 13,5 milioni di persone su una popolazione di 21 milioni di abitanti siano state costrette alla fuga; 5,6 milioni sono le persone rifugiate al di fuori del Paese. Almeno 500mila sono le vittime di questa guerra che ancora continua mentre circa il 60% della popolazione soffre la fame.

Un’altra guerra dimenticata è quella in atto in Mali che vede i suoi inizi in un rivolta  nel febbraio 2012 che rivendicava una autonomia delle regioni sahariane del Nord con maggioranza di tuareg e berberi. Sulla ribellione si è innestata l’azione di gruppi jihadisti appartenenti ad Al Qaeda e all’Isis. Questa ha portato alla destituzione del governo e del presidente Amadou Toumani Touré, deposto dal suo stesso esercito. Nel 2013 la Francia ha intrapreso un intervento militare nella ex colonia per contrastare l’espansione dei gruppi jihadisti ed altre forze militari. da altri Paesi si sono aggiunte. Ma ciò ha generato una situazione di guerriglia su cui si sono innestate lotte di gruppi etnici. L’intervento francese è stato visto come tentativo di controllo dei propri interessi in quel territorio. La situazione di disordini ha favorito la crescita dell’Isis che ha costituito lo Stato islamico del Grande Sahel nella regione tra Mali, Ciad, Niger e Burkina Faso. Due colpi di stato si sono succeduti e oltre 2 milioni sono gli sfollati, con più di quindicimila morti, tra di essi 260 caschi blu dell’Onu. A seguito del colpo di stato del 2021 una giunta militare ha preso il potere: vi è stato un allontanamento dalla Francia che ha ritirato le sue truppe contemproaneamente al ritiro di altri contingenti europei. E’ subentrata poi la presenza russa del gruppo Wagner e si è accresciuta la minaccia dei gruppi terroristici.

“C’è da chiedersi come mai guerre atroci e lunghissime come quelle nel Tigrai, nello Yemen, in Siria, in Mali, non abbiano ascolto nella politica italiana ed europea e come mai trovino poco spazio nei media. Perché non sconvolgano la sensibilità delle persone. Lo stesso vale, del resto, per altre crisi estreme che provocano migliaia di morti e schiere enormi di profughi. In Afghanistan, ad esempio, dove la fuga precipitosa degli eserciti occidentali nello scorso agosto ha posto fine ad un conflitto durato vent’anni, ma dove non è certo finita la terribile emergenza umanitaria creata proprio dalla guerra” (Emilio Drudi, Marco Omizzolo, Le guerre dimenticate, non meno feroci di quella in Ucraina).

In questa situazione del mondo appare improtante richiamare le parole di papa Francesco – peraltro ignorate dai media – che recentemente in un indirizzo di saluto al CIF il 24 marzo us ha rinnovato il suo appello contro la follia del riarmo e della logica della guerra:

“La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po’ dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri. La vera risposta dunque non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare”.

In spe contra spem.

Alessandro Cortesi op

La pace del Risorto: dono e promessa

Riporto qui di seguito il testo di una meditazione presentata ad un recente incontro del Segretariato Attività Ecumeniche lunedì 13 aprile us sul tema La pace del Risorto: dono e promessa.

Pasqua è mistero di passione morte e risurrezione. Al centro della Pasqua sta qualcuno, ed è presenza in modo nuovo e interiore del crocifisso incontrato come risorto, il Vivente. Al cuore dei nostri cammini è una presenza, una presenza comunicata, testimoniata: Gesù che ha vissuto la sua esistenza nel senso del servizio, della cura, dell’ospitalità. Ha annunciato un modo diverso di impostare i rapporti, condividendo i beni, accogliendo l’altro come fratello e sorella. Ha spiegato la sua vita nel gesto dello spezzare il pane e del lavare i piedi. Ha reagito alla violenza con il silenzio e nella attiva resistenza contro l’ingiustizia con l’amore e il perdono fino in fondo.

E’ lui che riconosciamo Risorto al centro delle nostre vite.

“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». (Gv 20,19)

Pace è la prima parola del Risorto che viene in mezzo ai suoi. Ma questa parola è detta non in un quadro di luce dirompente o di manifestazione come in altri momenti. No. Il suo stare in mezzo – stette in mezzo – è nel quadro della paura e della chiusura. Le porte sono chiuse, i cuori sono serrati. La paura blocca e rinserra coloro che in quel luogo sono riuniti.

Porte chiuse, paura, aggiungerei anche buio – anche se non esplicitato: un buio dentro e un buio fuori.

E’ immediato collegare questi elementi alla nostra condizione di oggi, alla guerra in Ucraina. Porte chiuse di chi ha chiuso la porta alle sue spalle, fuggendo dai bombardamenti in una fuga colma di paura e angoscia. Porte chiuse di chi si è rifugiato in scantinati, sotterranei di scuole e condomini trascorrendo un tempo lunghissimo senza cibo sufficiente, senz’acqua e servizi igienici.

Paura e terrore dei bambini svegliati di notte dalle sirene, portati in braccio, avvolti da coperte da madri trovatesi improvvisamente sole, le famiglie spezzate, a lasciarsi condurre spinte dalla paura verso un futuro ignoto, nell’interruzione improvvisa e tragica di una vita normale. 

Ma anche porte chiuse delle menti di chi ha deciso la guerra, di chi l’ha preparata, di chi non ha lavorato per evitarla, di chi ha schierato le truppe, di chi punta le armi, di chi spinge innocenti a luoghi di tortura, di chi progetta piani per radere al suolo le città.

E la guerra in Ucraina così presente ai nostri occhi per le immagini terribili delle atrocità ci riconduce alle tante guerre, alle tante situazioni di violazioni di diritti umani, dimenticate o su cui è sceso negli anni il velo dell’abitudine e dell’indifferenza. Da otto anni perdurava un conflitto terribile e devastante guerra che ha fatto 15.000 morti nel Donbass: non era stato oggetto di attenzione, come cosa lontana. E abbiamo anche dimenticato che la guerra in Europa non si è ripresentata oggi dopo 80 anni, ma trent’anni fa ha devastato il cuore dei Balcani. E al di fuori dell’Europa la disseminazione delle atrocità delle guerre sono continuate…

Le porte chiuse sono anche tutta questa indifferenza e chiusura che attraversa anche i nostri cuori.

La reseda sa d’acqua, / e l’amore di mela, / ma noi abbiamo appreso per sempre / che il sangue sa solo di sangue…  (Anna Achmatova, Il giunco 1933)

Gesù stette in mezzo: il Risorto si pone nel mezzo, in questo contesto di paura e di chiusura. In mezzo perché al centro e raccoglie attorno a sé. Nonostante tutto la sua è presenza di chi raccoglie i frammenti, le vite spezzate, i sentieri segnati dalla paura e dall’abbandono. Stette in mezzo a coloro che poco prima l’avevano abbandonato fuggendo via tutti. Nel suo stare in mezzo raccoglie attorno a sé: è attorno a Lui che si può ritrovare il senso di un cammino, non per altri percorsi esito di strategie o di costruzioni nostre.

E nel mezzo dice ‘Pace a voi’. La pace è il primo dono del risorto. Non chiede nulla a coloro a cui avrebbe avuto molte cose da chiedere e chiarire. Non presenta a loro un rimprovero e non li fa sentire colpevoli e chiusi.  Offre la pace come dono, dice Pace a voi.

Ci possiamo chiedere cos’è pace. E questo termine ‘pace’ assume valenze nuove laddove vediamo la manifestazione della guerra nella sua dimensione così disumana di catastrofe, di devastazione, di lutto e dolore senza fine, che tocca la povera gente, gli innocenti, i bambini. Pace è dono del Risorto che offre una realtà nuova proprio nella chiusura e nella condizione di chi è bloccato dentro la propria paura. Paura che non permette di pensare, paura che immobilizza e rende aggressivi, paura che rende succubi e incapaci di scorgere una nuova logica della vita.

Il Risorto dona la pace e mostra le sue ferite. Dice ai suoi che solo toccando quelle ferite può venire pace. Sostare su quelle ferite, guardarle, toccarle: quelle ferite sono il segno che rimane della ingiusta condanna, della violenza subita. Sono rinvio a tutte le ferite delle vittime, le devastazioni dei corpi, ma anche le ferite interiori dei cuori, della psiche di chi ha vissuto la violenza (in modo diverso, ma ugualmente devastante di umanità, di aggrediti e aggressori: le ferite delle vittime innocenti, i loro cuori spezzati, e le ferite che segnano le vite di chi uccide e devasta.

Nella nostra preghiera non possiamo non lasciare spazio a sostare sulle ferite al grido silenzioso che da esse proviene. Il grido delle vittime: chi ha trovato la morte nei bombardamenti, nelle torture e nelle esecuzioni e i sopravvissuti che hanno visto l’orrore con i propri occhi.

Le ferite che segnano il corpo del Risorto rinviano all’intero percorso della vita di Gesù. Anche nel momento più buio della violenza e della solitudine ha continuato a porre gesti di fedeltà di dono e servizio. Le ferite sono l’esito di quel cammino.

Sono luoghi attraverso cui passa il dono della pace. In sé recano un annuncio: il volto di Dio che Gesù ha raccontato è Dio che accoglie le ferite: è un Dio ferito, dalla sofferenza umana, dal pianto e dalla desolazione. E quelle ferite recano anche un paradosso: indicano la croce come salvezza, parlano di una sofferenza che non è vinta dalla morte e dal buio ma è segnata dall’amore. In quelle ferite sta il segreto dell’ultima parola dell’amore presente anche nella morte, nell’assurdo, dell’amore che fende la malvagità umana e reca luce nuova. 

La pace che Gesù dona, la pace dono del Risorto è pace che proviene da quelle ferite, dall’aver condiviso la condizione delle vittime e rinvia a toccare le ferite per accoglierla. Nessuna pace è possibile se non a partire dall’ascolto, dal toccare le sofferenze delle vittime.

E’ una pace che parla di coinvolgimento nella propria vita. E’ benedizione di Dio, parola di bene che non viene meno, e che si ri-dice nella vita di coloro che erano confusi, delusi, incapaci forse di perdonarsi.

Gesù manda come lui è mandato: a dare vita, a ricevere quella vita e quel soffio che fa nuovi, che ri-crea, che apre a vedere la vita e la storia in modo nuovo. Il suo soffio, l’alito che è condiviso con quella comunità di impauriti è soffio di un’esperienza nuova. Ricevere vita per dare vita, per condividere vita. Questo è il mandato che essi ricevono, continuare l’invio di Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. 

E’ questo il passaggio che si apre nella Pasqua. Il risorto fa passare da immobilità, dal blocco ad un uscire per portare, per recare la pace ricevuta. Ma anche per scoprire che quel soffio di vita e di pace sta attraversando la storia, il cosmo e va inseguito, custodito nei piccoli segni in cui respira.

Un cammino nuovo si apre: è la promessa che ha segnato l’esistenza di chi ha accolto questo primo brusio della presenza del Risorto incontrato il primo giorno della settimana, in quella prima sera. Ed è un dono fragile, bisognoso di sempre nuova scoperta, accoglienza: incontra fatiche e chiusure, nuove durezze. Otto giorni dopo le porte sono ancora chiuse…

Ed è promessa anche per chi vive nel dubbio, nell’interrogarsi, nella fatica del credere: non viene escluso, ma accolto, con le sue domande, con la sua fatica, con le sue resistenze. La prima comunità raccolta è mandata fuori a portare la pace ricevuta: “in qualunque casa entriate prima dite ‘Pace’ a questa casa” (Lc 10,5). Da quella casa con le porte chiuse sono inviati ad uscire per dire pace nelle case.

Certo oggi, come sempre nella vita di chi segue Gesù siamo di fronte al dilemma di come costruire la pace nelle concrete situazioni di violenza, di guerra, di ingiuste aggressioni: è difficile tenere insieme riferimento alla Parola del Signore e senso della responsabilità storica e situata nell’assumere la fatica e il dubbio di scelte sempre limitate e parziali come ritroviamo nelle parole di Dietrich Bonhoeffer “Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono, nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo, alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”. (Dietrich Bonhoeffer, Bilancio sulla soglia del 1943. Dieci anni dopo, in Id., Resistenza e resa, OBD 8, 38).

Solo in questa cura possiamo ritrovare un inizio nuovo: una nuova creazione è sorta dalla Pasqua. proprio la grande tradizione della Chiese orientali ci ricorda la potenza trasfigurante della luce pasquale nel buio di una notte che avvolge il cosmo e l’umanità: Christos aneste… alethos aneste

Dalla casa con le porte chiuse la prima comunità che ha vissuto la sorpresa dello stare in mezzo del suo maestro e Signore si trova mandata fuori alle case, a quelle case che sono anche le macerie… da disorientati e stanchi con gli occhi appesantiti dal male e dalla morte uomini e donne di quella casa sono inviati a portare una promessa nel cuore accogliendola innanzitutto in se stessi per essere costruttori di case in rovina, riparatori di brecce… .

Non è vero che non possiamo fare nulla per costruire la pace anche quando tutto sembra dover inseguire le logiche della guerra nella rinuncia ad ogni ragionevolezza, nella rincorsa al riarmo.

Ognuna e ognuno nel suo piccolo può farsi artigiano di quella pace da accogliere come dono ma anche da vivere come promessa affidata alle nostre povere mani.

… Nel coltivare i gesti della cura e dell’accoglienza… Nel non lasciarsi condizionare da una mentalità di guerra che conduce a disumanizzare l’altro, anche chi sta compiendo il male in modo atroce, e impedisce così di individuare le vie per fermare la mano dell’aggressore e individuare la possibilità di una parola che ponga fine all’uso delle armi… Nell’opporsi all’uso del nome di Dio per giustificare la guerra per farla diventare guerra giusta e santa dopo che la storia ci ha dimostrato che nessuna guerra conduce alla giustizia e alla pace ma porta solo devastazione e odio, dolore e altra violenza… Nel continuare la scelta di Gesù di opporsi alla violenza con la scelta di fare della sua vita un pane spezzato. E il gesto dell’eucaristia proprio in questo momento appare come gesto sorgivo da condividere tra cristiani nel riconoscere che Gesù si dà ad incontrare nelle vittime e nei crocifissi della storia.

La promessa che viene dal Risorto è promessa di pace e nell’orrore si presenta come flebile luce. Le sue ferite sono dono e promessa che la pace passa attraverso un coinvolgimento personale ed un impegno ad attuare scelte e gesti che non cedano all’odio, alla logica della guerra.

Vorrei concludere con alcune parole della grande poetessa russa Olga Sedakova che nella grande domenica del perdono ha espresso la sua parola per “chiedere perdono a quelli che vengono bombardati, cacciati dalle loro case e dai loro luoghi natali, a quanti vengono diffamati e calunniati a morte. Chiedere perdono per quello che è impossibile perdonare”.

Il gelo del mondo
qualcuno lo riscalderà.
Il cuore ch’è spento,
qualcuno lo solleverà.
Questi mostri
li prenderà qualcuno per mano
come un bambino scatenato:
– Andiamo, ti mostrerò qualcosa
che non hai veduto mai! (Olga Sedakova, Il gelo del mondo)

La promessa di pace del Risorto sta nel cuore che ha accolto il suo soffio di vita e sa prendere per mano come un bambino verso una novità non ancora vista …

alessandro cortesi op

III domenica di Quaresima – anno C – 2022

Es 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

“Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. Gesù si riferisce a due episodi della cronaca del suo tempo presenti alla memoria dei suoi interlocutori: il primo fatto è l’uccisione di un gruppo di galilei – mentre stavano compiendo sacrifici – da parte delle milizie romane di Pilato. Il secondo è il ricordo di un crollo improvviso di una torre a Gerusalemme che aveva causato molte vittime. Turbati da questi eventi, alcuni li leggevano come segni di un giudizio di Dio: dicevano infatti che le vittime nel tempio erano peccatori e Dio per questo li aveva puniti, così pure le vittime del crollo. Gesù manifesta un duro contrasto a questa lettura. Polemizza con l’idea di un Dio che castiga e colpisce l’uomo con il male e la morte.

Quei fatti in sé non manifestano un giudizio di Dio ma richiedono una presa di coscienza da parte dell’uomo: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Chi ha trovato morte in quei tragici eventi, dice Gesù, non è più peccatore di chi è rimasto in vita. Gesù invita così a trarre da tali eventi la sfida ad un cambiamento per tutti: è quindi innanzitutto un forte richiamo alla conversione. La chiamata di Dio ad ascoltare i suoi profeti e il suo ‘eletto’ è chiamata a cui rispondere senza rinvii e con urgenza.

Luca a questo punto aggiunge una parola di Gesù sulla misericordia di Dio. La parabola si riferisce ad un albero di fichi nella vigna che non porta frutto. I suoi ascoltatori  avevano ben presente che nella Bibbia la vigna è immagine usata ad indicare il popolo di Israele. Il vignaiolo chiede al padrone di attendere ancora, di non abbattere quell’albero sterile: ‘lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Accanto alla parola esigente sulla conversione è qui posto un altro insegnamento di Gesù di segno diverso: c’è un richiamo alla sterilità della vigna del Signore, ma insieme una parola sul pazientare di Dio, sulla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione, che lascia tempo perché anche il fico possa portare frutto. C’è un pazientare di Dio che lascia spazio ad una conversione possibile. Il prolungamento del tempo apre occasione per una decisione e per una fecondità nuova, non certo per l’indifferenza. E’ una parola sulla cura di Dio perché l’invito alla conversione possa essere accolto.

Conversione nella Bibbia implica un cambio di direzione, esige un tornare al Signore: è cambiare mente e operare scelte di orientamento nuovo della vita. Un movimento interiore ed esteriore contemporaneamente. Consiste innanzitutto nel lasciarsi cambiare da Dio stesso, il Dio che agisce e si comunica nel suo agire nella storia. Convertirsi è movimento che investe la questione del rapporto con Dio stesso come Dio liberatore e vicino.

Alessandro Cortesi op

Di fronte alla violenza

La situazione della guerra in Ucraina provocata dall’ingiusta aggressione dell’esercito russo sta condizionando tutti ad assumere attitudini di rinuncia alla riflessione, a prendere posizione in senso manicheo senza tener conto della complessità, a cedere alla logica del contrasto alla violenza inaudita e ingiusta con altra violenza, a rinnovate affermazioni di ‘guerra giusta’ in un tempo in cui la presenza di armi così devastanti con capacità di distruzione di città e della popolazione civile è manifestazione che la guerra è solo barbarie e follia.  Come cercare a pace in un tempo di guerra? La follia della guerra nel tempo degli armamenti atomici (alienum a ratione – Pacem in terris 67)  è esito strettamente connesso a tutto ciò che la prepara, la introduce e la alimenta come la produzione ed il commercio di armi.

In questi giorni decisioni sono state prese nei parlamenti sull’onda di emozioni forti. In Germania il cancelliere Scholz ha dichiarato che in futuro la Germania si impegnerà ad aumentare le spese per la difesa almeno al 2 per cento del Pil. E sin d’ora viene stanziato un fondo speciale da 100 miliardi di euro per l’ammodernamento dell’esercito tedesco, la Bundeswehr. Una svolta epocale nella politica della Germania. Una corsa al riarmo preoccupante e  foriera di conseguenze che conducono ad alimentare la logica della guerra.

Alla Camera dei deputati italiana in questi giorni è stata presa una decisione analoga nella linea di impegnare il governo ad un aumento delle spese militari fino al 2% del PIL, il che significa passare da 68 a 104 milioni di euro al giorno destinati alle spese militari, da 25 a 38 miliardi di euro ogni anno. Si può anche ricordare che nell’ultimo documento di economia e finanza del governo Draghi si prevedeva un taglio di 6 miliardi di euro per la spesa sanitaria negli anni 2023-24. Non si trovavano i soldi per il bonus salute mentale, non si trovavano i soldi per un progetto di accoglienza di tutti i migranti mirante all’inclusione…

La logica delle armi sembra prevalere: e la domanda che si apre è quale alternativa possibile può far uscire dalla logica della guerra e delle armi in una spirale che nel tempo dell’arma atomica significa andare verso un conflitto di distruzione globale? E’ la medesima domanda che Aldo Capitini proponeva: “L’intelligenza umana ha dato prova di saper trovare congegni e soluzioni meravigliose; ora, e per di più ispirata da una corrente di amore, non saprebbe risolvere tanti casi che sembrano ardui? [Occorre] richiamarla a questo lavoro, invitarla a trovar soluzioni nuove per il campo della nonviolenza” (A.Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Bari 1937, 127). Egli indicava tratti fondametali della scelta di nonviolenza che si pone non in termini passivi ma attivi di costruzione della pace, non con l’uso delle armi, ma con metodi di pace: “La nonviolenza non è cosa negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo esser lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà, sviluppo. La nonviolenza non può accettare la realtà come si realizza ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e perciò non è per la conservazione, ma per la trasformazione; ed è attivissima, interviene in mille modi, facendo come le bestie piccole che si moltiplicano in tanti e tanti figli. Nella società la nonviolenza suscita solidarietà viva e dal basso. Anche verso gli esseri non umani la nonviolenza ha un grande valore, appunto come ampliamento di amore e di collaborazione” (A.Capitini, Religione aperta, Neri Pozza, Vicenza 1964, 141). Ben lungi dall’essere un attitudine passiva e di acquiescenza la nonviolenza si declina in termini positivi ed aperti ad un cambiamento effettivo die rapporti dei popoli:  “Della nonviolenza si può dare una definizione molto semplice: essa è la scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani” (A.Capitini, La nonviolenza oggi, Edizioni di Comunità, Milano, 1962, 29).

Indicando le ragioni della nonviolenza Aldo Capitini così le esprimeva: “Il nostro punto di vista è tuttavia diverso da quello di chi è per la nonviolenza per la ragione che Dio glielo comanda […] Noi siamo risaliti dal precetto di “non uccidere” così dentro alla realtà stessa di Dio, come Uno aperto a Tutti, che abbiamo visto convertirsi il comando in un atto di realizzazione di una realtà; altri tra di noi sono arrivati al “non uccidere” per l’interesse e l’affetto alle singole persone, elevato ad atto universale, per tutti; ed altri, avendo visto a che cosa si arriva una volta ammesso di usare la violenza: tra i danni dell’una e i danni dell’altra, quelli della nonviolenza portano, almeno un’educazione e una trasformazione dell’uomo. (…) Là dove la nonviolenza interviene è nel primato da dare; il mondialismo dice: facciamo un’assemblea mondiale ed un governo, e un codice, e una polizia mondiale; la nonviolenza dice: persuadiamoci della interna ragione dell’unità umana attraverso l’impegno nonviolento, poi vedremo le forme sociali che ne conseguono. Il mondialismo sembra più concreto, ma corre il rischio di mantenere la violenza e di appoggiarsi ad un impero vincente, e tutto resta quasi come prima; diminuirà qualche guerra, perché il diritto di farla rimane al centro dell’impero, ma è grave l’inconveniente che se questo governo mondiale fa ingiustizia, non c’è scampo (…) La nonviolenza, per quello che vede finora, considera ogni rapporto non in senso di autorità, potere, repressione, ma in senso federativo, orizzontale, aperto.” (A.Capitini, Religione aperta, Neri Pozza, Vicenza 1964, 149-151).

E ancora indicava che la nonviolenza non è orientata alla conservazione, ma ad una profonda trasformazione (potremo individuare qui un modo altro per dire la ‘conversione’?): “E’ (…) un errore credere che la nonviolenza si collochi nel mondo lasciandolo com’è: più si pensa alla nonviolenza e si cerca di attuarla, più si vede che essa ha un dinamismo tale che non può accettare il mondo com’è, ma porta tutto verso una trasformazione: l’umanità, la società, la realtà. Come strumento di conservazione del mondo, la nonviolenza è discutibile; come strumento di trasformazione in meglio, essa ha un valore inesauribile, appunto perché non fa modificazioni e spostamenti in superficie, ma va nel profondo, al punto centrale. E un altro e simile errore è credere che la nonviolenza sia contro le violenze attuali, ma accetti quelle passate, dell’umanità, della società, della realtà. Se fosse così, la nonviolenza sarebbe conservatrice e accetterebbe il fatto compiuto, le prepotenze avvenute, le monarchie, gli sfruttamenti. La vera nonviolenza non accetta nemmeno le violenze passate, e perciò non approva l’umanità, la società, la realtà, come sono ora. Non accetta la realtà dove l’animale grande mangia l’animale piccolo; (…) non accetta la fortuna dei forti e dei potenti, e perciò tende a soccorrere i deboli, gli stroncati; non accetta il potere e la ricchezza privata, e perciò tende a costituire forme di federalismo nonviolento dal basso e forme di aiuto e reciprocità sociale e fruizione comune di beni sempre più larghe. Perciò essa tende a ridurre ed eliminare gli schemi generici e impersonali. (…) La guerra invece è il mostro più immane di questo uso di schemi, che divora le singole individualità: non ci sono che i nostri e i nemici; è perciò sommamente diseducatrice. (…) la nonviolenza non può mettersi nel mondo così com’è, e lasciarlo tale e quale; la nonviolenza è lotta (contro se stessi, le proprie tendenze, i propri sogni di quiete), è dramma tormentoso, è spinta a scegliere ciò a cui uno tiene di più, a fare una prospettiva; (…) Ora, in una società se io sto inerte, sono colpevole. Ma se io, pur essendo per la nonviolenza, sono attivissimo, e con quella scelta e quella fede, la vivo e la concreto e la diffondo con il mio costume, sono a posto con la società. (Religione aperta, Neri Pozza, Vicenza 1964, 145-147)

Nel messaggio per la giornata della pace del 2017 dedicata al tema “la nonviolenza stile di una politica per la pace” papa Francesco ha scritto:

“3. Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori».

Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa – come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio». Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”». Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (cfr Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».

4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo». Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi».  (…) La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia (…)”.

Franco Arminio sollecita ad una riflessione sul sistema iniquo che sta alla radice della guerra (Pace vigilata, ecco chi sono i compagni della guerra, “Il Fatto Quotidiano” 18 marzo 2022)

Cominciamo dalle campagne.
Nelle campagne italiane ci sono gli schiavi.
Le imprese agricole devono vendere ai supermercati
a prezzi bassi, dunque debbono pagare pochissimo
chi lavora e questo pochissimo lo può accettare
solo chi scappa da paesi poverissimi
e senza democrazia, senza possibilità di lottare
per trasformarli.
Chi tiene in mano i grandi supermercati?
I ricchi. L’agricoltura industriale fa danni al pianeta,
produce prodotti scadenti e produce feudalesimo.
Chi costruisce le armi nel mondo?
Non le producono certamente i poveri.
Il mondo è pieno di criminali e Putin
ne è un fulgido esempio
ma il criminale con cui tutti dobbiamo fare i conti
è il capitalismo e il capitalismo è ovunque,
ma ha un centro e si chiama Stati Uniti.
La centrale del disordine mondiale si chiama Pentagono.
Cosa farebbero gli Stati Uniti se il Messico decidesse
di ospitare sul suo territorio esercitazioni militari
della Russia o della Cina?
Se scoppiano le guerre è anche per il fatto
che ci sono delle armi da vendere
e dovrebbe suscitare qualche sospetto
una nazione che da sola ha le stesse armi
di tutto il mondo messo insieme.
Allora l’Ucraina deve essere libera e sovrana,
ma questo deve valere per tutte le nazioni del mondo,
è una infamia senza fine anche solo una goccia di sangue
sulla fronte di un bambino.
Non è un cattivo compromesso che

qui ed ora l’Ucraina si accontenti di essere neutrale,
almeno fino a quando non vengono smantellati
gli arsenali atomici.
Dunque una pace vigilata si può fare già da domani.
Se non accade la colpa è di Putin e noi siamo tutti
suoi alleati, a cominciare dagli americani.

Alessandro Cortesi op

In preghiera per la pace

Questa sera 9 marzo 2022 a san Domenico Pistoia incontro di preghiera per la pace in Ucraina e in tutti i Paesi del mondo.

Chi desidera condividere questo momento può collegarsi via Zoom
https://us02web.zoom.us/j/89902885103?pwd=TVJLMUc3bytrV29ObVI4WHZEWmZxUT09
ID riunione: 899 0288 5103
Passcode: 509805

Qui sotto si può scaricare lo schema della veglia con i testi che saranno letti e le immagini

I domenica di Quaresima – anno B – 2021

Gn 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

“Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”. L’arcobaleno è segno dell’alleanza, dono di salvezza proveniente da Dio. L’arcobaleno che unisce insieme cielo e terra esprime due grandi messaggi. Il primo riguarda l’inizio di una storia di armonia e di pace. L‘arco da guerra appeso per sempre e che non verrà più usato significa che il disegno di Dio sulla creazione e sulla storia umana in quanto vicenda di tutti i popoli è un disegno di pace in cui la violenza sia eliminata per sempre. Il secondo grande messaggio è che questo progetto riguarda non solo l’umanità ma tutta la creazione nella sua interezza. Il diluvio aveva rappresentato il prevalere di forze disordinate, della violenza e del male. Ora l’arco da guerra, simbolo di ogni arma, viene appeso per sempre. Sorge un progetto di pace che chiede di porre attenzione al rapporto che lega tutti gli esseri, inconsiderazione di tutti gli animali, le piante, le creature inanimate, gli elementi della creazione. E’ una alleanza  che coinvolge tutta l’umanità prima ancora della alleanza con Abramo e con il popolo d’Israele: guarda infatti a tutti i popoli e all’umanità nella diversità dei popoli. Ed indica un rapporto da coltivare e custodire, il rapporto con la terra e con tutti gli esseri creati: l’arcobaleno è segno che annuncia un orizzonte di vita: Dio si lega all’umanità indicando vie di pace e si lega all’intera creazione in quanto luogo di una riconciliazione che coinvolge insieme umanità ed ogni realtà creata, dagli animali a tutte le cose più piccole.

Nella lettera di Pietro il diluvio è richiamato in riferimento al battesimo: l’intera quaresima è cammino battesimale per riscoprire come nelle acque del battesimo, vi è un dono da accogliere di rinascita per aprire la vita ad una novità: la chiamata al cuore del cammino cristiano è diventare nuove creature in Cristo, nostra Pasqua.

La pagina del vangelo di Marco indica il senso del cammino di quaresima racchiuso nella narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto e nel suo primo annuncio del regno che si è fatto vicino e della chiamata ad una conversione come cambiamento della vita. Il testo dice solamente che Gesù viene ‘spinto fuori’ dallo Spirito, nel deserto: in risalto appare l’azione dello Spirito nella vita di Gesù quasi come forza che costringe. Lo Spirito sceso su Gesù nel battesimo ora lo conduce nel deserto e Gesù lì ripercorre il tempo simbolico dei quaranta giorni di Mosè (Es 24,18). E’ il medesimo cammino di Elia (Re 19,8) e in Gesù è riflesso l’intero cammino del popolo d’Israele (Dt 8,2). Condivide la prova e la fatica dei tanti cammini nel deserto, momenti di prova e di durezza. Proprio nel deserto, nonostante la prova, Israele aveva incontrato Dio come liberatore e vicino (Os 2,16) e Gesù nel deserto manifesta la sua fedeltà al Padre che guida la sua esistenza.

Al centro di questa scena vi è infatti il confronto con Satana, il divisore, personificazione di ogni dominio di male, il grande avversario con cui Gesù si confronta non solo in un momento, ma  in tutta la sua vita: Gesù è il più forte, venuto per legare il suo nemico e per saccheggiarne la dimora. In tutta la sua vita conduce una lotta contro il male nelle diverse forme in cui si presenta. La tentazione, che inizia nel deserto e lo accompagna fino alla croce, riguarda la questione del suo orientamento di fondo, il modo di concepire la sua identità. La tentazione di Gesù è la possibilità di non affidarsi al Padre Abbà, di non percorrere la via del dono di sé e di annuncio del regno fino alla fine. Ma nella prova Marco nel suo vangelo presenta Gesù nel suo pregare: “Abbà Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36) … La tentazione di Gesù è quella dei discepoli quando rifiutano di seguire il messia che vive la via del dono di sè fino alla fine.

La scena presentata da Marco di Gesù nel deserto pone in risalto la presenza delle bestie selvatiche e degli angeli. Una nuova armonia è inaugurata. Gesù inizia una creazione nuova segnata dalla pace, dall’accogliere un dono di riconciliazione che viene da Dio; anche le fiere sono presentate come animali tranquilli: una pace inedita inizia con tutte le creature. Nel deserto Gesù è presentato come uomo nuovo, il Messia che vince Satana perché sceglie la via del figlio dell’uomo venuto per servire e dare la sua vita. In questo sta la novità dell’annuncio del regno che diviene chiamata ad un cambiamento, per un mondo nuovo che inizia sin da ora, di rapporti fraterni, di accoglienza della vicinanza di Dio misericordia, di accoglienza conviviale.

Alessandro Cortesi op

Conversione

Lo spiritualismo diffuso che comporta il ritorno nostalgico a forme di vita religiosa centrate sulla pratica individualistica e su ricerche di sacralità espone al rischio di confondere le esigenze di un cammino di fede con le tranquillizzanti pratiche di una religione che appaga e fa sentire sicuri e immuni rispetto agli altri. Si può così vivere la quaresima secondo modalità che conducono a ripiegarsi in forme individualistiche preoccupate di fuggire il peccato in modo difensivo, nell’indifferenza a concepire la propria vita legata ad altri, nella preoccupazione unicamente della ‘salvezza della propria anima’. Sono questi modi pur ancora diffusi che rivelano incapacità di scorgere come le esigenze stesse del tempo quaresimale, la preghiera, l’elemosina, il digiuno, non sono pratiche di devozione che rinchiudono la vita in una sorta di narcisismo e compiacimento delle proprie virtù ma sono forti provocazioni a quel digiuno e a quel culto autentico che i profeti richiamavano con forza: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto” (Is 58,7-8).

Proprio l’immagine dell’arcobaleno che rinvia ad una alleanza con tutti i popoli e con la terra stessa ci può aiutare a scorgere esigenze di conversione non in termini di un individualismo ripiegato su di sè, egoista e indifferente, ma negli orizzonti di una risposta alle chiamate di Dio che si rendono vicine nei segni dei tempi. La crisi ecologica, l’emergenza ambientale, la situazione di degrado e  di devastazione delle risorse operata dall’umanità è un luogo di possibile risveglio di responsabilità per accogliere oggi un appello ad una conversione ecologica. E’ questa una autentica conversione a cui guardare e in cui porre in atto scelte concrete che non distolgono dal rapporto con gli altri, uomini e donne di una medesima famiglia umana. Tale conversione richiama a far proprio il cammino di Gesù in attenzione alle sofferenze della creazione e dei poveri. Sta qui un luogo di verifica del medesimo rapporto con il Dio di Gesù Cristo.

A tal riguardo  interessanti sono le sollecitazioni di Gaël Giraud, già professionista nel mondo della finanza e della banche, oggi gesuita e voce particolarmente attenta ad indicare percorsi di transizione ecologica: è questo infatti il titolo di una sua opera “Transizione ecologica” (ed. EMI 2015): “La transizione ecologica sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale al secolo XIX. O si riesce a innescare questa transizione e se ne parlerà nei libri di storia; o non si riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi!”.

Egli ricorda alcuni tratti innanzitutto dell’emergenza ecologica che oggi stiamo vivendo: “a livello globale gli sconvolgimenti ecologici già iniziati sono molto importanti: l’estinzione della biodiversità (l’80% degli insetti sono scomparsi nelle aree naturali protette d’Europa), l’erosione del suolo e la diminuzione delle rese agricole (l’Italia ne è particolarmente colpita), la crescente scarsità di accesso all’acqua dolce (alcune regioni d’Italia potrebbero perdere fino all’80% di accesso all’acqua dolce entro il 2040, secondo i dati del World Resources Institute) a causa dello sconvolgimento del ciclo dell’acqua indotto dal cambiamento climatico. E il riscaldamento stesso causerà grandi trasformazioni: alcune zone d’Italia, calde e umide, diventeranno invivibili in estate già nella seconda metà di questo secolo. Tuttavia, non si tratterà di proteggerci con l’aria condizionata, perché l’aria condizionata è un grande emettitore di CO2.” (Gaël Giraud, autore del manifesto sulla Transizione ecologica: «L’Italia rinunci alla dipendenza dal petrolio»)

La sua analisi non si ferma alla denuncia delle condizioni di degrado ed alla elencazione di danni in atto ma indica anche orizzonti concreti di impegno: “Ci sono quattro aree principali di lavoro su cui dobbiamo concentrarci. Anzitutto, la trasformazione del mix energetico italiano verso le energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico (ora sappiamo come fare il fotovoltaico organico che dipende molto poco dai minerali), geotermia e marea. In seconda battuta, va perseguita l’efficienza energetica negli edifici: sappiamo come realizzare edifici ad energia positiva, che producono più energia di quella che consumano. Dobbiamo quindi rinnovare tutti i nostri edifici a livello termico, iniziando da quelli pubblici. In terzo luogo, dobbiamo ottenere un’autentica efficienza energetica nei trasporti. Questo significa, a breve termine, mettere fine all’utilizzo dell’automobile termica, quella che funziona con energia derivata da carbone fossile. Con cosa dovremmo sostituirla? Con l’auto elettrica ma, soprattutto, con il treno. (…) Infine, i due settori economici – agricoltura e industria – vanno rinnovati, perseguendo l’agroecologia e l’industria verde. Abbiamo bisogno di un’industria che conserva acqua, energia e minerali, costruita sul riciclaggio massiccio di tutto il materiale non rinnovabile (riescono a farlo in Cina, perché non possiamo farlo noi?), sulla vendita di funzionalità (e non più oggetti), con manufatti molto semplici, facili da riparare e riciclare. Attenzione, esiste una grande e buona notizia: tutto questo straordinariamente crea posti di lavoro”. (Gaël Giraud, autore del manifesto sulla Transizione ecologica: «L’Italia rinunci alla dipendenza dal petrolio»)

Potrebbe sembrare che questo tipo di indicazioni poco abbia a che fare con modi consueti di intendere la spiritualità confusa con pratiche devozionali che spesso celano la coltivazione di un egoismo e indifferenza alla sofferenza dell’altro. Una spiritualità ad occhi aperti che non rimanga indifferente al grido di sofferenza della terra e dei poveri è proprio la grande provocazione di un tempo che richiama ad una solidarietà nuova con i poveri e con il creato. Essa comprende sguardo agli altri, ai popoli, alla famiglia umana interrelata e legata in un’unica vicenda in cui superare i fattori di iniquità e ingiustizia e sguardo a quell’altro particolare costituito dalla realtà creata che è anch’essa vittima degli egoismi e della insaziabile avarizia umana. Come ricorda papa Francesco nella lettera enciclica Laudato sì (2015, nn. 218-220):

“Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro. I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la conversione in termini di riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore». 219. Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni”. La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria. 220. Tale conversione comporta vari atteggiamenti che si coniugano per attivare una cura generosa e piena di tenerezza. In primo luogo implica gratitudine e gratuità, vale a dire un riconoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi anche se nessuno li vede o li riconosce: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,3-4). Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo, al fine di risolvere i drammi del mondo, offrendosi a Dio «come sacrificio vivente, santo e gradito» (Rm 12,1). Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria personale o di dominio irresponsabile, ma come una diversa capacità che a sua volta gli impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede”.

Alessandro Cortesi op

       

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 31

Tonino Bello

Oggi 20 aprile è l’anniversario della morte di don Tonino Bello (1935-1993). Propongo il momento quotidiano di sosta seguendo lo schema prediposto da don Christian Medos di Pax Christi. Si può scaricare cliccando qui.

E’ un testo profetico e di una attualità che dà a pensare l’omelia che don Tonino fece leggere l’8 aprile 1993 – era giovedì santo, ed era gravemente malato – nella messa crismale a Molfetta.  Qui il testo. (ac)

Navigazione articolo