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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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III domenica di Quaresima – anno B – 2021

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

La prima lettura accompagna a scorgere un’altra tappa della storia della salvezza dopo l’alleanza con Noè e la legatura di Isacco. E’ il dono della legge a Mosè nel cammino dell’esodo. Le dieci parole sono da leggere alla luce di quella inziale: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole infatti indicano che tutta la vita può divenire luogo di una relazione viva con il Dio vicino. E’ lui il liberatore che ha ascoltato il grido di Israele oppresso traendoli fuori dalla schiavitù per aprirgli una strada di incontro e di libertà. La relazione nuova con lui trova espressione nelle prime tre parole. Le altre sette parole riguardano una nuova relazione con gli altri, di rispetto, di giustizia, di accoglienza. I cosiddetti ‘comandamenti’ non sono quindi una legge a cui sentirsi sottoposti, ma sono invito e apertura di una via per rispondere ad una chiamata di amore. Chiedono di liberarsi dagli idoli che occupano la vita e aprirsi al servizio a Dio e agli altri quale compimento di umanità.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio è posto dal IV vangelo all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. E’ così un momento che anticipa l’intero cammino di Gesù. Fu proprio questo suo gesto uno dei motivi che suscitarono l’ostilità dei sacerdoti e capi di Gerusalemme.

Rovesciare i tavoli dei venditori è certamente una critica ad un modo di vivere un culto separato dalla vita, è accusa di tradire il significato del tempio, segno della presenza di Dio vicina. Ma questo gesto reca in sè anche un messaggio di superamento del tempio stesso. E’ infatti un segno tipico dell’agire profetico che evoca un tempo nuovo ormai iniziato: Dio infatti cerca credenti che lo adorino non in un tempio o in un altro luogo ma ‘in spirito e verità’ (cfr. Gv 4,21-24). Le parole di Gesù sono indicative del significato del gesto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” e l’evangelista osserva: “ma egli parlava del tempio del suo corpo (…) Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono  che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ nel linguaggio giovanneo indica non solo una ricondurre alla memoria , ma ben più un comprendere il senso profondo dell’agire di Gesù, per la nostra salvezza, alla luce della risurrezione.

L’intero IV vangelo conduce il lettore in un cammino del ‘credere’, che si connota come ‘credere in’ Gesù. Il segno del tempio è un segno che rinvia alla sua persona ed invita a scorgere d’ora in poi in lui la possibilità di accesso al Padre non su questo o su un altro monte ma nello Spirito. Con Gesù è giunto il tempo di un culto in spirito e verità che non divide e pone gli uni contro gli altri. La gloria di Dio per Giovanni si manifesta sul volto del crocifisso che manifesta il dono e l’amore fino alla fine quale volto più autentico di Dio.

Nel rapporto con lui che possiamo trovare il senso profondo delle dieci parole, dei suoi comandamenti: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Alessandro Cortesi op

Fratelli tutti

“Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare una croce sul blocco eurasiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo. Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché chi controlla quel luogo controlla il blocco eurasiatico. Francesco ci va da costruttore di pace, all’insegna di uno slogan rivoluzionario: ‘siete tutti fratelli’”. (Riccardo Cristiano, L’ultima sfida di Bergoglio. Sulle orme di Abramo per invocare la fratellanza, Reset 2.03.21)

Papa Francesco svolge in questi giorni uno storico viaggio in Irak: il programma prevede una prima tappa a Baghdad il 5 marzo con l’incontro con il presidente della Repubblica Barham Salih e le autorità civili. Poi nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della salvezza un primo incontro con la comunità cristiana. Importante tappa sarà il giorno seguente, 6 marzo a Najaf, città santa dei mussulmani sciiti, dove è previsto l’incontro con il grande ayatollah Al-Sistani. Da lì lo spostamento a Nassiriya, per un incontro interreligioso nella pianura di Ur luogo che la tradizione indica come punto di partenza del cammino di Abramo. La sera ancora Baghdad per una s.Messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe.  Il 7 marzo il papa si sposterà a Erbil, città nel Kurdistan irakeno, luogo dove hanno trovato rifugio moltissimi profughi dalla piana di Mosul quando l’Isis ha devastato quelle regioni. Nei pressi di Erbil sorgono i campi profughi che hanno accolto i rifugiati dall’Irak e poi molti siriani fuggiti dalla Siria nel 2015. Da qui il trasferimento a Mosul e a Qaraqosh città dove erano presenti comunità cristiane prima della conquista dell’Isis e dove ora con grande fatica si sta avviando la ricostruzione delle città devastate. Di qui a Baghdad e il rientro  a Roma.

Il viaggio del papa  è un gesto coraggioso e portatore di un messaggio essenziale ed esigente in un quadro geopolitico segnato da diversi imperialismi che si stanno fronteggiando. La terra di Irak è stata da decenni luogo di guerra che ha visto la grande devastazione operata dalla guerra condotta dagli USA e dagli eserciti occidentali che con la pretesa di portare la pace e democrazia hanno fatto il deserto. Nella terra di Irak si sono incrociate e si incrociano oggi più che mai le linee di dominio degli imperialismi diversi: quelli sauditi e iraniani khomeinisti, quelli turchi, russi e cinesi. Sono tutti progetti di dominio che si servono di strategie economiche e militari senza scrupoli. Quella terra trasuda la sofferenza dovuta a progetti di conquista militare-religiosa in cui la religione è stata e continua ad essere ragione e strumento di guerra, morte e devastazione. L’Irak è una terra ricchissima per le ricchezze del sottosuolo, che però vengono sfruttate altrove e non portano ad un benessere per la popolazione segnata da una disoccupazione  assai elevata  e dalla condizione di povertà per circa un terzo degli abitanti.

In particolare l’incontro del papa a Najaf può essere una tappa importante per una convergenza anche della comunità sciita rappresentata dal suo capo spirituale Al Sistani (che si distingue per non aver asseondato la linea della teocrazia khomeinista in Iran) attorno alle linee della dichiarazione sulla fratellanza umana sottoscritta due anni fa ad Abu Dhabi da Francesco e dall’imam Al Tayyeb del Cairo, figura di riferimento della corrente dell’Islam sunnita. Il messaggio ‘fratelli tutti’ indica come gli estremismi che si basano sulle religioni o si servono di motivazioni religiose siano da condannare. Quella dichiarazione redatta “In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre” presentava un appello accorato: “dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

E richiamava anche le linee di riconosicmento della libertà religiosa: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Il viaggio di Francesco ed in particolare l’incontro interreligioso di Ur costituiscono un segno profetico: il riconosciemnto di essere fratelli e sorelle implica la costruzione di una cittadinanza in cui riconoscere la dignità di cittadini in una convivenza che può essere plurale, come proprio le società orientali hanno sperimentato nella storia ed esprimono nella sensibilità dei poveri. In tale prospettiva Antoine Courban, intellettuale libanese cristiano ortodosso, docente all’Università dei gesuiti Saint Joseph a Beirut osserva:

“io vedo in questa decisione di Francesco di visitare l’Iraq e di recarsi a Ur come un segno dello Spirito Santo. Il cammino di Abramo, seguendo la volontà di Dio, lo ha condotto da Ur alle coste del Mediterraneo. La cartina spirituale del cammino di Abramo ci indica, ci spiega la cartina geopolitica di oggi. Sia il cammino di Abramo che la realtà geopolitica fanno della Mesopotamia la vera “chiusura strategica”, o il “Gate”, del Mediterraneo. Le chiavi per la pace mediterranea sono lì. Sono due cartine diverse, certamente, ma che si accavallano perfettamente e divengono inseparabili. Senza pace nell’antica Mesopotamia non c’è pace nel Mediterraneo, e le parole “cittadini” e “fratelli” sono una parola sola, cioè la chiave di lettura e soluzione di tanti problemi. Questa è la prospettiva di pace che comporta e implica, infatti è incompatibile con identitarismi o progetti settari e miliziani. Questo lo vediamo in tutti i drammi mediterranei e lo indica proprio il senso della scelta di Abramo: i figli di Abramo, cioè ebrei, cristiani e musulmani, sanno che loro padre non ha fondato una religione, ha sentito Dio dirgli “fai così” e lui ha agito con “fede e fiducia”. Fede e fiducia nell’unico Dio di tutti i figli di Abramo, questo è il messaggio di Abramo, quello che va ricordato a tutti i suoi figli”. (R.Cristiano, Intervista a Antoine Courban Senza pace in Iraq non c’è pace nel Mediterraneo. Courban spiega il viaggio del papa, Formiche.net 27.02.21).

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Caravaggio, Vocazione di Pietro e Andrea (1603-1606) – Hampton Court Londra

Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Il tempo ordinario dell’anno liturgico guida a ripercorrere i passi di coloro che hanno accolto una chiamata che ha cambiato la loro vita ponendoli in un cammino nuovo di ascolto, di cambiamento, di scoperta: è la storia di Giona che ascolta la parola ‘Alzati, va’ a Ninive la grande città’ E’ la storia di Simone e Andrea , di Giacomo e Giovanni, chiamati lungo il mare da Gesù che andarono dietro a lui.

‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due imperativi e due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’. Gesù indica un tempo unico, un’occasione che richiama ad una urgenza di cambiamento e di risposta. E’ invito a cambiare in radice il modo di pensare l’intera esistenza.

Nel suo vangelo Marco indica che Gesù inizia la sua predicazione in un preciso momento: ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sulla sua vicenda quindi si staglia la figura di Giovanni. E è già indicazione della via di rifiuto e ostilità fino alla morte che anche Gesù dovrà affrontare. A differenza di Giovanni, profeta del deserto e della minaccia di un giudizio imminente, Gesù intraprende il suo annuncio dalla Galilea, regione dei pagani (Is 8,23). Ciò che Giovanni annunciava come esigenza e radicalità è da Gesù presentato come dono gratuito di salvezza per tutti che genera una vita rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

Il suo annuncio richiama al tempo: ‘Il tempo è compiuto’. L’uso del verbo al passivo indica che si tratta di una pienezza di cui Dio stesso è protagonista: è Dio stesso che sta compiendo un disegno di salvezza nel tempo. Gesù richiama così a tutto il tempo precedente, a quanto Dio stesso ha operato in tutta la storia di Israele e dell’umanità ed insieme annuncia qualcosa di nuovo: il tempo ora, con la sua presenza, acquista uno spessore particolare. E’ tempo in cui Dio visita ed offre salvezza. La presenza di Gesù offre senso a tutto ciò che sta prima di lui e a tutto ciò che verrà dopo.

Il regno di Dio era attesa presente in Israele: indicava la speranza di un re giusto, discendente di Davide, portavoce di Dio su Israele (Is 6,1-3; 43,15). Era anche attesa di un grande profeta come Mosè (Dt 18,15). Dopo l’esilio  si era fatta strada l’attesa di un intervento glorioso di Dio stesso per tutti i popoli (Mi 2,13; 4,7; Sof 3,15; Ger 3,17; 8,19; Zac 14,9). L’annuncio di Gesù accoglie queste attese e dice che il regno si è reso vicino, ha fatto irruzione nella storia. Nelle sue parole e nelle sue opere presenta la pretesa di esprimere lo stile di Dio che sta dalla parte dei poveri e chiama a rapporti nuovi di fraternità. In Gesù già il regno è presente è vicino, e tuttavia è come un piccolo seme.

Da questo annuncio sgorga il duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono ed è chiamata aperta che chiede coinvolgimento responsabile. Convertirsi è mutamento interiore e radicale della vita, richiede scelta di orizzonti nuovi su cui impegnare energie e tempo. Accogliere il regno significa rivedere i criteri di valutazione della nostra esistenza e affidarsi alla bella notizia del vangelo.

Dopo questo annuncio Gesù chiama a seguirlo. Non chiama ad apprendere un quadro di insegnamenti, né a particolari gesti religiosi: ciò che richiede è stare don lui e dietro a lui: seguirlo sulla sua strada. Chiama Simone e Andrea mentre gettavano le reti in mare. La sua chiamata giunge nella quotidianità, mentre gettavano le reti nel loro quotidiano impegno di pescatori.  ‘Venite dietro a me’ è l’invito che implica rottura con il passato e trasformazione radicale della vita: ‘vi farò diventare pescatori di uomini’. Marco nel suo racconto annota una immediatezza della risposta: ‘Subito, lasciate le reti, lo seguirono’. Seguire Gesù, rendersi disponibile per il regno che è vicino ha carattere di urgenza, richiede disponibilità senza riserve e compromessi.

Saranno ancora ‘pescatori’, ma in modo nuovo, in rapporto ad altri. Così pure ‘vide Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello’. Lo sguardo di Gesù si fissa su ciascuno nella sua unicità. La sua chiamata comporta una rottura, un abbandono, ma anche una disponibilità ad andare dietro a lui venuto per dre la sua vita per tutti (Mc 10,45). L’intero vangelo di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi  discepoli la strada su cui seguirlo fino alla croce.

Alessandro Cortesi op

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2021)

La settimana di preghiera tenutasi per la prima volta nel 1908 come Ottava per l’unità della Chiesa dagli anni ’30 su iniziativa dell’abbé Paul Couturier di Lione si è allargata a tutti i cristiani. Dal 1966 la commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani organizzano la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. E’ un momento di preghiera per favorire l’incontro e i dialogo dei cristiani in tutto il mondo e per camminare insieme ad accogliere la preghiera di Gesù: “che tutti siano uno, perché il mondo creda” (Gv 17,21). Ogni anno un gruppo ecumenico diverso prepara il materiale.

Quest’anno la preparazione del materiale per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è stata affidata ad una comunità monastica, la comunità di Grandchamp nel cantone di Neuchâtel in Svizzera. E’ importante scorgere l’importanza di questa scelta: la comunità di Grandchamp vede le sue radici in una esperienza particolare sorta negli anni ’30 del secolo scorso da una associazione di donne sposate protestanti denominate “Dames de Morges” di cui animtarice era Geneviève Micheli (1883 – 1961). Nel 1936 una di esse Marguerite de Beaumont (1895 – 1986) iniziò una vita stabile e ad essa seguirono altre nel 1940 tra cui la stessa Geneviève. Nel 1952 le prime suore s’impegnarono in modo definitivo pronunciando i voti di povertà castità obbedienza ed assunsero la regola e l’ufficio liturgico di Taizé.

Il radicamento nell’ascolto della Parola, l’attenzione alla tradizione della chiesa, la ricerca di una vita comune sono i tratti caratterizzanti di questa comunità. Nei contatti con comunità anglicane cattoliche e ortodosse si attuò una riscoperta della vita monastica e l’impegno a portare la sofferenza per la divisione dei cristiani ponendo la preghiera di Gesù per l’unità a radice della propria esistenza. L’incontro di Paul Couturier e con Roger Schutz e l’esperienza di Taizé divennero determinanti per il cammino.

La comunità di Grandchamp costituisce così un’esperienza originale nel quadro del cristianesimo riformato che sulla base delle critiche di Lutero aveva rinunciato ai voti monastici. A partire dal priorato di suor Minke De Vries priora a Grandchamp dal 1970 al 1999 la professione delle suore è compiuta nelle mani della priora e con la presenza di pastori. La comunità ha una struttura indipendente e pur intrattendo ottime relazioni non dipende dalla Chiesa Riformata evangelica del Cantone di Neuchâtel.   

Attualmente la comunità di Grandchamp è una comunità monastica di suore di diverse chiese e provenienti da diversi paesi. Caratterizzante è la vocazione ecumenica che impegna in un cammino di riconciliazione tra cristiani e nella famiglia umana in rapporto a tutta la creazione. Sin dalle origini la comunità monastica vede il suo fondamento in tre elementi: la preghiera, la vita in comune e l’ospitalità. La maggior parte delle suore attualmente vive a Grandchamp, a Areuse nella Svizzera romanda e alcune di loro a  Sonnenhof en Bâle-Campagne. Altre sono una presenza di amicizia e preghiera  in Svizzera e Paesi Bassi.

Uno degli impegni della loro professione è così espresso: “Vuoi con le tue sorelle celebrare la novità di vita che Cristo dona con il suo Spirito e lasciarla vivere in te tra di noi, nella chiesa e nel mondo, in tutta la creazione, compiendo così il servizio nella nostra comunità?” (secondo impegno della professione). Sin dagli inizi la comunità di Grandchamp, per la spiritualità ecumenica che costituiva uno dei suoi tratti principali, nutrì un rapporto di vicinanza e amicizia con l’abbé Paul Couturier di Lione (1881-1953), uno dei pionieri dell’ecumenismo che promosse la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani negli anni ’30. 

I testi proposti per la settimana quest’anno riflettono un lavoro di preparazione che ha visto una condivisione dell’esperienza contemplativa propria della comunità. “I testi riflettono e testimoniano la nostra vita di comunità e di preghiera. Esprimono la nostra vocazione alla preghiera alla riconciliazione e all’unità nella chiesa e nella famiglia umana” ha detto suor Svenja, una delle quattro religiose di Grandchamp che insieme all’attuale priora suor Anne-Emmanuelle ha partecipato alla redazione.

Il testo scelto come guida per la preghiera “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,1-17) sugge-risce che per incarnare l’amore di Dio è necessario accostarsi reciprocamente gli uni agli altri. E’ un’idea presente nei padri del deserto come testimonia i riferimento a Doroteo di Gaza (500-565/580) che ha ispirato la celebrazione ecumenica.

In questo periodo, purtroppo, a causa della pandemia, proprio nei giorni della celebrazione della  settimana di preghiera la comunità delle suore di Grandchamp sta vivendo una quarantena perché alcune tra le suore sono state contagiate e per la prima volta nella sua storia non può celebrare la preghiera quotidiana in comune e partecipare alle iniziative di preghiera previste in questa settimana.

La proposta di preghiera vede la struttura di tre veglie che riflettono il metodo di preghiera della comunità di Grandchamp. Esse riprendono le celebrazioni delle “veglie” o “notturni” nella tradizione benedettina solitamente svolte nella notte, unendole in una sola celebrazione vespertina. Ogni veglia presenta alcune letture dalla Scrittura, un responsorio cantato, un momento di silenzio e alcune preghiere d’intercessione e aggiunge anche la proposta di un’azione concreta La prima veglia è centrata sull’unità della persona in se stessa e sul dimorare in Cristo a partire dalla parola “Io sono la vite. Voi siete i tralci Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). La seconda veglia esprime il desiderio di riscoprire l’unità visibile tra i cristiani. La terza veglia si apre all’unità di tutte le genti, di tutto il creato, ispirandosi ad un testo di Doroteo di Gaza che parla della sfida di avvicinarsi agli altri.

“Immaginate un cerchio disegnato per terra, cioè una linea tracciata come un cerchio, con un compasso e un centro. Immaginate che il cerchio sia il mondo, il centro sia Dio e i raggi siano le diverse strade che le persone percorrono. Quando i santi, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, nella misura in cui penetrano al suo interno, si avvicinano l’un l’altro e più si avvicinano l’uno all’altro più si avvicinano a Dio. Comprendete che la stessa cosa accade al contrario, quando ci allontaniamo da Dio e ci dirigiamo verso l’esterno. Appare chiaro, quindi, che più ci allontaniamo da Dio, più ci allontaniamo gli uni dagli altri e che più ci allontaniamo gli uni dagli altri, più ci allontaniamo da Dio” (Doroteo di Gaza, Palestina VI secolo).

Il sussidio offre poi suggerimento di letture con breve commento per ognuno degli otto giorni e l’indicazione di alcuni canti ecumenici come parte integrante della preghiera.

Con queste parole le sorelle di Grandchamp pregano ogni giorno: “Prega e opera affinché Dio possa regnare. Durante tutta la giornata, lascia che la parola di Dio dia vita nel lavoro e nel riposo. Mantieni il silenzio interiore in tutte le cose per dimorare in Cristo. Sii colmo dello spirito delle beatitudini: gioia, semplicità, misericordia.”

Alessandro Cortesi op

Qui si può scaricare il sussidio

XII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

img_8355Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

Il testo di Geremia risuona di echi personali. E’ una confessione del profeta che parla di se stesso. La sua storia è stata segnata da una chiamata dalla parola di Jahwè che si è posata sulle sue labbra.

Questo incontro l’ha spinto a vivere situazioni che mai avrebbe immaginato. Strappato ad una condizione di tranquillità ha dovuto affrontare pericoli minacce, conflitti e crisi. Più volte confessa di aver pensato di abbandonare tutto e non pensare più all’impegno di testimoniare la parola di Dio.

Tuttavia continua a sentire nel suo cuore un fuoco ardente. Nonostante la minaccia e l’oppressione dei nemici sa che Dio è al suo fianco come presenza che gli dà forza e i nemici non potranno prevalere. E’ un testo di profonda fiducia pur in una situazione di prova.

Il Signore scruta i cuori e il profeta gli ha affidato la vita: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Non nasconde la crisi, anche la sua rivolta interiore, ma sa che la sua vita è segno vivente dell’incontro con il Dio fedele e liberatore.

Matteo raccoglie gli insegnamenti di Gesù sulla missione in alcune pagine del suo vangelo (capp. 9-10). Il filo rosso è l’invito alla fiducia e all’abbandono. Gesù parla dei passeri, che si potevano mangiare ed erano venduti per uno spicciolo di rame. E parla di Dio, il Padre come di qualcuno attento alle piccole cose, a ciò che non ha valore riconosciuto, ai passeri appunto. Gesù racconta il volto di un Dio attento alle pieghe nascoste e ai particolari a cui non si dà peso, che si prende cura dei suoi figli, anche e soprattutto di coloro che non sono considerati, degli invisibili e dei dimenticati. E’ preoccupato dei volti, delle relazioni.

“non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Questa fiducia serena in Dio vicino non sottrae ai discepoli la fatica della testimonianza. Nella prova si dovrà ricordare la testimonianza stessa di Gesù: il discepolo è chiamato a percorrere la medesima strada del maestro, non le vie del successo e del potere.

Gesù non propone ai suoi una prospettiva di affermazioni e di gloria e non nasconde che il suo cammino sarà anche quello dei discepoli. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo e dal sereno affidamento alla cura del Padre: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

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Proposta di preghiera

E’ veramente bello, dà senso alla nostra vita

dire il nostro grazie

a Te Dio padre e madre, sorgente dell’amore

in ogni situazione gioiosa o triste

dei nostri giorni

a Te che sei il Dio dei passeri

che non lasci che nulla vada perduto.

Abbiamo visto il riflesso del tuo volto

nei gesti e nelle parole di Gesù tuo Figlio

che ha preso su di sé la nostra fragilità.

E’ lui l’Adamo ultimo, tratto dalla terra

che ci ha manifestato un modo di vivere

nel dono, nell’ospitalità, nel servizio, costruendo pace.

In Lui scopriamo che la nostra vita

come fiore sboccia

ad una speranza nuova

aperta a tutti.

La speranza di un mondo nella fraternità e nella pace

in cui vi è attenzione per i più piccoli e deboli.

Come gli uccelli del cielo quando cantano

sono voce di dialogo e armonia

così anche le nostre voci si uniscono

al respiro di tutto il creato per cantare la tua gloria…

Alessandro Cortesi op

 

 

V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

DSCN2121Is 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-1,

La chiamata di Isaia, sacerdote di Gerusalemme, ad essere profeta è descritta in modo solenne come una visione all’interno del Tempio nel momento del sacrificio dell’incenso tra le volute di fumo che riempiono lo spazio sacro. Isaia testimonia un’esperienza della presenza di Dio, la sua gloria. Ma il fumo è velo che impedisce di vedere. Dio si fa vicino ma nel contempo si vela e rimane inaccessibile. Isaia vive l’esperienza di una chiamata che lo coinvolge e gli cambia l’esistenza: e si scopre piccolo e indegno di fronte alla santità di Dio: ‘Santo Santo Santo è il Signore Dio degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria’. Le sue labbra vengono purificate per mezzo del carbone tratto dall’altare: questo gesto indica un fuoco che lo prende e genera parole nuove: è un invio a parlare e farsi annunciatore di una parola come fuoco. ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ Isaia riceve una missione e risponde con libertà: ‘Eccomi, manda me’.

Appaiono qui due movimenti presenti in ogni chiamata della Bibbia: l’invio come appello gratuito accolto e la disponibilità a partire. Come Abramo, come Mosè, come Samuele, come Amos. Dio prende l’iniziativa, purifica Isaia, lo trasforma e lo invia per una missione nuova che lo prende interamente. Il profeta accoglie questo e dice prontezza e disponibilità: ‘eccomi manda me’. Egli passa così dalla condizione sicura e appagante di sacerdote del tempio di Gerusalemme ad una condizione nuova ed incerta, in cui vive non le sicurezze della religiosità, ma il rischio della fede. Isaia diverrà il profeta della fede che annuncia: ‘se non crederete non avrete stabilità’ (Is 7,9b), il profeta che contrapporrà ai disegni di affermazione basati sulla sicurezza dei carri e dei cavalli, delle armi da guerra, la fiducia nel Dio dell’alleanza come unica arma di salvezza da contrapporre agli imperi del suo tempo. E sarà il profeta del sogno messianico, di un tempo nuovo di pace e gioia in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, in cui il lupo dimorerà insieme con l’agnello e la pantera si sdraierà accanto al capretto (Is 11,6)

Sulle rive del lago di Galilea, all’aperto, mentre i pescatori lavano le reti. Un contesto diverso, ma sempre luogo di incontro. E’ la chiamata di Gesù ai suoi. Dopo una notte in cui i pescatori sono rientrati senza aver preso nulla, con la sua barca vuota. “… abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”. Gesù invita Pietro a prendere il largo e a gettare le reti ancora, fondandosi sulla promessa. “Sulla tua parola getterò le mie reti”. Pietro si affida alla parola di Gesù e il racconto evoca l’incontro pasquale. Si apre a questo punto l’inatteso: “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. E’ abbondanza spropositata che contrasata con il nula di fatto di una notte di fatica. E’ immagine che racconta lo stupore della grazia e del primato dell’agire di Dio nella vita. Di fronte a questo capovolgimento Pietro avverte la sua indegnità. Vede se stesso in modo nuovo: si sente distante, peccatore. Scopre che la sua azione, l’impegno di tutta la sua vita, non dipende dalle sue forze, non sarà percorso di affermazione ma cammino nello stupore della gratuità, nel solo affidarsi alla sua parola.

Luca ha a cuore l’attenzione alla parola. Pietro sarà chiamato ancora a gettare reti nuove sulla parola di Gesù. Non viene allontanato, ma accolto per essere pescatore in modo diverso: pescatore di uomini, per dare la vita nel rapporto con altri, per andare al largo e scorgere nuovi orizzonti. Luca sottolinea la radicalità della risposta di Pietro alla chiamata: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Lasciare tutto è comprensibile solo nella scoperta di qualcosa di più importante che ha il primo posto: il rapporto con Gesù.

Luca insiste sul fatto che rinuncia di altre cose e scelta della povertà sono la via di coloro che si mettono a seguire Gesù. La parola liberante del vangelo apre ad un liberarsi da quanto lega ad un possesso che rende preoccupati e impediti. E qui sorge il paradosso del seguire Gesù: nello scegliere la via della povertà, nel lasciare qualcosa, nel vivere in perdita si scopre che, si trovano relazioni nuove e una gioia che riempie la vita. ‘Non temere’… La vita al seguito di Gesù non è esperienza di paura ma di gioia.

Alessandro Cortesi op

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Fratellanza come chiamata

Nei giorni scorsi ad Abu Dhabi si è svolto uno storico incontro tra papa Francesco e il grande imam dell’università di Al-Ahzar del Cairo Ahamad Al-Tayyb. Nel quadro di un convegno promosso dal Muslim Council of Elders, a cui hanno partecipato 700 leader religiosi di diverse confessioni, essi hanno firmato un documento comune sulla fratellanza.

E’ questo il frutto di molteplici contatti tra rappresentanti della chiesa cattolica e della Università di Al-Ahzar centro prestigioso di saggezza del mondo islamico. Ed è indicato come “Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.

La motivazione di fondo che guida questo scritto è la preoccupazione di una vicenda mondiale in cui sono drammaticamente presenti ingiustizie e violenze insopportabili, iniqua distribuzione dei beni che conducono l’umanità ad una distruzione totale. Come ha affermato papa Francesco: “Costruiamo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro… È giunto il tempo in cui le religioni si spendano con coraggio per aiutare la famiglia umana alla riconciliazione”.

Infatti l’estremismo religioso e nazionale insieme all’intolleranza «hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”»

La dichiarazione esorta a “cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione”.

Nel testo compare per contro l’invito a promuovere “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Ostacoli individuati sono la «coscienza umana anestetizzata” ed il “predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”.

Alcune affermazioni condivise in questo documento sono particolarmente importanti per una recezione all’interno delle singole comunità e per una responsabilità comune da attuare nel cammino dell’umanità.

Si offrono affermazioni forti sulla libertà di credere e di pensiero con una accentuazione interessante sulla sapienza divina quale fondamento del diritto alla libertà di credo e sorgente del pluralismo e delle diversità da accogliere come espressione di tale sapienza:

“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”.

Viene enunciato il rapporto tra Oriente e Occidente come opportunità e necessità data alla storia di arricchimento di civiltà e scambio che fa crescere le culture: “Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture”.

La dichiarazione afferma un concetto di cittadinanza che prevede come tutti i membri delle società debbano essere considerati cittadini e non minoranze su cui avere uno sguardo di discriminazione. E’ un concetto di cittadinanza piena che potrebbe avere conseguenze rilevanti positive in Oriente ma anche in Occidente in modi diversi.

“Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.

Un paragrafo del documento è dedicata a riconoscere i diritti delle donne e l’importanza di operare per la liberazione da diverse forme di oppressione e umiliazione della dignità delle donne.

“È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti”.

E’ una dichiarazione che potrà suscitare resistenze, ostacoli e ostilità, ma come ha ribadito Francesco, per parte cattolica si pone pienamente nello spirito del Vaticano II e da parte dell’imam Al-Tayyb costituisce un passaggio che apre una sfida all’interno del mondo islamico orientando il dibattito decisamente nella direzione del dialogo, dell’incontro e della ricerca comune dalla pace. Sono parole che segneranno la storia e se accolte potranno aprire nuovi orizzonti alle responsabilità dei credenti ed essere semi portatori di frutti buoni di pace e giustizia.

Alessandro Cortesi op

 

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2469.JPG(Kris Martin – Water – 2012 – Installazione artistica – nartece s.Sabina Roma –  gennaio 2017 – una serie di recipienti d’acqua di diverse forme, materiali e dimensioni riempiti ciascuno secondo la propria misura)

“Nel nartece di santa Sabina, ‘Water’ stupisce i visitatori. Questi contenitori sistemati i maniera casuale da Kris Martin racchiudono il loro volume d’acqua. Mentre all’altro lato della piazza l’acqua scorre giorno e notte, ogni giorno dell’anno senza interruzione, dalla fontana pubblica, qui essa è conservata preziosamente in piccole quantità in vasi di ceramica, metallo e vetro. Un tale contrasto tra abbondanza e rarità si può, mutatis mutandis, rapportare alla situazione idrologica del nostro pianeta blu. Mentre certe regioni della terra godono di abbondanza d’acqua altre sofforno di una carenza crudele del liquido prezioso: le conseguenze di questo squilibrio sono enormi  (…)

Il nartece era il luogo del limitare della chiesa dal quale i catecumeni che si preparavano al battesimo, e i penitenti seguivano le funzioni che si svolgevano nella chiesa (…)

Come i catecumeni, i vasi di Kris Martin sono anch’essi nell’attesa. aspettano di poter servire, di placare una sete, d lavare un abito. Essi hanno bisogno, per fare questo, di una mano d’uomo o di donna che li porterà per versare il loro contenuto, come l’uomo ha bisogno di un intervento umano per poter scoprire la fede, che non si trasmette che per testimonianza” (Dal catalogo ‘Auguri’ Mostra d’arte contemporanea Roma s.Sabina 23 nov 2016 – 24 gen 2017 commento di Alain Arnould op) 

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IMG_2466.JPGIs 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

La pioggia che scende dal cielo porta vita e dove giunge arreca ristoro e fa fiorire anche il deserto. Dall’incontro dell’acqua con la terra sorge una realtà nuova. L’acqua è elemento essenziale per la vita. Isaia si riferisce alla pioggia come metafora della parola di Dio: anch’essa viene dall’alto e genera una trasformazione che porta al nutrimento per gli uomini. “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10)

La pioggia è dono di un Dio i cui pensieri sono distanti dai nostri pensieri: i suoi pensieri sono infatti riflessi nella corrente di vita che l’acqua reca con sé. Sono pensieri di dono, di possibilità di vita e felicità per tutti, di gratuità che non fa differenze ed esclusioni. Come lo scendere della pioggia è dono abbondante, diffuso, così la parola irriga ovunque.

L’acqua incontra la terra dove sono presenti semi che attendono di poter germogliare: c’è una realtà in attesa di esser fecondata, ed una promessa di vita. L’acqua che scende non distrugge ma porta forza di fecondità e rimane totalmente dono.

La pioggia fa riferimento alla Parola di Dio come dono di vita. Ogni frutto e germoglio nasce da questo discendere e ogni crescita trova la sua origine in un venire della parola di Dio. Il ‘parlare’ di Dio è efficace. Come all’origine della creazione, movimento che continua. Dio parla e le cose sono fatte: “Dio disse ‘sia la luce’. E la luce fu” (Gen 1,3). Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e dona la forza creatrice di vita: quando la parola di Dio raggiunge la terra Dio è all’opera per noi, in noi. Come la pioggia e la neve non ritornano al cielo senza aver operato una trasformazione “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata” (Is 55,11).

Paolo ai Romani parla dell’attesa della creazione, come in un parto: “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”. La vicenda dell’umanità è legata insieme a quella della creazione e ne è parte. C’è un medesimo respiro che tiene insieme la vita di ogni elemento. La creazione, dice Paolo, è permeata dello spirito, presenza di Dio dentro nella creazione che vi reca un sospiro e un’attesa di liberazione. C’è un soffio di vita che unisce creazione e umanità. Gesù ha donato con la sua vita lo spirito e questo spirito genera una consapevolezza nuova della comunione della storia con la vicenda cosmica.

Nelle sue parole Gesù parla del seminatore. E’ una parabola che indica la fecondità della Parola di Dio: è seminata con abbondanza dal seminatore e non viene meno. La parabola porta a concentrarsi sul seminatore e sul seme stesso. Al cuore della parabola sta la fiducia del seminatore e l’abbondanza della sua semina. Nella prima parabola Gesù non accentua la diversità dei terreni ma l’abbondanza della semina. Il gesto del seminatore è infatti senza calcoli: getta il seme ovunque, senza preoccupazione di spreco. Nel suo agire c’è una gratuità di fiducia. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Il riferimento ad una azione quotidiana, conosciuta da chi ascoltava, è modo con cui Gesù coinvolge chi ascolta. Genera attenzione e coinvolgimento. Di fronte all’azione del seminatore che sparge con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità, lasciarsi coinvolgere: ‘che ne dite?’ E’ provocazione a chi ascolta per scegliere da che parte stare.

La parabola si fa invito alla speranza: alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà che contrastano la crescita, nonostante l’impressione che seminare sia una fatica vana. L’esito finale vedrà un raccolto addirittura spropositato nella misura. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, gli impedimenti, le contraddizioni, ma questa parabola parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore ha una fecondità oltre ogni calcolo. E il seme che sembrava sprecato porta frutto oltre ogni previsione. Gesù invita a far proprio lo sguardo del seminatore che nel suo andare distribuisce in perdita il seme nella fiducia. Gesù provoca ad imparare ad attendere e a lasciarsi coinvolgere con disponibilità. E’ lo stile di Dio. La fecondità della vita sta nell’accoglienza della sua parola. La seconda parabola che concentra attenzione sui terreni presenta poi un invito a riconoscere i terreni, a saper cogliere gli ostacoli che rendono difficile l’accoglienza della Parola. Da questa consapevolezza può sorgere una disponibilità nuova.

Alessandro Cortesi op

IMG_2860.JPGParole e ambiente

Amitav Ghosh, scrittore indiano, nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017), ricorda un’esperienza da lui vissuta in prima persona. Quando era giovane un ciclone colpì la città di Delhi causando molti morti e feriti ed egli racconta l’esperienza di una inattesa catastrofe giunta sulla città che trovò molti abitanti impreparati ad affrontare l’emergenza ed incapaci di trovare un riparo.

Questa esperienza lo ha condotto a riflettere sull’assenza nella letteratura di una capacità di parlare di fenomeni quali il cambiamento climatico che fa giungere in modo improvviso e inatteso eventi di distruzione e mutamenti profondi della vita della natura e degli uomini.

“Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa” (Huffington Post 11.07.2017; G.Fantasia, Amitav Ghosh: “Non lasciamo i cambiamenti climatici agli scienziati, raccontiamoli” )

“Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh e per questo auspica la ricerca di parole nuove per parlarne. Nel libro La grande cecità egli affronta tale questione e pone l’esigenza di ricerca di termini per poter affrontare ciò che il cambiamento climatico costituisce per l’umanità e la terra. Amitav Ghosh parla del cambiamento del clima che genera lo spostamento di popolazioni e cambia volto ai profili dell’ambiente.

Egli tuttavia osserva che l’attenzione al cambiamento climatico come questione che investe profondamente la vita dell’umanità oggi in relazione al mondo non umano non trova spazio nella letteratura: “Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. (La Repubblica, Robinson, 16 aprile 2017).

La sua riflessione diviene così denuncia di un grande occultamento posto in atto nella cultura che non si pone la domanda sugli stili di vita e le scelte di sistemi di sviluppo di una parte dell’umanità che sono cause delle modifiche del clima e stanno alla radice di conseguenze disastrose in cui sono coinvolte insieme la questione della sopravvivenza delle future generazioni e la vita della terra, delle sue specie animali e vegetali.

“… le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi”.

Con questa domanda, con sensibilità di letterato e di artista egli parla dell’attuale contesto culturale come quello segnato dalla grande cecità: “che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

C’è una pioggia che devasta, esito di scelte umane che conducono al cambiamento climatico e devastano l’ambiente; e c’è una pioggia che reca acqua alla terra e seme al seminatore e pane da mangiare…

Alessandro Cortesi op

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2622(Beato Angelico, Discorso della montagna – Firenze san Marco)

Is 49.14-15; 1Cor 4.1-5; Mt 6,24-34

“Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. All’origine della fede biblica sta la percezione di una presenza vicina. Il Dio dei profeti non idolo muto, non si confonde con un’entità impersonale, lontana, né ha il profilo di un dominatore assetato di pagamenti e sacrifici. Non è il ricattatore che minaccia terrore in cambio di sottomissione e per garantire tranquillità e pace. Per parlare di Dio i profeti riprendono esperienze umane. Così il volto di Dio ha un profilo femminile: come di donna che tiene in braccio un bambino, come di chi si prende cura delle piccole cose della vita. Se anche una donna potesse dimenticarsi del proprio figlio… “io non ti dimenticherò mai”. Dio ha volto umano, è qualcuno che non si dimentica. Il volto di Dio reca i tratti di un’umanità bella, di tenerezza e rispetto, dove non c’è traccia di possessività, dominio, violenza. E’ questa forse proiezione della nostalgia di bene presente nel cuore umano? O è accoglienza di un venire, di un manifestarsi che sta prima e da cui proviene anche ogni nostra nostalgia? Di gratuita comunicazione dell’origine che non è invenzione di ingegno umano ma scoperta da accogliere e custodire con stupore? Per l’esperienza dei profeti, uomini di fede, l’incontro con Dio apre a scoprire orizzonti nuovi della propria vita. La sua presenza non genera paura ma a Lui ci si può affidare, senza riserve. Nel suo sguardo di cura si può trovare un senso che non è un ideale, pur alto e nobile, ma è relazione di vita, incontro vivente. Dio si prende cura e non dimentica le sue creature.

E’ questa l’esperienza di Dio che traspare dalla vita di Gesù, uomo radicato nella fede dei suoi padri. Nei suoi gesti e nelle sue scelte traspare un’umanità serena, matura. Gesù non si lascia sommergere dalle cose. Non si lascia schiacciare da angustie e pesi. Il centro della sua vita non sta nelle cose, nell’inseguimento di ricchezze. E’ uomo che sa godere delle cose, sa provare stupore di fronte al bello, lo sa scovare tra le pieghe del quotidiano, nei volti di persone senza grandezza. Sa gioire insieme di tutto ciò che riempie la vita ma non se ne rende servo. Non ha posto il senso della sua esistenza nel possesso, e neppure nella ricerca di una fama e di un’affermazione di sè. Non ha interesse a farsi vedere grande, anzi la sua preoccupazione è per altro, è davanti ad un Altro. Tutta la sua vita è spossessata – in questo senso è povero – nel divenire disponibile a stare in ascolto di quanto il Padre chiede a Lui e nel dare ospitalità. Non ha abitazione propria ma il suo cuore è abitato e vi è spazio per gli altri dimenticati, esclusi e senza futuro. Il suo stare davanti al Padre è sereno, di chi sa cos’è l’affidarsi e la sicurezza di essere accolto. Sa di essere ospitato, pienamene nelle sue mani. A partire da questi suoi atteggiamenti la prima comunità parla di lui come del ‘figlio’. Al cuore della sua vita sta una fiducia radicale che comunica nei gesti di far sentire fratelli e sorelle quelli che incontra. Nei tratti della sua vita si scorge l’ineffabile di una comunione unica con Dio, il Padre.

Nelle sue parole egli comunica questa esperienza. Ne parla facendo scorgere come essa sia nostalgia dell’esistenza umana: non preoccupatevi di cose che per quanto appariscenti, grandi e importanti non possono riempire tutta la vita… C’è qualcosa di più grande e più profondo. Non si può mettersi al servizio di un padrone umano per quanto grande importante esso sia. E’ annuncio di una libertà faticosa. Tanto meno ci si può asservire ad inseguire cose che limitano il senso della vita ad illusioni di grandezza, a qualcosa che passa e non costruisce dono, condivisione.

Nel discorso della montagna Gesù chiede ai suoi di non preoccuparsi, di non angustiarsi. Certo ci sono cose che possono avere importanza ma non possono divenire il senso totale e pieno dell’esistenza. C’è una passione da coltivare, questa sì: l’autentica preoccupazione di orientare la vita a costruire rapporti di ospitalità data e ricevuta, di parola condivisa, di accoglienza della creazione, di prendersi cura. Tutto il resto è da porre in funzione di questo orizzonte. E questo libera e allarga mente e cuore. Allarga soprattutto a riconoscere gli altri, a scorgere la vita della natura, ad aprirsi a dimensioni profonde dell’essere che fanno toccare un infinito presente in noi: “non preoccupatevi per la vostra vita…Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. (…) Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Un invito proviene dalle parole di Paolo ai Corinti: “ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele”. Anche questo è un invito liberante: si può scoprire di essere chiamati ad una consegna, amministratori, non padroni. La vita stessa è dono affidato e ci interpella non da possessori da chiamati, a rispondere a… a rispondere di…. La vita viene sciolta quale percorso di restituzione nel custodire. E’ luogo in cui comunicare il volto materno di un Dio che si prende cura. E’ spazio per scorger come Dio si comunica nella fragilità.

img_2650(Beato Angelico, Pala di Annalena – dopo il restauro 2017 – part. – Firenze san Marco)

Bellezza e parola

Gesù nel discorso della montagna usa parole che danno voce alla bellezza. In questo si manifesta poeta. Jean-Louis Chrétien è filosofo e poeta. Particolarmente sensibile al valore della parola. Da filosofo riflette sulla bellezza e sulla parola che proviene dal silenzio e si fa espressione di lode e di gratuità. In un suo libro dal titolo L’arca della parola, rinvia all’immagine dell’arca di Noè che al tempo del diluvio ha ospitato uomini animali e cose facendoli giungere oltre la distruzione delle acque.

L’arca della parola presenta un duplice significato: nella parola come arca si possono radunare tutti gli esseri del mondo e si può attuare una custodia premurosa di ogni realtà. Ma anche nella parola coma arca anche noi stessi siamo ospitati e custoditi: “La parola è l’unica arca perché è l’unico memoriale e la sola promessa… Non possiamo far entrare ogni cosa nell’arca della parola se non perché essa stessa ci ha già custodito” (L’arca della parola, Cittadella Assisi 2011,28).

Ritroverei qui spunti per sondare la parola di Gesù, parola che accoglie e sa custodire e nel medesimo tempo parola che sgorga da una custodia. Gesù è poeta innanzitutto perché con la sua parola sa scorgere e far parlare il segreto delle cose. Le sa sfiorare con il suo sguardo. Non ne prende possesso, non le sciupa calpestandole. Di fronte a cose piccole e ordinarie, guardando i gesti della vita ne scorge un senso, una profondità inattesa. Gesù sa parlare di Dio parlando delle cose. Il suo è un parlare laico, aperto a tutti, non fatto di retorica religiosa. Lascia la porta aperta senza esigere condizioni di appartenenza per ascoltarlo: nella realtà scorge orizzonti che la bellezza apre. Sa scorgere la presenza di Dio racchiusa nella piccolezza della vita ordinaria.

“Che la parola umana sia un’arca mette incessantemente in gioco e in opera la sua possibilità di accogliere, offrire riparo, proteggere ogni luminoso ricominciare del mondo, riprendendo, traducendo, rilanciando i suoi appelli mormorati, i silenzi che reclamano il verbo, il suo urgente alludere (…) perché la cose possano essere convocate dalla nostra parola occorre che abbiano già in qualche modo provocato il nostro sguardo e la nostra voce, e occorre anche che abbiano fatto una sorta di irruzione davanti a noi inquietandoci. La bellezza non è la sola di queste provocazioni sicuramente è però la più autorevole. Che cosa dice? E può dire addio, ossia inviare a Dio, convocare una risposta in cui la riconoscenza e il grazie intimo non abbiano più fine?” (L’arca della parola, 127-128)

Di fronte alla bellezza la parola di Gesù si pone come gesto di meraviglia, di risposta ad una chiamata, di stupore che si ferma e raccoglie.

“Il bello, la bellezza racchiudono un appello. Un appello è più di una chiamata. E’ invito ad un coinvolgimento, ad una risposta che si fa rispondere di qualcosa e rispondere a qualcuno: Il bello ‘chiama manifestandosi e si manifesta chiamando. Che il bello ci attiri, ci metta in movimento verso di sé, ci muova, venga a cercarci là dove siamo affinché possiamo ancora cercarlo, questo è il suo appello e la nostra chiamata (vocation)’ (J.-L. Chrétien, L’appel et la réponse, Minuit 1992, 19)

Gesù si è lasciato toccare e smuovere dalla bellezza racchiusa nelle cose e questa chiamata ha suscitato una sua parola. Gesù è poeta anche perché sa lasciarsi toccare dalla bellezza. Si lascia interrogare dalla bellezza, la accoglie, ne fa spazio dentro di sè: la bellezza di una natura i cui i gigli fioriscono con i vestiti più belli di ogni tessitura e in cui gli uccelli del cielo tracciano i loro voli, sono per lo sguardo di Gesù luogo per il germinare di una parola sulla vita. Gesù sa scorgere la gratuità come il respiro profondo delle cose.

“Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, ha fatto esperienza della bellezza, in molti modi e tante volte. Un uomo è qualcuno la cui quiete è stata minacciata dalla bellezza, sebbene avrebbe potuto mettersi al riparo da questa minaccia e sottrarsi ad essa. Intensa o discreta, dolce o violenta, il più delle volte tale da avere entrambi i tratti, questa esperienza non ci lascia come prima e talvolta ha deciso totalmente della nostra vita (…) Non consumiamo la bellezza ma ne siamo consumati, siamo bruciati dal suo fuoco che solleva, rende leggeri, portandoci alla nostra pienezza e al compimento della nostra umanità (…) Un mondo privo di bellezza non sarebbe più che ciò che i greci chiamavano kosmos, il quale risplende. Una ricca tradizione di pensiero, che ha avuto molti e diversi sviluppi, ha visto nella bellezza un appello e fatto derivare kalos, ‘bello’, da kalein, ‘chiamare’. Ma che cosa nella bellezza chiama, e a che cosa chiama? Chiamandoci la bellezza ci com-muove, ovvero ci tocca, viene a toccarci là dove siamo mettendoci in cammino e sulla strada affinché non restiamo là dove siamo, e affinché non restiamo ciò che siamo. Ma dove conduce questo cammino? (L’arca della parola, 129-130)

Gesù ha saputo pronunciare parole rispettose del mondo e nel contempo parole che hanno fatto risuonare un significato profondo. La sua parola può essere letta come arca che raccoglie e sa ospitare. Ed egli è anche poeta perché la sua parola non solo si lascia concepire dall’accoglienza delle cose, ma è feconda di qualcosa di nuovo. Sa infatti generare qualcosa in chi lo ascolta: è appello e in questo si fa azione: è un fare ‘poiein’ che non si misura nei termini dell’efficienza, ma nel generare ascolto e cambiamento del cuore. Le parole di Gesù sono così anche appello alle nostre parole, che siano capaci di rispondere a… e di rispondere di…:

“Che nella nostra parola abbiamo il compito di rispondere alla bellezza del mondo e di rispondere di essa, non lo afferma soltanto la fede biblica e non si tratta soltanto di un compito religioso. Gerusalemme esprime la propria gratitudine, ma anche Atene ha un suo modo di lodare, la filosofia. La risposta che la filosofia dona al mondo è il pensarne l’ordine e la bellezza (come indica il termine kosmos). Non ogni gratitudine svolge, certo, opera di pensiero filosofico, ma ogni opera di pensiero autentico è gratitudine. (…) Pensare e ringraziare (denken und Danken) scrive tra gli altri Paul Celan, nella lingua tedesca sono parole che hanno la medesima radice (…)” (L’arca della parola, 182).

Nelle parole di Gesù come parole che custodiscono gratitudine, sta una traccia per poter dire parole che sappiano liberare la parola muta del mondo.

“Il mondo stesso è carico di parola, convoca la parola e la nostra parola perché risponda, ma non chiama se non rispondendo esso stesso già alla Parola che lo ha creato. Come potrebbe essere estraneo al verbo ciò che sussiste, secondo la fede, soltanto per il Verbo? Non si tratta di sapere se la natura ‘provi’ o ‘non provi’ l’esistenza di Dio ma di ascoltare il suo silenzio come voce visibile (…) La parola che pronunciamo sul mondo non viene da un altro mondo né gli è estranea, almeno non più di quanto lo siamo noi. Essa non si propone di imporgli dall’esterno, per nostra iniziativa, un significato arbitrario: essa vuol far risuonare il significato di cui è portatore e che, senza di noi, non può portare compimento. Cantare il mondo è tentare di concentrare il suo coro profuso e confuso nella chiarezza tremante della nostra voce umana” (L’arca della parola, 200)

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0265_2Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’incontro con il Signore nella vita di Abramo è evento che irrompe in diversi modi. Qui è venire inatteso nel quotidiano: nell’ora del mezzogiorno, presso la tenda, la sua casa, nel giungere di tre sconosciuti.

Negli ospiti che Abramo accoglie offrendo ristoro una visita di Dio tocca la sua vita. Di fronte a questi stranieri Abramo scorge la presenza di Dio: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”.

I gesti di Abramo sono quelli dell’ospitalità: procura riposo agli stranieri, li pone al centro dell’attenzione, fa preparare il cibo e vi provvede, lo condivide nel mangiare insieme.

Gesù nella casa di Betania vive l’ospitalità amica. Nella casa di Betania si respira l’atmosfera di accoglienza della tenda di Abramo. Dopo la parabola del samaritano l’episodio di Betania completa la risposta alla domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ (Lc 10,25-42).

Nella parabola lo straniero è l’unico capace di fermarsi e ‘vedere’ il volto del sofferente, e agisce concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza. Ciò che vale veramente è il servizio e la cura. Nella casa di Betania Marta continua questo stile di azione: è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ‘ascoltava’ la parola di Gesù.

Marta e Maria vanno viste insieme: in quella casa sono entrambi tese all’accoglienza. Nei loro volti sta l’indicazione di due attitudini da non separare e da tenere unite per vivere l’incontro con Gesù. Vivono insieme, in modi diversi, il servizio e l’ascolto. Ogni servizio autentico sorge dal lasciar spazio ad un parola presente nel profondo della vita e ogni ascolto è vuoto se non si traduce in prassi di servizio. Ricordando anche che una sola cosa è essenziale: le parole di Gesù richiamano a quanto è necessario per non farsi prendere dall’affanno.

Quale l’autentica cosa necessaria? Non la vita contemplativa come migliore rispetto alla vita attiva, non la contrapposizione tra chi sta in silenzio e prega e chi opera e si dà da fare. La cosa necessaria, l’unica, è intendere la vita nell’incontro, maturare uno sguardo capace di scorgere che decentra ed apre all’irruzione dell’Altro e all’incontro con i volti. La vera sorgente di fecondità della vita nonsta  nel proprio affannarsi, che talvolta genera orgoglio, non nel sentirsi a posto e appagati per l’efficienza del proprio organizzare, e neppure nel silenzio di un ascolto che rischia sempre di essere disincarnato, disimpegnato,vissuto nell’indifferenza per chi fatica, nel non farsi carico di scelte operative.  Nasce invece qualcosa di nuovo solo dalla presenza di un Altro nella vita che irrompe come ospite. In questo scorgere il limite della nostra vita, nell’accogliere il vuoto e la mancanza nel nostro esistere sorge la disponibilità di accogliere, si apre la possibilità della scoperta che l’incontro con Dio si fa vicino, si rende esperienza possibile nell’incontro con gli altri. La fede che ne sgorga è fede umile, si concepisce come cammino nella mancanza, nell’apertura all’Atro e agli altri, si scopre quale incontro che non oppone Dio e mondo, aldilà e aldiqua, materia e spirito. E’ la fede capace di vedere come il tessuto della vita stessa reca in sé i tratti della vita di Dio ed è chiamata ad ascoltare la sua chiamata all’ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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Ospite

Per Edmund Jabès autore de Il libro dell’Ospitalità (Cortina, Milano 1991) l’ospitalità è esperienza che permette alle persone umane di incontrarsi e di riconoscersi: “L’ospitalità è crocevia di cammini”. “Ti benedico, ospite mio, mio invitato poiché il tuo nome è colui che cammina. / Il cammino è nel tuo nome / L’ospitalità è crocevia di cammini”.

Fondamentale, in questo cammino dell’ospitalità, è l’attitudine di chi riconosce un vuoto in sé, una mancanza che non ha nome e non sa nemmeno quali siano le direzioni del desiderio si fa attesa: “Davvero ospitale è, fino in fondo, l’Attesa”.

Ospitanti e ospitati: forse per scorgere le frontiere dell’ospitalità è in primo luogo richiesto di scorgere la nostra condizione esistenziale di ospitati. Solo da questo riconoscimento può germogliare la capacità di vivere l’apertura dell’accogliere. Ci si deve infatti guardare dal viverla come offerta paternalistica di ricchi, nella nascosta preoccupazione di non farsi minacciare. Ospitalità può divenire esperienza che de-centra e si fa condivisione della medesima condizione umana. Scoperta che lo straniero è rivelatore delle profondità di se stessi e di dimensioni inedite della vita: stranieri a se stessi.

La tenda di Abramo è così metafora dell’ospitalità perché si lascia attraversare da ciò che viene e da chi viene: “una certa rinuncia incondizionata alla sovranità è richiesta a priori” (J.Derrida).

Per rimanere tale, e quindi capace di essere gesti di pace l’ospitalità deve mantenere il senso dell’estraneità. C’è un disagio che sorge di fronte allo sconosciuto, allo straniero. Ignorare le emozioni suscitate nell’incontro e nel percepire diversità sarebbe cadere nella falsa logica dell’assimilazione dell’inconsistenza delle differenze, del confermare solo la propria identità. Il venire di un altro porta sempre sconcerto. Forse sta qui la ragione del fatto che medesima è la radice latina per i due termini ‘ospite’ e ‘nemico’ (hospes – hostis): “questa ambiguità deriva dalla presunzione di un diritto, quello dell’appartenenza al luogo che abitiamo come fosse originariamente nostro, e la possibilità di ospitare non confermasse in fondo altro che il nostro possesso. E se così non fosse?” (S.Tarter, Evento e ospitalità. Lèvinas Derrida e la questione straniera, Cittadella, Assisi 2004,104).

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0233Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

“Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Tutta la vita, suggerisce questa pagina del Deuteronomio può essere intesa come una grande ricerca, un movimento dettato dalla passione per ritrovare gli echi di una parola nascosta. Non è lontana benché tante ricerche di senso spingano a compiere viaggi e ad intraprendere percorsi faticosi: è parola interiore, dentro la bocca e nel cuore. E’ da dissotterrare da zone nascoste all’interno del vivere che domanda solo di essere ascoltato. Tornare alla parola è sfida che rinvia alle profondità e non alla velocità, alla pazienza dell’ascolto più che alla fretta del dire. La via del bene e la via del male: due orizzonti da cogliere con una parola che sta dentro la vita. Nella bocca e nel cuore: nelle profondità del cuore, sede delle decisioni esistenziali, ma anche nei messaggi provenienti dal corpo e dal contatto con tutto ciò che è fuori, stando sul confine del rapporto con persone e cose. E’ parola sorgiva, dentro la vita di ogni uomo e donna: è provocazione a scorgere come il suo ascolto non è rinchiuso in aree definite, in religioni o chiese. E’ motivo per mantenere la vita in apertura a scorgere sempre altrove, sempre più in profondità chiamate che vengono da Dio stesso e sono impastate della concretezza del vivere e delle situazioni della storia.

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda del dottore della legge che intendeva mettere alla prova Gesù. La parabola è situata a Gerico, luogo del racconto della prostituta, l’esclusa, che accoglie i messaggeri di Giosuè e per questa sua accoglienza degli stranieri trova salvezza (Gs 2,1-14; 6,25). Come Giosué anche Gesù si reca a Gerico dove incontra Zaccheo, l’escluso, giudicato come peccatore, che lo accoglie nella sua casa (Lc 19,1-10). E nella parabola detta al dottore della legge l’ambientazione è ancora la strada da Gerusalemme a Gerico. Un uomo attaccato dai briganti, percosso e moribondo sulla strada, è soccorso da un samaritano. Il samaritano, nemico ed estraneo vede e si ferma di fronte a quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri avevano percorso quella medesima strada, avevano visto, ma erano passati oltre, dall’altra parte: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano due persone osservanti e religiose. Luca dice che ‘videro’ ma il loro modo di vedere li fa discostare, li porta a proseguire il cammino sull’altro lato della strada. Non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’. E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. E’ questo il verbo del soffrire femminile utilizzato nei vangeli per indicare la vicinanza di Dio alla nostra sofferenza umana. Il samaritano diviene immagine di Dio che si china e sente su di sé le sofferenze dell’uomo.

La com-passione si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale delle sue attenzioni: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’. Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’.

E’ la presentazione forse più alta di cosa significa ascoltare la parola che non è lontana da noi è nel cuore e sulla bocca, al centro della vita. Prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto da soccorrere. Il prossimo non è qui un membro conosciuto del proprio gruppo, della propria confessione religiosa. Gesù capovolge allora la domanda: il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha ascoltato la vita, ha accolto la parola che gli giungeva dal cuore e dal vedere. Ha riconosciuto il volto di chi soffriva e aveva bisogno di cura. Gesù non dà quindi una definizione di ‘prossimo’ da inserire in un catechismo. Rinvia al profondo della coscienza: a quel vedere che è apertura alla vita, mistica degli occhi aperti (J.B.Metz) e assunzione di responsabilità personale. ‘a chi tu sei prossimo?’ E’ possibile offrire una risposta solo nel prendersi cura di qualcuno.

Nel chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china, rialza, ci aiuta a guarire e accompagna a ‘tornare alla vita’. I gesti del prendersi cura sono forse l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura. Nel caravanserraglio del buon samaritano presso Gerico un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Harambee

‘Quando l’autobus si pianta’: è il titolo di un breve capitolo all’interno di un simpatico e agile libro che in questi mesi viene presentato in giro per l’Italia dal suo autore, politico italiano di origine emiliana, Matteo Richetti. In questo capitolo introduce una di quelle parole affascinanti e intraducibili che appartengono alle tradizioni proprie di popoli e culture: Harambee. Una parola ascoltata dallo zio, missionario per tanti anni in Kenya, che scrivendo a casa proponeva obiettivi per ‘fare insieme il nostro harambee’.

“Sì perché Harambee è la parola che si usa quando l’autobus va fuori strada. Dovete immaginarvi il Kenya dei villaggi, non dei villaggi turistici. Il Kenya quello reale in cui le strade sono terra battuta e non asfalto. Il Kenya di quando piove e il fango prende il sopravvento e la carreggiata non si vede più. E se si prende l’autobus, come fanno i re quarti della popolazione, pieno zeppo, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri, attaccati anche all’esterno, può capitare che l’autobus si impantani e che il driver faccia scendere tutti, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri e insieme si spinge al ritmo dell’harambee, ‘oh issa’. Tutti insieme e contemporaneamente, per portare a casa lo stesso risultato: rimettere l’autobus in carreggiata e arrivare insieme alla meta” (M.Richetti, Harambee. Per fare politica ci vuole passione, Guerini e associati 2016)

Caricando il malcapitato ‘sul suo giumento’ – un cavallo? o forse piuttosto un asino con cui camminava – forse si può pensare che anche il samaritano della parabola abbia vissuto tale gesto accompagnandolo con un ‘oh issa’. Il prendersi cura implica una fatica, vissuta nei termini di quella leggerezza propria di chi non fa calcoli ma si impegna e si dedica. Laddove la fatica pur presente non viene percepita perché animata dall’energia della passione. Harambee è un ‘oh issa’ detto insieme, una parola nascosta dentro al cuore e spesso inascoltata. Una sfida ad un tempo fatto di iper-velocità, di tempo reale e incapacità di vedere per l’incapacità di fermarsi, di andare lentamente. Harambee è parola da pronunciare insieme: anche forse il samaritano trovò qualcuno ad aiutarlo per caricare quell’uomo che riconobbe come lui, fragile e spossato, per portarlo al riparo. Insieme. Quanta nostalgia negli echi di tale parola da dire ritmicamente insieme: un ‘oh issa’ grido di profezia in un tempo di sgretolamenti di solidarietà, di sfilacciarsi di legami e di individualismi prepotenti.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua anno C – 2016

09_03_02.jpg(Apocalisse: i martiri ricevono la veste candida – affresco Cattedrale di Anagni cripta)

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

Il passaggio dell’annuncio del vangelo ai pagani costituisce una svolta epocale nella storia del cristianesimo. La predicazione della prima comunità cristiana restò inizialmente entro i confini di comunità giudaiche, percepita come interna ad un gruppo particolare nel quadro dei diversi giudaismi che popolavano il I secolo. Ad un certo punto l’annuncio della fede in Cristo si apre al mondo dei pagani. E’ una svolta nella storia, un evento complesso, carico di implicazioni sino ad oggi e che continua ad interpellarci in vari modi.

La comprensione della figura di Gesù, del suo agire e della sua morte si apre ad orizzonti nuovi. In tale apertura si attua anche una comprensione nuova del disegno di Dio. In tutto il Primo Testamento, l’alleanza aveva il tratto di dono di salvezza per tutti i popoli attraverso la chiamata unica di Israele. La scelta di Paolo e Barnaba è in continuità con la fede ebraica, ne risulta un approfondimento: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà ad essa. Ma è presente anche un contrasto, una prima rottura che pesa sulla storia successiva.

“Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia con franchezza dichiararono: ‘Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba rivolgono l’annuncio ad Israele che mantiene un ruolo fondamentale nella storia della salvezza. Questa apertura di universalità trae radice nelle benedizioni di Dio non solo per Israele ma per tutte le nazioni. La stessa chiamata fondamentale per Israele è quella di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita che progressivamente coinvolga i popoli e le genti straniere. Il popolo d’Israele sorge da una scelta gratuita quando era vittima e oppresso. Vive una elezione originaria finalizzata non ad un privilegio, ma ad un servizio per tutti i popoli. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Ad Antiochia si attua una svolta che trova il suo fondamento nel disegno di Dio richiamato dalla citazione di Is 49,6: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’. La figura del servo di Jahwè è vista come presenza di luce, inviato per un annuncio sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione.

Le parole di Paolo e Barnaba sono indicazione dell’apertura propria della Parola contro tutte le forme di religiosità che intendono chiuderla. L’incontro con Dio sta oltre le costruzioni e strutture religiose umane.

Paolo e Barnaba ad Antiochia fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con coraggio, attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito che conduce a vivere la gioia e la serenità profonda anche nelle momento della prova.

Questo itinerario offerto a tutti trova espressione nell’immagine del gregge e del pastore: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Nella parte iniziale della similitudine Gesù parla di altre pecore: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17)

‘Vita eterna’ non è realtà lontana e distante. Indica piuttosto la risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore: il desiderio di essere accolti e amati, di vivere la pace nell’incontro, con Dio fonte della vita.

La pagina dell’Apocalisse presenta la visione di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma abbraccia ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. La moltitudine tiene tra le mani il segno della vittoria: tutti costoro sono i testimoni che hanno vissuto la fatica della prova, la tribolazione, e provengono da ogni direzione. Il testo reinterpreta il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione si chiude con una parola di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, agnello inerme e donato, apre ad una comunione nuova che si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

Una notizia di questi ultimi giorni è che la rivista americana ‘Fortune’ ha inserito il nome di Domenico Lucano, sindaco di Riace, tra i 50 leader più influenti del mondo attuale. La presenza di questo nome è dovuta alle scelte politiche e alle attuazioni svolte nel paese di Riace in Calabria, al cuore della Locride, paese colpito dal fenomeno dello spopolamento, in una zona tristemente nota per il controllo delle ‘ndrine della ‘ndrangheta locale. Domenico Lucano ha perseguito un progetto di apertura e di speranza. L’arrivo di stranieri, profughi e rifugiati a causa delle migrazioni non è stato visto come problema da cui difendersi ma come opportunità per pensare un futuro nuovo per un borgo a rischio spopolamento. Su circa duemila residenti la popolazione degli immigrati è divenuta in pochi anni di alcune centinaia di persone.

Il paese luogo di presenza dell’antica cultura greca con i famosi bronzi di Riace – portati anch’essi lontano – si è trasformato negli ultimi quindici anni in un paese di accoglienza di etnie, tradizioni, culture, lingue diverse. Le case lasciate vuote da chi se n’andava trovavano nuova possibilità di utilizzo quale accoglienza per le famiglie di rifugiati.

Alcuni simboli ricordano l’orientamento di fondo di un progetto che mira a dare vita nuova con la valorizzazione dell’artigianato, di forme nuove di lavoro, di valorizzazione del turismo e dell’accoglienza. Nella piazza principale una porta “africana” ricorda il rapporto con l’Africa. In un’aiuola una sagoma nera di donna rinvia alle statuette tribali e indica la speranza.

Riace si è così trasformata in un paese in cui una nuova società è andata formandosi con presenza di attività artigianali di somali, afghani, nigeriani con promozione di lavori sociali, di nuove attività commerciali e con l’arricchimento della scuola per la presenza di nuovi bambini, e nella presenza di volti di origini diverse e di religioni diverse. A Riace l’accoglienza di uomini, donne, famiglie di altri paesi è divenuta così occasione di lotta alle mafie locali e promozione di lavoro e di vita sociale.

La progettualità sostenuta da Mimmo Lucano si pone in una linea di coraggio e di libertà: “questo modello si basa su un’economia solidale, sui valori di sostegno reciproco della civiltà contadina. Inoltre penso che abbiamo una responsabilità verso quei Paesi del sud del mondo a lungo depredati dall’Occidente. Per questo ospitare chi fugge dall’Africa è un dovere”.

L’azione di Domenico Lucano riconosciuta a livello internazionale è una parabola laica del ‘coraggio’ di annunciare la Parola, quel coraggio che portava ad aprire la possibilità che la Parola si diffondesse oltre i confini chiusi di appartenenze, di sistemi culturali o religiosi. La parresia di Paolo e Barnaba è forse riconoscibile oggi in queste scelte di coraggio che aprono possibilità di convivenza nuove, che respirano la libertà di realizzare una società nuova, in contrasto a tanta aria irrespirabile di rifiuto, chiusura e violenza che sta diffondendo. La parresia è la franchezza di scelte di libertà che aprono vie al diffondersi di quella Parola che è per la vita delle persone: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’.

Alessandro Cortesi op

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