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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Daniele, in un tempo di prova e persecuzione utilizza un linguaggio particolare, lo stile dell’apocalittica, per indicare che anche nelle difficoltà è presente una speranza e chi vive in fedeltà a Dio non rimarrà deluso: “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”. In questo libro si ha anche la presentazione di una situazione oltre la morte che si connota per i giusti come vita nell’incontro con Dio e esperienza di luce: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”.

Nel tempo della persecuzione Daniele offre un messaggio di speranza per chi deve resistere vivendo una faticosa fedeltà. L’ultima parola sulla storia  è quella di Dio che affida il potere di giudizio alla figura del ‘figlio dell’uomo’. Le caratteristiche di questo ‘figlio dell’uomo’ sono molteplici: potrebbe essere indicazione di una figura personale, oppure anche di una figura collettiva, quasi il capo di una moltitudine che a lui si riferisce e da lui prende vita. Il suo apparire è situato nei tempi ultimi, ed egli ha un potere eterno che gli viene conferito dalla figura di un ‘vecchio’ (Dan 7,22). Dalla prima comunità cristiana questa immagine fu presa per descrivere Gesù Cristo, cogliendo in questa immagine due aspetti fondamentali: nella sua persona è presente il mistero di un ‘oltre’ da cui egli veniva e la sua vita costituisce l’irrompere nella storia dei tempi ultimi. “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.

Anche Marco nel suo vangelo riporta un lungo discorso di Gesù a conclusione della narrazione prima dei giorni di Gerusalemme segnato dai tratti del linguaggio apocalittico. E’ una parola sui tempi ultimi ed un invito a vivere il presente in modo nuovo. “Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte”. Gesù innanzitutto ricorda che la storia non è un vagare senza orizzonte ma è indirizzata verso un futuro di speranza. Il tempo ultimo non sarà solamente la fine di tutto, ma assume i tratti di un evento di incontro con qualcuno che viene. Gesù annuncia ai suoi il ritorno del Figlio dell’uomo: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”. La figura del Figlio dell’uomo è uno dei modi con cui la prima comunità indica Gesù stesso. La novità inaugurata con la risurrezione troverà la sua piena manifestazione in questo ritorno.

“sappiate che egli è vicino, è alle porte”: il futuro, per chi accoglie la promessa di Gesù, assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta una Presenza che si fa incontro. Gesù ai suoi lascia anche un’altra importante indicazione: lo sguardo a questo orizzonte finale del tempo apre a vivere il presente in modo diverso: sin da ora si possono scorgere i segni disseminati nella storia di un venire di vita e di salvezza. L’esempio del fico è indicativo di questo: ” quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina….”.

Nel presente Gesù chiama i suoi a farsi cercatori di segni e a scrutare questi segni con l’atteggiamento di chi dà loro spazio e ne coglie la direzione indicata. Il tempo che viviamo è già un tempo salvato e all’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’. Gesù quindi chiama i suoi ad una responsabilità di leggere i segni come  promessa e non perdere la speranza nel cammino.

Alessandro Cortesi op

Nella crisi climatica

“Ormai il surriscaldamento è sotto gli occhi di tutti, anche dei politici che non mostrano però segni di conversione”. Così richiama Alex Zanotelli in un recente intervento. E ricorda gli avvertimenti di Amitav Ghosh: «Negli ultimi 60 anni abbiamo percorso la strada sbagliata, dell’illimitata crescita capitalista… Le emissioni sono solo sintomi di una malattia ben più grave che è una malattia dell’anima… Viviamo una crisi di valori (…) Quello che oggi chiamiamo ‘sviluppo’ è solo un Sistema per spingere la gente a desiderare sempre di più e cosi rendendola scontenta. Il Capitalismo è una macchina che produce scontento da colmare con il desiderio che si nutre di consumismo». Zanotelli richiama a non aspettarsi gran che dai governi che costituiscono parte integrante di questo sistema malato. “Ognuno di noi dovrà prendere coscienza della realtà, unirsi agli altri e formare lentamente grandi movimenti popolari per scardinare questo «Sistema di morte». Dal basso, insieme possiamo fare molto.. E dato che il cuore del problema sono le banche che investono in fossili, dobbiamo avere il coraggio del disinvestimento , cioè di togliere i nostri soldi da quelle banche che pagano per i fossili”. (Alex Zanotelli, E la chiamano transizione ecologica, “Il manifesto” 13 ottobre 2021)

A Glasgow negli ultimi giorni si è tenuto il Cop26, conferenza ONU sul clima, ma proprio in questi giorni è stato pubblicato un Report di una agenzia indipendente  InfluenceMap dal titolo “Climate Policy Footprint 2021”. In questa indagine si pone in evidenza come “la transizione è difficile finché i governi non intraprenderanno azioni significative per affrontare l’ostruzionismo e la retorica anti-scienza da parte del settore dei combustibili fossili”.

Nel Report si elencano le principali aziende che hanno influenza su chi decide a livello politico: le aziende che più resistono ai tentativi della amministrazione Biden negli Usa per allontanare l’economia Usa dai combustibili fossili si trovano ai primi posti di una classifica che vede  la compagnia petrolifera ExxonMobil con sede a Irving in Texas e la Chevron con sede in California. Tra i primi 25 posti vi sono altre quattro aziende petrolifere: la ConocoPhilips, la Pillips 66, la Valero Energy e la Occidental Petroleum. Così pure nei primi 25 posti si possono ritrovare anche alcune case automobilistiche che si oppongono alla transizione energetica: tra esse Toyota, Bmw, General Motors, Daimler, e Hyundai.  Tra i primi dieci posti è situata la società mineraria Glencore, con sede a Baar in Svizzera: difende politiche climatiche connesse all’uso del carbone termico per produrre energia elettrica e calore con altissimi livelli di emissioni di CO2. Vi sono anche associazioni industriali  che fanno ostruzione alle politiche climatiche a livello globale Tra di esse in particolare l’American Petroleum Institute e l’American Fuel & Petrochemical Manufacturers. Non mancano organizzazioni europee rappresentanti dell’industria pesante e dei trasporti. Come pure associazioni del settore dell’aviazione che si oppongono a regolamenti regionali sul clima riguardanti il proprio ambito. Il direttore della agenzia InfluenceMap, Ed Collins, riferendosi ai lavori della Cop 26 nota come sia in atto una ostruzione da parte di aziende e associazioni industriali  per bloccare politiche e decisioni su normative e proprio queste cerchino di influenzare con il loro peso economico le decisioni. (cfr. L.Rondi, Le “mani” delle lobby su Cop26 per fermare la transizione, “Altreconomia” 4 novembre 2021).

Recentemente sono aumentati i costi delle bollette di elettricità (29,8%) e gas (14,4%). Matteo Leonardi, co-fondatore del think tank ECCO sulla giustizia climatica, ritiene che ciò non sia dovuto al processo di decarbonizzazione, come spesso affermato, ma ad un assestamento del mercato con la ripartenza a seguito della pandemia. “L’aumento del prezzo del gas non è imputabile alla transizione ecologica ma a un assestamento del mercato con la ripartenza post-Covid-19. È un problema di domanda e offerta causato da un picco del consumo di alcuni Paesi asiatici e da una ridotta fornitura da parte della Russia. Il prezzo quindi è aumentato a causa di una minore disponibilità in Europa a fronte di una domanda che è risalita velocemente”. E ancora “La vera alternativa alla crescita dei prezzi sarebbe stata una corsa alla sostenibilità” (A.Siccardo, “La transizione ecologica è l’unica strada per evitare il caro bolletta”, “Altreconomia” 5 novembre 2021).

Ancora Alex Zanotelli ammonisce: “Le conseguenze di tutto questo scempio di beni sono ora sotto i nostri occhi, ma rifiutiamo di leggere la realtà e di fare una inversione di marcia. «Questo comportamento evasivo – ci ammonisce Papa Francesco nella Laudato Si’ – ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. E’ il modo in cui l’essere umano si arrangia ad alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, rimandando le decisioni importanti, facendo tutto come se nulla fosse» (LS 59). Ecco perché i paesi benestanti continuano a rimandare le decisioni di uscire dai fossili e da uno stile di vita insostenibile. Noi dobbiamo capire che solo uno stile di vita più sobrio, più essenziale, più umano può salvarci”.

Le parole della liturgia di oggi sono un richiamo a concretizzare in scelte di vita un orientamento di vigilanza e di cura: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

In Israele la condizione di essere vedova era indicata come una delle realtà più fragili insieme a quella dello straniero e dell’orfano. Ma proprio questi tre gruppi sono nominati insieme nel Primo Testamento quando si parla dell’agire di Dio, perché Dio si preoccupa del forestiero, dell’orfano e della vedova e si prende cura di loro: “il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi” (Sal 136,9).  Nel simbolismo del primo Testamento la vedova racchiude anche un rinvio al popolo che è senza il suo sposo, Dio stesso, a causa della scelta idolatrica dei suoi capi. 

La vedova del racconto di 1Re 17 vive nei pressi di Sidone, terra a Nord d’Israele, territorio di confini e terra dei pagani: è ritratta nell’offrire, lei povera, un delicato gesto di ospitalità in un momento drammatico per la sua vita. Elia, il profeta, le chiede un po’ d’acqua per bere e lei risponde subito affrettandosi; Elia allora le chiede anche un pezzo di pane e lei risponde di avere solamente “solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio… andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di carestia che seguì la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29).  Ma Elia le disse “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà”.

Il racconto accompagna a scorgere che vi è un protagonista nascosto in questa scena: è la Parola del Signore. Il profeta e la vedova, in modi diversi si pongono in ascolto della Parola di Dio. La narrazione evidenzia la certezza che ‘il Signore parla’ nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) che si rende disponibile a questo ascolto. Ma anche la vedova, rispondendo alla richiesta che proviene da uno straniero compie la Parola del Signore. Lei stessa è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Eppure nel suo gesto di ospitalità, nei gesti del dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, si rende vicino l’agire di Dio nei confronti di Elia. Dio comunica ad Elia la sua vicinanza a lui nel momento della prova per mezzo dei gesti di questa vedova.

Elia è lì giunto nella sua fuga: è un profeta perseguitato. Aveva contestato l’idolatria fino a scontrarsi con il re. E’ profeta che si oppone al disegno dei potenti e smaschera l’idolatria. Non è disposto a venir meno alle esigenze della Parola di Dio e per questo deve subire l’ira del potente e si trova solo e in fuga. E seguendo la ‘parola del Signore’ scopre una vicinanza inattesa di Dio proprio quando sperimenta la fragilità, l’abbandono, la fame e sete. Il gesto di ospitalità della vedova è segno di una presenza di Dio e della sua Parola oltre ogni confine culturale e religioso. “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.” (1Re 17,16). Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura.

Un’altra vedova è descritta nelle lettura di oggi, nel vangelo di Marco. Gesù indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio due monetine, tutto quello che aveva, non tenendosene nemmeno una per sé. Il racconto implica una denuncia radicale al sistema del tempio e di coloro che sono a capo di un sistema religioso che opprime i più poveri: la casta dei sacerdoti. La vedova non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo. Gesù riconosce in questo gesto che “questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere offrendola gratuitamente in una ospitalità aperta. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, perché nascosto, di poco conto, insignificante nella sua piccolezza, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione per aprirci ad un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

Ospitalità

Ospitalità è termine chiave di questa domenica: ospitalità è il movimento che guida i gesti di una  vedova che offre da bere e da mangiare all’ospite inatteso. Ospitalità è il gesto della povera vedova additata da Gesù che nel suo gettare due monetine si contrappone ad un modo di intendere la religione nei termini dell’esclusione, della discriminazione, del comportamento inospitale proprio delle gerarchie religiose.

Ospitalità è sfida quotidiana a concepire la vita non nei termini di possesso e di essere padroni a casa propria ma nell’orizzonte della condivisione. Solo nella visione ospitale si può pensare ad altri  perché in primo luogo ci si scopre ospitati e accolti.

Siamo accolti e ospitati in un mondo che non è nostro: alla Cop 26 a Glasgow è questo il grave problema alla radice di scelte che dovrebbero generare cambiamenti radicali nel modo di vivere collettivo dei popoli che – nel tempo della pandemia e della crisi climatica – si scoprono unica famiglia in un mondo interrelato. E’ la grande questione se vivere nella logica ospitale di una terra in cui siamo ospiti e che siamo chiamati a custodire per un’ospitalità aperta ad altri oppure ripiegarsi in una pretesa di possesso e nell’esclusione dei più fragili. L’ospitalità della terra si affianca alla questione dell’ospitalità dei poveri, di chi subisce le conseguenze più pesanti delle ingiustizie e dei disastri ecologici generati da scelte di ricerca di profitto e di sfruttamento dei beni. C’è urgenza di generare nuova ospitalità della terra e dei poveri perché tutti siamo ospiti dell’unica terra e siamo ospitati nel cammino della vita.

Forse proprio dalla scoperta di essere innanzitutto esseri ospitati può sorgere la apertura a trovare modi creativi per promuovere ospitalità: è il tema di un’ospitalità da scoprire al cuore dell’esistenza e che potrebbe generare un modo nuovo di vivere i rapporti tra i popoli non come nemici e concorrenti ma come partecipi di una unica comunità di destino capace di individare modalità concrete di tradurre la solidarietà: nella tassazione dei grandi patrimoni, nella scelta di un salario minimo per tutti, nella riduzione della giornata lavorativa per consentire ad un maggior numero di persone di lavorare (su queste due ultime proposte cfr. il videomessaggio di Franesco ai movimenti popolari del 16 ottobre 2021 in https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211016-videomessaggio-movimentipopolari.html). Ospitalità è anche l’orizzonte in cui scorgere un modo nuovo di essere comunità di sequela di Gesù che ha vissuto uno stile di convivialità e condivisione ospitale nella sua vita, manifestando lui che nona aveva una casa propria, gli spazi aperti e ospitali di un cuore accogliente di ogni sofferenza e angustia. Ospitali perché ospitati. Ma anche capaci di ospitalità perché cambiati da scelte e gesti dell’incontro.

Ospitalità parla anche di un primato dei gesti, della prassi che sola può aprire una comprensione nuova del rapporto con gli altri. Nel gesto dell’accoglienza offerta e ricevuta si genera una comprensione nuova di se stessi, dell’altro, ed anche del volto di Dio, mistero di relazioni ospitali e aperte. Ospiti in cammino, con lo sguardo in avanti, sempre a ciò che è Ultimo, ma proprio per questo attenti a tutti i passi di questo penutlimo, ai momenti, ai volti, in cui scorgere l’inizio di una ospitalità senza limite.

“Sono un ospite sulla terra. Con questa affermazione riconosco di non potervi rimanere, riconosco che il mio tempo ha una durata breve. Inoltre che non ho alcun diritto a un possesso o a una casa. Ogni bene che mi capita devo riceverlo con gratitudine, e per l’ingiustizia e la violenza devo soffrire senza che alcuno si muova in mia difesa. Non ho un solido appoggio né negli uomini né nelle cose.

Come ospite sono sottoposto alle leggi del luogo che mi dà alloggio. La terra che mi nutre avanza un diritto sul mio lavoro e sulle mie energie. Non spetta a me disprezzare la terra sulla quale ho la possibilità di vivere. Le devo fedeltà e gratitudine. Non posso sottrarmi alla mia sorte, per cui sono necessariamente ospite e straniero, né all’appello di Dio che mi raggiunge in questa posizione di straniero, con il vivere trasognato in questa vita, pensando al cielo. C’è un tipo di nostalgia dell’altro mondo che è molto empio: a esso certamente non è concesso alcun ritorno alla patria. Devo essere ospite con tutto ciò che questo implica. Non devo chiudere il mio cuore alla partecipazione ai compiti, ai dolori e alle gioie della terra, e devo aspettare pazientemente l’adempiersi della promessa di Dio, ma aspettare effettivamente e non appropriarmene in anticipo nel desiderio e nel sogno.

Nella promessa non si dice neppure una parola sulla patria stessa. So che non può essere questa terra, ma so anche che la terra è di Dio, e che già su questa terra io non sono soltanto un ospite della terra, ma un pellegrino e ospite di Dio (cf. Sal 39,13). Ma poiché sulla terra non sono che un ospite, senza diritto, senza appoggio, senza sicurezza, poiché Dio stesso mi ha fatto così debole e limitato, per questo stesso motivo egli mi ha dato un unico, solido pegno per il mio scopo: la sua Parola. Egli non mi sottrarrà quest’unica certezza, manterrà per me questa Parola e in essa mi farà intravedere la sua forza. Se la Parola mi è intimamente vicina, allora anche nel paese straniero posso trovare la mia strada, nell’ingiustizia il mio diritto, nell’incertezza il mio appoggio, nel lavoro la mia forza, nel dolore la pazienza” (D.Bonhoeffer, Fedeltà al mondo: meditazioni, Queriniana, Brescia 1995, 14-15)

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno B – 2021

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

La prima lettura accompagna a scorgere un’altra tappa della storia della salvezza dopo l’alleanza con Noè e la legatura di Isacco. E’ il dono della legge a Mosè nel cammino dell’esodo. Le dieci parole sono da leggere alla luce di quella inziale: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole infatti indicano che tutta la vita può divenire luogo di una relazione viva con il Dio vicino. E’ lui il liberatore che ha ascoltato il grido di Israele oppresso traendoli fuori dalla schiavitù per aprirgli una strada di incontro e di libertà. La relazione nuova con lui trova espressione nelle prime tre parole. Le altre sette parole riguardano una nuova relazione con gli altri, di rispetto, di giustizia, di accoglienza. I cosiddetti ‘comandamenti’ non sono quindi una legge a cui sentirsi sottoposti, ma sono invito e apertura di una via per rispondere ad una chiamata di amore. Chiedono di liberarsi dagli idoli che occupano la vita e aprirsi al servizio a Dio e agli altri quale compimento di umanità.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio è posto dal IV vangelo all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. E’ così un momento che anticipa l’intero cammino di Gesù. Fu proprio questo suo gesto uno dei motivi che suscitarono l’ostilità dei sacerdoti e capi di Gerusalemme.

Rovesciare i tavoli dei venditori è certamente una critica ad un modo di vivere un culto separato dalla vita, è accusa di tradire il significato del tempio, segno della presenza di Dio vicina. Ma questo gesto reca in sè anche un messaggio di superamento del tempio stesso. E’ infatti un segno tipico dell’agire profetico che evoca un tempo nuovo ormai iniziato: Dio infatti cerca credenti che lo adorino non in un tempio o in un altro luogo ma ‘in spirito e verità’ (cfr. Gv 4,21-24). Le parole di Gesù sono indicative del significato del gesto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” e l’evangelista osserva: “ma egli parlava del tempio del suo corpo (…) Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono  che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ nel linguaggio giovanneo indica non solo una ricondurre alla memoria , ma ben più un comprendere il senso profondo dell’agire di Gesù, per la nostra salvezza, alla luce della risurrezione.

L’intero IV vangelo conduce il lettore in un cammino del ‘credere’, che si connota come ‘credere in’ Gesù. Il segno del tempio è un segno che rinvia alla sua persona ed invita a scorgere d’ora in poi in lui la possibilità di accesso al Padre non su questo o su un altro monte ma nello Spirito. Con Gesù è giunto il tempo di un culto in spirito e verità che non divide e pone gli uni contro gli altri. La gloria di Dio per Giovanni si manifesta sul volto del crocifisso che manifesta il dono e l’amore fino alla fine quale volto più autentico di Dio.

Nel rapporto con lui che possiamo trovare il senso profondo delle dieci parole, dei suoi comandamenti: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Alessandro Cortesi op

Fratelli tutti

“Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare una croce sul blocco eurasiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo. Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché chi controlla quel luogo controlla il blocco eurasiatico. Francesco ci va da costruttore di pace, all’insegna di uno slogan rivoluzionario: ‘siete tutti fratelli’”. (Riccardo Cristiano, L’ultima sfida di Bergoglio. Sulle orme di Abramo per invocare la fratellanza, Reset 2.03.21)

Papa Francesco svolge in questi giorni uno storico viaggio in Irak: il programma prevede una prima tappa a Baghdad il 5 marzo con l’incontro con il presidente della Repubblica Barham Salih e le autorità civili. Poi nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della salvezza un primo incontro con la comunità cristiana. Importante tappa sarà il giorno seguente, 6 marzo a Najaf, città santa dei mussulmani sciiti, dove è previsto l’incontro con il grande ayatollah Al-Sistani. Da lì lo spostamento a Nassiriya, per un incontro interreligioso nella pianura di Ur luogo che la tradizione indica come punto di partenza del cammino di Abramo. La sera ancora Baghdad per una s.Messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe.  Il 7 marzo il papa si sposterà a Erbil, città nel Kurdistan irakeno, luogo dove hanno trovato rifugio moltissimi profughi dalla piana di Mosul quando l’Isis ha devastato quelle regioni. Nei pressi di Erbil sorgono i campi profughi che hanno accolto i rifugiati dall’Irak e poi molti siriani fuggiti dalla Siria nel 2015. Da qui il trasferimento a Mosul e a Qaraqosh città dove erano presenti comunità cristiane prima della conquista dell’Isis e dove ora con grande fatica si sta avviando la ricostruzione delle città devastate. Di qui a Baghdad e il rientro  a Roma.

Il viaggio del papa  è un gesto coraggioso e portatore di un messaggio essenziale ed esigente in un quadro geopolitico segnato da diversi imperialismi che si stanno fronteggiando. La terra di Irak è stata da decenni luogo di guerra che ha visto la grande devastazione operata dalla guerra condotta dagli USA e dagli eserciti occidentali che con la pretesa di portare la pace e democrazia hanno fatto il deserto. Nella terra di Irak si sono incrociate e si incrociano oggi più che mai le linee di dominio degli imperialismi diversi: quelli sauditi e iraniani khomeinisti, quelli turchi, russi e cinesi. Sono tutti progetti di dominio che si servono di strategie economiche e militari senza scrupoli. Quella terra trasuda la sofferenza dovuta a progetti di conquista militare-religiosa in cui la religione è stata e continua ad essere ragione e strumento di guerra, morte e devastazione. L’Irak è una terra ricchissima per le ricchezze del sottosuolo, che però vengono sfruttate altrove e non portano ad un benessere per la popolazione segnata da una disoccupazione  assai elevata  e dalla condizione di povertà per circa un terzo degli abitanti.

In particolare l’incontro del papa a Najaf può essere una tappa importante per una convergenza anche della comunità sciita rappresentata dal suo capo spirituale Al Sistani (che si distingue per non aver asseondato la linea della teocrazia khomeinista in Iran) attorno alle linee della dichiarazione sulla fratellanza umana sottoscritta due anni fa ad Abu Dhabi da Francesco e dall’imam Al Tayyeb del Cairo, figura di riferimento della corrente dell’Islam sunnita. Il messaggio ‘fratelli tutti’ indica come gli estremismi che si basano sulle religioni o si servono di motivazioni religiose siano da condannare. Quella dichiarazione redatta “In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre” presentava un appello accorato: “dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

E richiamava anche le linee di riconosicmento della libertà religiosa: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Il viaggio di Francesco ed in particolare l’incontro interreligioso di Ur costituiscono un segno profetico: il riconosciemnto di essere fratelli e sorelle implica la costruzione di una cittadinanza in cui riconoscere la dignità di cittadini in una convivenza che può essere plurale, come proprio le società orientali hanno sperimentato nella storia ed esprimono nella sensibilità dei poveri. In tale prospettiva Antoine Courban, intellettuale libanese cristiano ortodosso, docente all’Università dei gesuiti Saint Joseph a Beirut osserva:

“io vedo in questa decisione di Francesco di visitare l’Iraq e di recarsi a Ur come un segno dello Spirito Santo. Il cammino di Abramo, seguendo la volontà di Dio, lo ha condotto da Ur alle coste del Mediterraneo. La cartina spirituale del cammino di Abramo ci indica, ci spiega la cartina geopolitica di oggi. Sia il cammino di Abramo che la realtà geopolitica fanno della Mesopotamia la vera “chiusura strategica”, o il “Gate”, del Mediterraneo. Le chiavi per la pace mediterranea sono lì. Sono due cartine diverse, certamente, ma che si accavallano perfettamente e divengono inseparabili. Senza pace nell’antica Mesopotamia non c’è pace nel Mediterraneo, e le parole “cittadini” e “fratelli” sono una parola sola, cioè la chiave di lettura e soluzione di tanti problemi. Questa è la prospettiva di pace che comporta e implica, infatti è incompatibile con identitarismi o progetti settari e miliziani. Questo lo vediamo in tutti i drammi mediterranei e lo indica proprio il senso della scelta di Abramo: i figli di Abramo, cioè ebrei, cristiani e musulmani, sanno che loro padre non ha fondato una religione, ha sentito Dio dirgli “fai così” e lui ha agito con “fede e fiducia”. Fede e fiducia nell’unico Dio di tutti i figli di Abramo, questo è il messaggio di Abramo, quello che va ricordato a tutti i suoi figli”. (R.Cristiano, Intervista a Antoine Courban Senza pace in Iraq non c’è pace nel Mediterraneo. Courban spiega il viaggio del papa, Formiche.net 27.02.21).

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Caravaggio, Vocazione di Pietro e Andrea (1603-1606) – Hampton Court Londra

Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Il tempo ordinario dell’anno liturgico guida a ripercorrere i passi di coloro che hanno accolto una chiamata che ha cambiato la loro vita ponendoli in un cammino nuovo di ascolto, di cambiamento, di scoperta: è la storia di Giona che ascolta la parola ‘Alzati, va’ a Ninive la grande città’ E’ la storia di Simone e Andrea , di Giacomo e Giovanni, chiamati lungo il mare da Gesù che andarono dietro a lui.

‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due imperativi e due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’. Gesù indica un tempo unico, un’occasione che richiama ad una urgenza di cambiamento e di risposta. E’ invito a cambiare in radice il modo di pensare l’intera esistenza.

Nel suo vangelo Marco indica che Gesù inizia la sua predicazione in un preciso momento: ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sulla sua vicenda quindi si staglia la figura di Giovanni. E è già indicazione della via di rifiuto e ostilità fino alla morte che anche Gesù dovrà affrontare. A differenza di Giovanni, profeta del deserto e della minaccia di un giudizio imminente, Gesù intraprende il suo annuncio dalla Galilea, regione dei pagani (Is 8,23). Ciò che Giovanni annunciava come esigenza e radicalità è da Gesù presentato come dono gratuito di salvezza per tutti che genera una vita rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

Il suo annuncio richiama al tempo: ‘Il tempo è compiuto’. L’uso del verbo al passivo indica che si tratta di una pienezza di cui Dio stesso è protagonista: è Dio stesso che sta compiendo un disegno di salvezza nel tempo. Gesù richiama così a tutto il tempo precedente, a quanto Dio stesso ha operato in tutta la storia di Israele e dell’umanità ed insieme annuncia qualcosa di nuovo: il tempo ora, con la sua presenza, acquista uno spessore particolare. E’ tempo in cui Dio visita ed offre salvezza. La presenza di Gesù offre senso a tutto ciò che sta prima di lui e a tutto ciò che verrà dopo.

Il regno di Dio era attesa presente in Israele: indicava la speranza di un re giusto, discendente di Davide, portavoce di Dio su Israele (Is 6,1-3; 43,15). Era anche attesa di un grande profeta come Mosè (Dt 18,15). Dopo l’esilio  si era fatta strada l’attesa di un intervento glorioso di Dio stesso per tutti i popoli (Mi 2,13; 4,7; Sof 3,15; Ger 3,17; 8,19; Zac 14,9). L’annuncio di Gesù accoglie queste attese e dice che il regno si è reso vicino, ha fatto irruzione nella storia. Nelle sue parole e nelle sue opere presenta la pretesa di esprimere lo stile di Dio che sta dalla parte dei poveri e chiama a rapporti nuovi di fraternità. In Gesù già il regno è presente è vicino, e tuttavia è come un piccolo seme.

Da questo annuncio sgorga il duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono ed è chiamata aperta che chiede coinvolgimento responsabile. Convertirsi è mutamento interiore e radicale della vita, richiede scelta di orizzonti nuovi su cui impegnare energie e tempo. Accogliere il regno significa rivedere i criteri di valutazione della nostra esistenza e affidarsi alla bella notizia del vangelo.

Dopo questo annuncio Gesù chiama a seguirlo. Non chiama ad apprendere un quadro di insegnamenti, né a particolari gesti religiosi: ciò che richiede è stare don lui e dietro a lui: seguirlo sulla sua strada. Chiama Simone e Andrea mentre gettavano le reti in mare. La sua chiamata giunge nella quotidianità, mentre gettavano le reti nel loro quotidiano impegno di pescatori.  ‘Venite dietro a me’ è l’invito che implica rottura con il passato e trasformazione radicale della vita: ‘vi farò diventare pescatori di uomini’. Marco nel suo racconto annota una immediatezza della risposta: ‘Subito, lasciate le reti, lo seguirono’. Seguire Gesù, rendersi disponibile per il regno che è vicino ha carattere di urgenza, richiede disponibilità senza riserve e compromessi.

Saranno ancora ‘pescatori’, ma in modo nuovo, in rapporto ad altri. Così pure ‘vide Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello’. Lo sguardo di Gesù si fissa su ciascuno nella sua unicità. La sua chiamata comporta una rottura, un abbandono, ma anche una disponibilità ad andare dietro a lui venuto per dre la sua vita per tutti (Mc 10,45). L’intero vangelo di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi  discepoli la strada su cui seguirlo fino alla croce.

Alessandro Cortesi op

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2021)

La settimana di preghiera tenutasi per la prima volta nel 1908 come Ottava per l’unità della Chiesa dagli anni ’30 su iniziativa dell’abbé Paul Couturier di Lione si è allargata a tutti i cristiani. Dal 1966 la commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani organizzano la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. E’ un momento di preghiera per favorire l’incontro e i dialogo dei cristiani in tutto il mondo e per camminare insieme ad accogliere la preghiera di Gesù: “che tutti siano uno, perché il mondo creda” (Gv 17,21). Ogni anno un gruppo ecumenico diverso prepara il materiale.

Quest’anno la preparazione del materiale per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è stata affidata ad una comunità monastica, la comunità di Grandchamp nel cantone di Neuchâtel in Svizzera. E’ importante scorgere l’importanza di questa scelta: la comunità di Grandchamp vede le sue radici in una esperienza particolare sorta negli anni ’30 del secolo scorso da una associazione di donne sposate protestanti denominate “Dames de Morges” di cui animtarice era Geneviève Micheli (1883 – 1961). Nel 1936 una di esse Marguerite de Beaumont (1895 – 1986) iniziò una vita stabile e ad essa seguirono altre nel 1940 tra cui la stessa Geneviève. Nel 1952 le prime suore s’impegnarono in modo definitivo pronunciando i voti di povertà castità obbedienza ed assunsero la regola e l’ufficio liturgico di Taizé.

Il radicamento nell’ascolto della Parola, l’attenzione alla tradizione della chiesa, la ricerca di una vita comune sono i tratti caratterizzanti di questa comunità. Nei contatti con comunità anglicane cattoliche e ortodosse si attuò una riscoperta della vita monastica e l’impegno a portare la sofferenza per la divisione dei cristiani ponendo la preghiera di Gesù per l’unità a radice della propria esistenza. L’incontro di Paul Couturier e con Roger Schutz e l’esperienza di Taizé divennero determinanti per il cammino.

La comunità di Grandchamp costituisce così un’esperienza originale nel quadro del cristianesimo riformato che sulla base delle critiche di Lutero aveva rinunciato ai voti monastici. A partire dal priorato di suor Minke De Vries priora a Grandchamp dal 1970 al 1999 la professione delle suore è compiuta nelle mani della priora e con la presenza di pastori. La comunità ha una struttura indipendente e pur intrattendo ottime relazioni non dipende dalla Chiesa Riformata evangelica del Cantone di Neuchâtel.   

Attualmente la comunità di Grandchamp è una comunità monastica di suore di diverse chiese e provenienti da diversi paesi. Caratterizzante è la vocazione ecumenica che impegna in un cammino di riconciliazione tra cristiani e nella famiglia umana in rapporto a tutta la creazione. Sin dalle origini la comunità monastica vede il suo fondamento in tre elementi: la preghiera, la vita in comune e l’ospitalità. La maggior parte delle suore attualmente vive a Grandchamp, a Areuse nella Svizzera romanda e alcune di loro a  Sonnenhof en Bâle-Campagne. Altre sono una presenza di amicizia e preghiera  in Svizzera e Paesi Bassi.

Uno degli impegni della loro professione è così espresso: “Vuoi con le tue sorelle celebrare la novità di vita che Cristo dona con il suo Spirito e lasciarla vivere in te tra di noi, nella chiesa e nel mondo, in tutta la creazione, compiendo così il servizio nella nostra comunità?” (secondo impegno della professione). Sin dagli inizi la comunità di Grandchamp, per la spiritualità ecumenica che costituiva uno dei suoi tratti principali, nutrì un rapporto di vicinanza e amicizia con l’abbé Paul Couturier di Lione (1881-1953), uno dei pionieri dell’ecumenismo che promosse la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani negli anni ’30. 

I testi proposti per la settimana quest’anno riflettono un lavoro di preparazione che ha visto una condivisione dell’esperienza contemplativa propria della comunità. “I testi riflettono e testimoniano la nostra vita di comunità e di preghiera. Esprimono la nostra vocazione alla preghiera alla riconciliazione e all’unità nella chiesa e nella famiglia umana” ha detto suor Svenja, una delle quattro religiose di Grandchamp che insieme all’attuale priora suor Anne-Emmanuelle ha partecipato alla redazione.

Il testo scelto come guida per la preghiera “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,1-17) sugge-risce che per incarnare l’amore di Dio è necessario accostarsi reciprocamente gli uni agli altri. E’ un’idea presente nei padri del deserto come testimonia i riferimento a Doroteo di Gaza (500-565/580) che ha ispirato la celebrazione ecumenica.

In questo periodo, purtroppo, a causa della pandemia, proprio nei giorni della celebrazione della  settimana di preghiera la comunità delle suore di Grandchamp sta vivendo una quarantena perché alcune tra le suore sono state contagiate e per la prima volta nella sua storia non può celebrare la preghiera quotidiana in comune e partecipare alle iniziative di preghiera previste in questa settimana.

La proposta di preghiera vede la struttura di tre veglie che riflettono il metodo di preghiera della comunità di Grandchamp. Esse riprendono le celebrazioni delle “veglie” o “notturni” nella tradizione benedettina solitamente svolte nella notte, unendole in una sola celebrazione vespertina. Ogni veglia presenta alcune letture dalla Scrittura, un responsorio cantato, un momento di silenzio e alcune preghiere d’intercessione e aggiunge anche la proposta di un’azione concreta La prima veglia è centrata sull’unità della persona in se stessa e sul dimorare in Cristo a partire dalla parola “Io sono la vite. Voi siete i tralci Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). La seconda veglia esprime il desiderio di riscoprire l’unità visibile tra i cristiani. La terza veglia si apre all’unità di tutte le genti, di tutto il creato, ispirandosi ad un testo di Doroteo di Gaza che parla della sfida di avvicinarsi agli altri.

“Immaginate un cerchio disegnato per terra, cioè una linea tracciata come un cerchio, con un compasso e un centro. Immaginate che il cerchio sia il mondo, il centro sia Dio e i raggi siano le diverse strade che le persone percorrono. Quando i santi, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, nella misura in cui penetrano al suo interno, si avvicinano l’un l’altro e più si avvicinano l’uno all’altro più si avvicinano a Dio. Comprendete che la stessa cosa accade al contrario, quando ci allontaniamo da Dio e ci dirigiamo verso l’esterno. Appare chiaro, quindi, che più ci allontaniamo da Dio, più ci allontaniamo gli uni dagli altri e che più ci allontaniamo gli uni dagli altri, più ci allontaniamo da Dio” (Doroteo di Gaza, Palestina VI secolo).

Il sussidio offre poi suggerimento di letture con breve commento per ognuno degli otto giorni e l’indicazione di alcuni canti ecumenici come parte integrante della preghiera.

Con queste parole le sorelle di Grandchamp pregano ogni giorno: “Prega e opera affinché Dio possa regnare. Durante tutta la giornata, lascia che la parola di Dio dia vita nel lavoro e nel riposo. Mantieni il silenzio interiore in tutte le cose per dimorare in Cristo. Sii colmo dello spirito delle beatitudini: gioia, semplicità, misericordia.”

Alessandro Cortesi op

Qui si può scaricare il sussidio

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

img_8355Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

Il testo di Geremia risuona di echi personali. E’ una confessione del profeta che parla di se stesso. La sua storia è stata segnata da una chiamata dalla parola di Jahwè che si è posata sulle sue labbra.

Questo incontro l’ha spinto a vivere situazioni che mai avrebbe immaginato. Strappato ad una condizione di tranquillità ha dovuto affrontare pericoli minacce, conflitti e crisi. Più volte confessa di aver pensato di abbandonare tutto e non pensare più all’impegno di testimoniare la parola di Dio.

Tuttavia continua a sentire nel suo cuore un fuoco ardente. Nonostante la minaccia e l’oppressione dei nemici sa che Dio è al suo fianco come presenza che gli dà forza e i nemici non potranno prevalere. E’ un testo di profonda fiducia pur in una situazione di prova.

Il Signore scruta i cuori e il profeta gli ha affidato la vita: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Non nasconde la crisi, anche la sua rivolta interiore, ma sa che la sua vita è segno vivente dell’incontro con il Dio fedele e liberatore.

Matteo raccoglie gli insegnamenti di Gesù sulla missione in alcune pagine del suo vangelo (capp. 9-10). Il filo rosso è l’invito alla fiducia e all’abbandono. Gesù parla dei passeri, che si potevano mangiare ed erano venduti per uno spicciolo di rame. E parla di Dio, il Padre come di qualcuno attento alle piccole cose, a ciò che non ha valore riconosciuto, ai passeri appunto. Gesù racconta il volto di un Dio attento alle pieghe nascoste e ai particolari a cui non si dà peso, che si prende cura dei suoi figli, anche e soprattutto di coloro che non sono considerati, degli invisibili e dei dimenticati. E’ preoccupato dei volti, delle relazioni.

“non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Questa fiducia serena in Dio vicino non sottrae ai discepoli la fatica della testimonianza. Nella prova si dovrà ricordare la testimonianza stessa di Gesù: il discepolo è chiamato a percorrere la medesima strada del maestro, non le vie del successo e del potere.

Gesù non propone ai suoi una prospettiva di affermazioni e di gloria e non nasconde che il suo cammino sarà anche quello dei discepoli. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo e dal sereno affidamento alla cura del Padre: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

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Proposta di preghiera

E’ veramente bello, dà senso alla nostra vita

dire il nostro grazie

a Te Dio padre e madre, sorgente dell’amore

in ogni situazione gioiosa o triste

dei nostri giorni

a Te che sei il Dio dei passeri

che non lasci che nulla vada perduto.

Abbiamo visto il riflesso del tuo volto

nei gesti e nelle parole di Gesù tuo Figlio

che ha preso su di sé la nostra fragilità.

E’ lui l’Adamo ultimo, tratto dalla terra

che ci ha manifestato un modo di vivere

nel dono, nell’ospitalità, nel servizio, costruendo pace.

In Lui scopriamo che la nostra vita

come fiore sboccia

ad una speranza nuova

aperta a tutti.

La speranza di un mondo nella fraternità e nella pace

in cui vi è attenzione per i più piccoli e deboli.

Come gli uccelli del cielo quando cantano

sono voce di dialogo e armonia

così anche le nostre voci si uniscono

al respiro di tutto il creato per cantare la tua gloria…

Alessandro Cortesi op

 

 

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

DSCN2121Is 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-1,

La chiamata di Isaia, sacerdote di Gerusalemme, ad essere profeta è descritta in modo solenne come una visione all’interno del Tempio nel momento del sacrificio dell’incenso tra le volute di fumo che riempiono lo spazio sacro. Isaia testimonia un’esperienza della presenza di Dio, la sua gloria. Ma il fumo è velo che impedisce di vedere. Dio si fa vicino ma nel contempo si vela e rimane inaccessibile. Isaia vive l’esperienza di una chiamata che lo coinvolge e gli cambia l’esistenza: e si scopre piccolo e indegno di fronte alla santità di Dio: ‘Santo Santo Santo è il Signore Dio degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria’. Le sue labbra vengono purificate per mezzo del carbone tratto dall’altare: questo gesto indica un fuoco che lo prende e genera parole nuove: è un invio a parlare e farsi annunciatore di una parola come fuoco. ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ Isaia riceve una missione e risponde con libertà: ‘Eccomi, manda me’.

Appaiono qui due movimenti presenti in ogni chiamata della Bibbia: l’invio come appello gratuito accolto e la disponibilità a partire. Come Abramo, come Mosè, come Samuele, come Amos. Dio prende l’iniziativa, purifica Isaia, lo trasforma e lo invia per una missione nuova che lo prende interamente. Il profeta accoglie questo e dice prontezza e disponibilità: ‘eccomi manda me’. Egli passa così dalla condizione sicura e appagante di sacerdote del tempio di Gerusalemme ad una condizione nuova ed incerta, in cui vive non le sicurezze della religiosità, ma il rischio della fede. Isaia diverrà il profeta della fede che annuncia: ‘se non crederete non avrete stabilità’ (Is 7,9b), il profeta che contrapporrà ai disegni di affermazione basati sulla sicurezza dei carri e dei cavalli, delle armi da guerra, la fiducia nel Dio dell’alleanza come unica arma di salvezza da contrapporre agli imperi del suo tempo. E sarà il profeta del sogno messianico, di un tempo nuovo di pace e gioia in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, in cui il lupo dimorerà insieme con l’agnello e la pantera si sdraierà accanto al capretto (Is 11,6)

Sulle rive del lago di Galilea, all’aperto, mentre i pescatori lavano le reti. Un contesto diverso, ma sempre luogo di incontro. E’ la chiamata di Gesù ai suoi. Dopo una notte in cui i pescatori sono rientrati senza aver preso nulla, con la sua barca vuota. “… abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”. Gesù invita Pietro a prendere il largo e a gettare le reti ancora, fondandosi sulla promessa. “Sulla tua parola getterò le mie reti”. Pietro si affida alla parola di Gesù e il racconto evoca l’incontro pasquale. Si apre a questo punto l’inatteso: “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. E’ abbondanza spropositata che contrasata con il nula di fatto di una notte di fatica. E’ immagine che racconta lo stupore della grazia e del primato dell’agire di Dio nella vita. Di fronte a questo capovolgimento Pietro avverte la sua indegnità. Vede se stesso in modo nuovo: si sente distante, peccatore. Scopre che la sua azione, l’impegno di tutta la sua vita, non dipende dalle sue forze, non sarà percorso di affermazione ma cammino nello stupore della gratuità, nel solo affidarsi alla sua parola.

Luca ha a cuore l’attenzione alla parola. Pietro sarà chiamato ancora a gettare reti nuove sulla parola di Gesù. Non viene allontanato, ma accolto per essere pescatore in modo diverso: pescatore di uomini, per dare la vita nel rapporto con altri, per andare al largo e scorgere nuovi orizzonti. Luca sottolinea la radicalità della risposta di Pietro alla chiamata: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Lasciare tutto è comprensibile solo nella scoperta di qualcosa di più importante che ha il primo posto: il rapporto con Gesù.

Luca insiste sul fatto che rinuncia di altre cose e scelta della povertà sono la via di coloro che si mettono a seguire Gesù. La parola liberante del vangelo apre ad un liberarsi da quanto lega ad un possesso che rende preoccupati e impediti. E qui sorge il paradosso del seguire Gesù: nello scegliere la via della povertà, nel lasciare qualcosa, nel vivere in perdita si scopre che, si trovano relazioni nuove e una gioia che riempie la vita. ‘Non temere’… La vita al seguito di Gesù non è esperienza di paura ma di gioia.

Alessandro Cortesi op

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Fratellanza come chiamata

Nei giorni scorsi ad Abu Dhabi si è svolto uno storico incontro tra papa Francesco e il grande imam dell’università di Al-Ahzar del Cairo Ahamad Al-Tayyb. Nel quadro di un convegno promosso dal Muslim Council of Elders, a cui hanno partecipato 700 leader religiosi di diverse confessioni, essi hanno firmato un documento comune sulla fratellanza.

E’ questo il frutto di molteplici contatti tra rappresentanti della chiesa cattolica e della Università di Al-Ahzar centro prestigioso di saggezza del mondo islamico. Ed è indicato come “Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.

La motivazione di fondo che guida questo scritto è la preoccupazione di una vicenda mondiale in cui sono drammaticamente presenti ingiustizie e violenze insopportabili, iniqua distribuzione dei beni che conducono l’umanità ad una distruzione totale. Come ha affermato papa Francesco: “Costruiamo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro… È giunto il tempo in cui le religioni si spendano con coraggio per aiutare la famiglia umana alla riconciliazione”.

Infatti l’estremismo religioso e nazionale insieme all’intolleranza «hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”»

La dichiarazione esorta a “cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione”.

Nel testo compare per contro l’invito a promuovere “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Ostacoli individuati sono la «coscienza umana anestetizzata” ed il “predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”.

Alcune affermazioni condivise in questo documento sono particolarmente importanti per una recezione all’interno delle singole comunità e per una responsabilità comune da attuare nel cammino dell’umanità.

Si offrono affermazioni forti sulla libertà di credere e di pensiero con una accentuazione interessante sulla sapienza divina quale fondamento del diritto alla libertà di credo e sorgente del pluralismo e delle diversità da accogliere come espressione di tale sapienza:

“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”.

Viene enunciato il rapporto tra Oriente e Occidente come opportunità e necessità data alla storia di arricchimento di civiltà e scambio che fa crescere le culture: “Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture”.

La dichiarazione afferma un concetto di cittadinanza che prevede come tutti i membri delle società debbano essere considerati cittadini e non minoranze su cui avere uno sguardo di discriminazione. E’ un concetto di cittadinanza piena che potrebbe avere conseguenze rilevanti positive in Oriente ma anche in Occidente in modi diversi.

“Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.

Un paragrafo del documento è dedicata a riconoscere i diritti delle donne e l’importanza di operare per la liberazione da diverse forme di oppressione e umiliazione della dignità delle donne.

“È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti”.

E’ una dichiarazione che potrà suscitare resistenze, ostacoli e ostilità, ma come ha ribadito Francesco, per parte cattolica si pone pienamente nello spirito del Vaticano II e da parte dell’imam Al-Tayyb costituisce un passaggio che apre una sfida all’interno del mondo islamico orientando il dibattito decisamente nella direzione del dialogo, dell’incontro e della ricerca comune dalla pace. Sono parole che segneranno la storia e se accolte potranno aprire nuovi orizzonti alle responsabilità dei credenti ed essere semi portatori di frutti buoni di pace e giustizia.

Alessandro Cortesi op

 

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2469.JPG(Kris Martin – Water – 2012 – Installazione artistica – nartece s.Sabina Roma –  gennaio 2017 – una serie di recipienti d’acqua di diverse forme, materiali e dimensioni riempiti ciascuno secondo la propria misura)

“Nel nartece di santa Sabina, ‘Water’ stupisce i visitatori. Questi contenitori sistemati i maniera casuale da Kris Martin racchiudono il loro volume d’acqua. Mentre all’altro lato della piazza l’acqua scorre giorno e notte, ogni giorno dell’anno senza interruzione, dalla fontana pubblica, qui essa è conservata preziosamente in piccole quantità in vasi di ceramica, metallo e vetro. Un tale contrasto tra abbondanza e rarità si può, mutatis mutandis, rapportare alla situazione idrologica del nostro pianeta blu. Mentre certe regioni della terra godono di abbondanza d’acqua altre sofforno di una carenza crudele del liquido prezioso: le conseguenze di questo squilibrio sono enormi  (…)

Il nartece era il luogo del limitare della chiesa dal quale i catecumeni che si preparavano al battesimo, e i penitenti seguivano le funzioni che si svolgevano nella chiesa (…)

Come i catecumeni, i vasi di Kris Martin sono anch’essi nell’attesa. aspettano di poter servire, di placare una sete, d lavare un abito. Essi hanno bisogno, per fare questo, di una mano d’uomo o di donna che li porterà per versare il loro contenuto, come l’uomo ha bisogno di un intervento umano per poter scoprire la fede, che non si trasmette che per testimonianza” (Dal catalogo ‘Auguri’ Mostra d’arte contemporanea Roma s.Sabina 23 nov 2016 – 24 gen 2017 commento di Alain Arnould op) 

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IMG_2466.JPGIs 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

La pioggia che scende dal cielo porta vita e dove giunge arreca ristoro e fa fiorire anche il deserto. Dall’incontro dell’acqua con la terra sorge una realtà nuova. L’acqua è elemento essenziale per la vita. Isaia si riferisce alla pioggia come metafora della parola di Dio: anch’essa viene dall’alto e genera una trasformazione che porta al nutrimento per gli uomini. “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10)

La pioggia è dono di un Dio i cui pensieri sono distanti dai nostri pensieri: i suoi pensieri sono infatti riflessi nella corrente di vita che l’acqua reca con sé. Sono pensieri di dono, di possibilità di vita e felicità per tutti, di gratuità che non fa differenze ed esclusioni. Come lo scendere della pioggia è dono abbondante, diffuso, così la parola irriga ovunque.

L’acqua incontra la terra dove sono presenti semi che attendono di poter germogliare: c’è una realtà in attesa di esser fecondata, ed una promessa di vita. L’acqua che scende non distrugge ma porta forza di fecondità e rimane totalmente dono.

La pioggia fa riferimento alla Parola di Dio come dono di vita. Ogni frutto e germoglio nasce da questo discendere e ogni crescita trova la sua origine in un venire della parola di Dio. Il ‘parlare’ di Dio è efficace. Come all’origine della creazione, movimento che continua. Dio parla e le cose sono fatte: “Dio disse ‘sia la luce’. E la luce fu” (Gen 1,3). Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e dona la forza creatrice di vita: quando la parola di Dio raggiunge la terra Dio è all’opera per noi, in noi. Come la pioggia e la neve non ritornano al cielo senza aver operato una trasformazione “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata” (Is 55,11).

Paolo ai Romani parla dell’attesa della creazione, come in un parto: “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”. La vicenda dell’umanità è legata insieme a quella della creazione e ne è parte. C’è un medesimo respiro che tiene insieme la vita di ogni elemento. La creazione, dice Paolo, è permeata dello spirito, presenza di Dio dentro nella creazione che vi reca un sospiro e un’attesa di liberazione. C’è un soffio di vita che unisce creazione e umanità. Gesù ha donato con la sua vita lo spirito e questo spirito genera una consapevolezza nuova della comunione della storia con la vicenda cosmica.

Nelle sue parole Gesù parla del seminatore. E’ una parabola che indica la fecondità della Parola di Dio: è seminata con abbondanza dal seminatore e non viene meno. La parabola porta a concentrarsi sul seminatore e sul seme stesso. Al cuore della parabola sta la fiducia del seminatore e l’abbondanza della sua semina. Nella prima parabola Gesù non accentua la diversità dei terreni ma l’abbondanza della semina. Il gesto del seminatore è infatti senza calcoli: getta il seme ovunque, senza preoccupazione di spreco. Nel suo agire c’è una gratuità di fiducia. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Il riferimento ad una azione quotidiana, conosciuta da chi ascoltava, è modo con cui Gesù coinvolge chi ascolta. Genera attenzione e coinvolgimento. Di fronte all’azione del seminatore che sparge con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità, lasciarsi coinvolgere: ‘che ne dite?’ E’ provocazione a chi ascolta per scegliere da che parte stare.

La parabola si fa invito alla speranza: alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà che contrastano la crescita, nonostante l’impressione che seminare sia una fatica vana. L’esito finale vedrà un raccolto addirittura spropositato nella misura. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, gli impedimenti, le contraddizioni, ma questa parabola parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore ha una fecondità oltre ogni calcolo. E il seme che sembrava sprecato porta frutto oltre ogni previsione. Gesù invita a far proprio lo sguardo del seminatore che nel suo andare distribuisce in perdita il seme nella fiducia. Gesù provoca ad imparare ad attendere e a lasciarsi coinvolgere con disponibilità. E’ lo stile di Dio. La fecondità della vita sta nell’accoglienza della sua parola. La seconda parabola che concentra attenzione sui terreni presenta poi un invito a riconoscere i terreni, a saper cogliere gli ostacoli che rendono difficile l’accoglienza della Parola. Da questa consapevolezza può sorgere una disponibilità nuova.

Alessandro Cortesi op

IMG_2860.JPGParole e ambiente

Amitav Ghosh, scrittore indiano, nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017), ricorda un’esperienza da lui vissuta in prima persona. Quando era giovane un ciclone colpì la città di Delhi causando molti morti e feriti ed egli racconta l’esperienza di una inattesa catastrofe giunta sulla città che trovò molti abitanti impreparati ad affrontare l’emergenza ed incapaci di trovare un riparo.

Questa esperienza lo ha condotto a riflettere sull’assenza nella letteratura di una capacità di parlare di fenomeni quali il cambiamento climatico che fa giungere in modo improvviso e inatteso eventi di distruzione e mutamenti profondi della vita della natura e degli uomini.

“Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa” (Huffington Post 11.07.2017; G.Fantasia, Amitav Ghosh: “Non lasciamo i cambiamenti climatici agli scienziati, raccontiamoli” )

“Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh e per questo auspica la ricerca di parole nuove per parlarne. Nel libro La grande cecità egli affronta tale questione e pone l’esigenza di ricerca di termini per poter affrontare ciò che il cambiamento climatico costituisce per l’umanità e la terra. Amitav Ghosh parla del cambiamento del clima che genera lo spostamento di popolazioni e cambia volto ai profili dell’ambiente.

Egli tuttavia osserva che l’attenzione al cambiamento climatico come questione che investe profondamente la vita dell’umanità oggi in relazione al mondo non umano non trova spazio nella letteratura: “Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. (La Repubblica, Robinson, 16 aprile 2017).

La sua riflessione diviene così denuncia di un grande occultamento posto in atto nella cultura che non si pone la domanda sugli stili di vita e le scelte di sistemi di sviluppo di una parte dell’umanità che sono cause delle modifiche del clima e stanno alla radice di conseguenze disastrose in cui sono coinvolte insieme la questione della sopravvivenza delle future generazioni e la vita della terra, delle sue specie animali e vegetali.

“… le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi”.

Con questa domanda, con sensibilità di letterato e di artista egli parla dell’attuale contesto culturale come quello segnato dalla grande cecità: “che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

C’è una pioggia che devasta, esito di scelte umane che conducono al cambiamento climatico e devastano l’ambiente; e c’è una pioggia che reca acqua alla terra e seme al seminatore e pane da mangiare…

Alessandro Cortesi op

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2622(Beato Angelico, Discorso della montagna – Firenze san Marco)

Is 49.14-15; 1Cor 4.1-5; Mt 6,24-34

“Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. All’origine della fede biblica sta la percezione di una presenza vicina. Il Dio dei profeti non idolo muto, non si confonde con un’entità impersonale, lontana, né ha il profilo di un dominatore assetato di pagamenti e sacrifici. Non è il ricattatore che minaccia terrore in cambio di sottomissione e per garantire tranquillità e pace. Per parlare di Dio i profeti riprendono esperienze umane. Così il volto di Dio ha un profilo femminile: come di donna che tiene in braccio un bambino, come di chi si prende cura delle piccole cose della vita. Se anche una donna potesse dimenticarsi del proprio figlio… “io non ti dimenticherò mai”. Dio ha volto umano, è qualcuno che non si dimentica. Il volto di Dio reca i tratti di un’umanità bella, di tenerezza e rispetto, dove non c’è traccia di possessività, dominio, violenza. E’ questa forse proiezione della nostalgia di bene presente nel cuore umano? O è accoglienza di un venire, di un manifestarsi che sta prima e da cui proviene anche ogni nostra nostalgia? Di gratuita comunicazione dell’origine che non è invenzione di ingegno umano ma scoperta da accogliere e custodire con stupore? Per l’esperienza dei profeti, uomini di fede, l’incontro con Dio apre a scoprire orizzonti nuovi della propria vita. La sua presenza non genera paura ma a Lui ci si può affidare, senza riserve. Nel suo sguardo di cura si può trovare un senso che non è un ideale, pur alto e nobile, ma è relazione di vita, incontro vivente. Dio si prende cura e non dimentica le sue creature.

E’ questa l’esperienza di Dio che traspare dalla vita di Gesù, uomo radicato nella fede dei suoi padri. Nei suoi gesti e nelle sue scelte traspare un’umanità serena, matura. Gesù non si lascia sommergere dalle cose. Non si lascia schiacciare da angustie e pesi. Il centro della sua vita non sta nelle cose, nell’inseguimento di ricchezze. E’ uomo che sa godere delle cose, sa provare stupore di fronte al bello, lo sa scovare tra le pieghe del quotidiano, nei volti di persone senza grandezza. Sa gioire insieme di tutto ciò che riempie la vita ma non se ne rende servo. Non ha posto il senso della sua esistenza nel possesso, e neppure nella ricerca di una fama e di un’affermazione di sè. Non ha interesse a farsi vedere grande, anzi la sua preoccupazione è per altro, è davanti ad un Altro. Tutta la sua vita è spossessata – in questo senso è povero – nel divenire disponibile a stare in ascolto di quanto il Padre chiede a Lui e nel dare ospitalità. Non ha abitazione propria ma il suo cuore è abitato e vi è spazio per gli altri dimenticati, esclusi e senza futuro. Il suo stare davanti al Padre è sereno, di chi sa cos’è l’affidarsi e la sicurezza di essere accolto. Sa di essere ospitato, pienamene nelle sue mani. A partire da questi suoi atteggiamenti la prima comunità parla di lui come del ‘figlio’. Al cuore della sua vita sta una fiducia radicale che comunica nei gesti di far sentire fratelli e sorelle quelli che incontra. Nei tratti della sua vita si scorge l’ineffabile di una comunione unica con Dio, il Padre.

Nelle sue parole egli comunica questa esperienza. Ne parla facendo scorgere come essa sia nostalgia dell’esistenza umana: non preoccupatevi di cose che per quanto appariscenti, grandi e importanti non possono riempire tutta la vita… C’è qualcosa di più grande e più profondo. Non si può mettersi al servizio di un padrone umano per quanto grande importante esso sia. E’ annuncio di una libertà faticosa. Tanto meno ci si può asservire ad inseguire cose che limitano il senso della vita ad illusioni di grandezza, a qualcosa che passa e non costruisce dono, condivisione.

Nel discorso della montagna Gesù chiede ai suoi di non preoccuparsi, di non angustiarsi. Certo ci sono cose che possono avere importanza ma non possono divenire il senso totale e pieno dell’esistenza. C’è una passione da coltivare, questa sì: l’autentica preoccupazione di orientare la vita a costruire rapporti di ospitalità data e ricevuta, di parola condivisa, di accoglienza della creazione, di prendersi cura. Tutto il resto è da porre in funzione di questo orizzonte. E questo libera e allarga mente e cuore. Allarga soprattutto a riconoscere gli altri, a scorgere la vita della natura, ad aprirsi a dimensioni profonde dell’essere che fanno toccare un infinito presente in noi: “non preoccupatevi per la vostra vita…Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. (…) Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Un invito proviene dalle parole di Paolo ai Corinti: “ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele”. Anche questo è un invito liberante: si può scoprire di essere chiamati ad una consegna, amministratori, non padroni. La vita stessa è dono affidato e ci interpella non da possessori da chiamati, a rispondere a… a rispondere di…. La vita viene sciolta quale percorso di restituzione nel custodire. E’ luogo in cui comunicare il volto materno di un Dio che si prende cura. E’ spazio per scorger come Dio si comunica nella fragilità.

img_2650(Beato Angelico, Pala di Annalena – dopo il restauro 2017 – part. – Firenze san Marco)

Bellezza e parola

Gesù nel discorso della montagna usa parole che danno voce alla bellezza. In questo si manifesta poeta. Jean-Louis Chrétien è filosofo e poeta. Particolarmente sensibile al valore della parola. Da filosofo riflette sulla bellezza e sulla parola che proviene dal silenzio e si fa espressione di lode e di gratuità. In un suo libro dal titolo L’arca della parola, rinvia all’immagine dell’arca di Noè che al tempo del diluvio ha ospitato uomini animali e cose facendoli giungere oltre la distruzione delle acque.

L’arca della parola presenta un duplice significato: nella parola come arca si possono radunare tutti gli esseri del mondo e si può attuare una custodia premurosa di ogni realtà. Ma anche nella parola coma arca anche noi stessi siamo ospitati e custoditi: “La parola è l’unica arca perché è l’unico memoriale e la sola promessa… Non possiamo far entrare ogni cosa nell’arca della parola se non perché essa stessa ci ha già custodito” (L’arca della parola, Cittadella Assisi 2011,28).

Ritroverei qui spunti per sondare la parola di Gesù, parola che accoglie e sa custodire e nel medesimo tempo parola che sgorga da una custodia. Gesù è poeta innanzitutto perché con la sua parola sa scorgere e far parlare il segreto delle cose. Le sa sfiorare con il suo sguardo. Non ne prende possesso, non le sciupa calpestandole. Di fronte a cose piccole e ordinarie, guardando i gesti della vita ne scorge un senso, una profondità inattesa. Gesù sa parlare di Dio parlando delle cose. Il suo è un parlare laico, aperto a tutti, non fatto di retorica religiosa. Lascia la porta aperta senza esigere condizioni di appartenenza per ascoltarlo: nella realtà scorge orizzonti che la bellezza apre. Sa scorgere la presenza di Dio racchiusa nella piccolezza della vita ordinaria.

“Che la parola umana sia un’arca mette incessantemente in gioco e in opera la sua possibilità di accogliere, offrire riparo, proteggere ogni luminoso ricominciare del mondo, riprendendo, traducendo, rilanciando i suoi appelli mormorati, i silenzi che reclamano il verbo, il suo urgente alludere (…) perché la cose possano essere convocate dalla nostra parola occorre che abbiano già in qualche modo provocato il nostro sguardo e la nostra voce, e occorre anche che abbiano fatto una sorta di irruzione davanti a noi inquietandoci. La bellezza non è la sola di queste provocazioni sicuramente è però la più autorevole. Che cosa dice? E può dire addio, ossia inviare a Dio, convocare una risposta in cui la riconoscenza e il grazie intimo non abbiano più fine?” (L’arca della parola, 127-128)

Di fronte alla bellezza la parola di Gesù si pone come gesto di meraviglia, di risposta ad una chiamata, di stupore che si ferma e raccoglie.

“Il bello, la bellezza racchiudono un appello. Un appello è più di una chiamata. E’ invito ad un coinvolgimento, ad una risposta che si fa rispondere di qualcosa e rispondere a qualcuno: Il bello ‘chiama manifestandosi e si manifesta chiamando. Che il bello ci attiri, ci metta in movimento verso di sé, ci muova, venga a cercarci là dove siamo affinché possiamo ancora cercarlo, questo è il suo appello e la nostra chiamata (vocation)’ (J.-L. Chrétien, L’appel et la réponse, Minuit 1992, 19)

Gesù si è lasciato toccare e smuovere dalla bellezza racchiusa nelle cose e questa chiamata ha suscitato una sua parola. Gesù è poeta anche perché sa lasciarsi toccare dalla bellezza. Si lascia interrogare dalla bellezza, la accoglie, ne fa spazio dentro di sè: la bellezza di una natura i cui i gigli fioriscono con i vestiti più belli di ogni tessitura e in cui gli uccelli del cielo tracciano i loro voli, sono per lo sguardo di Gesù luogo per il germinare di una parola sulla vita. Gesù sa scorgere la gratuità come il respiro profondo delle cose.

“Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, ha fatto esperienza della bellezza, in molti modi e tante volte. Un uomo è qualcuno la cui quiete è stata minacciata dalla bellezza, sebbene avrebbe potuto mettersi al riparo da questa minaccia e sottrarsi ad essa. Intensa o discreta, dolce o violenta, il più delle volte tale da avere entrambi i tratti, questa esperienza non ci lascia come prima e talvolta ha deciso totalmente della nostra vita (…) Non consumiamo la bellezza ma ne siamo consumati, siamo bruciati dal suo fuoco che solleva, rende leggeri, portandoci alla nostra pienezza e al compimento della nostra umanità (…) Un mondo privo di bellezza non sarebbe più che ciò che i greci chiamavano kosmos, il quale risplende. Una ricca tradizione di pensiero, che ha avuto molti e diversi sviluppi, ha visto nella bellezza un appello e fatto derivare kalos, ‘bello’, da kalein, ‘chiamare’. Ma che cosa nella bellezza chiama, e a che cosa chiama? Chiamandoci la bellezza ci com-muove, ovvero ci tocca, viene a toccarci là dove siamo mettendoci in cammino e sulla strada affinché non restiamo là dove siamo, e affinché non restiamo ciò che siamo. Ma dove conduce questo cammino? (L’arca della parola, 129-130)

Gesù ha saputo pronunciare parole rispettose del mondo e nel contempo parole che hanno fatto risuonare un significato profondo. La sua parola può essere letta come arca che raccoglie e sa ospitare. Ed egli è anche poeta perché la sua parola non solo si lascia concepire dall’accoglienza delle cose, ma è feconda di qualcosa di nuovo. Sa infatti generare qualcosa in chi lo ascolta: è appello e in questo si fa azione: è un fare ‘poiein’ che non si misura nei termini dell’efficienza, ma nel generare ascolto e cambiamento del cuore. Le parole di Gesù sono così anche appello alle nostre parole, che siano capaci di rispondere a… e di rispondere di…:

“Che nella nostra parola abbiamo il compito di rispondere alla bellezza del mondo e di rispondere di essa, non lo afferma soltanto la fede biblica e non si tratta soltanto di un compito religioso. Gerusalemme esprime la propria gratitudine, ma anche Atene ha un suo modo di lodare, la filosofia. La risposta che la filosofia dona al mondo è il pensarne l’ordine e la bellezza (come indica il termine kosmos). Non ogni gratitudine svolge, certo, opera di pensiero filosofico, ma ogni opera di pensiero autentico è gratitudine. (…) Pensare e ringraziare (denken und Danken) scrive tra gli altri Paul Celan, nella lingua tedesca sono parole che hanno la medesima radice (…)” (L’arca della parola, 182).

Nelle parole di Gesù come parole che custodiscono gratitudine, sta una traccia per poter dire parole che sappiano liberare la parola muta del mondo.

“Il mondo stesso è carico di parola, convoca la parola e la nostra parola perché risponda, ma non chiama se non rispondendo esso stesso già alla Parola che lo ha creato. Come potrebbe essere estraneo al verbo ciò che sussiste, secondo la fede, soltanto per il Verbo? Non si tratta di sapere se la natura ‘provi’ o ‘non provi’ l’esistenza di Dio ma di ascoltare il suo silenzio come voce visibile (…) La parola che pronunciamo sul mondo non viene da un altro mondo né gli è estranea, almeno non più di quanto lo siamo noi. Essa non si propone di imporgli dall’esterno, per nostra iniziativa, un significato arbitrario: essa vuol far risuonare il significato di cui è portatore e che, senza di noi, non può portare compimento. Cantare il mondo è tentare di concentrare il suo coro profuso e confuso nella chiarezza tremante della nostra voce umana” (L’arca della parola, 200)

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0265_2Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’incontro con il Signore nella vita di Abramo è evento che irrompe in diversi modi. Qui è venire inatteso nel quotidiano: nell’ora del mezzogiorno, presso la tenda, la sua casa, nel giungere di tre sconosciuti.

Negli ospiti che Abramo accoglie offrendo ristoro una visita di Dio tocca la sua vita. Di fronte a questi stranieri Abramo scorge la presenza di Dio: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

I gesti di Abramo sono quelli dell’ospitalità: procura riposo agli stranieri, li pone al centro dell’attenzione, fa preparare il cibo e vi provvede, lo condivide nel mangiare insieme.

Gesù nella casa di Betania vive l’ospitalità amica. Nella casa di Betania si respira l’atmosfera di accoglienza della tenda di Abramo. Dopo la parabola del samaritano l’episodio di Betania completa la risposta alla domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ (Lc 10,25-42).

Nella parabola lo straniero è l’unico capace di fermarsi e ‘vedere’ il volto del sofferente, e agisce concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza. Ciò che vale veramente è il servizio e la cura. Nella casa di Betania Marta continua questo stile di azione: è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ‘ascoltava’ la parola di Gesù.

Marta e Maria vanno viste insieme: in quella casa sono entrambi tese all’accoglienza. Nei loro volti sta l’indicazione di due attitudini da non separare e da tenere unite per vivere l’incontro con Gesù. Vivono insieme, in modi diversi, il servizio e l’ascolto. Ogni servizio autentico sorge dal lasciar spazio ad un parola presente nel profondo della vita e ogni ascolto è vuoto se non si traduce in prassi di servizio. Ricordando anche che una sola cosa è essenziale: le parole di Gesù richiamano a quanto è necessario per non farsi prendere dall’affanno.

Quale l’autentica cosa necessaria? Non la vita contemplativa come migliore rispetto alla vita attiva, non la contrapposizione tra chi sta in silenzio e prega e chi opera e si dà da fare. La cosa necessaria, l’unica, è intendere la vita nell’incontro, maturare uno sguardo capace di scorgere che decentra ed apre all’irruzione dell’Altro e all’incontro con i volti. La vera sorgente di fecondità della vita nonsta  nel proprio affannarsi, che talvolta genera orgoglio, non nel sentirsi a posto e appagati per l’efficienza del proprio organizzare, e neppure nel silenzio di un ascolto che rischia sempre di essere disincarnato, disimpegnato,vissuto nell’indifferenza per chi fatica, nel non farsi carico di scelte operative.  Nasce invece qualcosa di nuovo solo dalla presenza di un Altro nella vita che irrompe come ospite. In questo scorgere il limite della nostra vita, nell’accogliere il vuoto e la mancanza nel nostro esistere sorge la disponibilità di accogliere, si apre la possibilità della scoperta che l’incontro con Dio si fa vicino, si rende esperienza possibile nell’incontro con gli altri. La fede che ne sgorga è fede umile, si concepisce come cammino nella mancanza, nell’apertura all’Atro e agli altri, si scopre quale incontro che non oppone Dio e mondo, aldilà e aldiqua, materia e spirito. E’ la fede capace di vedere come il tessuto della vita stessa reca in sé i tratti della vita di Dio ed è chiamata ad ascoltare la sua chiamata all’ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Ospite

Per Edmund Jabès autore de Il libro dell’Ospitalità (Cortina, Milano 1991) l’ospitalità è esperienza che permette alle persone umane di incontrarsi e di riconoscersi: “L’ospitalità è crocevia di cammini”. “Ti benedico, ospite mio, mio invitato poiché il tuo nome è colui che cammina. / Il cammino è nel tuo nome / L’ospitalità è crocevia di cammini”.

Fondamentale, in questo cammino dell’ospitalità, è l’attitudine di chi riconosce un vuoto in sé, una mancanza che non ha nome e non sa nemmeno quali siano le direzioni del desiderio si fa attesa: “Davvero ospitale è, fino in fondo, l’Attesa”.

Ospitanti e ospitati: forse per scorgere le frontiere dell’ospitalità è in primo luogo richiesto di scorgere la nostra condizione esistenziale di ospitati. Solo da questo riconoscimento può germogliare la capacità di vivere l’apertura dell’accogliere. Ci si deve infatti guardare dal viverla come offerta paternalistica di ricchi, nella nascosta preoccupazione di non farsi minacciare. Ospitalità può divenire esperienza che de-centra e si fa condivisione della medesima condizione umana. Scoperta che lo straniero è rivelatore delle profondità di se stessi e di dimensioni inedite della vita: stranieri a se stessi.

La tenda di Abramo è così metafora dell’ospitalità perché si lascia attraversare da ciò che viene e da chi viene: “una certa rinuncia incondizionata alla sovranità è richiesta a priori” (J.Derrida).

Per rimanere tale, e quindi capace di essere gesti di pace l’ospitalità deve mantenere il senso dell’estraneità. C’è un disagio che sorge di fronte allo sconosciuto, allo straniero. Ignorare le emozioni suscitate nell’incontro e nel percepire diversità sarebbe cadere nella falsa logica dell’assimilazione dell’inconsistenza delle differenze, del confermare solo la propria identità. Il venire di un altro porta sempre sconcerto. Forse sta qui la ragione del fatto che medesima è la radice latina per i due termini ‘ospite’ e ‘nemico’ (hospes – hostis): “questa ambiguità deriva dalla presunzione di un diritto, quello dell’appartenenza al luogo che abitiamo come fosse originariamente nostro, e la possibilità di ospitare non confermasse in fondo altro che il nostro possesso. E se così non fosse?” (S.Tarter, Evento e ospitalità. Lèvinas Derrida e la questione straniera, Cittadella, Assisi 2004,104).

Alessandro Cortesi op

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