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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

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(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

XXVIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1300Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. E’ domanda che esprime una ricerca e racchiude una attesa. La vita ha un significato che la renda capace di oltrepassare il tempo, di rimanere. Avere la vita eterna è immagine che rinvia ad una vita che non passa, che si pone nella comunione con Dio. Cosa si deve fare allora sin da ora? La domanda tocca la questione dell’agire, non solo la sfera delle idee delle convinzioni, ma il da farsi… Cosa fare perché nella vita sia aperta ad un ‘per sempre’?

‘Un tale’, dice Marco, rivolge questa domanda a Gesù. E’ un personaggio senza nome del vangelo. Forse un profilo che può racchiuderne molti. Nascosto dietro il suo profilo sta una persona impegnata in un cammino religioso, formato ad intendere la vita non limitata da un orizzonte solo finito, ma aperta all’oltre, teso a dare un significato al suo impegno. O forse un uomo capace di interrogarsi e che si era sentito provocato dallo stile di Gesù. La sua può essere paradigma di tutte l domande proprie di chi è mosso dal desiderio di un senso autentico della propria vita, anche se si cerca spesso a tentoni, anche se si vive un tempo in cui l’orizzonte è difficile da cogliere.

Nel prosieguo del dialogo si scopre che questo tale è un ebreo credente, educato nell’osservanza dei comandamenti, un osservante della legge. Ed è anche un uomo aperto, impegnato, disponibile per darsi da fare, per vivere la vita in modo significativo. E’ un uomo buono che da sempre ha osservato le parole della legge. Gesù, di fronte a questo uomo prova sentimenti di ammirazione, simpatia e amore: il suo sguardo è sguardo sintonia e di amore: “Fissatolo lo amò…”. Forse proprio il suo impegno, la sua dirittura, la sua tensione lo rendono un uomo troppo pieno di quanto ha, non solo in termini di beni materiali, ma di quelle sicurezze che rendono la vita stabilizzata e chiusa.

Alla questione che gli è posta Gesù risponde: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La ‘cosa che manca’ ha a che fare con il fare spazio. Far venir meno il troppo pieno, per lasciare spazio ad un vuoto. E’ anche appello alla condivisione, cioè ad una apertura agli altri come depositari di qualcosa che non sia più proprio, ma messo in comune. Sono le ricchezze materiali ma anche le ‘ricchezze di vita’ a dover essere messe insieme. Gesù indica così la via dell’avere di meno, del liberarsi da tutto ciò che costituisce motivo di sicurezza e di appoggio, ma che diviene poi una gabbia che impedisce di vivere: indica la via di una povertà che ha i caratteri della sobrietà e della condivisione. E’ un discorso difficile, perché l’avere è una dimensione dell’umano che tocca corde profonde e difficilmente si espone a discussione. La povertà è lo stile di Gesù, colui che si è fatto povero per noi perché noi potessimo divenire ricchi della sua povertà.

“Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Se questo ‘cammello’ alludesse ad una ‘corda’ utilizzata dai marinai oppure ad una porta stretta della città di Gerusalemme – detta ‘cruna d’ago’ e dalla quale si passava quando tutte le altre porte erano chiuse – forse poco importa. Il messaggio racchiuso in quest’immagine sta nella chiamata a seguire Gesù. Ma questo non è opera della capacità umana, della volontà.

I discepoli sono smarriti e impauriti: “e chi mai si può salvare?” Gesù propone ancora un affidamento senza riserve a Dio, la via di cercare e trovare solo in lui la forza per vivere uno stile nuovo sin d’ora. La pretesa di salvarsi con le proprie forze – cioè di dare un senso alla vita con lo sguardo ripiegato su di sé – è fallimentare.

Tuttavia Gesù non chiede di vivere ciò che è possibile, ma provoca a quell’impossibile che diventa spazio di un rapporto: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio della salvezza come opera del Dio che viene e per primo ci ha amati (cfr Lc 1,37).

Se la salvezza, cioè trovare una vita autentica e compiuta è possibile solamente a Dio, allora il senso autentico della nostra vita non è esito e ricompensa di sforzi e meriti umani, non viene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che ci coinvolge e trasforma la nostra vita suscitando la nostra libertà. Per questo richiede il fare spazio, il rendersi disponibili a ricevere, come chi è povero dentro. Non è orizzonte da attendere nel futuro ma è da scoprire nelle relazioni nuove nella vita quotidiana luogo in cui Dio viene ad incontrarci: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

DSCF6293Alcune riflessioni per noi oggi

La chiamata rivolta a quel tale è anche per chiunque si lascia inquietare per seguirlo. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Non viene detto se in seguito iniziò a seguire Gesù: si può solo sperare. Forse anche lui ha compreso, non senza fatica e dopo passaggi graduali nella vita. Come noi. Questa scena rimane come sospesa, una provocazione per noi. E’ indicazione per la comunità dei discepoli a scoprire un rapporto nuovo con le ricchezze e cosa significhi la salvezza che non è frutto della nostra ricchezza.

Ci sono ricchezze che impediscono di accogliere la chiamata del Signore costituite dai beni, o meglio dalla preoccupazione di perdere e di accumulare beni, e dall’energia investita nel preoccuparsi per tutto ciò che appartiene all’esteriorità. Ma ci sono anche ricchezze costituite da convinzioni, certezze, costruzioni ideologiche e di dottrina assimilate e che rendono arroccati, inamovibili, incapaci di scorgere quella chiamata a condividere che è appello a riconoscere la vita degli altri, a lasciarsi smuovere dalla vita dei poveri. In questo tempo di sinodo si rendono evidenti certi arroccamenti e chiusure sulla base di certezze acquisite, di visioni, idee, dottrina, espressioni di una mentalità incapace di ascoltare la vita, le sofferenze di tante persone. C’è un modo di essere ricchi magari non di beni preziosi, ma di sicurezze, che fa venire meno la capacità di guardare alle sofferenze degli altri, dei poveri soprattutto, poveri di aiuto, di affetto, di stima, di comprensione. L’attitudine di misericordia è possibile solamente se non ci lascia occupare il cuore da tutto ciò che lo rende incapace di compassione e di consapevolezza di qualcosa che manca: ‘una cosa sola ti manca’. Solamente nel riconoscere un essere vuoto, un ‘mancare’ può farsi strada una parola che suscita il senso della vita non come pienezza, ma come vuoto da lasciar riempire da altro e da altrove, come vuoto in cui lasciare spazio alla sofferenza dell’altro, sapendo che la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio.

arvanitakis2-k1TE-U10601605779195DOB-700x394@LaStampa.itDyonisis Arvanitakis è il nome del panettiere di Kos che ogni giorno porta ai rifugiati che sbarcano nell’isola greca, del pane. Anche lui ha vissuto la migrazione e la fame tanti anni fa nel 1957, emigrante in Australia: «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – racconta – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». Rientrato in Grecia negli anni ’70 riesce ad aprire una bottega. Brandon Stanton, fotografo americano, ha riportato la sua foto, ripresa nel negozio tra ritratti del progetto Humans of New York. Un uomo capace di trovare occasione nel suo quotidiano di rispondere alla chiamata a condividere. Una parola di vangelo che dice come ciascuno può scoprire che la vita eterna inizia nel presente vivendo ciò che ci rende più umani e reca vita agli altri. 

Povertà è poter fare uso delle cose, accontentarsi del necessario, ma pensare che quanto si ha è per la condivisione. Non essere preoccupati di accumulare, non essere legati ad una ricchezza che fa grandi e superiori e diversi da chi ha meno. E poi c’è una povertà interiore che è l’atteggiamento di chi non si pensa senza gli atri, ma intende la sua vita nel rapporto, nella capacità di aprire ponti e vie di comunicazione e di aver bisogno degli altri. E allora sceglie la via della condivisione. Farsi solidali con i poveri è via per fare come ha fatto Gesù, e per poter entrare in un più profondo rapporto con lui. Lasciarsi liberare da quanto appesantisce e ingombra la vita permette di ‘seguirlo’.

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio” (seconda lettura) E’ indicazione dell’importanza della Parola di Dio nella vita dei credenti. La parola è viva e opera nella nostra vita: è come pioggia, come seme caduto nel campo della nostra esistenza che non può non portare frutto. E’ come spada che penetra nel profondo e genera una ferita.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1050Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23)

Mettere in pratica i comandi del Signore: è questa la via indicata come saggezza nella pagina del Deuteronomio ‘perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore Dio dei vostri padri sta per darvi’. La terra è dono di Dio. Può divenire terra di libertà nel corrispondere ad una responsabilità etica, ma può trasformarsi in terra di esilio.

Il Deuteronomio – testo fondamentale nella riforma religiosa di Giosia del 622 a.C. – riporta lo sguardo ad un tempo precedente e pone insieme tre grandi omelie di Mosè prima dell’ingresso nella Terra promessa. L’esperienza del vivere nella terra promessa ha infatti generato una riflessione sul senso dell’esperienza del popolo liberato dall’Egitto: abitare la terra ricevuta in dono non può essere solo godere di una stabilità ormai raggiunta e non deve ridursi a ricerca di sicurezze e di potere dimenticando il cammino compiuto. Abitare la terra è invece rinvio al ricordo, a ritornare a quella Parola del Dio che ha guidato e rimane vicino ad Israele. E chiede una fedeltà concreta di risposta all’alleanza accolta. La terra rimane sempre un dono di cui rendere grazie. E’ da vivere nella responsabilità di un incontro da custodire. Chiede una fedeltà non di ripetizione ma di creatività. Mantenersi in tale apertura è scoprire come la Parola sta sempre davanti, chiede di essere accolta e compresa in situazioni nuove, genera futuro e non può rimanere bloccata in prescrizioni umane.

Il problema posto a Gesù dai farisei e scribi giunti da Gerusalemme riguarda la questione delle tradizioni: “…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?”. La presentazione dei farisei in opposizione a Gesù e rappresentanti di una religiosità fatta di sola esteriorità non rende ragione della reale situazione al tempo di Gesù: il suo stesso insegnamento per tanti aspetti si avvicinava a quello dei farisei. Ma diviene mezzo, nel racconto di Marco, per esprimere una critica di fondo all’ipocrisia religiosa. Un atteggiamento che attraversa i tempi e pervade il modo di vivere la religione. Una religione ridotta a osservanza di norme e pratiche dettate da una tradizione chiusa perde di vista la fedeltà alla Parola di Dio nei termini di responsabilità e diviene ipocrisia.

La polemica verte prima sull’osservanza di pratiche rituali dei pasti, poi sull’investimento dei beni nel sostegno dei genitori anziani. Gesù affronta il cuore della questione evidenziando il rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni frutto di elaborazione umana. Si schiera contro l’ipocrisia, un modo di vivere che porta a scambiare i fini con i mezzi. Al posto della fedeltà a Dio, la preoccupazione scrupolosa di una osservanza che non pone in relazione.

Nella sua critica Gesù riprende la predicazione dei profeti che non si stancavano di richiamare ad un culto non delle formalità esteriori, ma capace di impegnare la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Le parole di Gesù pongono la domanda che investe il cuore, il centro delle decisioni. Se il cuore sta presso Dio da lì sgorga un modo di vivere in cui al primo posto stanno le persone. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri: “imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di ipocrisia religiosa, che coincide con il clericalismo: vivere una religiosità lontana dalla cura nell’ascoltare la Parola di Dio, dalla ricerca . La fede non può essere ridotta a norma da eseguire ma richiede un coinvolgimento esistenziale di fronte alle situazioni e alle persone. E’ tradita in radice quando le tradizioni degli uomini vengono ad avere il primato sulla Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

C’è anche una seconda osservazione: la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è il cuore dell’uomo lo spazio di decisione per il bene o per il male. Gesù presenta così il suo sguardo di bene e di fiducia per tutto ciò che appartiene al cosmo, alla vita: tutto viene da Dio, non può esser cattivo o impuro in sè. Nello contempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”.

Puro e impuro derivano da un orientamento che ha sede nel ‘cuore’, e si esprime in comportamenti. Gesù riporta all’interiorità, e pone ogni persona davanti alla sua vita nella situazione di responsabilità, di dover rispondere a se stessa e agli altri, davanti alla Parola di Dio, che si fa ascoltare nel cuore.

La lettera di Giacomo insiste sull’esigenza di una concretezza di scelte e di orientamenti che esprimano la fede nell’agire. La presenza della Parola nella vita dei credenti, piantata nel cuore, esige uno spazio di accoglienza per potersi esprimere in una prassi, per non rimanere una sorta di sapere che non intacca la vita: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”. La lettera rinvia alla centralità nell’esperienza cristiana della visita e della vicinanza a chi è senza sostegni umani: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze…”.

DSCN1034Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo giorni in cui le condizioni drammatiche di chi vive la migrazione a causa della guerra e della povertà assume proporzioni sempre più rilevanti. E di fronte a tale fenomeno la reazione scomposta, volgare, colma di cattiveria, di quanti non vedono il dramma esistenziale di persone, e manifestano indifferenza verso sofferenze di uomini e donne come noi. Con uno sguardo che divide in due categorie: chi ha diritto ad una vita dignitosa e chi non è considerato essere umano. Il guardare ai flussi dei migranti con indifferenza e crudeltà, senza fissare i volti, che pure ci sono posti davanti nelle immagini, nelle interviste, nei resoconti riportati da bravi giornalisti, porta a riflettere proprio sulla distanza tra la proclamazione di essere ‘persone religiose’ e la traduzione concreta in atteggiamenti nella vita. La lettera di Giacomo è sferzante: ‘Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi’. In Europa sta crescendo un clima di odio, di esclusione, di costruzione di muri. A tutto ciò penso sia da contrapporre non tanto una critica generica alla politica – anche in tale ambito vi sono persone, gruppi, comunità sociali – ma la testimonianza di credenti e di chiese che, scegliendo con chiarezza la via della povertà, nella rinuncia a privilegi di vario tipo, sanno rimanere fedeli al vangelo che chiede di porre in pratica la Parola di Dio oggi nella solidarietà con chi soffre e nell’accoglienza. Ciò non toglie la fatica di trovare soluzioni concrete e praticabili, ma determina un atteggiamento di fondo, si potrebbe dire un’anima, che sembra oggi venir meno: un’anima di umanità per tutti e di riferimento al cuore del vangelo e della fede per chi crede. Come essere fedeli oggi alla Parola di Dio come via di saggezza – in cui scoprire il senso profondo della vita nostra e di tutti – nella terra da abitare insieme?

La domanda su come attuare oggi la Parola di Dio di fronte alle situazioni delle vita e alle condizioni storiche in cui viviamo è questione che ripropone i termini della sfida posta a Gesù. Cosa vuol dire oggi ascoltare la Parola di Dio e non fermarsi a ripetere tradizioni che sono prodotto di uomini? Come distinguere tra la consegna della Parola di Dio che è tradizione da ricevere e accogliere e ciò che è possibile e doveroso mutare in rapporto ad una comprensione più profonda del vangelo che avviene nel cammino della chiesa, nell’ascolto del tempo? Il Sinodo dei vescovi tra poche settimane si troverà a discutere su questi temi in relazione all’esperienza delle famiglie.

Trovo ricca di motivi di riflessione la suggestione di Michael Davide Semeraro, benedettino biblista (Temi del Sinodo: le chiavi della casa di Dio sono per tutti, in http://www.viandanti.org): “La mia proposta, in vista del Sinodo sulla famiglia, è di sostituire al termine “famiglia” il termine “casa”. Se infatti il termine “famiglia” rischia non solo di dividere ma soprattutto di ferire, il termine “casa” non può che accomunare. Se preferissimo il termine “casa” (cfr Lc 9, 24) a quello di “famiglia”, forse sarebbe più facile porci in un atteggiamento di umile accoglienza di tutte le realtà in cui uomini e donne vivono la loro avventura umana, soprattutto quando si fa alleanza per affrontare insieme la vita, spesso segnata da complessità non cercate, ma che vanno comunque patite, sofferte insieme e, possibilmente, accompagnate e sostenute con spirito fraterno e umana solidarietà. Ormai molte delle nostre case non assomigliano più tanto a quella di Nazaret, né forse neppure a quella di Betania o a quella di Cana di Galilea (…) La famiglia non può essere ridotta alla circolazione di cura e di affetto all’interno della coppia che si apre all’accoglienza, talora iperprotettiva, di uno o più figli. Nella logica che ritroviamo nelle Scritture, siamo messi di fronte ad un lungo cammino di umanizzazione non ancora compiuto e ancora in divenire. Ogni umana convivenza – necessariamente imperfetta e abitata da aspetti positivi e da inevitabili ambiguità – è chiamata a diventare ‘famiglia di Dio’ che si riveli come casa in cui tutti possano trovare il sostegno e il conforto per la propria vita reale.” (cfr. Michael Davide Semeraro, Le chiavi di casa. Appunti tra un sinodo e l’altro, La Meridiana, Molfetta 2015).

La sua riflessione si conclude con l’immagine di una casa in cui nessuno sia tenuto fuori e le cui chiavi possano essere consegnate alla responsabilità di chi desidera farvi parte: “Lo stesso servizio pastorale dovrebbe assomigliare meno ad un blocco dottrinale e di più all’atteggiamento di un padre che parla a suo figlio e non dice esattamente cosa deve fare o non fare, ma consegna finalmente le chiavi di casa, non senza ricordare alcune regole di comportamento, alcune delle quali – sa già in partenza – saranno trasgredite”.

Suggerirei tuttavia un ulteriore passaggio: le chiavi di casa sono del Signore, di nessun altro ‘padrone’ e solo del Padre che ha fatto della sua casa il luogo dell’attesa e dell’accoglienza e se le chiavi sono affidate è per una consegna reciproca. E tutti, senza distinzioni, sono chiamati a consapevolezza di essere ospiti accolti, figlie e figli attesi, segnati dal limite dall’infedeltà e dall’inadempienza, o per lo meno dal non aver fatto abbastanza.

L’ascolto della Parola di Dio non è mai chiuso e apre ad un cammino in cui cogliere come la sua chiamata sta dentro le situazioni e i volti delle persone da accogliere nella nostra vita così come Gesù ha vissuto ospitalità in un cuore che aveva spazio di bene per tutti.

Alessandro Cortesi op

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