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Maria ss. Madre di Dio – anno 2017 – Giornata della pace

img_2064(Duomo di Trento – rosone della facciata)

Num 6, 22-27; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

I racconti dell’infanzia di Luca non sono narrazioni di cronaca o di descrizione di avvenimenti con preoccupazioni dello storico. Sono invece ricchi di teologia, intessuti di riflessioni indirizzate a comunità che vivono l’esperienza della fede in Gesù dopo la sua morte. Sono scritti pensando alla situazione di credenti che sperimentano le fatiche e difficoltà del continuare nel tempo la via del seguire Gesù. Luca proietta quindi sin nei primi momenti della vita di Gesù, il riferimento all’esperienza di coloro che hanno accolto la sua presenza e lo seguono.

Nello sguardo alle presenze che attorniano Gesù alla nascita Luca offre un quadro diversificato di reazioni e sentimenti. Pone così in luce i tratti dell’esperienza del credere e del discepolato nelle attitudini di coloro che hanno accolto la bella notizia dell’incontro con Gesù. In lui si è manifestato il volto di Dio che capovolge le logiche proprie del mondo riguardo alla grandezza ed è stato posto in discussione il modo di pensare Dio stesso. Luca insiste sul segno che riguarda una salvezza donata da Dio alla storia. Il segno è un bambino, avvolto in fasce: è un segno piccolo e povero, che contrasta con la grandezza degli imperi e con il dominio sui popoli (il censimento di Cesare Augusto). Gesù nella sua vita racconta il volto di un Dio che si può incontrare non nei luoghi del potere umano, ma nella vita dei poveri, nella condizione di chi è escluso “perché non c’era posto per loro nell’alloggio”.

Luca anche insiste su questo segno piccolo che è volto di un bambino con Maria e Giuseppe: è presenza di un bambino con i suoi genitori. L’incontro con Dio passa attraverso le vicende della vita umana ordinaria, nell’esperienza della cura per un bambino inerme, bisognoso di tutto, che nasce nel contesto di un amore umano concreto. L’incontro con Dio passa attraverso la cura ed il piegarsi all’umano fragile.

A questo punto Luca offre un profilo di chi è stato segnato da questa bella notizia presentando le reazioni di chi ha visto questo piccolo segno e se ne è lasciato toccare. Sono presenze non di chi umanamente è ritenuto importante o rilevante, ma di chi è marginale, di persone piccole, senza nomi illustri: sono i pastori, sono persone senza nome ma di cui si sottolinea la capacità di stupore, è Maria stessa, è Giuseppe.

Un primo tratto del profilo di chi segue Gesù è quello dell’uscire e del cammino: “i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I pastori si sono lasciati prendere da una chiamata di messaggeri e si sono posti in cammino: in ogni cammino umano, in ogni uscita da sicurezze per aprirsi all’incontro sta una novità e un dono. Tutto ciò avviene con urgenza: è bella notizia che apre a orizzonti nuovi la vita e chiede di essere comunicata. Dopo aver visto non rimangono chiusi, vanno a riferire, comunicano ad altri non un insegnamento ricevuto, né particolari richieste. Comunicano la gioia di un’esperienza inaudita: per loro, i dimenticati dalla storia, c’è posto nel cuore di Dio. La presenza di quel bambino dice loro che Dio si prende cura di chi è piccolo. Scorgono che l’incontro con Dio non è questione di sistemi religiosi o di appartenenze particolari, ma è possibile nella vita, nella loro vita concreta.

Una seconda reazione è quella di persone senza nome, di cui però si dice che vivono una ascolto di quanto è loro comunicato e si aprono allo stupore. “Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche qui il riferimento va alla vita della comunità nel tempo: l’esperienza della fede sorge nella testimonianza e nel ricevere una parola di testimoni che ricordano e richiamano l’incontro con Gesù: da qui può nascere uno stupore che cambia l’esistenza. Lo stupore è il tratto proprio dei racconti dell’infanzia di Luca che in questo atteggiamento condensa il senso di novità che prende di fronte ad un’esperienza di un Dio che si rende vicino, che fa sorgere vita che porta nascite e nuovi inizi in situazioni segnate dalla sterilità, dalle vecchiaia, dalla difficoltà.

Infine Luca sottolinea una attitudine propria di Maria: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria tiene insieme, fa simbolo. Il suo ascolto è interiore. Penso si possa leggere questa indicazione come movimento proprio del cuore del credente che tiene insieme lo sguardo di fronte al comunicarsi di un Dio che sceglie la povertà, fragile e vulnerabile, ad un operare di Dio e le difficoltà, domande e dubbi che provengono dalla storia, dalle contraddizioni.

Di Giuseppe non si dice nulla: solamente che era presente. Nel fugace accenno al suo nome si può cogliere solamente una presenza silenziosa, uno stare accanto che non fa mancare la sua cura, la sua vicinanza. E’ forse indicazione di una esperienza credente del mantenersi vicini, con la propria individualità, con il proprio nome, comunicando nel silenzio l’ascolto di una chiamata e di una missione. Giuseppe appare come un albero piantato, che rimane al suo posto e vive così la risposta al nome che gli è dato.

Infine ancora i pastori: Luca qui indica un altro tratto dell’esperienza del credere espresso nei verbi del lodare e rendere gloria a Dio. Nell’esperienza dell’incontro con Gesù, si apre una comprensione nuova della vita: la gloria di Dio si compie nella pace per coloro che egli ama. La gloria di Dio allora è la vita di chi vede riconosciuta la sua dignità, è una vita in relazioni nuove di giustizia, di riconoscimento. La gloria di Dio è possibilità al povero di avere dignità e vita.

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”

img_2284(disegno – cartone di Pietro Bugiani – Pistoia)

Voci di donne

Il 1 gennaio è giornata di preghiera per la pace. In questi giorni il settimanale “La repubblica delle donne” ha promosso un sondaggio sulla figura di donna dell’anno. Tre volti sono stati indicati: la mamma di Giulio Regeni, ricercatore torturato e ucciso al Cairo lo scorso gennaio, che ha manifestato coraggio e forza di fronte all’ingiustizia nella ricerca di verità; l’avvocato Lucia Annibali, sfigurata con l’acido dal suo ex partner e divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne; Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, prima cittadina di un luogo di frontiera dell’accoglienza dei migranti che dall’Africa affrontano la traversata attraverso il mar Mediterraneo.

In una intervista a cura di Maria Accettura, Paola Regeni così si è espressa: “«Penso che in Italia anche chi proviene da un paese di piccole dimensioni possa diventare cittadino del mondo. Non a caso si parla di “identità glocali”, legate al territorio ma con uno sguardo aperto sul mondo. Fiumicello ha un’identità friulana ma è in posizione strategica e quindi in contatto con altre culture, con la Slovenia e l’Austria. Le nostre stesse famiglie d’origine hanno diverse provenienze. Noi abbiamo sempre viaggiato anche con i bambini piccoli, lo ritenevamo fondamentale per l’educazione. Perciò lasciare Giulio libero nelle scelte e negli spostamenti faceva parte del nostro modo di essere». E ad una domanda sul suo rapporto con suo figlio ha così risposto: “I figli ci insegnano molto se siamo disposti ad ascoltare. Giulio in particolare che cosa le ha trasmesso? «Mi ha permesso di seguirlo, che non è sempre scontato, e questo è stato stupendo. Mi ha insegnato molte cose a livello culturale, e con lo spirito critico che lo contraddistingueva ha cercato di farmi comprendere le problematiche che vivono i giovani di oggi. Giulio era energia: di fare, conoscere e relazionarsi».

Un’altra storia di madri – trascurata dalla grande comunicazione e che si pone in contrasto al dilagare di mentalità dello scontro e della pretesa di risolvere i problemi con la violenza e l’oppressione, proviene da una iniziativa organizzata da donne, madri appartenenti al movimento delle donne per la pace, sorto nel 2014 in Palestina: si tratta di una marcia di donne che recentemente hanno manifestato insieme, camminando, cantando e pregando ciascuna secondo le modalità della propria cultura e tradizione religiosa, ebree, musulmane e cristiane invocando una pace che appare impossibile tra israeliani e palestinesi (qui il video). Nella loro inermità si sono radunate a migliaia per esprimere nel camminare insieme un orizzonte inedito e nuovo ed hanno cantato la preghiera delle madri contro la logica della guerra.

Ancora una parola di donna dà a pensare: è la parola della madre di uno degli agenti che a Sesto san Giovanni hanno fermato e poi ucciso l’attentatore tunisino Anis Amri che pochi giorni prima a Berlino aveva compiuto una strage di persone inermi scagliandosi con un Tir a tutta velocità nel mercatino di Natale nei pressi della Gedächtnis Kirche. Mentre i titoli dei giornali e i commenti su questo evento risuonavano di parole d’odio, di vendetta, di soddisfazione per l’annientamento di un pericoloso criminale, le parole di questa madre  sono state una delle poche, flebili espressioni che hanno manifestato un pensiero anche per la vita di chi aveva seminato tanto dolore seguendo la logica assurda della violenza e che ha avuto anche la sua vita spezzata. Ha ricordato così il senso di una pietà umana di fronte alla morte di ogni uomo, anche dell’assassino, per non lasciarsi imprigionare dalla medesima logica di male e scegliere la nonviolenza: voce di una donna nel tempo della violenza.

Voci di donne in un giorno memoria di Maria e di preghiera per la pace.

Alessandro Cortesi op

img_2273-versione-2(Martino di Bartolomeo, polittico, part. 1403 – museo di san Matteo, Pisa)

Natale del Signore – 2014

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Omelia nella notte (Lc 2,1-14)

Vorrei riflettere su queste pagina a partire da tre immagini: il censimento, i pastori, la mangiatoia. Al centro un bambino avvolto in fasce che giace affidato alla cura, alla tenerezza di mani attente.

Il censimento è decisione dei grandi della terra: è il momento del conteggio per manifestare la propria grandezza. Nella storia di Israele la scelta di fare un censimento è rimasta nella memoria come il grande peccato di Davide (1Sam 24) che decise di contare il popolo per convincersi di una grandezza che derivava dal numero, dalla potenza e non dalla vicinanza di Dio.

Oggi il censimento può essere assimilato ai grandi movimenti di controllo della vita e della storia delle persone per renderle numeri, per contare in vista di un potere che le strumentalizza e le rende funzionali.

Il censimento è celebrazione di quel potere che rende schiavi e si pone come assoluto sulla terra. Nella pagina di Luca si respira una vena di sottile ironia nella contrapposizione tra il quadro dei grandi poteri che assoggettavano tutta la terra, l’impero di Ottaviano – chiamato il salvatore del popolo – e dei regni a lui sottomessi, e la fragilità di un bambino che mostra il volto di un Dio debole e indifeso. – ed è lui presentato in modo paradossale come l’autentico ‘salvatore e messia’.

I pastori. I pastori sono le persone considerate fuori dai recinti della purità, fuori dalla religione. Coloro che vivono un lavoro che li poneva ai margini, custodi di greggi, assoggettati alla fatica del lavoro, impuri come gli animali che dovevano seguire. Ai pastori per primi è dato il vangelo. Il messaggero/angelo – metafora per indicare intervento di Dio che si comunica all’umanità – si rivolge per primo ai pastori. Perché proprio a loro? C’è una indicazione importante che riguarda dove trovare l’annuncio del vangelo, dove rintracciare le chiamate di Dio nella storia.

Il vangelo, la bella notizia di salvezza la si ritrova – dice Luca – non nei centri del culto e nelle gerarchie a capo del sistema religioso, ma nelle persone che stanno ai margini, in coloro che vivono la fatica del lavoro, in chi è considerato escluso e non considerato nella società, come uno scarto. Così noi possiamo incontrare Dio non nei luoghi del sacro, in spazi lontani dalla vita, ma nelle pieghe dell’ordinario, nei volti di chi pensa di essere lontano da Dio, in coloro che sono tenuti ai margini dalla religione e dalla società.

La mangiatoia. Il luogo della nascita di Gesù è un luogo dove stavano animali, dove era presente una mangiatoia, luogo del cibo; luogo appartato nell’alloggio perché Maria, nella sua condizione di partoriente doveva essere posta in un ambiente separato. C’è il legno della mangiatoia, segno della fragilità di Gesù che racconta il volto di un Dio che si fa pane; e c’è il legno della croce che racconta una vita vissuta nel dono di sé e nel servizio fino alla fine, racconto di un Dio che non fa morire, ma che si dà fino a morire per gli altri.

Al centro di queste immagini Gesù. Gesù con il volto di un bambino, piccolo segno, da cogliere con attenzione perché ciò che attrae di solito è la magnificenza dei segni che si impongono. Gesù suggerisce il volto di un Dio umanissimo che si fa vicino nella debolezza di un bambino. In chi è inerme indifeso, in chi è semplice, in chi non ha possibilità di imporsi si rende presente il Dio umanissimo di Gesù.

Gesù racconta anche di un Dio debole che si fa povero, affidato alla cura di un uomo e una donna. Un volto di Dio del quotidiano, della vita, delle relazioni ordinarie. Non un Dio che si manifesta nel tempio o nello sfolgorare di eventi eclatanti né il Dio delle guerre e della violenza. Ma un volto di Dio che si fa vicino nel legno della mangiatoia e nel legno della croce.

Alessandro Cortesi op

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