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I domenica di Quaresima – anno A – 2020

wiligelmo_lastra1(Duomo di Modena facciata – Wiligelmo, storie della creazione XI sec)

Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Nel tempo di quaresima di quest’anno (anno A) la prima lettura di ogni domenica accompagna a ripercorrere le tappe principali della storia della salvezza. Dalla creazione alla Pasqua. Quasi una lunga preparazione alla Pasqua come orizzonte ultimo di questo cammino. E tale percorso si rivivrà nella liturgia della parola della veglia pasquale della notte.

Il racconto dei primi capitoli di Genesi presenta in termini mitici una grande riflessione sulla condizione dell’umanità e del cosmo. Il Dio liberatore dell’esodo è il medesimo creatore dell’umanità e del cosmo. E’ unico Dio sorgente di bene. La stessa creazione è evento di dono. All’uomo (adam), plasmato dalla terra (adamah) è donato un respiro di vita. Tuttavia nell’esperienza umana è presente anche un lato oscuro, l’esperienza del male. Dio sorgente di ogni cosa è Dio amante della vita. Il male è forza che gli si oppone, ma non è più grade di Lui, ed è conseguenza di scelte che hanno radice nella libertà dell’uomo. Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di una lotta contro il male e il peccato.

Il capitolo 3 di Genesi in particolare presenta l’attuarsi di diverse fratture: tra l’uomo e la donna, tra gli umani e il creato, tra l’umanità e Dio stesso (‘scoprirono di essere nudi’). La situazione del peccato viene così tratteggiata come rottura di amicizia. Nella sua radice tale processo si connota come mancanza di affidamento. La grande tentazione è porsi davanti a Dio, agli altri, alle cose come antagonisti, come nemici. Dalla pretesa di essere senza limiti sgorga una corrente di incomprensione e di inganno. La radice di ogni male è indicata nel non accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Nella lettera ai Romani Paolo annuncia che in Gesù Cristo si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche nell’umanità stessa. In Cristo ha inizio una nuova creazione che riprende e rinnova la condizione di Adamo: Gesù con la sua Pasqua rinnova l’essere umano e vince il peccato. In Adamo la disobbedienza, in Cristo l’ascolto pieno del Padre. La nostra condizione è posta in una nuova solidarietà. Solidali in Adamo, ora solidali Cristo. La situazione di Adamo, segnata da miseria e peccato, è definitivamente vinta dalla morte di Gesù Cristo e dalla sua risurrezione che hanno vinto il peccato. Paolo parte da Cristo: “molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti”. Chi accoglie la grazia di Cristo può comprendere la situazione di chiusura propria del peccato e capire quale apertura e liberazione è dono di Gesù e per questo camminare in una vita nuova: è la giustificazione che dà vita. In Gesù Cristo una nuova situazione è donata in una nuova solidarietà.

L’episodio delle tentazioni di Gesù ha una particolare presentazione in Matteo. Per Gesù la prova non fu un momento limitato ma una dimensione della sua vita. Nel suo vangelo Matteo lo ricorda quando ricorda la richiesta di compiere miracoli per far stupire: ‘vogliamo che tu ci faccia vedere un segno miracoloso’ (Mt 12,38), oppure nelle richieste di un ‘messia’ forte come capo politico; si presenta anche in coloro – i più vicini – che cercano di distoglierlo dall’andare verso Gerusalemme dove avrebbe incontrato il rifiuto e la sofferenza (Mt 16,21-23). Gesù si rivolge allora a Pietro dicendo ‘via da me satana, perché non pensi come Dio ma come gli uomini’ (Mt 16,23).

Nel racconto del cap. 4 Gesù è presentato davanti a ‘satana’ il ‘divisore’, figura simbolica di ogni forza che tiene lontano dal progetto di Dio. Le provocazioni riguardano il modo in cui Gesù può intendere i suo essere ‘messia’, inviato mandato da Dio. Vi è la proposta di una religione che risponde solamente al desiderio di benessere immediato, c’è poi la proposta di una religione dei miracoli o del successo. Infine la linea di una religione ricerca del potere e dominio politico. ‘Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto’. Ha i tratti di Mosè che guida verso un esodo nuovo. Vi sono rimandi alle prove di Israele (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Là dove Israele ha peccato Gesù si mantiene fedele. Unica sua preoccupazione è l’affidarsi totalmente al Padre, in una obbedienza che è fiducia radicale. E’ un messia che rifiuta le vie del successo del potere e della violenza. Sceglie la via del servizio e della condivisione.

La quaresima è occasione per agire nella linea di una conversione personale, ma anche di una conversione pastorale e missionaria così urgente per le nostre chiese per vivere oggi fedeltà al vangelo ed essere segno capace di indicare Gesù in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

0005572D-sfollati-da-idlib(sfollati da Idlib – febbraio 2020)

Conversione

“La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo » (Esort. ap. Christus vivit,117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di darela vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.” Così scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno 2020.

Nel Messaggio si legge anche un richiama ad una concretezza per oggi della conversione: “Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia”.

In questo periodo il diffondersi dell’epidemia del coronavirus, partita dalla Cina e giunta velocemente in altri continenti e in Italia, sta generando preoccupazioni e paure. Le nostra società è scossa in modo profondo e questa ansia che determina anche fenomeni di psicosi collettiva si espone ad una lettura attenta. Si possono proporre alcune considerazioni. Una prima considerazione riguarda la capacità di presa della paura: forse a tal proposito si dovrebbe cogliere come certamente i virus delle malattie sono contagiosi, ma anche altri virus che hanno avuto diffusione nel tessuto sociale sono altrettanto pericolosi: il virus dell’odio, della indifferenza, dell’assuefazione alle tragedie che si svolgono a pochi passi da noi. E’ impressionante a tal proposito la sproporzione tra la presenza a livello mediatico delle notizie sul coronavirus rispetto alla tragedia umanitaria che si sta consumando in questi giorni nei pressi di Idlib in Siria settentrionale. Fonti dell’ONU riferiscono che circa 900mila persone, stanno fuggendo dalle loro case di fronte ad un’offensiva portata dall’esercito di Bashar al Assad con il sostegno russo. Le immagini giunte sugli schermi dei nostri computer di un papà che convince la sua bambina a pensare che gli scoppi delle bombe sono fuochi d’artificio di cui ridere e non ordigni devastanti fa riflettere sull’impatto di questa guerra sui bambini e sui tanti bambini che fanno parte delle carovane di profughi. La crisi umanitaria in atto in quella regione giunge dopo nove anni di guerra in Siria. In questa fuga di massa chi sta abbandonando le proprie case non ha peraltro un luogo dove rifugiarsi perché alle spalle c’è l’aviazione russa e l’esercito di Assad e davanti si trova il rifiuto dell’esercito turco di Erdogan che impedisce ingressi alla frontiera. (Pierre Haski, A Idlib è in coso la peggior tragedia umanitaria del secolo, “Internazionale” 19 febbraio 2020).

Un seconda considerazione può sorgere dall’emergenza del coronavirus. A fronte di una tendenza presente nelle nostre società ad un individualismo senza limiti che illude di poter vivere una nuova onnipotenza data dai mezzi della tecnologia, si scopre improvvisamente il legame ineludibile che collega la vicenda dell’umanità in una unica comunità di destino. Ad un’epidemia si può far fronte solamente con atteggiamenti responsabili e attenti che coltivano la dimensione del noi e conducono ad una cura per gli altri, a valorizzare le competenze, a vivere anche il limite coltivando la virtù di prudenza, a scoprire la vita propria connessa a quella di tutti gli altri, in dimensioni globali.

Come osserva Caterina Soffici: “…il coronavirus è il muro contro cui il culto dell’ego dell’uomo moderno si va a schiantare. Ci fa capire che ognuno di noi, preso singolarmente, può soccombere di fronte a un nemico tanto piccolo da essere invisibile. Ci fa capire che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità e accettare dei limiti, nel nome del “noi”, parola piuttosto desueta e sconosciuta ai più, ma che grazie al pericolo del contagio siamo costretti a far tornare di moda. L’epidemia è uno di quei casi dove l’interesse del singolo non può essere protetto altro che proteggendo l’intera comunità. E quindi il singolo, anche il più egoista dei singoli, se vuole proteggere se stesso e la propria cerchia di affetti, è costretto a comportarsi in maniera sociale. Prendersi le proprie responsabilità significa per esempio capire che ci sono dei limiti alla propria libertà per proteggere gli altri dal contagio. Capire che non siamo onnipotenti, che talvolta è necessario fermarsi, che non possiamo controllare tutto. E soprattutto che l’unione fa la forza”. (Caterina Soffici, La paura dell’invisibile ci spinge a riscoprire l’importanza del “noi”, “La Stampa” 25 febbraio 2020).

Un’ultima osservazione: in tante diocesi italiane si stanno diramando comunicati che invitano a limitare se non ad annullare celebrazioni comunitarie e liturgiche per evitare occasioni di contagio, e a coltivare la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio nella dimensione domestica. E’ forse occasione questa per una riscoperta del significato profondo dell’eucaristia che rinvia sempre alla vita, al fare dei gesti e delle scelte  di tutti giorni un pane spezzato e vino versato per gli altri. Questo tipo inatteso di ‘digiuno’ e questo genere di quarantena potrebbe essere motivo per scoprire la nostalgia di una comunità che diviene tale nel riferirsi al Signore Gesù nel quotidiano e nei luoghi della vita aprendosi a condividere e ad accogliere le ricerche di bene e di senso presenti nei cuori.

Questa attenzione al di fuori di noi e la cura per coltivare un noi nella vita ordinaria sono frontiere in cui vivere la conversione a cui la quaresima richiama.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno A – 2017

img_2582Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Tutto inizia in un giardino. Le letture di inizio quaresima rinviano al giardino delle origini e a Pasqua al centro sta ancora un giardino: quello della risurrezione. E’ già indicazione: quaresima è un tempo tutto rivolto alla Pasqua, per accoglierne il senso, per lasciarci coinvolgere nella via seguita da Gesù, nella sua morte e risurrezione, per lasciarci prendere dal dono dello Spirito.

Nel giardino bello, luogo della vita umana segnata dal respiro di Dio si attua una rottura. In una creazione segnata da bellezza e cose in relazione, non tutto è armonia: è presente la mancanza di comunicazione, il conflitto, l’incomprensione dell’altro, l’inganno, il male. E’ esperienza esistenziale. La domanda è ‘verso dove siamo diretti? Il cosmo e l’umanità sono assoggettati a forze di male, ad un perdersi nella disarmonia o c’è un altro orizzonte? Il capitolo terzo di Genesi si concentra sul dramma della rottura.

I capitoli 2 e 3 di Genesi sono così attraversati dalla grande domanda sulla condizione umana, sul peccato e sul male. Israele s’interroga alla luce dell’esperienza di fede: Dio è liberatore e vicino e il creato bello è opera sua. Tuttavia si fa esperienza del male. Il racconto di Genesi intende esprimere questa grande convinzione: il male proviene da scelte che derivano dall’uomo, non è una forza più grande di Dio. Ci sono rotture che sono frutto di una pretesa e del non accogliere di essere creature. Il racconto si sviluppa attorno al sospetto di Adamo ed Eva che la volontà di Dio non sia un progetto di compimento, di crescita e realizzazione umana. La grande tentazione è pensare a Dio come nemico che vuole il nostro male, come qualcuno da cui difendersi. La grande tentazione è non arrendersi ad accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di far sì che ogni male sia tolto. L’atteggiamento richiesto al credente è la responsabilità per eliminare con impegno tutte le forme del male esistenti: non il terrore di fronte ad un Dio capriccioso e malvagio e nemmeno la passiva rassegnazione, ma la dedizione di tutto l’essere a compiere l’opera di Dio.

Il capitolo 3 di Genesi presenta la situazione dell’uomo consapevole della sua condizione di impossibilità a salvarsi da solo: nella sua radice il peccato si connota come mancanza di affidamento nel rapporto con Dio. Esso porta con sé una serie di rotture, dell’uomo con la donna, dell’umanità al suo interno, delle persone con la natura. La prospettiva che si apre è di un cammino in cui divenire immagine di Dio che si prende cura.

Paolo presenta Gesù Cristo come nuovo Adamo, o meglio ultimo Adamo. In lui si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche all’interno dell’umanità. Gesù Cristo ha portato una novità: come nuovo Adamo partecipa della nostra condizione umana, è in un legame di solidarietà. La condizione di povertà e peccato, che segna la condizione del terreno (Adamo) è da Gesù definitivamente vinta con la sua croce e risurrezione. Paolo pone al centro la scoperta della grazia di Gesù Cristo. Per contrasto sottolinea la realtà del peccato, ma questa ormai è una condizione che è vinta dalla nuova solidarietà di Cristo con tutta l’umanità: nuovo Adamo che apre una nuova storia.

La situazione di prova non fu un momento particolare ma la costante della vita di Gesù. Il racconto di Matteo la sintetizza presentando una scena di tre tentazioni.

Le tre richieste presentate da satana (il ‘divisore’), riguardano il modo in cui Gesù può intendere la sua missione: la questione di fondo è che tipo di ‘messia’ è Gesù. Non mira al potere e al dominio politico; non si pone secondo una visione miracolistica, non ricerca potenza o successo umano; non è messia venuto a portare benessere immediato. Nel deserto Gesù vive le tentazioni laddove Israele aveva vissuto il suo venir meno alla fedeltà a Dio (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Gesù appare con i tratti di Mosè, guida verso un esodo nuovo in cui ripercorre i passi di Israele. Nel deserto era stato infedele, la scelta di Gesù si pone invece in fedeltà radicale al progetto di Dio. Sua unica preoccupazione è affidarsi totalmente al Padre. E’ un messia che rifiuta il successo umano, il potere e la violenza, la religione dei miracoli; sceglie la via del servizio e della condivisione.

All’inizio della quaresima è questa la via indicata non solo ai singoli ma anche alle comunità, per vivere in giustizia e solidarietà questo tempo di preparazione alla Pasqua.

Alessandro Cortesi op

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Ultimo Adamo

Nella chiesa della Trinità di Porto santo Stefano a Monte Argentario (Gr) un grande mosaico di Ivan Rupnik copre e adorna l’intera parete dell’abside. E’ un’immagine che in alto evoca la presenza del Padre solamente accennata nella mano che si protende dall’alto e insieme a Lui, lo Spirito raffigurata nella colomba in discesa verso il basso. Un fiume di frammenti colorati, di rosso, di arancione evoca luce, fuoco, amore che viene seminato indistintamente. Dono che proviene dall’alto e che si prolunga nella raffigurazione di una rete che si stende quasi ad avvolgere il globo fatto di cielo e terra in basso e aperto ad accogliere un irrompere di luce che si accentra sulla figura di Cristo.

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Al centro della scena in basso la figura di Gesù, con i segni della risurrezione, il nimbo crociato attorno al suo volto: crocifisso e risorto. E’ raffigurato nel gesto di prender per mano e di trascinare su, dagli abissi della terra la figura di un uomo alla sua destra, evocazione di Adamo, e la figura di una donna sinistra, Eva, la madre dei viventi. Due volti che stanno ad significare tutta l’umanità che trova accoglienza nelle mani di Gesù. In lui, il Figlio, nel suo gesto di discesa, nel suo prendere per mano e salire trova il senso della vita.

L’Adamo, il ‘terreno’ fatto di terra (adamah) che nella sua vita discende nella terra e che speriemneta il buio della sofferenza, della lontananza, del peccato,  trova salvezza e speranza nell’afferrare quella mano che gli si fa incontro. Gesù in questa iconografia così cara alla tradizione bizantina e che esprime il significato profondo della Pasqua, è l’ultimo Adamo. Per un verso il suo movimento è verso il basso: … umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte… Fa discendere l’amore di Dio fino a raggiungere, toccare anche gli abissi, rompendo le porte che tengono chiusi gli inferi – ogni situazione di inferno dei viventi e di sofferenza e lontananza umana -. Si fa solidale con tutti i lontani. Dall’altro trascina verso l’alto nella direzione della comunione e dell’incontro con Dio: viene accolto da Eva, anch’essa simbolo di tutta l’umanità uscita dalle mani di Dio, con il gesto carico di dolcezza di accostare il proprio volto alla mano, trattenendo a sé il braccio che le si offre: affetto e affidamento, stupore dell’amore. Il deserto di una terra arida e spaccata diviene giardino.

rete-particolare

La rete dell’amore di Dio gettata raduna e raccoglie un’umanità che al cuore della sua vita vive profondamente un’attesa, nelle sue sofferenze, nei suoi cammini. Gesù Cristo è in legame di solidarietà fino alle profondità più remote con l’esistenza umana. Il suo essere ultimo Adamo apre ad una comprensione nuova della vicenda umana. Apre ad uno sguardo nuovo sul cammino di questa umanità, di tutta l’umanità, fatta di volti, di diversità, di attese, che reca in sè un’immagine ed un legame con il Dio creatore e che per cammini diversi va verso quel compimento che è la vita in dono che Gesù ci ha indicato.

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4447(Sculture in vetro di Bertil Vallien)
Is 49,1-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il brano di Giovanni si colloca all’inizio del IV vangelo nella successione di sette giorni che culminano nel segno di Cana (Gv 1,19-2,12), il sabato in cui l’acqua viene trasformata in vino, e in cui i discepoli ‘videro la sua gloria’: sono i sette giorni che ripropongono i tempi della creazione e l’incontro con il Battista è posto nel secondo giorno. A Cana festa di un matrimonio, il segno rinvia alla comunione tra Gesù e i suoi discepoli, la ‘gloria dell’amore’ e questo incontro viene preparandosi in tutti i passaggi precedenti.

Ci sono alcuni elementi nella narrazione dell’incontro tra il Battista e Gesù nel IV vangelo che meritano di essere sottolineati: il Battista è colui che indica Gesù. La sua funzione è quella di chi diminuisce per lasciar posto ed indicare un altro: “Lui deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30). Nel IV vangelo è il Battista che vede i cieli aperti e discendere la colomba. E Giovanni si fa indicatore e testimone. La più bella descrizione di Giovanni è quindi quella di ‘amico dello sposo’ (Gv 3,29), amico che sa leggere e indicare Gesù e la sua identità come dono di relazione.

In questo brano Gesù è indicato con due titoli particolari. ‘agnello di Dio’ e ‘figlio di Dio’. Sono due indicazioni sulla sua identità che vanno colti all’interno dello sviluppo del IV vangelo. Sono due titoli posti all’inizio e alla fine di questa pagina: “Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29) e a conclusione: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34).

Dietro al titolo ‘agnello di Dio’ sta il termine aramaico ‘talja’, un termine usato nei canti del servo di Jahwè (Is 53,4-6.12) per indicare appunto la figura del servo. ‘Talja’ è quindi l’eletto, il ‘servo’ e il Battista usando questo titolo individua in Gesù colui che compie il percorso del servo. E’ servo che risponde ad una chiamata di Dio che coinvolge totalmente la sua esistenza in senso profetico: è inviato a portare la salvezza non solo a Israele ma fino all’estremità della terra (Is 49,5). E’ servo che vive una attitudine di nonviolenza dinanzi all’ostilità ed alla persecuzione: “ha spogliato se stesso fino alla morte” (Is 53,12). Ed offre la sua vita prendendo su di sé il peccato delle moltitudini (Is 53,12). Nel termine ‘talja’ quindi viene evocata la figura del profeta servo, che nella tradizione di Israele era letta come figura collettiva di un piccolo resto che rimane fedele a Dio nonostante la prova e il rifiuto. Nel profeta-servo, nella sua mitezza, si manifesta la gloria di Dio (Is 49,3) e in lui sarà portata salvezza alle nazioni.

Ma il medesimo termine ‘talja’ era usato anche per indicare l’agnello. E a tal riguardo il IV vangelo pone un rapporto fondamentale tra la Gesù e la figura simbolica dell’agnello, l’animale del sacrificio, connesso alla celebrazione della Pasqua ebraica: il sangue dell’agnello nella notte della liberazione aveva salvato il popolo d’Israele dallo sterminio. E di qui la Pasqua come memoria di liberazione e ingresso in un cammino di alleanza con Dio. Proprio Giovanni, tracciando la cronologia dei giorni della passione indica che Gesù venne crocifisso proprio nel momento in cui, nel pomeriggio della vigilia della Pasqua, che in quell’anno – probabilmente il 30 d.C. – coincideva con il sabato, nel tempio venivano uccisi gli agnelli. Il segno dell’uccisione degli agnelli, che preludeva alla consumazione dell’agnello nella cena vissuta nel contesto familiare alla sera, viene così collegato dal IV vangelo a Gesù, alla sua vita e alla sua morte. Gesù è indicato come agnello che compie il significato racchiuso nell’agnello pasquale.

L’agnello della pasqua era connesso al passaggio dalla schiavitù alla libertà, elemento centrale della cena in cui si faceva memoria dell’intervento di Dio come liberazione e vicinanza ad Israele. La sua presenza è liberazione. Gesù è indicato dal Battista come ‘agnello che toglie il peccato del mondo’. La sua vita racchiude e comunica quella luce che le tenebre non possono trattenere e vincere: il suo cammino di servo apre ad un percorso di liberazione dal ‘peccato del mondo’ (Gv 1,29). Si parla qui di ‘peccato’ al singolare: è rinvio ad una forza che segna tutto il cosmo, una dimensione di male che trova espressione nelle scelte e nei comportamenti portatori di malvagità e cattiveria, ma che appare come una struttura profonda di male che in qualche modo attanaglia la vita umana e di tutto il cosmo e la assoggetta ad una logica di violenza e di sopraffazione. Il peccato può così essere indicato come la forza che disumanizza la vita umana. In Gesù agnello si compie una liberazione che capovolge questa logica, che si pone in contrasto radicale con la violenza ed apre a vivere l’esistenza in modo diverso. Toglie il peccato, la condizione di fallimento dell’umanità, e d’altra prende e si fa carico del peccato del mondo. Gesù come agnello mite ha assunto su di sé la condizione umana segnata dall’idolatria, e dall’odio (cfr. 1Gv 2,16; 3,14-15). La sua vicenda è presentata sin da ora come un cammino di solidarietà con l’umanità che soffre e vive il peso del peccato. Sin dal secondo giorno di questa nuova creazione il volto di Gesù è presentato con il profilo del servo e dell’agnello: la sua vita sarà nella mitezza e nella fedeltà alla nonviolenza e il suo eliminare il peccato è motivo di liberazione per tutti. In questo senso è Figlio: sta nella relazione con il Padre e manifesta il volto di Dio come amore che apre una nuova vita.

C’è un secondo elemento. Il Battista parla di Gesù come di uno sconosciuto. Compare una insistenza da parte di Giovanni nel dire ‘Io non lo conoscevo’: “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua , perché egli fosse manifestato a Israele (…) io non lo conoscevo. Giovanni è inviato ad annunciare ai giudei che tra di loro c’è qualcuno che essi ‘non conoscevano’. C’è un cammino di conoscenza di Gesù che lungo tutto il IV vangelo deve essere compiuto. Se Gesù è lo sconosciuto, l’incontro con lui apre ad un cammino in cui il conoscere non è un dato scontato, ma è apertura di una vicenda di incontro. Conoscerlo diviene così uno stare con lui, un condividere la sua vita per rimanere. Accogliere questo conduce a lasciarsi interrogare e cambiare dai segni che egli pone, dalle sue parole. Per l’autore del IV vangelo questo è importante: il cammino di conoscenza non è solamente una questione intellettuale, ma implica un rapporto vivente che conduce ad un conoscere esistenziale e che coinvolge tutta la persona. Dal non conoscere il IV vangelo condurrà a vivere il percorso del ‘sapere’ in modo profondo e vitale perché si è accolto l’invito a rimanere nel rapporto con lui. L’intero cammino di fede per Giovanni è un cammino esistenziale e di relazione lasciandosi guidare dai segni fino all’unico grande segno che rivela la ‘gloria’, il dono fino alla fine sulla croce, rivelazione del volto di Dio amore.

Un terzo elemento è il confronto tra i due battesimi. Il Battista battezza in acqua, Gesù battezza in Spirito. “Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo” (Gv 1,33). C’è una epifania per Giovanni. Si apre così l’orizzonte di una immersione nello Spirito: è questo il nuovo battesimo portato da Gesù, la trasformazione nella potenza di Dio, la possibilità di essere invasi dallo Spirito per una vita che respira del soffio dello Spirito. Gesù porta un battesimo che è immersione nello Spirito, cioè nella forza creatrice di Dio.

Gesù viene così presentato con il volto dell’agnello. L’agnello era il segno del sacrificio nel giorno della Pasqua. La vita di Gesù non può esser rinchiusa secondo la logica sacrificale che implica un’idea di Dio da placare attraverso riti sacri. Gesù è agnello perché nel dono della sua vita nell’orizzonte della nonviolenza e dell’amore interrompe la logica sacrificale. La sua vita non è sacrificio secondo la logica dei sacrifici ma è dono di sé, in obebdienza al Padre come figlio e nella solidarietà con gli altri. E’ il figlio, in una relazione di affidamento totale a Dio che è Padre, Abbà nella sua vita. Ed è agnello che vince il male in se stesso e in tutti coloro che entrano nella conoscenza di lui, non opponendo violenza a violenza ma vivendo l’inermità dell’amore. Da questo dono di sé per il IV vangelo sgorga lo Spirito che è effuso, versato, nei cuori (Gv 19,30; cfr. Rom 5,5).

Alcune osservazioni per noi oggi.

Il Battista è il grande indicatore che intende la sua vita in relazione, non nella crescita indefinita ma nel diminuire. La sua esistenza è nella linea del legame dell’amicizia (Gv 3,29) dell’amico dello sposo. Tale sguardo che va oltre, che sa vedere e scorge la presenza dove lo Spirito si posa e rimane è lo sguardo lungo di un testimone che provoca anche noi ad intendere la vita non slegata e ripiegata in dimensioni di un individualismo cieco e indifferente alla presenza di altri, a chi viene dopo. La testimonianza del Battista indica una strada: anche noi dovremmo maturare questa attitudine nuova e diversa, uno sguardo capace di attenzione all’altro, di ascolto di chi viene dopo, le generazioni future a cui consegnare un mondo vivibile, e insieme ad esso un senso della vita scoperto nell’incontro. Una vita non solo nel perseguire una crescita indefinita, ma nel cogliere i limiti che provengono dall’attenzione dall’altro, nelle scelte economiche e in stili di vita che portano cambiamenti nel quotidiano. Solamente se si intende la vita nella capacità di diminuire perché qualcun altro cresca questa si apre ad una relazione e ad una amicizia che fa scorgere l’operare dello Spirito nella storia.

Siamo invitati a vivere il percorso nell’accogliere Gesù come lo sconosciuto, alla pazienza di entrare in una conoscenza che non è un dato da sapere o un’identità di cui possedere alcuni dati, ma che si connota piuttosto come ingresso e cammino in una storia di incontro, in una amicizia. Conoscere è esperienza vitale, è cammino di amore, è approfondimento per scorgere nel volto del servo il profilo dell’agnello. Nella sua debolezza e inermità è fonte di liberazione. Come vivere oggi la testimonianza del vangelo in uno stile di servizio e di nonviolenza?

Nella seconda lettura si parla della “chiesa di Dio che è in Corinto”. Questo cammino di immersione nello Spirito è cammino di comunità invase dallo Spirito e generate dall’ascolto della Parola. La chiesa di Dio sorge e si articola come comunione di chiese chiamate a sperimentare il dono della Pasqua, lo Spirito come fonte della propria vita e esprimerla in una comunione da ricercare sempre al proprio interno e con le altre chiese. Questo pensiero si fa più vivo nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno che ha come tema ‘Cristo non può essere diviso’. Pregare è luogo di scoperta del disegno di Dio e accoglienza della sua chiamata al superamento delle divisioni, non come strategia politica, ma come accoglienza del dono della comunione. Siamo invitati a scoprire la possibilità di vivere oggi una ‘chiesa di chiese’, dove l’unità non debba essere concepita come uniformità e nella logica del ritorno. Costruire una unità che non mortifichi le differenze è compito mai concluso e rende responsabili di realizzare la dinamica che sorregge la comunione, lo scambio nel dare e ricevere i doni diversi, la fatica della traduzione, la tessitura della comprensione. Ciò non si attua senza fatica di un cammino di diversi che sanno di camminare verso colui che sempre rimane ‘lo sconosciuto’ da incontrare più profondamente. Un cammino di ‘chiese provvisorie’ invitate a lasciarsi guidare dallo Spirito incontro a Cristo che sta sempre davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Le+Roi+David2Sam 12,7-13; Sal 31; Gal 2,16-21; Lc 7,36-8,3

‘Sei tu quell’uomo…’. La parola del profeta smaschera l’incapacità di riconoscere il male che sta dentro al proprio cuore e l’ipocrisia nel nasconderlo. Davide si adira di fronte alla vicenda che il profeta Natan gli riporta come avvenuta nel suo regno: il gesto di un ricco che ha privato un povero pastore dell’unica sua pecora. Davide si ritiene re giusto e saggio, ed in effetti lo è, ma non sa guardare dentro se stesso con verità. Prevale la durezza del suo cuore, l’incapacità di rispettare il debole e l’indifeso che gli sta accanto. Ha usato inganno e sotterfugio per inseguire i propri desideri, per togliere ogni ostacolo alla propria brama di possesso. SI è voluto impadronire non di una pecora, ma di una persona, una donna. E per questo è giunto a far uccidere un suo generale fedele e valoroso, che viveva dedizione e coraggio. Il peccato di Davide è una vicenda di accecamento: non vede davanti a sé l’altro, ma considera solamente la sua volontà di dominio. In tale senso viene meno alla giustizia come fedeltà nella relazione. Il suo peccato è la durezza del cuore nel non sentire più compassione e per questo non si rende conto dell’ingiustizia da lui stesso generata. Ma è il medesimo cuore che di fronte ad un fatto di sopraffazione sobbalza e richiede giustizia. La parola del profeta lo conduce a riconoscere se stesso in quell’uomo che aveva rubato l’unica pecora al povero: ‘tu sei quell’uomo’. E’ parola di rivelazione, di svelamento, di presa di coscienza. E’ anche inizio di trasformazione.

“Hai disprezzato la Parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi”. Il profeta conduce Davide a considerare la radice del suo peccato. La sua durezza di cuore esprime un disprezzo verso la parola del Signore: Natan è guida per distogliere da un modo di guardare al peccato come ad una serie di comportamenti, e apre a riconoscerne la radice profonda. Il disprezzo è ascolto negato, non riconoscimento, rifiuto di una parola che coinvolga l’esistenza, incapacità di guardare all’altro come volto degno di attenzione. Il disprezzo della parola del Signore si identifica con la non considerazione dell’importanza di ogni altro nella propria vita.

Tuttavia di fronte al riconoscimento del peccato ancora la parola del profeta conduce ad un passaggio inatteso. La risposta del Signore non è la spietata esecuzione di una condanna senza appello, ma è un dono ed una promessa di vita che rivolge al futuro: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato, tu non morirai”. L’annuncio profetico apre a considerare lo stile di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,23). Il cambiamento dello sguardo, la possibilità di osservare la vita secondo un’altra prospettiva, l’apertura al riconoscimento del proprio limite e del proprio egoismo: in questo passaggio di fragilità si apre spazio alla scoperta dell’opera di Dio, che dona la sua parola perché sia feconda di vita. E il suo operare è azione di misericordia.

In questi passaggi è sintetizzato un grande affresco di ciò che significa peccato, del suo riconoscimento nell’esistenza umana e dell’attitudine di Dio che si riassume nella misericordia.

Nel narrare l’incontro di Gesù con la donna peccatrice nella casa di Simone Luca compone quasi una tessitura legando i fili del dono e dell’amore. Lo sguardo di Simone e dei farisei è quello della legge. La sua accoglienza è impeccabile, calcolata, senza ombra di difetto. Ma il suo il suo modo di guardare gli altri e la donna che si avvicina a Gesù è sguardo che si ferma all’esteriorità e ad un giudizio senza appello e di disprezzo: lei è la peccatrice. Non sa vedere ciò che si cela dietro quei gesti. E’ sguardo duro, impietoso e calcolante. Lo sguardo di Gesù è diverso, per lui la donna che lo avvicina e lo tocca è anzitutto una donna, ed è la donna del profumo, coraggiosa nell’entrare in quella casa, capace di gratuità nel versare olio prezioso. Si lascia toccare da questa donna, bagnare dalle lacrime e non ha paura di rendersi in tal modo impuro.

Gesù a Simone parla in parabole. A lui, l’uomo della legge, che tutto aveva predisposto per il banchetto, fa presente la parabola del sovrappiù, del non calcolabile. E’ parabola del dono che fa quasi da eco al gesto della donna: “Un uomo aveva due debitori…” E’ la parabola del ‘condono’ di un creditore che di fronte a due debitori, uno di cinquecento e uno di cinquanta denari, condona un debito che non può essere ripagato. La parabola apre alla domanda e alla provocazione: ‘Chi lo amerà di più?’ Gesù pensa alla condizione di chi è guardato come peccatore: non ha paura di stare a tavola con loro. E per questo di lui dicono che è un “mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori”. Il suo è ben diverso dallo sguardo del ricco. Sa provare compassione. Sa che anche nel cuore di chi è guardato con disprezzo, magaria  causa di discriminazioni dovute a c’è attesa di essere accolto e desiderio di misericordia. Sa anche quanto difficile è vincere la pretesa di essere senza peccato di coloro che si ritengono giusti, i cui peccati rimangono nascosti. Anche verso Simone non ha un atteggiamento di condanna, ma cerca di aprirlo ad una logica diversa: “Simone ho da dirti una cosa…”. Simone gli risponde: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’. Gesù nel volgere il suo sguardo verso la donna e nel ripercorrere i suoi gesti, le restituisce la dignità di considerarla una persona e riconosce la sua capacità di amare, riconosce nei suoi gesti il sovrappiù della gratuità del dono che supera ogni dovuto. Le lacrime, l’olio versato sono questo sovrappiù, sono cose sprecate e dicono la profondità di un amore che non calcola e non ha paura: ‘le sono perdonati i peccati perché ha molto amato’. Tra la parabola dei due creditori e il perdono non c’è una applicazione diretta, ma un capovolgimento, un disordine che rompe la precisione del calcolo e della deduzione. C’è un sovrappiù e un ‘oltre’ dove si parla di amore. E’ la presentazione del circuito tra condono, e amore, tra perdono e amore. E’ ancora un affresco sincero della condizione umana, quel ‘tu’ che reca dentro sé un po’ Simone il fariseo, un po’ il desiderio e la fiducia della donna. Gesù riconosce in quei gesti una fede che salva: ‘la tua fede ti ha salvato’. Ed in questo affresco la traccia del dono, e del perdono, parola iniziale che coinvolge in una corrente di misericordia da accogliere e da ridonare. E’ lo stile di Dio che Gesù rende vicino nel suo agire.

Alcune rapide annotazioni per il nostro oggi.

Mi sembra che queste pagine provochino ad un modo di parlare di Dio nel racconto: la parabola di Natan e quella di Gesù sono esempio di un approccio non deduttivo, argomentato e logico, ma narrativo, evocativo dell’esistenza, ricco di richiami ad una risposta personale e ‘poetico’ nel senso più profondo del termine. La parabola infatti è racconto che genera cambiamento, spinge ad una risposta che trasforma, ben diversa da un discorso di tipo moralistico teso ad indicare comportamenti da seguire. In questo senso è poesia: nell’essere detta e ascoltata genera e fa qualcosa di nuovo, realizza quel fare (poiein) che è trasformazione dell’esistenza e scopert di nuove dimensioni. Una parola significativa e coinvolgente. Gesù accosta le parabole ai suoi gesti. Forse oggi dovremmo scoprire in modi nuovi la pedagogia dei gesti, accompagnata da linguaggi nuovi, aderenti alla vita, che rievocano esperienze e suscitano decisione.

Gesù legge nel gesto della donna del profumo un gesto di vangelo: così facendo suggerisce un modo di stare nella vita ben diverso da chi vive – spesso orgoglioso e sicuro della propria religiosità – in una condizione di superiorità e di sicurezza, nell’attitudine di chi ha solo qualcosa da dare. Gesù si presenta nella disponibilità ad accogliere, a lasciarsi sorprendere da insegnamenti che provengono da gesti inattesi e negli incontri imprevisti. Si rivela così come un povero, capace di lasciarsi colpire dai volti e dai gesti quotidiani, che parlano di Dio, e invita anche noi a capovolgere modalità di intendere la missione stessa nella linea dell’ascolto, della attenzione, della docilità, dell’essere presenti alla vita.

Le letture ci parlano di peccato, perdono, misericordia. Il peccato nella sua radice è venir meno all’accoglienza di un incontro, è non ascoltare la Parola di Dio e non permetterle di  fecondare l’esistenza nella relazione. Così il peccato non può essere ridotto esclusivamente ad alcune sfere personali della vita. La sua portata è sociale, investe le relazioni. Quali sono le durezze più grandi di fronte alla sofferenza dei piccoli che viviamo oggi? Quali sono le incapacità di guardare agli altri scorgendo la fede nascosta? Forse dovremmo maturare una sensibilità capace di comprendere che peccato è presente nell’indifferenza, in attitudini culturali di superiorità che investono i rapporti di popoli e si esplicano nella violenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione di tanti. Ancora dovremmo ascoltare rivolta a noi quella parola profetica: ‘Tu sei quell’uomo’. E forse la dovremmo accogliere tuttavia pronunciata con la pazienza di Gesù che, chiamando per nome l’autentico peccatore nella casa dove entra la donna giudicata come peccatrice, si rivolge a lui dicendo: ‘Simone ho una cosa da dirti…’. Perché la poesia di Dio raccontato dal maestro che parlava in parabole possa essere poesia che trasforma anche la nostra vita.

Infine l’incontro della donna con Gesù è una pagina che apre a considerare aspetti spesso trascurati nelle letture religiose: la corporeità, il tatto, il contatto fisico, le lacrime, il profumo. Tutti aspetti propri in particolare dell’universo e della sensibilità femminile. Gesù non chiede alle donne di uniformarsi alle esigenze di un mondo culturale di stampo maschilista. Questa pagina apre ad una attenzione ai testi leggendoli con un sguardo diverso, quello proprio delle donne, recuperando elementi di libertà dell’esperienza della fede originaria. E ciò implica superare anche tante forme di negazione e dell’apporto femminile  e della sensibilità propria delle donne nella vita della chiesa.

Alessandro Cortesi op

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