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VI domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_E4288At 15,1-2.22-29; Apoc 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’. Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

La questione di cui si tratta riguarda un modo di pensare l’essere discepoli di Cristo. Secondo alcuni era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era questa la posizione di chi rinchiudeva l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di una legge. Per contro Paolo vedeva nell’esigere la circoncisione uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza in base ad un’appartenenza o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Paolo e Barnaba reagiscono affermando innanzitutto che la salvezza non dipende dall’uomo, da un’osservanza di una legge sia pure religiosa, ma è dono gratuito. Non sono richieste condizioni previe. L’agire di Dio in Cristo è al primo posto, e precede. Tutte le forme religiose rischiano di prendere il posto di questa azione di Dio.

Gesù era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge. Certamente nei vangeli si trovano tracce dell’affermazione di Gesù che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21).  Compaiono anche  alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche, ma sul suo sguardo di apertura e misericordia si fondano i passaggi successivi.

Alle prime comunità si presenta una situazione nuova nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Nel confronto con tale novità sorge una domanda inedita. E ne scaturisce l’esigenza di una decisione all’interno della prima chiesa. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è già in atto già nella storia e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù. In base a tale riferimenti nel dibattito si delinea una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E’ orientamento che si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attua così un passaggio decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione cresce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma una attuazione sempre nuova della Parola che Gesù ha comunicato.

Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa è esigenza mai conclusa. L’ascolto della Parola di Dio fa vivere non da prigionieri della paura o della legge, ma capaci di vivere la novità e la gioia per liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione per aprirsi all’ospitalità verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Fedeltà allo Spirito

Fedeltà allo Spirito è coraggio di non stare zitti di fronte alla disumanità.

“Non più zitti di fronte a sparate di un sempre più arrogante Ministro. No a chi si appropria dei segni sacri per smerciare proprie vedute disumane, antistoriche, opposte a messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano perché ha rinnegato comandamento dell’amore» E’ questo il testo di un tweet – a cui associarsi – di Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo. Non è la sua l’unica voce che si è levata indignata a fronte dell’arroganza e della strumentalizzazione di simboli religiosi a scopi propagandistici effettuata da un politico cinico che trascorre il suo tempo a fare comizi trascurando il lavoro a cui dovrebbe rispondere e che nei suoi gesti dimostra spregio nei confronti delle vite umane atteggiandosi da bullo con i più deboli e seminando un quadro falsato della realtà per innescare i sentimenti di paura e illusione di soluzioni facili, immediate ai duri problemi del presente.

“Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna” è il commento dei missionari comboniani d’Italia, dopo che il ministro degli Interni dal palco di un comizio elettorale si è presentato con un rosario in mano. I missionari comboniani scrivono: “Noi siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro. Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore. Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti”.

“Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli ‘scarti’ del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. ‘Ero forestiero e mi avete accolto‘ (Mt 25,35). Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano ‘porti aperti’. Dettando legge in nome dei vescovi”.

“Il rosario è segno della tenerezza di Dio e viene macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo”.

“Ci dà coraggio e ci fa resistere contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi. Da chi non tace e, con la determinazione della non-violenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita. I missionari comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre”

Una reazione esplicita di indignazione, di presa di distanza e di critica a politiche segnate da attitudini di violazioni della Costituzione e di disumanità è da condividere ed è più che mai urgente in un momento che prepara decisioni rilevanti per il futuro dell’Europa.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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IV domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4106.JPGAt 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

“Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, …, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba durante il loro viaggio missionario si rivolgono per la prima volta ai pagani. E’ punto di svolta nella storia del cristianesimo primitivo. Matura una comprensione più profonda di scelte e gesti di Gesù. ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’ (Is 49,6). Il servo di Jahwè è presenza di luce, inviato a portare la salvezza sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione. Ad Antiochia si attua un passaggio che trova il suo fondamento nelle promesse di Dio

Sorge una comprensione del disegno di Dio come dono di salvezza per tutti i popoli. La scelta di Paolo e Barnaba si connota in continuità con la fede ebraica: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà alla stessa Parola.

Le parole di Paolo e Barnaba contengono una critica indirizzata a coloro che non accolgono il loro messaggio, ma anche a tutte le forme di religiosità che si rinchiudono e non si lasciano interrogare da un disegno Dio che va oltre i progetti religiosi umani.

Questa disponibilità ad accogliere il vangelo in modo nuovo, passaggio importante nella prima comunità cristiana, trova le sue radici nelle benedizioni di Dio che sono per Israele ma anche per tutte le nazioni.

La stessa chiamata fondamentale per Israele è di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita per tutti i popoli e le genti. L’elezione è uno dei cardini della storia del popolo d’Israele, ma essa è ordinata ad un disegno divino più ampio. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come iscritti nei registri dei nati a Gerusalemme, quindi cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli,: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Paolo e Barnaba ad Antiochia si lasciano convertire dalla forza della Parola: fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con il coraggio della fede, con l’attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito.

La pagina dell’Apocalisse presenta una visione con al centro l’immagine di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma si apre ad abbracciare ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. E’ la moltitudine di coloro che hanno tra le mani il segno della vittoria: hanno vissuto la prova e provengono da ogni direzione.

Viene qui riletto il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione termina con una parola di speranza e di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, è simboleggiata dall’agnello: Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono per tutti, nel segno dell’inermità e della nonviolenza, apre ad una comunione nuova possibile che non pone chiusure e limiti, si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

“le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Usando la similitudine del pastore Gesù parla del rapporto con pecore di diversi ovili: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17).

Il pastore ha un’unica preoccupazione, poter custodire e comunicare la vita. Nel linguaggio giovanneo ‘vita eterna’ non è realtà vaga e lontana, è piuttosto risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore. Vita eterna significa l’essere accolti e amati, nell’incontro con Dio – fonte della vita. Il Padre si fa a noi incontro nella presenza di Gesù ed apre possibilità di rapporti nuovi con gli altri.

Anche per noi oggi approfondire il nostro incontro con Cristo, agnello e pastore, è motivo per cercare come vivere l’esperienza di chiesa, non nella chiusura e nell’esclusione, ma in aperture nuove Le chiamate del Signore ci raggiungono nell’incontro con chi, apparentemente lontano, ci spinge a convertirci al vangelo come bella notizia di salvezza per tutti.

Alessandro Cortesi op

122893070_oDebolezza e comunità

E’ morto in questi giorni Jean Vanier. Aveva 91 anni. Nato nel 1928 in Svizzera a Ginevra fu attratto dalla vita militare. Entrò così molto giovane nel 1942 al collegio della Royal Navy (Inghilterra) e proseguì la carriera nella marina britannica e canadese.
Nel 1950 impressionato dagli effetti della guerra si dimette dalla marina e si dedica agli studi di filosofia iniziando una ricerca esistenziale. Visita in quel periodo una casa per persone disabili mentali a Trosly-Breuil, vicino a Parigi, animata da p.Thomas Philippe. Così egli ricorda quel momento: «Rimasi profondamente colpito dalle persone che erano diventate amici di p. Thomas. Ciascuna di esse era piena di vita, aveva sofferto molto e era grandemente assetata di amicizia. Con ogni loro gesto e ogni parola mi chiesero: “tornerai?” “mi vuoi bene?”»

Nel
 1964 decide così di stabilirsi a Trosly-Breuil (Oise) con due handicappati mentali. Inizia con questa piccola convivenza l’avventura delle comunità dell’Arche. Lì ha accolto, per più di 40 anni, un grande numero persone handicappate, condividendo il loro quotidiano e da lì le comunità de l’Arche si diffonderanno a partire dagli anni ’70 in tutti i continenti.

La sua esperienza ha posto al centro la dimensione della vulnerabilità e quella della comunità. In una intervista del 21 dicembre 2012 (nel sito http://www.lavie.fr) così parlava della sua scoperta del farsi debole come via di relazione e di incontro:

“Nella vita quotidiana, ho capito che per accogliere e amare una persona ferita, la mia motivazione non era sufficiente. Ho dovuto prendere coscienza della mia debolezza. Innanzitutto, ho capito che non potevo agire da solo, che avevo bisogno degli altri. Quando Pauline è arrivata all’Arche nel 1973, aveva 40 anni, ed era stata umiliata, rifiutata per anni. Per accogliere Pauline, bisognava che io fossi circondato da una comunità e da collaboratori che mi sostenessero. E, soprattutto, bisognava che io diventassi piccolo e umile, che rinunciassi ad essere dominatore, cioè ad essere quello che sa tutto e che dice a tutti quello che bisogna fare. Perché a Pauline non serviva un professionista che le “facesse” del bene. Aveva bisogno di una persona che le dicesse: “Sono contento di vivere con te.” Le persone con un handicap mi hanno quindi insegnato che, se mi credo forte, devo diventare debole”.

Richiamando l’insegnamento di Etty Hillesum ricorda l’importanza di scorgere nel pozzo del proprio essere una presenza nascosta di Dio stesso:

“Etty Hillesum si paragona ad un pozzo, in fondo al quale Dio esiste, ma che è ostruito da detriti. Quei detriti rappresentano la mia tendenza compulsiva a provarmi che sono migliore degli altri. Voglio essere riconosciuto, con dei titoli, delle etichette. È un modo di pormi in una gerarchia, spesso culturale, che mi rassicura. Ma Gesù mi dice: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi ricchi vicini, ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Allora sarai benedetto.” E aggiunge: sarò veramente felice quando le mie barriere, quelle del potere e del conformismo, cominceranno a cadere. È una lotta, perché la promozione e il successo sono al centro di tutto. Anche nelle scuole cattoliche, si mette al primo posto il 100% di successo all’esame di maturità… Il mio scopo è aiutare le persone a scoprire di essere un pozzo e che possono donare la vita nel loro incontro con l’altro. È una vera lotta in una cultura della normalità, in cui l’ossessione è mendicare l’approvazione dei capi, invece di aiutare le persone ad essere vere”.

All’inizio, l’Arca era una comunità formata soltanto da cattolici. Ma, quando giunsero come collaboratori anche persone di confessione protestante e anglicana Vanier allargò la sua visuale: la fraternità si estese anche chi apparteneva ad altre confessioni per un cammino comune. In India l’Arca si aprì a nuove presenze ancora: cattolici, musulmani e induisti. Fu un’ulteriore occasione per scoprire tutto ciò che vi era di comune, per pregare e celebrare insieme le feste di tutte le religioni.

Al cuore della sua vita e del suo riflettere sta anche l’esperienza della comunità:

“La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona. Si scopre la propria povertà e le proprie debolezze, l’incapacità ad intendersi con alcuni, i propri blocchi, la propria affettività turbata, i desideri che sembrano insaziabili, le frustrazioni e le gelosie, gli odi e la voglia di distruggere. Finché si era soli si poteva credere di amare tutti e di andare d’accordo con tutti.

Quando i rapporti sono ravvicinati, quando si trascorrono alcuni giorni insieme a tempo pieno, quando i rapporti diventano stabili, forse addirittura quotidiani, allora ci si rende conto di quanto si è incapaci di amare, di quanto si rifiutino gli altri, di quanto si è chiusi su di sé. E se si è incapaci di amare, che resta di buono? Non c’è più che disperazione, angoscia e bisogno di distruggere. Allora l’amore sembra un’illusione.

La vita comunitaria è la rivelazione penosa dei limiti, delle debolezze, delle tenebre di ogni essere; è la rivelazione, spesso inattesa, dei mostri nascosti dentro di noi. È difficile accettare questa rivelazione. Si cerca di allontanare rapidamente questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di illudersi che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si pretende che quei mostri siano negli altri e non in noi. I colpevoli sono sempre e solo gli altri …

Ma la ferita che tutti portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire, può diventare il luogo dell’incontro con Dio e con i nostri fratelli e sorelle; può diventare il luogo in cui impariamo ad amare, ad avere compassione degli altri”. (Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, 44-45.47)

“All’inizio la «comunità» può essere una madre che nutre. Ma col tempo, ognuno deve scoprire il suo proprio nutrimento attraverso le mille attività della comunità. Può essere una forza data da Dio, che viene in aiuto alla sua debolezza e alla sua insicurezza per aiutarlo ad accettare la ferita della sua solitudine, del suo grido di sconforto” (ibid. 221).

“La comunità deve essere segno di risurrezione. Ma una comuni- tà divisa nella quale ognuno va per la sua strada, unicamente preoccupato della propria soddisfazione e del proprio progetto perso- nale, senza tenerezza per l’altro, è una contro-testimonianza. Tutti i rancori, le amarezze, le tristezze, le rivalità, le divisioni, tutti i rifiu- ti di tendere la mano al «nemico., tutte le critiche fatte dietro le spalle, tutto questo mondo di zizzania e d’infedeltà al dono della comu- nuoce profondamente alla sua vera crescita nell’amore. E rive- la anche tutti questi tizzoni di peccato, tutte queste forze del male che sono sempre nel suo cuore, pronte ad infiammarsi”. (ibid. 222)

La sua testimonianza di solidarietà nella debolezza con chi è più vulnerabile e di impegno nel costruire comunità è il dono della sua vita.

E così tornano alla memoria le ultime pagine de ‘Il Regno’ del romanziere francese Emmanuel Carrère che riporta l’esperienza strana e pur coinvolgente, per lui, raffinato intellettuale, laico, allonatanatosi dalla fede eppure appassionato ricercatore dei rincipi dell’esperienza cristiana, di trovarsi in una comunità de l’Arche in una liturgia in cui tutti erano invitati a lavarsi i piedi, come Gesù aveva fatto con i suoi discepoli:

“Ci togliamo le scarpe e i calzini, arrotoliamo l’orlo dei pantaloni. Comincia il direttore delle risorse umane, si inginocchia davanti al preside, versa con la brocca acqua tiepida sui suoi piedi, li strofina un po’– una decina di secondi, una ventina, piuttosto a lungo, mi sembra che lotti contro la tentazione di fare svelto e ridurre il rituale a un gesto puramente simbolico. Prima un piede, poi l’altro, li asciuga con l’asciugamano. Dopo tocca al preside inginocchiarsi davanti a me e lavarmi i piedi prima che io lavi quelli della funzionaria della Caritas. Guardo i suoi piedi, non so a che cosa sto pensando. È veramente molto strano lavare i piedi di uno sconosciuto. Mi torna in mente una bella frase di Emmanuel Levinas sul volto umano, che mi ha citato Bérengère in una mail: appena lo si vede, non si può più uccidere. Bérengère diceva: sì, è vero, ma è ancor più vero per i piedi: i piedi sono ancora più poveri, più vulnerabili, sono proprio la cosa più vulnerabile: il bambino in ognuno di noi. E anche se lo trovo un po’ imbarazzante, mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo.

Il giorno seguente, domenica dopo pranzo, il ritiro finisce. Prima di separarci e tornare a casa, cantiamo tutti un canto religioso del tipo Gesù che sta passando. La deliziosa signora che si occupa di Élodie, la ragazza down, ci accompagna alla chitarra, e siccome è un canto allegro tutti cominciano a battere le mani e i piedi a tempo, a dimenarsi come in discoteca. (….) Improvvisamente sbuca accanto a me Élodie, che si è lanciata in una specie di farandola. Mi si pianta davanti, sorride, getta le braccia in aria, ride di cuore, e soprattutto mi guarda, mi incoraggia con lo sguardo, e nel suo sguardo c’è una tale gioia, una gioia così pura, così fiduciosa, così abbandonata, che comincio a ballare come gli altri, a cantare che Gesù mi sta passando accanto, e mi salgono le lacrime agli occhi mentre canto, ballo e guardo Élodie che intanto si è scelta un altro partner, e devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno. (Emmanuel Carrère, Il Regno (Fabula), Adelphi)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

IV domenica di Pasqua anno C – 2016

09_03_02.jpg(Apocalisse: i martiri ricevono la veste candida – affresco Cattedrale di Anagni cripta)

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

Il passaggio dell’annuncio del vangelo ai pagani costituisce una svolta epocale nella storia del cristianesimo. La predicazione della prima comunità cristiana restò inizialmente entro i confini di comunità giudaiche, percepita come interna ad un gruppo particolare nel quadro dei diversi giudaismi che popolavano il I secolo. Ad un certo punto l’annuncio della fede in Cristo si apre al mondo dei pagani. E’ una svolta nella storia, un evento complesso, carico di implicazioni sino ad oggi e che continua ad interpellarci in vari modi.

La comprensione della figura di Gesù, del suo agire e della sua morte si apre ad orizzonti nuovi. In tale apertura si attua anche una comprensione nuova del disegno di Dio. In tutto il Primo Testamento, l’alleanza aveva il tratto di dono di salvezza per tutti i popoli attraverso la chiamata unica di Israele. La scelta di Paolo e Barnaba è in continuità con la fede ebraica, ne risulta un approfondimento: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà ad essa. Ma è presente anche un contrasto, una prima rottura che pesa sulla storia successiva.

“Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia con franchezza dichiararono: ‘Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba rivolgono l’annuncio ad Israele che mantiene un ruolo fondamentale nella storia della salvezza. Questa apertura di universalità trae radice nelle benedizioni di Dio non solo per Israele ma per tutte le nazioni. La stessa chiamata fondamentale per Israele è quella di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita che progressivamente coinvolga i popoli e le genti straniere. Il popolo d’Israele sorge da una scelta gratuita quando era vittima e oppresso. Vive una elezione originaria finalizzata non ad un privilegio, ma ad un servizio per tutti i popoli. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Ad Antiochia si attua una svolta che trova il suo fondamento nel disegno di Dio richiamato dalla citazione di Is 49,6: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’. La figura del servo di Jahwè è vista come presenza di luce, inviato per un annuncio sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione.

Le parole di Paolo e Barnaba sono indicazione dell’apertura propria della Parola contro tutte le forme di religiosità che intendono chiuderla. L’incontro con Dio sta oltre le costruzioni e strutture religiose umane.

Paolo e Barnaba ad Antiochia fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con coraggio, attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito che conduce a vivere la gioia e la serenità profonda anche nelle momento della prova.

Questo itinerario offerto a tutti trova espressione nell’immagine del gregge e del pastore: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Nella parte iniziale della similitudine Gesù parla di altre pecore: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17)

‘Vita eterna’ non è realtà lontana e distante. Indica piuttosto la risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore: il desiderio di essere accolti e amati, di vivere la pace nell’incontro, con Dio fonte della vita.

La pagina dell’Apocalisse presenta la visione di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma abbraccia ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. La moltitudine tiene tra le mani il segno della vittoria: tutti costoro sono i testimoni che hanno vissuto la fatica della prova, la tribolazione, e provengono da ogni direzione. Il testo reinterpreta il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione si chiude con una parola di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, agnello inerme e donato, apre ad una comunione nuova che si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

Una notizia di questi ultimi giorni è che la rivista americana ‘Fortune’ ha inserito il nome di Domenico Lucano, sindaco di Riace, tra i 50 leader più influenti del mondo attuale. La presenza di questo nome è dovuta alle scelte politiche e alle attuazioni svolte nel paese di Riace in Calabria, al cuore della Locride, paese colpito dal fenomeno dello spopolamento, in una zona tristemente nota per il controllo delle ‘ndrine della ‘ndrangheta locale. Domenico Lucano ha perseguito un progetto di apertura e di speranza. L’arrivo di stranieri, profughi e rifugiati a causa delle migrazioni non è stato visto come problema da cui difendersi ma come opportunità per pensare un futuro nuovo per un borgo a rischio spopolamento. Su circa duemila residenti la popolazione degli immigrati è divenuta in pochi anni di alcune centinaia di persone.

Il paese luogo di presenza dell’antica cultura greca con i famosi bronzi di Riace – portati anch’essi lontano – si è trasformato negli ultimi quindici anni in un paese di accoglienza di etnie, tradizioni, culture, lingue diverse. Le case lasciate vuote da chi se n’andava trovavano nuova possibilità di utilizzo quale accoglienza per le famiglie di rifugiati.

Alcuni simboli ricordano l’orientamento di fondo di un progetto che mira a dare vita nuova con la valorizzazione dell’artigianato, di forme nuove di lavoro, di valorizzazione del turismo e dell’accoglienza. Nella piazza principale una porta “africana” ricorda il rapporto con l’Africa. In un’aiuola una sagoma nera di donna rinvia alle statuette tribali e indica la speranza.

Riace si è così trasformata in un paese in cui una nuova società è andata formandosi con presenza di attività artigianali di somali, afghani, nigeriani con promozione di lavori sociali, di nuove attività commerciali e con l’arricchimento della scuola per la presenza di nuovi bambini, e nella presenza di volti di origini diverse e di religioni diverse. A Riace l’accoglienza di uomini, donne, famiglie di altri paesi è divenuta così occasione di lotta alle mafie locali e promozione di lavoro e di vita sociale.

La progettualità sostenuta da Mimmo Lucano si pone in una linea di coraggio e di libertà: “questo modello si basa su un’economia solidale, sui valori di sostegno reciproco della civiltà contadina. Inoltre penso che abbiamo una responsabilità verso quei Paesi del sud del mondo a lungo depredati dall’Occidente. Per questo ospitare chi fugge dall’Africa è un dovere”.

L’azione di Domenico Lucano riconosciuta a livello internazionale è una parabola laica del ‘coraggio’ di annunciare la Parola, quel coraggio che portava ad aprire la possibilità che la Parola si diffondesse oltre i confini chiusi di appartenenze, di sistemi culturali o religiosi. La parresia di Paolo e Barnaba è forse riconoscibile oggi in queste scelte di coraggio che aprono possibilità di convivenza nuove, che respirano la libertà di realizzare una società nuova, in contrasto a tanta aria irrespirabile di rifiuto, chiusura e violenza che sta diffondendo. La parresia è la franchezza di scelte di libertà che aprono vie al diffondersi di quella Parola che è per la vita delle persone: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’.

Alessandro Cortesi op

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XX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0091Is 56,1-7;  Rm 11,13-15.29-32;  Mt 15,21-28

L’episodio narrato da Matteo è un incontro di Gesù con una donna, definita ‘cananea’. Può essere utile il confronto con il passo parallelo di Marco (7,24-30) che Matteo riprende apportando alcune significative modifiche in rapporto con la sua interpretazione della missione di Gesù e della vita della comunità. Marco aveva indicato quella donna come di origine ‘siro-fenicia’, quindi pagana a e aveva collocato l’incontro direttamente in un territorio a nord di Israele, in terra pagana, impura. Matteo invece dice che Gesù si ritira e si dirige verso il territorio di Tiro e Sidone, ma non vi giunge mai. E’ invece la donna cananea ad essere presentata nel movimento di attraversare i confini per recarsi ad incontrare Gesù riconoscendo in lui il ‘figlio di Davide’, quindi il messia.

Secondo i profeti il compito del messia era quello di procurare pane per ognuno dei figli di Israele (cfr. 2 Sam 6,19) e la questione che si apre tra la donna e Gesù riguarda la possibilità di partecipare ad un banchetto in cui il pane sia per tutti. Non si deve dimenticare che questo incontro avviene nel quadro della narrazione di Matteo inserito tra la prima moltiplicazione dei pani e la seconda.

L’atteggiamento di Gesù nei confronti della donna pagana, uscita dai confini, che grida verso di lui comunicando la situazione di bisogno di sua figlia, è di silenzio e di insensibilità: “non le rispose neppure una parola”. Per Matteo Gesù è messia inviato innanzitutto alla casa di Israele e rende esplicito questo passaggio nella risposta posta in bocca a Gesù di fronte alla preghiera dei discepoli “congedala perché ci grida dietro”: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Appare come la preoccupazione prima di Gesù sia all’interno di confini segnati dalla appartenenza al popolo dell’alleanza e delle promesse. La donna insiste e Gesù a lei risponde in modo assai duro: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. L’uso del termine vezzeggiativo in riferimento ai ‘cani’ non elimina la durezza di questa visione esclusiva, senza alcuna apertura. I cani nel linguaggio del tempo era l’indicazione per ‘i pagani’, e la visione di Gesù appare uniformarsi a quella di una salvezza riservata ad alcuni in una logica di esclusione degli altri. Nella versione originale di Marco c’era una sottolineatura diversa. Nell’aggiunta: “Lascia prima che si sazino i figli” Gesù poneva una questione di tempi e di precedenza: prima le pecore perdute di Israele e poi i pagani. In Matteo la posizione appare più dura e in un orizzonte di chiusura radicale. Gesù è presentato così in una presa di posizione assimilata a quella di chi interpretava il disegno di Dio in un orizzonte di esclusività, oppure in queste parole si può intravedere una prospettiva teologica – propria di Matteo – secondo cui solamente dopo la risurrezione Gesù aprirà a tutti la sua missione che nella sua vita si era concentrata sui peccatori di Israele (cfr. Mt 28,19).

Ma è a questo punto che si inserisce nella narrazione una novità e un elemento che porta a cambiare prospettiva. La donna infatti insiste, accetta di essere tra coloro che non hanno diritto, come i pagani, e tuttavia richiama una possibilità aperta: le briciole che avanzano, che sono il sovrappiù, possono essere nutrimento per i cagnolini: “è vero Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. E’ un dibattito che pone la questione del dono del regno, della condivisione del pane, compito del messia, nell’apertura a quelli di fuori, oltre i confini, i pagani. La donna in questa assunzione coraggiosa e forte del dialogo apre Gesù a cogliere qualcosa che stava al cuore del suo agire e del suo messaggio, ma che ancora non era stato espresso. La fede della donna si fonda sulla certezza che Dio non lascia nessuno nel bisogno perché il suo volto è quello dell’amore aperto e senza confini. La sua parola e la sua fede è fonte di vita per Gesù stesso che libera la sua forza di amore. “Avvenga per te come desideri”.

Nella prima moltiplicazione dei pani infatti tutti coloro che erano presenti avevano potuto avere nutrimento ed erano state raccolte dodici ceste di pezzi avanzati. Il pane non è misurato, è in abbondanza e ne avanza. Le parole della donna, il suo coraggio, la sua fede sono forte sollecitazione per Gesù stesso a maturare una percezione più profonda del venire del regno. La donna genera un cambiamento in Gesù stesso, lo aiuta a cogliere che il tempo di una partecipazione dei pagani alla mensa del pane anche soltanto per mezzo di briciole, è già venuto.

Ma lo apre anche a scoprire che vanno oltrepassati i confini delle divisioni e delle esclusioni e che il pane, segno della missione del messia, può esserci in abbondanza per tutti. Lei chiede briciole e Gesù si aprirà a vivere un segno che dice abbondanza di pane per tutti, anche per i pagani. Questo è il significato delle sette ceste di pani avanzate nella seconda moltiplicazione (dodici nella prima in rapporto ad una abbondanza nei confronti di Israele, sette nella seconda in riferimento ai pagani). Nel quadro del vangelo di Matteo Gesù non si reca in territorio dei pagani, ed è questa donna che varca i confini che lo provoca al passaggio a considerare anche i lontani, gli esclusi, i pagani, partecipi del banchetto del messia. Gesù riconosce ‘grande è la tua fede’. Questa donna si è avvicinata a Gesù con cuore aperto e Gesù riconosce la grandezza di una fede che di per se stessa è forza di vita nuova “‘Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri’ E da quell’istante sua figlia fu guarita”. Gesù diviene traghettatore della fede di questa donna ma la cananea stessa è riconosciuta come traghettatirce di una apertura del cuore di Gesù e di liberazione di forze di vita nuova.

Matteo presenta poi Gesù salire sul monte: il monte come quello del discorso al cap. 5 è luogo dove si manifesta l’autorità di Gesù. Questa volta non si siede per insegnare, ma per guarire. E guarisce folle che provengono dal territorio pagano, dalla Decapoli, come quella donna che proveniva dalla terra dei cananei, oltre i confini. Nell’unica terra di Israele, la terra delle promesse, c’è posto per tutti, per una condivisione in cui sperimenatre la salvezza come dono di vita, di un Dio che ha cura di tutti i suoi figli, capace di un amore senza confini.

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(immagine di san Cristoforo, l’attraversatore, spesso raffigurato nelle pareti esterne delle chiese in Alto Adige)

Alcune riflessioni per noi oggi

La pagina di Matteo parla di confini che sono varcati (in Marco è Gesù il varcatore di soglie e di confini, in Matteo è un donna che ha il coraggio di trasgredire, di passare oltre). Ci possiamo interrogare su come viviamo oggi i confini, quelli visibili e quelli invisibili che dividono anche all’interno dei territori quotidiani coloro che possono stare al banchetto della vita e quelli che vengono considerati esclusi. Possiamo pensare ai modo di vivere la religione che genera confini di separazione, di esclusione, che alimenta sensi si privilegio e superiorità. Questo modo di vivere il confine è il più profondo tradimento della fede. La fede della donna pagana che porta Gesù a crescere, a cogliere dimensioni nuove della sua missione e della sua presenza è traccia di una fede aperta, capace di riconoscimento dell’altro, capace soprattutto di recarsi incontro e di lasciarsi essa stessa cambiare. Fede di attraversatori, di persone capaci di farsi carico e oltrepassare. I modi fondamentalisti di vivere la religione, che oggi si esprimono drammaticamente nelle forme della violenza, della eliminazione degli altri diversi, sono anche presenti laddove la religione è un fatto di appartenenza culturale, costruito su interessi, lobbies, affari e potere sociale, quando non di armi accumulate.

La donna cananea che varca i confini è una provocazione per noi a vivere l’esperienza di fede con la libertà di vivere l’incontro, di saper accogliere la sfida della diversità. E’ la sfida a vivere cammini di umanizzazione varcando confini e scoprendo il confine come luogo di scuola, di apprendimento. Solo nel riconoscimento del proprio limite (limiti personali e collettivi oggi, anche delle chiese e tradizioni), e nella disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro si può incontrare il Dio che va oltre i confini narrato da Gesù.

Diceva Alexander Langer, profeta attraversatore di confini, viaggiatore leggero, nel 1994 ad Assisi: “Io credo che abbiamo due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio, e quindi dire che chi lì non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità, o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio (…) L’altra possibilità è quella che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un’attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all’ascoltarsi. (…) Credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico, sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica”.

Alessandro Cortesi op

 

P.S. a questo link lo scritto di Alexander Langer Lettera a san Cristoforo: “… Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare – grazie alla tua forza fisica eccezionale – i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella “Grande Causa” della quale – capivo – eri assetato…”.

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