la parola cresceva

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XVII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

parabola del tesoro nel campo

(Gerrit Dou – su disegno di Rembrandt-, Parabola del tesoro nascosto, 1630 circa; ved. commento artistico e teologico cliccando qui)

1Re 3,5.7-12; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”

La prima lettura presenta un dialogo tra Dio e Salomone, il re esempio della sapienza e dell’arte del governare. Salomone non chiede né potenza, né ricchezza né gloria personale. Consapevole del suo limite chiede a Dio di saper distinguere il bene dal male, di essere operatore di giustizia in mezzo al popolo.

Chiede a Dio un cuore docile: il cuore, centro delle scelte secondo la Bibbia, è luogo dell’ascolto. E’ luogo da coltivare per capire bene le situazioni, saper distinguere con fatica il bene dal male, e portare ad attuazione le scelte maturate. Cuore docile potrebbe essere indicato come coscienza attenta.

Un cuore capace di ‘giustizia’ indica sia il rapporto con Dio sia il rapporto con gli altri. Salomone vive la consapevolezza di una duplice fedeltà: a Dio in primo luogo, perché le sue scelte siano ispirate da lui. Nel contempo egli vede il suo compito in riferimento alle persone a lui affidate, un intero popolo. Desidera essere re come responsabile di governare la vita, per attuare cura per gli altri.

Nel vangelo di Matteo dopo i capitoli 11 e 12 che presentano le difficoltà e la crisi che attraversa la vita di Gesù – l’arresto di Giovanni, l’ostilità e l’abbandono – nel capitolo 13 Matteo raccoglie la risposta di Gesù a queste difficoltà. Il suo parlare è tutto orientato ad indicare l’orizzonte della sua vita, la speranza che lo guida nel cammino, la bella notizia in cui desidera coinvolgere chi incontra: il regno dei cieli come incontro con Dio vicino ai poveri che si prende cura dei suoi figli e apre relazioni nuove.

Gesù parla del regno dei cieli indicando innanzitutto l’esperienza della ricerca. Chi ascolta le sue parole è chiamato ad una apertura e a mettersi in cammino. Il regno dei cieli è scoperta di una realtà nascosta ma preziosa, più grande di ogni tesoro umano. L’immagine del tesoro racchiude questo senso di preziosità di fronte alla quale tutto io resto diviene meno importante.

Il ritrovamento di una perla indica nel regno dei cieli un’occasione unica, che si dà in modo inatteso e sorprendente. Un dono da non perdere, da non sprecare. E suggerisce anche lo stile con cui accogliere questa scoperta: con gioia.

La terza parabola rinvia all’esperienza della pesca. Nella legge ebraica alcuni pesci erano considerati impuri e dopo la pesca andavano eliminati (Lev 11,10). Gesù parte da questa esperienza per parlare del regno come di una realtà presente che esige pazienza e attesa. L’azione di selezionare i pesci buoni dai cattivi è da lasciare alla fine. Non è questo il momento. Il compito del presente è un altro, è il tempo del gettare la rete nel mare dell’umanità, il tempo del raduno. Il regno è realtà già in atto e rinvia ad un futuro nelle mani di Dio.

Il regno dei cieli è cuore dell’insegnamento di Gesù: nelle difficoltà risponde con questa fiducia incrollabile nella presenza del regno che è tesoro e perla ed esige attesa.

Anche nella seconda lettura risuona questa medesima fiducia nel tempo come luogo in cui Dio sta conducendo il suo disegno di salvezza: ‘noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno’.

Alessandro Cortesi op

VanGogh_barche(Amsterdam, Van Gogh Museum – Vincent van Gogh Foundation)

Cercare, trovare

“Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”. (M.Buber, Il cammino dell’uomo ed. Qiqajon)

Le parabole di Gesù parlano di ricerca e scoperta. C’è un tesoro nascosto dove meno si aspetta. La vita umana può essere letta come avventura di ricerca ininterrotta.

Due testi diversi possono aiutare a scorgere dimensioni presenti nella ricerca e nella tensione a trovare, pur rimanendo sulla soglia. Il primo è questo testo di Martin Buber. E’ tratto dal libretto Il cammino dell’uomo, e parla di un percorso, quello della vita, quello di ogni uomo e donna che attraversa regioni lontane e sentieri difficili spinto da una tensione a trovare un tesoro. Un tesoro nascosto. Eppure quel tesoro è sotto la stufa di casa e tanto cammino conduce a scoprire l’inatteso. E’ un testo che risente della profonda spiritualità dell’attesa e della promessa propri dell’ebraismo.

Il secondo è un testo di un gruppo musicale contemporaneo, gli U2, gruppo sorto attorno alla figura di Bono Vox nel 1976 a Dublino e che da allora è uno dei gruppi che ha segnato la storia della musica rock . E’ una canzone che parla di cammini, di esperienze nella tensione ad uno ‘stare con’, ad un incontro percepito più importante. Compaiono riferimenti al ‘regno’ che viene o è già venuto e l’affermazione di un credere che pur si mantiene insieme ad un non aver trovato. Sospeso in una ricerca aperta. E’ quasi un’eco della bellissima invocazione del vangelo, forse eco della autentica preghiera: ‘Credo, aiutami nella mia incredulità’ ma è anche rispecchiamento della condizione umana di essere viandante, in cammino, proteso a cercare e trovare. La canzone comunica il senso di una sospensione tra il movimento della ricerca e i riferimenti all’incontro con quel tu che all’inizio viene evocato ed è presente, e nascosto, interlocutore di un’apertura e desiderio che attraversano la vita nella sua complessità e concretezza. Presenza che suscita la domanda e spinge ad una ricerca ininterrotta.

Ho scalato le montagne più alte / Ho corso attraverso i campi / Solo per stare con te / Solo per stare con te / Ho corso / Ho strisciato / Ho scalato queste mura della città / Queste mura della città / Solo per stare con te / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando

Ho baciato labbra di miele / ho sentito la salvezza nelle dita / bruciava come fuoco / questo bruciante desiderio / Ho parlato con la lingua degli angeli / ho tenuto la mano di un diavolo / faceva caldo nella notte / ero freddo come una pietra / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando

Credo nel regno che viene / Allora tutti i colori sbiadiranno in uno solo / Sbiadiranno in uno / Ma sì, sto ancora correndo / Hai rotto i lacci / e hai sciolto le catene / hai portato la croce della mia vergogna, / della mia vergogna / Sai che ci credo / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando

Alessandro Cortesi op

Qui di seguito il link youtube https://www.youtube.com/watch?v=e3-5YC_oHjE e il testo inglese

I have climbed the highest mountains / I have run through the fields / Only to be with you / Only to be with you / I have run I have crawled / I have scaled these city walls / These city walls / Only to be with you / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for

I have kissed honey lips / Felt the healing in the fingertips / It burned like fire / This burning desire / I have spoke with the tongue of angels / I have held the hand of a devil / It was warm in the night / I was cold as a stone / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for

I believe in the Kingdom come / Then all the colors will bleed into one / Bleed into one / But yes, I’m still running / You broke the bonds / and you loosened chains / carried the cross of my shame, of my shame / You know I believe it / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for

 

XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario B – 2012

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Le parabole di Gesù: un modo di rivolgere la parola che dovrebbe farci pensare. E dovrebbe aprirci a nuovi modi per accogliere e trasmettere il vangelo. Provo ad indicare alcune piste su cui ripensare il nostro seguire Gesù imparando da lui: la prima riguarda l’arte del raccontare, la seconda è quella della quotidianità, la terza è la logica dei segni piccoli.

L’arte del raccontare…

Gesù parla in parabole per annunciare il ‘regno di Dio’. Tutto il suo insegnamento e il suo agire si svolgono attorno al regno di Dio. Ma non è una rivendicazione di un potere o di un dominio su popoli o sulle coscienze. E’ annuncio che riguarda il volto di Dio stesso, ma anche la relazione tra Dio stesso e noi, ed è parola sulla vita stessa di Gesù: proprio nelle sue scelte, nel suo agire il regno sta iniziando, un mondo nuovo in cui Dio libera e apre alla pace, alla giustizia, al porre al centro i piccoli. E’ sorprendente che laddove ci si dovrebbe aspettare il linguaggio del sacro, una lingua sacra, un agire sacrale, Gesù usa invece il linguaggio del quotidiano, usa una lingua comprensibile a chi semina, a chi vive della pesca, a chi impasta la farina. E vive gesti di ospitalità. Non definisce ma racconta. Le parole descrivono un dinamismo, e accennano ad un paragone: così avviene nel regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno. E così crea una tensione. Gesù non offre una definizione di quello che è il regno di Dio. Non utilizza le immagini per dire un concetto. Ma indica un percorso aperto che opera qualcosa nel cuore di chi ascolta: ‘il regno di Dio è simile a…’ lascia aperta l’immaginazione. Perché il regno di Dio investe l’esistenza e chiede coinvolgimento.

Forse anche noi dovremmo imparare a raccontare il vangelo del regno di Dio. L’insegnamento religioso è spesso vissuto o come offerta di tante nozioni, o come prescrizione di comportamenti. Si associa così il discorso religioso o ad una dottrina dai contorni fumosi e lontani, oppure ad una serie di precetti morali che generano o paura o ripulsa. Di raro si associa il vangelo ad un racconto. Gesù parla del Padre che apre ad un rapporto con Lui, utilizzando racconti che fanno riferimento alla vita quotidiana. Per questo non è facile definire cosa è il regno di Dio: bisognerebbe ripercorrere tutte le parabole e cogliere in ognuna aspetti diversi e complementari e poi tesserli insieme.

Gesù rinvia alla quotidianità

Nelle sue parabole Gesù tocca la quotidianità e indica così che il rapporto con Dio non è da pensare o ricercare in momenti eccezionali o avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. Nel suo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è una cosa ‘sacra’ da attuare in un territorio lontano, o riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia che innerva l’esistenza e ne fa scorgere dimensioni profonde, e la apre a scoprire che in quella terra è deposto un seme. In questa terra, in questo quotidiano è presente un seme: ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. E’ liberante questo annuncio di una realtà già presente nella nostra terra e che porta frutto buono. E’ liberante perché porta  a decentrare la vita personale. E dovrebbe far decentrare anche lo sguardo delle chiese, troppo preoccupate di porsi al centro e di esaurire le aperture del regno. Ma è anche spinta a cercare a scoprire i segni di questo germogliare e fiorire di un seme gettato e presente nella terra di questa esistenza.

Gesù indica la logica dei piccoli segni.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza della conclusione: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. E’ invito a scorgere la presenza del regno come una realtà nascosta, che non è presente laddove c’è affermazione, ricchezza e gloria. Tuttavia sta crescendo in segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché non ha potenza o privilegi. Gesù pronuncia le parabole proprio in momenti di delusione, di scoramento perché il mondo che lui annunciava non si realizzava. Egli stesso si trovava di fronte al fallimento e al rifiuto. Ma proprio in questi momenti Gesù indica come il regno sia piccola cosa che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. Annuncia che il regno cresce nonostante le contraddizioni e la sua piccolezza. Ed è seme che fa crescere e porta frutto perché vi sia condivisione e riparo, come il frutto della spiga, come sui rami del grande albero. Invita così a coltivare la pazienza, a non cedere alle logiche della grandezza e della fretta. Libera dalla preoccupazione della riuscita e del successo. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola è racconto particolare perché coinvolge e fa qualcosa in chi ascolta: è nel senso più profondo ‘poesia’.

Così scrive Paul Ricoeur, un filosofo che ha scrutato con attenzione il modo di raccontare di Gesù: “Temo che un tentativo eccessivamente zelante di trarre dalle parabole un’applicazione immediata per l’etica privata o per la morale politica sia destinato a naufragare. Possiamo subito supporre che uno zelo del genere, senza adeguate riserve, finirebbe per tradurre le parabole in consigli insipidi, in banalità moraleggianti. E i moralismi banali sono forse il mezzo più sicuro per ucciderle, più dei concetti teologici trascendenti. (…) A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli pratici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi. (…) La forza poetica della parabola è la forza stessa dell’evento, dove per ‘poetico’ qui si intende qualcosa di più che la poesia come genere letterario poetico, qui significa creativo. Ed è al cuore della nostra immaginazione che lasciamo che l’evento avvenga prima che possiamo convertire il nostro cuore e rafforzare la nostra volontà” (P.Ricoeur, La logica di Gesù, testi scelti a cura di E.Bianchi, ed. Qiqajon 2009, 48-52).

Alessandro Cortesi op

(nell’immagine bassorilievi della Fontana Maggiore in piazza IV novembre a Perugia – Nicola e Giovanni Pisano  1275-78)

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