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Domenica di Pasqua – 2018

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Il mattino di pasqua è segnato da due movimenti: vedere e correre. Maria di Magdala si reca al sepolcro ‘e vide…’: la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. C’è un vedere profondo che scorge il luogo della morte non chiuso ma aperto ad una novità inaudita. La pietra ribaltata è segno che esprime questo vedere interiore.

Pasqua è dono di un vedere che va oltre i segni e giunge a sorgere orizzonti che solo nell’amore si possono aprire. La morte non è l’ultima parola nella vicenda di Gesù, ma la sua vita donata genera nuova apertura.

Da qui inizia un altro movimento : quello del correre. Il vedere si comunica nel correre. Maria corre da Simon Pietro e dall’altro discepolo. E da qui ha inizio una nuova corsa, quella di Simon Pietro stesso e del discepolo che Gesù amava: ‘correvano insieme tutti e due’.

E’ un correre che congiunge il luogo della morte il sepolcro e la comunità, i discepoli: dal sepolcro ai discepoli, dai discepoli al sepolcro. Maria vide e corse, Simon Pietro e l’altro discepolo correvano insieme.

E poi ancora un vedere: giunge per primo il discepolo e vide, ma non entrò. Poi giunse Simon Pietro che ‘entrò nel sepolcro e vide….’. I segni sono le bende per terra e il sudario, posto sul capo, non con le bende per terra, ma poggiato a parte. Bende e sudario ben piegati in ordine sono ancora segni di chi ha voluto lasciare tutto a posto prima di andarsene dal luogo di fissità e di morte.

Eppure il sepolcro vuoto e i segni non sono la prova della risurrezione. Solamente un vedere nuovo può andare al di là dei segni e scorgere che la presenza di Gesù d’ora in poi sarà da incontrare in modo nuovo, non più come prima, soprattutto non racchiusa nel buio e nella morte. Entrò anche il discepolo ‘e vide e credette’.

image001Il correre e rincorrere del giorno dopo il sabato sorge da un vedere e sfocia in altro un ‘vedere’: ‘e vide e credette’. E’ l’inizio di un cammino nuovo, quello del credere, di un movimento di correre a testimoniare che la vita non può essere trattenuta e che Gesù sarà da incontrare vivente, mettendosi in cammino, ricercando la sua chiamata nella vita.

Colu che ‘vide e credette’ era il discepolo che Gesù amava. E’ capacedi un vedere nuovo che non ha più bisogno di segni. Credere è fidarsi, e dare spazio agli occhi del cuore, allo sguardo proprio dell’amore. C’è un vedere che precede e giunge prima e sa attendere.

Questo racconto tuttavia si chiude con una osservazione: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

Credere movimento della vita e fa tornare alla scrittura, la storia dell’incontro di Dio che fa alleanza e si comunica nella storia. C’è un’incomprensione che avvolge tutti, incapaci di credere. Vedere in modo nuovo e credere è un cammino. Eppure c’è un riferimento: ritornare alle Scritture, al disegno di salvezza di Dio e al dono dell’alleanza. Doveva risorgere: perché doveva? Chi ha scritto questo ricordo, come testimone di Gesù, richiama la radice dell’esperienza di Maria e dell’altro discepolo, quello che Gesù amava, ed anche di Pietro perdonato. L’amore non può rimanere rinchiuso e sconfitto, la fedeltà di Dio apre primavere inattese e novità dove pietre pesanti appaiono definitiva chiusura. La novità della risurrezione è fedeltà di un disegno di vicinanza di Dio che solo può aprire la vita al suo fiorire nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

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Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

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“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

Domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il lungo discorso di Pietro nella casa del pagano Cornelio è una sintesi della prima predicazione cristiana ed espressione di una apertura nuova: ‘sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone’. Al centro sta Gesù e la sua vita, annuncio di pace per tutti. Di lui si ricordano i momenti del suo passare: il rapporto con Giovanni Battista, il battesimo, i suoi gesti nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre. Gesù si è dato ad incontrare, vivente, a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’.

Da questa testimonianza sorge la fede: con la sua morte si è aperta una nuova storia, una speranza di vita nuova. Incontrando il pagano Cornelio, Pietro impara ancora qualcosa di nuovo per lui. Il dono di Dio non è riservato ad alcuni ma è per tutti: ‘ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Pietro porta la bella notizia, ma in modo inaspettato è lui ad essere evangelizzato: scopre quella bella notizia in atto nella casa di Cornelio. E’ liberazione dal peccato e dalla morte per chiunque si affidi al condannato della croce, per chiunque vive nella sua esistenza ciò che Gesù ha vissuto.

Due serie di verbi attraversano la pagina del IV vangelo: sono verbi di movimento – recarsi, correre, uscire – e verbi di vedere – vide che la pietra…, …vide le bende… vide e credette. Andare, correre, vedere sono le azioni del giorno dopo il sabato, ma sono anche espressione di ogni cammino dell’incontro con Cristo risorto. Questo si attua nell’uscire, nel ricercare, nel vedere.

Maria di Magdala si reca al sepolcro al mattino ‘quando era ancora buio’: la sua ricerca inizia nell’oscurità esteriore e interiore. E’ legata al passato, non c’è luce nel suo cuore. La sua è una triste ricerca del Gesù ricordato prima della passione, in un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad una apertura nuova del vedere ‘vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro’. Inizia una corsa ‘andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo quello che Gesù amava e disse: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto…”. Il suo vedere si ferma alla constatazione. Il suo cammino si aprirà solo quando si sentirà chiamata per nome: solo allora apre il cuore ad una disponibilità nuova, la luce vince il buio del suo animo (cfr Gv 20,11-18).

Simon Pietro, il primo tra gli apostoli è ritratto nel suo uscire e correre: uscì insieme all’altro discepolo… correvano insieme. Ma nella corsa viene preceduto. Tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – dice il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Pietro, il primo, deve lasciarsi guidare anche lui: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. E’ il vedere dell’altro discepolo, il discepolo che Gesù amava. Non ‘il prediletto’ ma colui che è consapevole di un amore unico e grande. Il suo vedere è il vedere dell’amore.

Il discepolo che Gesù amava corre così, insieme a Pietro, ma anche diversamente da lui. Lo attende, lo fa entrare per primo ma il suo vedere precede e apre orizzonti nuovi. Di lui si dice ‘ e vide e credette’: il suo sguardo è un vedere dentro e oltre i segni. E’ il vedere del credere. Parte dai segni ma va oltre nell’amore. Vede i teli ma il sepolcro luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. La sua presenza è da cercare e incontrare nella vita.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture. Il IV vangelo si chiuderà con una indicazione di cammino: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Alessandro Cortesi op

Vedere

Il 12 aprile 1963 in un telegramma inviato a mons. Angelo Dell’Acqua, segretario di Stato, Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, così scriveva: “Abbia bontà trasmettere Santo Padre questo messaggio. Grazie beatissimo Padre, a nome del popolo fiorentino e vorrei anche dire a nome di tutti i popoli della terra. Avete davvero, come l’Angelo dell’Apocalisse, incatenato e gettato nell’abisso il demone della guerra ed avete fatto fiorire per sempre sulla terra l’ulivo della pace. I secoli che verranno e le generazioni che verranno ricorderanno come inizio dell’era nuova del mondo questo giovedì santo 1963 nel quale Giovanni XXIII proclamò e quasi decretò la pace perpetua e l’unità fraterna dei popoli. Questa non è retorica o poesia. E’ la constatazione di un altro segno dei tempi che indica l’introduzione del genere umano nella stagione storica nuova della primavera e della mietitura. Il grano della grazia sta per diventare in tutto il mondo campo ricco di spighe che già biondeggiano…”(G.La Pira, Lettere a Giovanni XXIII. Il sogno di un tempo nuovo, ed. san Paolo 2009, 404).

Fa impressione leggere queste espressioni a distanza di più di cinquant’anni da quel 11 aprile 1963 data di pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris in cui Giovanni XXIII parlava della guerra come ‘follia’ e indicava orizzonti per un cammino di pace dei popoli. Le parole di La Pira cozzano contro la contraddizione delle devastazioni e delle violenze che abbiamo vissuto in questo mezzo secolo contrappuntato da guerre e genocidi sino ai nostri giorni nel dramma della Siria, un meraviglioso paese distrutto.

Sembrano parole di un sognatore. Eppure egli coglieva lì, in quel  testo che interrompeva secoli di giustificazione della guerra, un seme di grazia, gettato sulla terra, capace di fecondità nella storia umana. E’ parola di profezia, non di poesia come retorica, ma poesia quale parola creatrice di novità.

Oggi siamo più disincantati, più consapevoli della tragicità del presente e della distruzione attuata e possibile da parte degli esseri umani. Ciò che non può venir meno è il vedere fine dei profeti, il richiamo dei poeti, come ricorda Franco Arminio:

“E’ molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime. (…) Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro”. (F.Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere 2017, 143).

Con lo sguardo rivolto a orizzonti che coinvolgono l’intera umanità siamo rinviati ad interrogarci personalmente su come vivere il nostro uscire, andare, vedere. La poesia può essere guida:

“Abbiamo bisogno di contadini,

poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza”

(F.Arminio, Cedi la strada agli alberi, 12)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenica di Pasqua – anno C – 2016

resurr.jpgHe Qi – Resurrection

At 10,34-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Secondo il IV vangelo già la morte di Gesù, il suo essere innalzato sulla croce è luogo in cui si manifesta la gloria di Dio. Nella croce si scorge già la risurrezione, il dono di salvezza nel soffio di vita che Gesù consegna nel morire. E questa vita continua nell’affidamento di una comunità che nel soffio dello Spirito ha inizio sotto la croce.Il IV vangelo presentando così a risurrezione non dovrebbe far attendere un racconto ulteriore sulla risurrezione. Ma Giovanni riprende un elemento forte della tradizione e riporta un racconto della visita alla tomba al mattino di Pasqua in cui la tomba è trovata vuota. E poi il racconto di un incontro in cui il Risorto si dà a vedere a Maria Maddalena, e due volte ai discepoli, la seconda con Tommaso che desidera vedere. La scoperta del sepolcro vuoto e l’inizio del credere della prima comunità riveste un’importanza particolare nel quarto vangelo: la fede nel Risorto non sorge perché ci sono evidenze oggettive o apparizioni, e neppure perché la tomba è vuota. Ma perché ci si apre ad un vedere nuovo; un vedere che legge le Scritture a partire da un incontro nuovo con Gesù vivente. E’ il medesimo crocifisso ma con una presenza nuova.

Nelle Scritture si parla dell’inviato di Dio che non viene abbandonato da Dio e la sua sofferenza è testimonianza della gloria di Dio. Si delinea una ricerca, una lettura di segni e da questi la scoperta che la gloria di Dio è radicalmente diversa da ciò che chiamiamo gloria in modo umano. La gloria umana proviene dal dominio, dalla sopraffazione, dal dividere le persone. La gloria di Dio sta nel percorso di Gesù che ha fatto sua l’identità del servo, che si è chinato, ha lavato i piedi. Si è identificato con gli ultimi per introdurre in una vita che la morte non può ostacolare.

Maria di Magdala è la prima testimone: il IV vangelo la indica come la prima che “il primo giorno della settimana si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”

Il suo muoversi inizia quando era ancora buio: è una notazione non solo cronologica, con riferimento al suo partire prima dell’alba, ma il IV vangelo suggerisce di scorgere in questo buio la tenebra che ha attraversato la vicenda di Gesù. Gesù è passato dentro il buio di una vicenda che l’ha visto ingiustamente condannato, messo nelle mani dei violenti, condotto ad una morte infamante. Maria si muove in questo contesto di buio non solo della notte, ma della ingiustizia e della violenza che segnano la vicenda umana e la passione di Gesù. Ma è anche il buio dell’incomprensione, del senso di fallimento e di fine. A questo buio lei, donna tra quelle che avevano seguito Gesù, reagisce con il suo andare.

“e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. La pietra scostata è un segno di vita nel luogo della morte. E’ apertura in una realtà chiusa e sigillata. La pietra, il sepolcro e poi i teli, richiamano la narrazione della risurrezione di Lazzaro. Gesù in quell’evento aveva presentato un annuncio sulla vita più forte della morte. Di fronte alla tomba dell’amico Lazzaro Gesù aveva detto la sua fede nel Padre che sempre dà ascolto (Gv 11,42) e invita Marta ad aprirsi ad un affidamento nuovo: “Non ti ho detto che , se crederai, vedrai la gloria di Dio?’ (Gv 11,40).

“Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava…”

Nel correre di Maria che apre una serie di corse e rincorse nel narrare del IV vangelo si può scorgere un altro messaggio. La comunità che inizia la sua vita a partire dall’annuncio della pasqua è comunità che deve porsi in ricerca, che si getta in una corsa che non fa stare fermi, chiusi, immobili.

“e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!»”

La fede che inizia a pasqua è un credere che sorge da un vuoto: Maria si mette a correre e pone una domanda. La fede di pasqua sorge da una domanda di profezia che proviene da parole di donna: la fede sorge da un non sapere.

“Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.”

Quello di Pietro e dell’altro discepolo è un correre per cercare. Nel loro correre si pone il problema di riconoscere segni. Il vuoto da cui sorge la prima comunità non è una assenza e nemmeno la fine di un incontro. E’ piuttosto una chiamata a lasciarsi cambiare. La comunità, identificata nei volti di Maria, di Pietro e del discepolo che Gesù amava, scopre una chiamata a lasciarsi convertire il modo di vedere, ad aprirsi a sguardo nuovo, nel leggere i segni. In qualche modo già si attua la promessa di Gesù: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21).

“Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”.

Il sepolcro vuoto è punto di arrivo di una corsa che vede due figure a rappresentare due componenti della comunità stessa. Pietro è il responsabile, la guida, che nella passione ha negato di essere con Gesù, uno dei suoi discepoli, che ha vissuto il tradimento di Gesù; il discepolo che Gesù amava è legato a Gesù dall’affetto, dalla sintonia propria di chi ama. E’ il discepolo altro: ci sono possibilità e modi diversi di essere discepoli, di seguire Gesù. C’è un correre che può essere vissuto insieme nell’attendersi reciprocamente. Il discepolo che ama corre più veloce: l’amore precede e giunge prima. Ma si ferma e attende l’arrivo di Pietro. E ci sono segni, i teli posati. Segni non di disordine e di violazione, ma segni di cura di chi se n’è andato lasciando tutto in ordine.

“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. C’è un vedere proprio di chi ama che sa leggere dietro e dentro ai segni.

Il credere – suggerisce il IV evangelista – è questione di un vedere nuovo. E’ vivere nell’assenza in un andare in un uscire in cui ricercare i segni, e saper scorgere nei segni la traccia di una presenza.

La comunità sorge in un movimento di rincorse in cui imparare a riconoscere i segni di Gesù. Il segno della sua vita è stato il segno innalzato, il suo morire sulla croce. Al centro del credere sta il riferimento a Gesù, a come lui ha amato.

Non avevano ancora compreso le Scritture: le Scritture non sono solamente un libro da conoscere. Sono il racconto di un incontro. Dio si rende vicino, nella storia di un popolo, per una liberazione che coinvolge tutti popoli della terra. Le Scritture non sono allora un libro chiuso, ma la vita, libro aperto: la storia, la parola nascosta nel cosmo e nella natura, le situazioni quotidiane, i voli delle persone. Leggere le Scritture è imparare a riconoscere i segni del farsi vicino di Dio nelle persone, negli avvenimenti, nel ritornare a Gesù.

Questo vedere nuovo sarà anche il vedere di Maria che nell’incontro con quello che pensava fosse il giardiniere avverte la domanda : chi cerchi?. E’ condotta a cercare in modo nuovo, non più rivolto al passato con un amore di nostalgia e rimpianti, ma in un orizzonte nuovo in rapporto a qualcuno, un ‘chi’ da scorgere e vedere. E anche lei si apre ad un vedere e dirà ai discepoli: «Ho visto il Signore», il Risorto (Gv 20,18).

Alessandro Cortesi op

150941909-92b853a2-0dfd-4b31-9d09-ebe0ab7e688f.jpgBruxelles, Place de la Bourse – 22 marzo 2016 – dopo gli attentati

Di fronte alla violenza

Amal è il protagonista di un romanzo di Giuseppe Catozzella (Il grande futuro, Feltrinelli 2016). Un testo letterario che sorge tuttavia dall’ascolto di terre lontane dove matura la piaga del terrorismo, della violenza. Amal nasce su un’isola africana dove c’è la guerra tra esercito regolare e neri.

I neri sono soldati che praticano la lotta armata contro truppe regolari, arruolando adulti impregnati di desiderio religioso e bambini, iniziandoli ad una dedizione ad una causa in cui elemento religioso e desiderio di riscatto si intrecciano. Amal proviene da una famiglia povera. Suo padre è un servo di un ricco padrone, signore del villaggio. Ma Amal è amico di Ahmed figlio del signore. Amal ha sul suo corpo i segni della violenza: da piccolo è saltato su una mina e ha subito un intervento al cuore. Nella loro sincerità di adolescenti Amal e Ahmed vivono un’amicizia intensa fatta di complicità, di scorribande sulla barca a pescare, di avventure.

Ma quando i neri giungono vicini al villaggio la loro amicizia si rompe. Improvvisamente il padre di Amal, il pescatore Hassim, lascia il villaggio, recando con sé un segreto. Ahmed stesso lo abbandona e lascia il villaggio per arruolarsi con i regolari. Amal profondamente legato al mare trova dal mare l’indicazione a partire e recarsi alla grande moschea del deserto per ricevere istruzione religiosa. Lì in lunghi anni di studio, di ascesi e preghiera si trasforma. La sua vita è permeata di preghiera e Islam. Ma in questo ambiente incontra chi lo invita a farsi reclutare tra i neri. Resiste a diverse lusinghe e proposte sinché un incontro enigmatico con una figura che risulta essere il padre improvvisamente uscito dalla sua vita lo spinge ad arruolarsi.

Di qui l’inserimento in un mondo di educazione alla violenza, l’ingresso progressivo nella pratica delle armi e dell’indifferenza rispetto al nemico. Diventa un guerriero temuto. Secondo i dettami del campo gli è concessa una giovane donna da usare come schiava e per procreare guerrieri per il futuro: ma l’incontro con Marya lo apre ad un’esperienza che lo disorienta rispetto alla violenza che assorbe tutta al sua vita. La forza di questo amore lo conduce, in modi drammatici, alla scoperta che vivere per annullare il nemico, per rinunciare alla propria umanità di fronte all’altro non può esaurire la sua vita. Si apre un nuovo cammino di ritorno al suo villaggio, di scoperta della storia di quanto sua madre ha fatto per lui, dell’amore quale esile luce nel buio della sopraffazione e del dominio. Gli si apre un futuro nuovo. Da qui il titolo del romanzo: un grande futuro.

Giuseppe Cattozzella nel suo libro tocca molti aspetti che rinviano alle questioni della violenza, delle ingiustizia che segnano mondi lontani e vicini. La sua ricerca sul campo gliha offerto elementi per comprendere ciò che avviene nel mondo dove popoli interi vivono in condizioni di oppressione e ingiustizia, gli ha fatto maturare uno sguardo disincantato ma profondo. Soprattutto richiama ad un’esigenza per i paesi occidentali di “cominciare a farci carico delle responsabilità storiche che l’Occidente stesso ha maturato in Africa e in Medio Oriente”. Di fronte ai recenti fatti di Bruxelles così ha risposto in una intervista («Fondamentalismi come le cosche va sconfitta la logica dell’alveare» intervista a Giuseppe Catozzella, a cura di Alessandro Zaccuri “Avvenire” 23 marzo 2016)

“… Catozzella ha spostato lo sguardo verso il lato d’ombra del Mediterraneo. «Ma gli alveari – commenta – esistono anche lì».

In che senso?

La logica delle organizzazioni armate criminali è la stessa in tutto il mondo, dal Sudamerica alla Russia. E il terrorismo fondamentalista non fa eccezione. Basta concentrarsi sulla dinamica dei reclutamenti, che fanno sempre leva sul malcontento, sulla frustrazione diffusa negli strati più umili e disagiati della società. La potenza dei terroristi, come quella dei mafiosi, deriva da qui, da questo esercito pressoché illimitato sul quale si esercita un ascendente ammantato da motivazioni di volta in volta ideologiche, religiose o semplicemente di ribellione.

L’omertà è un altro tratto comune?

Certamente, solo che in questo caso specifico il ruolo che altrove è assegnato alla famiglia (nascondere, proteggere, camuffare) viene esteso a quella che possiamo considerare come una versione perversa della umma, ovvero la comunità dei musulmani. Ancora una volta, però, la condivisione della stessa fede è un elemento del tutto superficiale. Ad accomunare davvero sono le frustrazioni, è il sentimento di rivalsa e di vendetta.

Perché insiste così tanto sull’aspetto religioso?

Perché è irrinunciabile, in un frangente tanto delicato, preservare la differenza tra l’islam autentico e le deviazioni fondamentaliste. Prendiamo la questione, molto discussa in questo momento, della “sottomissione”, che per l’islam ha come meta ultima non la sopraffazione dell’altro, ma l’affermazione della pace interiore ed esteriore. Il fondamentalismo, oggi come oggi, è fomentato da qualche migliaio di persone in tutto il mondo, mentre l’umma musulmana comprende un miliardo e 600 milioni di credenti. Le proporzioni sono queste. Quello che dobbiamo impedire è che le migliaia si trasformino in milioni.

Come?

È la domanda più difficile, per la quale non ci sono risposte immediate. Personalmente credo che sia importante non dichiararsi sconfitti sul piano culturale. Anche nelle società più colpite, a partire dal Belgio, esistono esperienze reali di integrazione: scuole, corsi di lingue, percorsi di professionalizzazione. Proclamare la resa significherebbe lasciare campo aperto alla ferocia della banlieue, dove l’integralismo nasce appunto dal rifiuto dell’integrazione, come ho avuto modo di comprendere parlando con diversi ex fondamentalisti. Per loro quella che si sta combattendo è una guerra, e una guerra di liberazione.

Ma questo non comporta una reazione anche sul piano militare?

Siamo un crinale sottilissimo, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che l’Occidente non può continuare a perseguire la politica adottata a partire dall’11 settembre 2001. In generale, prima ancora di mettere in sicurezza i nostri Paesi, dovremmo cominciare a farci carico delle responsabilità storiche che l’Occidente stesso ha maturato in Africa e in Medio Oriente.

Quindi dobbiamo esportare democrazia?

No, dobbiamo permettere che la democrazia si sviluppi con regole proprie nei Paesi oggi esposti al fondamentalismo. Un piano Marshall per il mondo arabo, ecco di cosa ci sarebbe bisogno.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno B – 2015

Pencils-circle-660x493-e1423498044298Gen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Tre immagini possono essere raccolte dalle letture quali indicazioni di un cammino nel tempo della Quaresima, in preparazione alla Pasqua.

La prima immagine è quella dell’arcobaleno: “Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio né più il diluvio devasterà la terra… Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.

L’arco è arma di guerra, di opposizione: Dio lo ripone, appendendolo tra le nubi, per sempre. E’ forte immagine poetica. Da segno di guerra l’arco viene trasformato nella sua funzione e reso promessa di una pace che unisce cielo e terra. Ancor prima del patto offerto ad Abramo, c’è un legame, un patto per sempre che coinvolge non solo un popolo ma tutte le genti e l’intera creazione. E’ un disgno di pace come orientamento dell’esistenza che unisce umanità alla terra e al cielo, disegno di Dio e desiderio umano. Tutta l’umanità reca in sé una promessa di pace: uomini e donne di ogni lingua popolo, razza e religione… Ed anche le piante, le creature della terra e gli animali sono coinvolti in questo orizzonte di vita, di pace, di sintonia che unisce cielo e terra. Appare qui un volto di Dio che reca pace alla terra e il volto di una umanità e di una creazione destinate ad un compimento di pace. L’alleanza con Noè ci parla di un disegno di incontro che coinvolge ogni persona e tutta la ‘realtà bella’ uscita dalle mani di Dio nell’evento della creazione.

La seconda immagine è quella di una discesa. La prima lettera di Pietro legge la vicenda di Noè e il diluvio come figura del battesimo, segno di inserimento della nostra vita nella vita di Cristo e della chiesa. Il battesimo, segno della Pasqua unisce inizio e fine. E nel battesimo una immersione in quella discesa vissuta da Gesù. “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che racconta la Pasqua. Proprio all’inizio di Quaresima è suggerito uno sguardo al punto finale. Nella tradizione occidentale la Pasqua è vista come una salita: la risurrezione (‘rialzamento’) vede Gesù che sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, proprio della tradizione dell’Oriente. È quello della discesa: Gesù risorto, passato attraverso il buio della morte scende agli inferi per prendere per mano e per liberare una umanità in attesa. Adamo ed Eva sono le figure che simboleggiano in affreschi, mosaici e dipinti, l’umanità che attende liberazione. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare.

Una terza immagine: il deserto. Nel deserto, luogo inospitale, Gesù vive l’esperienza di un’armonia nuova. E’ la vicinanza di Dio. Anche nel luogo della prova ci sono presenze di Dio vicine: gli animali del deserto, gli angeli lo servivano. Il deserto, luogo dell’aridità e della prova, è anche luogo della solitudine davanti a Dio, dell’alleanza, nuovo giardino della creazione. Gesù è così presentato come nuovo Adamo che vive in una sintonia nuova con la natura e il mondo animale: le fiere e gli angeli. Qualcosa di nuovo sta iniziando con la sua vita e coinvolge tutto il cosmo. Marco descrive una breve scena ma tutta la vicenda di Gesù è cammino nella prova. In tutta la sua vita egli si è dovuto confrontare con la prova, tentazione, fondamentale: come intendere la chiamata ricevuta e accolta nel battesimo? essere il messia in ascolto del Padre o seguire i progetti di dominio, di prepotenza e di successo? Essere il Figlio che risponde alle attese di miracoli, di dominio, di affermazione religiosa come potere, o vivere come il ‘servo’ che dona la sua vita?

Il primo annuncio di Gesù è la bella notizia del regno di Dio che si è fatto vicino. E’ una parola che dice la solidarietà di Dio con noi, con la storia. Da qui il richiamo, l’imperativo a convertirsi e a credere. La bella notizia si fa appello per essere accolta e per un affidamento. L’irrompere del regno è espressione che va tradotta nel modo di intendere non una nuova signoria, non la sottomissione ad un nuovo padrone, ma la vicinanza di un Tu amante, dal profilo di padre materno, che desidera vita e liberazione per ogni figlia e figlio, che apre ad un mondo in cui nessuno sia scartato o tenuto fuori, nessuno sia escluso.

CruciscoptiAlcune riflessioni per noi oggi

Un’alleanza che coinvolge cielo e terra diviene oggi una questione radicale per la vita presente e per le generazioni che verranno. “Il problema climatico è piuttosto semplice. Nel momento in cui l’attività umana produce la maggior quantità di gas a effetto serra, vengono distrutti (…) gli spazi naturali di assorbimento di tali gas: le foreste e gli oceani. Il risultato è che il pianeta ha perso la capacità di rigenerarsi e che ora avremmo bisogno di un pianeta e mezzo per ripristinare l’equilibrio della natura” (François Houtart, Un grido d’allarme, Adista 14 febbraio 2015,13). Le tre grandi aree mondiali di riserve forestali sono state o quasi interamente impoverite come la Malesia e Indonesia, o sono in pieno processo di devastazione come le aree del Congo e dell’Amazzonia. Si pone davanti a noi la questione di una trasformazione del modello di civlità passando dall’ideologia della crescita ad una ‘conversione ecologica’. E’ un tema che investe responsabilità dei governi e a livelli macro, ma anche richiede cambiamenti di stili di vita nel quotidiano. La terra è partecipe di un’alleanza e di un disegno di salvezza di Dio sulla creazione.

Viviamo un tempo in cui la barbarie avanza: le immagini di esecuzioni sommarie di persone innocenti hanno generato in questi giorni orrore e reazione. Segno di barbarie è anche il commercio delle armi, e l’uso di armi sofisticate che sta dietro all’affermarsi di forze che usano violenza. E ancora, la logica che si sta inoculando ancora è quella della guerra pensata come via di risoluzione dei conflitti e unica via per fermare gli assassini. Non scendere a compromessi con la violenza, rimanere forti contro la barbarie non implica necessariamente l’uso dello strumento della guerra. Al contrario la consapevolezza che ogni violenza genera altra violenza e che solo rompendo questa catena si può invertire l’aumento della barbarie può essere criterio guida per scoprire oggi una promessa di pace affidata alla nostra responsabilità. L’ultima relazione sull’export di armi italiane nel mondo afferma “che il conflitto, finché non bussa alle porte, fa bene all’Italia. Per quanto opaco e approssimativo, il documento certifica che nel 2013 non c’è stato alcun crollo nelle esportazioni di sistemi militari italiani come sovente sostenuto dalle imprese e da ambienti della Difesa: sono stati infatti spediti nel mondo armamenti made in Italy per oltre 2,7 miliardi di euro (€ 2.751.006.957) (…). E dunque l’Italia che vuole imporre la pace nel mondo continua ad armarlo alla guerra” (Thomas Mackinson, Libia, l’Italia fa affari su export armi. Ma il Parlamento non ne parla da 8 anni, “Il Fatto quotidiano” 18 febbraio 2015)

Come ha ricordato un documento elaborato da Rete della Pace, Campagna Sbilanciamoci e Rete Italiana per il Disarmo: ” riteniamo che sia necessario dispiegare una molteplicità di azioni, tra le quali: (…) Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e di petrolio, le complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione. Un modo per non diventare complici in un conflitto che ci vede già molto responsabili, e per non essere “imprenditori di morte pronti a fornire armi a tutti” come ha ricordato oggi lo stesso Papa Francesco. (cfr. Reti Pacifiste e disarmiste: “Guerra e intervento militare non sono soluzione per la martoriata Libia”, “Il Manifesto” 19 febbraio 2015).

Gesù nel suo discendere fino alla morte si fa vicino a tutte le vittime e scende fin negli abissi più profondi del male per liberare ad una vita nuova. Chi lo accompagna nel suo discendere è oggi testimone martire, come i ventuno operai egiziani copti, uccisi in Libia solamente in ragione del loro essere cristiani: mentre venivano uccisi si affidavano al Signore Gesù pronunciando il suo nome. Insieme a loro Lui stesso discendeva per aprire, nella loro prigionia, la speranza di una vita oltre la morte. Il loro sangue testimonia la speranza di una pace nell’accoglienza e nella cura per l’altro.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3447At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

C’è qualcosa che sta a cuore all’autore del IV vangelo: è una preoccupazione profonda. E’ espressa nelle ultime righe di questo scritto e ne è la chiave di lettura: “molti altri segni fece Gesù davanti ai suoi discepoli. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30). Quanto è stato scritto fa riferimento a ‘segni’ compiuti da Gesù e quanto è stato scritto è in vista del credere e della vita: perché crediate. Ma il verbo greco utilizzato, un congiuntivo presente, suggerisce una importante sfumatura del ‘credere’. Reca l’idea di una azione che continua: i segni sono stati scritti perché ‘continuiate a credere’. Il testo quindi si rivolge a credenti che sentono il bisogno di essere accompagnati e sostenuti nel cammino del credere, per non perdere ciò che è essenziale, per non perdere soprattutto il senso del cammino del credere sempre da ricominciare, per tutti. E tutto questo ha che fare con il senso profondo della vita del divenire uomini. Tutto si concentra qui: nella questione della fede, o meglio del credere, che dice movimento, ricerca, tensione verso.  Così i racconti del ‘primo giorno della settimana’ rinviano ad un riflessione sul credere. Quando nasce il credere dei primi discepoli? Che cosa vi sta al cuore? Come vivere da credenti sempre sfidati dal non credere o dalle forme falsate di una religione in cui si perde di vista l’essenziale?

La vicenda di Tommaso che vive la fatica del credere è indicativa di un percorso che è anche il nostro. I percorsi più profondi del credere si scontrano con il dubbio, la fatica. Come per Tommaso. Nel suo percorso desidera ‘vedere’ e non accoglie la parola della comunità degli altri discepoli che gli dicono ‘abbiamo visto il Signore’.

In questa pagina sta l’indicazione del percorso che i primi discepoli compirono per aprirsi alla fede pasquale, la fede che Gesù il condannato della croce è stato costituito da Dio, Signore e Figlio. L’aprirsi al ‘vedere’ della Pasqua non è frutto di una scoperta umana o solamente di un processo interiore e psicologico. Il testo indica come il venire di Gesù e il suo ‘stare in mezzo’ in modo inatteso gratuito, apre ad una esperienza dai caratteri totalmente nuovi. E nello stesso tempo questa irruzione di presenza, il suo ‘farsi vedere’ non va senza un percorso faticoso che coinvolge i discepoli. E’ anche percorso soggettivo, ricerca a partire dalle Scritture, scoperta del perdono ricevuto, consapevolezza di una presenza che si fa incontro in modo totalmente nuovo. Tutto questo li cambia dentro. I discepoli scoprono nella loro esistenza come la presenza nuova di Gesù diviene per loro e in loro una nuova creazione. E’ soffio di vita e vita nello spirito che è forza che apre e spalanca per uscire. Il primo dono del Cristo risorto è la pace che proviene dalla presenza dello spirito e che genera la novità della riconciliazione. Sta qui la radice di un credere che sorge con la gioia e vive della gioia di un incontro al suo cuore.

“Essendo dunque sera, in quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte dove erano i discepoli per timore dei giudei venne Gesù e stette nel mezzo e dice loro: Pace a voi. E detto questo mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque gioirono vedendo il Signore”.

Tutto avviene nel primo giorno della settimana per il IV vangelo: sarà questo il segno del primo giorno della settimana, giorno del Signore, in cui la comunità si ritrova a dirsi e ridirsi “abbiamo incontrato il Signore” e ad aiutarsi nel comune cammino del credere nell’accogliere la presenza del Signore che sta in mezzo e fa divenire i luoghi chiusi e le porte chiuse luoghi di apertura e di comunicazione. Giorno e tempo in cui accogliere un invio ed una missione che si accentra sulla pace: “perdonerete…” è promessa di un dono all’intera comunità dei credenti a portare una parola di perdono. In questa parola di perdono si rende attuale l’esperienza della risurrezione: dove l’amore vince la violenza, dove il perdono vince la vendetta, dove la pace è tessuta contro l’ingiustizia.

Ma nel faticoso itinerario di Tommaso c’è anche la scoperta che credere è aprirsi a cogliere la continuità tra il crocifisso e il risorto. Non è un altro, ma il medesimo: il risorto porta nel suo corpo il segno dei chiodi. Il credere pasquale sarà sempre un credere all’ombra della croce. L’incontro con il risorto rimarrà sempre incontro che rinvia a seguire Gesù sulla via che ha percorso, nella fedeltà ad una missione intesa come pro-esistenza, ascolto del Padre e solidarietà con l’uomo, che gli ha fatto incontrare l’ostilità e il rifiuto e lo ha condotto alla condanna, alla morte e alla morte di croce.

La provocazione di Tommaso diviene così importante: è infatti quasi una protesta rivolta ad una comunità legata a Gesù, ma che è ancora chiusa, rinserrata, a compiere un cammino, a scoprire aperture nuove, a lasciarsi fare nuova dal soffio che richiama al soffio della creazione. Non sarebbe possibile senza il venire e lo stare in mezzo di Gesù, del dono dello Spirito. Ma è un cammino che diviene ‘continuare a credere’ in modo nuovo. “Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto”. Ma come è possibile credere senza vedere? E’ il credere che sorge e cresce nell’accogliere i segni che sono stati scritti, nel ritornare a Gesù, alla sua morte ma anche a tutta la sua vita in cui ha vissuto l’amore fino alla fine; è anche il credere condiviso in una comunità, che vive l’esperienza di essere perdonata e del perdono come segno di una vita animata a un soffio nuovo.

Tommaso è la figura del credente che si mantiene in quella attitudine che il vangelo di Marco suggerisce: “Signore io credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24) E’ anche esempio di chi si pone domande, di chi non rimane chiuso e ha il coraggio di affrontare le difficoltà e di presentarle anche agli altri. Desidera un incontro autentico e le sue ultime parole sono ‘il mio Signore, il mio Dio’. Nell’uomo sfigurato dai segni di una ingiusta condanna e segnato dalla sofferenza riconosce il volto di Dio che Gesù ci ha fatto ‘vedere’. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato” (Gv 1,18)

Viviamo tempi di precarietà, di messa in discussione di tante cose date per acquisite e che rivelano la loro fragilità e inconsistenza, ma sono anche tempi in cui assistiamo a irrigidimenti e ripiegamenti. La fede viene confusa con forme religiose o il credere viene identificato in forme dottrinali o nell’adesione a forme culturali. Dove non c’è fatica, critica, ricerca. Spesso le provocazioni a mettersi in discussione a smuoversi e cercare provengono da chi è percepito come disturbatore, da tener lontano. Anche nella chiesa le parole di chi solleva problemi, apre interrogativi, pone sfide è spesso tacitata come parola di teologi non allineati o di persone da lasciare ai margini e allontanare. Certamente vi sono forme di protagonismo, alla ricerca di visibilità e di supremazia, ma come Tommaso, spesso nascosti e in solitudine sofferta, tanti vivono l’inquietudine del credere animati da tensione e domanda: sono importanti le provocazioni degli esploratori da cui vengono notizie nuove che portano percorsi nuovi, le domande degli indagatori che portano respiro nuovo alla vita e soffio di apertura. Tommaso si dimostra ribelle ad un modo di vivere il riferimento a Gesù nella paura e nella situazione di chiusura, con le porte sbarrate per timore… E’ voce critica a fronte di una comunità fissata ed incapace di muoversi al di fuori, verso l’altro. Tommaso costituisce la provocazione contro il pensare la fede come un dato acquisito, che mantiene nella paura e non come lenta gestazione che apre al coraggio di uscire. E’ figura di tutti coloro che provocano con la loro inquietudine. E’ un inquieto Tommaso, nel cuore, come tanti che oggi vivono percorsi del credere nella ricerca appassionata e nella fatica di un domandare che non ha paura dei dubbi e delle critiche.  L’esperienza di Tommaso è presente in molti che sono spesso visti con sospetto in ambienti clericali e devoti. Dovremmo saper ascoltare tutte le persone che rimangono fedeli ad un profondo desiderio di autenticità e alla profondità di un credere che divenga esperienza profonda nella vita e che faccia vivere: un incontro del Signore ‘per me’ mio Signore e mio Dio’ e nello stesso tempo insieme. Insieme ad una comunità chiamata a scoprire che solo nell’annuncio della misericordia, del perdono, non nella pretesa di essere essa stessa al centro, ma lasciando Gesù stare in mezzo, trova il senso della sua vita.

Alessandro Cortesi op

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Omelia della veglia nella notte di Pasqua – 2013

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Il tempo regalato nella notte: è questo il primo segno di questa sera. E’ forse tempo per ricordare il senso del nostro tempo. Prima che tempo da sfruttare o da trattenere è tempo da restituire. Il vegliare vuol dire questo. E’ tempo da restituire nel camminare insieme, nell’ascoltare, nel custodire la luce di questa notte. La luce che è Cristo nostra Pasqua: è lui primizia di primavera e di risorgere di vita che ci accoglie e coinvolge.

E poi il fuoco, la luce. E le parole che hanno riannodato, accompagnando a riprendere il filo di un gomitolo, i vari momenti di una storia. Dio che si fa vicino e scende a liberare.

Il canto dell’Exsultet: al suo cuore sta l’elemento decisivo che sostiene la vita dei credenti: non una spiegazione della sofferenza, ma l’annuncio che solo la fiducia incondizionata e totale nel Dio benevolo e misericordioso apre le porte di una vita nella libertà. Nella croce di Gesù, che ha attraversato la sofferenza sta il consolante messaggio che Dio non abbandona nessun angolo della vita umana, anche quello oscuro segnato dall’abbandono, dall’insensatezza, dalla solitudine e dal vuoto. E questo esile annuncio di fede che ha solcato la pesantezza del buio della notte dà la speranza che la sofferenza e il male non è l’ultima parola, ma nella nostra vita e nella vita di ogni uomo e donna c’è l’orizzonte in cui la sofferenza sarà eliminata per sempre. Lui il crocifisso è stato risucitato dal Padre; lui il condannato della croce è costituito Unto e Signore, aprendoci la via della libertà.

E poi l’acqua: l’acqua del primo mare, l’acqua del mar Rosso, l’acqua della liberazione, l’acqua vista dalla Bibbia come rinvio alla parola: come l’acqua scende dal cielo, così la parola, come l’acqua non ritorna senza effetto, e fa germogliare e genera processi vitali frutti, cibo, vita, così la parola “non tornerà a me senza aver operato quanto desidero…”. La parola al centro, la parola di Dio nelle parole di uomini.

Ed è una parola l’annuncio che inizia con una domanda: “perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea”

E’ annuncio che distoglie da un presente chinato sul luogo della morte. Apre ad una ricerca nuova ed offre tracce nel passato. Solo ritornando a quello che Gesù ha fatto e detto si può vivere un incontro nuovo con lui. E’il vivente da cercare portando il ricordo, ma non lasciandosi imprigionare dal ricordo. Facendo del ricordo la spinta per maturare speranza.

Le donne recatesi quando era ancor buio al sepolcro, cercano ma non trovano. La loro ricerca è indirizzata al corpo del Signore. E questa ricerca fallita è illuminata dalla voce di due uomini – dice Luca -, portatori di una parola che viene da altrove. E’ la parola al centro della pagina costruita proprio attorno ad essa: il vivente non va cercato tra i morti, ma va cercato altrove, nei luoghi della vita. I credenti d’ora in poi sono invitati a cercare, a cercare sempre, a cercare oltre.

Non sono invitati ad altro se non a cercare, a cercare il suo corpo come corpo di un Vivente. La fede in lui come ricerca del suo corpo, della sua vita in relazione. Non è casuale questo invito. Nel vangelo di Luca si potrebbero rintracciare tante ricerche di Gesù. Sarebbe bello ripercorrere i vari percorsi della ricerca di Gesù nell’intero vangelo di Luca che sembra proprio tessuto su questo filo di base.[1]

‘Non cercate qui ma altrove…’ è l’invito dei messaggeri di Dio; per contro c’è l’indicazione di una ricerca da iniziare. Non nei luoghi della morte ma altrove. E’ vivo. Ma allora Gesù è da cercare, in un movimento che si pone tra la memoria e il presente, tra il ritorno alla Galilea, la ricerca delle sue tracce e l’inseguire i segni della sua vita.

Troppo spesso abbiamo rinchiuso Gesù in un possesso fissato in sistema religioso o nella prccupazione di costruire e mantenere strutture clericali, o in una dottrina chiusa nella pretesa di ridurre tutto a spiegazione, non aperta a ricerca, al silenzio delle domande radicali, alla fede nuda, al riconoscimento della alterità di Dio nella nostra esistenza. La fede è ricerca, la vita cristiana è ricerca, l’esistenza in rapporto al risorto è cercare nella vita.

Ma il cercare è l’attività di chi non sa, di chi chiede, di chi ha bisogno dell’altro, di chi si apre ad accogliere in modi insospettati il suo passare. Dentro la vita. E’ vivente. In queste parole si apre un modo di intendere la fede come relazione e apertura. Il cercatore è l’opposto del difensore tronfio e presuntuoso, è anche l’opposto di chi pur in atteggiamento umile, pensa di dover solo dare – si pensi alle varie forme di paternalismo così diffuse-: il cercatore è povero in radice. Povero perché sa che da ogni altra povertà può farsi cambiare e può lasciarsi aprire alla verità della sua vita e all’incontro con colui che si è fatto povero per noi… L’indicazione di cercare altrove è il delineare anche di una identità di chi crede, che non potrà mai essere identità senza l’altro, senza interrogare, senza leggere i segni, e senza lasciarsi provocare da altri.

Non cercate qui ma altrove, e forse anche c’è anche un altro invito che dovrebbe risuonare dalla lettura del tema dela rcierca nel vangelo di Luca: non intestardirti a cercare, ma lascia spazio a colui che ti cerca. Prima della ricerca umana c’è una ricerca che precede. Lui per primo viene a cercarci nel cammino della vita, e lui si fa vicino, in modi che lui solo sa, laddove non c’immaginiamo (come dirà il racconto dei due di Emmaus), talvolta nella presenza di uno sconosciuto o di un incontro imprevisto. La messa in guardia di Luca in questa pagina è di capovolgere il modo di pensare religioso. Stare nella vita, leggere il presente, accogliere i volti stranieri, lasciarsi interrogare dalle situazioni, dalle voci diverse, dalle altre culture, lasciarsi ferire dalla critica e dal rifiuto rintracciando anche lì la voce del Vivente che mette in cammino. D’ora in poi colui che è vivo si farà vicino nelle parole della vita, nelle parole scambiate, nei cammini condivisi, nei gesti che profumano di ospitalità.

E’ capace di cercare chi sa confrontarsi con una assenza: tutta la vita credente sorge da una assenza, da una mancanza, come anche tutta la vita umana si pone in una ricerca di un tu che sia di fronte, si confronta con il limite e con la mancanza. In questa esperienza di essere soli, Luca suggerisce che la Pasqua apre ad un percorso nuovo, rompe con i ritorni delusi per aprire sempre a nuove partenze.

Non solo ma ci dice anche che il vivente è più di ogni libro che parla di lui, è solamente nella vita che può essere incontrato, solo immergendoci nell’esistenza, nella comunicazione e nell’incontro è possibile trovare sue tracce che resteranno sempre e solo tracce che rinviano ancora a ricercarlo, mai a pretendere di essere coloro che esauriscono la conoscenza di lui. Così come lui si è fatto incontrare nella sua umanità: ritrovare l’umanità di Gesù, la semplicità dei suoi gesti, il senso profondo del suo passare facendo del bene.

Porto una domanda questa notte: quale è il significato possibile della Pasqua per credenti e per non credenti? Per i credenti è apertura alla ricerca, e direi anche per chi non crede. Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». E ancora parlando di tempi angosciosi “Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… l’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti  è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio… tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”

Le donne sono le prime che accolgono l’annuncio della risurrezione. E’ indicazione fondamentale: la scelta delle donne in un mondo in cui la loro testimonianza non aveva valore e questa traccia conservata nei vangeli, mantenuta nonostante le possibili critiche a cui si esponeva. E’ traccia importante. Ancor oggi le parole più profonde di vangelo provengono da persone che non hanno diritti riconosciuti di testimonianza, da uomini e donne liberi, non integrati in appartenenze chiuse, non impauriti.  Sono le persone che vivono la fiducia nell’umanità, la ricerca dei volti degli altri, la capacità dei gesti di cura possibili, nel tessere relazioni nuove, anche in situazioni di morte. Sono costoro che fanno avanzare il mondo, credenti o non credenti. In questa fiducia sta il senso della Pasqua che unisce credenti e non credenti, in una medesima apertura a vivere la povertà di questa notte nella possibilità di attendere dagli altri e dall’Altro la luce che è lampada ai nostri passi.

Dono della Pasqua non è solo l’uscire dal luogo della morte di Gesù, ma è il dono di una possibilità offerta a noi di non rimanere chiusi da tutte le pietre che rinchiudono e opprimono la vita. E’ apertura ad una possibilità di libertà, anche nelle situazioni più pesanti e faticose. Nella fiducia in Dio e nell’umanità.

Alessandro Cortesi op


[1] A partire dal momento della sua infanzia quando Gesù viene rimproverato dalle parole di Maria: ‘tuo padre e io ti cercavamo…’ (Lc 2,44-48) Ma poi c’è anche la ricerca della folle che lo cercava dopo che avevano visto le guarigioni di Gesù a Cafarnao (Lc 4,42) e che cercava di toccarlo (Lc 6,19). Ma c’è anche un’altra ricerca, quella di Erode incuriosito, che cercava di vederlo (Lc 9,9). E Gesù nelle parole conservate da Luca invita alla ricerca ‘cercate e troverete’ (Lc 11,9). E d’altra parte Gesù ha parole dure per una generazione malvagia ‘che cerca un segno’ (Lc 11,29) ma ad essa non sarà dato se non ‘il segno di Giona’. E ancora ‘non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l’animo in ansia’ cercate piuttosto il regno di Dio (Lc 12,29-30): c’è una ricerca che mantiene nell’angoscia e c’è una ricerca che assorbe tutta la attenzione di Gesù, la ricerca del regno di Dio. C’è anche un ricerca presentata nelle parabole. E’ la ricerca di Dio che si fa incontro: un padrone che viene a cercare frutti dal fico piantato nella sua vigna (Lc 13,6). Ma c’è anche una donna che nella casa cerca attentamente se ritrova la dramma perduta (Lc 15,8) e così c’è il pastore che va dietro alla pecora perduta finché la ritrova: la cerca (Lc 15,4) così come il padre che va alla ricerca prima del figlio che si è allontanato da lui e poi dell’altro che è rimasto vicino. E anche Zaccheo – dice Luca – cercava di vedere Gesù, ma scopre di essere per primo da lui cercato: ‘il Figlio dell’uomo è venuto infatti a cercare e a salvare ciò che era perduto’ (Lc 19,10). C’è un contrasto di ricerche: anche scribi e farisei cercano ma nel tentativo di farlo perire (Lc 19,47), e così scribi e sommi sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso (Lc 20,19) ma ebbero paura del popolo. E il racconto della passione inizia ancora con un movimento di ricerca: ‘cercavano di toglierlo di mezzo’ (Lc 22,2) e così ‘Giuda cercava di trovare l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla’. Gesù proprio nel Getsemani dice a Pietro: ‘Simone satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te’ (Lc 22,31). L’intero lavoro di Luca come evangelista si pone nell’orizzonte di ‘fare ricerche accurate’ (Lc 1,3).

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Domenica di Pasqua – anno C – 2013

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(Gerhard Richter, vetrata, Cattedrale di Colonia)

At 10,34-43; Sal 117; 1Cor5,6-8; Gv 20,1-9

Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando ancora era buio e vide…

Era buio dentro il suo cuore ed era buio perché ancora la luce dell’aurora di quel mattino di primavera non era spuntata. Il IV vangelo presenta un gesto di amore in apertura di questa pagina: il primo passo della fede sorge da un amore che spinge, da una nostalgia di stare vicino, dal recare nel cuore il desiderio di ritrovare il volto di Gesù. Maria è testimone di un rapporto profondo umanissimo e tenero con Gesù, testimone della scoperta che nella sua vita quell’uomo ha aperto speranza, senso e gioia ai suoi giorni. L’ha chiamata per nome e Maria non può dimenticare quella voce e quello sguardo. Da qui nasce l’alzarsi presto e il cammino che la conduce a vedere. E’ il vedere di una donna – sottolinea Giovanni – e la sua parola il primo germoglio della fede pasquale. Maria di Magdala prende il coraggio, forse insieme ad altre – ma il suo nome è ricordato dal IV vangelo – di alzarsi e andare al sepolcro e vide…Si ritroverà Maria in un altro racconto, sola nel giardino davanti al sepolcro vuoto, in un incontro in cui lei viene accompagnata a spostare la sua ricerca. Maria sta cercando, ma rivolta al Gesù del passato, è legata al ricordo e presa dalla tristezza della morte. Ora dovrà aprirsi a ricercarlo in modo nuovo, vivente, senza trattenerlo…

Il vedere di Maria si fa annuncio e comunicazione: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. La tomba vuota di per sé non dice nulla, è segno anche contraddittorio ed apre a pensare varie ipotesi: un trafugamento, oppure uno spostamento. Tuttavia Maria parla di Gesù come ‘Signore’ e così già dice qualcosa della sua identità di colui che ha vinto la morte. Ma dice anche il suo smarrimento di fronte al non sapere…

Da questo primo cammino che è cammino di visita e di attesa, un cammino segnato dall’amore, prende avvio un secondo cammino, quello di Pietro e del discepolo che Gesù amava. Inizia dal vedere di donna, e sorge dal desiderio di amore recato nel cuore da Maria di Magdala. Pietro e l’altro discepolo uscirono insieme e correvano. Non più un cammino ma una corsa. Insieme. Ma l’altro discepolo correva più veloce e arrivò per primo. In questa corsa l’autore del IV vangelo descrive un’esperienza profonda che riguarda i rapporti tra i due, ma non solo, anche tra diverse componenti della comunità credente: Pietro, il primo dei dodici, diviene simbolo dell’istituzione. L’altro discepolo, quello che Gesù amava, è il discepolo segnato dallo sguardo dell’amore, diviene simbolo del carisma, del dono che apre il cuore e lo rende capace di vedere oltre. Pietro diviene così simbolo dell’istituzione, e il discepolo dell’intuizione e del dono di chi ama. Il discepolo giunto al sepolcro vide i teli posati e si arresta sulla soglia, ma non entra. Attende Pietro che vede i segni presenti: i teli, il sudario avvolto in un luogo a parte. “Allora –dice il IV vangelo – entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo, e vide e credette”. Era giunto per primo e si era fermato sulla soglia, attendendo che fosse Pietro per primo a fare ingresso nel sepolcro. Quando però entra per primo ‘vide e credette’ – dice Giovanni – . Il suo vedere non si ferma alla superficie, sa leggere dentro. E’ un vedere nutrito di un rapporto profondo con Gesù, e si apre al credere. Quei segni che di per sé sono ambigui indicano che Gesù non è rimasto prigioniero della morte, ma la sua fedeltà all’amore sino alla fine ha vinto la morte. Dio non lo ha liberato dalla morte ma lo ha liberato nella morte. Il discepolo compie così il passaggio dai segni al credere.

Ma l’annotazione finale è tagliente: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risuscitare dai morti”. Sembra che tutta la Scrittura sia racchiusa e sintetizzata in questa necessità: che egli doveva risorgere dai morti. E’ una chiave di lettura di tutta la Scrittura, ma è anche una indicazione alla comunità per tornare alla Scrittura e scoprire, proprio partendo dalla Scrittura che tutta la vicenda di Gesù s’inserisce nel cammino dell’alleanza e dell’incontro del Dio di Abramo Isacco e Giacobbe, dell’esodo e dei profeti con l’umanità.

Vorrei suggerire due annotazione per leggere questa pagina nel nostro tempo.

Questa pagina ci parla di cammini che sorgono dall’amore: sono cammini di ricerca. In un tempo in cui ci si chiede come si può trasmettere la fede e come la fede può essere generata nei cuori questa pagina può essere illuminante per scorgere come la fede non può andare senza una gradualità e una fatica di ricerca: come per Maria che si apre alla fede nel risorto solo poco alla volta, passando attraverso la sua nostalgia di Gesù, lasciando spazio a quella spinta che è ricerca nella sua vita, e incontrando la parola di Gesù ‘chi cerchi?’ solo ad un certo punto. E così anche per Pietro e l’altro discepolo, in modi diversi, in una corsa che li porta ad incontrare segni ambigui e ad essere illuminati dall’amore che fa leggere i segni e andare oltre, accogliendo la Parola che illumina i segni, riandando alla Scrittura che parla di una fedeltà di Dio oltre la morte. Ogni sorgere del credere deve passare attraverso un andare, una relazione insieme che genera nuovi percorsi e un vedere. Ma anche tutto questo a nulla apre se non vi è il respiro della relazione viva. E’ quella nostalgia che spinse il recarsi presto di Maria e lo sguardo del discepolo che Gesù amava: è l’amore ricevuto ciò che genera ogni percorso del credere nel risorto. Per passare dalla nostalgia, sguardo al passato, in apertura ad un incontro da vivere ancora…

Una seconda osservazione: la fede nel risorto è esperienza che sorge da una assenza. C’è un vuoto e ci sono i segni di una assenza nel vedere di Pietro e dell’altro discepolo. Gesù non è più da ricercare nel luogo della morte, ma sarà da ricercare come presenza nuova. Quel vuoto deve rimanere però al cuore della fede, perché la farà rimanere sempre umile, la farà rimanere sempre in movimento, cammino spinto dall’amore e talvolta corsa per vedere e per vedere segni, per aprirsi ad un nuovo vedere. Mai però un vedere presuntuoso e autosufficiente. Sarà sempre un vedere chiamato ad andare oltre, che porta le ferite di una attesa e di una tensione. Rimarrà sempre cammino di ricerca che rende vicini e capaci di avvertire la sofferenza di tutti coloro che cercano e che sperimentano il dolore di una assenza e di un vuoto nella vita. Rimarrà sempre ricerca che mai può possedere ma sempre sarà sfidata nel leggere i segni e nell’ascoltare una Parola che si fa vicina in parole umane. Sempre alla ricerca di una presenza viva eppure non disponibile, in attesa della sua venuta. Se il grande tesoro della fede pasquale è l’annuncio che Gesù ha vinto la morte, questo tesoro è da custodire nella memoria della via seguita da Gesù, nel custodire la parola della croce, non con la presunzione di chi possiede, ma nella consapevolezza di un dono di presenza da accogliere continuamente.

Alessandro Cortesi op

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