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XXV domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La vita del giusto costituisce un impedimento e silenziosa denuncia dell’ingiustizia e della disonestà degli empi. Per questo c’è chi trama per eliminarlo “perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni”. Il libro della Sapienza fissa questa vicenda che non è solo quella osservata dall’autore di questo libro biblico nel I secolo a.C., ma costituisce la vicenda di sempre, dell’opposizione da parte di chi detiene poteri e privilegi a chi lotta per la giustizia. La sfida è radicale: “vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari”.

Nella lettera di Giacomo la sapienza è contrapposta alle guerre e alle liti generate dalla brama di possesso, dalla ricerca di dominio e dall’invidia. Per contro la sapienza che viene dall’alto ha caratteri diversi e contrari: costruisce pace, è mite, non è aggressiva. Questo genere di sapienza non si limita ad una dimensione intellettuale ma si traduce in scelte di vita, in uno stile che porta a costruire la pace. La giustizia è come un frutto che sorge dall’albero buono della vita di chi  promuove la pace.  Via della sapienza – dice la lettera di Giacomo – è tessere riconciliazione, lottare contro ogni soluzione di violenza e di guerra per aprire vie diverse del convivere umano.

Nel vangelo Marco presenta Gesù nel suo cammino verso la croce, nel suo  essere ‘consegnato’, e subire umiliazione e condanna rimanendo solo. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini è fallimentare, trova la conferma del Padre che lo risuscita al terzo giorno. Sulla strada Gesù accompagna i suoi a comprendere il senso del suo cammino. Ai dodici chiede chi è il più grande ed spiega il suo modo di comprendere i rapporti e la vita : “se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Gesù ribalta le prospettive sul ‘più grande’. Non intende la grandezza secondo le logiche  del potere, del denaro, dei ruoli ma indica il criterio decisivo dell’accoglienza: chi accoglie il più piccolo e si pone a servizio è grande agli occhi del Padre. Il bambino che Gesù pone in mezzo, al centro, è figura paradigma per tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e sono ritenuti piccoli, senza importanza. Gesù pone al centro i senza diritti, le vittime di un sistema sociale che scarta ed elimina i più deboli e indica che solo nell’esperienza concreta dell’accogliere si può comprendere chi è il più importante allo sguardo di Dio. Chiede così ai suoi di seguire lui, il figlio, che si è fatto servo, sulla via della croce. E così indica che accogliere i piccoli e le vittime è entrare nel cammino per incontrare il Padre.

Alessandro Cortesi op

Chi accoglie uno di questi bambini…

Raccolgo alcune parole che papa Francesco ha pronunziato nel suo recente breve viaggio in Ungheria e Slovacchia, carico di simboli sia per i luoghi visitati, sia per i gruppi e le persone a cui ha dato spazio nei suoi incontri.

La visita è iniziata con l’incontro con il presidente a Budapest e con il premier Orbàn, fautore di una chiusura sovranista, teorizzatore di una democrazia illiberale che rifiuta principi fondamentali dello stato diritto, assertore di posizioni razziste e difensore di un cristianesimo scambiato come appartenenza culturale, a cui si riferisce in modo identitario per giustificare il rifiuto dei migranti. Lo stesso premier ha regalato al papa copia di una lettera del re Bela IV a Papa Innocenzo IV (1250), in cui chiedeva aiuto per respingere la minaccia dei tartari che da Oriente minacciavano l’Ungheria cristiana e gli ha chiesto “di non lasciare che l’Ungheria cristiana perisca”. E’ da tener presente che in Ungheria le poltiiche di Orbàn di rifiuto dei rifugiati e di chiusura ai migranti è condivisa da alcuni vescovi.

Parlando ai vescovi il 12 settembre Francesco ha offerto elementi di una risposta alle sollecitazioni ricevute dal premier Orban e riprendendo il tema delle radici ha detto: “custodire le nostre radici religiose, custodire la storia da cui proveniamo, senza però restare con lo sguardo rivolto indietro: guardare al futuro, guardare avanti e trovare nuove vie per annunciare il Vangelo (…) Il vostro Paese è luogo in cui convivono da tempo persone provenienti da altri popoli. Varie etnie, minoranze, confessioni religiose e migranti hanno trasformato anche questo Paese in un ambiente multiculturale. Questa realtà è nuova e, almeno in un primo momento, spaventa. La diversità fa sempre un po’ paura perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta. Tuttavia, è una grande opportunità per aprire il cuore al messaggio evangelico: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Davanti alle diversità culturali, etniche, politiche e religiose, possiamo avere due atteggiamenti: chiuderci in una rigida difesa della nostra cosiddetta identità oppure aprirci all’incontro con l’altro e coltivare insieme il sogno di una società fraterna”.

L’appello finale è stato centrato sull’invito a costruire ponti di dialogo in questo tempo e coltivare accoglienza:

“Sopra il grande fiume che attraversa questa città si staglia l’imponente Ponte delle Catene: sostituì un fragile ponte di legno e servì a unire Buda e Pest. Se vogliamo che il fiume del Vangelo raggiunga la vita delle persone, facendo germogliare anche qui in Ungheria una società più fraterna e solidale, abbiamo bisogno che la Chiesa costruisca nuovi ponti di dialogo. Come Vescovi, vi chiedo di mostrare sempre, insieme ai sacerdoti e ai collaboratori pastorali, il volto vero della Chiesa: è madre. È madre! Un volto accogliente verso tutti, anche verso chi proviene da fuori, un volto fraterno, aperto al dialogo.”

Nell’incontro ecumenico a Bratislava la sera di domenica 12 settembre, in un discorso in cui ha richiamato Dostojevski e la leggenda del grande inquisitore ed una poesia che viene imparata nelle scuole, Francesco ha invitato a condividere la carità: “Condividere la carità apre orizzonti più ampi e aiuta a camminare più spediti, superando pregiudizi e fraintendimenti. Ed è anch’esso un tratto che trova genuina accoglienza in questo Paese, dove a scuola s’impara a memoria una poesia, che contiene, tra gli altri, un passaggio molto bello: «Quando alla nostra porta bussa la mano straniera con sincera fiducia: chiunque sia, se viene da vicino oppure da lontano, di giorno o di notte, sul nostro tavolo ci sarà il dono di Dio ad attenderlo» (Samo Chalupka, Mor ho!, 1864). Il dono di Dio sia presente sulle tavole di ciascuno perché, mentre ancora non siamo in grado di condividere la stessa mensa eucaristica, possiamo ospitare insieme Gesù servendolo nei poveri. Sarà un segno più evocativo di molte parole, che aiuterà la società civile a comprendere, specialmente in questo periodo sofferto, che solo stando dalla parte dei più deboli usciremo davvero tutti insieme dalla pandemia”.

Nell’incontro con la comunità ebraica a Bratislava il papa ha iniziato la riflessione a partire dal luogo in cui trovavano, la piazza sede del quartiere ebraico e memoria delle persecuzioni “La piazza dove ci troviamo è molto significativa per la vostra comunità. Mantiene vivo il ricordo di un ricco passato: è stata per secoli parte del quartiere ebraico; qui ha lavorato il celebre rabbino Chatam Sofer. (…) In seguito, però, il nome di Dio è stato disonorato: nella follia dell’odio, durante la seconda guerra mondiale, più di centomila ebrei slovacchi furono uccisi. E quando poi si vollero cancellare le tracce della comunità, qui la sinagoga fu demolita. Sta scritto: «Non pronuncerai invano il nome del Signore» (Es 20,7). Il nome divino, cioè la sua stessa realtà personale, è nominata invano quando si viola la dignità unica e irripetibile dell’uomo, creato a sua immagine. Qui il nome di Dio è stato disonorato, perché la blasfemia peggiore che gli si può arrecare è quella di usarlo per i propri scopi, anziché per rispettare e amare gli altri. Qui, davanti alla storia del popolo ebraico, segnata da questo affronto tragico e inenarrabile, ci vergogniamo ad ammetterlo: quante volte il nome ineffabile dell’Altissimo è stato usato per indicibili atti di disumanità! Quanti oppressori hanno dichiarato: “Dio è con noi”; ma erano loro a non essere con Dio”.

Questo riferimento al luogo simbolico della piazza e a momenti in cui il nome di Dio è stato disonorato andavano alle vicende storiche della seconda guerra mondiale quando, dopo il patto di Monaco nel 1938, fu istituito sotto stretto controllo del regime di Hitler uno Stato slovacco autonomo alleato della Germania nazista e da essa dipendente. Un vescovo cattolico mons. Tiso ne fu presidente e ne divenne successivamente il duce, e fu egli stesso in accordo con i tedeschi per attuare le deportazioni di circa 100.000 ebrei slovacchi.

Dietro a queste parole del papa è da scorgere non solo la vergogna e la condanna per l’azione di mons. Tiso al tempo del nazismo ma anche la logica che presiede alla logiche sovraniste  affermate oggi in queste regioni. E ha concluso con parole di speranza richiamando al bisogno di porte aperte: “Il mondo ha bisogno di porte aperte. Sono segni di benedizione per l’umanità. Al padre Abramo Dio disse: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). È un ritornello che scandisce le vite dei padri (cfr Gen 18,18; 22,18; 26,4). A Giacobbe, cioè Israele, Dio disse: «La tua discendenza sarà innumerevole come la polvere della terra; perciò ti espanderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E si diranno benedette, in te e nella tua discendenza, tutte le famiglie della terra» (Gen 28,14). Qui, in questa terra slovacca, terra d’incontro tra est e ovest, tra nord e sud, la famiglia dei figli di Israele continui a coltivare questa vocazione, la chiamata a essere segno di benedizione per tutte le famiglie della terra.”

Nella divina liturgia bizantina presieduta nella festa dell’esaltazione della croce il 14 settembre ha ricondotto al significato della croce per Gesù e per i suoi discepoli:

“La croce esige … una testimonianza limpida. Perché la croce non vuol essere una bandiera da innalzare, ma la sorgente pura di un modo nuovo di vivere. Quale? Quello del Vangelo, quello delle Beatitudini. Il testimone che ha la croce nel cuore e non soltanto al collo non vede nessuno come nemico, ma tutti come fratelli e sorelle per cui Gesù ha dato la vita. Il testimone della croce non ricorda i torti del passato e non si lamenta del presente. Il testimone della croce non usa le vie dell’inganno e della potenza mondana: non vuole imporre sé stesso e i suoi, ma dare la propria vita per gli altri. Non ricerca i propri vantaggi per poi mostrarsi devoto: questa sarebbe una religione della doppiezza, non la testimonianza del Dio crocifisso. Il testimone della croce persegue una sola strategia, quella del Maestro: l’amore umile. Non attende trionfi quaggiù, perché sa che l’amore di Cristo è fecondo nella quotidianità e fa nuove tutte le cose dal di dentro, come seme caduto in terra, che muore e produce frutto”.

Incontrando la comunità rom nel Quartiere Luník IX a Košice – comunità che nel passato hanno subito situazioni di discriminazione e che recentemente dal premier Orban sono stati individuati come categorie da emarginare e individuate come ‘nemico interno’ – ascoltando storie di integrazione ha così dialogato con i presenti: “Quante volte i giudizi sono in realtà pregiudizi, quante volte aggettiviamo! È sfigurare con le parole la bellezza dei figli di Dio, che sono nostri fratelli. Non si può ridurre la realtà dell’altro ai propri modelli preconfezionati, non si possono schematizzare le persone. Anzitutto, per conoscerle veramente, bisogna riconoscerle: riconoscere che ciascuno porta in sé la bellezza insopprimibile di figlio di Dio, in cui il Creatore si rispecchia. (…) Così ci avete dato un messaggio prezioso: dove c’è cura della persona, dove c’è lavoro pastorale, dove c’è pazienza e concretezza i frutti arrivano. Non subito, col tempo, ma arrivano. Giudizi e pregiudizi aumentano solo le distanze. Contrasti e parole forti non aiutano. Ghettizzare le persone non risolve nulla. Quando si alimenta la chiusura prima o poi divampa la rabbia. La via per una convivenza pacifica è l’integrazione. È un processo organico, un processo lento e vitale, che inizia con la conoscenza reciproca, va avanti con pazienza e guarda al futuro. E a chi appartiene il futuro? Possiamo domandarci: a chi appartiene il futuro? Ai bambini. Sono loro a orientarci: i loro grandi sogni non possono infrangersi contro le nostre barriere. (…) Ringrazio chi porta avanti questo lavoro di integrazione che, oltre a comportare non poche fatiche, a volte riceve pure incomprensione e ingratitudine, magari persino nella Chiesa.  (…) Andate avanti su questa strada, che non illude di poter dare tutto e subito, ma è profetica, perché include gli ultimi, costruisce la fraternità, semina la pace. Non abbiate paura di uscire incontro a chi è emarginato. Vi accorgerete di uscire incontro a Gesù. Egli vi attende là dove c’è fragilità, non comodità; dove c’è servizio, non potere; dove c’è da incarnarsi, non da compiacersi. Lì è Lui”.

Tali parole di apertura all’incontro divengono rilevanti anche per la chiesa per un cambiamento da attuare. Parlando nella cattedrale di san Martino a Bratislava Francesco ha detto: “La Chiesa non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza. Qui a Bratislava il castello già c’è ed è molto bello! Ma la Chiesa è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo – non il castello! –, è il lievito che fa fermentare il Regno dell’amore e della pace dentro la pasta del mondo (…) Ecco, è bella una Chiesa umile che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Abitare dentro, non dimentichiamolo: condividere, camminare insieme, accogliere le domande e le attese della gente. Questo ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità: il centro della Chiesa… Chi è il centro della Chiesa? Non è la Chiesa! E quando la Chiesa guarda sé stessa, finisce come la donna del Vangelo: curvata su sé stessa, guardandosi l’ombelico (cfr Lc 13,10-13). Il centro della Chiesa non è se stessa.”.

“non abbiate timore di formare le persone a un rapporto maturo e libero con Dio. Importante è questo rapporto. Questo forse ci darà l’impressione di non poter controllare tutto, di perdere forza e autorità; ma la Chiesa di Cristo non vuole dominare le coscienze e occupare gli spazi, vuole essere una “fontana” di speranza nella vita delle persone. È un rischio. È una sfida”.

“La gioia del Vangelo è sempre Cristo, ma le vie perché questa buona notizia possa farsi strada nel tempo e nella storia sono diverse. Le vie sono tutte diverse. Cirillo e Metodio percorsero insieme questa parte del continente europeo e, ardenti di passione per l’annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. Fu così che divennero apostoli dell’inculturazione della fede presso di voi. Furono inventori di nuovi linguaggi per trasmettere il Vangelo, furono creativi nel tradurre il messaggio cristiano, furono così vicini alla storia dei popoli che incontravano da parlarne la loro lingua e assimilarne la cultura. Non ha bisogno di questo anche oggi la Slovacchia? Mi domando. Non è forse questo il compito più urgente della Chiesa presso i popoli dell’Europa: trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede?”.

Nelle sue parole e nella geografia della sua visita Francesco ha mostrato come oggi l’annuncio del vangelo implichi anche una chiara presa di posizione insieme ad un impegno in contrasto ad orientamenti che  svuotano l’annuncio cristiano e lo riducono a elemento identitario: con la libertà di chi non ricerca di dominare e occupare spazi oggi la sfida sta nel ricercare vie concrete di accoglienza, apertura alle diversità, incontro nella solidarietà con l’altro.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Un ramoscello dalla cima del cedro… lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto imponente… metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno… Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore”.

Il profeta Ezechiele, nel tempo del disastro e della dispersione, cioè in quel passaggio devastante della storia d’Israele che fu l’esilio, indica con un’immagine vegetale la cura continua di Dio per il popolo dell’alleanza proprio nel momento in cui più si sperimenta la fragilità e la piccolezza. La dinastia di Davide è infatti il ramoscello di cedro che Dio stesso prenderà e pianterà sopra un monte alto. E l’agire del Dio che prende le parti di chi è piccolo e vittima genera una storia diversa, una crescita inaudita, una possibilità di accoglienza smisurata per tutti gli uccelli del cielo. Il messaggio che il profeta offre nella desolazione è in linea con l’intero percorso della storia della salvezza. Il Dio dell’alleanza è colui che ascolta il grido dell’oppresso, si è chinato su Israele non perché più forte o privilegiato tra i popoli, ma perché oppresso in Egitto, nella schiavitù, continua a prendersi cura scegliendo i piccoli e il suo rivelarsi è per un progetto di accoglienza e di vita. Così come l’immagine del ramoscello che diviene grande albero esprime. Mentre nessuna speranza appare dal punto di vista umano lo sguardo di Dio si posa sul più piccolo dei ramoscelli per aprire una storia nuova, dove sia possibile trovare dimora per tanti. E’ una promessa di una realtà nuova di ospitalità, di incontro, e in essa, di scoperta del volto di Dio che guarda non alle apparenze ma al cuore e sceglie i piccoli per accompagnare a scoprire che ‘Io sono il Signore’.

Anche Gesù usa riferimenti alla coltivazione per parlare del regno di Dio, cuore del suo annuncio. Le due parabole del vangelo offrono l’indicazione di immagini in cui scoprire da parte di chi ascolta che la propria vita è coinvolta. Innanzitutto l’immagine dell’uomo che getta un seme nel terreno. Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme… dorma o veglia, di notte o di giorno il seme germoglia e cresce”. Gesù esprime la forza dirompente di vita che sta dentro ad un piccolo seme: il gesto del seminare, ben conosciuto da chi l’ascoltava, indica innanzitutto che la presenza di Dio non è lontana ma vicina alla vita. In secondo luogo fa scorgere la sproporzione tra una piccolezza iniziale e l’ampiezza della mietitura. Quel gesto in perdita della semina si apre ad una crescita di vita che Gesù vede in atto nel suo annuncio, negli inizi di una fecondità di vita nuova.

La seconda parabola richiama l’immagine del granello di senapa, il più piccolo di tutti i semi. Questa estrema piccolezza fa da contrasto con ciò che diventa, “più grande di tutte le piante dell’orto”. E su questo albero ancora un’immagine di protezione e di accoglienza: gli uccelli del cielo possono fare il nodo alla sua ombra. Dal piccolo seme all’ombra del grande albero, dall’insignificanza di realtà trascurabile al dono di vita allargato. Con un particolare importante: Gesù indica l’albero che cresce dal granello di senapa come la pianta più grande dell’orto. Non si tratta di qualcosa di lontano ed estraneo alla vita, ma è lì, piccola cosa nell’orto di casa e può diventare grande: è l’appello al cuore della parabola. L’incontro con Dio vicino, la possibilità di entrare nel regno, il suo disegno di vita condivisa e nell’accoglienza ospitale non sta chissà dove, non è realtà di un aldilà che non ha che fare con la terra ma è alla portata di mano, nell’orto di casa, nella zolla di terra di un quotidiano in cui scoprire un dono che genera risposta e responsabilità.

Alessandro Cortesi op      

Foto Vatican Media/LaPresse03-02-2020 Città del Vaticano, VaticanoCronacaIl Papa ha ricevuto oggi in Udienza:- Em.mo Card. Reinhard Marx, Arcivescovo di München und Freising (Repubblica Federale di Germania), Coordinatore del Consiglio per l’economia.DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

Crisi, catastrofe, riforma: alla ricerca del regno di Dio

La lettera di risposta del papa alle dimissioni presentate dal card. Reihnardt Marx è un testo di grande intensità umana e spirituale. Come del resto la lettera di presentazione di dimissioni di Marx costituisce un documento di grande rilevanza di sincerità, chiarezza e coraggio di fronte alla situazione della chiesa cattolica di questo tempo.

Riprendere alcuni passaggi di questo dialogo può essere importante per cogliere come la crisi che attraversa la chiesa è oggi luogo che interpella profondamente a ripensare modi di annuncio del vangelo, la strutturazione della vita comunitaria, itinerari di formazione personale e comunitaria. Più profondamente è provocazione a cambiare e ripensare la forma dell’essere chiesa quale testimonianza del vangelo in questo tempo, riconoscendo errori, autentici reati e scandali, complicità e connivienze con situazioni di peccato, ed anche scorgendo le vie per lasciar crescere la realtà del regno presente già e all’opera. Le scandalose contraddizioni vanno denunciate e si deve fare di tutto per eliminarle, aprendosi ad una storia di salvezza che non si esaurisce entro i confini  stabiliti delle istituzioni ecclesiali riconoscibili.

Si deve ricordare che il sinodo tedesco è stato indetto al seguito di una situazione di profonda crisi generata dallo scandalo degli abusi perpetrati da chierici nei confronti dei minori. Lo scandalo vide il suo momento eclatante nel 2010, e da qui è maturata l’idea della convocazione di un sinodo. La conferenza episcopale ha affidato a ricercatori di tre diverse università un’inchiesta sugli abusi perpetrati in ambienti ecclesiali ed essa ha avuto quale esito la rilevazione di 3677 vittime e di 1670 abusatori preti o religiosi tra il 1996 e il 2014 equivalenti al 4,4% dei chierici (Vatican insider, Germania, uno studio rivela: oltre 3mila casi di abusi nella Chiesa in settant’anni, 12 settembre 2018 in: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/09/12/news/germania-uno-studio-rivela-oltre-3mila-casi-di-abusi-nella-chiesa-in-settant-anni-1.34044482).

Ludwig Schick, dal 2002 arcivescovo di Bamberga, relatore alla prima assemblea sinodale sul tema degli abusi ha delineato la situazione del presente in questi termini: “La differenza fondamentale è su quali siano le cause della crisi. Alcuni dicono che la radice è interna alla Chiesa: il celibato, il non accesso delle donne al diaconato e al sacerdozio, lo scandalo degli abusi sessuali e finanziari. Altri invece affermano: no, le cause sono la secolarizzazione, il consumismo, l’individualismo, le scienze che mettono in discussione la nostra dottrina. Gli esponenti di questa opinione sostengono che quindi è necessaria una nuova evangelizzazione, un nuovo modo di annunciare il Vangelo, un nuovo dialogo con il mondo scientifico, forse una differente forma della Chiesa, ma in senso tradizionale, ottimizzando le strutture che ci sono. Gli altri invece ritengono che per uscire dalla crisi va introdotta una nuova forma della Chiesa con, ad esempio, il sacerdozio femminile, la democrazia nel governo della Chiesa con un maggior controllo del potere dei sacerdoti. Ci sono poi posizioni più sfumate, ma sostanzialmente sono queste le due dominanti, che propongono soluzioni differenti. E al momento non so come possiamo uscire da questa situazione” (intervista a Avvenire del 2 febbraio 2020 https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/non-siamo-rivoluzionari-vogliamo-vincere-la-crisi).

Il periodo della pandemia ha costretto a far procedere i lavori a distanza nella struttura<ione di quattro Forum tematici (potere e divisione dei poteri nella Chiesa; la vita del prete oggi; le donne nei ministeri e nelle funzioni della Chiesa; vivere in relazioni riuscite: vivere l’amore nella sessualità e nella vita di coppia) e nell’Assemblea plenaria. Vi è stata possibilità per manifestare e dare rappresentanza ad espressioni diverse talvolta conflittuali sui temi oggetto di discussione. Tra i Forum quello sul potere e la divisione dei poteri nella Chiesa ha già presentato un testo durante la Conferenza online dei delegati al Cammino Sinodale tenutasi nel mese di febbraio 2021 in sostituzione della prevista Assemblea plenaria spostata all’autunno. Ogni gruppo per quella data dovrà presentare un testo base su cui prendere decisioni condivise. Nella conferenza vi è stata la possibilità di ascoltare la voce dei rappresentanti del Consiglio delle vittime che accompagna la Conferenza episcopale tedesca nell’elaborazione dei casi di violenza e abuso, un contributo molto forte che ha suscitato grande impressione. Uno dei nodi in discussione è la proposta di introdurre procedure democratiche per la gestione del potere nella chiesa locale: su questo osserva il teologo Marcello Neri “la riserva va piuttosto cercata nella crisi contemporanea della democrazia, ossia nei suoi stessi limiti procedurali mediante i quali essa può arrivare a negarsi. In questo momento la democrazia potrebbe ancora offrire forme e regole per un esercizio non abusivo del potere, ma non ha più la forza per garantire tutto ciò – o, almeno, non sembra di essere in grado di farlo da sé a prescindere dalle persone che ne fanno uso” (Il cammino sinodale della chiesa tedesca, “Settimananews” 9 febbraio 2021 http://www.settimananews.it/chiesa/il-cammino-sinodale-della-chiesa-tedesca/).

I temi che vedono una apertura ed un consenso vasto riguardano il sacerdozio femminile, la introduzione di maggiore democrazia nel governo della Chiesa con forme di controllo del potere dei preti, la questione delle benedizioni alle coppie omosessuali, l’ospitalità eucaristica.

In tale quadro interessante è lo scambio delle lettere tra il cardinale Reinhardt Marx del 21 maggio 2021 (https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/germania-cardinale-marx-presenta-le-dimissioni-al-papa) e papa Francesco: Reinhardt Marx rileva una situazione di crisi che interpella e non può essere nascosta e coperta, ma esige scelte di riforma: scrive Marx:  Mi pare – e questa è la mia impressione – di essere giunti ad un ‘punto morto’ che, però, potrebbe diventare anche un punto di svolta secondo la mia speranza pasquale” E ancora: Sostanzialmente per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono sati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e ‘sistematico’. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale”.  Dopo aver detto che l’unica via per uscire dalla crisi è quella di tipo sinodale così scrive: “Personalmente avverto la mia colpa e la corresponsabilità anche attraverso il silenzio, le omissioni e al troppo peso dato al prestigio dell’Istituzione (…) A seguito del progetto scientifico (studio MHG) sull’abuso sessuale sui minori commissionato dalla Conferenza Episcopale Tedesca nel duomo di Monaco ho affermato che abbiamo fallito, ma chi è questo ‘noi’? Certamente vi faccio parte anch’io. E questo significa che devo trarre delle conseguenze personali”.

Nella sua risposta Francesco (testo della lettera in traduzione italiana in http://www.settimananews.it/chiesa/lettera-marx-dimissioni-rifiutate/) ha respinto questa rinuncia ma lo ha fatto con toni di profonda sintonia e percezione della crisi. Egli scrive: “grazie per il tuo coraggio. È un coraggio cristiano che non teme la croce (…) Sono d’accordo con te nel definire catastrofe la triste storia degli abusi sessuali e il modo di affrontarlo che ha adottato la Chiesa fino a poco tempo fa. Rendersi conto di questa ipocrisia nel modo di vivere la fede è una grazia, è un primo passo che dobbiamo compiere. Dobbiamo farci carico della storia, sia personalmente sia comunitariamente. Non si può rimanere indifferenti dinanzi a questo crimine. Accettarlo presuppone entrare in crisi”.

E continua richiamando al tema dell’esigenza ineludibile di una riforma e d’altra parte seguendo Gesù: “Ci viene chiesta una riforma, che – in questo caso – non consiste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà qualunque sia la conseguenza. E ogni riforma comincia da sé stessi. La riforma nella Chiesa l’hanno fatto uomini e donne che non hanno avuto paura di entrare in crisi e lasciarsi riformare dal Signore. È l’unico cammino, altrimenti non saremo altro che “ideologi di riforme” che non mettono in gioco la propria carne. Il Signore non ha mai accettato di fare “la riforma” (mi si permetta l’espressione) né con il progetto fariseo, né con quello sadduceo o zelota o esseno. Ma l’ha fatta con la sua vita, con la sua storia, con la sua carne sulla croce. E questo è il cammino, quello che tu, caro fratello, accetti nel presentare la rinuncia”.

Nel testo originale in lingua spagnola (https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/06/10/0372/00815.html) la parola ‘riforma’ risulta sottolineata. La conclusione della lettera è un appello peno di affetto a continuare nella sua difficile missione: “se ti viene la tentazione di pensare che, nel confermare la tua missione e nel non accettare la tua rinuncia, questo vescovo di Roma (fratello tuo che ti vuole bene) non ti capisce, pensa a quello che sentì Pietro davanti al Signore quando, a modo suo, gli presentò la rinuncia: “allontanati da me che sono un peccatore”, e ascolta la risposta: “Pasci i miei agnelli”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno B – 2021

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

La prima lettura accompagna a scorgere un’altra tappa della storia della salvezza dopo l’alleanza con Noè e la legatura di Isacco. E’ il dono della legge a Mosè nel cammino dell’esodo. Le dieci parole sono da leggere alla luce di quella inziale: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole infatti indicano che tutta la vita può divenire luogo di una relazione viva con il Dio vicino. E’ lui il liberatore che ha ascoltato il grido di Israele oppresso traendoli fuori dalla schiavitù per aprirgli una strada di incontro e di libertà. La relazione nuova con lui trova espressione nelle prime tre parole. Le altre sette parole riguardano una nuova relazione con gli altri, di rispetto, di giustizia, di accoglienza. I cosiddetti ‘comandamenti’ non sono quindi una legge a cui sentirsi sottoposti, ma sono invito e apertura di una via per rispondere ad una chiamata di amore. Chiedono di liberarsi dagli idoli che occupano la vita e aprirsi al servizio a Dio e agli altri quale compimento di umanità.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio è posto dal IV vangelo all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. E’ così un momento che anticipa l’intero cammino di Gesù. Fu proprio questo suo gesto uno dei motivi che suscitarono l’ostilità dei sacerdoti e capi di Gerusalemme.

Rovesciare i tavoli dei venditori è certamente una critica ad un modo di vivere un culto separato dalla vita, è accusa di tradire il significato del tempio, segno della presenza di Dio vicina. Ma questo gesto reca in sè anche un messaggio di superamento del tempio stesso. E’ infatti un segno tipico dell’agire profetico che evoca un tempo nuovo ormai iniziato: Dio infatti cerca credenti che lo adorino non in un tempio o in un altro luogo ma ‘in spirito e verità’ (cfr. Gv 4,21-24). Le parole di Gesù sono indicative del significato del gesto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” e l’evangelista osserva: “ma egli parlava del tempio del suo corpo (…) Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono  che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ nel linguaggio giovanneo indica non solo una ricondurre alla memoria , ma ben più un comprendere il senso profondo dell’agire di Gesù, per la nostra salvezza, alla luce della risurrezione.

L’intero IV vangelo conduce il lettore in un cammino del ‘credere’, che si connota come ‘credere in’ Gesù. Il segno del tempio è un segno che rinvia alla sua persona ed invita a scorgere d’ora in poi in lui la possibilità di accesso al Padre non su questo o su un altro monte ma nello Spirito. Con Gesù è giunto il tempo di un culto in spirito e verità che non divide e pone gli uni contro gli altri. La gloria di Dio per Giovanni si manifesta sul volto del crocifisso che manifesta il dono e l’amore fino alla fine quale volto più autentico di Dio.

Nel rapporto con lui che possiamo trovare il senso profondo delle dieci parole, dei suoi comandamenti: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Alessandro Cortesi op

Fratelli tutti

“Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare una croce sul blocco eurasiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo. Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché chi controlla quel luogo controlla il blocco eurasiatico. Francesco ci va da costruttore di pace, all’insegna di uno slogan rivoluzionario: ‘siete tutti fratelli’”. (Riccardo Cristiano, L’ultima sfida di Bergoglio. Sulle orme di Abramo per invocare la fratellanza, Reset 2.03.21)

Papa Francesco svolge in questi giorni uno storico viaggio in Irak: il programma prevede una prima tappa a Baghdad il 5 marzo con l’incontro con il presidente della Repubblica Barham Salih e le autorità civili. Poi nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della salvezza un primo incontro con la comunità cristiana. Importante tappa sarà il giorno seguente, 6 marzo a Najaf, città santa dei mussulmani sciiti, dove è previsto l’incontro con il grande ayatollah Al-Sistani. Da lì lo spostamento a Nassiriya, per un incontro interreligioso nella pianura di Ur luogo che la tradizione indica come punto di partenza del cammino di Abramo. La sera ancora Baghdad per una s.Messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe.  Il 7 marzo il papa si sposterà a Erbil, città nel Kurdistan irakeno, luogo dove hanno trovato rifugio moltissimi profughi dalla piana di Mosul quando l’Isis ha devastato quelle regioni. Nei pressi di Erbil sorgono i campi profughi che hanno accolto i rifugiati dall’Irak e poi molti siriani fuggiti dalla Siria nel 2015. Da qui il trasferimento a Mosul e a Qaraqosh città dove erano presenti comunità cristiane prima della conquista dell’Isis e dove ora con grande fatica si sta avviando la ricostruzione delle città devastate. Di qui a Baghdad e il rientro  a Roma.

Il viaggio del papa  è un gesto coraggioso e portatore di un messaggio essenziale ed esigente in un quadro geopolitico segnato da diversi imperialismi che si stanno fronteggiando. La terra di Irak è stata da decenni luogo di guerra che ha visto la grande devastazione operata dalla guerra condotta dagli USA e dagli eserciti occidentali che con la pretesa di portare la pace e democrazia hanno fatto il deserto. Nella terra di Irak si sono incrociate e si incrociano oggi più che mai le linee di dominio degli imperialismi diversi: quelli sauditi e iraniani khomeinisti, quelli turchi, russi e cinesi. Sono tutti progetti di dominio che si servono di strategie economiche e militari senza scrupoli. Quella terra trasuda la sofferenza dovuta a progetti di conquista militare-religiosa in cui la religione è stata e continua ad essere ragione e strumento di guerra, morte e devastazione. L’Irak è una terra ricchissima per le ricchezze del sottosuolo, che però vengono sfruttate altrove e non portano ad un benessere per la popolazione segnata da una disoccupazione  assai elevata  e dalla condizione di povertà per circa un terzo degli abitanti.

In particolare l’incontro del papa a Najaf può essere una tappa importante per una convergenza anche della comunità sciita rappresentata dal suo capo spirituale Al Sistani (che si distingue per non aver asseondato la linea della teocrazia khomeinista in Iran) attorno alle linee della dichiarazione sulla fratellanza umana sottoscritta due anni fa ad Abu Dhabi da Francesco e dall’imam Al Tayyeb del Cairo, figura di riferimento della corrente dell’Islam sunnita. Il messaggio ‘fratelli tutti’ indica come gli estremismi che si basano sulle religioni o si servono di motivazioni religiose siano da condannare. Quella dichiarazione redatta “In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre” presentava un appello accorato: “dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

E richiamava anche le linee di riconosicmento della libertà religiosa: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Il viaggio di Francesco ed in particolare l’incontro interreligioso di Ur costituiscono un segno profetico: il riconosciemnto di essere fratelli e sorelle implica la costruzione di una cittadinanza in cui riconoscere la dignità di cittadini in una convivenza che può essere plurale, come proprio le società orientali hanno sperimentato nella storia ed esprimono nella sensibilità dei poveri. In tale prospettiva Antoine Courban, intellettuale libanese cristiano ortodosso, docente all’Università dei gesuiti Saint Joseph a Beirut osserva:

“io vedo in questa decisione di Francesco di visitare l’Iraq e di recarsi a Ur come un segno dello Spirito Santo. Il cammino di Abramo, seguendo la volontà di Dio, lo ha condotto da Ur alle coste del Mediterraneo. La cartina spirituale del cammino di Abramo ci indica, ci spiega la cartina geopolitica di oggi. Sia il cammino di Abramo che la realtà geopolitica fanno della Mesopotamia la vera “chiusura strategica”, o il “Gate”, del Mediterraneo. Le chiavi per la pace mediterranea sono lì. Sono due cartine diverse, certamente, ma che si accavallano perfettamente e divengono inseparabili. Senza pace nell’antica Mesopotamia non c’è pace nel Mediterraneo, e le parole “cittadini” e “fratelli” sono una parola sola, cioè la chiave di lettura e soluzione di tanti problemi. Questa è la prospettiva di pace che comporta e implica, infatti è incompatibile con identitarismi o progetti settari e miliziani. Questo lo vediamo in tutti i drammi mediterranei e lo indica proprio il senso della scelta di Abramo: i figli di Abramo, cioè ebrei, cristiani e musulmani, sanno che loro padre non ha fondato una religione, ha sentito Dio dirgli “fai così” e lui ha agito con “fede e fiducia”. Fede e fiducia nell’unico Dio di tutti i figli di Abramo, questo è il messaggio di Abramo, quello che va ricordato a tutti i suoi figli”. (R.Cristiano, Intervista a Antoine Courban Senza pace in Iraq non c’è pace nel Mediterraneo. Courban spiega il viaggio del papa, Formiche.net 27.02.21).

Alessandro Cortesi op

Sabato santo: le parole e il silenzio

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E’ questa lettera scritta da papa Francesco di sua mano a Luca Casarin, capo missione di Mediterraneo Saving Humans, piattaforma per il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, mentre l’Italia, negli stessi giorni di questa Pasqua 2020, chiude i suoi porti rifiutando richieste di soccorso delle ONG con la motivazione che l’epidemia rende impossibile garantire porti sicuri…

Ma nelle ore di questo sabato santo la situazione nel Mediterraneo è drammatica: tre barche sono in pericolo. E il silenzio dell’Italia e dell’Europa, e la chiusura dei porti è come una pietra sigillata… (ac)

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Un sostare nei giorni dell’epidemia – 15

IMG_7704Dalla meditazione di papa Francesco, 27 marzo 2020 a piazza san Pietro

“Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.(…)

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. (…)

In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

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Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Quindicesimo giorno – 28 marzo 2020 – ultimi

 

 

VII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6973Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Al cuore del cap. 19 del libro del Levitico, libro di norme e leggi sorte in un ambito sacerdotale ebraico, sta l’invito ad essere ‘santi come Dio è santo’. E’ un invito a lasciarsi orientare da Dio in ogni momento e a vivere l’esistenza come partecipazione alla sua stessa vita che è santità. Indica l’importanza di vivere un rapporto con Dio in tutti i momenti e le situazioni della vita, anche le più ordinarie e quotidiane. Si pone secondo la fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”. Ma soprattutto la parola sul rapporto con il prossimo apre uno squarcio di novità: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù riprenderà queste parole unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. I due momenti vanno sempre insieme a formare un solo orientamento, amare Dio e riconoscere il prossimo. Non è possibile accostarsi a Dio senza riconoscere il volto dell’altro e di chi ha bisogno e aprirsi a lui. Il Dio biblico non è una energia impersonale ma presenza che chiama e apre ad un incontro con Lui che passa attraverso il rapporto con il prossimo. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”.

La concretezza di queste parole si traduce nell’imperativo “tu amerai il forestiero, cioè l’immigrato residente, come te stesso…” Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. … tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

Nel discorso della montagna Matteo raccoglie l’insegnamento di Gesù, la nuova legge. L’invito ad essere perfetti è – come nel Levitico – apertura a lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio. Solo il suo amore poco alla volta cambia il cuore e rende capaci di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non si tratta di una perfezione impossibile all’uomo e che rende ripiegati su di sè. Ma è indicazione di cammino per rispecchiare nella vita lo stile di Dio stesso: non covare odio, ma coltivare accoglienza, comprensione, dedizione concreta.

Coltivare questo apre l’esistenza ad un amore che non è limitato, ma giunge fino ad amare il nemico. Non si tratta di non reagire di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, non è invito a non disturbare i potenti. L’amore non può essere scambiato con l’assuefazione e la sottomissione all’ingiustizia. Ma è atteggiamento di libertà, orientamento della vita all’accoglienza gratuità e servizio. E’ stata questa la via che Gesù ha seguito. E’ stato questo amore inerme e nonviolento che ha suscitato la reazione contro di lui: Gesù non si è piegato all’ingiustizia ma ha testimoniato un amore oltre i confini togliendo esclusione, ostilità, violenza.

Alessandro Cortesi op

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Querida Amazonia…

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi l’Esortazione apostolica post- sinodale dal titolo Querida Amazonia di papa Francesco. Fa seguito al Sinodo svoltosi a Roma nell’ottobre del 2019 con la partecipazione di molti vescovi dell’area amazzonica che copre nove Paesi dell’America Latina. I lavori del sinodo si sono situati all’interno di un ampio processo di ascolto e coinvolgimento con le comunità locali che ha visto un capillare coinvolgimento e dialogo nei mesi precedenti al sinodo.

Questo processo era iniziato il 19 gennaio 2018, quando Francesco si era recato a Puerto Maldonado, e lì aveva rivolto l’invito a “plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno”. Il sinodo si è posto così quale occasione di attenzione e di cura per l’Amazzonia, un territorio di enorme ricchezza e bellezza naturale e di diversità di popoli, ma anche una terra particolarmente minacciata oggi da diversi tipi di sfruttamento delle risorse, di impoverimento dei suoi abitanti e di processi di devastazione ambientale.

Proprietà di questo documento di Francesco è l’essere un testo che intende porsi accanto al Documento finale approvato dall’Assemblea del Sinodo con votazione. “Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale” (QA 2).

Tali espressioni indicano come il Sinodo rimanga in un certo modo aperto ad un processo di ricezione e di attuazione di quanto emerso. Ma l’attenzione all’Amazzonia è un appello a tutte le comunità per riconoscere la peculiarità di questa terra e per accogliere le sfide dell’inculturazione nei diversi contesti oggi: “L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa, un grande bioma condiviso da nove paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana Francese. Tuttavia, indirizzo questa Esortazione a tutto il mondo. Lo faccio, da una parte, per aiutare a risvegliare l’affetto e la preoccupazione per questa terra che è anche “nostra” e invitarli ad ammirarla e a riconoscerla come un mistero sacro; dall’altra, perché l’attenzione della Chiesa alle problematiche di questo luogo ci obbliga a riprendere brevemente alcuni temi che non dovremmo dimenticare e che possono ispirare altre regioni della terra di fronte alle loro proprie sfide” (QA 5).

Francesco esprime così i quattro sogni che indica in riferimento all’Amazzonia ma che si allargano ad essere sogni di cambiamento per il cammino dell’umanità e della chiesa:

“6. Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

A fronte di una analisi della situazione in cui si rileva il dramma dello sfruttamento e delle politiche di dominio di dominio che incombono in Amazzonia è presentato il sogno sociale “quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere”. Ma c’è bisogno di un grido profetico e di un arduo impegno per i più poveri” (QA 8). Tutto ciò implica indignazione profetica in una lotta alla colonizzazione che si attua oggi in forme diverse e puntando sulla capacità di fraternità propria dei popoli amazzonici (QA 20).

Il secondo sogno è un sogno culturale, di attenzione e valorizzazione delle culture proprie di questo enorme territorio e dei popoli e comunità che lì risiedono: “Il tema è promuovere l’Amazzonia; ciò però non significa colonizzarla culturalmente, bensì fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Questo è il senso della migliore opera educativa: coltivare senza sradicare; far crescere senza indebolire l’identità; promuovere senza invadere” (QA 28). I sogno culturale implica prendersi cura delle radici, ossia della saggezza culturale dei popoli e della diversità.

Il terzo sogno è un sogno ecologico. “In una realtà culturale come l’Amazzonia, dove esiste una relazione così stretta dell’essere umano con la natura, l’esistenza quotidiana è sempre cosmica. Liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo” (QA 41).

A tal riguardo Francesco inserisce nel testo molteplici citazioni di poeti e poetesse indigeni che esprimono con il linguaggio della poesia il mistero di una terra percepita come madre e la minaccia di una distruzione imminente: “La poesia aiuta ad esprimere una dolorosa sensazione che oggi in molti condividiamo. La verità ineludibile è che, nelle attuali condizioni, con questo modo di trattare l’Amazzonia, tanta vita e tanta bellezza stiano “prendendo la direzione della fine”, benché molti vogliano continuare a credere che non è successo nulla: «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano. Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»” (QA 47).

Il documento esprime la consapevolezza che la vita dell’intero pianeta dipende dal rispetto dell’ambiente naturale in amazzonia e in biomi come quello del Congo in Africa e del Borneo. L’invito è di proteggere l’Amazzonia, “cuore del pianeta”, e ad affrontare temi quali la deforestazione, il flagello della tratta delle persone, l’inquinamento ambientale.

Riprendendo intuizioni espresse nella enciclica Laudato sì Francesco invita ad ascoltare insieme il grido della terra e il grido dei poveri, richiamando al tenere insieme un approccio ecologico e un approccio attento alla giustizia sociale (QA 8).

“Imparando dai popoli originari, possiamo contemplare l’Amazzonia e non solo analizzarla, per riconoscere il mistero prezioso che ci supera. Possiamo amarla e non solo utilizzarla, così che l’amore risvegli un interesse profondo e sincero. Di più, possiamo sentirci intimamente uniti ad essa e non solo difenderla, e allora l’Amazzonia diventerà nostra come una madre. Perché «il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri»” (QA 55).

Il quarto sogno è un sogno ecclesiale. Francesco esprime a tal riguardo il sogno di una chiesa dal volto amazzonico. A tal proposito insiste sulla dinamica dell’inculturazione. L’annuncio del kerigma cristiano «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (QA 66).

“perché la Chiesa ha un volto pluriforme «non solo da una prospettiva spaziale […], ma anche dalla sua realtà temporale». Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce” (QA 66).

A tal riguardo è presente una attenzione alla inculturazione del liturgia secondo un approccio di incontro e ascolto raccogliendo gli elementi degli indigeni nel loro contatto con la natura e stimolando le espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli (QA 82) Si osserva che dopo il Concilio Vaticano II è stato condotto uno sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni, ma pochi progressi si sono realizzati (QA 82)

E’ recepito «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Si afferma che c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (QA 86). Tuttavia nulla viene detto a proposito delle richieste esplicite emerse dai lavori del sinodo a riguardo della creazione di nuovi ministeri sia nel chiamare al sacerdozio ministeriale dei diaconi permanenti, sia nell’istituzione del diaconato delle donne.

Viene prospettato un orientamento di maggiore promozione di servizi laicali: “Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente” (QA 93). Inoltre si prospetta l’impegno a sviluppare “una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale. Le sfide dell’Amazzonia esigono dalla Chiesa uno sforzo speciale per realizzare una presenza capillare che è possibile solo attraverso un incisivo protagonismo dei laici” (QA 94). Questa sollecitazione è certamente motivo per rallegrarsi e può essere indicazione importante anche per tutte le altre chiese.

Gli aspetti più deboli di questa parte appaiono nell’indicazione di far fronte alla mancanza di preti con la preghiera di nuove vocazioni e con l’invio di missionari nei territori dell’Amazzonia (QA 90) e soprattutto nel modo in cui si affronta la presenza delle donne nella chiesa. Di esse si riconosce un ruolo fondamentale nella vita delle comunità ecclesiali: “per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza” (QA 99). Si riconosce che “di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche” (QA 103).

Ma, viene osservato, accordare alle donne “accesso all’Ordine sacro… “limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo” (QA 100). Si dice solamente che “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio” (QA 103).

A tal proposito osserva René Poujol in un articolo dal titolo Francesco e l’Amazzonia: non aprire le porte… senza tenerle chiuse! (trad. Finesettimana): “Ma tornare continuamente all’immagine, certo ammirevole, di Maria, non è certo il modo migliore per mobilitare le donne a servizio della missione. Vedere nell’accesso all’Ordine sacro (qui il diaconato) un “rischio di clericalizzare le donne”, lascia perplessi. Ci si pone forse la stessa domanda per i candidati maschi al diaconato o al presbiterato? Ordinare un uomo celibe non è forse clericalizzare un laico? Conosciamo l’ostilità del Vaticano e di papa Francesco per “l’ideologia del genere”. Ma se la crisi che attraversa la Chiesa ha davvero come causa il deficit di inculturazione, l’istituzione potrà ancora a lungo ignorare l’aspirazione delle donne cattoliche, al pari delle donne in tutti gli altri settori della vita, ad una forma di uguaglianza che non si accontenta più di un semplice discorso sulla complementarietà?”

Motivo di speranza per futuri sviluppi che peraltro il documento di Francesco non chiude, ma nemmeno apre con la sua parola autorevole, possono essere colti nell’affermazione al n.104: “Accade spesso che, in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte. Quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà” (QA 104).

“Le autentiche soluzioni non si raggiungono mai annacquando l’audacia, sottraendosi alle esigenze concrete o cercando colpe esterne. Al contrario, la via d’uscita si trova per “traboccamento”, trascendendo la dialettica che limita la visione per poter riconoscere così un dono più grande che Dio sta offrendo… in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione” (QA 105).

Due temi considerati in questa ultima parte del documento, in cui la terminologia del sacerdozio è applicata solo ai chierici senza considerazione del sacerdozio comune di tutti i fedeli, rimangono aperti: come pensare una chiesa non nei termini nella contrapposizione tra laicato e chierici ma nel quadro della comune dignità e responsabilità dei battezzati nel popolo di Dio che possono essere soggetti di diversi ministeri? Come pensare e vivere un’esperienza di chiesa composta di uomini e di donne nell’uguaglianza fondamentale che proviene dalla fede e dal battesimo e nel riconoscimento delle differenze, individuando forme diverse, anche nuove, di una ministerialità articolata e differenziata di uomini e di donne quali soggetti a pieno titolo nel popolo di Dio? Soprattutto superando il clericalismo congiunto al maschilismo e la mentalità di potere che segna ancora pesantemete la situazione attuale della chiesa.

All’interno di una chiamata a conversione dell’umanità, in particolare di quella parte di umanità che detiene la ricchezza e il potere economico, a rinunciare alla mentalità del potere che opprime e devasta l’ambiente e genera sofferenza e ingiustizia, anche la chiesa è chiamata ad una conversione profonda che si esprime anche nella riforma delle sue strutture e nella coerenza e creatività della sua testimonianza.

E’ da attendere con pazienza – ma ciò non toglie il senso di un certo sconforto a fronte di questi appuntamenti mancati – che lo Spirito di Dio faccia ‘traboccare’ il suo dono in una stagione in cui si avverte forte l’esigenza di un rinnovamento della vita ecclesiale e di scelte di semplicità e coraggio nel percorrere vie nuove in fedeltà al vangelo e in ascolto delle domande di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

La gioia dell’amore…

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Ieri domenica 27 novembre sono stato invitato all’assemblea di zona dell’AGESCI, scout di Pistoia, ad offrire una riflessione su ‘educare all’amore’ a partire da una lettura dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, vescovo di Roma. Chi ne fosse interessato può scaricare il testo dell’intervento cliccando qui e qui lo schema di presentazione. (ac)

 

Per approfondire riguardo al dibattito sinodale: la mia prefazione al libro di A.Oliva, L’amicizia più grande, ed. Nerbini 2015

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L’importanza di ricordare

… ricordare le vittime delle mafie e condividere l’impegno di tutti coloro che operano e lottano per non lasciare spazio all’illegalità.

L’abbraccio di don Ciotti e papa Francesco. Le parole di don Luigi all’incontro dei familiari delle vittime di mafia (chiesa san Gregorio VII Roma – veglia di preghiera promossa dalla fondazione Libera nella ricorrenza della XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie)

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“Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo e questo deve partire dalle coscienze e da lì risanare le relazioni, le scelte, il tessuto sociale così che la giustizia prenda il posto dell’iniquità” (Francesco)

Le riflessioni e la commozione di don Luigi Ciotti nell’intervista di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ del 23 marzo 2014 (25 minuti)

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… ricordare e non dimenticare i giusti che rischiano di essere dimenticati: ricordare Paolo Dall’Oglio, gesuita, testimone del dialogo in terra di Siria, rapito otto mesi fa.

Rinvio ad un video e riflessione di Antonio Ferrari (Corriere tv).

(a.c.)

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