la parola cresceva

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XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

III domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2069.JPGEs 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

Mosè di fronte al roveto che arde senza consumarsi scopre che quella terra – proprio il luogo dove stava pascolando il gregge – è terra santa, terra in cui togliersi i sandali perché luogo in cui Jahwè si rende vicino. Chi è Dio? qual è il suo nome? E’ la grande domanda della ricerca religiosa. Nel libro dell’Esodo Dio non è definito da un nome, piuttosto la sua presenza si manifesta, e si nasconde, nei segni, in un agire a fianco di, per liberare le vittime: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire…”.

Nel deserto, attirato dal fuoco che avvolge il roveto senza consumarlo Mosè desidera vedere. E incontra l’angelo del Signore, segno della presenza di Dio. E’ momento di rivelazione. La presenza di un angelo è rinvio ad un momento di comunicazione tra Dio e l’uomo. Mosè vive l’esperienza di un incontro come scoperta che quel luogo, la terra del deserto, la terra del suo camminare è terra santa, in cui togliersi i sandali. La presenza di Dio è inafferrabile come il fuoco, e vicina. L’incontro è anche scoperta del Dio dei viventi, di Abramo di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei padri, coinvolto nella storia di uomini e donne. Nel gesto di velarsi il viso Mosè esprime l’attitudine religiosa della meraviglia di stare davanti a colui che non si può vedere. Quel momento è per lui chiamata: invio a farsi solidale con il popolo in schiavitù, a farsi guida verso cammini di liberazione. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’”.

‘Io sono colui che sono’ è un nome ce non definisce ma apre cammino: un modo per sottrarsi alla pretesa umana di poter avere Dio stesso alla propria misura e in suo potere. Il nome è rinvio all’intimo di una persona. Il nome di Dio rimane inafferrabile alle capacità umane anche di pronunciarlo. Il Dio dei padri che Mosè incontra nel deserto non è alla portata, non sta nella misura umana. Questo nome dice che Dio è il lontano, l’altro, eppure, e nel contempo, il vicinissimo. Vicino perché entra nella vita di Mosè incontrandolo in quella terra, ma anche perché si comunica come promessa di vicinanza in una storia, nel suo agire: ‘sarò colui che sarò, sarò il fedele accanto’. Dio così chiama Mosè ad un cammino verso un incontro che mai sarà concluso; si presenta a lui come ‘Dio del futuro’: ‘ti sarò fedele’.

Mosè è così rinviato ad una storia in cui potrà fare esperienza di Dio scorgendolo nel cammino della libertà. Il Dio dell’esodo di cui cogliere il nome nel cammino di liberazione perché è lui che scende a liberare. il suo nome esprime fedeltà e vicinanza: ascolta e scende per fare uscire il popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Per Mosè quel momento diviene conversione: mutamento del modo di concepire la sua esistenza e risposta ad un invio nell’apertura al Dio dei padri e della promessa. Cambia orientamento della sua vita nel lasciarsi cambiare da Dio stesso, il Dio che agisce e si fa vicino. Convertirsi è movimento di vita che sorge dal riconoscere l’iniziativa di liberazione e di dono come agire di Dio. Il nome di Dio rimane impronunciabile si offre nel suo agire di fedeltà, è il nome di chi osserva la miseria, ascolta il grido che sale da ogni sofferenza umana, di chi scende per liberare.

L’invito alla conversione è al cuore anche della pagina del vangelo. Un atto di repressione delle milizie romane all’interno del tempio con l’uccisione di molte persone, un crollo improvviso di una torre di difesa, la torre di Siloe, che aveva provocato diciotto vittime: due episodi accaduti in quel periodo sono occasione per una parola di Gesù sull’urgenza di conversione: “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. C’era chi offriva un’interpretazione religiosa individuando in quelle vittime nel tempio dei peccatori, e per questo pensava che Dio li avesse puniti. Gesù prende le distanze da un modo di ragionare di questo tipo: non vede questi eventi di malvagità e di dolore come segno di una punizione per un peccato. Si distanzia da una lettura religiosa o magica dei fatti. Piuttosto richiama all’urgenza – nel presente – della conversione, di un cambiamento di modo di pensare Dio e di intendere la vita. Gesù non condivide la lettura di questi eventi come segni di un giudizio di Dio. Le vittime non sono tali per qualche colpa né l’agire di Dio intervento che punisce: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Chi è morto in quei due tragici eventi è nella medesima condizione di altri. Gesù invece invita a scorgere l’urgenza di un cambiamento, questo sì, per tutti.

Non offre facili risposte a coloro che gli chiedono cosa è giusto e cosa sbagliato. Non è per nulla preoccupato di portare le persone a dipendere. La sua passione sta piuttosto nel rendere le persone libere di seguire la propria coscienza. Saper discernere cosa è bene e cosa è male è allora sfida come quella di comprende a partire dai segni il tempo che verrà domani.

Convertirsi indica cambiare strada perché ci si accorge di aver preso una direzione sbagliata. Convertirsi esprime l’atto di ‘cambiare mente’, il modo di pensare la vita, di vedere le cose.

La chiamata di Dio ad ascoltare i profeti è appello da accogliere nel presente. Gesù richiama ad un tempo breve, tema caro a Luca, attento a sottolineare l’importanza della quotidianità e chiede di stare svegli, vigilare, nel presente. Luca pone così una parola esigente sulla conversione, movimento da intraprendere con urgenza.

A questo punto aggiunge tuttavia un’altra parola di Gesù sul fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il contadino chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e lasciarlo ancora un anno anche se da tre anni non porta frutto. Accanto alle parole che pongono l’esigenza della conversione qui il registro cambia: non viene meno l’urgenza ma si accosta un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione. Lascia il tempo perché anche il fico che appare sterile possa portare frutto. Gesù parla della pazienza di Dio che attende: non come tiranno, ma come chi dà un anno di grazia.

Nella Bibbia il convertirsi non è solamente e primariamente un cambiamento che interessa i comportamenti; certamente ci sono frutti visibili della conversione che costituiscono un nuovo stile di vita e di rapporti. Ma tutto ciò è conseguenza di una linfa che proviene da profondità nascoste: il cambiamento a cui siamo invitati ha radici che toccano il modo di rapportarsi con Dio stesso. Convertirsi significa innanzitutto accogliere il volto di un Dio che non sta nelle nostre mani.

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Pazienza

C’è un mistero di pazienza nascosto nella vita. Nella vita in cui è possibile e aperto il cambiamento, la conversione.

Pazienza non è attitudine al rinvio senza interesse e senza impegno, non è nemmeno attitudine rassegnata e sconsolata nell’impotenza di cambiare ciò che appare immutabile. E’ piuttosto capacità di rimanere dentro le situazioni, è uno ‘stare sotto’, accettando la fatica di un cammino nel tempo. E’ attitudine a mantenere attenzione, a creare ambiente perché un cambiamento avvenga. E’ impresa di fiducia, è scelta coraggiosa di custodia perché nel tempo quanto vi è di bene possa svilupparsi e le potenzialità nascoste trovino spazio di espressione, e di germoglio.

La natura con i suoi ritmi è maestra per scorgere un’importanza del tempo: la vita degli alberi e delle piante conduce a cogliere l’esigenza propria dei tempi del maturare poco alla volta, nella vulnerabilità a fronte di tanti imprevisti. Ogni germogliare richiede ritmi da rispettare. Così nella vita umana: la custodia di sentimenti, il portare a compimento progetti, il lavoro nel dare forma a qualcosa. Tutto esige tempo, e insieme al tempo quella pazienza che è attenzione nel mettere in atto ad ogni passaggio il gesto richiesto, la scelta che apre orizzonti.

L’accompagnamento dei bambini nel loro crescere è la più forte provocazione a maturare il senso della pazienza, a rivedere profondamente ogni programma e previsione, ad avere uno sguardo lungo capace di scorgere oltre. Pazienza non è immobilismo e attendismo inerte, ma diviene attesa creativa e impegno a porre in atto tutto ciò che è richiesto ad ogni passo per far sì che qualcun altro possa crescere. Vivere coltivando un attitudine paziente non consente di fare e soprattutto di vedere con immediatezza i frutti del proprio impegno. Attitudine propria di chi è paziente non è quella di esigere risultati, di muoversi sul piano dell’efficienza e del guadagno per sè, ma quella di innescare processi, di gettare semi, di lavorare in perdita, di pensare ad altri, quelli che ci sono e coloro che verranno.

Pazienza non è allora virtù propria del privato, talvolta espressa nel detto popolare ‘porta pazienza’ e che rinchiude in una solitudine rassegnata. E’ piuttosto attitudine che cerca di porre in atto tutto ciò che rende possibile la crescita di altri e insieme. E’ l’esperienza di Mosè che egli faticosamente apprende nel corso della sua vita non senza contraddizioni, dubbi, interruzioni. “Si parla sempre della pazienza di Giobbe, ma quella di Mosè non è da meno. Ed è una pazienza tutta legata all’amore per l’altro, alla sorte della sua gente. (…) Non è per sé che Mosè spera, ma per gli altri: forse la più bella immagine di cura che sia stata tramandata” (Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino 2014)

La pazienza di Mosè sorge forse da quella promessa che segna la sua vita, rinvio a scorgere il nome di Dio, ma a scorgere insieme il senso del proprio nome nel percorso di una storia in cui mettere le sue energie al servizio di un cammino comune di libertà. C’è una dimensione politica della pazienza, che contrasta la fretta e l’inseguire il ritmo del ‘tutto e subito’ illudendo gli altri con promesse sempre nuove. Nel cuore di chi è paziente sta racchiusa la preziosità del prendersi cura, l’apertura generosa di coltivare di quanto può venir fuori, quanto è possibile, momento per momento, come sguardo capace di scorgere semi capaci di vita nonostante le contraddizioni e la sterilità della situazione presente. La pazienza è come un respiro che può tener vivo l’impegno, la dedizione e alimenta la cura e la custodia aperta ad altri.

Alessandro Cortesi op

 

XVI Domenica Tempo Ordinario anno A – 2014

DSCF2119Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

La parabola del seminatore (Mt 13,18-23) aveva posto in luce quattro tipi di terreni: quelli che non portano frutto perché non comprendono la parola del regno, quelli che non portano frutto in modo completo, ma solo parzialmente; quelli che non danno frutto perché preoccupati dalle ricchezze, queli infine che recano frutto in modo fecondo.

Le domande aperte dalle diverse situazioni dei terreni possono essere colte come motivo di fondo delle altre parabole che Matteo fa seguire: la parabola della zizzania (13,24-30) offre una risposta alla domanda perché le erbacce che non recano frutto non vengono sradicate; quelle del grano di senape e del lievito (13,31-33) affrontano il tema della fatica e della prova e rispondono all’interrogativo perché è necessario sopportare tribolazioni per portare frutto. Le parabole del tesoro e della perla (13,44-46) suggeriscono come la scoperta del regno conduca ad offrire tutto, fino al dono della stessa vita; infine la parabola della rete piena di pesci (13,47-50) indica una risposta alla questione di quando si riveleranno coloro che hanno dato tutto il frutto possibile.

Tutte le parabole possono essere lette come paragoni in riferimento a situazioni di vita che rinviano alla descrizione del regno di Dio: gesù non definisce il regno ma lo racconta nel suo parlare in parabole, nel suo richiamare situazioni di vita. Il regno risulta così indicato come il farsi vicino di Dio che ha passione per l’uomo e la creazione, che intende liberare e dare vita facendo entrare in una relazione con lui e aprendo ad un modo nuovo di rapportarsi con la vita e con gli altri. Nelle parabole ha spazio la quotidianità, il rapporto con la terra, con l’attività dell’uomo, nelle parabole è dato spazio alla vita degli umili.

La parabola della zizzania presenta così la dinamica della presenza e della vicenda del ‘regno’ come luogo della pazienza di Dio. La parabola è innanzitutto una riflessione sulla realtà, in cui nel campo è presente seme buono e seme cattivo. E’ uno sguardo che paragona la mescolanza di buon seme e cattivo seme alle concrete situazioni umane fatte di luci e di ombre di bontà e malvagità, che stanno insieme e non separate. La zizzania, una sorta di gramigna, simile nell’asspetto al grano buono, viene seminata ‘mentre gli uomini dormono’. Si può cogliere forse in questo particolare uno sviluppo da parte di Matteo della breve parabola presentata da Marco sul seme che cresce da solo “sia che il seminatore dorma, o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”.

La zizzania seminata infatti non viene estirpata prima della mietitura. Ai servi che chiedono “Vuoi che andiamo a raccoglierla” il padrone del campo risponde “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”. L’indicazione di fondo è quella di attendere, di lasciare tempo ad una crescita. Attendere e lasciare, due attitudini ben diverse da chi vive nella fretta di una separazione e pretende di fare subito chiarezza.

E’ una parola rivolta ad accettare la fatica di una situazione in cui male e bene sono presenti insieme. Non si tratta di un compromesso di fronte al male. C’è una presa d’atto della complessità delle situazioni umane, ma anche un chiaro orizzonte di mitezza e di attesa che sia dato tempo perché anche chi compie il male possa cambiare. E’ invito ad aprire gli occhi sullo scandalo del male, che attraversa la storia. Ma al centro della parabola sta l’annuncio dell’attesa di Dio. Il volto di Dio che Ges annuncia è volto attento a non togliere alcun elemento anche piccolo di bene, preoccupato perché il bene possa avere tempo di maturazione. E’ una parola che apre a scorgere la pedagogia di Dio e del regno. E anche invito a cambiare mentalità, ad uscire da una mentalità di giudizio e di separazione, per assumere il senso dell’uso del tempo come tempo di cambiamento e di conversione al bene, e per accolgiere la responsabilità dell’attenzione e della cura.

La parabola è anche una indicazione per la comunità di Matteo. La comunità stessa non è composta solamente di giusti, ma vede al suo interno lo scandalo del male e dei peccatori. La pretesa di una comunità composta solamente di giusti è una forma di orgoglio, che non tiene contro della realtà e che segue una logica di esclusione. L’invito è piuttosto quello di lasciar crescere, offrendo lo spazio del tempo e della pazienza. La parabola si concentra così sulla pazienza di Dio che attende, non risolve le situazioni con la forza, ma suscita responsabilità nel tempo.

Al centro della parabola del granello di senape sta da un lato l’aspetto della crescita: da un piccolo inizio vi è uno sviluppo che apre ad un effetto imparagonabile. Tuttavia sembra che una particolare insistenza sia nell’essere seminato sulla terra. E’ un accento riscontrabile nella versione della parabola presente nel vangelo aprocrifo di Tommaso: “E’ simile a un granello di senape, che è il più piccolo di tutti i semi. Ma quando cade sulla terra arata, produce un grosso arbusto e diventa un rifugio per gli uccelli del cielo”. Un seme deposto, non muore, ma porta frutto: è quanto verrà ripreso dal IV vangelo in: “chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perde la sua vita per causa mia la troverà” (Gv 12,24). Così nella parabola del lievito nella pasta l’accento principale sta nell’azione del lievito che non è visibile, ma ha una forza che muove nel profondo ed è interiore: l’insisetnza va non tanto sulla diversa quantità tra lievito così esiguo e la pasta (cfr. 1Cor 5,6), ma sul fatto che il lievito è seminato, è posto dentro e mescolato dentro la pasta.

Una allusione di questa parabola alla vicenda di Sara e Abramo può esere importante per coglierne un messaggio sotteso. E’ infatti Sara la moglie di Abramo che nell’episodio dell’ospitalità dei tre sconosciuti che giungono alla tenda presso Mambre (Gen 18,6), impasta una quantità di farina pari a quella indicata nella parabola tre staia: è una quantità enorme – tre staia corrispondono a circa 50 chili -. Centinaia di persone possono essere sfamate con una tale quantità di farina: si tratta di una grandezza smisurata. E’ un segno dell’abbondanza che sgorga dalla promessa di Dio e dalla fede di Abramom, e dall’ospitalità di Sara. Quel piccolo gesto dell’accoglienza, il ricevere la vista di quegli ospiti sconosicuti e l’affidamento alla loro parola, è inizio di una storia che trova fodnamento nella fede. Nei profeti questa storia viene descritta come la vicenda di un piccolo germoglio che diviene grande albero: “Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro… e lo pianterò sopra un monte alto…metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami dimorerà” (Ez 17,22-24). C’è una storia di incontro, di possibile rifugio, come quello di uccelli che trovano dimora su di un albero grande, che attrevsra la storia umana e la vicneda del cosmo stesso. E’ una vicenda che non eslcude, che si apre a tutti, e ancor più si apre a comprendere la partecipazione di tutta la realtà. La fede di Abramo, l’ospitalità di Sara, sono i termini di riferimento di questa fecondità di vita che coinvolge tutto il mondo: il regno di Dio è questo grande movimento di incontro nuovo, che Gesù ricorda e richiama con le sue parole.

Infine una osservazione sullo stile del parlare di Gesù: Gesù parla di Dio guardando i gesti di un contadino che getta la semente nel campo, osservando la crescita di piccole piante, cogliendo l’intreccio di piante buone e meno buone in un campo seminato, guardando le reti di una barca. Gesù parla di Dio non facendo uscire dal mondo e dal linguaggio del quotidiano, ma scoprendo la presenza di Dio, il suo regno, lì dentro. Così in modo inaudito Gesù parla di Dio facendo riferimento ai gesti di una donna che impasta farina e lievito: Gesù parlava e lo ascoltavano anche donne che vivevano in una condizione di enarginazione religiosa e sociale. E comprendevano che il volto di Dio che Gesù annunciava non era il Dio dei forti e di chi dominava, ma il Dio che scorgva la preziosità dei volti, non il Dio dell’esclusione, ma dell’accoglienza. Una inaudita parola che annunciava Dio parlando dei gesti di una donna nella quotidianità della casa, nei gesti dell’ospitalità.

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‘Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene’ (Rom 12,21): foto di un manifesto nella Chiesa di san Nicola a Lipsia (Nikolaikriche Leipzig) – sede delle preghiere per la pace 1989

Alcune osservazioni per noi oggi.

Viviamo anche noi oggi lo scandalo del male. Rendersi consapevoli della presenza dell’azione dei malvagi che si confronta con l’azione dei giusti insieme è passaggio fondamentale per non rimanere nell’ingenuità di un mondo ideale scontrandosi poi con la cocente disillusione di fronte all’esperienza. D’altro lato scoprire come il campo della vita e della storia sia luogo di grano insieme ad una seminagione cattivo, la zizzania, aiuta a non rimanere schiavi di una concezione negativa del mondo e dell’uomo in quanto malati alla radice e asserviti alla malvagità. Scorgere grano e zizzania è guardare la realtà accostarsi alla complessità del reale, imparando la fatica del vivere nella complessità senza cedere al male. Non solo c’è bene e male fuori di noi, ma anche nel nostro intimo c’è mescolanza di scelte di bene e di compromesso con l’egoismo, l’ingiustizia e il male. Saper attendere per sé e per gli altri, lasciare il tempo della crescita è vivere una attitudine fiduciosa: non nella connivenza o timidezza di fronte al male ma nell’impegno perché chi compie il male cambi orientamento. E’ sguardo di speranza su di sé e sugli altri: possiamo cambiare e crescere e lo sguardo di Dio è quello non di un giudice ma di un educatore attento e fiducioso che non estirpa, non esclude, ma conosce la pazienza dell’attesa, non ha di mira una purezza senza discussione, ma è preoccupato che ogni apertura di bene non rimanga senza respiro. La sua mitezza è forza di attesa e di operosità perché anche l’empio ritrovi la sua via.

Le delusioni e i fallimenti che una situazione crisi economica e sociale pongono di fronte, così come i fallimenti di sforzi di costruire pace in terre dove c’è violenza può far crescere sentimenti di inutilità e di abbandono di ogni genere di impegno. L’insistenza delle parabole di Gesù sul momento della semina ci fa guardare in modo diverso tutte le possibilità di gesti anche piccoli e la loro fecondità che ora non vediamo. Il deporre un piccolo seme è in sé inizio di un processo di cui non siamo in grado di calcolare gli esiti: è questo un motivo per cogliere l’importanza di impegni anche minimi e quotidiani in una situazione di crisi e nonostante la contraddizione evidente.

Il mondo e la storia sono permeati dell’energia nascosta e feconda del regno di Dio che inizia dai gesti di ospitalità di Sara e dall’apertura del cuore di Abramo: è il medesimo regno che Gesù rintraccia nel gesto quotidiano di una donna che impasta la pasta per cuocere il pane. C’è una storia del regno che attraversa le culture, le religioni, ed è presente nella vita, nelle sue pieghe e attimi nascosti, nelle persone umili: dare spazio a questa vicenda è il servizio di profezia a cui Gesù chiama per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF46002Mac 7,1-14; Sal 16; 2Tim 2,16-3,5; Lc 20,14-38

Nelle letture di questa domenica si possono forse raccogliere tre parole chiave. La prima è: ‘risurrezione’, la seconda ad essa legata è ‘Dio dei viventi’, la terza è ‘pazienza’.
Di risurrezione si parla nella drammatica vicenda dei fratelli Maccabei. E’ una vicenda di oppressione. Da una parte un potere che intende controllare le dimensioni più profonde delle persone, la fede stessa. Dall’altro la fedeltà inerme di credenti. La testimonianza della madre e dei fratelli maccabei diviene così esempio di una fedeltà che guarda ad una prospettiva di fede oltre la morte. Il martirio è affrontato con lo sguardo che si apre ad una prospettiva nuova oltre la morte: “Tu o scellerato, ci elimini, dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. La fiducia rivolta a Dio che non abbandona sostiene la fiducia di coloro condotti alla tortura e alla morte violenta. Il Dio a cui si rivolgono i martiri di fronte alla prova è il Dio che è in grado di far risorgere i morti e l’unico motivo che dà loro fortezza nella persecuzione è lo sguardo rivolto al Dio della vita. La sua signoria è al di sopra dei dominatori del mondo. E’ il Dio fedele colui che rialza i suoi fedeli segnati nella prova. La fede dei fratelli si connota anche come contestazione alle forme del potere che pretende di piegare a sé la vita.

Di risurrezione si parla anche nella pagina del vangelo. I sadducei, corrente del giudaismo legata al tempio e all’oligarchia sacerdotale, non credevano alla risurrezione e il caso di scuola posto a Gesù è un modo per ridicolizzare l’idea stessa di risurrezione di fronte alle contraddizioni della ragione. Secondo la cosiddetta legge del levirato (Dt 25,5-6), per dare discendenza ad un uomo che moriva senza figli, la vedova doveva sposare il fratello. La situazione presentata a Gesù è quella di sette fratelli che muoiono senza figli e la domanda ‘di chi sarà moglie quella donna?’ nella risurrezione è domanda retorica. La risurrezione intesa come vita dopo la morte sarebbe così illusione e costruzione irragionevole.
La risposta di Gesù a questa provocazione apre percorsi nuovi: innanzitutto riprende la questione che sta al cuore della legge del levirato, la prospettiva di dare vita e garantire una discendenza come continuità di vita. A tal riguardo Gesù relativizza quella visione che esaltava la discendenza quale unica espressione di fecondità e di vita. Il permanere della vita non si misura solamente nella procreazione di figli che garantiscono un permanere ed una continuità. Non c’è solamente una fecondità bioloigca, ma c’è una fecondità più profonda di vita che proviene come dono da Dio: il Dio dell’alleanza che lega a sé l’umanità e genera ‘figli della risurrezione’. Anche i rapporti familiari sono così relativizzati e la stessa sessualità e capacità di generare. E’ una fecondità che apre a rapporti nuovi in cui al centro sta la fecondità dell’amore che rimane per sempre e supera i confini della morte.
A questo primo passaggio se ne aggiunge un secondo: la questione di fondo è che cosa s’intende per risurrezione: se questa è pensata come un prolungamento della vita terrena, ciò è ben lontano dalla fecondità di vita di Dio. Gesù prende così le distanze da una teologia fatta di costruzioni complicate che non accolgono il cuore della fede. La risurrezione è condizione diversa dalla vita terrena, con caratteri di novità assoluta. Gesù ne parla nei termini di una esperienza di comunione e di incontro con il Dio fedele, apertura ad un dono che solo da Dio proviene. Il nome di Dio rivelato a Mose al roveto ardente è il nome di un Dio dei viventi: ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe’ (Es 3,6). E’ il Dio che custodisce la vita e custodisce i nomi e i volti. ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’. Dio è ‘Dio di’ qualcuno, Dio dei volti concreti e delle storie racchiuse nei nomi, e il senso della vita umana sta ‘nel vivere per’, rivolti a lui e all’altro. L’orizzonte di fondo della fede non sta in costruzioni ardite della mente umana, ma nel tornare al volto di Dio, nel lasciarsi mettere in discussione da Lui. Sta nell’affidamento alla fedeltà di Dio, nel lasciarsi accogliere dal Dio dell’amore che si comunica. Tutta la Scrittura è racconto di comunicazione: Dio che si relaziona come un vivente al suo popolo e a tutta l’umanità. Sarà l’esperienza dell’incontro con Gesù risorto, dopo la sua morte sulla croce, ad aprire ai discepoli il senso profondo di tale speranza. Non si tratta nemmeno di pensare ad una vita oltre la morte in termini solamente spiritualizzati. Gesù annuncia che nulla andrà perduto della vita umana proprio perché Dio è ‘Dio dei vivi’. Rifiuta la provocazione dei sadducei ma rinvia ad una dimensione nuova in cui tutto ciò che appartiene alla vita troverà pienezza.

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi compare il termine ‘pazienza’: “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”. Si potrebbe tradurre piuttosto tale termine con ‘resistenza’. La upomonè è il ‘rimanere sotto’, il resistere nel tempo della difficoltà. Il pensiero che il Signore è fedele genera l’affidamento a lui anche nel tempo della fatica e di fronte allo scandalo del male.

Alcune riflessioni per noi oggi:
La fede nella risurrezione sta al cuore del cammino di chi ha incontrato Gesù. Il dibattito con i sadducei ci invita a superare tutte le forme ingenue di pensare ad una risurrezione come proiezione di questa esperienza terrena. Nel medesimo tempo è invito a scoprire il riferimento a Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio dei viventi. La provocazione di Gesù ci distoglie da fantasie impossibili sul futuro e ci riconduce a guardare il presente, ad interrogarci su quale tipo di relazioni viviamo. Aprirsi al Dio dei viventi è riporre la fiducia che l’amore è più forte della morte ed apre una fecondità di vita impensabile ed inesauribile. Relazioni di cura per la vita e di amore sono il luogo di una fecondità che già nel presente apre una dimensione di risurrezione.

L’espressione ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’, provoca anche a considerare come ogni vita sia aperta ad un rapporto con Dio. E’ motivo questo di un impegno a scorgere come nei percorsi di vita di ogni uomo e donna sia racchiusa una ricerca ed una tensione di cui farsi custodi.

In molti modi viviamo l’esperienza della prova: prova nella fede, prova nella fatica della vita delle comunità per le incoerenze e i ritardi, prova nella vita civile per il senso di schiacciamento che si avverte d fronte all’illegalità, alla corruzione, alla violenza diffusa. L’invito di 2Tessalonicesi è ad accogliere la speranza che proviene come dono e resistere nella prova, fondando il nostro cammino non sull’evidenza di risultati o sulle nostre forze – di cui conosciamo la fragilità – ma sulla fedeltà del Signore che ci custodisce e “che ci ha dato una consolazione eterna e una buona speranza”. In quali modi la speranza accolta diviene stile di vita nel quotidiano di fronte alle fatiche di ogni giorno, capacità di resistenza, e di resa nella fede?

Credere nella risurrezione è rinvio al presente, a cogliere in quali modi lasciare spazio alla vita. Stiamo vivendo una profonda crisi nell’ambito del lavoro. E’ un’esperienza che segna la vita di tantissimi e che soprattutto mina in molti l’apertura alla speranza. Credere nella risurrezione provoca a leggere ogni momento, ogni situazione come occasione per accogliere vita nuova e per condividere vita con gli altri. La situazione di crisi economica e sociale conduce a ripensare il rapporto con i più deboli, invita a scegliere strade di solidarietà concreta, a pensare un rapporto nuovo tra le generazioni perchè soprattutto i giovani non perdano la speranza nel futuro. E’ anche occasione per smascherare tanti egoismi che si celano dietro a forme di religiosità senza rapporto alla vita, e per orientare la vita a liberarsi: è una liberazione ‘da’ una preoccupazione per difendere sicurezze, interessi, ed anche una liberazione ‘per’ aprirsi ad una vita in cui si aprano sentieri di condivisione. C’è un cammino di resistenza oggi da attuare di fronte a modelli dominanti di intendere la vita economica centrata solamente sul profitto di pochi per aprire percorsi di speranza per tutti.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2012

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Un Dio che non si stanca. Un Dio paziente. Protagonista instancabile di una pazienza attiva, creativa. Sta qui il messaggio al cuore della prima lettura. “Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”. In due avverbi ‘premurosamente’ e ‘incessantemente’ è racchiuso uno stile: la cura, la preoccupazione fatta di piccole attenzioni, e la continuità. Senza posa Dio ripropone la sua alleanza nonostante l’indifferenza, i rifiuti, la dimenticanza. Motivato solo dalla compassione, dalla vicinanza. Un Dio vicino e premuroso. Capace di creare occasioni nuove e di aprire nuove vie di libertà. Così dopo la dura esperienza dell’esilio chiama Ciro, l’imperatore pagano, e lo muove per aprire nuove vie ad Israele perché scopra la gioia del ritorno a Lui.

Alla sorgente di un percorso di fede non sta una costruzione umana, ci dice questa pagina, ma la gratuità e il farsi vicino di un Dio alla ricerca dell’uomo. C’è soprattutto la sua presenza amorevole e vicina. E il credere non è questione di altro se non di scoprire i segni della sua premura, le chiamate della sua compassione, e accogliere la sua presenza nella vita. Un’esperienza che si presta continuamente ad incomprensioni e al non riconoscere la gratuità del suo venire.

L’esperienza di Paolo che sta sullo sfondo della seconda lettura  è segnata da questa scoperta, a lui donata da Gesù Risorto. Il messaggio paolino passa alle comunità e ai suoi discepoli delle generazioni successive: “per grazia siete stati salvati mediante la fede”. Chi si apre a questa esperienza di gratuità viene trasformato e può iniziare a leggere e vivere la propria esistenza in modo nuovo. Un’esperienza che si rinnova ogni volta che un gesto, una parola, un tempo dedicato fanno risuonare l’eco della gratuità dell’amore di Gesù che si fa servizio concreto, e lascia spazio alla parola più alta dell’amore: ‘tu sei più importante di me’. Questa parola è stata la vita di Gesù. Ma allora ciò che conta è affidarsi, lasciarsi incontrare e cambiare da questo dono. L’autore della lettera agli Efesini parla di ‘opere buone ‘ non come fonte di vanto. Esse stesse sono dono di Dio. Dio le ha preparate perché in esse camminassimo. E’ una prospettiva nuova e su cui riflettere quest’orizzonte di opere buone come via su cui camminare. Non per fermarsi ad esse ma per scoprire l’orizzonte a cui questo cammino conduce: la grazia dell’incontro con Gesù che è dono. La fede come riferimento alla figura di Gesù di Nazaret prima e oltre ogni appartenenza ad un sistema religioso, di pensiero di cultura o di gruppo.

E’ questa anche l’esperienza a cui è chiamato Nicodemo. Nicodemo come tutti i personaggi nel IV vangelo è una sorta di paradigma. E’ l’esempio del maestro, di chi sa ed è preparato, del sapiente, che pure si lascia inquietare dalla parola e dalla libertà di Gesù. E va da lui di notte, avvolto in quel buio che è simbolo della sua chiusura e della sua incapacità nonostante il suo sapere, ma anche desideroso di parole che Gesù gli offre. A lui Gesù dice che è necessario rinascere, non come sforzo nostro, ma nell’accoglienza di un dono che viene dall’alto. Dall’alto e di nuovo. Non è opera nostra. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio: la sua premura è che nulla vada perduto. C’è una passione di Dio che è premura di salvezza, di vita per tutti. La vita eterna non quale dimensione futura, ma esperienza che inizia sin d’ora. Il riferimento è Gesù innalzato: un paradosso. L’innalzato sulla croce vive l’abbassamento più grande che si possa immaginare. Eppure nel suo essere innalzato può radunare attorno a sé, diviene luogo a cui guardare fisso, è centro di un radunarsi che coinvolge vicini e lontani, e si raccoglie attorno al volto di Dio mostrato come amore. Non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato.

In che misura ci lasciamo toccare da queste parole: perché il mondo sia salvato? E’ questa la premura del Padre. E’ questo il dono di Gesù.

Credere in Gesù come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine è la grande questione della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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