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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Qualcosa da ri-dire

Al seguente link si può scaricare gratuitamente un e-book di riflessioni su questo tempo di cambiamento possibile dopo le fasi più critiche della pandemia. anch’io vi ho collaborato e lo segnalo come occasione di approfondimento. (ac)

https://www.queriniana.it/libro/qualcosa-da-ri-dire-4371

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Sap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

A conclusione del suo vangelo prima del racconto della passione e morte, Matteo raccoglie nei capitoli 24 e 25 il discorso escatologico di Gesù sulle realtà finali. La parabola delle vergini sagge e stolte è la seconda di tre parabole tutte centrate sulla vigilanza: il servo fedele, le vergini stolte e sagge, i talenti. Al cuore di questi capitoli sta l’intento di confermare che il Signore ritornerà e l’invito a vivere il presente in modo responsabile e con operosità.

Il contesto della parabola è quello delle nozze, una grande immagine che rinvia a all’incontro presentato dai profeti tra Dio sposo e il popolo d’Israele (Os 2,18.21-22; Is 54,1-10). Il rito del matrimonio ebraico prevedeva che nel quadro di lunghi festeggiamenti la sposa con le amiche attendesse al tramonto l’arrivo dello sposo. Da qui si muoveva il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il rito e il banchetto. In questa grande allegoria l’esperienza della comunità che attende il ritorno dello sposo (Gesù nella sua gloria) è orientata alla gioia della festa di una convivialità piena.

Sono indicati due gruppi di fanciulle, alcune stolte perché hanno preparato le lampade senza portare con sé l’olio e alcune sagge perché insieme alle lampade presero anche l’olio in piccoli vasi. Nel vangelo di Matteo questa contrapposizione era già stata presentata nella descrizione dell’uomo saggio che costruisce la casa sulla roccia diversamente dallo stolto, che costruisce sulla sabbia (Mt 7,24-27). Ciò che differenzia il saggio e lo stolto è l’impegno di vita. Matteo infatti pone il riferimento all’uomo saggio e allo stolto a commento delle parole: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.

Al tramonto è necessario accendere le lampade per accogliere lo sposo. Ma il ritardo porta ad una situazione imprevista. Il sonno giunge e fa assopire le amiche della sposa: tutte si addormentano. E’ importante questa precisazione. Il sonno si contrappone alla veglia, e richiede un’attesa. E per tutte è difficile rimanere nella veglia. Ma quando giunge la voce ‘Ecco lo sposo’ tutte prepararono le lampade. Le stolte chiedono alle sagge un po’ dell’olio ma queste rispondono ‘no perché non ne venga a mancare a noi e a voi’. La parabola va letta in riferimento al cuore dell’annuncio che essa reca: non intende infatti essere un’indicazione di comportamenti (è infatti un po’ sorprendente l’atteggiamento duro di chi non dà del proprio olio a chi ne avrebbe bisogno) ma insiste sul fatto che la vita è un’attesa. In quest’attesa è essenziale avere con sé olio per le lampade, olio che fa riferimento ad una sapienza (Prov 31,18) che si attua in un concreto agire (Mt 5,14-16). Le fanciulle sono sagge perché il recare con sé l’olio indica che la loro attesa non è vana e fatta solo di parole ma si esprime in una prassi coerente pur se anche loro si lasciano prendere dal sonno.  

La porta è aperta per chi vive con senso di pazienza e nella gioia l’attesa dell’incontro con Dio. La sapienza autentica non è questione di una conoscenza teorica ma si attua in un coinvolgimento di vita, in gesti concreti di attenzione e cura.  E’ questo il messaggio presente in Sap 6, la prima lettura, in cui la sapienza è dono di Dio e nel contempo va cercata e richiede un vigilare. Nel tempo che ci è dato – è questo il messaggio della parabola – anche se l’attesa del ritorno del Signore si prolunga, la comunità dei discepoli è chiamata a vivere un agire responsabile fatto di concretezza e di fedeltà alla storia. Attuare la speranza è lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op


Lampade accese… Incontro internazionale di preghiera per la pace tra le grandi religioni mondiali – Roma Campidoglio – 28 ottobre 2020
“Nessuno si salva da solo – Pace fraternità”

Vigilare

Cosa significa vivere la vigilanza in questo tempo della pandemia? E’ questa una domanda che sorge dal riflettere sull’esigenza di non rimanere assopiti e incapaci di orientamento in una situazione che spinge a rinchiudersi, ad essere sospettosi degli altri e lasciarsi sommergere da sentimenti di paura e di disperazione.

Una prima esigenza di vigilanza sta nell’individuare informazioni corrette che aiutino ad orientarsi. Non è facile nella stagione delle fake news, dei confronti televisivi in cui hanno voce persone incompetenti o coloro che urlano più forte degli altri. Seguire bravi giornalisti che aiutano a leggere quanto sta accadendo e offrono elementi solidi per formarsi un giudizio è una fatica da intraprendere. Potrebbe essere questo un impegno per non rimanere risucchiati in una corrente di informazione che ruotare unicamente attorno all’unico argomento della pandemia in un vortice di numeri, percentuali e messaggi angoscianti. Si potrebbe aprire un ascolto su drammatiche situazioni a livello mondiale: le guerre in atto, le violazioni di diritti umani, i processi economici e politici che generano diseguaglianze. Solamente uno sguardo attento alla realtà può scaturire l’individuazione di una direzione da dare al proprio impegno.  

Una seconda attenzione può essere quella di mantenere gli occhi aperti su tutto ciò che non appare ma fa parte della vita. Lo spostamento della attenzione generale sui mondi virtuali dei social media rischia di distogliere lo sguardo dalla vita reale. Può essere un importante esercizio di vigilanza portare attenzione al lavoro quotidiano di tante e tanti che operano negli ospedali e nei luoghi di cura in questo tempo, di chi provvede alla distribuzione del cibo, di chi raccoglie nei campi la frutta e la verdura che giunge sulle tavole, di chi opera nei trasporti, di tutti gli insegnanti ed educatori che stanno cercando modalità nuove di coltivare le relazioni e l’insegnamento coni propri alunni, di tutti coloro che nell’operare quotidiano offrono un contributo a quella tessitura di relazioni che costituisce il vivere sociale non di individui separati ma di una città connessa in tanti modi. Uno sguardo alla vita reale apre a scorgere anche le sofferenze che segnano la vita di molte persone e famiglie, chi è stato toccato dalla malattia e soprattutto di tutti coloro che non hanno spazi di visibilità, le famiglie in cui sono presenti persone disabili, gli anziani soli, i migranti e coloro che vivono ai margini della vita sociale.

Una terza attenzione da coltivare potrebbe essere l’ascolto delle riflessioni di chi non indica un immediato ritorno alla normalità, alla situazione cioè in cui lo scoppio della pandemia ha trovato il mondo, ma suggerisce di sostare, di interrogarsi in ascolto della provocazione di questa crisi in vista di un cambiamento radicale. Abbiamo vissuto e viviamo sfruttando risorse, provocando iniquità, indifferenti all’esclusione di molti e alla condizione di tanti impoveriti. L’illusione del tornare allo stato di prima dimenticando le sofferenze e la crisi evidenziata da questo passaggio epocale può essere una malattia altrettanto grave del virus che dilaga: si tratta della malattia dell’indifferenza, dell’assuefazione all’ingiustizia, della cecità a fronte di un venir meno della difesa e promozione dei diritti umani e della cura dell’ambiente e del creato. 

Una quarta attenzione potrebbe essere rivolta alla vita delle comunità ecclesiali. Anche a tal riguardo si afferma il pensiero di un ritorno alla situazione precedente, senza porre porre nulla in discussione, senza assumere il coraggio di pensare alle provocazioni che questo evento della pandemia in corso sta offrendo: sfide a ripensare la vita della fede, la testimonianza, le modalità della vita comunitaria e delle celebrazioni, le forme del ministero, la responsabilità di contribuire alla fraternità umana, a come aprire vie del dialogo e di incontro.

Viviamo un tempo che presenta un crinale su cui camminare. I recenti fatti di violenza e di terrorismo fanatico – l’attenzione dei media è stata rivolta agli attentati di Nizza e Vienna, meno risalto ha registrato l’attentato all’università di Kabul che ha provocato ventidue vittime tra studenti e studentesse – segnalano come il rischio concreto sia quello di lasciarsi prendere da una paura che paralizza, suscita sospetto e rifiuto dell’altro, spinge alla ricerca di nemici contro cui lottare secondo una logica di guerra. Oppure per contro scegliere di vigilare pur nelle difficoltà scoprendo nuovi orizzonti di una libertà che sempre deve comporsi con la fraternità. E decidersi a costruire dal proprio ambiente e dalle piccole cose un futuro non contro gli altri ma insieme. Sempre più urgente appare l’importanza di coltivare un impegno quotidiano, continuo, per opporsi alle diverse forme della violenza, dell’aggressività, del disprezzo e attuare invece scelte di cura a fronte di molteplici sofferenze, di incontro in un contesto di tanta solitudine, di rispetto per l’altro, di attenzione soprattutto ai più fragili.

In queste linee forse oggi è da coltivare quella vigilanza a cui il vangelo richiama.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate… Egli aspettò che producesse uva, essa produsse invece, acini acerbi … che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Ebbene la vigna del Signore…  è la casa di Israele”

In una bellissimo poema Isaia evoca l’immagine della vigna, un’immagine centrale del Primo Testamento che parla di cura, di dedizione e di amore: ‘che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?’. Anche nel Cantico dei cantici la vigna è simbolo utilizzato per parlare dell’amore: la amata infatti è indicata come ‘vigna in fiore’. La vigna diviene così simbolo del popolo d’Israele.

Il poema di Isaia inizia con una descrizione serena della vigna e del lavoro che il ‘diletto’ vi svolge. E’ una descrizione di pace e operosità. Parla della cura amorosa con cui la vigna è coltivata con attenzione a tutti i particolari. Ma nonostante la fatica della coltivazione la vigna produce solo acini acerbi. Sorge allora la delusione e il senso di fallimento: il riferimento è al rapporto tra il popolo di Israele e il suo Dio.

L’autore del poema gioca con le parole per descrivere il capovolgimento delle attese: anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Isaia è un grande poeta: tratteggia una drammatica vicenda di infedeltà da parte del popolo d’Israele. L’attesa paziente di Dio che si è preso cura del suo popolo viene delusa.

Il tema della vigna che rappresenta Israele è presente anche nel libro di Osea (10,1) ed è ripreso da Geremia: “Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Ger 2,21). Geremia presenta la denuncia da parte di Dio dell’infedeltà di Israele. Ma anche presenta ancora il desiderio di Dio di racimolare un resto che sia in grado di ascoltarlo: “’Racimolate, racimolate come una vigna il resto di Israele; stendi ancora la tua mano come un vendemmiatore verso i suoi tralci’. A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino?” (Ger 6,9) La vigna-popolo di Israele è chiamata ad ascoltare la parola di Dio e la cura di Dio è in vista di questo ascolto. Tale vigna è stata devastata da cattivi pastori che hanno reso il campo prediletto un deserto isolato (Ger 12,10).

Anche Ezechiele usa questa immagine in un poema in cui il legno della vite viene messo a bruciare sul fuoco, simbolo dell’inutilità dei comportamenti degli abitanti di Gerusalemme infedeli al Signore (Ez 15,1-8). Viene evocata la vigna rigogliosa sradicata e trapiantata nel deserto, con rinvio all’esperienza dell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e il profeta richiama alla fedeltà a Jahwè. Egli è signore di tutti gli alberi: “Io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò” (Ez 17,24).

Isaia presenta una prospettiva nuova nel rapporto tra la vigna e il suo guardiano: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. Oppure meglio, si afferri alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

L’immagine della vigna è ripresa da Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi che si connota come una allegoria: nel racconto è presentata una vicenda di amore e cura da parte di un uomo che ha piantato e lavorato la vigna prima di darla in affitto a dei contadini andandosene lontano. Ma si attua per contro una vicenda di ingiustizia e di rifiuto. I servi mandati dal padrone per raccogliere i frutti vengono bastonati, uccisi lapidati. Traspare in questi riferimenti la denuncia dei capi del popolo di Israele, i detentori del potere religioso, che pretendono di farsi padroni della vigna e rifiutano gli inviati del padrone – di Dio stesso – cioè i suoi profeti. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini,… dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo”.

E’ una parola chiara di denuncia da parte di Gesù rivolta a coloro che stanno tramando contro di lui. La parabola si chiude con una domanda “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?” La vigna verrà data ad altri. Su tutto prevale una storia di fedeltà, la fedeltà del servo e del figlio. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il centro della parabola sta nell’annuncio della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto ripropone all’umanità il suo dono, la salvezza. E Gesù stesso, la pietra scartata dai costruttori, diverrà pietra fondamentale di una nuova costruzione. Sarà una costruzione in cui al centro dovranno essere gli esclusi perché Dio prende la pietra scartata e la fa pietra d’angolo. Sarà una comunità fatta di esclusi e non di esclusione.

“Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli… Dio degli eserciti ritorna! guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte” (Sal 80,9-16)

E’ Gesù, dirà il quarto vangelo, la vite fedele che porta frutti: ‘Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in  me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,5).

Alessandro Cortesi op

La pietra scartata

“La pandemia ci ha dimostrato che non possiamo vivere senza l’altro, o peggio ancora, l’uno contro l’altro”. Non hanno avuto un’eco sui media ma le parole che papa Francesco ha espresso nel suo videomessaggio in occasione della 75a sessione dell’Assemblea dell’ONU il 25 settembre us sono state un appello di grande forza che potrebbe costituire una traccia di impegni urgenti da assumere a livello globale.

Ha richiamato innanzitutto la peculiarità di questo tempo di pandemia che provoca ad un cambiamento e ad un ripensamento di tanti aspetti della vita dei popoli, senza facili ottimismi e con un forte richiamo alla responsabilità:

“La pandemia ci chiama, infatti, ‘a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. […]: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è’. Può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno aumentando le distanze tra poveri e ricchi, a seguito di un’ingiusta ripartizione delle risorse. Ma può anche essere una possibilità per una «ritirata difensiva» con caratteristiche individualistiche ed elitarie”.

Ha poi richiamato alcune lezioni della pandemia ponendo in luce come l’ambito della sanità, delle politiche del lavoro e dell’attenzione ai diritti umani siano i luoghi che richiamano ad un cambiamento di fondo: ha proposto di far sì che “tutti abbiano possibilità di accesso a cure e assistenza nella salute pubblica per realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base (…) E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche”.

Ha poi richiamato alla solidarietà non come ‘parola o promessa vana’ focalizzando in particolare l’ambito del lavoro: “È particolarmente necessario trovare nuove forme di lavoro che siano davvero capaci di soddisfare il potenziale umano e che al tempo stesso affermino la nostra dignità. Per garantire un lavoro dignitoso occorre cambiare il paradigma economico dominante che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese”.

Un ‘cambio di rotta’ è richiesto da perseguire in netto contrasto con la cultura dello scarto, per cui vengono sistematicamente violati diritti fondamentali delle persone. Nel messaggio si osserva che in questi anni le crisi umanitarie sono divenute stabili e i conflitti nel mondo e l’uso di armi generano conseguenze drammatiche sulle popolazioni.

Una particolare attenzione è per coloro che subiscono le conseguenze di conflitti e con forza è denunciata un’indifferenza intenzionale nei confronti di immani sofferenze: “Spesso, i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni nei paesi di origine, transito e destinazione, soffrono abbandonati, senza opportunità di migliorare la loro situazione nella vita o nella loro famiglia. Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. (…) Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!”

Il messaggio indica alcuni orizzonti di cambiamento individuando soprattutto l’urgenza di un nuovo sistema economico: “La comunità internazionale deve sforzarsi di porre fine alle ingiustizie economiche (…) Abbiamo la responsabilità di fornire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e la riduzione del debito per le nazioni molto indebitate”.

Il messaggio contiene anche una indicazione di orientamento costruttivo per scorgere nel presente una occasione di cambiamento. La crisi attuale può essere anche un’opportunità perché si generi una economia che contrasti il progredire delle diseguaglianze e si generi una società più fraterna. Concretamente ciò può attuarsi nel prospettare  un sistema economico che promuova la sussidiarietà “sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali”. Ed è rinnovato l’appello a ridurre, se non a condonare, il debito che grava sui bilanci dei paesi più poveri.

Viene anche indicata la necessità di ripensare la architettura finanziaria a livello globale: “’Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti’. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale”.

E’ delineata una chiara denuncia della corsa agli armamenti e dell’uso di armi devastanti che alimentano solo l’industria bellica e la sfiducia e paura. 

“Dobbiamo chiederci se le principali minacce alla pace e alla sicurezza, come la povertà, le epidemie e il terrorismo, tra le altre, possono essere affrontate efficacemente quando la corsa agli armamenti, comprese le armi nucleari, continua a sprecare risorse preziose che sarebbe meglio utilizzare a beneficio dello sviluppo integrale dei popoli e per proteggere l’ambiente naturale”.

“Da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori. Perciò, in questo momento critico, il nostro dovere è di ripensare il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune. È un compito complesso, che richiede onestà e coerenza nel dialogo, al fine di migliorare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati”.

Il messaggio si conclude con un appello: “Le Nazioni Unite sono state create per unire le nazioni, per avvicinarle, come un ponte tra i popoli; usiamolo per trasformare la sfida che stiamo affrontando in una opportunità per costruire insieme, ancora una volta, il futuro che vogliamo”.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Ezechiele è il primo profeta a porre con forza in Israele la questione della responsabilità personale: una vita non dipende da quanto i propri predecessori o parenti hanno compiuto. L’idea che la colpa si trasmette di padre in figlio era profondamente radicata e generava la visione di una responsabilità collettiva. Solo progressivamente nel Primo Testamento si giunge a superare tale modo di pensare.

Ezechiele afferma che se una persona ha commesso un’ingiustizia la colpa non ricade sui suoi parenti o vicini. Ognuno è chiamato a rispondere dei propri comportamenti. A ciò aggiunge – facendosi voce della misericordia di Dio – che è possibile sempre un cambiamento fecondo di vita nuova. “se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia  che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso”. Chi compie il male ne è responsabile ma non dev’essere marchiato per sempre per i suoi atti sbagliati: vi è possibilità per tutti di un cambiamento. Se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia fa vivere se stesso. Ezechiele introduce così l’idea che una persona può cambiare smettere di fare il male e operare il bene . E’ possibile, sempre, la conversione, un orientamento globale dell’esistenza che giunge ad esprimersi anche in una trasformazione di comportamenti, ma è ben di più. Invita a scorgere l’urgenza della conversione per tutti. Ognuno nel proprio cuore sa che coabitano desiderio di bene e tendenza al male; ognuno sa che nella vita ha compiuto scelte di bene e gesti di infedeltà e ingiustizia. La parola del profeta apre alla speranza: per tutti è aperta la via della conversione quale chiamata di un Dio che desidera la vita e non la morte del peccatore.

“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli…” Gesù conosce il cuore umano. Parla di due figli: il primo risponde di sì e poi non va a lavorare nella vigna, il secondo dice no e invece poi ci va.  “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. La parabola intende provocare a considerare l’importanza non tanto delle parole ma della pratica di vita: “Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E’ questo un insegnamento caro alla comunità di Matteo. “E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo” ribadirà Ignazio di Antiochia nel II secolo scrivendo agli Efesini. Si può anche leggere la parabola scorgendo un appello ad esaminare il proprio cuore: nell’intimo di ogni cuore può essere presente il profilo dell’uno e dell’altro dei due figli. L’impegno della vita è da un lato ascoltare la voce del Padre, ma questo richiede anche una decisione che conduce alla concretezza dell’agire, un aprirsi alla passione del Padre per la vigna in cui c’è necessità di lavoro, di coltivazione, di cura. Non è allora importante dire sì o no, o manifestarlo senza poi fare nulla. Importante è muoversi in un impegno concreto nella vigna degli incontri umani, della storia.

Nel vangelo di Matteo questo brano introduce una serie di scontri tra Gesù e farisei e sadducei, i primi osservatori puntuali alla legge, i secondi legati ai sacerdoti, al culto e al tempio. Coloro che dovevano essere i più preparati e attenti ad accogliere l’annuncio di Gesù, le persone religiose, gli uomini del culto, sono proprio coloro che lo rifiutano. Di fronte ai testimoni e ai profeti, come Giovanni, farisei e sadducei si oppongono proprio perché l’annuncio destabilizza una gestione del potere ed un sistema religioso ben definito.

Gesù al riguardo ha parole taglienti: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Indica così innanzitutto come nel cuore di ciascuno, anche di chi è ritenuto lontano dalla salvezza o indegno dal punto di vista morale, è presente un bene da scorgere. In queste persone che sono le prime che Gesù accostava manifestando il volto di un Dio del perdono scorge l’apertura sincera, il disinteresse, il non avere paura di perdere la faccia nel cambiare. Tutto il contrario dell’ipocrisia propria di un mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca.

In una lettera appassionata e segnata dal desiderio di comunicare la profonda gioia cristiana, che rimane presente anche nella prova, Paolo ai Filippesi scrive: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù”. In queste parole sta la radice di uno stile di vita che fa proprie le scelte di Gesù secondo la via da lui percorsa.

Alessandro Cortesi op

Cambiamento / conversione

Il tempo della pandemia che stiamo vivendo è un passaggio che coinvolge tutta l’umanità con un peso di dolore che attraversa il mondo, dolore delle morti – si sta raggiungendo la quota di  un milione di morti a livello mondiale – dolore di tutti i malati e delle persone coinvolte in vario modo e sofferenze dovute alle conseguenze economiche e sociali della chiusura di attività, alla mancanza del lavoro. 

E’ un tempo in cui si affaccia la domanda ‘come sarà il domani?’. Da più parti si evoca un ritorno alla normalità per poter riprendere i ritmi e modi di una vita che dal punto di vista attuale nelle restrizioni del presente, appaiono un riferimento rassicurante. Ma ad una considerazione più attenta la domanda sul domani dovrebbe rimanere connessa ad una domanda su quel passato di normalità a cui si vorrebbe tornare con nostalgia.

Lo stesso sviluppo del virus nel salto di specie causato dall’intervento umano di devastazione delle foreste e degli ecosistemi, la sua diffusione in aree segnate da un pesante inquinamento dell’aria e da squilibri ambientali dovuti a modi di produzione irrispettosi dell’ambiente, sono segnali che indicano come quella ‘normalità di prima’ non possa essere indicata a modello di un pronto ritorno.

I mesi del lockdown e della pandemia hanno anche rivelato l’importanza per il vivere sociale di una rete sanitaria pubblica che garantisca un livello di cura dignitoso per tutti, hanno manifestato quanto siano fondamentali rapporti di vicinanza e prossimità nell’accompagnare chi è più debole e fragile, hanno rivelato che le vite di tutti sono interrelate, hanno portato a considerare la rilevanza per la vita sociale della scuola e di tutte le attività educative ad essa connesse, hanno messo in evidenza le grandi disparità e ingiustizie nel mondo del lavoro, hanno portato a consapevolezza come una società fondata sulla competizione e sull’arricchimento di pochi sia luogo di incubazione di malesseri e disagi che si riversano su tutti e conducono a perdere di vista la stessa umanità e la medesima possibilità di convivere insieme.

‘Tornare alla normalità’  è quindi un’espressione ambigua che potrebbe trovare correzione in un impegno di tipo diverso, certamente teso a superare l’emergenza sanitaria, un passaggio che appare sempre più attuabile solo se vissuto nella responsabilità diffusa da parte di tutti, ma indirizzando le energie e la creatività verso un cambiamento di stili di vita, per smascherare la normalità di un modello di econmia, di stili di vita che hanno incubato il virus che ora sta mietendo vittime, e per orientarsi ad un modo nuovo di vivere insieme.

Gli orizzonti della solidarietà, della cura dei più fragili, di attenzione all’ambiente e agli equilibri degli ecosistemi, lo sguardo a coloro che sono invisibili e dimenticati, sono gli orizzonti che esigono un cambiamento che si pone nei termini di trasformazione.

Non tanto un ritorno alla normalità di prima dovrebbe essere l’obiettivo di questo tempo, quanto invece una trasformazione radicale alla luce della lezione che il Covid ci ha offerto. Nei primi giorni della pandemia la poetessa Mariangela Gualtieri richiamava a quel fermarsi come un appello: non potevamo andare avanti così in una corsa senza considerazione dell’altro, degli altri che verranno, di quell’altro che è la natura di cui siamo parte come umanità. Mohammed Yunus ha pubblicato un appello a ‘non tornare al mondo di prima’. E’ questo il tempo di un cambiamento che richiede quella ‘conversione ecologica’ a cui richiamava Alex Langer ed una trasformazione del modello economico del sistema neoliberista del mercato e del consumismo senza criteri che domina la società attuale.

Ma anche per la chiesa si pone la domanda di una conversione a partire dalla lezione che proviene dal Covid. Così Francesco Cosentino suggerisce di inaugurare una riflessione sulla trasformazione che innervi anche la vita delle comunità: “Ogni pagina che racconta la missione di Gesù ci consegna in filigrana lo scontro – talvolta drammatico – sulla novità che egli intende inaugurare e l’ostinata rigidità di chi è preoccupato solo di conservare il presente e, con esso, la propria tranquillità (…) Dobbiamo semplicemente riprendere lo stesso impianto pastorale e appiccicarlo a questo tempo? Il seme della Parola, circolato nelle case e con ogni altro mezzo durante il lockdown deve essere considerato un’eccezionalità da ricacciare nel dimenticatoio o, piuttosto, dovremmo riflettere su come l’avevamo trascurato, preferendo un cristianesimo devozionistico, superficiale, sacramentalizzato, senza percorsi formativi, senza spazi culturali, senza fede domestica e senza la centralità della Scrittura? Non ci sono risposte facili, ma almeno possiamo provare a porci le domande” (Francesco Cosentino, Il dono del tempo presente, “SettimanaNews” del 21 settembre 2020).

Alessandro Cortesi op

Parole della pandemia

img_7538-collageNel tempo del confinamento causato dall’emergenza della pandemia Covid-19 molte e diverse sono state le esperienze vissute. Ho cercato di raccogliere tra persone amiche echi di questo tempo particolare, doloroso e impegnativo per custodire testimonianze, sentimenti, riflessioni.

Ringrazio tutte e tutti coloro che hanno voluto condividere un pensiero su di una parola chiave di questo tempo. Ne è risultato questo mosaico di voci raccolte sotto il titolo ‘Parole di un tempo difficile. Testimonianze e riflessioni nella quarantena del Covid-19’ che aiuta a custodire quanto abbiamo appreso e ad orientarci nel cammino che ora si apre. (ac)

Si può scaricare la pubblicazione cliccando qui

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