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La pace del Risorto: dono e promessa

Riporto qui di seguito il testo di una meditazione presentata ad un recente incontro del Segretariato Attività Ecumeniche lunedì 13 aprile us sul tema La pace del Risorto: dono e promessa.

Pasqua è mistero di passione morte e risurrezione. Al centro della Pasqua sta qualcuno, ed è presenza in modo nuovo e interiore del crocifisso incontrato come risorto, il Vivente. Al cuore dei nostri cammini è una presenza, una presenza comunicata, testimoniata: Gesù che ha vissuto la sua esistenza nel senso del servizio, della cura, dell’ospitalità. Ha annunciato un modo diverso di impostare i rapporti, condividendo i beni, accogliendo l’altro come fratello e sorella. Ha spiegato la sua vita nel gesto dello spezzare il pane e del lavare i piedi. Ha reagito alla violenza con il silenzio e nella attiva resistenza contro l’ingiustizia con l’amore e il perdono fino in fondo.

E’ lui che riconosciamo Risorto al centro delle nostre vite.

“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». (Gv 20,19)

Pace è la prima parola del Risorto che viene in mezzo ai suoi. Ma questa parola è detta non in un quadro di luce dirompente o di manifestazione come in altri momenti. No. Il suo stare in mezzo – stette in mezzo – è nel quadro della paura e della chiusura. Le porte sono chiuse, i cuori sono serrati. La paura blocca e rinserra coloro che in quel luogo sono riuniti.

Porte chiuse, paura, aggiungerei anche buio – anche se non esplicitato: un buio dentro e un buio fuori.

E’ immediato collegare questi elementi alla nostra condizione di oggi, alla guerra in Ucraina. Porte chiuse di chi ha chiuso la porta alle sue spalle, fuggendo dai bombardamenti in una fuga colma di paura e angoscia. Porte chiuse di chi si è rifugiato in scantinati, sotterranei di scuole e condomini trascorrendo un tempo lunghissimo senza cibo sufficiente, senz’acqua e servizi igienici.

Paura e terrore dei bambini svegliati di notte dalle sirene, portati in braccio, avvolti da coperte da madri trovatesi improvvisamente sole, le famiglie spezzate, a lasciarsi condurre spinte dalla paura verso un futuro ignoto, nell’interruzione improvvisa e tragica di una vita normale. 

Ma anche porte chiuse delle menti di chi ha deciso la guerra, di chi l’ha preparata, di chi non ha lavorato per evitarla, di chi ha schierato le truppe, di chi punta le armi, di chi spinge innocenti a luoghi di tortura, di chi progetta piani per radere al suolo le città.

E la guerra in Ucraina così presente ai nostri occhi per le immagini terribili delle atrocità ci riconduce alle tante guerre, alle tante situazioni di violazioni di diritti umani, dimenticate o su cui è sceso negli anni il velo dell’abitudine e dell’indifferenza. Da otto anni perdurava un conflitto terribile e devastante guerra che ha fatto 15.000 morti nel Donbass: non era stato oggetto di attenzione, come cosa lontana. E abbiamo anche dimenticato che la guerra in Europa non si è ripresentata oggi dopo 80 anni, ma trent’anni fa ha devastato il cuore dei Balcani. E al di fuori dell’Europa la disseminazione delle atrocità delle guerre sono continuate…

Le porte chiuse sono anche tutta questa indifferenza e chiusura che attraversa anche i nostri cuori.

La reseda sa d’acqua, / e l’amore di mela, / ma noi abbiamo appreso per sempre / che il sangue sa solo di sangue…  (Anna Achmatova, Il giunco 1933)

Gesù stette in mezzo: il Risorto si pone nel mezzo, in questo contesto di paura e di chiusura. In mezzo perché al centro e raccoglie attorno a sé. Nonostante tutto la sua è presenza di chi raccoglie i frammenti, le vite spezzate, i sentieri segnati dalla paura e dall’abbandono. Stette in mezzo a coloro che poco prima l’avevano abbandonato fuggendo via tutti. Nel suo stare in mezzo raccoglie attorno a sé: è attorno a Lui che si può ritrovare il senso di un cammino, non per altri percorsi esito di strategie o di costruzioni nostre.

E nel mezzo dice ‘Pace a voi’. La pace è il primo dono del risorto. Non chiede nulla a coloro a cui avrebbe avuto molte cose da chiedere e chiarire. Non presenta a loro un rimprovero e non li fa sentire colpevoli e chiusi.  Offre la pace come dono, dice Pace a voi.

Ci possiamo chiedere cos’è pace. E questo termine ‘pace’ assume valenze nuove laddove vediamo la manifestazione della guerra nella sua dimensione così disumana di catastrofe, di devastazione, di lutto e dolore senza fine, che tocca la povera gente, gli innocenti, i bambini. Pace è dono del Risorto che offre una realtà nuova proprio nella chiusura e nella condizione di chi è bloccato dentro la propria paura. Paura che non permette di pensare, paura che immobilizza e rende aggressivi, paura che rende succubi e incapaci di scorgere una nuova logica della vita.

Il Risorto dona la pace e mostra le sue ferite. Dice ai suoi che solo toccando quelle ferite può venire pace. Sostare su quelle ferite, guardarle, toccarle: quelle ferite sono il segno che rimane della ingiusta condanna, della violenza subita. Sono rinvio a tutte le ferite delle vittime, le devastazioni dei corpi, ma anche le ferite interiori dei cuori, della psiche di chi ha vissuto la violenza (in modo diverso, ma ugualmente devastante di umanità, di aggrediti e aggressori: le ferite delle vittime innocenti, i loro cuori spezzati, e le ferite che segnano le vite di chi uccide e devasta.

Nella nostra preghiera non possiamo non lasciare spazio a sostare sulle ferite al grido silenzioso che da esse proviene. Il grido delle vittime: chi ha trovato la morte nei bombardamenti, nelle torture e nelle esecuzioni e i sopravvissuti che hanno visto l’orrore con i propri occhi.

Le ferite che segnano il corpo del Risorto rinviano all’intero percorso della vita di Gesù. Anche nel momento più buio della violenza e della solitudine ha continuato a porre gesti di fedeltà di dono e servizio. Le ferite sono l’esito di quel cammino.

Sono luoghi attraverso cui passa il dono della pace. In sé recano un annuncio: il volto di Dio che Gesù ha raccontato è Dio che accoglie le ferite: è un Dio ferito, dalla sofferenza umana, dal pianto e dalla desolazione. E quelle ferite recano anche un paradosso: indicano la croce come salvezza, parlano di una sofferenza che non è vinta dalla morte e dal buio ma è segnata dall’amore. In quelle ferite sta il segreto dell’ultima parola dell’amore presente anche nella morte, nell’assurdo, dell’amore che fende la malvagità umana e reca luce nuova. 

La pace che Gesù dona, la pace dono del Risorto è pace che proviene da quelle ferite, dall’aver condiviso la condizione delle vittime e rinvia a toccare le ferite per accoglierla. Nessuna pace è possibile se non a partire dall’ascolto, dal toccare le sofferenze delle vittime.

E’ una pace che parla di coinvolgimento nella propria vita. E’ benedizione di Dio, parola di bene che non viene meno, e che si ri-dice nella vita di coloro che erano confusi, delusi, incapaci forse di perdonarsi.

Gesù manda come lui è mandato: a dare vita, a ricevere quella vita e quel soffio che fa nuovi, che ri-crea, che apre a vedere la vita e la storia in modo nuovo. Il suo soffio, l’alito che è condiviso con quella comunità di impauriti è soffio di un’esperienza nuova. Ricevere vita per dare vita, per condividere vita. Questo è il mandato che essi ricevono, continuare l’invio di Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. 

E’ questo il passaggio che si apre nella Pasqua. Il risorto fa passare da immobilità, dal blocco ad un uscire per portare, per recare la pace ricevuta. Ma anche per scoprire che quel soffio di vita e di pace sta attraversando la storia, il cosmo e va inseguito, custodito nei piccoli segni in cui respira.

Un cammino nuovo si apre: è la promessa che ha segnato l’esistenza di chi ha accolto questo primo brusio della presenza del Risorto incontrato il primo giorno della settimana, in quella prima sera. Ed è un dono fragile, bisognoso di sempre nuova scoperta, accoglienza: incontra fatiche e chiusure, nuove durezze. Otto giorni dopo le porte sono ancora chiuse…

Ed è promessa anche per chi vive nel dubbio, nell’interrogarsi, nella fatica del credere: non viene escluso, ma accolto, con le sue domande, con la sua fatica, con le sue resistenze. La prima comunità raccolta è mandata fuori a portare la pace ricevuta: “in qualunque casa entriate prima dite ‘Pace’ a questa casa” (Lc 10,5). Da quella casa con le porte chiuse sono inviati ad uscire per dire pace nelle case.

Certo oggi, come sempre nella vita di chi segue Gesù siamo di fronte al dilemma di come costruire la pace nelle concrete situazioni di violenza, di guerra, di ingiuste aggressioni: è difficile tenere insieme riferimento alla Parola del Signore e senso della responsabilità storica e situata nell’assumere la fatica e il dubbio di scelte sempre limitate e parziali come ritroviamo nelle parole di Dietrich Bonhoeffer “Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono, nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo, alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”. (Dietrich Bonhoeffer, Bilancio sulla soglia del 1943. Dieci anni dopo, in Id., Resistenza e resa, OBD 8, 38).

Solo in questa cura possiamo ritrovare un inizio nuovo: una nuova creazione è sorta dalla Pasqua. proprio la grande tradizione della Chiese orientali ci ricorda la potenza trasfigurante della luce pasquale nel buio di una notte che avvolge il cosmo e l’umanità: Christos aneste… alethos aneste

Dalla casa con le porte chiuse la prima comunità che ha vissuto la sorpresa dello stare in mezzo del suo maestro e Signore si trova mandata fuori alle case, a quelle case che sono anche le macerie… da disorientati e stanchi con gli occhi appesantiti dal male e dalla morte uomini e donne di quella casa sono inviati a portare una promessa nel cuore accogliendola innanzitutto in se stessi per essere costruttori di case in rovina, riparatori di brecce… .

Non è vero che non possiamo fare nulla per costruire la pace anche quando tutto sembra dover inseguire le logiche della guerra nella rinuncia ad ogni ragionevolezza, nella rincorsa al riarmo.

Ognuna e ognuno nel suo piccolo può farsi artigiano di quella pace da accogliere come dono ma anche da vivere come promessa affidata alle nostre povere mani.

… Nel coltivare i gesti della cura e dell’accoglienza… Nel non lasciarsi condizionare da una mentalità di guerra che conduce a disumanizzare l’altro, anche chi sta compiendo il male in modo atroce, e impedisce così di individuare le vie per fermare la mano dell’aggressore e individuare la possibilità di una parola che ponga fine all’uso delle armi… Nell’opporsi all’uso del nome di Dio per giustificare la guerra per farla diventare guerra giusta e santa dopo che la storia ci ha dimostrato che nessuna guerra conduce alla giustizia e alla pace ma porta solo devastazione e odio, dolore e altra violenza… Nel continuare la scelta di Gesù di opporsi alla violenza con la scelta di fare della sua vita un pane spezzato. E il gesto dell’eucaristia proprio in questo momento appare come gesto sorgivo da condividere tra cristiani nel riconoscere che Gesù si dà ad incontrare nelle vittime e nei crocifissi della storia.

La promessa che viene dal Risorto è promessa di pace e nell’orrore si presenta come flebile luce. Le sue ferite sono dono e promessa che la pace passa attraverso un coinvolgimento personale ed un impegno ad attuare scelte e gesti che non cedano all’odio, alla logica della guerra.

Vorrei concludere con alcune parole della grande poetessa russa Olga Sedakova che nella grande domenica del perdono ha espresso la sua parola per “chiedere perdono a quelli che vengono bombardati, cacciati dalle loro case e dai loro luoghi natali, a quanti vengono diffamati e calunniati a morte. Chiedere perdono per quello che è impossibile perdonare”.

Il gelo del mondo
qualcuno lo riscalderà.
Il cuore ch’è spento,
qualcuno lo solleverà.
Questi mostri
li prenderà qualcuno per mano
come un bambino scatenato:
– Andiamo, ti mostrerò qualcosa
che non hai veduto mai! (Olga Sedakova, Il gelo del mondo)

La promessa di pace del Risorto sta nel cuore che ha accolto il suo soffio di vita e sa prendere per mano come un bambino verso una novità non ancora vista …

alessandro cortesi op

Per vivere il triduo pasquale

Il triduo pasquale

            I riti di queste giornate si compongono di due veglie (giovedì sera e sabato sera/domenica all’alba), della memoria della passione di venerdì, del silenzio del sabato.


È importante sapere una cosa, che rimane nascosta: sono tre giorni, anche se sembrano quattro. Bisogna contarli come facevano gli antichi, da tramonto a tramonto.

            1. Primo giorno del triduo (dal tramonto di giovedì al tramonto di venerdì): con due momenti di preghiera (giovedì sera e venerdì pomeriggio/sera). È la Pasqua rituale (giovedì) e la Pasqua storica (venerdì).

            2. Secondo giorno del triduo (dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato): dove la Chiesa tace con il suo Signore che dorme. È la Pasqua escatologica.

            3. Terzo giorno del triduo (dal tramonto del sabato al tramonto della domenica): con la veglia pasquale che lo apre solennemente. È la Pasqua ecclesiale.

Ogni giorno del triduo è “festa di Pasqua”. Una festa in tre giorni, che poi diventa di 50 giorni, fino a Pentecoste.

            Fin dall’antichità nella notte di Pasqua si celebrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana degli adulti, coloro che hanno vissuto un lungo cammino di catecumenato, di scoperta del volto di Dio rivelato in Gesù e di maturazione nella fede cristiana. Ma anche per coloro che sono stati battezzati nei primi giorni o mesi di vita, celebrare la pasqua è ritornare alla sorgente dell’identità: con il battesimo siamo stati “immersi” nel mistero pasquale di Gesù, sorgente per noi di vita nuova (Rom 6,1-11) siamo divenuti “nuove creature”.

            Nelle celebrazioni di questo triduo, siamo invitati a riscoprire le dimensioni della nostra identità cristiana e, in particolare, approfondire il senso del “sacerdozio comune”, che non riguarda prima di tutto i riti e il culto, ma è primariamente “sacerdozio dell’esistenza” (LG 10-11): desideriamo perciò assumere in libertà e responsabilità la missione messianica che abbiamo ricevuto, come cristiani e come chiesa.

            Per la partecipazione al sacerdozio di Cristo, propria di tutti i battezzati, celebriamo insieme nell’assemblea ecclesiale. Nella Parola ascoltata e nella preghiera, nei gesti che compiremo, riconsegniamo le nostre esistenze a colui che è il Signore della nostra vita, sapendo che la nostra vita – per il battesimo ricevuto in dono – è collocata in Dio, da lui custodita con amore, e che stiamo camminando verso un futuro di pienezza di vita, con tutta l’umanità.

            Il percorso orienta alla celebrazione della veglia pasquale, nella quale ascolteremo le parole della Lettera ai Romani (6,1-11) e proclameremo le promesse battesimali. Non ci soffermeremo sul gesto, sull’atto sacramentale del battesimo, ma penseremo alla nostra identità di battezzati/e: il battesimo è il principio e il dono di una partecipazione alla vita di Cristo che è seme che deve crescere, in realizzazione aperta; il battesimo è un dono a cui segue un’appropriazione, uno sviluppo, che avviene nella vita di tutti i giorni, in tutte le sue dimensioni, non solo in un contesto religioso o ecclesiale.

            In particolare nei giorni del triduo vivremo tre passaggi, che corrispondono ad altrettante dimensioni del battesimo: il giovedì santo ci soffermeremo sulla dimensione ecclesiale, il venerdì sulla dimensione cristologica, il sabato e la domenica sulla dimensione escatologica.

            Nel battesimo viene riplasmata la nostra identità a partire da un dono di vita in Cristo, con Cristo, per Cristo: il nostro nome, che è inizialmente pronunciato alle porte della chiesa davanti alla comunità riunita e che esprime la nostra assoluta singolarità, viene ripronunciato al momento dell’immersione nel fonte battesimale unito al nome del Dio Padre, Figlio, Spirito. La nostra identità è configurata e determinata dalla relazione con Gesù Cristo, il profeta del Regno di Dio, con la sua morte e la sua risurrezione, perché, immersi nel mistero della sua morte, rinasciamo a nuova vita (Rom 6,1-11).

            Battezzati nella fede della chiesa, diveniamo soggetti co-costituenti il corpo ecclesiale, portatori di una parola unica di esperienza, di vita, di fede;

la vocazione cristiana è sempre “con/vocazione”, perché Dio volle salvare e santificare non individualmente ma costituendo un popolo (LG 9): serviamo Dio e l’umanità non da soli, ma insieme.

            C’è infine, un’altra dimensione su cui poco riflettiamo: l’identità cristiana di coloro che sono rinati dal fonte è orientata e qualificata da un riferimento al “definitivo” di Dio ormai presente nella storia. In Cristo risuscitato la signoria del Dio della vita (il Regno di Dio, comunione con Dio e tra le persone e i popoli) segna già in modo iniziale la storia dell’umanità; nella fede in Gesù ne diveniamo partecipi in una forma nuova, consapevole e responsabile. Siamo uomini e donne a servizio del Regno di Dio, della sua forza che trasforma e umanizza. Il battezzato vede e vive il mondo «secondo la risurrezione del Crocifisso» (Gustavo Gutierrez).

            Abbiamo ricevuto un’identità aperta, tra il già del Regno, che riconosciamo per la fede in Gesù, e il compimento non ancora avvenuto, ma desiderato, sperato, servito da tutti noi; una identità per certi aspetti “completa”, ma “in/compiuta”. Abbiamo ricevuto la nostra identità in dono dai nostri genitori, dalle persone che ci amano e che amiamo, dal dono di grazia di Dio nel battesimo; siamo chiamati ad attuarla fino al compimento del regno di Dio: «così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rom 6,4).

            E’ una identità di risposta e responsabilità. In Cristo viviamo un “sacerdozio” che non è fatto di riti o di culto nei luoghi e nelle logiche del sacro, della religione, ma è sacerdozio dell’esistenza: diamo culto a Dio donando la nostra vita per amore di tutti, come Gesù «offrendo i nostri corpi come sacrificio santo, gradito a Dio» (Rom 12,1-2). Abbiamo ricevuto e accolto una identità in divenire, di anticipo del Regno e di tensione verso il Regno di Dio nella sua pienezza, che si gioca in quella concreta trama dei rapporti umani che è la nostra, nel tempo e nello spazio delle nostre esistenze, del nostro lavoro, delle nostre scelte economiche e politiche, dei nostri affetti, delle nostre fatiche, delle nostre gioie.

Il Triduo pasquale ci introduce al mistero del Corpo di Cristo che è la Chiesa, ci “inizia” alla Pasqua, che si celebra in tre giorni (triduo) e poi in sette volte sette giorni (cinquantina pasquale fino a Pentecoste).

            La coscienza della centralità del Triduo pasquale è gradualmente riemersa negli ultimi 70 anni. La Settimana santa per secoli non riconobbe la centralità del Triduo. Anche quando il Sacro Triduo venne valorizzato, come nel nuovo Ordo del 1955, esso appariva semplicemente equiparato agli «ultimi tre giorni della quaresima» ed era costituito dal giovedì, venerdì e sabato santo. Cominciava la mattina del giovedì e finiva con i Vespri del sabato, lasciando fuori la domenica di Risurrezione.

            Solo nel 1969 si giunge alla celebrazione attuale: il Triduo cambia nome (non più Sacro Triduo, ma Triduo pasquale), cambia “logica rituale” e cambia “interpretazione teologica”. La logica rituale considera il Triduo come tre giorni, contando da tramonto a tramonto: dalla Missa in Coena Domini del giovedì sera alla sepoltura la sera del venerdì (primo giorno); dal tramonto del venerdì a quello del sabato (secondo giorno), dalla Veglia pasquale ai Vespri della Domenica di Risurrezione (terzo giorno). Questo porta a una vera conversione sul piano teologico: il Triduo non riguarda più semplicemente la passione o la sepoltura del Signore, ma abbraccia passione morte e risurrezione: è insieme passione e passaggio (passio e transitus). E ogni giorno del triduo è Pasqua.    Si esce così dalla tradizione che celebrava “due tridui” – il triduo della Passione e quello della Risurrezione – e si recupera la tradizione antica, che unifica in un solo triduo passione, morte e resurrezione del Signore.

            Questa unità di struttura rituale e di interpretazione teologica rilegge il mistero pasquale, integrando la celebrazione ecclesiale nel mistero stesso. La pasqua rituale e la pasqua storica – ossia il rito della Cena e la morte in croce – con la pasqua escatologica del “sepolcro pieno” si compiono nella pasqua ecclesiale: come diceva s. Agostino il passaggio di Cristo (transitus Christi) si compie e si rinnova nel passaggio dei cristiani (transitus christianorum). La comunità celebrante è parte integrante del mistero celebrato: con il Signore risorge anche la sua Chiesa, che raccoglie il Triduo tra l’ultima cena con Gesù e la prima eucaristia con il Signore.

            Nello svolgimento dei riti deve emergere questa triplice dimensione: recupero rituale dell’evento storico della cena-croce, comunione con i defunti e con il Cristo morto che libera dalla morte, evento ecclesiale del sepolcro vuoto e della risurrezione – battesimo della Chiesa con il suo Signore. (ac)

Domenica di Pasqua 2021

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

“…non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Purificatevi buttando via il lievito vecchio per essere pasta nuova, voi che siete pani azzimi. Cristo, nostra Pasqua è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito della cattiveria e della malvagità ma con i pani azzimi della sincerità e della verità”

Paolo invita i corinzi a non fuggire dal mondo coltivando estraneità alla storia e alla realtà, altrimenti ‘dovreste isolarvi dal mondo’ (1Cor 5,10). Egli invita piuttosto a vivere dentro le situazioni conflittuali e  complesse testimoniando la vita nuova che è dono della Pasqua.

Per affermare questo Paolo utilizza elementi tratti dai riti della Pasqua presenti nella tradizione ebraica. I pani non lievitati, o pani azzimi, costituivano il cibo della settimana che iniziava con il giorno di Pasqua. L’eliminazione di ogni traccia di pane lievitato dalle case nei giorni prima di Pasqua – operazione in cui anche i bambini venivano coinvolti svolgendo così una pedagogia per via di esperienza – stava a significare la novità e la liberazione: il lievito che marcisce e si corrompe è simbolo del peccato da cui guardarsi per non farsi ancora rendere schiavi. Anche Gesù aveva utilizzato questo simbolo, nel suo discorso sul lago: ‘fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode’ (Mc 8,15).

Il pane pasquale doveva essere senza lievito, azzimo, come il pane da mangiarsi nella Pasqua di Israele stabilizzato nella terra di Canaan e dedito all’agricoltura (cfr. Es 13,7). La festa di Pasqua in Isreale ad un certo pounto passa dall’essere una festa familiare in ricordo del momento dell’esodo a divenire festa nazionale con il suo centro a Gerusalemme, festa di primavera in cui i pani azzimi si affiancano all’agnello, tipico della festa dei pastori nomadi nel deserto (attestata in Es 12,21-23.29-39).

Facendo riferimento ai pani azzimi Paolo indica la nuova condizione dei cristiani con l’utilizzo di un verbo all’indicativo: ‘siete pani azzimi’. Sta qui la nuova condizione della comunità nata dalla Pasqua di Gesù. E subito richiama agli orizzonti di responsabilità che si aprono nel presente: ‘diventate pasta nuova’ (1Cor 5,7). Dall’indicativo di una vita nuova sorge l’imperativo della testimonianza. Sta qui il cuore dell’annuncio della libertà del credente, che si situa come dono di liberazione e sorgente di responsabilità.

Paolo ricorda la fonte di questa novità: ‘Cristo, nostra Pasqua è stato immolato’. Il riferimento è ora all’agnello, elemento centrale della festa di pasqua nella tradizione più antica nomadica che doveva essere immolato e consumato nelle famiglie: Paolo scorge in Gesù il nuovo agnello che nella Pasqua è passato nella morte ed è risorto. Da lui trae origine la novità della vita: da lui è generata la vita di coloro che lo accolgono. Sono chiamati a stare dentro il mondo testimoniando uno stile di vita nuovo, lottando contro l’ingiustizia e ogni disprezzo dell’altro. La nostra Pasqua è Cristo, vivente, che ci ha donato una vita nuova e ci fa partecipi della sua risurrezione.

Alessandro Cortesi op

Triduo pasquale

Da tramonto a tramonto: è questo il ritmo dei tre giorni in cui riviviamo la Pasqua d’Israele, la Pasqua di Gesù e la Pasqua della chiesa/mondo.

Il primo giorno va dalla sera di giovedì alla sera di venerdì: è la Pasqua del rito e della memoria storica, del percorso dell’Esodo di un popolo oppresso che scopre la presenza di Dio come liberatore che ascolta le grida degli oppressi e scende per liberarli. E’ la memoria del gesto di Gesù che ha detto tutta la sua vita nel distribuire un pane spezzato e un calice di vino a tavola con i suoi.

Il secondo giorno è la Pasqua come attesa dell’Ultimo: dalla sera del venerdì alla sera del sabato è il tempo del silenzio; è la Pasqua escatologica. Il silenzio accompagna il Signore che dorme ma questo tempo sospeso è anche attesa di quella discesa del crocifisso che vuole raggiungere le profondità di ogni oscurità e di ogni male per farvi giungere il raggio dell’amore inaudito che salva e porta speranza per tutti. La morte non è l’ultima parola della vita.

Il terzo giorno è dalla veglia del sabato al giorno della domenica: è la Pasqua dei cristiani, dell’umanità chiamata ad accogliere il dono di novità e di vita, della creazione stessa che venuta dalle mani di Dio è rinnovata e troverà compimento in una vita nuova.

Ognuno di questi giorni è Pasqua ed è una festa che si prolunga nel primo giorno della settimana e trova continuazione per cinquanta giorni. Cinquanta giorni in cui il saluto del benvenuto e dell’incontro è ‘Cristo è risorto!…. veramente è risorto’. Da qui la speranza per la vita. Da lui la radice di ogni impegno per vivere come lui la solidarietà con i dimenticati e gli afflitti della storia.

A Pasqua ricordiamo il battesimo come sorgente di una identità che nasce in una relazione e non potrà mai pensarsi senza relazione e apertura all’altro: “non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,3-4). Il battesimo è innesto e affidamento di un seme di vita nella terra del cuore.

C’è una dimensione comunitaria della vita nel rapporto con Gesù che è richiamata dal giovedì santo: si apre il dono di quel sacerdozio che è il sacerdozio della vita e dell’esistenza, il partecipare della missione di Gesù come messia. Paretcipi del suo annuncio: essere profeti nel quotidiano. Partecipi del suo essere re: responsabili negli ambiti di vita dell’impegno nella storia. Partecipi del suo essere sacerdote: lui, unico sacerdote ci affida il compito di portare la vita, il cammino umano a Dio in un sacerdozio di tutte e tutti nel popolo di Dio che è convocazione di umanità.

Nel venerdì riscopriamo la radice in Cristo del battesimo che abbiamo ricevuto: è Cristo, e questi crocifisso, il riferimento fondamentale e la sorgente della nostra vita in Lui.

Nella veglia pasquale e nella domenica che annuncia annuncia la domenica senza tramonto siamo invitati a scorgere l’orizzonte ultimo di una identità che è radicata nel dono di Gesù e si apre alla missione che da lui viene: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture…” (Mt 10,8-9). Nel ‘frattempo’ del nostro cammino sulla terra non dobbiamo perdere di vista l’orizzonte ultimo di un incontro che non lascerà andare perduto nulla di ogni frammento di bene, di cura, di parole buone e di accoglienza seminato e ricevuto nel tempo della vita. Per questo Pasqua è tempo di rinnovamento e di speranza.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua anno A – 2020

IMG_7915At 2,14-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Come e dove incontrare Gesù Cristo dopo la sua risurrezione? Questa è la domanda che guida Luca nel suo racconto dell’incontro di Emmaus. Sia Luca che scrive, sia la sua comunità non hanno conosciuto direttamente Gesù e sono passati molti anni dalla sua morte. L’incontro con lui è ancora possibile? Il cammino dei due di Emmaus diviene un esempio ed una provocazione. Anche per noi oggi.

La scena di due discepoli che si allontanano dalla città di Gerusalemme apre il racconto. Lontano della città dove si è svolta un’ingiustizia e un assassinio. E’ un percorso di allontanamento, di desolazione e delusione. Le loro speranze sono crollate, i loro cuori sono chiusi. E discorrevano e discutevano: non si sa di più delle loro parole ma forse erano parole di delusione, colme di senso di fallimento e disincanto, forse anche di protesta per un sogno tradito.

In questo loro andare si fa vicino uno sconosciuto, che si accosta loro e rivolge loro una domanda, ponendosi con la disponibilità di chi ascolta. il dialogo inizia da una meraviglia mista a rimprovero ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’ L’interrogare del viandante porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda, a rileggere la storia e la loro storia.

Le sue domande li fanno a tornare ai giorni di Gerusalemme, li provocano a ricomporre passo passo tutti i tasselli degli eventi di cui sono stati protagonisti. E li elencano uno dopo l’altro, ma ancora immersi in un buio inestricabile senza riuscire ad individuare un filo ed una direzione. E in questo dialogo emerge la pazienza di quel viandante, la sua capacità di far emergere un po’ alla volta, senza imposizione, una speranza sopita, il senso di una attesa tradita, la nostalgia di un senso.

Il suo stare accanto a loro non impartisce spiegazioni dall’alto, non è paternalistico ammonimento: suscita un percorso interiore nei due che erano tristi, fa scavare nell’inquietudine, accompagna ad andare al fondo della tristezza e non offre risposte, soluzioni, o condanne. Lo sconosciuto che si è fatto loro accanto li accompagna a ricomporre un quadro della loro esperienza: avevano tutti gli elementi, ma incapaci di leggere i segni. Forse superficiali, forse stolti…

Come i loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi. Al centro del loro ricordo sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’.

Al centro un annuncio dell’impossibile, portato da chi non contava. Eppure i loro cuori non sono aperti all’accoglienza di questa parola. Gesù allora li accompagna a vivere due esperienze: il ripercorrere le Scritture e lo spezzare il pane insieme. Quel sondare le Scritture diviene guida per passare dalla cronaca a scorgere le profondità della vita nel quadro di una alleanza con il Dio vicino e fedele. E questo inizia a scaldare il cuore, a far passare dalla disperazione alla speranza.

E quando gli dicono ‘resta con noi perché si fa sera’, si ferma e a tavola, insieme, spezza il pane. Quel gesto rinvia a tutti i momenti in cui sono stati a tavola con Gesù, a quelle tavole dove tanti erano accolti, anche gli esclusi e i marginali. I due erano delusi: i loro sogni di realizzazione e di potere si erano infranti.

Nella locanda, in quel tramonto, sono ricondotti ad un potere diverso, quello di chi serve a tavola. E ricordano così anche l’ultima cena. L’incontro con il risorto diviene possibile in ogni gesto in cui il pane della propria esistenza è spezzato. Si aprirono allora gli occhi. I due si mettono in movimento. Il loro cammino va verso la comunità che avevano abbandonato con la pretesa di farcela da soli. E’ possibile incontrare il vivente, Gesù risorto, nella vita.

Alessandro Cortesi op

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Liberazione

“Noi speravano che fosse lui a liberare…”. Il cammino di Emmaus è un paradigma del cammino umano alla ricerca di liberazione. E’ espressione di attesa, di delusione, di fallimento, di apertura. Nella storia ci sono momenti che hanno rappresentato esperienze condivise in cui si è manifestato il senso di una liberazione che coinvolge insieme l’umanità in un cammino comune e condiviso.

Sono significative e da riascoltare le parole che Piero Calamandrei pronunciò in un discorso tenuto alla presenza di Ferruccio Parri nel 1954 soprattutto laddove parla della resistenza come di un movimento sorto da un anelito di liberazione presente nei cuori e che ha unito uomini e donne di diversa provenienza, formazione, tradizione. Nel riferirsi a quanto accadde in Italia dopo l’8 settembre 1943 ebbe a dire:

“Nessuno aveva ordinato l’adunata: questi uomini accorsero da tutte le parti, e si cercarono e si adunarono da sé… un’adunata spontanea e collettiva; un movimento di popolo, una iniziativa di popolo. (…) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro, che comandava dentro: Se sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!’ E fu una sorpresa consolante, una scoperta miracolosa il trovarsi dentro questa voce, questo misterioso tesoro che molti ignorano di custodire dentro di sé: questo inebriante accorgersi che la stessa voce aerea parlava contemporaneamente al centro di ogni coscienza e che in fondo ad ogni cuore c’era questa resurrezione della patria umana, in cui tutti gli uomini liberi si riconoscevano e si intendevano nella stesa lingua. Questi uomini di qualunque partito e di qualunque fede, dicevano prima di morire tutti la stessa frase: ‘muoio per un’idea’ (…) Ma che cos’era questa ‘idea’ che comandava di dentro, che nello stessi istante parlava dentro la coscienza di tutti, che per tutti era più forte della vita? Qualcuno ha parlato di partito, qualcuno ha parlato di chiesa. Sì, fu anche questo; ma non fu soltanto questo. Le fedi erano diverse e diversi erano i partiti; ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito o ad alcuna chiesa. Qualcuno ha parlato di ‘anima collettiva’, qualcuno ha parlato di ‘provvidenza’; forse bisognerebbe parlare di Dio: di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue. (…) Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini” ((dal discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, in P.Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza 2011).

Il 26 gennaio 1955 parlando agli studenti di Milano e presentando loro i tratti fondamentali della Carta Costituzionale Piero Calamandrei disse: “Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Nei giorni in cui facciamo memoria della Liberazione dell’Italia dal fascismo e dalla guerra e viviamo un tempo segnato da desiderio di liberazione dal virus che genera dolore e morte, riflettere su queste parole aiuta ad ascoltare quella voce che parla al cuore di ogni uomo e donna e ad accogliere ispirazioni che soffiano dentro ed invitano ancor oggi a scorgere come ogni giorno è da ricercare e custodire liberazione da tutte le forme di oppressione.

Alessandro Cortesi op

#Iocelebroacasa

pasqua 2020 sassoliniRicordo questa proposta per celebrare il triduo pasquale a casa nel tempo dell’epidemia e rinvio al sito www.insiemesullastessabarca.it

il sussidio è anche scaricabile qui: #Iocelebroacasa – Riti e parole per fare Pasqua:

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Un sussidio per celebrare il triduo pasquale a casa

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#iocelebroacasa

#iocelebroacasa è il titolo di questo sussidio, frutto della collaborazione di alcuni liturgisti, teologi, catecheti. E’ una proposta per vivere, nel tempo della pandemia, i giorni della Pasqua riscoprendo la dimensione della casa quale chiesa domestica in cui vivere i giorni della Pasqua celebrando insieme o da soli, in comunione. Nel sussidio sono indicate anche attività per coinvolgere i bambini e disegni da colorare.

Questo sussidio è stato elaborato nel quadro di un più ampio lavoro comune e di riflessione condivisa nei tempi della pandemia che ha avuto come esito la creazione del sito “insieme sulla stessa barca” .

Invito a visitare il sito “insieme sulla stessa barca” e a scaricare la Lettera aperta. (ac)

Pasqua 2019 – Omelia nella notte

IMG_3906In questa notte in questa liturgia ricca di segni, parole canto e silenzi tanti sono i pensieri le emozioni che si presentano.

E’ momento di sosta per guardare la vita come una cammino, con tutte le sue fatiche, le sue gioie, le sue luci, le sue ombre. Anche le nostre piccole vite sono inserite nei percorsi che abbiamo ricordato nelle letture di questa sera: la vicenda di Israele, il popolo delle promesse di Dio,  e di tutta l’umanità, è una storia visitata, che si è sviluppata nel tempo. E’ una storia di volti, di situazioni, in cui ritorna una costante, e su questo la lettura di fede si sofferma: la presenza vicina, forte amante di Dio fedele, che non viene mai meno e conduce sempre a ricominciare.

Anche la nostra vita, ed anche quella di chi è qui ma è presente nel cuore di Dio, è una vita visitata. Anche nella storia di questo tempo c’è una promessa, c’è una luce. Noi siamo dentro, immersi in una storia di salvezza che è la storia di questa umanità concreta delle nostre strade, delle persone che incontriamo dei popoli di ogni nazione, cultura, religione… e che chiama a lasciar spazio al disgno di Dio. Questa notte è come andare in soffitta e aprire un antica cassa dove sono riposti i ricordi di famiglia: quante storie, quanta speranza e sofferenza, quanti sentimenti sono racchiusi in quei segni, in quei ricordi…

Su due immagini vorrei soffermarmi dalla lettura del vangelo di Luca: la prima è quella della pietra, la seconda è quella della corsa:

“Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro ma, entrate non trovarono il corpo di Gesù”. La pietra che chiudeva il sepolcro è simile a tante altre pietre che chiudono luoghi di morte. Ed anche nella nostra storia vi sono pietre e massi che chiudono e rendono la nostra vita luogo di morte.

Sono i massi pesanti della violenza, dell’ipocrisia di chi parla di pace ma commercia le armi. I mezzi di comunicazione vogliono farci credere che la guerra porta pace, che la sicurezza viene creata dal dispiegamento degli eserciti, dall’esclusione dei più deboli, dalla costruzione di barriere. Ci sono massi e pietre pesanti che sono i muri, quelli fisici e quelli invisibili costruiti per difendersi ma che impediscono l’accoglienza e che divengono prigioni per chi si lascia rinserrare dalla paura. Ci sono massi anche nei nostri cuori: le nostre piccole o grandi storie di chiusure e di divisione, di rivalità e di ostinazione nel non lasciare spazio agli altri.

Ma questa è la notte in cui ‘la pietra è rotolata via’ e questa memoria diviene forza di cambiamento e responsabilità per noi. Far rotolare ogni pietra che chiude luoghi di morte. E’ questo un impegno che la Pasqua inaugura: e far diventare quelle pietre smontate dai muri di odio pezzi per una costruzione nuova, per lanciare ponti di pace, di incontro, per costruire case in cui sia possibile l’ospitalità, allargare gli spazi della tenda. E’ questa la notte in cui ogni chiusura, ogni oppressione può aprirsi ad una luce: non siamo fatti per rimanere schiacciati da quelle pietre ma per essere liberati e divenire protagonisti di liberazione per altri.

Questa è la notte anche delle corse e delle rincorse, di un andare e venire da quel sepolcro, luogo della morte. Luca nel suo vangelo annuncia che non si deve andare a cercare nei luoghi della morte colui che è vivente e rinvia  ai luoghi della vita: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risuscitato… Ricordatevi…’ Queste parole ci dicono che c’è ricerca e ricerca. Non si deve cercare lo stesso Gesù nei luoghi sbagliati. Bisogna correre, correre verso gli altri, raccontare, scoprire che è presente là dove non ce l’aspettiamo. E sono corse, quelle che ricordiamo questa notte di chi non riesce a credere all’annuncio così sperato e così inatteso: ‘Non è qui, si è rialzato’, si è svegliato… è vivo non è prigioniero della morte del buio, non è nel sepolcro, ma vive…

Sono corse di chi, come Pietro si mette a correre per superare lo scetticismo e l’incredulità, e che torna pieno di stupore. E’ questa la notte in cui sentire un po’ anche noi il fiatone di quelle corse e il battere del cuore pieno di gioia nuova, di una gioia unica. Viviamo spesso corse nella nostra vita per arrivare in tempo a svolgere tante faccende, per andare incontro a tante persone. In questa notte scopriamo che le nostre corse possono essere riempite della gioia e dello sconcerto che fa cambiare il modo di guardare alla vita alla storia, alle persone. Se lui è il vivente, allora non c’è storia di fallimento che non possa avere una speranza. Se lui è vivente allora la morte non è l’ultima parola, non è come i titoli di coda al termine di un film con la parola ‘fine’ che cala inesorabile, ma è sempre nuovo inizio.

E’ questa la notte in cui tutti noi che portiamo nel cuore paure, fallimenti, sofferenze, dolori, tutti, proprio tutti, chi si sente inutile e debole, chi avverte di essere escluso e fuori posto, chi sente la vita come un peso insostenibile, chi si sente abbandonato o solo, siamo chiamati a scoprire che non siamo soli, non rimarremo soli. Gesù è il vivente e ha vinto la morte, l’ha presa su di sé attraversandola, per stare con noi, per sempre: ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo…’

E ci manda, di corsa, a raccontare. Sarebbe bello continuare a raccontare la storia della nostra vita sempre da rileggere nella luce della Pasqua… Non lo facciamo solo questa notte… sarà il percorso di ogni domenica, di ogni giorno… nella fede di questo grido che squarcia le pietre, nella luce che vince la notte e ci fa correre a raccontare: ‘Non è qui è risorto, è veramente risorto’.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – 2018

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Il mattino di pasqua è segnato da due movimenti: vedere e correre. Maria di Magdala si reca al sepolcro ‘e vide…’: la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. C’è un vedere profondo che scorge il luogo della morte non chiuso ma aperto ad una novità inaudita. La pietra ribaltata è segno che esprime questo vedere interiore.

Pasqua è dono di un vedere che va oltre i segni e giunge a sorgere orizzonti che solo nell’amore si possono aprire. La morte non è l’ultima parola nella vicenda di Gesù, ma la sua vita donata genera nuova apertura.

Da qui inizia un altro movimento : quello del correre. Il vedere si comunica nel correre. Maria corre da Simon Pietro e dall’altro discepolo. E da qui ha inizio una nuova corsa, quella di Simon Pietro stesso e del discepolo che Gesù amava: ‘correvano insieme tutti e due’.

E’ un correre che congiunge il luogo della morte il sepolcro e la comunità, i discepoli: dal sepolcro ai discepoli, dai discepoli al sepolcro. Maria vide e corse, Simon Pietro e l’altro discepolo correvano insieme.

E poi ancora un vedere: giunge per primo il discepolo e vide, ma non entrò. Poi giunse Simon Pietro che ‘entrò nel sepolcro e vide….’. I segni sono le bende per terra e il sudario, posto sul capo, non con le bende per terra, ma poggiato a parte. Bende e sudario ben piegati in ordine sono ancora segni di chi ha voluto lasciare tutto a posto prima di andarsene dal luogo di fissità e di morte.

Eppure il sepolcro vuoto e i segni non sono la prova della risurrezione. Solamente un vedere nuovo può andare al di là dei segni e scorgere che la presenza di Gesù d’ora in poi sarà da incontrare in modo nuovo, non più come prima, soprattutto non racchiusa nel buio e nella morte. Entrò anche il discepolo ‘e vide e credette’.

image001Il correre e rincorrere del giorno dopo il sabato sorge da un vedere e sfocia in altro un ‘vedere’: ‘e vide e credette’. E’ l’inizio di un cammino nuovo, quello del credere, di un movimento di correre a testimoniare che la vita non può essere trattenuta e che Gesù sarà da incontrare vivente, mettendosi in cammino, ricercando la sua chiamata nella vita.

Colu che ‘vide e credette’ era il discepolo che Gesù amava. E’ capacedi un vedere nuovo che non ha più bisogno di segni. Credere è fidarsi, e dare spazio agli occhi del cuore, allo sguardo proprio dell’amore. C’è un vedere che precede e giunge prima e sa attendere.

Questo racconto tuttavia si chiude con una osservazione: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

Credere movimento della vita e fa tornare alla scrittura, la storia dell’incontro di Dio che fa alleanza e si comunica nella storia. C’è un’incomprensione che avvolge tutti, incapaci di credere. Vedere in modo nuovo e credere è un cammino. Eppure c’è un riferimento: ritornare alle Scritture, al disegno di salvezza di Dio e al dono dell’alleanza. Doveva risorgere: perché doveva? Chi ha scritto questo ricordo, come testimone di Gesù, richiama la radice dell’esperienza di Maria e dell’altro discepolo, quello che Gesù amava, ed anche di Pietro perdonato. L’amore non può rimanere rinchiuso e sconfitto, la fedeltà di Dio apre primavere inattese e novità dove pietre pesanti appaiono definitiva chiusura. La novità della risurrezione è fedeltà di un disegno di vicinanza di Dio che solo può aprire la vita al suo fiorire nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

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Letture di Pasqua

Buona Pasqua!

(Pasqua 2017 – celebrazione della chiesa copta etiope – Atene)

“…. Alla spicciolata Stella, io e gli altri amici prendemmo la via del ritorno. Quando fui a casa mantenni la promessa e in quei fogli che Marco mi aveva consegnato al termine della mia visita all’eremo trovai una bellissima sorpresa. Un tentativo di riscrivere la messa, ardito e rigoroso, in un linguaggio capace, almeno a me così sembrò, di dare freschezza a messaggi spesso coperti da uno strato di polvere insopportabile.

Lessi d’un fiato il Credo:

“Credo in Dio onnipotente nell’amore, che ha dato vita all’Universo, che ci ha messo nel cuore la nostalgia delle cose invisibili.

Credo in Gesù Cristo figlio di Dio, cresciuto nella casa di Maria e di Giuseppe, per mezzo di Lui tutti gli uomini, gli animali e le cose sono redenti.

Per essere compagno nella sofferenza e nella gioia e santificare la vita ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nascendo da Maria di Nazareth, sorella nel silenzio e nella fede. Fu appeso alla croce e divenne fratello fino alla morte, caricandosi di tutti i peccati e dell’immenso dolore del mondo.

Al tempo di Pilato e di Caifa, infatti morì e fu sepolto. Ma il terzo giorno è risuscitato: lo testimoniano Maria di Magdala, le donne che lo accompagnarono e lo amarono nella vita e poi i suoi discepoli.

E i viandanti di Emmaus lo riconobbero quando divise il pane con loro.

Oggi lo sentiamo presente nella nostra vita e condividiamo con tutti l’attesa del ritorno; quando verrà a portare la pace ai vivi e ai morti. E tergerà le lacrime dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

Credo nello spirito creatore e creativo che ci comunica la vita del Padre e del Figlio, che apre la bocca dei Profeti, dà speranza ai poveri, coraggio ai sofferenti, lo Spirito d’amore che soffia dove vuole e chiama ad essere le cose che non sono.

Vivo nella comunità dei credenti, cattolica nella santità e nel peccato, che cammina nella storia, insieme ai messaggeri della resurrezione che in ogni angolo della terra ti raccontano con la preghiera e con la carità. Fedeli alla terra e allo stesso tempo pellegrini.

Professo il battesimo della Tua grazia e della Tua compagnia per il superamento e il perdono dei peccati. Ed attendo il ritorno del Signore, la risurrezione dei morti e la vita sel mondo che verrà. Amen”

Lo rileggo ancora, con calma, dentro il silenzio ormai pieno di questa notte in questo strano paese sospeso tra realtà e immaginazione. E’ bello, è proprio bello, caro Marco!”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 52-53)

“la radice di quella passione era mia madre. Dovunque vivessimo c’erano sempre fiori, era come un segno di eleganza e dignità, nella povertà della nostra esistenza girovaga. Se c’è qualcosa di regale su questa terra è proprio la sobrietà e la misura. Almeno io la penso così. La mancanza di ricchezza non mi è mai pesata.

Caro dottore, deve sapere che l’inverno offre la possibilità di avere degli straordinari fiori profumati. Perché non mette a dimora il calicanto o qualche tipo di dafne o i viburni che le daranno dei fiori di un rosa confetto molto delicati e resistenti? O anche tutte queste specie assieme, spazio ne ha a sufficienza. E se vuole allungare la stagione mescoli dei bulbi di bucaneve con perenni dai fiori precoci come l’alliboro. Avrà una fioritura rigogliosa e profumata. Niente di meglio per iniziare bene la giornata. La cosa affascinante del giardinaggio è questa santa alleanza tra uomo e natura, bisogna saper assecondare la natura, prenderla per il verso giusto, saperla ascoltare. E’ un’arte complessa quella del giardinaggio, gli impazienti non la possono mai praticare né all’opposto i pigri. Chiede capacità di attendere e perseveranza, conoscenza di un linguaggio diverso e rispetto. Fiducia nella forza della vita e speranza, con solo un piccolo spolvero di ottimismo, che il troppo addormenta, ma quel poco è come se fosse avvertito dalla natura come un far credito alle sue forze e perfino a qualche sorpresa e a un po’ di fantasia. Nel giardinaggio non tutto può essere previsto, c’è un imponderabile che ci insegna a non sentirci onnipotenti. Chi pratica questo vizio velenoso prima o poi ne paga il prezzo. Ma forse le ho rivelato troppi segreti, dottore, non pretendo che faccia altrettanto con la medicina!”

Sabato Felici aveva preso una paginata di appunti. Faceva così per tutte le cose che lo interessavano. Tornammo in salotto per un caffè forte fatto con la macchinetta napoletana.”

(da Mariano Borgognoni, Le primavere nascono d’inverno, ed.Cittadella 2016, 102-103)

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“Le donne del vangelo, invece, sono guidate dalla consolazione del Signore a entrare davvero nel mistero ed è quindi il loro atteggiamento che dobbiamo attentamente considerare (…)

… Gesù aggiunge ancora una frase: ‘Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura’. Maria di Betania rappresenta, mi sembra, il sì dell’umanità alla morte di Gesù. Non è Pietro che dice a Gesù: ‘Tu non farai questo’, ma è l’umanità che dice a Gesù: ‘Ti ringrazio Signore, e ti lodo e ti onoro per l’amore con il quale darai la vita per noi’. E’ la partecipazione dell’umanità alla morte del Signore. Partecipazione che è passiva e umiliante, se volete, per chi desidera essere sempre al primo posto. Umiliante per Pietro e per Giuda, umiliante per tutti noi, che vorremmo sempre fare qualcosa per il Signore, ma a cui il Signore dice in realtà: voi credete di fare qualcosa per me, ma se aveste il cuore illuminato dall’amore, come questa donna, capireste che sono io che sto facendo qualcosa per voi. Questa donna sta accettando il mio amore di salvatore: è l’unica che ha capito il Vangelo. Il Vangelo è l’amore di salvezza, è per questo che sarà predicato.

La buona novella appare quindi, qui, in una persona che è riuscita a capire che il Vangelo non è gloriarsi di far qualche cosa per il Signore, ma ringraziare perché il Signore fa qualcosa per noi poveri. I primi poveri da aiutare siamo noi. Questa donna, dunque, è il simbolo dell’umanità che si è lasciata amare da Gesù nella sua passione. E’ il simbolo della realtà di Maria: questa donna compie in maniera ‘intuitiva’ questo gesto, ma chi lo compie pienamente – lo sappiamo da Giovanni – è Maria, la quale come madre accetta l’assurdo che suo figlio soffra per lei (…) E’ lei che dice il suo ‘sì’, non un ‘sì’ per fare qualcosa, ma un ‘sì’ per lasciarsi fare…”

(da C.M.Martini, I vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana, ed. Bompiani 2017, 297-307)

“E allora ho preso a dire, forse balbettando: “la mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede. E’ una fede semplice, povera, elementare. Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo. Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto, è per me motivo di profonda pace quello che ha promesso. Mi sembra che le sue parole sulla croce: ‘Nelle tua mani consegno la mia vita’ siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra. C’è il consegnarsi di chi si sente piccolo nelle mani buone di qualcuno che è soltanto amore”

(da Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro. Il sacerdote e lo scrittore. Pagine scelte, ed Paoline 2010)

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