la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “paura”

Una lettera sulla responsabilità politica

santa-caterina-da-siena-907083E’ stata diffusa in questi giorni una lettera aperta firmata da 52 docenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana s.Caterina da Siena. Come ha detto mons. Filippini vescovo di Pescia e moderatore dell’ISSR “è una denunica politica in senso alto, che indica i valori e le prospettive dell’agire nella polis, nella società, in maniera coerente con i valori cristiani”. Qui di seguito il testo della lettera con le firme di coloro che hanno dato adesione. (ac)

Lettera aperta di alcuni docenti dell’ISSR Toscana s.Caterina da Siena

In qualità di docenti dell’Istituto Superiore di Scienze religiose s.Caterina da Siena della Toscana desideriamo esprimere la nostra viva preoccupazione per la gravità di una situazione che si connota come crisi di umanità ed emergenza democratica nel nostro Paese.

Il nostro compito di docenti che vivono l’impegno della ricerca e dell’insegnamento in discipline bibliche, teologiche, morali, storiche, filosofiche, pedagogiche e sociali ci spinge a sentirci responsabili per il cammino dell’intera comunità civile e umana verso orizzonti di giustizia e di pace.

Recenti misure di legge su sicurezza e politiche d’asilo cancellano di fatto i diritti fondamentali degli stranieri e sono profondamente discriminatorie di diritti inalienabili di uomini e donne. La ‘declamata’ chiusura dei porti e il rifiuto nei confronti di migranti che fuggono da guerre e miseria incrementano la percezione che i rifugiati siano una minaccia per la sicurezza dei cittadini italiani, e non persone da proteggere. Molti di essi sono anche sorelle e fratelli in Cristo. Determinazioni politiche che impediscono il soccorso in mare di naufraghi sono in contrasto con norme di diritto internazionale e profondamente disumane. L’attuazione di respingimenti verso paesi come la Libia in cui i migranti sono tenuti in condizione di schiavitù e tortura sistematica costituiscono una violazione ai principi riconosciuti al cuore del progetto europeo sorto sulle rovine e tragedie della seconda guerra mondiale e della Shoah con il grido ‘mai più’. L’accettazione dell’idea che possano esserci diversi livelli di cittadinanza senza garantire il riconoscimento della dignità di ogni persona non è accettabile e ci spinge ad unire la nostra voce accanto a quella di tanti altri per un risveglio di responsabilità democratica e di umanità.

Siamo particolarmente preoccupati per la diffusione di un clima di paura dell’altro che individua negli stranieri il capro espiatorio dei malesseri della nostra società, per l’affermarsi di modi di intendere la vita centrati sui propri interessi senza compassione per le sofferenze dei più fragili e degli impoveriti, per l’estendersi di nazionalismi che si oppongono a orizzonti di fraternità e solidarietà tra i popoli. Pensiamo che il silenzio e l’indifferenza in questa congiuntura storica siano terreno di coltura dell’intolleranza, del razzismo e della xenofobia che conducono al dissolvimento di ogni convivenza possibile.

Desideriamo unirci al messaggio che con insistenza papa Francesco ha espresso: “In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” (Messaggio per la giornata della pace, 1 gennaio 2018)

Invitiamo le nostre comunità ad ascoltare le parole di Gesù “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35) a farne criterio di orientamento per scelte concrete di accoglienza e vicinanza in un momento in cui sta per essere smantellato il sistema di accoglienza e protezione per i richiedenti asilo.

Siamo con i pastori delle nostre chiese che esprimono parole chiare, capaci di orientare le coscienze secondo il messaggio del vangelo che chiama a riconoscerci stranieri in cammino, responsabili – come diceva santa Caterina ai governanti – di una ‘città prestata’, solidali con l’umanità ferita nella ricerca della giustizia e della pace.

Come insegnanti sentiamo la responsabilità politica che deriva dal nostro servizio teologico al popolo di Dio. Nutriamo la speranza che la nostra voce contribuisca ad una presa di consapevolezza della deriva di barbarie in atto e della gravità di orientamenti che si pongono in contrasto con il vangelo e con principi fondamentali della Costituzione italiana.

Auspichiamo condivisione di impegno per far sì che vi sia apertura di canali legali di accesso al nostro paese, soccorso ai naufraghi nel mare Mediterraneo, promozione di corridoi umanitari, una nuova solidarietà dei paesi europei sulle politiche migratorie con sguardo lungo sul futuro, capacità di scorgere nell’immigrazione una risorsa per le società, creatività nel trovare forme di accoglienza, protezione, accompagnamento ed inclusione dei migranti. Il fenomeno migratorio è legato alle guerre, all’iniqua distribuzione delle risorse della terra, all’emergenza ecologica. Solo una comunità internazionale che agisce sulla base del diritto e con metodo multilaterale può affrontarlo alla radice. Ogni uomo e ogni donna, infatti, nasce in una terra e da esse deve essere libero di partire, ma anche di restare.

Ci impegniamo nell’esercizio quotidiano di docenza, nell’articolazione dei programmi di studio del nostro Istituto, nell’approfondimento delle singole discipline a coltivare una fedeltà al vangelo che ci rende responsabili nella costruzione di una convivenza sociale e politica fondata sul riconoscimento dei diritti umani fondamentali.

Il riferimento alla Parola di Dio segna il nostro impegno di studio nell’orizzonte dell’ospitalità, del dialogo, dell’amicizia. Al cuore dell’annuncio cristiano sta il fare spazio all’Altro che ci raggiunge nei volti dei poveri, degli oppressi e ci spinge a fare memoria delle vittime, a condividere e accompagnare le attese di liberazione dei sofferenti, ad intraprendere cammini di comprensione e dialogo con uomini e donne di altre culture e religioni.

In tale direzione confermiamo il nostro impegno per la formazione di coscienze capaci di assunzione di responsabilità in questo momento così difficile e buio per la nostra società.

****

A questo link l’articolo di La Repubblica del 13 febbraio 2019 che ha ripreso la lettera dei docenti

Hanno aderito (in ordine alfabetico)

  1. Sergio Angori
  2. Alberto Ara
  3. Luca Basetti
  4. Andrea Bigalli
  5. Annalisa Bini
  6. Massimo Bini
  7. Angelo Biscardi
  8. Francesco Carensi
  9. Marco Cerruti
  10. Giovanna Cheli
  11. Piero Ciardella
  12. Alessandro Cortesi
  13. Lamberto Crociani
  14. Bryan Dal Canto
  15. Luca M. De Felice
  16. Pietro L. Di Giorgi
  17. Sabina Falconi
  18. Matteo Ferrari
  19. Roberto Fornaciari
  20. Federico Franchi
  21. Francesco Gaiffi
  22. Giovanni Gardini
  23. Vittorio Gepponi
  24. Marco P. Giovannoni
  25. Pietro D. Giovannoni
  26. Salvatore Glorioso
  27. Stefano Grossi
  28. Anselmo Grotti
  29. Giovanni Ibba
  30. Maria Incandela
  31. Mariano Inghilesi
  32. Alfredo Jacopozzi
  33. Joseph Heimpel
  34. Fabrizio Lelli
  35. Marcello Marino
  36. Claudio Monge
  37. Paolo Morelli
  38. Paolo Nepi
  39. Ariele Niccoli
  40. Serena Noceti
  41. Donatella Pagliacci
  42. Marco Pierazzi
  43. Alessandro Previato
  44. Elvis Ragusa
  45. Lisa Renieri
  46. Eugenia Romano
  47. Stefano Sodi
  48. Luciano Tomek
  49. Nadia Toschi
  50. Paolo Trianni
  51. Giovanni Vezzosi
  52. Gian Paolo Violi

6086547586_d9d60f8177_b

IMG_3172

IMG_3173.jpg

 

 

Annunci

Epifania

briefmarke_10Mt 2,1-12

Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

Codex_Bruchsal_1_11r

XXXIII domenica – tempo ordinario A – 2014

DSCN0617Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

Le letture di questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, guidano ad un interrogarsi sulla vita, su quanto è veramente importante, sul senso dell’esistenza. Sono invito a scorgere la vicenda umana come fedeltà alla terra tesa all’incontro definitivo con Dio che ci ha affidato il dono del tempo e si è affidato a noi. E’ uno sguardo a quanto sta alla fine, che richiama tuttavia al presente come occasione per compiere il nome ricevuto, per accogliere le molteplici chiamate della quotidianità e il senso profondo della storia umana.

Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono le due coordinate entro cui è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati a custodire non solo e non tanto dei beni, ma più profondamente a custodire un rapporto, anche nell’assenza. Il padrone di casa affida loro qualcosa ma in realtà si affida a loro. I servi sono depositari di una consegna che racchiude un affidamento originario. Il loro rimanere in quella casa li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni sono loro dati non in proprietà, ma per una custodia attenta e li provocano a riconoscere il valore di quanto hanno ricevuto, a divenirne responsabili. Sono chiamati da quel momento a vivere l’assunzione di un peso e l’opportunità di una risposta: posti in una situazione di responsabilità di fronte al loro padrone. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un dinamismo che è una storia di relazione fatta di attesa e di un compito offerto.

E’ questa la condizione della comunità che segue Gesù: il cammino inizia da una chiamata, si radica in una relazione che attraversa la storia. Anche se il tempo dell’attesa si prolunga non viene meno la chiamata, piuttosto essa si rinnova in modi sempre nuovi nelle differenti stagioni della vita nel quotidiano. Da qui il sorgere della responsabilità. Le cose prestate non sono da custodire gelosamente bloccati dalla paura, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. E’ posta in gioco la capacità di essere creativi e inventivi. La parabola sottolinea così un tratto della vita dei discepoli di Gesù chiamati a vivere la risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell’incontro.

La parabola dei talenti è divenuta sinonimo di un modo di concepire la vita dando il primato all’esigenza di porre a frutto capacità e competenze umane. Tale linea interpretativa rischia di perdere di vista il messaggio centrale e di piegare la parabola ad una logica di efficienza e di produttività propria del mondo capitalistico. Lo sviluppo del racconto conduce in altre direzioni: il suo vertice non sta nell’esigenza di produrre e di moltiplicare le ricchezze. Sta piuttosto nel dialogo tra il padrone e l’ultimo servo: i primi due ricevono un elogio per la loro immaginazione nell’aver reso fecondo quanto avevano ricevuto. Il terzo servo invece viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato ma perché ha vissuto prigioniero della paura e si è chiuso ad orizzonti di libertà. Talmente impaurito da avere nascosto, mettendolo sotto terra il talento ricevuto. Il rapporto con il padrone è stato da lui concepito non come uno spazio di responsabilità e di creatività, ma un’esperienza di oppressione, di blocco, di morte. Il seppellimento del talento è metafora di una scelta di morte e non di vita.

Gesù introduce con questa parabola un appello ad intendere la vita scoprendo il volto di Dio della consegna e dell’affidamento: è una parola sul volto di Dio. ‘Entra nella gioia del tuo padrone’ è l’invito rivolto ai servi. Tale parola va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi: Gesù introduce qui un insegnamento sul regno e conduce così ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti costituiscono una realtà donata: un talento indicava decine di chili d’oro, una ricchezza spropositata. Racchiudono quindi l’affidamento di un dono senza misura che diviene appello ad una risposta e ad una responsabilità. Il servo che non ha compreso la ricchezza del rapporto con quel padrone non comprende nulla del volto di Dio Padre. Vive nella paura e si lascia rinchiudere in un’idea preconcetta (un volto di Dio pensato ad immagine dei padroni terreni) che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento come ricchezza da conservare, non carica di una attesa e di un affidamento di speranza. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E’ questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.

300px-FusiAlcune osservazioni per noi oggi

La paura è uno dei tratti del nostro tempo. La paura che blocca, intristisce, rende incapaci di immaginazione creativa. E’ la paura di perdere qualcosa, ed è la paura di sottostare alle regole di un sistema economico che si pone come nuovo impero. La creatività si oppone alla paura. Come vincere le paure diverse che impediscono oggi di accogliere il presente con senso di responsabilità di fronte agli altri, come dare spazio alla creatività per individuare soluzioni nuove di fronte ai problemi e difficoltà della vita? Come passare dalla mentalità di possessori impauriti alla logica di chi deve custodire in modo creativo una realtà preziosa ricevuta, anche nel cammino della chiesa?

“Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. I gesti della tessitura, segno dell’attenzione al quotidiano di un lavoro paziente e respira della vita della casa, e i gesti di attenzione al povero, che costruiscono la relazione con gli altri. Sono i movimenti di una vita fatta di operosità concreta, di lavoro, di costruzione di rapporti nella consapevolezza che siamo tutti legati. Sono queste le immagini della quotidianità, segni di una fedeltà alla terra, all’attenzione rivolta alle piccole cose. Nel profilo di una donna – forse anche simbolo della sapienza, ma anche rinvio alle attività quotidiane di tante donne conrete – sono indicati i gesti di custodia e di costruzione di rapporti. Come una casa fatta di presenze e di volti. E’ l’indicazione di una spiritualità delle cose, dove nell’uso delle mani, nei gesti di ogni giorno si incontra lì vicino, non in luoghi lontani, la presenza di Dio e della sua chiamata. Questa attenzione al quotidiano, la scelta di dare spazio alle cose, a tutto ciò che possiamo fare con le mani è via di una spiritualità che dà spessore all’umano come luogo di fedeltà a Dio.

Paolo alla comunità di Tessalonica indica un tempo che si conclude. Le doglie giungono improvvise. Il Signore tornerà. Il suo giorno sarà incontro e compimento di una lunga attesa. E così richiama a vivere il presente mantenere desta l’attesa, orientando le proprie scelte in ciò che rimane, che umanizza la vita ed è più importante. E’ un invito a recuperare il senso di una fede orientata al futuro e non solo ripiegata sulle costruzioni del presente: è la prospettiva liberante che relativizza le cose e pone al giusto posto ogni costruzione umana. E’ richiamo ad uno sguardo di speranza.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo