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IV domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_0318.JPGAt 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

La figura del pastore nel IV vangelo si delinea in contrapposizione a tre diverse e opposte figure, il ladro, l’estraneo e il mercenario.

Gesù è il pastore che da’ la sua vita per le sue pecore. In queste parole sta il riferimento alla figura del servo di Jahwè che ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti… era come agnello condotto al macello (Is 53,3-7). Paradossalmente la figura di colui che è sfigurato, davanti al quale ci si copre il volto, è presa per indicare il volto di Gesù, pastore bello. La sua bellezza manifesta la gratuità che segna la sua vita, il dono della sua esistenza….

Il pastore indicato nel IV vangelo porta in sé infatti i tratti sconcertanti della figura del servo che si offre per tutti. Il mercenario, presta servizio fino al momento in cui può ricavare utilità. non si coinvolge in una relazione con gli altri, ne cerca solo vantaggio e utile. Gesù ha fatto della sua vita un dono per tutti. Vive un rapporto unico come quello del pastore con il suo gregge.

Il pastore conosce le sue pecore: conoscere nel IV vangelo indica una relazione nella reciprocità: così anche le pecore conoscono… e le mie pecore ‘conoscono me’. C’è una relazione particolare che conduce chi ha incontrato Gesù ad entrare nell’amore che lega il Figlio con il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’.

‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’. Incontrare Gesù è cammino di amicizia, chiamata ad un amore che coinvolge l’esistenza. E’ il dono ed il progetto di vita che viene proposto a chi si apre all’incontro con Gesù.

La conoscenza tra il Figlio e il Padre è dono e di accoglienza di amore che circola e di reciprocità di vita; così il ‘conoscere’ che lega Gesù a noi. E’ dono perché Gesù offre la vita per noi e conoscere lui è entrare in una intimità di vita per compiere scelte come le sue.

L’immagine del pastore apre a guardare oltre i confini: ‘ho altre pecore che non di quest’ovile; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù attua un raduno nel donare la sua vita: la sua testimonianza è forza che genera la possibilità di un incontro nuovo e di una unificazione nella diversità laddove c’era dispersione e lontananza.

Lo sguardo di Gesù va oltre ogni ovile che tiene chiuso il gregge in una situazione di tranquillità. La sua vita è non per il privilegio di qualcuno, ma per la condivisione. La radice di un tale sguardo che si allarga sta nella sua libertà, attitudine che si esprime nel donarsi: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’.

La bellezza del pastore è la gratuità e la libertà con cui offre la sua vita. Nel dono di questa libertà nell’incontro è situato il percorso della nostra vita. il disegno di salvezza del Padre ha di mira una comunità nuova, un gregge oltre ogni confine, che sta in altri ovili. Siamo chiamati a testimoniare che solo la bellezza – frutto della gratuità e della libertà del dono di sè – può salvare il mondo.

Alessandro Cortesi op

IMG_1652.jpgOltre i recinti

“Afef è la narratrice, introduce poi si ferma mangiucchiandosi le dita: «Ma come sono andata?». «Brava, solo alza la voce». I professori incoraggiano. Bruno Nataloni, insegnante di religione, è anche attore. Paolo Bosco, docente di italiano che fa l’ora di alternativa, ha scritto il canovaccio con gli alunni della seconda B tenendo insieme il racconto biblico sul figlio di Giacobbe e Rachele, ripreso anche dal Corano e rivisitato da Thomas Mann in una sua opera. Dentro c’è tutto: l’amore, i sogni, la cacciata dello straniero, il bivio nella scelta tra vendetta e perdono. Prove di teatro in classe che in realtà sono prove di integrazione. È l’ora del dialogo. Tra mondi, culture, religioni. Alle medie Saffi, scuola nel quartiere popolare e multietnico di Bologna, l’ora di religione cattolica si fa insieme all’attività alternativa. Almeno, lo si sperimenta. È un progetto annuale votato dal collegio dei docenti, condiviso coi genitori. Invece di dividere gli studenti, i quattro insegnanti dell’istituto dove sei ragazzini su dieci hanno genitori stranieri (l’80 per cento in alcune classi), hanno deciso di unire le lezioni stando in aula in due”  (Ilaria Venturi L’ora delle religioni In aula lezione di dialogo, “la Repubblica” 17.04.2018).

La lettura del giornale quotidiano è spesso motivo di sconforto per le tante notizie che offrono il panorama di una realtà mondiale segnata da violenza, esclusione dell’altro e scelte di guerra. Talvolta tuttavia si trovano notizie – come questa – che fanno respirare ed aprono orizzonti nuovi. Raccontano di tentativi di superamento di ristretti recinti. Parlano dell’inventiva di chi cerca nel proprio quotidiano di creare occasioni di conoscenza, incontro e comprensione. Nonostante le tante difficoltà e crisi la scuola è luogo in cui si attua, nel quotidiano spesso pesante, il processo di interrelazione tra generazioni, tra persone diverse, tra culture. C’è spazio ancora per andare oltre ristretti recinti e aprire nuove vie di fronte alle sfide educative del presente.

“In alcune scuole dei quartieri di Bologna con un’alta percentuale di studenti stranieri, i docenti hanno abbandonato l’insegnamento tradizionale della religione per coinvolgere tutta la classe in un progetto dedicato alla cultura religiosa. E le religioni di tutto il mondo sono diventate un «pretesto» per tenere unita la classe e per allenare bambini e ragazzini all’integrazione. Risultato: sono sempre meno gli studenti figli di genitori atei o di religioni diverse da quella cattolica che lasciano la classe durante l’ora di religione. Si sta tutti insieme e si impara cosa è importante nella cultura di ciascuno” (Daniela Corneo, L’ora di religioni nella scuola multietnica, “Corriere di Bologna” 7.04.18)

Sperimentare modi nuovi di affrontare le tradizioni religiose per farne motivo di ricerca, di conoscenza dell’altro, di individuazione di vie per costruire una convivenza solidale, scorgere che un approccio serio all’esperienza religiosa è luogo per un interrogarsi insieme da parte di chi vive una fede e da parte di chi non si riconosce in un’esperienza religiosa. Sono queste le sfide di un presente che guarda al futuro delle generazioni più giovani e per quelle che verranno. Nel quadro desolante dei ripiegamenti identitari e della superficialità con cui oggi si pensa alla politica, esperienze di questo tipo sono luci che indicano una creatività possibile.

“I docenti di religione delle medie Saffi portano in classe i diversi testi religiosi, li studiano, trovano le somiglianze, gli incroci, le sovrapposizioni. Letterarie, storiche, culturali. In supporto, sull’analisi dei testi, c’è sempre il docente dell’attività alternativa, spesso un prof di italiano. «E poi porto in classe — dice Nataloni — anche il testo della Costituzione, perché tutto deve essere fatto dentro questa cornice che ci dà diritti, doveri, regole».

Si tratta di un tentativo, una sperimentazione appunto, altre vie certamente sono possibili e da tempo sono individuate e proposte da chi s’interroga sulla sfida che il mondo plurale pone all’educazione, alla scuola, alle comunità di fede, anche nel ripensamento dell’insegnamento riguardo all’esperienza religiosa ed alle religioni nella scuola.

Sono tentativi che fanno sorgere gratitudine per chi ha avuto la capacità inventiva di porli in atto e che indicano vie a cui fare maggiore attenzione per far sì che nei luoghi del vivere sociale si promuovano esperienze per abbattere le tante barriere di separazione e di intolleranza, i tanti recinti che generano esclusione ed incomprensione dell’altro.

Alessandro Cortesi op

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IV domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

Il pastore è figura di relazione: la sua vita è in rapporto al gregge. Non è solo una funzione. L’esistenza dei pastori è di cura, vicinanza agli animali, condivisione di vita per poter vivere, loro stessi e il bestiame, insieme. Gesù aveva esperienza della vita dei pastori nei campi della Palestina. Tra le persone che incontrava alcuni potevano esser pastori. I racconti dell’infanzia parlano di pastori come i primi che accolgono la bella notizia del vangelo.

I pastori nomadi vivevano in un contatto profondo con gli animali e la loro esistenza era ritmata dai cicli della natura e dalle esigenze del gregge. L’origine stessa del popolo d’Israele affondava radici nell’esperienza di tribù che praticavano la pastorizia spostandosi nell’anno a seconda della possibilità di trovare pascoli e acqua: la pasqua stessa per Israele, era festa che inaugurava lo spostamento di pastori e greggi all’inizio della primavera verso nuovi pascoli.

‘Il Signore è il mio pastore… mi rinfranca mi guida per il giusto cammino’ (Sal 23,1.3). La figura del pastore viene usata quale riferimento per scorgere la vicinanza di un Dio premuroso che guida e sta accanto. Con essa i profeti descrissero la cura e lo sguardo di Dio, rimproverando duramente coloro che in mezzo al popolo erano guide preoccupate solo del proprio tornaconto e indifferenti alle fatiche del gregge. Tra essi Ezechiele richiama il disegno di Dio: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11-13).

Il vero ed unico pastore di Israele è Dio stesso: è lui solo che va in cerca della pecora perduta e riconduce quella smarrita, fascia quella ferita e cura la malata (cfr. Ez 34,16). Il Dio pastore con il suo agire genera una ‘alleanza di pace’ (Ez 34,25).

Nel IV vangelo Gesù parla di un ‘pastore bello’. Contrappone chi ha cura del gregge ai pastori mercenari. Sfruttano il gregge e sono ladri e briganti. Il vero pastore è riconosciuto dalla sua voce dalle pecore. Gesù così indica un rapporto speciale tra le pecore e il pastore custode: non è un mercenario, ma vive una relazione unica e profonda. Gesù chiama i suoi ‘piccolo gregge’ (Mt 25,31-32). Il desiderio espresso nella sua preghiera al Padre è che le molte pecore trovino unità: un solo gregge e con un solo pastore.

Gesù nel IV vangelo presenta se stesso come ‘porta’ delle pecore. Porta è soglia di passaggio: lì si entra e si esce. Entrare ed uscire è rinvio alla totalità dell’esperienza della vita, in cui si entra con la nascita e si esce con la morte. Gesù dice “Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo”. In lui si può passare per la vita.

Il riferimento probabilmente per chi lo ascoltava andava ad una porta del tempio di Gerusalemme, chiamata appunto ‘porta delle pecore’. Era un passaggio per accedere al Tempio, simbolo della presenza di Dio al cuore di Gerusalemme. Nel IV vangelo Gesù è presentato come porta, luogo di passaggio, soglia di incontro con Dio.  Il suo corpo è indicato come tempio, luogo dell’incontro con il Padre: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo…” (Gv 2,19-22). E’ un tempio non fatto da mani d’uomo (cfr. Mc 14,58). Gesù si prende cura e dà la sua vita per le pecore e il suo sguardo va oltre i confini di ovili che separano, in vista di un raduno che è chiamata alla vita di tutta l’umanità: “…ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16).

Alessandro Cortesi op

Tenerezza

Viviamo in un’atmosfera segnata da aggressività e violenza. Il respiro non riesce a distinguere le polveri disseminate nell’aria, e non può filtrarle. Di polveri sottili parlano gli esperti, quelle polveri che inquinano i cieli delle nostre città e si diffondono, penetrano ad originare malattie e morte. L’aria inquinata di un ambiente malsano è quella che deriva dalla devastazione naturale, ma ci sono anche le polveri sottili dell’inquinamento dell’aggressività e della violenza disseminata e pervasiva.

Le ultime statistiche sul commercio di armi nel mondo manifestano un processo di armamento in corso che vede un triste record per l’Italia. Il nostro paese ha aumentato in modo spropositato la spesa per le armi commerciandole con paesi che praticano la violazione sistematica dei diritti umani (cfr. N.Scavo, Armi da guerra. Quasi raddoppiato il nostro export. Record di missili, “Avvenire” 27 aprile 2017;  A.Tarquini, Armi, cresce la spesa in tutto il mondo. Italia da record in Europa: +11%, “La Repubblica” 29 aprile 2017).

Quello che queste statistiche non possono rivelare è la connessione tra il commercio di armi fatto di produttori di strumenti di morte e di mercanti di violenza, e l’armamento dei cuori. Viviamo in contesti seganti da aggressività, da nervosismo che si esprime in forme quotidiane di intolleranza, di sopruso, di affermazione della forza quale modello di vita. Siamo anche immersi in un clima di durezza dell’iperattivismo che non pone limite all’impegno ma è succube della esigenza di prestazioni sempre più efficienti ed elevate.

Il modo di vivere il tempo evidenzia tale disagio, quando il tempo non è più scandito nel ritmo del lavoro e del riposo, ma diventa indifferenziato, interamente orientato e consumato per obiettivi di profitto. Viviamo la stanchezza di una ricerca compulsiva di ben-essere che si rivela vuota e fonte di mal-essere profondo. Nella società della prestazione, vengono sempre più a mancare le legature di vicinanza, gli intrecci di parole rivolte e ricevute, ma anche l’incontro di mani capaci di protendersi, di prendersi e accarezzarsi.

C’è un commercio di armi che porta le nazioni ad armarsi all’inverosimile in una pazzia collettiva che ripresenta incubi che si pensava relegati a tempi lontani. E c’è un corazzarsi dei cuori che si fa strada quale processo in cui gli altri – ma anche noi stessi – veniamo trasformati in cose. E’ il movimento che sta alla base di formazione di attitudini di indifferenza e di freddezza fino a perdere la pietas davanti alla sofferenza non più riconosciuta nel volto altrui, fino al venir meno della capacità di piangere. La scuola della durezza e della freddezza conduce al punto di non considerare più l’essere uniti agli altri in una comunità di destino, il destino umano.

Isabella Guanzini nel suo testo Tenerezza svolge, con ricchezza di rinvii al pensiero filosofico e con leggero tratto poetico, la matassa di un’analisi che svela i tratti di una società in cui i rapporti, la vita delle città, sono segnati da indifferenza, stanchezza, narcisismo. Ma viene anche evidenziato il desiderio di vie nuove per un cambiamento possibile, le fessure dell’esperienza umana che ci ricordano – a partire dai bambini nella gratuità del loro giocare – il fallimento di un mondo fondato sull’ipertrofia dell’io e sulla pretesa dell’autosufficienza e del dominio.

“Parlare di tenerezza tocca molte corde sensibili, smuove affetti ancestrali, evoca l’intensità della vita elementare del corpo e anche dell’anima. La tenerezza ha preceduto la nascita e resisterà anche alla morte. I legami più umani che conosciamo anticipano la nostra vita cosciente e durano oltre ogni nostro congedo più o meno forzato. La tenerezza incoraggia il nostro corpo a formarsi, a nutrirsi, a riconoscersi. E poi orienta il nostro sguardo sul mondo, ci spinge a trovare parole per dirci, ci interpella con il nostro nome proprio, forgiando e rivelando la nostra unicità insostituibile. La tenerezza riesce a dare forma a una singolarità ancora priva di forza. Questo è il suo miracolo” (Isabella Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, ed.Ponte alle grazie 2017, 9).

La rivoluzione della tenerezza è via da scorgere come alternativa urgente, possibile e vicina. E’ rivoluzione di un potere gentile, in cui la cortesia è attitudine che esprime quasi una forma laica di preghiera. Sembra di ascoltare gli echi di una promessa di beatitudine che in modo paradossale indica i miti coloro che possederanno la terra. Un possedere che capovolge i significati: il potere può essere gentile, nella misura in cui scava le profondità di un umano in attesa.

“La tenerezza restituisce bellezza proprio all’umano provato dalla fatica di vivere: non la nasconde con imbarazzo, non la muove nello sballo, non la maledice con disprezzo. La tenerezza restituisce bellezza all’umanità della vita reale: la sottrae alla rassegnazione e all’avvilimento, la commuove per la sua semplice grandezza” (ibid. 109)

Con queste parole l’autrice chiude il libro:

“Contro i mostri del mare e le fatiche immani di uomini e donne in cerca di pace, contro la durezza impietosa di dispositivi che svuotano gli animi, la tenerezza, la piccola tenerezza che è come ‘una traccia madreperlacea di lumaca’ su terre battute, esporrà lucidamente la sua lucina ostinata, indicando sempre la via ai naviganti più attenti. Perché non tutto è confuso o perduto, anche sotto un sole che piange.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una be-

stia zoppa e questo mondo come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue.

Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora provia-

mo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di più.

C’è splendore. Non avere paura.

(M.Gualtieri, Paesaggio con fratello rotto, in Tutte le poesie, Mondadori 1990)”

Tenerezza può forse essere indicata come uno stile che non può essere delimitato a gesti o parole, ma da’ forma all’esistenza ed alle relazioni. E’ attitudine da cercare e formare con lavoro e pazienza di artigiani. Da qui può prender vita la cura perché tutti abbiamo la vita, quella vita percepita come ambiente comune, casa in cui per tutti sono da ricercare modi di ospitalità e spazio che aprano allo ‘stare accanto’. Sta nel cuore della figura di ogni pastore che si prende cura e vive la mitezza di chi conosce la vita del gregge. E’ uno sguardo di tenerezza alla radice di quella parola: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua anno C – 2016

09_03_02.jpg(Apocalisse: i martiri ricevono la veste candida – affresco Cattedrale di Anagni cripta)

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

Il passaggio dell’annuncio del vangelo ai pagani costituisce una svolta epocale nella storia del cristianesimo. La predicazione della prima comunità cristiana restò inizialmente entro i confini di comunità giudaiche, percepita come interna ad un gruppo particolare nel quadro dei diversi giudaismi che popolavano il I secolo. Ad un certo punto l’annuncio della fede in Cristo si apre al mondo dei pagani. E’ una svolta nella storia, un evento complesso, carico di implicazioni sino ad oggi e che continua ad interpellarci in vari modi.

La comprensione della figura di Gesù, del suo agire e della sua morte si apre ad orizzonti nuovi. In tale apertura si attua anche una comprensione nuova del disegno di Dio. In tutto il Primo Testamento, l’alleanza aveva il tratto di dono di salvezza per tutti i popoli attraverso la chiamata unica di Israele. La scelta di Paolo e Barnaba è in continuità con la fede ebraica, ne risulta un approfondimento: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà ad essa. Ma è presente anche un contrasto, una prima rottura che pesa sulla storia successiva.

“Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia con franchezza dichiararono: ‘Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba rivolgono l’annuncio ad Israele che mantiene un ruolo fondamentale nella storia della salvezza. Questa apertura di universalità trae radice nelle benedizioni di Dio non solo per Israele ma per tutte le nazioni. La stessa chiamata fondamentale per Israele è quella di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita che progressivamente coinvolga i popoli e le genti straniere. Il popolo d’Israele sorge da una scelta gratuita quando era vittima e oppresso. Vive una elezione originaria finalizzata non ad un privilegio, ma ad un servizio per tutti i popoli. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Ad Antiochia si attua una svolta che trova il suo fondamento nel disegno di Dio richiamato dalla citazione di Is 49,6: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’. La figura del servo di Jahwè è vista come presenza di luce, inviato per un annuncio sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione.

Le parole di Paolo e Barnaba sono indicazione dell’apertura propria della Parola contro tutte le forme di religiosità che intendono chiuderla. L’incontro con Dio sta oltre le costruzioni e strutture religiose umane.

Paolo e Barnaba ad Antiochia fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con coraggio, attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito che conduce a vivere la gioia e la serenità profonda anche nelle momento della prova.

Questo itinerario offerto a tutti trova espressione nell’immagine del gregge e del pastore: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Nella parte iniziale della similitudine Gesù parla di altre pecore: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17)

‘Vita eterna’ non è realtà lontana e distante. Indica piuttosto la risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore: il desiderio di essere accolti e amati, di vivere la pace nell’incontro, con Dio fonte della vita.

La pagina dell’Apocalisse presenta la visione di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma abbraccia ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. La moltitudine tiene tra le mani il segno della vittoria: tutti costoro sono i testimoni che hanno vissuto la fatica della prova, la tribolazione, e provengono da ogni direzione. Il testo reinterpreta il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione si chiude con una parola di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, agnello inerme e donato, apre ad una comunione nuova che si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

Una notizia di questi ultimi giorni è che la rivista americana ‘Fortune’ ha inserito il nome di Domenico Lucano, sindaco di Riace, tra i 50 leader più influenti del mondo attuale. La presenza di questo nome è dovuta alle scelte politiche e alle attuazioni svolte nel paese di Riace in Calabria, al cuore della Locride, paese colpito dal fenomeno dello spopolamento, in una zona tristemente nota per il controllo delle ‘ndrine della ‘ndrangheta locale. Domenico Lucano ha perseguito un progetto di apertura e di speranza. L’arrivo di stranieri, profughi e rifugiati a causa delle migrazioni non è stato visto come problema da cui difendersi ma come opportunità per pensare un futuro nuovo per un borgo a rischio spopolamento. Su circa duemila residenti la popolazione degli immigrati è divenuta in pochi anni di alcune centinaia di persone.

Il paese luogo di presenza dell’antica cultura greca con i famosi bronzi di Riace – portati anch’essi lontano – si è trasformato negli ultimi quindici anni in un paese di accoglienza di etnie, tradizioni, culture, lingue diverse. Le case lasciate vuote da chi se n’andava trovavano nuova possibilità di utilizzo quale accoglienza per le famiglie di rifugiati.

Alcuni simboli ricordano l’orientamento di fondo di un progetto che mira a dare vita nuova con la valorizzazione dell’artigianato, di forme nuove di lavoro, di valorizzazione del turismo e dell’accoglienza. Nella piazza principale una porta “africana” ricorda il rapporto con l’Africa. In un’aiuola una sagoma nera di donna rinvia alle statuette tribali e indica la speranza.

Riace si è così trasformata in un paese in cui una nuova società è andata formandosi con presenza di attività artigianali di somali, afghani, nigeriani con promozione di lavori sociali, di nuove attività commerciali e con l’arricchimento della scuola per la presenza di nuovi bambini, e nella presenza di volti di origini diverse e di religioni diverse. A Riace l’accoglienza di uomini, donne, famiglie di altri paesi è divenuta così occasione di lotta alle mafie locali e promozione di lavoro e di vita sociale.

La progettualità sostenuta da Mimmo Lucano si pone in una linea di coraggio e di libertà: “questo modello si basa su un’economia solidale, sui valori di sostegno reciproco della civiltà contadina. Inoltre penso che abbiamo una responsabilità verso quei Paesi del sud del mondo a lungo depredati dall’Occidente. Per questo ospitare chi fugge dall’Africa è un dovere”.

L’azione di Domenico Lucano riconosciuta a livello internazionale è una parabola laica del ‘coraggio’ di annunciare la Parola, quel coraggio che portava ad aprire la possibilità che la Parola si diffondesse oltre i confini chiusi di appartenenze, di sistemi culturali o religiosi. La parresia di Paolo e Barnaba è forse riconoscibile oggi in queste scelte di coraggio che aprono possibilità di convivenza nuove, che respirano la libertà di realizzare una società nuova, in contrasto a tanta aria irrespirabile di rifiuto, chiusura e violenza che sta diffondendo. La parresia è la franchezza di scelte di libertà che aprono vie al diffondersi di quella Parola che è per la vita delle persone: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’.

Alessandro Cortesi op

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IV domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCN0497At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

“Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata…”. La pietra scartata è immagine biblica che racconta come agisce Dio: Dio va alla ricerca dell’ultimo, guarda il dimenticato, solleva e rovescia la condizione di chi è senza appoggi, si china sulle vittime e su chi non ha altro sostegno. Il suo agire è diverso dall’attitudine diffusa che scarta ed esclude. Lo stile Dio è la tenerezza di chi va alla ricerca del perduto. La sua potenza si rivela nello scendere e risollevare chi è indebolito e vittima senza difese.

Dall’esperienza di Dio che prende la pietra scartata sgorga la lode del salmo: “Ti rendo grazie perché mi hai risposto, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia agli occhi nostri” (Sal 117).

In rapporto a questo agire di Dio la prima comunità cristiana legge la risurrezione di Gesù: essa riconosce in lui il volto dello sconfitto, dell’umiliato sulla croce. Proprio lui è stato costituito ‘signore’ in virtù della potenza di Dio. Ed è lui pietra scartata, a divenire base della costruzione di un edificio nuovo, della vita di una comunità che in lui trova unico fondamento.

In questo orizzonte è colto un senso profondo della vita, la risposta alla attesa di felicità: non c’è altra salvezza da ricercare in altre soluzioni o progetti. In Gesù – è questa l’esperienza della prima comunità cristiana – si incontra l’azione potente del Padre che accoglie chi è scartato ed eliminato. In Gesù trova speranza la vicenda di tanti poveri che non hanno appoggio umano e si affidano al Dio fedele, capace di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili.

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre… noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al cuore della prima lettera di Giovanni sta una parola sull’identità del credente: il suo centro sta al di fuori di sé: è qualcuno che ha accolto un amore quale dono del Padre. La sua identità fa riferimento così ad un amore ricevuto, ad un Altro. Da lì proviene la meraviglia per la gratuità di un incontro. Il credere è esperienza di comunione. Dio ha il volto dell’amore: chi sperimenta l’amore, che raggiunge nei gesti umani della vicinanza, dell’accoglienza, della cura, nella concretezza della sua vita, può comprendere qualcosa del volto di Dio.

Il credente scopre così di essere figlio, meglio, partecipe di una comunità di figlie e figli. “Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente”. ‘Figlio’ è un nome che dice legame: una dipendenza originaria da cui la vita ha tratto il suo inizio. E’ il legame profondo della generazione, un codice scritto nelle profondità dell’essere, nella psiche, nelle cellule del proprio corpo. Ma la condizione di figli non è solo un fatto biologico. Si è figlie e figli in quanto si attuano e si scoprono nell’esistenza legami e relazioni in cui la solitudine è vinta nell’incontro e riempita dalla cura e dalla presenza di qualcuno vicino. Scoprire di essere figli è cammino in un amore ricevuto, è meraviglia per la gratuità che avvolge senza merito, dono che segna la propria esistenza, è l’apertura a trovare radice della propria vita nel dono di altri. Così la vita dei cristiani è esistenza di figli, scoperta di un dono che precede e di uno sguardo appassionato, quello di un padre-madre, Dio come ‘tu amante’, che non dimentica le nostre vite e non è indifferente a nessuno.

La prima lettera di Giovanni ricorda anche che il nostro essere figli si colloca all’interno di una tensione tra il momento presente, con tutte le sue contraddizioni, ed un futuro di compimento. ‘Noi saremo simili a lui’: è una promessa ed anche un invito a scorgere le profondità dell’esistenza. C’è un dono di somiglianza sin d’ora in atto che apre a responsabilità e a scelte libere. Dentro ad esistenze che vivono la fatica e la precarietà c’è una chiamata ad una esperienza dell’amore più profonda e piena: ‘lo vedremo così come egli è’: è la grande promessa e attesa della fede. E’ la promessa di una vita aperta all’esperienza dell’amore che non siamo in grado di esprimere.

“Io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. Gesù è la pietra scartata che è divenuta testata d’angolo: la sua vita è stata in tutti i suoi momenti testimonianza di amore gratuito e liberante del Padre. Per il modo in cui ha vissuto è stato scartato. La sua vita è stata una discesa nella debolezza dell’amore, fino a perdere la vita stessa per i suoi, le sue pecore.

L’immagine del pastore è cara alla Bibbia: Dio stesso è presentato come pastore e il suo agire contrapposto ai pastori, i capi del popolo, preoccupati dei propri interessi e non della cura delle pecore. Pastore è infatti chi nutre, che alimenta la vita, che avverte la propria esistenza legata e dipendente da quella delle pecore. Tutt’altro dall’idea del pastore come capo e dominatore che vive la superiorità del comandare.

Gesù è indicato come ‘pastore bello’. Nel suo agire nel suo volto si rende visibile il volto di Dio. Nel suo essere pastore si compie secondo il IV vangelo un farsi vedere del volto di Dio come colui che procura vita, che ha cura della vita di tutti.

Per i pastori del tempo di Gesù alcune poche pecore costituivano una piccola proprietà che consentiva loro la sussistenza: erano care come la propria vita. Il pastore conosce le sue pecore e le pecore ‘conoscono me’: conoscere nel IV vangelo verbo con una particolare importanza: esprime una relazione di vita, un’esperienza e parla di reciprocità: c’è un rapporto unico e personale. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono.

Gesù dà la sua vita per i suoi, diviene uno scarto secondo le logiche del potere umano. Ma proprio in questo offrire la vita manifesta il volto di Dio. La debolezza della libertà è il massimo potere sulla vita, nel suo darsi si manifesta l’amore del Padre che dà salvezza, senso e compimento alla vita. Il volto di Dio è lì in una vita donata fino alla fine, nel chinarsi di chi serve, nell’amore che si dona per gli altri.

La pagina apre un’ulteriore approfondimento: ‘ho altre pecore che non provengono da questo recinto; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù come ‘pastore’ compie un raduno nel suo donare la sua vita: sta qui il senso più profondo della sua testimonianza, il dono di sé è forza che raccoglie e genera la possibilità di incontro, di superamento della dispersione Lo sguardo di Gesù va oltre ogni recinto che racchiude.

Earth_Day_FestivalAlcune osservazioni per noi oggi

Pietro parla di Gesù come pietra scartata per rispondere alla domanda suscitata dall’aver portato beneficio ad un uomo infermo. Nel nome di Gesù si pone l’azione dei discepoli. Nel nome di Gesù, pietra scartata, Pietro ritrova il criterio di fondo di un agire che guarda a chi è infermo.

In questi giorni ancora abbiamo ancora assistito ad eventi tragici in cui centinaia di uomini donne bambini sono morti nel mare Mediterraneo per il capovolgimento di barconi su cui erano stati caricati come sfruttati e schiavi, quasi al termine del lungo viaggio che li ha condotti dalle regioni interne dell’Africa, la Somalia l’Eritrea, il Mali, il Gambia, sino alle coste della Libia. Cercavano salvezza e hanno trovato la morte. Sono loro oggi le pietre scartate di un mondo in cui l’indifferenza e la preoccupazione per difendere la propria ricchezza impedisce di perseguire scelte di cura e solidarietà tra i popoli. I loro volti sono un appello a pensare il nostro agire nel nome di Gesù pietra scartata, a ritrovare in lui il criterio di scelte che sappiano prolungare il suo ‘passare facendo del bene’. La salvezza passa attraverso un salvare vite umane, le vite da trarre in salvo dai flutti del mare, ma anche le vite da trarre in salvo dall’indifferenza e dall’egoismo…

Tommaso di Francesco, evidenziando le radici della questione di un Occidente responsabile delle guerre e miserie dei Sud del mondo, s’interroga su modi nuovi di fare memoria del 25 aprile come festa di liberazione che investa il presente : “E invece, se di fronte a questo vuoto e disastro politico, facessimo del 25 aprile — attanagliato quest’anno del 70esimo da ritualità e conflitti — anche il 25 aprile della liberazione dei migranti dai muri della Fortezza Europa, dalle nuove guerre e miserie, dalla condizione «clandestina» e dalle stragi amare alle quali sono condannati? Se per ricordare e rivitalizzare la memoria della Resistenza dessimo la parola — e i contenuti sulle nuove oppressioni — ai sopravvissuti dei naufragi e ai tanti immigrati che fanno crescere il nostro Pil e la nostra demografia?” (Il 25 aprile dei migranti, “Il manifesto” 22 aprile 2015)

Toccante la preghiera laica di Erri De Luca pronunciata in riferimento a quanto avvenuto nel canale di Sicilia:

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo

sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale


accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde

i pescatori usciti nella notte le loro reti

tra le tue creature che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati


Mare nostro che non sei nei cieli

all’alba sei colore del frumento

al tramonto dell’uva di vendemmia

che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste


Mare nostro che non sei nei cieli

tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia

poi le riabbassi a tappeto

custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale

fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio

da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

(Erri De Luca a LA7 Piazza pulita 20 aprile 2015)

Il riferimento al pastore andrebbe spogliato dei riferimenti metaforici e riportato ad una dura concretezza: l’esperienza dei pastori è comunanza di vita con le pecore, fatta di fatica, di tempo, di silenzio, di mani indurite. Il tempo dei pastori è speso totalmente nella cura: il chiamare per nome le singole pecore, il saperle riconoscere una ad una è capacità propria di chi vive la fatica di una vita spesso ingrata. La vita dei pastori è dura. Nel passaggio ad intendere il pastore in senso metaforico come ‘guida’ si è perso il senso profondo della concretezza di un’esperienza che è in primo luogo di condivisione totale di vita e di incontro e si è ingenerata anche l’idea di una comunità-gregge.

Nella vicenda di Israele pastore è Abramo, pastore è Mosè, come Davide era bambino pastore quando fu chiamato dal pascolo. I profeti hanno pagine durissime (Ezechiele in particolare) contro i pastori preoccupati solo di se stessi, dei propri interessi. E’ l’idea ripresa nelle parole di Gesù: ci sono pastori che sono mercenari e non si curano delle pecore.

Forse dovremmo pensare ai pastori come persone preoccupate per alimentare vita, per aprire percorsi di vita per gli altri… capaci di custodia di persone, ma anche capaci di custodia della vita nelle sue espressioni diverse, in un rapporto nuovo con la terra. Ci si aprirebbe a scoprire come pastori non sono una categoria di guide avvolte da un’aurea sacrale. Piuttosto profilo del pastore è nascosto in tutte e tutti coloro che custodiscono la vita di altri, la fanno maturare, non chiudono recinti, ma seguono con pazienza per aprire cammini nuovi, dove ci sia vita, dove ci sia cura, dove ognuna e ognuno si senta riconosciuto come unico. Profeti di una cura della terra in attenzione ai semi di vita, preoccupati di non disprezzare e calpestare il respiro della vita nelel sue diverse forme e di aprire vie di maturazione e condivisione. Pastori capaci di custodia oltre i recinti culturali e religiosi.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno A – 2014

buon-pastore_big(catacombe di Priscilla – buon pastore)

At 2,14-41; Sal 22; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10
L’immagine del pastore sta al centro del cap. 10 del IV vangelo. Il ‘non detto’ di questa pagina è il rinvio alla voce dei profeti. Essi avevano parole durissime e chiare contro lo scandalo dei pastori preoccupati solo di se stessi e incuranti dei loro compiti. Così ad esempio Ezechiele con un linguaggio che potrebbe essere applicato a situazioni attuali denuncia la sopraffazione, la ricerca del privilegio a scapito dei poveri, l’irresponsabilità e la superficialità da parte delle guide del popolo che sfruttano gli indifesi fino a soffocare la vita dei piccoli. I pastori sono i capi del popolo: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori. Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte , vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite ma le avete guidate con crudeltà e violenza” (Ez 34,1-4) E ancora in Geremia “Guai ai pastri che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo. Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; … radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e e le farò tornare ai lor opascoli; saranno fecond ee si moltiplicheranno”.

La pagina di Giovanni va quindi letta tenendo presente un rimprovero di fronte ai pastori, immagine riferita ai capi politici e religiosi del popolo che hanno tradito venendo meno al loro compito di guida e responsabilità, e hanno sfruttato e oppresso persone che dovevano invece aiutare e sostenere.

Gesù parla così del pastore che entra dalla porta del recinto delle pecore. Il ‘guardiano del recinto’, il Padre, lo lascia entrare. Gli altri, che entrano da altre parti sono ladri e briganti. Il rapporto di chi è autentico pastore con le pecore è fatto di conoscenza e di ascolto: ascoltando la sua voce egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E le fa uscire e dopo averle portate fuori cammina davanti. Indicazioni che esprimono uno stile di relazioni ben diverso da quelle instaurate da capi preoccupati di sfruttare e approfittarsi delle persone. Chiamare per nome, conoscere le persone come uniche e non come massa indistinta, offrire attenzione che genera ascolto, portare fuori da tutto ciò che imprigiona e chiude, camminare davanti per aprire percorsi di libertà dopo averle condotte tutte fuori, senza esclusioni …

Questa prima parte del discroso si conclude con una incomprensione che nasconde un rifiuto: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro”. Coloro che ascoltavano avevano compreso troppo bene che quel discorso era una accusa radicale e diretta contro il loro modo di intendere i rapporti e la vitacontrola loro estraneità e indifferenza rispetto alle sofferenze. Non capirono forse perché si resero conto troppo bene di essere destinatari di un’accusa che poneva in discussione un mondo di privilegi e di potere. Gesù li accusa di essere ladri e briganti: ladri perché sottraggono in modo indebito ciò che appartiene ad altri e briganti perché usano violenza. I capi farisei che ascoltavano comprendevano bene che questo discorso era rivolto loro e accoglierlo comportava un cambiamento di mentalità su cui fondavano la loro vita.

‘Io sono la porta delle pecore’. Nel IV vangelo ricorrono espressioni introdotte dalla formula ‘io sono’ e in tutti questi momenti Gesù esprime un tratto della sua identità e attua una rivelazione progressiva della sua persona e del Padre stesso. Il vocabolo usato per indicare la porta fa riferimento non alle porte di ingresso delle città, ma ad una porta stretta, una porta che poteva esssere attraversata quando tutte le altre erano chiuse, dopo il tramonto, e che costituiva un’apertura di uscita o di accoglienza nei casi di emergenza. La porta stretta diviene così riferimento alla morte e risurrezione di Gesù, quella porta che ha reso Gesù unico pastore: nel suo dare la vita per gli altri è divenuto autentico pastore che compie pienamente il compito che realizza la vita e la rende bella, cioè riuscita: ‘il bel pastore dà la vita per le sue pecore’. Il pastore che intende la sua vita non per sé ma per gli altri attua i tratti di una vita bella: compie la sua vita nel segno del dono. Se non c’è questo passaggio ad una vita nuova uscendo dalla rincorsa all’accaparramento con tutti i mezzi, dalla paura di perdere sicurezze e ricchezze, dall’ansia di accumulo di privilegi e dalla ricerca inesausta di affermazioni, non c’è pascolo e non c’è nemmeno vita.

Gesù si identifica con la porta che non rinchiude e opprime, ma apre ad un respiro di vita nella libertà: ‘se uno entra attraverso di me , sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo’. ‘Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. E’ una parola che rinvia non solo alla vita eterna, ma fa riferimento ad una pienezza di vita che inizia qui e respira di tutte le dimensioni della vita. La salvezza che Gesù è venuto a portare è cura per l’esistenza, per custodire il nome di ciascuno.

Il discorso si chiude con l’io sono legato al bel pastore. Il pastore che guida e si prende cura attua una vita bella. Opposto è il mercenario che ‘quando vede venire il lupo abbandona le pecore e fugge’. Gesù ha inteso la sua vita nella linea della solidarietà fino alla fine, per radunare e per far uscire.

DSCF9551Potremmo cogliere alcune sollecitazioni per la nostra vita.

Gesù critica i pastori che soffocano la vita del gregge. Pensiamo ai popoli soffocati dall’ingordigia di un benessere di alcune aree del mondo che genera oppressione e impoverimento per molti; pensiamo a popoli soffocati da politiche che hanno imposto un’austerità senza considerazione della vita reale delle persone, dei loro nomi, delle loro storie. Ma anche a livello ecclesiale sperimentiamo ilpermanere di un modello dominante di clericalismo per cui il ruolo di guida diviene un ruolo di potere, e molto spesso la preoccupazione di chi ha compiti di guida non è il servizio e l’ascolto dei piccoli, ma l’accordo con chi è più potente. La vita stessa delle comunità è talvolta più simile ad una società strutturata in gerarchie con membri di serie A e di serie B, ed esclusi piuttosto che un gregge chiamato a camminare, ad uscire seguendo l’unico pastore Gesù.
Pastore delle pecore è Gesù: unico pastore bello che ha compiuto la sua vita e la offre ‘perché abbiano la vita’. Ciascuna pecora è chiamata per nome, conosciuta in modo originale. Ogni persona ai suoi occhi è unica. Per ciascuna e ciascuno c’è una parola da ascoltare, diversa, unica, irripetibile per altri. Pastore e pecore allora non sono immagini del comando, ma immagini dell’incontro, della relazione dei volti, dei nomi. Scoprire Gesù pastore può significare l’uscita da ogni prospettiva di tipo clericale e del potere, in cui una casta di chierici si pone alla guida con atteggiamenti paternalistici e di superiorità.

In queste parole è da ritrovare un appello ad essere tutti pastori degli altri: non qualcuno posto in un gradino diverso e superiore ma situati in un comune cammino nel passare attraverso l’unica porta, la via seguita da Gesù, in lui, e in questo modo scoprire che siamo chiamati a prenderci cura degli altri.

“Egli chiama le sue pecore”. Egli le chiama ciascuna per nome: apre anche noi a scoprire l’importanza dei nomi, il cammino di fede non come appartenenza culturale o irregimentazione, ma come un incontro personale. Nessuno può sostituirsi al passaggio della conoscenza esistenziale interiroe personale entrando nel rapporto con Gesù. Comunicare vita agli altri è lasciare spazio a questo incontro che è cammino personale e interiore. Gesù è pastore che non rinchiude ma apre: “e le conduce fuori…” anche noi nel prenderci cura degli altri dovremmo tener presente questo movimento a condurre fuori, ad aprire spazi di ricerca , di libertà, non di oppressione e di dipendenza.
“Cammina davanti ad esse”. Gesù cammina sempre davanti. La sua presenza non può essere bloccata: sta oltre e ci chiede di stare nel cammino, di andare avanti, di andare oltre. Di scoprirlo in modi nuovi lasciando di essere ‘condotti fuori’ proprio da lui. Fuori, dove c’è aria aperta. Fuori da tutte le gabbie religiose o ideologiche, fuori da una vita comunitaria intesa come burocrazia o come organizzazione tesa ad una affermazione visibile e di potere. Perché c’è un unico pastore, verso lui siamo chiamati, e attraverso di lui siamo chiamati a passare. Passare continuamente. “Entrerà e uscirà e troverà pascolo…” E sarà un passare aprendosi alla scoperta che la sua presenza di pastore non è per rinchiudere, ma per aprire alla vita in tutte le sue dimensioni, oltre ogni misura: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza…”

Alessandro Cortesi op

XVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. La parola guida di questa domenica è ‘pastore’. Nelle pagine dei profeti emerge una denuncia molto chiara contro coloro a cui è stato affidato un compito di guida e che non l’hanno vissuto prendendosi cura delle persone, ma se ne sono disinteressati. Sono così accusati di aver disperso il popolo di Dio: sono venuti meno al compito di dare vita e aiutare nel cammino. Non sono stati autentici pastori perché  non hanno avuto cura della salute del gregge e non l’hanno accompagnato, hanno imposto esigenze insopportabili. Dietro all’immagine del pastore sta il riferimento ai capi del popolo, ai re, ai sacerdoti. Geremia annuncia che Dio stesso si prenderà cura del suo popolo,  invierà un pastore che eserciterà la giustizia, cioè dirà con il suo agire la fedeltà di Dio alle sue promesse: un pastore capace di riflettere lo sguardo di Dio e la sua fedeltà, la cura per la vita di ognuno e per tutto il popolo.

L’immagine del pastore ritorna nei vangeli. Marco in particolare presenta i caratteri principali del pastore nel suo modo di guardare e nella capacità di commuoversi. E li vede in Gesù: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Pone così in primo piano la capacità di ‘vedere’ di Gesù: il suo sguardo non si ferma alla superficie ma coglie ciò che sta nel cuore delle persone. Questo tratto, umano e profondo della sua vita è fondamentale. Per Gesù le persone che incontra non sono numeri né ‘casi’, non sono nemmeno delle masse indistinte di cui servirsi. Per lui ogni persona è un volto e un cammino di cui prendersi cura. Il suo vedere sa scorgere nelle situazioni non un problema da risolvere ma un ‘tu’, un popolo fatto di volti, che soffre, che pone una domanda, che vive di una attesa, che avverte il peso della contraddizione del male ma anche la sete di autenticità.  La folla che Gesù si trova davanti perde allora i contorni di un gruppo senza diversificazione: Gesù la guarda come ‘pecore che non hanno pastore’, coglie il disorientamento, la ricerca e il desiderio presente nei cuori. Marco richiama l’immagine del pastore che certo rinviava alle guide, ma richiamava anche quel rapporto unico, di vita e di cura, dei pastori della Palestina che avevano nelle pecore l’unico motivo della loro sussistenza. Per questo quel rapporto era prezioso.

Il modo di guardare di Gesù è un vedere che sosta, si ferma, lasciandosi colpire da chi ha di fronte. Il suo primo movimento è ascolto, ospitalità. Non passa oltre senza fermarsi. Come il samaritano della parabola. Questo sguardo esprime ciò che Marco indica con il termine commuoversi. Gesù si commuove di fronte alle persone. Si lascia ferire innanzitutto. Non si pone come chi ha qualcosa da dare. Gesù incontra le persone come chi è povero, e fa spazio per  accogliere la sofferenza, la ricerca, la paura, insomma tutto ciò che si muove nel più profondo del cuore umano. Senza giudicare, senza escludere, ma facendosi compagnia. Prendendo su di sé l’angustia dell’altro. E’ la capacità di vicinanza e di cura di Gesù. E nelle testimonianze dei vangeli traspare tutto questo nei momenti in cui viene fissato nel suo commuoversi. Commuoversi, verbo femminile, verbo delle viscere. Gesù si lascia cambiare dentro nel suo vedere chi gli sta di fronte e così racconta il volto di Dio della commozione e della vicinanza nel dolore. Un Dio che prende su di sé,  che soffre insieme, che attende e condivide il silenzio della ricerca.

E Gesù invita i suoi: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto”. Indica un luogo della solitudine, il deserto, come spazio in cui ritrovare il senso del proprio andare e in cui riposare. Suggerisce, proprio nel mezzo di un momento concitato, ai suoi l’importanza di riposare, di fermarsi di fronte alle tante esigenze che nemmeno lasciavano tempo per mangiare. Per ritrovare il senso profondo del proprio cammino, per riscoprire la relazione con lui e tra di loro.

Suggerisco due spunti di riflessione per noi a partire da queste letture che parlano di un profeta che si commuove ed indicano la caratteristica del vedere di Gesù.

Viviamo nella cultura dell’immagine in cui il vedere ha grande parte nella nostra esperienza quotidiana. Ma spesso il nostro vedere non matura la capacità di sostare e di andare a fondo, non sa leggere le situazioni e non si lascia toccare dagli sguardi degli altri. Vediamo innumerevoli cose, ma abbiamo talvolta perduto la capacità di fermarsi sugli occhi, sullo sguardo che racconta le fatiche della vita, le domande inespresse, le attese nascoste. Siamo tesi al moltiplicare le cose da vedere ma perdiamo di vista l’importanza di un solo sguardo che è una vita. Imparare a guardare come Gesù è indicazione dello sguardo del profeta chiamato a leggere dentro le situazioni, le cose, le persone, e a lasciarvi spazio in se stesso. Imparare a vedere così implica imparare a valutare ciò che vale, e soprattutto conduce a lasciarsi ferire dagli sguardi dei volti.

Gesù si commuove. Spesso intendiamo il lavoro e impegno come luogo di una rincorsa di tante cose, per qualcuno il denaro, per altri la carriera, il potere, per altri il riconoscimento sociale, per altri ancora l’efficienza nel produrre o nel dare servizi: tutte cose che possono essere buone e meno buone. Anche le attività più belle rischiano di spegnersi nella rincorsa di un fare che è ripiegamento su di sé, ricerca egoistica senza cura dell’altro. Gesù invita a sostare per liberarsi dalla rincorsa all’efficienza e dal pensare che ciò che vale di più siano le cose di fuori. Nel luogo solitario si scopre la giusta dimensione della propria esistenza, si può coltivare un modo di guardare senza il quale tutto diviene esecuzione di un ruolo, efficientismo anche religioso, o affermazione di sé e del proprio ruolo, risoluzione di problemi e non sguardo alle persone.

In questo tempo di estate che può essere tempo di riposo e occasione di momenti di sosta possiamo tentare di ricercare quel deserto – un luogo interiore più che esteriore, da scoprire anche in tempi e luoghi esteriori –  dove aprirci alla compassione e al commuoversi di Gesù. Scoprirsi accolti e solo da lì pensare di poter divenire fragile raggio di uno sguardo di ospitalità per altri.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Nel film ‘Corpo celeste’ (Alice Rohrwacher, 2011) c’è una interessante contrapposizione di due figure di ‘pastori’. Sono poste all’interno di un quadro che presenta lo svolgersi della vita di una città del profondo Sud italiano, Reggio Calabria, attraverso gli occhi di una bambina rientrata con la sua mamma dopo aver vissuto per dieci anni in Svizzera. Agli occhi di questa tredicenne si apre la visione della città e del suo degrado che lei osserva chiusa nella sua timidezza, senza pregiudizi ma in una realtà che verso di lei, verso il suo divenire adolescente rimane indifferente quando non ostile. E Marta osserva così l’ambiente parrocchiale ritratto nella sua artificialità e distanza. Il catechismo che Marta è invitata a seguire, per trovare un luogo di socializzazione e farsi amici, è presentato nel suo essere luogo di assorbimento e scimmiottatura degli elementi più superficiali e vani della cultura televisiva. Il vangelo ridotto a quiz, la catechesi condotta attraverso insignificanti e strazianti musiche modellate sui programmi della TV commerciale  – ‘Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta…’ è la canzone cantata su un palcoscenico indicato come ‘l’Isola dei cattolici’ – la cura spasmodica della preparazione della cresima come evento per far bella figura di fronte all’autorità ecclesiastica distante, fredda e insensibile.

Uno dei protagonisti del film è il parroco, don Mario, inserito in una logica clericale che lo mantiene assente rispetto ad ogni preoccupazione educativa, preoccupato di una sua personale carriera legata all’istituzione di cui appare un grigio funzionario. Per questo la sua attività di visita alle famiglie della parrocchia è assorbita dalla riscossione del denaro di affitti e dal procacciare voti per il partito politico locale da cui spera un appoggio. E’ una figura anch’egli vittima di un sistema fatto di apparenze ma vuoto, descritto nella sua preoccupazione di preparare grandi eventi in grado di mostrare la chiesa come istituzione forte e visibile – la processione, la festa della cresima con l’evento del nuovo crocifisso figurativo –.

A questa figura si contrappone quella di un anziano prete, rimasto solo in un paese disabitato dell’Aspromonte – ritratto nella inutilità di una situazione dimenticata – dove don Mario si reca per prendere il crocifisso. Una tra le scene più intense del film è quella in cui il prete anziano in un dialogo chiede alla bambina: ‘come pensi a Gesù? come Gesù dolce, magari con gli occhi azzurri, che sta per abbracciarti?’ La bambina rimane interdetta ed egli riprende: ‘Non è così; Gesù correva di qua e di là, lo chiamavano, si muoveva per curare, per guarire, per incontrare e pensavano che fosse matto’. Ed aprendo un vecchio libro consumato dall’uso le legge la pagina del vangelo in cui “i suoi familiari dicevano ‘costui è matto’”.

La pagina del IV vangelo che oggi ascoltiamo ci parla di Gesù come del ‘bel pastore’ e facilmente si presta a incomprensioni e a fraintendimenti. E’ bel pastore che poteva essere considerato fuori di sé proprio perché è pastore che dà la propria vita per le pecore. E’ una pagina che parla di Gesù, del volto di Dio che lui ci ha fatto conoscere e reca in sé una contestazione forte contro modalità di essere pastori che dimenticano di fatto la sua via, e fanno sì che la sua presenza si allontani – così come nel medesimo film ad un certo punto il crocifisso sbalzato dall’auto viene portato via dalle onde quasi a sottrarsi a riempire quello spazio che nella chiesa manifesta una assenza -.

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. La grande immagine del pastore è al centro di questa pagina. E’ un discorso sul volto di Gesù e sul volto di Dio. Ed è un discorso condotto in una opposizione tra il buon pastore e il mercenario. C’è una vena polemica che attraversa il discorso. E’ una polemica che contrappone il modo di essere capi e guide secondo modalità che contrastano l’annuncio biblico e il modo in cui Gesù interpreta il suo essere guida e capo.

Pastori erano infatti le guide d’Israele, quei capi politici e religiosi contro cui i profeti avevano indirizzato parole di fuoco. Ezechiele aveva rivolto un’invettiva contro i pastori che pascono se stessi e hanno fatto sbandare il gregge. “Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! … i miei pastori non sono andati in cerca del mio gregge – hanno pasciuto se stessi senza aver cura del gregge” (Ez 34,2.8).

A tale tradimento dei pastori è contrapposta una decisione di Dio stesso: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore…Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà loro pastore”. E’ Dio quindi il pastore; Gesù nelle sue parole assume questa promessa e si presenta come pastore che ‘conosce’. II senso della sua vita sta in questo ‘conoscere’, nell’incontrare personalmente e profondamente. E’ la via del dono di sé: il buon pastore dà la vita per le pecore.

Gesù assume quella promessa di aver cura, di accompagnare il popolo di Dio. Nei suoi gesti si riflette la prospettiva spalancata da Ezechiele: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”.

Penso che in queste parole di Gesù sia da cogliere la richiesta di volgere a lui lo sguardo come pastore, con l’attenzione a non confondere il discorso che riguarda lui e lui solo con quello che riguarda i pastori di ogni epoca e di ogni ambito.

Viviamo tempi in cui a diversi livelli si ripropone una logica clericale: la logica che vede gerarchie, caste, di privilegiati che sfruttano gli altri sottomessi e non si curano che il gregge sia disperso e impoverito. Non c’è attenzione a far sì che siano tenuti e promossi i legami che uniscono le persone le une alle altre in reti di relazione, di solidarietà, di attenzione reciproca. Viviamo un momento di progressivo sgretolarsi di legami a livello sociale mentre c’è chi approfitta in modo scandaloso di posizioni di privilegio e di responsabilità.

Ma c’è una logica clericale che non viene meno anzi si ripropone in forme nuove nella chiesa. Essere pastori diviene motivo di privilegio, di superiorità, di distanza rispetto al vivere quotidiano di tanti. Essere guide si connota più nel senso di presenza politica, del controllo, del giudizio, dell’imposizione di pesi insopportabili. E’ il profilo dell’autorità vissuta come dominio nei confronti delle sofferenze dei poveri, delle angustie di chi è in ricerca, della fatica di chi vive ferite e drammi interiori. E’ anche il modo di vivere la responsabilità di guida con senso di sufficienza, di indifferenza rispetto ai percorsi delle persone nella quotidianità e nella fatica del loro vivere. E’ il modo di vivere l’autorità come allontanamento e presa di distanza rispetto a chi invece è da custodire, da ascoltare e da accompagnare condividendo cammino e interrogativi.

In contrasto con i pastori che pascono se stessi ci sono tre caratteristiche del ‘bel pastore’. ‘Bello’, secondo la traduzione letterale, perché attrae e condivide. Gesù comunica la sua bellezza nell’essere uomo che fa propria la nostra umanità e ci rinvia a ricercare la sua bellezza nel volto umano. La sua bellezza si compie nel dono della vita. In queste accentuazioni Gesù parla di se stesso: il ‘bel pastore’ si prende cura innanzitutto; poi accompagna; infine ha lo sguardo rivolto a chi non è di questo recinto. Essere pastore implica un prendersi cura. La cura implica attenzione, immersione nella realtà. Non è opera di genere intellettuale, ma coinvolgimento nelle relazioni. Essere pastore è accompagnare, intendendo la responsabilità di guida come chiamata di compagnia.

Non solo ma “ho altre pecore che non provengono da questo ovile”. Il profilo di pastore che Gesù propone è quello di chi apre possibilità di relazioni nuove a chi non è all’interno di appartenenze stabilite, a chi è disperso, a “chi non proviene da questo recinto”. Un pastore che guarda oltre i recinti…

Alessandro Cortesi op

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