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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Sabato santo: le parole e il silenzio

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E’ questa lettera scritta da papa Francesco di sua mano a Luca Casarin, capo missione di Mediterraneo Saving Humans, piattaforma per il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, mentre l’Italia, negli stessi giorni di questa Pasqua 2020, chiude i suoi porti rifiutando richieste di soccorso delle ONG con la motivazione che l’epidemia rende impossibile garantire porti sicuri…

Ma nelle ore di questo sabato santo la situazione nel Mediterraneo è drammatica: tre barche sono in pericolo. E il silenzio dell’Italia e dell’Europa, e la chiusura dei porti è come una pietra sigillata… (ac)

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Un sostare nei giorni dell’epidemia – 15

IMG_7704Dalla meditazione di papa Francesco, 27 marzo 2020 a piazza san Pietro

“Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.(…)

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. (…)

In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

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Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Quindicesimo giorno – 28 marzo 2020 – ultimi

 

 

VII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6973Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Al cuore del cap. 19 del libro del Levitico, libro di norme e leggi sorte in un ambito sacerdotale ebraico, sta l’invito ad essere ‘santi come Dio è santo’. E’ un invito a lasciarsi orientare da Dio in ogni momento e a vivere l’esistenza come partecipazione alla sua stessa vita che è santità. Indica l’importanza di vivere un rapporto con Dio in tutti i momenti e le situazioni della vita, anche le più ordinarie e quotidiane. Si pone secondo la fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”. Ma soprattutto la parola sul rapporto con il prossimo apre uno squarcio di novità: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù riprenderà queste parole unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. I due momenti vanno sempre insieme a formare un solo orientamento, amare Dio e riconoscere il prossimo. Non è possibile accostarsi a Dio senza riconoscere il volto dell’altro e di chi ha bisogno e aprirsi a lui. Il Dio biblico non è una energia impersonale ma presenza che chiama e apre ad un incontro con Lui che passa attraverso il rapporto con il prossimo. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”.

La concretezza di queste parole si traduce nell’imperativo “tu amerai il forestiero, cioè l’immigrato residente, come te stesso…” Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. … tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

Nel discorso della montagna Matteo raccoglie l’insegnamento di Gesù, la nuova legge. L’invito ad essere perfetti è – come nel Levitico – apertura a lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio. Solo il suo amore poco alla volta cambia il cuore e rende capaci di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non si tratta di una perfezione impossibile all’uomo e che rende ripiegati su di sè. Ma è indicazione di cammino per rispecchiare nella vita lo stile di Dio stesso: non covare odio, ma coltivare accoglienza, comprensione, dedizione concreta.

Coltivare questo apre l’esistenza ad un amore che non è limitato, ma giunge fino ad amare il nemico. Non si tratta di non reagire di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, non è invito a non disturbare i potenti. L’amore non può essere scambiato con l’assuefazione e la sottomissione all’ingiustizia. Ma è atteggiamento di libertà, orientamento della vita all’accoglienza gratuità e servizio. E’ stata questa la via che Gesù ha seguito. E’ stato questo amore inerme e nonviolento che ha suscitato la reazione contro di lui: Gesù non si è piegato all’ingiustizia ma ha testimoniato un amore oltre i confini togliendo esclusione, ostilità, violenza.

Alessandro Cortesi op

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Querida Amazonia…

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi l’Esortazione apostolica post- sinodale dal titolo Querida Amazonia di papa Francesco. Fa seguito al Sinodo svoltosi a Roma nell’ottobre del 2019 con la partecipazione di molti vescovi dell’area amazzonica che copre nove Paesi dell’America Latina. I lavori del sinodo si sono situati all’interno di un ampio processo di ascolto e coinvolgimento con le comunità locali che ha visto un capillare coinvolgimento e dialogo nei mesi precedenti al sinodo.

Questo processo era iniziato il 19 gennaio 2018, quando Francesco si era recato a Puerto Maldonado, e lì aveva rivolto l’invito a “plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno”. Il sinodo si è posto così quale occasione di attenzione e di cura per l’Amazzonia, un territorio di enorme ricchezza e bellezza naturale e di diversità di popoli, ma anche una terra particolarmente minacciata oggi da diversi tipi di sfruttamento delle risorse, di impoverimento dei suoi abitanti e di processi di devastazione ambientale.

Proprietà di questo documento di Francesco è l’essere un testo che intende porsi accanto al Documento finale approvato dall’Assemblea del Sinodo con votazione. “Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale” (QA 2).

Tali espressioni indicano come il Sinodo rimanga in un certo modo aperto ad un processo di ricezione e di attuazione di quanto emerso. Ma l’attenzione all’Amazzonia è un appello a tutte le comunità per riconoscere la peculiarità di questa terra e per accogliere le sfide dell’inculturazione nei diversi contesti oggi: “L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa, un grande bioma condiviso da nove paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana Francese. Tuttavia, indirizzo questa Esortazione a tutto il mondo. Lo faccio, da una parte, per aiutare a risvegliare l’affetto e la preoccupazione per questa terra che è anche “nostra” e invitarli ad ammirarla e a riconoscerla come un mistero sacro; dall’altra, perché l’attenzione della Chiesa alle problematiche di questo luogo ci obbliga a riprendere brevemente alcuni temi che non dovremmo dimenticare e che possono ispirare altre regioni della terra di fronte alle loro proprie sfide” (QA 5).

Francesco esprime così i quattro sogni che indica in riferimento all’Amazzonia ma che si allargano ad essere sogni di cambiamento per il cammino dell’umanità e della chiesa:

“6. Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

A fronte di una analisi della situazione in cui si rileva il dramma dello sfruttamento e delle politiche di dominio di dominio che incombono in Amazzonia è presentato il sogno sociale “quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere”. Ma c’è bisogno di un grido profetico e di un arduo impegno per i più poveri” (QA 8). Tutto ciò implica indignazione profetica in una lotta alla colonizzazione che si attua oggi in forme diverse e puntando sulla capacità di fraternità propria dei popoli amazzonici (QA 20).

Il secondo sogno è un sogno culturale, di attenzione e valorizzazione delle culture proprie di questo enorme territorio e dei popoli e comunità che lì risiedono: “Il tema è promuovere l’Amazzonia; ciò però non significa colonizzarla culturalmente, bensì fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Questo è il senso della migliore opera educativa: coltivare senza sradicare; far crescere senza indebolire l’identità; promuovere senza invadere” (QA 28). I sogno culturale implica prendersi cura delle radici, ossia della saggezza culturale dei popoli e della diversità.

Il terzo sogno è un sogno ecologico. “In una realtà culturale come l’Amazzonia, dove esiste una relazione così stretta dell’essere umano con la natura, l’esistenza quotidiana è sempre cosmica. Liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo” (QA 41).

A tal riguardo Francesco inserisce nel testo molteplici citazioni di poeti e poetesse indigeni che esprimono con il linguaggio della poesia il mistero di una terra percepita come madre e la minaccia di una distruzione imminente: “La poesia aiuta ad esprimere una dolorosa sensazione che oggi in molti condividiamo. La verità ineludibile è che, nelle attuali condizioni, con questo modo di trattare l’Amazzonia, tanta vita e tanta bellezza stiano “prendendo la direzione della fine”, benché molti vogliano continuare a credere che non è successo nulla: «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano. Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»” (QA 47).

Il documento esprime la consapevolezza che la vita dell’intero pianeta dipende dal rispetto dell’ambiente naturale in amazzonia e in biomi come quello del Congo in Africa e del Borneo. L’invito è di proteggere l’Amazzonia, “cuore del pianeta”, e ad affrontare temi quali la deforestazione, il flagello della tratta delle persone, l’inquinamento ambientale.

Riprendendo intuizioni espresse nella enciclica Laudato sì Francesco invita ad ascoltare insieme il grido della terra e il grido dei poveri, richiamando al tenere insieme un approccio ecologico e un approccio attento alla giustizia sociale (QA 8).

“Imparando dai popoli originari, possiamo contemplare l’Amazzonia e non solo analizzarla, per riconoscere il mistero prezioso che ci supera. Possiamo amarla e non solo utilizzarla, così che l’amore risvegli un interesse profondo e sincero. Di più, possiamo sentirci intimamente uniti ad essa e non solo difenderla, e allora l’Amazzonia diventerà nostra come una madre. Perché «il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri»” (QA 55).

Il quarto sogno è un sogno ecclesiale. Francesco esprime a tal riguardo il sogno di una chiesa dal volto amazzonico. A tal proposito insiste sulla dinamica dell’inculturazione. L’annuncio del kerigma cristiano «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (QA 66).

“perché la Chiesa ha un volto pluriforme «non solo da una prospettiva spaziale […], ma anche dalla sua realtà temporale». Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce” (QA 66).

A tal riguardo è presente una attenzione alla inculturazione del liturgia secondo un approccio di incontro e ascolto raccogliendo gli elementi degli indigeni nel loro contatto con la natura e stimolando le espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli (QA 82) Si osserva che dopo il Concilio Vaticano II è stato condotto uno sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni, ma pochi progressi si sono realizzati (QA 82)

E’ recepito «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Si afferma che c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (QA 86). Tuttavia nulla viene detto a proposito delle richieste esplicite emerse dai lavori del sinodo a riguardo della creazione di nuovi ministeri sia nel chiamare al sacerdozio ministeriale dei diaconi permanenti, sia nell’istituzione del diaconato delle donne.

Viene prospettato un orientamento di maggiore promozione di servizi laicali: “Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente” (QA 93). Inoltre si prospetta l’impegno a sviluppare “una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale. Le sfide dell’Amazzonia esigono dalla Chiesa uno sforzo speciale per realizzare una presenza capillare che è possibile solo attraverso un incisivo protagonismo dei laici” (QA 94). Questa sollecitazione è certamente motivo per rallegrarsi e può essere indicazione importante anche per tutte le altre chiese.

Gli aspetti più deboli di questa parte appaiono nell’indicazione di far fronte alla mancanza di preti con la preghiera di nuove vocazioni e con l’invio di missionari nei territori dell’Amazzonia (QA 90) e soprattutto nel modo in cui si affronta la presenza delle donne nella chiesa. Di esse si riconosce un ruolo fondamentale nella vita delle comunità ecclesiali: “per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza” (QA 99). Si riconosce che “di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche” (QA 103).

Ma, viene osservato, accordare alle donne “accesso all’Ordine sacro… “limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo” (QA 100). Si dice solamente che “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio” (QA 103).

A tal proposito osserva René Poujol in un articolo dal titolo Francesco e l’Amazzonia: non aprire le porte… senza tenerle chiuse! (trad. Finesettimana): “Ma tornare continuamente all’immagine, certo ammirevole, di Maria, non è certo il modo migliore per mobilitare le donne a servizio della missione. Vedere nell’accesso all’Ordine sacro (qui il diaconato) un “rischio di clericalizzare le donne”, lascia perplessi. Ci si pone forse la stessa domanda per i candidati maschi al diaconato o al presbiterato? Ordinare un uomo celibe non è forse clericalizzare un laico? Conosciamo l’ostilità del Vaticano e di papa Francesco per “l’ideologia del genere”. Ma se la crisi che attraversa la Chiesa ha davvero come causa il deficit di inculturazione, l’istituzione potrà ancora a lungo ignorare l’aspirazione delle donne cattoliche, al pari delle donne in tutti gli altri settori della vita, ad una forma di uguaglianza che non si accontenta più di un semplice discorso sulla complementarietà?”

Motivo di speranza per futuri sviluppi che peraltro il documento di Francesco non chiude, ma nemmeno apre con la sua parola autorevole, possono essere colti nell’affermazione al n.104: “Accade spesso che, in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte. Quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà” (QA 104).

“Le autentiche soluzioni non si raggiungono mai annacquando l’audacia, sottraendosi alle esigenze concrete o cercando colpe esterne. Al contrario, la via d’uscita si trova per “traboccamento”, trascendendo la dialettica che limita la visione per poter riconoscere così un dono più grande che Dio sta offrendo… in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione” (QA 105).

Due temi considerati in questa ultima parte del documento, in cui la terminologia del sacerdozio è applicata solo ai chierici senza considerazione del sacerdozio comune di tutti i fedeli, rimangono aperti: come pensare una chiesa non nei termini nella contrapposizione tra laicato e chierici ma nel quadro della comune dignità e responsabilità dei battezzati nel popolo di Dio che possono essere soggetti di diversi ministeri? Come pensare e vivere un’esperienza di chiesa composta di uomini e di donne nell’uguaglianza fondamentale che proviene dalla fede e dal battesimo e nel riconoscimento delle differenze, individuando forme diverse, anche nuove, di una ministerialità articolata e differenziata di uomini e di donne quali soggetti a pieno titolo nel popolo di Dio? Soprattutto superando il clericalismo congiunto al maschilismo e la mentalità di potere che segna ancora pesantemete la situazione attuale della chiesa.

All’interno di una chiamata a conversione dell’umanità, in particolare di quella parte di umanità che detiene la ricchezza e il potere economico, a rinunciare alla mentalità del potere che opprime e devasta l’ambiente e genera sofferenza e ingiustizia, anche la chiesa è chiamata ad una conversione profonda che si esprime anche nella riforma delle sue strutture e nella coerenza e creatività della sua testimonianza.

E’ da attendere con pazienza – ma ciò non toglie il senso di un certo sconforto a fronte di questi appuntamenti mancati – che lo Spirito di Dio faccia ‘traboccare’ il suo dono in una stagione in cui si avverte forte l’esigenza di un rinnovamento della vita ecclesiale e di scelte di semplicità e coraggio nel percorrere vie nuove in fedeltà al vangelo e in ascolto delle domande di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

La gioia dell’amore…

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Ieri domenica 27 novembre sono stato invitato all’assemblea di zona dell’AGESCI, scout di Pistoia, ad offrire una riflessione su ‘educare all’amore’ a partire da una lettura dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, vescovo di Roma. Chi ne fosse interessato può scaricare il testo dell’intervento cliccando qui e qui lo schema di presentazione. (ac)

 

Per approfondire riguardo al dibattito sinodale: la mia prefazione al libro di A.Oliva, L’amicizia più grande, ed. Nerbini 2015

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L’importanza di ricordare

… ricordare le vittime delle mafie e condividere l’impegno di tutti coloro che operano e lottano per non lasciare spazio all’illegalità.

L’abbraccio di don Ciotti e papa Francesco. Le parole di don Luigi all’incontro dei familiari delle vittime di mafia (chiesa san Gregorio VII Roma – veglia di preghiera promossa dalla fondazione Libera nella ricorrenza della XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie)

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“Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo e questo deve partire dalle coscienze e da lì risanare le relazioni, le scelte, il tessuto sociale così che la giustizia prenda il posto dell’iniquità” (Francesco)

Le riflessioni e la commozione di don Luigi Ciotti nell’intervista di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ del 23 marzo 2014 (25 minuti)

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… ricordare e non dimenticare i giusti che rischiano di essere dimenticati: ricordare Paolo Dall’Oglio, gesuita, testimone del dialogo in terra di Siria, rapito otto mesi fa.

Rinvio ad un video e riflessione di Antonio Ferrari (Corriere tv).

(a.c.)

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