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Ascensione del Signore – anno B – 2018

IMG_2872.jpgAt 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“perché state a guardare il cielo? … tornerà un giorno” (At 1,11) al cuore della fede fondata sulla Pasqua c’è una assenza e una nostalgia. Attesa di ritorno: tornerà… Non si incontra più Gesù come prima. E’ possibile custodire la sua promessa e l’esperienza d’incontro con lui può continuare in modo nuovo, nel modo dell’attesa, nella vita della comunità, nei segni da lui lasciati, nello sxogere l’operare dello Spirito.

Gli apostoli chiedono di ‘conoscere i tempi e i momenti’: è curiosità di prevedere il futuro. Gesù invita a non dare spazio a questa vana curiosità che impedisce di cogliere le cose più importanti. E’ inutile sprecare energie in questo sforzo. Piuttosto lo sguardo va orientato in altra direzione, al presente. Sin d’ora è vicino in modo nuovo. L’attitudine richiesta è quella dell’attesa, ‘attendere che si adempia la promessa del Padre’ e ricevere la forza dello Spirito. La promessa del Padre è per l’umanità, per poter partecipare alla vita in Cristo: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto. Dopo la Pasqua l’incontro con Gesù può avvenire per opera dello Spirito, nella sua forza. La sua presenza è reale tra noi e nel contempo è interiore e coinvolge l’intimo delle persone. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è simbolo della penombra dello Spirito, che copre e rivela. Gesù è nella vita di Dio. Il suo ‘spazio’ è altro rispetto allo spazio e al tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena. Ma la sua presenza continua, si rende vicina nell’interiorità e si fa vicina nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito accompagna ad incontrarlo nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che in forza dell’agire dello Spirito, testimonia di Gesù, lo racconta e cammina sui suoi passi: ‘voi mi sarete testimoni’.

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”. Gesù invia i suoi a continuare l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) a offrire segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). Ed essi fanno l’esperienza di un agire che li precede e li accompagna e che non dalla loro forza ma dalla presenza del Signore si attua la comunicazione del vangelo: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

I segni accompagnano la parola e dicono che la morte non è l’ultima parola. Gesù non lascia la sua chiesa dona lo Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. Anche la comunità vive questa fondamentale chiamata, la vocazione ad essere segno della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito. E’ vita nuova: i diversi doni, che provengono dallo Spirito, recano in sè la spinta ad essere messi a servizio per la comunione. Le differenze non vanno eliminate, ignorate, sopresse ma vi può essere condivisione di doni e servizi, segno della vita trinitaria. Unità di relazione in cui l’essere-con si fa essere-per e si può abitare nella reciprocità dell’amicizia.

Ascensione non è festa del distacco ma di una gioia diversa per un incontro nuovo con Cristo. Il Padre ha detto sì alla vita di Gesù e la sua umanità è principio di comunione. Vivere l’inconro con Gesù nel sentire la sua mancanza è esperienza di fede nel Dio di cui si avverte la mancanza. La preghiera stessa rimane domanda sospesa, senza risposta, ma anche rivolta come grido che non lascia che l’attesa venga meno.

Alessandro Cortesi op

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Lingue nuove

Lingue nuove sono le lingue diverse dei popoli. Parlare lingue nuove è esito di apertura a scorgere che la propria lingua non è senza legami con altre lingue diverse. E’ passaggio per superare lo sconforto dell’incapacità di comunicare. Parlare lingue nuove passa attraverso la fatica dell’accostarsi ad altri mondi, e si costruisce nell’apprendimento ad incontrare ascoltando e tessendo rapporti.

La possibilità di parlare lingue nuove è attraversamento che si attua nel tradurre le parole della propria lingua madre in parole altre. Nella traduzione l’estraneo si fa riconoscibile nei tratti del suo volto e diviene familiare, si costruiscono ponti che consentono avvicinamento e comprensione.

E’ stato soprattutto il filosofo Paul Ricoeur ad approfondire il paradigma della traduzione come via per affrontare la sfida dell’incontro con l’altro, per aprire vie di comunicazione nel mondo del pluralismo e per incontrare lo straniero, senza far venir meno la diversità, accettandola, e rendendola luogo di un riconoscimento possibile. Apprendere a parlare lingue nuove conduce a scoprire che le lingue umane non sono sistemi impermeabili e chiusi, ma sono come case aperte con porte e finestre che consentono passaggi e visite. Percorsi mai compiuti definitivamente e sempre da intraprendere di nuovo. Percorsi che accompagnano a riconoscere l’altro, ma anche a comprendere e riconoscere in modi nuovi la propria in lingua, la propria esistenza.

E’ possibile allora camminare verso quella che Paul Ricoeur indica come ospitalità linguistica?

“Ospitalità linguistica quindi, ove al piacere di abitare la lingua dell’altro corrisponde il piacere di ricevere presso sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero» (P.Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica, Morcelliana, Brescia 2002, 50)

Tale ospitalità è orizzonte da ricercare continuamente ed implica la fatica della traduzione, scoprendo che la propria lingua è importante quale casa aperta ad accogliere, e nel contempo è anche importante la lingua dell’altro nella diversità. Solamente da tale intuizione può avere inizio l’avventura del parlare lingue nuove, di cercare di tradurre.

E’ veramente l’opposto dell’irrigidimento che chiude e rende impermeabili ad ogni comunicazione. E’ il contrario dei diktat che pretendono di parlare e intendere un’unica lingua che diviene lingua del potere e della violenza, è l’opposto del rifiuto del dialogo possibile che tanto segna il nostro quotidiano e lo tinge di intolleranza e di rifiuto degli altri.

“Tradurre significa rendere giustizia allo straniero, significa instaurare la giusta distanza da un insieme di linguaggio all’altro. La tua lingua è altrettanto importante della mia. È la formula dell’equità-uguaglianza. La formula della diversità riconosciuta” (P. Ricœur, Il Giusto, vol. 2, Effatà, Cantalupa (To) 2007, 51).

Imparare a tradurre diviene via per aprirsi ad un modo di tare insieme in cui il discorso tra le persone possa essere uno e nel medesimo tempo plurale. E’ esperienza che può aprire la via a maturare un orizzonte di impegno e di vita insieme, “un’etica della ospitalità linguistica e della convivialità” (D.Iervolino, Per una filosofia della traduzione, Morcelliana Brescia 2008, 125).

La diversità delle lingue è la babele di un mondo in cui chi parla in modi diversi non è capace d’intendersi, ma è anche la babele in cui i diversi accenti e suoni suscitano la curiosità dell’incontro, segnano così la benedizione di una umanità plurale, che si scopre chiamata a camminare insieme imparando a parlare lingue nuove. “Nella benedizione di Babele, dunque, è già prefigurato (…) il kerygma pentecostale del dono delle lingue, annuncio di una umanità riconciliata nel riconoscimento delle diversità” (D. Jervolino, Per una filosofia della traduzione, 119)

Alessandro Cortesi op

 

 

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