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IV domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

Il pastore è figura di relazione: la sua vita è in rapporto al gregge. Non è solo una funzione. L’esistenza dei pastori è di cura, vicinanza agli animali, condivisione di vita per poter vivere, loro stessi e il bestiame, insieme. Gesù aveva esperienza della vita dei pastori nei campi della Palestina. Tra le persone che incontrava alcuni potevano esser pastori. I racconti dell’infanzia parlano di pastori come i primi che accolgono la bella notizia del vangelo.

I pastori nomadi vivevano in un contatto profondo con gli animali e la loro esistenza era ritmata dai cicli della natura e dalle esigenze del gregge. L’origine stessa del popolo d’Israele affondava radici nell’esperienza di tribù che praticavano la pastorizia spostandosi nell’anno a seconda della possibilità di trovare pascoli e acqua: la pasqua stessa per Israele, era festa che inaugurava lo spostamento di pastori e greggi all’inizio della primavera verso nuovi pascoli.

‘Il Signore è il mio pastore… mi rinfranca mi guida per il giusto cammino’ (Sal 23,1.3). La figura del pastore viene usata quale riferimento per scorgere la vicinanza di un Dio premuroso che guida e sta accanto. Con essa i profeti descrissero la cura e lo sguardo di Dio, rimproverando duramente coloro che in mezzo al popolo erano guide preoccupate solo del proprio tornaconto e indifferenti alle fatiche del gregge. Tra essi Ezechiele richiama il disegno di Dio: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11-13).

Il vero ed unico pastore di Israele è Dio stesso: è lui solo che va in cerca della pecora perduta e riconduce quella smarrita, fascia quella ferita e cura la malata (cfr. Ez 34,16). Il Dio pastore con il suo agire genera una ‘alleanza di pace’ (Ez 34,25).

Nel IV vangelo Gesù parla di un ‘pastore bello’. Contrappone chi ha cura del gregge ai pastori mercenari. Sfruttano il gregge e sono ladri e briganti. Il vero pastore è riconosciuto dalla sua voce dalle pecore. Gesù così indica un rapporto speciale tra le pecore e il pastore custode: non è un mercenario, ma vive una relazione unica e profonda. Gesù chiama i suoi ‘piccolo gregge’ (Mt 25,31-32). Il desiderio espresso nella sua preghiera al Padre è che le molte pecore trovino unità: un solo gregge e con un solo pastore.

Gesù nel IV vangelo presenta se stesso come ‘porta’ delle pecore. Porta è soglia di passaggio: lì si entra e si esce. Entrare ed uscire è rinvio alla totalità dell’esperienza della vita, in cui si entra con la nascita e si esce con la morte. Gesù dice “Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo”. In lui si può passare per la vita.

Il riferimento probabilmente per chi lo ascoltava andava ad una porta del tempio di Gerusalemme, chiamata appunto ‘porta delle pecore’. Era un passaggio per accedere al Tempio, simbolo della presenza di Dio al cuore di Gerusalemme. Nel IV vangelo Gesù è presentato come porta, luogo di passaggio, soglia di incontro con Dio.  Il suo corpo è indicato come tempio, luogo dell’incontro con il Padre: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo…” (Gv 2,19-22). E’ un tempio non fatto da mani d’uomo (cfr. Mc 14,58). Gesù si prende cura e dà la sua vita per le pecore e il suo sguardo va oltre i confini di ovili che separano, in vista di un raduno che è chiamata alla vita di tutta l’umanità: “…ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16).

Alessandro Cortesi op

Tenerezza

Viviamo in un’atmosfera segnata da aggressività e violenza. Il respiro non riesce a distinguere le polveri disseminate nell’aria, e non può filtrarle. Di polveri sottili parlano gli esperti, quelle polveri che inquinano i cieli delle nostre città e si diffondono, penetrano ad originare malattie e morte. L’aria inquinata di un ambiente malsano è quella che deriva dalla devastazione naturale, ma ci sono anche le polveri sottili dell’inquinamento dell’aggressività e della violenza disseminata e pervasiva.

Le ultime statistiche sul commercio di armi nel mondo manifestano un processo di armamento in corso che vede un triste record per l’Italia. Il nostro paese ha aumentato in modo spropositato la spesa per le armi commerciandole con paesi che praticano la violazione sistematica dei diritti umani (cfr. N.Scavo, Armi da guerra. Quasi raddoppiato il nostro export. Record di missili, “Avvenire” 27 aprile 2017;  A.Tarquini, Armi, cresce la spesa in tutto il mondo. Italia da record in Europa: +11%, “La Repubblica” 29 aprile 2017).

Quello che queste statistiche non possono rivelare è la connessione tra il commercio di armi fatto di produttori di strumenti di morte e di mercanti di violenza, e l’armamento dei cuori. Viviamo in contesti seganti da aggressività, da nervosismo che si esprime in forme quotidiane di intolleranza, di sopruso, di affermazione della forza quale modello di vita. Siamo anche immersi in un clima di durezza dell’iperattivismo che non pone limite all’impegno ma è succube della esigenza di prestazioni sempre più efficienti ed elevate.

Il modo di vivere il tempo evidenzia tale disagio, quando il tempo non è più scandito nel ritmo del lavoro e del riposo, ma diventa indifferenziato, interamente orientato e consumato per obiettivi di profitto. Viviamo la stanchezza di una ricerca compulsiva di ben-essere che si rivela vuota e fonte di mal-essere profondo. Nella società della prestazione, vengono sempre più a mancare le legature di vicinanza, gli intrecci di parole rivolte e ricevute, ma anche l’incontro di mani capaci di protendersi, di prendersi e accarezzarsi.

C’è un commercio di armi che porta le nazioni ad armarsi all’inverosimile in una pazzia collettiva che ripresenta incubi che si pensava relegati a tempi lontani. E c’è un corazzarsi dei cuori che si fa strada quale processo in cui gli altri – ma anche noi stessi – veniamo trasformati in cose. E’ il movimento che sta alla base di formazione di attitudini di indifferenza e di freddezza fino a perdere la pietas davanti alla sofferenza non più riconosciuta nel volto altrui, fino al venir meno della capacità di piangere. La scuola della durezza e della freddezza conduce al punto di non considerare più l’essere uniti agli altri in una comunità di destino, il destino umano.

Isabella Guanzini nel suo testo Tenerezza svolge, con ricchezza di rinvii al pensiero filosofico e con leggero tratto poetico, la matassa di un’analisi che svela i tratti di una società in cui i rapporti, la vita delle città, sono segnati da indifferenza, stanchezza, narcisismo. Ma viene anche evidenziato il desiderio di vie nuove per un cambiamento possibile, le fessure dell’esperienza umana che ci ricordano – a partire dai bambini nella gratuità del loro giocare – il fallimento di un mondo fondato sull’ipertrofia dell’io e sulla pretesa dell’autosufficienza e del dominio.

“Parlare di tenerezza tocca molte corde sensibili, smuove affetti ancestrali, evoca l’intensità della vita elementare del corpo e anche dell’anima. La tenerezza ha preceduto la nascita e resisterà anche alla morte. I legami più umani che conosciamo anticipano la nostra vita cosciente e durano oltre ogni nostro congedo più o meno forzato. La tenerezza incoraggia il nostro corpo a formarsi, a nutrirsi, a riconoscersi. E poi orienta il nostro sguardo sul mondo, ci spinge a trovare parole per dirci, ci interpella con il nostro nome proprio, forgiando e rivelando la nostra unicità insostituibile. La tenerezza riesce a dare forma a una singolarità ancora priva di forza. Questo è il suo miracolo” (Isabella Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, ed.Ponte alle grazie 2017, 9).

La rivoluzione della tenerezza è via da scorgere come alternativa urgente, possibile e vicina. E’ rivoluzione di un potere gentile, in cui la cortesia è attitudine che esprime quasi una forma laica di preghiera. Sembra di ascoltare gli echi di una promessa di beatitudine che in modo paradossale indica i miti coloro che possederanno la terra. Un possedere che capovolge i significati: il potere può essere gentile, nella misura in cui scava le profondità di un umano in attesa.

“La tenerezza restituisce bellezza proprio all’umano provato dalla fatica di vivere: non la nasconde con imbarazzo, non la muove nello sballo, non la maledice con disprezzo. La tenerezza restituisce bellezza all’umanità della vita reale: la sottrae alla rassegnazione e all’avvilimento, la commuove per la sua semplice grandezza” (ibid. 109)

Con queste parole l’autrice chiude il libro:

“Contro i mostri del mare e le fatiche immani di uomini e donne in cerca di pace, contro la durezza impietosa di dispositivi che svuotano gli animi, la tenerezza, la piccola tenerezza che è come ‘una traccia madreperlacea di lumaca’ su terre battute, esporrà lucidamente la sua lucina ostinata, indicando sempre la via ai naviganti più attenti. Perché non tutto è confuso o perduto, anche sotto un sole che piange.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una be-

stia zoppa e questo mondo come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue.

Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora provia-

mo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di più.

C’è splendore. Non avere paura.

(M.Gualtieri, Paesaggio con fratello rotto, in Tutte le poesie, Mondadori 1990)”

Tenerezza può forse essere indicata come uno stile che non può essere delimitato a gesti o parole, ma da’ forma all’esistenza ed alle relazioni. E’ attitudine da cercare e formare con lavoro e pazienza di artigiani. Da qui può prender vita la cura perché tutti abbiamo la vita, quella vita percepita come ambiente comune, casa in cui per tutti sono da ricercare modi di ospitalità e spazio che aprano allo ‘stare accanto’. Sta nel cuore della figura di ogni pastore che si prende cura e vive la mitezza di chi conosce la vita del gregge. E’ uno sguardo di tenerezza alla radice di quella parola: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario anno A – 2014 – Cristo signore dell’universo

DSCN0230Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-28; Mt 25,31-46

E’ l’ultima domenica di quest’anno liturgico, festa di Cristo re e signore dell’universo. E’ ultimo giorno di un tempo che si chiude ed invita a fissare lo sguardo al fine della storia umana e di tutto il cosmo. Questa trova in Cristo il suo orientamento fondamentale. Questa domenica è anche momento di passaggio. La fine è anche un inizio e in questa fine di un tempo è racchiuso sta il senso di un cammino situato sul crinale dell’oggi, tra passato da tenere nella memoria e futuro atteso, tempo dell’attesa e del venire. L’ultimo giorno dell’anno della liturgia parla infatti di un venire: ‘… quando il Figlio dell’uomo verrà…’. Venire è rendersi presente (parusia), farsi vicino del Signore alla fine del tempo: è questo l’orizzonte capace di generare vita nuova ad una comunità chiamata a stare nell’attesa, nonostante la fatica e la delusione.

Rimanere nell’attesa è sfida a non rendere assoluto e ultimo ciò che è solo penultimo, e d’altra parte è vivere una profonda fedeltà a tutto ciò che è penultimo, la terra, la storia, il tempo che ci è dato, con tutte le sue difficoltà, per essere vivi nel presente, per aprirci ad incontrare il Signore nel suo nascondimento nella vita. La vita e la storia non vanno verso il buio ma sono orientate ad un incontro. Alla fine ci sarà una presenza il volto misericordioso del Risorto che verrà e che si manifesterà come volto che ha attraversato il nostro presente. Le prime comunità cristiane per parlare dell’esperienza di Gesù incontrato come il vivente parlarono di lui come il veniente, ‘colui che viene’. Nella antica traccia delle prime liturgie segnate dall’esperienza della pasqua e dalla tensione dell’attesa Gesù era così invocato: ‘Vieni Signore Gesù’: Marana thà.
Come allora anche ora la sua presenza è attesa nel tempo dell’assenza. Il sepolcro rimane vuoto ma è un vuoto segno di una presenza nuova, da scoprire e incontrare nel nascondimento, non nelle sfere di un cielo lontano ma sui sentieri della terra. Dobbiamo attendere Gesù nel tempo del sepolcro vuoto e siamo però spinti e invitati a scorgerne la presenza là dove lui stesso si fa incontrare. E’ tempo di una assenza che fa sentire il suo peso ma in cui restare svegli, non farsi prendere dal sonno, aprire occhi e cuore per imparare a riconoscere i segni del suo venire. Perché Gesù continua a darsi ad incontrare come il Risorto nella nostra vita.

La prima lettura tratta dal cap. 34 di Ezechiele annuncia il venire di Dio vicino al suo popolo come un pastore che pascola il suo gregge, che si prende cura. Guarda alla pecora smarrita e accompagna quella perduta. E’ il volto di un Dio di tenerezza e di vicinanza, che prende le parti delle pecore più deboli e le difende rispetto alla sopraffazione e all’oppressione a cui sono sottoposte da parte di altre più grasse e forti. Il volto del Dio re-pastore ha il profilo di chi si prende cura e si fa incontro, come genitore che si fa in quattro per i suoi figli e non pone limite all’attenzione e alla preoccupazione e si pone alla ricerca nel radunare chi è perduto, nel prendere le parti di chi è più debole e oppresso.

DSCN0498 - Versione 2Nel grande quadro del giudizio ultimo Matteo presenta la scena di un grande processo. Ma in questo processo è assente proprio il giudice. ‘Signore quando ti abbiamo visto?’ è l’affermazione ripetuta e insistita. Il grande processo non è determinazione e soppesamento di comportamenti virtuosi del singolo davanti ad un Dio giudice, ma è presentato come il rivelarsi di una vicenda dell’umanità, che compare insieme in una scena in cui si svela dov’era la presenza di Gesù nascosta nella storia. Il giudizio non consiste in una questione personale, ma si pone come lo svelamento delle relazioni. Il giudizio non è sentenza che proviene da un giudice e dall’alto, ma è manifestazione dell’orientamento della vita in cui Gesù si è fatti incontro nel tessuto degli incontri umani, nella quotidianità delle vicende terrene. La questione dell’incontro con il Signore si rivela non come esperienza che attiene allo svolgimento di culto o di pratiche religiose ma come evento vissuto nella concretezza della cura all’altro. Il re si identifica con quei piccoli che gli uni hanno accolto, a cui gli altri hanno rifiutato un aiuto concreto. Gesù verrà nella gloria: la gloria è manifestazione dell’amore nel futuro atteso, ma il suo venire percorre il tempo. Solamente alla fine apparirà come un venire continuo nascosto dentro la vicenda umana, nelle relazioni con chi è tenuto escluso, dimenticato, ai margini.

Verrà ma continua a venire; si rende vicino e si identifica nei volti di coloro che vivono come lui ha vissuto,  il rifiuto, la dimenticanza, il disprezzo. Verrà in un momento di manifestazione, ma ora viene nascosto nei volti e nelle vicende di chi subisce l’ingiustizia e l’emarginazione. E’ difficile da riconoscere perché ribalta i nostri quadri di pensiero e le nostre attese: noi attendiamo spesso un Dio a misura dei ricchi e dominatori della terra, secondo schemi religiosi di potere e dominio nei quadri di una religiosità permeata di individualismo, di paura, di difesa di sicurezze.

L’attesa pasquale è invece rivolta ad un re che occupa l’ultimo posto e non reca insegne regali: è questa la conversione a cui siamo chiamati, il cominciamento sempre nuovo. La pagina di Matteo indica come prepararsi all’incontro e come iniziare a viverlo sin da ora: nel prendersi cura, nel chinarsi a vivere l’incontro con l’altro come esperienza decisiva dell’esistenza, nel preoccuparsi per i più deboli e scartati, che vivono sulla oro pelle le conseguenze dell’ingiustizia e dell’egoismo, del rifiuto a vivere la fraternitò. Come il pastore che ha uno sguardo di compassione e si prende cura. Divenire pastori gli uni degli altri, reciprocamente, imparare a piegarsi con gli occhi aperti della compassione. Gesù ci apre gli occhi su ciò che ci è chiesto. Ci chiede di prendersi cura, ci chiede di piegarsi sull’altro.

Alessandro Cortesi op

 

IV domenica di Pasqua – anno A – 2014

buon-pastore_big(catacombe di Priscilla – buon pastore)

At 2,14-41; Sal 22; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10
L’immagine del pastore sta al centro del cap. 10 del IV vangelo. Il ‘non detto’ di questa pagina è il rinvio alla voce dei profeti. Essi avevano parole durissime e chiare contro lo scandalo dei pastori preoccupati solo di se stessi e incuranti dei loro compiti. Così ad esempio Ezechiele con un linguaggio che potrebbe essere applicato a situazioni attuali denuncia la sopraffazione, la ricerca del privilegio a scapito dei poveri, l’irresponsabilità e la superficialità da parte delle guide del popolo che sfruttano gli indifesi fino a soffocare la vita dei piccoli. I pastori sono i capi del popolo: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori. Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte , vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite ma le avete guidate con crudeltà e violenza” (Ez 34,1-4) E ancora in Geremia “Guai ai pastri che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo. Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; … radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e e le farò tornare ai lor opascoli; saranno fecond ee si moltiplicheranno”.

La pagina di Giovanni va quindi letta tenendo presente un rimprovero di fronte ai pastori, immagine riferita ai capi politici e religiosi del popolo che hanno tradito venendo meno al loro compito di guida e responsabilità, e hanno sfruttato e oppresso persone che dovevano invece aiutare e sostenere.

Gesù parla così del pastore che entra dalla porta del recinto delle pecore. Il ‘guardiano del recinto’, il Padre, lo lascia entrare. Gli altri, che entrano da altre parti sono ladri e briganti. Il rapporto di chi è autentico pastore con le pecore è fatto di conoscenza e di ascolto: ascoltando la sua voce egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E le fa uscire e dopo averle portate fuori cammina davanti. Indicazioni che esprimono uno stile di relazioni ben diverso da quelle instaurate da capi preoccupati di sfruttare e approfittarsi delle persone. Chiamare per nome, conoscere le persone come uniche e non come massa indistinta, offrire attenzione che genera ascolto, portare fuori da tutto ciò che imprigiona e chiude, camminare davanti per aprire percorsi di libertà dopo averle condotte tutte fuori, senza esclusioni …

Questa prima parte del discroso si conclude con una incomprensione che nasconde un rifiuto: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro”. Coloro che ascoltavano avevano compreso troppo bene che quel discorso era una accusa radicale e diretta contro il loro modo di intendere i rapporti e la vitacontrola loro estraneità e indifferenza rispetto alle sofferenze. Non capirono forse perché si resero conto troppo bene di essere destinatari di un’accusa che poneva in discussione un mondo di privilegi e di potere. Gesù li accusa di essere ladri e briganti: ladri perché sottraggono in modo indebito ciò che appartiene ad altri e briganti perché usano violenza. I capi farisei che ascoltavano comprendevano bene che questo discorso era rivolto loro e accoglierlo comportava un cambiamento di mentalità su cui fondavano la loro vita.

‘Io sono la porta delle pecore’. Nel IV vangelo ricorrono espressioni introdotte dalla formula ‘io sono’ e in tutti questi momenti Gesù esprime un tratto della sua identità e attua una rivelazione progressiva della sua persona e del Padre stesso. Il vocabolo usato per indicare la porta fa riferimento non alle porte di ingresso delle città, ma ad una porta stretta, una porta che poteva esssere attraversata quando tutte le altre erano chiuse, dopo il tramonto, e che costituiva un’apertura di uscita o di accoglienza nei casi di emergenza. La porta stretta diviene così riferimento alla morte e risurrezione di Gesù, quella porta che ha reso Gesù unico pastore: nel suo dare la vita per gli altri è divenuto autentico pastore che compie pienamente il compito che realizza la vita e la rende bella, cioè riuscita: ‘il bel pastore dà la vita per le sue pecore’. Il pastore che intende la sua vita non per sé ma per gli altri attua i tratti di una vita bella: compie la sua vita nel segno del dono. Se non c’è questo passaggio ad una vita nuova uscendo dalla rincorsa all’accaparramento con tutti i mezzi, dalla paura di perdere sicurezze e ricchezze, dall’ansia di accumulo di privilegi e dalla ricerca inesausta di affermazioni, non c’è pascolo e non c’è nemmeno vita.

Gesù si identifica con la porta che non rinchiude e opprime, ma apre ad un respiro di vita nella libertà: ‘se uno entra attraverso di me , sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo’. ‘Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. E’ una parola che rinvia non solo alla vita eterna, ma fa riferimento ad una pienezza di vita che inizia qui e respira di tutte le dimensioni della vita. La salvezza che Gesù è venuto a portare è cura per l’esistenza, per custodire il nome di ciascuno.

Il discorso si chiude con l’io sono legato al bel pastore. Il pastore che guida e si prende cura attua una vita bella. Opposto è il mercenario che ‘quando vede venire il lupo abbandona le pecore e fugge’. Gesù ha inteso la sua vita nella linea della solidarietà fino alla fine, per radunare e per far uscire.

DSCF9551Potremmo cogliere alcune sollecitazioni per la nostra vita.

Gesù critica i pastori che soffocano la vita del gregge. Pensiamo ai popoli soffocati dall’ingordigia di un benessere di alcune aree del mondo che genera oppressione e impoverimento per molti; pensiamo a popoli soffocati da politiche che hanno imposto un’austerità senza considerazione della vita reale delle persone, dei loro nomi, delle loro storie. Ma anche a livello ecclesiale sperimentiamo ilpermanere di un modello dominante di clericalismo per cui il ruolo di guida diviene un ruolo di potere, e molto spesso la preoccupazione di chi ha compiti di guida non è il servizio e l’ascolto dei piccoli, ma l’accordo con chi è più potente. La vita stessa delle comunità è talvolta più simile ad una società strutturata in gerarchie con membri di serie A e di serie B, ed esclusi piuttosto che un gregge chiamato a camminare, ad uscire seguendo l’unico pastore Gesù.
Pastore delle pecore è Gesù: unico pastore bello che ha compiuto la sua vita e la offre ‘perché abbiano la vita’. Ciascuna pecora è chiamata per nome, conosciuta in modo originale. Ogni persona ai suoi occhi è unica. Per ciascuna e ciascuno c’è una parola da ascoltare, diversa, unica, irripetibile per altri. Pastore e pecore allora non sono immagini del comando, ma immagini dell’incontro, della relazione dei volti, dei nomi. Scoprire Gesù pastore può significare l’uscita da ogni prospettiva di tipo clericale e del potere, in cui una casta di chierici si pone alla guida con atteggiamenti paternalistici e di superiorità.

In queste parole è da ritrovare un appello ad essere tutti pastori degli altri: non qualcuno posto in un gradino diverso e superiore ma situati in un comune cammino nel passare attraverso l’unica porta, la via seguita da Gesù, in lui, e in questo modo scoprire che siamo chiamati a prenderci cura degli altri.

“Egli chiama le sue pecore”. Egli le chiama ciascuna per nome: apre anche noi a scoprire l’importanza dei nomi, il cammino di fede non come appartenenza culturale o irregimentazione, ma come un incontro personale. Nessuno può sostituirsi al passaggio della conoscenza esistenziale interiroe personale entrando nel rapporto con Gesù. Comunicare vita agli altri è lasciare spazio a questo incontro che è cammino personale e interiore. Gesù è pastore che non rinchiude ma apre: “e le conduce fuori…” anche noi nel prenderci cura degli altri dovremmo tener presente questo movimento a condurre fuori, ad aprire spazi di ricerca , di libertà, non di oppressione e di dipendenza.
“Cammina davanti ad esse”. Gesù cammina sempre davanti. La sua presenza non può essere bloccata: sta oltre e ci chiede di stare nel cammino, di andare avanti, di andare oltre. Di scoprirlo in modi nuovi lasciando di essere ‘condotti fuori’ proprio da lui. Fuori, dove c’è aria aperta. Fuori da tutte le gabbie religiose o ideologiche, fuori da una vita comunitaria intesa come burocrazia o come organizzazione tesa ad una affermazione visibile e di potere. Perché c’è un unico pastore, verso lui siamo chiamati, e attraverso di lui siamo chiamati a passare. Passare continuamente. “Entrerà e uscirà e troverà pascolo…” E sarà un passare aprendosi alla scoperta che la sua presenza di pastore non è per rinchiudere, ma per aprire alla vita in tutte le sue dimensioni, oltre ogni misura: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza…”

Alessandro Cortesi op

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