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XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2009Es 32,7-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola…”

Dopo questa introduzione seguono tre parabole che compongono la sola e unica parabola annunciata: colui che va in cerca della pecora perduta, la donna che cerca la moneta perduta e il padre che attende e va incontro ai figli perduti. In tutte c’è una perdita, un’attesa o una ricerca ed un ritrovamento.

Farisei e scribi sono ‘coloro che mormoravano’: era questo l’atteggiamento del popolo d’Israele nel deserto (Es 16,2-3.7.12; Num 16,11): il lamento deluso di chi nel deserto perde fiducia nella vicinanza di Dio e giunge ad avere nostalgia della schiavitù d’Egitto, dove almeno ‘eravamo seduti presso la pentola della carne’. E’ la risentita espressione della mancanza di fede e del rifiuto ad affidarsi alle promesse del Dio liberatore.

Un altro tipo di persone sta di fronte a Gesù: chi ‘si avvicinava per ascoltarlo’. L’ascolto in Luca è l’attitudine propria del discepolo: sono i pubblicani e i peccatori, gli irregolari dal punto di vista religioso. Per loro le parabole acquistano un significato particolare perchè sono accolte in un ascolto della vita.

Le prime due insistono sulla ricerca, della pecora e della moneta. Per chi si pone alla ricerca ciò che è perduto vale più di tutto il resto. Si delinea un messaggio centrale: Gesù annuncia il volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, tenero, che si pone alla ricerca dell’uomo.Un Dio dal volto di donna che si china a cercare nella penombra una moneta rotolata via. E che così può essere riconosciuto al cuore dell’esperienza quotidiana di chi era escluso dai circuiti principali della religione.

Segue la parabola più lunga costituita di tre grandi movimenti: il primo è la richiesta del figlio minore di essere autonomo e di andarsene dalla casa del padre. E’ allontanamento per avere autonomia, ma poi si delinea come fallimento e si interrompe in quella decisione di ‘ritornare’. Tuttavia le ragioni di questo ritorno sono ancora il desiderio di avere una sicurezza quotidiana, di poter trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta sta qui, non tanto la delusione per una felicità lontano dalla casa, ma la consapevolezza di aver sbagliato percorso e la decisione di tornare indietro: una ‘conversione’ che lo riconduce dove era partito. Tuttavia egli si aspetta ancora quella che può esser definita la soluzione del buon senso: la richiesta al padre è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il figlio che torna è atteso e viene anticipato nel suo desiderio di presentarsi a lui chiedendo di poter ritornare. Il volto del padre è segnato da uno sguardo che attende da lontano e non lascia spazio alle parole ma solo a gesti: l’abbraccio che fa ricominciare una storia di incontro. Per primo, con l’affetto che non fa calcoli e non pone condizioni si getta al collo e lo baciò. I segni della gioia sono l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi, la festa.

L’amore di questo padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Il padre buono pone la fretta nel lasciare alle spalle la situazione passata per lasciare spazio solo alla gioia di ritrovarsi.

La terza scena è anche questa volta occupata dal padre, dal suo uscire verso il figlio maggiore. Anche quel figlio viveva nella casa ma da estraneo, come uno schiavo. Non aveva compreso la cosa più importante, la gioia del rapporto. Anche verso di lui vi sono parole di misericordia e di invito. Per vivere un modo nuovo di stare in quella casa ma anche per scoprire cosa significhi essere fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’.

La parabola propone un itinerario di scoperta del volto di Dio padre che non viene meno nella ricerca e nell’attesa di cammini di incontro e di riconoscimento dell’altro come fratello.

Alessandro Cortesi op

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Padre/madre

Le figure della madre e del padre in questo tempo hanno visto in Massimo Recalcati un profondo interprete da un punto di vista psicanalitico che ha sondato le attuali tendenze, limiti e aperture (Cosa resta del padre, Cortina 2011; Le mani della madre, Feltrinelli 2015)

Il primo volto della madre – dice Recalcati – sono le sue mani. La madre è colei che risponde al grido di aiuto del bambino, la sua prima soccorritrice. Dove una vita inerme trova accoglienza lì c’è una madre. La madre offre poi al figlio uno sguardo: immergendosi in esso e riflettendosi, un bambino incontra il mondo: gli orizzonti possono aprirsi e dilatarsi. Il desiderio della madre è il lievito che fa crescere e accompagna. Un terzo elemento è il seno, che la madre offre al bambino rispondendo al bisogno di cure che le sono richieste.

Madre è nome di cura particolare e nella cura è anche trasmissione del desiderio che apre strade ai figli, apprendendo nel tempo la faticosa attitudine del lasciarli andare. In una visione patriarcale della maternità quando una donna diventa madre smette di essere donna. Ma è proprio questo un movimento da contrastare: anche i figli hanno bisogno che le madri restino donne. Nel tempo dell’incuria, il nostro tempo segnato da disprezzo e indifferenza, occorre lasciare nuovo spazio alla dimensione dell’attenzione: un amore che unisce desiderio, accoglienza ma anche capacità di distacco e autonomia.

Perché si possa parlare di padre – ancora secondo Recalcati – è necessario non solo guardare a un atto biologico. Ma il divenire padre si compie in un complesso processo di adozione della vita del figlio. Il passaggio indispensabile sta nel gesto di un riconoscimento nel rivolgersi a lui dicendogli “tu sei mio figlio“,  e nell’assumere una responsabilità senza limiti “perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso“. Recalcati riprendendo Lacan afferma che la figura del padre sta nel tenere unite insieme legge e desiderio. Ma egli osserva che “Il problema del nostro tempo è che l’alleanza tra legge e desiderio si è interrotta: siamo infatti nel tempo del desiderio impazzito, dissipativo. Per dirlo con le parole di Lacan, il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre”. Si è passati da modelli di paternità come il padre padrone che domina e s’impone con autorità all’emergere di modelli diversi e possibilità nuove. Recalcati indica la figura del padre testimone: “padre è testimone e la sua testimonianza viene data attraverso la sua vita: il padre non deve spiegare il senso della vita, ma deve mostrare attraverso la sua che la vita, con i dovuti limiti, può avere un senso, animando così la vita del figlio con la speranza. La parola del padre non ha forza e capacità per guidare la vita del figlio ma di proteggerla: e facendo questo può portare nel cuore dei figli l’esperienza dell’impossibile…

Fulvio De Giorgi, nel suo libro Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, (Scholè, 2018) presenta e discute varie interpretazioni, teologiche e non solo, della parabola nelle diverse epoche. Vi legge la presenza delle forme di educazione presenti anche nel tempo contemporaneo: l’educazione autoritaria, quella permissiva e quella liberatrice.

Ciò che colpisce nella parabola è l’assenza della madre. David Maria Turoldo leggeva tale assenza come necessaria: a suo avviso l’insegnamento di fondo si focalizza nella accettarsi reciprocamente: «O Dio quando impareremo a sopportarci, a comprenderci: appunto a tollerarci come tu ci tolleri? Vera tolleranza è di sentire tutti uguali. È ammettere che anche il fratello ha una sua verità” (Anche Dio è infelice).

De Giorgi osserva come la parabola potrebbe anche intitolarsi la parabola della madre assente: «Manca la donna, manca la madre: manca l’afflato femminile materno. C’è l’ordine, ci sono le norme. Ma non ci sono la protezione e i permessi, il nutrimento del cuore». E osserva: «Siamo di fronte a un fallimento educativo completo, con un figlio che esce da casa e uno che non vuole entrare».

Enzo Bianchi, rimarcando la finale aperta della parabola che fa divenire protagonistie  coinvolti in una storia la cui finale non fa restare indifferenti, afferma: «Tu che chiami Dio padre, che immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore» (Ma l’altro figlio fu ‘prodigo’?, “Avvenire” 11 marzo 2010)

Vent’anni fa Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, iniziava con queste parole la sua lettera pastorale intitolata ‘Ritorno al Padre’ strutturata attorno al commento della parabola del padre e dei due figli:

“Mi alzerò e andrò da mio Padre” (Lc 15,18) Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte. Eppure tutti, senza distinzione, siamo incamminati in un viaggio, breve o lungo, che inesorabilmente ci porta verso di essa. Vivere è anche convivere con l’idea che tutto prima o poi finirà. V’è chi si consola pensando che quando ci sarà la morte noi non ci saremo più e che finché ci siamo essa non c’è. Ma si tratta di una consolazione fragile. In realtà la morte incombe su ogni istante della nostra vita, incombe nella forma della domanda: che sarà di me dopo la morte? che senso ha per me la vita? dove vado con tutto il bagaglio dei miei sforzi, delle mie pene, delle mie magre consolazioni?

In tali domande la morte appare come una sfida radicale al pensare umano, una sfida da cui nasce una riflessione seria. E’ come una sentinella che fa la guardia al mistero. E’ come la roccia dura che ci impedisce di affondare nella superficialità. E’ un segnale a cui non si sfugge e che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena di vivere. E’ il “vallo estremo” (E. Montale) da cui ci viene, come un contraccolpo, il bisogno di lottare contro l’apparente trionfo della morte e un’esigenza profonda di cercare il senso della vita, di giustificare la fatica dei giorni.

Sento che alcuni leggendo queste parole saranno tentati di rifiutarle: perché cominciare con un argomento così serio e troppo poco pervaso dalla speranza delle Scritture? Eppure non ho fatto altro che richiamare la vicenda narrata da Gesù nella parabola dei due figli. E’ quando il minore, che ha voluto andarsene da casa e ha sperperato i suoi beni, si trova a toccare il fondo (“avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”, Lc 15,16) che, quasi per contraccolpo, si ricorda che c’è una casa del padre, dove anche i servi hanno vita, dignità e “pane in abbondanza” (Lc 15,17). L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una perdita grave ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto.

Il Padre è in questo senso – se si vuole un senso ancora laico e mondano – l’immagine di qualcuno a cui affidarci senza riserve, il porto dove far riposare le nostre stanchezze, sicuri di non essere respinti. La sua figura ha al tempo stesso tratti paterni e materni: se ne può parlare come del Padre nelle cui braccia si è sicuri e come della Madre a cui ancorare la vita che da essa riconosciamo. E’ pertanto evocazione dell’origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore. Il bisogno del Padre è quindi equiparabile al bisogno di un riferimento e di un rifugio paterno e materno e può essere espresso indifferentemente con metafore maschili e femminili”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno C – 2013

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Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Un gesto attorno ad una tavola; una storia di fratelli che per diversi percorsi sono spinti a riconoscere il senso della loro vita; l’immagine di una casa. Attorno a questi tre poli vorrei leggere la meravigliosa pagina di Luca che si può percorrere come un piccolo vangelo essenziale.

Il gesto di Gesù: attorno ad una tavola, in un banchetto Gesù condivide l’accoglienza che gli è offerta e accanto a lui siedono – dice Luca – ‘pubblicani e peccatori’. Luca è attento nel sottolineare questo motivo come causa di uno sguardo sospettoso che diviene mormorazione: mormoravano tra loro. E sono i farisei e gli scribi a mormorare. Ma anche sottolinea una distanza. Mentre pubblicani e peccatori ascoltavano Gesù, scribi e farisei mormoravano. Non ascoltano, non si lasciano mettere in discussione dall’agire di Gesù, non sanno leggere dentro quella ospitalità che è segno di una condivisione che abbatte barriere, che esce dalla mentalità di una religione che divide e rende superiori. O forse proprio per questo, perché comprendono che il clericalismo che sta alla base del loro modo di vivere la religione  è posto in discussione dall’ospitalità di Gesù. L’annuncio di Gesù si rende innanzitutto vicino nel suo stare a tavola con gli esclusi, nel suo andare oltre le logiche del merito e dell’osservanza. Si rende ospite e condivide l’ospitalità rimanendo accanto, facendosi accogliente. Il banchetto è così segno di un incontro con Dio che sta dentro la vita, passa attraverso gli incontri e il gesto umano dello stare a tavola insieme. Ed è anche incontro che vede la possibilità di accoglienza per chi è tenuto lontano. Gesù accoglieva pubblicani e peccatori, gli esclusi dal punto di vista sociale e religioso. Ci potremo chiedere oggi in quale modo la cena del Signore, lo stare a tavola nel suo nome è luogo di accoglienza o è divenuto luogo di separazione e di allontanamento. Così nella sua ultima intervista testamento il cardinale Carlo Maria Martini ricordava la sofferenza vissuta da tanti che non sono accolti alla mensa del Signore e ai sacramenti e si chiedeva: non sono forse i sacramenti stessi, memoria dell’agire di Gesù, mezzi di guarigione? Sono aiuti nel cammino per orientare la vita verso il Signore e non luoghi in cui si stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori. Gesù, un rabbi che amava i banchetti, viveva il momento dello stare a tavola come gesto che parlava di Dio, della sua accoglienza delle persone, del suo sguardo che in modi diversi va incontro e offre perdono e solo così suscita stupore e conversione.

Una storia di fratelli, non la parabola del figliol prodigo. Perché al centro sta la figura del padre che va incontro, per primo, al figlio che si era allontanato rivendicando la sua emancipazione lontano dalla casa ed esce poi incontro in modo anche al secondo figlio, quello che era rimasto, incapace di liberarsi da una logica di rapporto servile e di inautenticità. Una parabola che parla quindi innanzitutto di un padre e che è pronunciata da Gesù quando viene criticato perché accoglie gli esclusi. Nel suo agire egli afferma la pretesa di rendere gesto quello che è l’agire stesso di Dio il Padre nella gioia di vivere un banchetto che possa accogliere tutti i suoi figli e li possa condurre in modi diversi a quel cambiamento che per ciascuno è scoperta di un dono, di una presenza appassionata di amore al cuore della loro esistenza.  E’ una pagina che racconta l’amore sofferto di un uomo in ricerca di costruire fraternità e di aprire i cuori alla fraternità possibile. In questo senso è racconto di una fraternità possibile che si fondi sullo stupore di una scoperta nuova: la relazione con un tu che si prende cura e sa attendere, proporre e accogliere. Perché non è sufficiente, ci dice questo racconto, vivere il passaggio della scoperta di essere accolti e considerati unici e di essere guardati con quello sguardo consumato del Padre che da lontano vede il figlio tornare e gioisce e gli corre incontro. Non basta: il sogno del padre è anche una nuova fraternità, aprire i cuori dei due a scoprire che la casa è incontro di fratelli. E’ una pagina che rompe con la logica dell’individualismo e spalanca la possibilità di una fraternità nuova, vissuta non come dipendenza ma come accoglienza dell’altro, nell’attesa e nell’ascolto del suo cammino.

E’ infine la storia di una casa. In un film da poco uscito nelle sale ‘Tutti contro tutti’ (regista Rolando Ravello), è raccontata in modi leggeri una storia drammatica del nostro tempo che tratteggia la situazione di lotta tra poveri in una periferia multiculturale di città dove s’incrociano povertà e differenze. Una famiglia, ritornando dalla prima comunione del figlio trova il proprio appartamento, in un palazzone popolare, occupato da altri. Da qui una vicenda dai tratti grotteschi, comici e drammatici, che porta all’ occupazione, da parte degli sfrattati, del pianerottolo delle scale e di qui ad uno sgretolamento di rapporti mentre attorno si scatena una lotta di tutti contro tutti: nel quartiere popolato da immigrati lo scontro di italiani contro stranieri, gli affari dei delinquenti contro gli onesti, l’ostilità nei confronti dei rom, il bullismo tra i ragazzi a scuola, fino al disgregarsi dei rapporti nella famiglia. Ma forse il punto su cui il film concentra l’attenzione e su cui ritroverei un’interessante provocazione in rapporto alla parabola del padre e dei figli è l’interrogativo sull’importanza della casa. In un tema scritto a scuola dal piccolo Lorenzo mentre viveva questa intricata vicenda si concentrano alcune semplici riflessioni nel cogliere come la mancanza di casa aveva condotto ad un frammentarsi di relazioni: e così dice che una casa non è solo alcune stanze, la cucina, il salotto e il bagno. Una casa è qualcosa di molto di più: la casa è la quotidianità fatta della presenza di ognuno, tessuta dei gesti di ognuno, del suo lavoro, dei suoi sentimenti, dei suoi difetti ma del dono di presenza di ognuno.

Oggi la questione della casa angoscia tanti: la mancanza di un luogo dove vivere, la difficoltà di pagare il mutuo o l’affitto, l’attenzione alla gestione della casa e il peso di tutti i pagamenti per poterci vivere. Potremmo legare queste considerazioni alla casa del padre della parabola: è una casa in cui il suo sogno è che non vi sia lotta di tutti contro tutti, ma apertura a vie di fraternità, scoprendosi perdonati. Tutta la fatica del padre è aprire a cogliere che il peccato è non riconoscere l’amore offerto, vivere una vita chiusa alle relazione. Da tale riconoscimento potrà nascere un cambiamento di direzione, una conversione, ma è movimento di gioia che apre a fare festa e a scoprire il gusto di stare in una casa come luogo di incontro, di incrocio, di comunità. Fare casa è il sogno del padre: in questo desiderio potremmo ritrovare radice per costruire case comuni di fraternità possibili.

Alessandro Cortesi op

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