la parola cresceva

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XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario B – 2012

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Le parabole di Gesù: un modo di rivolgere la parola che dovrebbe farci pensare. E dovrebbe aprirci a nuovi modi per accogliere e trasmettere il vangelo. Provo ad indicare alcune piste su cui ripensare il nostro seguire Gesù imparando da lui: la prima riguarda l’arte del raccontare, la seconda è quella della quotidianità, la terza è la logica dei segni piccoli.

L’arte del raccontare…

Gesù parla in parabole per annunciare il ‘regno di Dio’. Tutto il suo insegnamento e il suo agire si svolgono attorno al regno di Dio. Ma non è una rivendicazione di un potere o di un dominio su popoli o sulle coscienze. E’ annuncio che riguarda il volto di Dio stesso, ma anche la relazione tra Dio stesso e noi, ed è parola sulla vita stessa di Gesù: proprio nelle sue scelte, nel suo agire il regno sta iniziando, un mondo nuovo in cui Dio libera e apre alla pace, alla giustizia, al porre al centro i piccoli. E’ sorprendente che laddove ci si dovrebbe aspettare il linguaggio del sacro, una lingua sacra, un agire sacrale, Gesù usa invece il linguaggio del quotidiano, usa una lingua comprensibile a chi semina, a chi vive della pesca, a chi impasta la farina. E vive gesti di ospitalità. Non definisce ma racconta. Le parole descrivono un dinamismo, e accennano ad un paragone: così avviene nel regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno. E così crea una tensione. Gesù non offre una definizione di quello che è il regno di Dio. Non utilizza le immagini per dire un concetto. Ma indica un percorso aperto che opera qualcosa nel cuore di chi ascolta: ‘il regno di Dio è simile a…’ lascia aperta l’immaginazione. Perché il regno di Dio investe l’esistenza e chiede coinvolgimento.

Forse anche noi dovremmo imparare a raccontare il vangelo del regno di Dio. L’insegnamento religioso è spesso vissuto o come offerta di tante nozioni, o come prescrizione di comportamenti. Si associa così il discorso religioso o ad una dottrina dai contorni fumosi e lontani, oppure ad una serie di precetti morali che generano o paura o ripulsa. Di raro si associa il vangelo ad un racconto. Gesù parla del Padre che apre ad un rapporto con Lui, utilizzando racconti che fanno riferimento alla vita quotidiana. Per questo non è facile definire cosa è il regno di Dio: bisognerebbe ripercorrere tutte le parabole e cogliere in ognuna aspetti diversi e complementari e poi tesserli insieme.

Gesù rinvia alla quotidianità

Nelle sue parabole Gesù tocca la quotidianità e indica così che il rapporto con Dio non è da pensare o ricercare in momenti eccezionali o avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. Nel suo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è una cosa ‘sacra’ da attuare in un territorio lontano, o riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia che innerva l’esistenza e ne fa scorgere dimensioni profonde, e la apre a scoprire che in quella terra è deposto un seme. In questa terra, in questo quotidiano è presente un seme: ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. E’ liberante questo annuncio di una realtà già presente nella nostra terra e che porta frutto buono. E’ liberante perché porta  a decentrare la vita personale. E dovrebbe far decentrare anche lo sguardo delle chiese, troppo preoccupate di porsi al centro e di esaurire le aperture del regno. Ma è anche spinta a cercare a scoprire i segni di questo germogliare e fiorire di un seme gettato e presente nella terra di questa esistenza.

Gesù indica la logica dei piccoli segni.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza della conclusione: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. E’ invito a scorgere la presenza del regno come una realtà nascosta, che non è presente laddove c’è affermazione, ricchezza e gloria. Tuttavia sta crescendo in segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché non ha potenza o privilegi. Gesù pronuncia le parabole proprio in momenti di delusione, di scoramento perché il mondo che lui annunciava non si realizzava. Egli stesso si trovava di fronte al fallimento e al rifiuto. Ma proprio in questi momenti Gesù indica come il regno sia piccola cosa che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. Annuncia che il regno cresce nonostante le contraddizioni e la sua piccolezza. Ed è seme che fa crescere e porta frutto perché vi sia condivisione e riparo, come il frutto della spiga, come sui rami del grande albero. Invita così a coltivare la pazienza, a non cedere alle logiche della grandezza e della fretta. Libera dalla preoccupazione della riuscita e del successo. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola è racconto particolare perché coinvolge e fa qualcosa in chi ascolta: è nel senso più profondo ‘poesia’.

Così scrive Paul Ricoeur, un filosofo che ha scrutato con attenzione il modo di raccontare di Gesù: “Temo che un tentativo eccessivamente zelante di trarre dalle parabole un’applicazione immediata per l’etica privata o per la morale politica sia destinato a naufragare. Possiamo subito supporre che uno zelo del genere, senza adeguate riserve, finirebbe per tradurre le parabole in consigli insipidi, in banalità moraleggianti. E i moralismi banali sono forse il mezzo più sicuro per ucciderle, più dei concetti teologici trascendenti. (…) A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli pratici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi. (…) La forza poetica della parabola è la forza stessa dell’evento, dove per ‘poetico’ qui si intende qualcosa di più che la poesia come genere letterario poetico, qui significa creativo. Ed è al cuore della nostra immaginazione che lasciamo che l’evento avvenga prima che possiamo convertire il nostro cuore e rafforzare la nostra volontà” (P.Ricoeur, La logica di Gesù, testi scelti a cura di E.Bianchi, ed. Qiqajon 2009, 48-52).

Alessandro Cortesi op

(nell’immagine bassorilievi della Fontana Maggiore in piazza IV novembre a Perugia – Nicola e Giovanni Pisano  1275-78)

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