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Presentazione del Signore – anno A – 2020

Giovanni-Bellini-Presentazione-al-tempio 1474 Querini stampalia ca_JPG-media.Giovanni Bellini – Presentazione di Gesù al tempio – Galleria Querini Stampalia – Venezia

Ml 3,1-4; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

La prima presentazione che Luca narra nel suo vangelo è quella di Gesù ai pastori. Sono essi i primi ad accogliere l’invito ad andare e a trovare un segno: un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. E’ la presentazione di Betlemme, fuori dall’albergo perché non c’era posto per Maria e Giuseppe che erano in cammino. Lontano dal tempio e dai luoghi del sacro. In questa prima presentazione sono i marginali, gli irregolari a lasciar posto nelle loro notti ad una voce di messaggeri che invita, ad una luce che squarcia il buio e li pone in cammino, in una ricerca di segni.

Luca in un secondo momento narra un’altra presentazione: questa volta nel cuore del tempio, a Gerusalemme, dove fa iniziare il suo vangelo, con l’episodio di Zaccaria e luogo dove Gesù compirà il suo cammino. Per poi iniziare un movimento che da Gerusalemme va verso i confini della terra. Nel cuore del tempio sono due persone avanti negli anni, Simeone e Anna ad accogliere Gesù. Maria e Giuseppe intendono adempiere le prescrizioni della legge. Ma nel tempio dove i poveri facevano le loro offerte secondo la legge qualcosa di particolare si compie. E’ un incontro tra una lunga attesa e il dono di una presenza. E’ il momento di arrivo di una lunga vita in cui è maturato uno sguardo capace di scrutare i segni. E’ il momento di una benedizione e di una lode che giunge da due vecchi che hanno mantenuto la capacità di sperare, di guardare oltre a loro stessi, di affidarsi ad una promessa a cui non venir meno. E’ un omento di fede che si apre a leggere la luce di Dio, la vicinanza di Dio nel volto inerme e umano di quel bambino, Gesù.

Simeone è descritto in queste parole: “uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui”. Uomo sensibile agli impulsi dello spirito. Anche quel giorno, mosso dallo Spirito giunse al tempio. Nel tempio, in un momento in cui si compiono gesti secondo prescrizioni della legge, la novità dello Spirito è presente negli occhi di un vecchio.  Accoglie tra le braccia il bambino e benedice Dio. La sua vita è stata una attesa e giorno dopo giorno ha continuato ad affidarsi alla promessa.

Ora in quel bambino scorge il punto di arrivo del suo percorso e la sua preghiera è ringraziamento e affidamento: “Ora lascia o Signore che il tuo servo, vada in pace secondo la tua parola… i miei occhi hanno visto la tua salvezza… preparata per tutti i popoli“. Simeone è un anziano, esempi di fedeltà e di uno stare davanti al Signore in modo semplice e generoso: non pretende nulla ma si affida ad una promessa che orienta tutta la sua vita e non viene meno.

I suoi occhi nel tempo si sono affinati nell’imparare a guardare i segni e proprio in quel bambino scorge la luce per i popoli e la risposta all’attesa di Israele. La salvezza che si fa vicina nella debolezza e fragilità di un bambino: ci vuole uno sguardo particolare per entrare in questo paradosso, per vedere una risposta alla sua lunga attesa.

Il suo nome Simeone significa ‘Dio ha ascoltato’ (dal verbo shamà ascoltare). Simeone, carico di anni, riconosce che Dio ha ascoltato la sua attesa. La sua esistenza è un cammino di fede semplice, senza particolari caratteri se non la capacità di stare fermo nell’attendere. Non pieno di qualcosa proveniente da se stesso, ma aperto ad un dono di Dio capace di assecondare le spinte dello Spirito. E i suoi occhi sono resi trasparenti per vedere una salvezza non solo per sé ma per tutti, per Israele, per i popoli. Sono occhi che sanno guardare lontano.

Anna è profetessa: Anna nel suo nome rinvia al ‘dono’ (significa graziosa, benedetta). anche lei è donna che ha percorso tante fatiche in anni carichi di vita. Anche lei attende solo consolazione per tutto il popolo. Anche lei è mossa dallo Spirito e ‘si mise a lodare Dio e parlava del bambino…’. In quei gesti e in quelle parole si manifesta il suo saper riconoscere il dono di Dio che si fa vicino in un bambino.

Simeone e Anna sono i primi tra quei credenti provenienti dal popolo di Israele che sono i poveri di JHWH, persone che non hanno altre sicurezze ma sanno affidarsi. Non tengono Gesù per se stessi, ma riconoscono in lui una luce che è per tutti i popoli. Annunciano quel bambino come salvatore. La luce del volto di Gesù, che comunica un Dio vicino che si china sulla nostra debolezza e la prende insieme, ha tolto loro ogni paura: ogni paura della vita ed anche l’ultima paura quella della morte. Nei loro occhi rimane quella luce che rimane anche nel passare l’ultima linea d’ombra.

Alessandro Cortesi op

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Invochiamo pace su Gerusalemme

Trump, l’attacco del secolo al diritto internazionale. Questo il titolo di un articolo di Michele Giorgio de “Il Manifesto” riportato nel sito “Nenanews” sul piano di Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Il 28 gennaio us il presidente USA ha presentato pubblicamente quello che ha definito ‘Accordo del Secolo’. E’ un piano di fatto elaborato dal suo genero, Jared Kushner, che avrebbe la pretesa di essere un piano di pace ma che contiene tutte le premesse per essere un appoggio a Netanyahu e un regalo alla destra israeliana in vista delle prossime elezioni.

Viene annunciato come un ‘accordo’ ma è un piano elaborato in modo unilaterale senza tener conto delle richieste dei palestinesi e manifestando una logica di umiliazione di questo popolo e delle sue legittime attese.

“…l’Accordo del secolo (…) a conti fatti è solo la negazione del diritto internazionale e del principio sancito dalle Nazioni Unite dell’uguaglianza dei popoli e del loro diritto alla libertà e alla dignità. Con il premier israeliano Netanyahu al suo fianco, Trump ieri a Washington ha delineato la soluzione con cui gli Stati uniti assegnano in via ufficiale – perché sul terreno è già così dal 1967 – quasi tutto il territorio della Palestina storica a Israele. Ad eccezione di qualche frammento di terra entro i quali il presidente americano prevedono la nascita di uno Stato palestinese senza sovranità, senza controllo del suo spazio aereo e dei suoi confini (di fatto non avrà confini) che di fatto sarà sotto il controllo di Israele. Trump ai palestinesi offre una serie bantustan in Cisgiordania e la Striscia di Gaza – collegati da una combinazione di strade e tunnel – che saranno chiamati «Stato di Palestina»” (ibid.).

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Trump ha pubblicato in un suo tweet la mappa della nuova divisione territoriale. Appare come ad Israele venga riconosciuta sovranità su tutti gli insediamenti della West Bank – cioè su quei territori conquistati con la guerra del 1967 e militarmente occupati in aperta violazione della convenzione di Ginevra – e su tutta la Valle del Giordano. Il territorio dello Stato palestinese verrebbe quindi scorporato in due grandi parti e spezzettato con punti di collegamento previsti per mezzo di tunnel e ponti. Di fatto tale condizione presenta il progetto di una serie di territori frammentati e disseminati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza collegati tra loro e sottoposti ad uno stretto controllo da parte israeliana. Ne deriva la previsione di uno Stato palestinese riconosciuto sì come tale, ma senza sovranità e di fatto sottoposto al controllo di Israele.

Nel discorso di Trump Gerusalemme è stata ripetutamente indicata come capitale indivisibile di Israele. Viene altresì riconosciuta la sovranità israeliana sul Golan siriano occupato illegalmente nel 1967 e sulle colonie – illegali secondo il diritto internazionale – con la promessa che non vi saranno spostamenti degli israeliani che vi si sono installati sinora.

“Trump afferma che il suo piano contiene una mappa, in basa alla quale l’estensione territoriale dell’Autonomia palestinese come è attualmente codificata dagli accordi di Oslo del 1993, sarebbe addirittura raddoppiata. Ma si tratta di una fandonia, una delle tante che volano questa sera tra le sete e gli stucchi del salone della East Wing della Casa Bianca, dove un presidente sotto procedura di impeachment e bisognoso dell’appoggio delle sette evangeliche, più a destra della destra israeliana, colma un primo ministro israeliano da oggi formalmente imputato di gravi reati, di doni da presentare alla vigilia delle elezioni del 2 marzo come successi personali” (Alberto Stabile, La tragica farsa dell’Accordo del Secolo, “La Repubblica” 28 gennaio 2020).

Trump ha indicato che la capitale dello Stato palestinese sarebbe nei sobborghi est di Gerusalemme e verrebbe assicurato il diritto di pregare nella Città Santa nel rispetto dello status quo attuale, ma non è prevista alcuna sovranità su Gerusalemme. La città invece è indicata nel piano come unica capitale indivisa dello Stato d’Israele, situazione già affermata con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Trump con questo annuncio manifesta “la totale indifferenza per il diritto internazionale, il disinteresse – se non il fastidio – per le rivendicazioni palestinesi e per il diritto al ritorno, nemmeno citato, e l’abnegazione all’agenda israeliana. Li ha elencati lui stesso i regali a Tel Aviv: “Il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento del Golan e più di tutto l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano” (M.Giorgio, cit.).

La reazione da parte da palestinese a questo accordo che di fatto è un diktat e cela un inganno ai danni del popolo palestinese è stata di opposizione e protesta. Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese si è rifiutato di ricevere il testo del documento e ha chiesto la convocazione della Lega araba. Ma gli appelli dei palestinesi ai Paesi arabi e all’Europa a rifiutare il piano americano, denunciandone la decisione unilaterale e la logica di inganno sottesa, per ora rimangono inascoltati.

La preghiera del vecchio Simeone, anziano cercatore di luce, capace di leggere i segni, è invocazione da ripetere oggi proprio nelle contraddizioni e nel buio di questo presente, ricordando Gerusalemme, pregando per la pace, per una pace che respiri di giustizia e diritto, sogno di Dio per tutti i popoli, che tanta opposizione e falsità trova oggi proprio nella terra che ha visto la luce della presenza di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: Duccio Facchini, Il ‘futuro sempre più oscuro’ per i territori palestinesi. Dove l’occupazione è divenuta annessione. Intervista a Michael Lynk, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, in “Altreconomia” 1 ottobre 2019, consultabile a questo link

Con il pensiero a Gaza: un appello per fermare il massacro

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A Gaza si sta consumando una tragedia umana e un massacro. Non si può restare indifferenti. I mass-media in Italia e non solo sono per lo più allineati nel presentare la guerra sferrata da Israele nella Striscia di Gaza come una guerra di difesa. I morti risultano essere numeri, senza volto e senza nome: quasi un conteggio di inevitabili conseguenze di una azione militare motivata dalla ricerca di eliminare pericolosi terroristi, per ostacolare il lancio dei missili sulle città d’Israele.

Ma i media quasi per nulla parlano della condizione di oppressione, di disprezzo e prigionia in cui sono tenuti un milione ottocentomila persone nella Striscia di Gaza, una sottile striscia che corrisponde come estensione a 360 kilometri quadrati, un lembo di terra con una larghezza di circa 10 km e una lunghezza di 40 km circa. Non parlano delle umiliazioni quotidiane che i palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania sono costretti a subire in un’area dove vige l’occupazione di Israele: privazione d’acqua per l’irrigazione dei campi e orti, obblighi continui di controlli e umiliazioni ai check point per raggiungere il posto di lavoro o per gli spostamenti, impossibilità ad avere medicine e di accedere alle cure necessarie.

Dal 2006 la Striscia di Gaza è stata sottoposta ad un isolamento e ad un embargo senza paralleli nella storia. Gli abitanti sono isolati sia dal mare sia per via terra: se un pescatore si inoltra in mare oltre tre miglia viene preso di mira dal fuoco della marina israeliana. Nessuno può allontanarsi via terra se non attraverso uno dei due valichi sotto controllo degli israeliani a Erez a Nord e degli egiziani a Rafah a Sud. La popolazione di Gaza non può recarsi in altri territori palestinesi, non può andare a Gerusalemme, né può recarsi all’estero per studiare, per lavoro, se non con un permesso di Israele impossibile ad ottenere dalla maggior parte delle persone. Non può raggiungere parenti e persone care residenti altrove. Le terre vicine al confine non possono essere coltivate, e i prodotti agricoli non possono essere esportati. Nella morsa dell’embargo operato da anni da parte di Israele un popolo intero è tenuto in condizioni di prigionia e di umiliazione continua: l’80 per cento della popolazione di Gaza vive sotto la soglia della povertà con meno di due dollari al giorno. Da quando la Stiscia di Gaza è stata abbandonata da Israele nel 2005 si sono susseguite una serie di attacchi militari durissimi a brevi intervalli di tempo, nel 2006, tra il 2008-2009 e nel 2012.

L’assedio e l’embargo di Gaza sono un sorta di condanna a morte lenta. Israele è un popolo che ha diritto alla sicurezza e certamente non è accettabile e condivisibile la scelta della lotta armata da parte di Hamas come anche il lancio dei missili sulle città israeliane. La violenza genera solo altra violenza e la spirale della vendetta va interrotta da scelte di dialogo. Ma  quando un popolo è tenuto in una condizione disumana cerca in tutti i modi di sopravvivere, e di resistere all’annientamento. La disperazione e l’odio ingenerato da violenza e ingiustizia sono terreni di coltura di ogni genere di reazione. Nel documento Kairos redatto dai pastori delle chiese di Palestina nel 2009 si può leggere: “Alcuni partiti politici hanno seguito la strada della della resistenza armata. Israele ha usato questo come pretesto per accusare i palestinesi di essere terroristi distorcendo così la reale natura del conflitto, presentandolo come guerra di Israele contro il terrore, invece che come legittima resistenza palestinese all’occupazione isareliana in modo che essa finisca” (Documento Kairos, 2009)

Il governo di Israele con il pretesto della propria sicurezza con il suo esercito sta conducendo un’opera di punizione collettiva nei confronti un intero popolo, causando morte e dolore di bambini e innocenti, costringendo in una condizione di terrore e di paura. I bombardamenti di questi giorni dall’inizio di luglio non solo hanno già causato più di 1200 morti, ma hanno seminato una sofferenza indicibile, dolore, umiliazione, disperazione. Molti hanno perso la vita mentre stavano raccogliendo i beni di necessità prima di lasciare le case. Sono stati uccisi bambini, portatori di handicap, donne e anziani. Sono state prese di mira abitazioni, scuole, centri dell’ONU, ambulanze e ospedali.

Hanan Ashrawi ha detto alla BBC che se l’esercito di Israele, che nel suo nome reca l’espressione ‘forza di difesa’ (IDF), sta tentando di non colpire civili, come afferma la propaganda, è allora il peggior esercito del mondo perché sinora ha ucciso 85 per cento di civili con i suoi bombardamenti.

Ma l’attacco a Gaza oltre a lutti e devastazioni sta generando ferite inenarrabili nei cuori delle persone, ferite che sono portatrici di odio e altra violenza. Un bambino nato a Gaza che ha dieci anni ha già vissuto quattro eventi di guerra nella sua breve vita. Al 30 luglio si contano 1200 morti e più di 7000 feriti. L’85 per cento delle vittime sono civili, innocenti, donne vecchi, bambini. Più di 150.000 civili sono stati costretti lasciare le loro case, e non sanno dove andare perché l’intero territorio della Striscia è sotto attacco con bombardamenti dal cielo, da terra e dal mare. Una situazione che solo al pensiero dà il senso di oppressione e impazzimento.

Ferite psicologiche che segneranno per sempre la vita di bambini, di donne, uomini, terrore e paura nell’impossibilità di fuggire, chiusi come animali in gabbia. Se c’è una schiavitù per gli abitanti di Gaza c’è anche una schiavitù di Israele che si condanna ad una condizione di guerra permanente e ad essere oppressore, attore di disumanità senza limite. L’esercito di Israele a Gaza sta commettendo crimini di guerra e contro l’umanità, nel silenzio della comunità internazionale a causa dei forti interessi che molti paesi hanno per il commercio di armi. E l’Italia risulta essere il primo esportatore di armi a Israele.

La denuncia proviene da varie parti, un gruppo di scienziati testimoni in un artcolo sulla pretigiosa rivista The Lancet denunciano la situazione e in particolare l’uso nefasto delle armi utilizzate.

Amira Hass, giornalista israeliana di Ramallah nel quotidiano Ha’aretz riporta il pensiero di un amico da Gaza “se Hamas è nato dalla generazione della prima Intifada, quando i giovani che tiravano pietre sono stati presi a fucilate, cosa nascerà dalla generazione che ha sperimentato i ripetuti massacri degli ultimi sette anni?” e commenta: “La nostra sconfitta morale ci perseguiterà per molti anni in futuro”.

Eppure ci sono segni di resistenza al prevalere dell’odio: sono i soldati israeliani che si rifiutano di recarsi a combattere come Udi Segal, sono i gruppi minoritari che in Israele si schierano per il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese, sono i palestinesi che rinunciano a odiare, come il medico Abuelaish Izzedin, e come tutti coloro che coltivano la speranza, con una resistenza che si pone nella scelta della nonviolenza. Sono le presenze dei cooperanti che rimangono a Gaza accanto a un popolo martoriato come i giornalisti che offrono notizie e testimonianze. Un piccolo grande segno di presenza e vicinanza è stato il viaggio di una delegazione di Pax Christi in Palestina nei giorni scorsi. E’ il gesto della bambina che tra le macerie di una casa distrutta va a raccogliere i libri di scuola per salvarli dalla distruzione, un gesto che fa ricordare la vicenda narrata da Eric-Emmanuel Schmitt ne ‘Il bambino di Noè’: nel diluvio raccogliere e custodire tutto quello che non deve andare perduto.

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Si deve affermare con chiarezza: la causa principale da rimuovere è l’occupazione di Israele che occupa la Palestina non consentendo il riconoscimento dei fondamentali diritti umani alla popolazione palestinese.

Sempre il documento Kairos Palestina del 2009 firmato dai dei pastori delle chiese in Palestina denunciava la violenza condotta in modo sistematico e si faceva eco del grido di dolore del popolo palestinese, indicando con chiarezza la via della nonviolenza e della resistenza creativa: ”Noi … gridiamo dal cuore della sofferenza che stiamo vivendo nella nostra terra, sotto occupazione israeliana, con un grido di speranza in assenza di ogni speranza….” (…) “Il Muro di separazione eretto in territorio palestinese… ha reso le nostre città e i nostri villaggi come prigioni, separandoli gli uni dagli altri; Gaza, specialmente, continua a vivere in condizioni inumane, sotto assedio permanente… Gli insediamenti israeliani devastano la nostra terra in nome di Dio o in nome della forza, controllando le nostre risorse naturali, specialmente l’acqua e le risorse agricole…”

“L’occupazione israeliana della terra palestinese è un peccato contro Dio e contro l’umanità poiché depriva i palestinesi dei fondamentali diritti umani”

“L’ingiustizia contro il popolo palestinese, cioè l’occupazione israeliana, è un male che deve essere combattuto. E’ un male e un peccato che deve essere contrastato e rimosso. La primaria responsabilità di questo è degli stessi palestinesi che subiscono l’occupazione. L’amore cristiano ci invita alla resistenza. Tuttavia l’amore mette fine al male camminando sulla via della giustizia. La resposnabilità è inoltre della comunità internazionale, poiché oggi le leggi internazionali regoalno i rapporti tra i popoli, Infine la responsabilità è di coloro che perpetuano l’ingiustizia; essi devono liberarsi dal male che è in loro e dll’ingiustizia che hanno imposto agli altri”.

”Affermiamo che la nostra scelta come cristiani di fronte all’occupazione israeliana è di resistere. La resistenza è un diritto e un dovere per il cristiano. Ma è una resistenza che ha l’amore come logica. E’ quindi una resistenza creativa , poiché deve trovare strade umane che impegnino l’umanità del nemico. Dobbiamo combattere il male, ma Gesù ci ha insegnato che non possiamo combattere il male con il male. Possiamo resistere attraverso la disobbedienza civile. “

La prima proposta è attuare il boicottaggio soprattutto per quel che riguarda il commercio di armi: “Individui, aziende e stati si impegnino nel disinvestimento e nel boicottaggio di ciò che viene prodotto dall’occupazione. (…) Queste campagne devono essere portate avanti con coraggio,prclamando sinceramente e apertamente che il loro scopo non è la vendetta ma la fine del male esistente, la liberazione sia degli oppressori che delle vittime dell’ingiustizia”.

E’ proposta ripresa da Alex Zanotelli che la allarga a chiedere l’embargo militare contro Israele come proposto dai Premi Nobel in un recente appello, la revoca del Trattato militare segreto Italia-Israele, conosciuto come”Accordo generale di cooperazione militare e della difesa” e il boicottaggio delle Banche, che pagano per questo commercio di armi (Campagna Banche armate), ritirando i nostri soldi dalle banche ‘armate’. (Alex Zanotelli, Non lasciamo soli i palestinesi)

Riprendiamo l’appello dei patriarchi e capi delle chiese di Gerusalemme: “Ci appelliamo a Israele affinché interrompa l’ingiustizia verso di noi, e non continui a fuorviare la verità dell’occupazione fingendo che sia una battaglia contro il terrorismo. Le radici del terrorismo sono nell’ingiustizia umana commessa e nel male dell’occupazione ”.

E’ importante e urgente in questo momento non lasciare nella solitudine il popolo palestinese piegato dalla sofferenza e che vive in una condizione di umiliazione, di disprezzo, di non riconoscimento della propria dignità umana.

L’indignazione di fronte alla violenza delle armi si fa grido per invocare e chiedere a chi ha in qualche modo potere di agire e influenzare le scelte internazionali: si fermino i bombardamenti, si intraprenda un percorso di riconoscimento di diritti fondamentali del popolo palestinese, si facciano tacere le armi e si lasci spazio al riconoscimento dell’umanità dell’altro, ad un negoziato per porre fine all’occupazione, all’attuazione di una pace con riconoscimento di diritti e nel ristabilire giustizia, attuando percorsi di disarmo radicale.

Come chiedono i pastori di Palestina: “Il nostro futuro e il loro futuro è lo stesso futuro, sia il ciclo della violenza che ci distrugge entrambi, sia la pace di cui di cui beneficeremo entrambi”.

Alessandro Cortesi op

10527346_851225801567769_5421427076836356279_nQuartiere di Shejaya, ad est di Gaza city, 26 luglio 2014 – photo: Jehad Saftawi/IMEU

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