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VIII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

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La pagina del Siracide è una perla preziosa di un libro che ha come scopo insegnare l’arte del vivere, la sapienza quale via per attuare la Torah, per cercare di partecipare all’opera creatrice di Dio, attuando creatività ad immagine del creatore, facendo della propria esistenza un’opera bella.

La vita stessa è opera d’arte. E’ nascosta nel cuore delle cose e dei gesti del vivere. Come i grandi scultori affermavano di aver scoperto le loro opere racchiuse già nel blocco di pietra a cui con lo scalpello davano progressivamente forma così c’è una Parola di Dio da ascoltare al cuore dell’esistenza umana.

L’invito a coltivare la sapienza come scienza pratica di vita è il messaggio centrale di questo libro probabilmente scritto in ebraico verso il 190 a.C. da un tal Sirach poi tradotto in greco ad Alessandria in Egitto dal suo figlio Ben Sirach (il figlio di Sirach) che fu anche animatore di una scuola di sapienza – da cui il nome Siracide.

L’esperienza del vivere, la vita nelle sue pieghe ordinarie è luogo di esperienza di Dio. In tal senso nella vita si può lasciare spazio alla Parola di Dio se si fa attenzione alle parole e ai gesti umani.

“Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute ne appaiono i difetti”

L’immagine del setaccio è utilizzata per esprimere quanto avviene in una ricerca comune. Aprirsi a porre in discussione le proprie idee con altri è atto coraggioso e di apertura mentale. E’ scuotimento che genera il cadere di quanto non serve o si rivela erroneo. Nel confronto e nello scambio di parole con l’altro emergono i limiti, le incongruenze, gli errori stessi del proprio modo di ragionare. Si scopre una verità più grande di quella che si pensava di avere intravisto e ci si apre ad una verità che ci raggiunge in modi inattesi proprio nell’incontro. Lo scambio della parola, la discussione è setaccio che lascia cadere quanto è inutile ed indica l’attitudine di chi ricerca l’essenziale. Sta qui uno dei tratti del profilo del saggio.

“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo”

Un vaso ben plasmato viene messo al fuoco rimane integro e l’argilla non si spacca, se invece vi sono difetti nell’impasto il fuoco genera fessure fino a spaccare il vaso. Questa immagine della vita artigianale indica i percorsi del ragionamento dell’uomo. Quando si confronta con altri, nello scambio di parole emerge se vi è una autentica ricerca di verità oppure se si tratta di un discorrere senza basi e che quindi si spacca e si fende come un vaso posto nel fuoco. Solamente nel rapporto con gli altri ci può essere la ricerca di una verità più grande oltre i frammenti che ciascuno riesce a cogliere.

Così il Siracide evoca l’impegno del saggio che si mantiene in discussione, che non pretende di essere arrivato e si espone al vaglio di un confronto da cui può emergere anche il difetto del suo ragionare e la parzialità del suo punto di vista. Il rapporto con Dio passa attraverso la parola e l’incontro con gli altri. E proprio in questo lasciarsi vagliare insegue la Parola di Dio che non viene meno. Il profilo del saggio è quello di chi ha una mente aperta e un cuore disponibile. Le sue parole, appaiono così come i frutti di un albero che maturano in rapporto ad una vita nascosta della pianta. Il centro della vita del saggio è un cuore coltivato nel bene, abituato a mantenersi in ricerca, disposto all’incontro. Le parole cattive sono il frutto di un cuore malato, che è stato intaccato dalla stoltezza: “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore”.

Questi pochi versetti del Siracide aiutano a riflettere oggi sul rapporto tra la Parola di Dio e le nostre parole, sul raggiungerci di Dio nella concretezza degli incontri e delle ricerche della vita.

«Voglio indicarvi il modo migliore per insegnare la Torah. Bisogna non sentire più affatto se stessi, non essere niente di più di un orecchio che ascolta ciò che il mondo della Torah dice in lui. Ma non appena si cominciano a sentire le proprie parole, si cessi» Così Martin Buber nei suoi Racconti dei Chassidim.

Tale via di saggezza è quella ricordata da Gesù che nel suo insegnamento utilizza il modo di parlare le brevi sentenze della sapienza di Israele: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è da più del maestro; ma ognuno che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Gesù mette in guardia dall’essere guide cieche, presuntuose e incapaci di avere occhi aperti per camminare insieme agli altri. Richiama anche ad un discepolato che è rapporto di discepolo e maestro, ma va oltre il modo di pensare il discepolato dei rabbini: seguire lui infatti è cammino che non fa compiere illusorie carriere – si rimarrà infatti sempre discepoli, al seguito, dietro di lui – ed è chiamata a porre i passi dove lui i ha posti, assumendo lo stile della sua vita.

Alessandro Cortesi op

La Parabola-dei-ciechi

Pieter Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi – 1568 ca.

Guide cieche

Lo scandalo degli abusi sessuali nei confronti di minori all’interno della chiesa è emerso negli ultimi anni manifestandosi nella sua gravità ed anche nelle sue proporzioni sconvolgenti. In alcuni paesi del mondo esso è stato oggetto di importanti inchieste giornalistiche (cfr. il film Il caso Spotlight del 2015 che riprende le vicende dell’inchiesta del The Boston Globe agli inizi degli anni 2000 sull’arcivescovo Bernard Law accusato di aver coperto molti casi di pedofilia nella diocesi di Boston) e di procedimenti giudiziari come in Stati Uniti, Australia, Irlanda con proporzioni tali da minare profondamente la fiducia e da interrogare sulla credibilità della Chiesa.

Nel mese di febbraio a Roma papa Francesco ha riunito un incontro mondiale sulla “Protezione dei minori nella Chiesa” riunendo i presidenti di tutte le conferenze episcopali, patriarchi e superiori degli ordini religiosi per prendere consapevolezza del fenomeno ed iniziare ad affrontarlo in termini chiari di contrasto.

Una convocazione come quella voluta da Francesco per la chiesa cattolica nella sua dimensione mondiale esprime la profondità della crisi in atto. Esige infatti non solo una presa di consapevolezza del male che è stato perpetrato e dei reati. Richiede un ascolto nuovo della sofferenza delle vittime spesso emarginate o addirittura colpevolizzate, e spinge ad un ripensamento che coinvolge la teologia stessa, il modo di concepire i ruoli ministeriali nella chiesa.

Come ha detto il cardinale Marx nel suo intervento gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere: “L’amministrazione ecclesiastica non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati calpestati». Il suo riferimento era come ha notificato in conferenza stampa alla situazioni delle diocesi tedesche ma ha affermato che «la Germania non è un caso isolato».

Durante il summit vaticano sono state innanzitutto ascoltate toccanti e drammatiche testimonianze di vittime. Tra di esse quella di una donna che ha ricordato di essere stata abusata da bambina: «Da allora io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita (…) restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse (…) Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena (…) non può e non deve essere più così». (testimonianza di una vittima)

E’ emersa così una posizione che individua nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi. E’ la posizione questa di papa Francesco che nell’omelia della Messa del 24 febbraio ha detto: “Gli abusi – ha continuato – “sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica”.

Ma non si tratta solamente di una questione di gestione di un fenomeno criminale. Gli abusi sono – come osserva lo storico della chiesa Massimo Faggioli (Un summit necessario in Huffingron Post del 24.02.2019) – “anche una questione teologica: dalla teologia dei sacramenti (specialmente l’ordinazione al sacerdozio) alle concezioni di chiesa, dal ruolo della donna nella chiesa al magistero sulla morale sessuale. La questione più complicata riguarda le riforme strutturali richieste dalla diagnosi sul fenomeno, al cui centro c’è una pratica di chiesa clericale in cui il sacerdozio e l’episcopato spesso ancora significano onori ma senza le responsabilità che ne derivano”.

Tra gli interventi in particolare vi sono stati alcune voci di donne che hanno scosso in modi diversi l’assemblea. Suor Veronica Openibo, superiora generale nigeriana, membro del Comitato direttivo dell’Unione internazionale delle Superiore generali, ha toccato un punto molto rilevante nel suo intervento quando ha denunciato il fatto che in molte chiese si pensa ancora che questo problema non esista e sia relegato ad ambiti lontani.

“Con cuore pesante e triste, penso a tutte le atrocità che abbiamo commesso come membri della Chiesa: e sto parlando di “noi”, non di “loro”, ma di “noi”. Le Costituzioni della mia congregazione mi ricordano: “In Cristo ci uniamo all’intera umanità, specialmente ai poveri e ai sofferenti. Accettiamo la nostra parte di responsabilità per il peccato del mondo e quindi viviamo perché il suo amore possa prevalere” (SHCJ, Costituzioni, n. 6). Penso che ciascuno di noi debba riconoscere che sono la nostra mediocrità, ipocrisia e compiacenza ad averci condotto in questo luogo vergognoso e scandaloso in cui ci ritroviamo come Chiesa. Ci soffermiamo a pregare: Signore, abbi misericordia di noi!” (…) Quindi, non nascondiamo più simili  fatti per paura di sbagliare. Troppo spesso vogliamo stare tranquilli finché la tempesta non si è placata! Quella tempesta non passerà. È in gioco la nostra credibilità come Chiesa. Penso che Gesù ci abbia detto, e ci dà questa forte affermazione: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Marco 9, 42). Quindi, miei cari fratelli e sorelle, dobbiamo affrontare il problema e cercare la guarigione per le vittime di abusi”.

Nella medesima giornata dei lavori il 23 febbraio u.s. vi è stato l’intervento di una giornalista messicana Valentina Alazraki che nelle sue inchieste ha seguito nella sua interezza la vicenda sconvolgente di Marcial Maciel, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, per alcuni una mente malata per altri un genio del male ponendo l’accento sul fatto che “alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di un uomo che oggi è santo, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, c’è stata una comunicazione malata”. Con la dirittura e la chiarezza del suo parlare ha lasciato sospesa una domanda all’interno di una assemblea di vescovi e cardinali:

“Ad un primo sguardo, c’è poco in comune tra voi ed io, voi, vescovi e cardinali, e me, una donna laica, senza incarichi nella Chiesa, e per di più giornalista; suppongo questo non aiuti. (…) Dubito che qualcuno in quest’aula non pensi che la Chiesa sia, prima di tutto, madre. Molti di noi qui presenti abbiamo o abbiamo avuto un fratello o una sorella. Ricordiamo che le nostre madri, pur amandoci tutti allo stesso modo, si dedicavano specialmente ai figli più fragili, più deboli, a quelli che magari non sapevano procedere con le proprie gambe nella vita e avevano bisogno di una piccola spinta. Per una madre non ci sono figli di prima o seconda classe: ci sono figli più forti e figli più vulnerabili.

(…) di fronte a condotte delittuose come gli abusi su minori, pensate che un’istituzione come la Chiesa, per essere fedele a se stessa, abbia un’altra via se non quella di denunciare questo crimine? Che abbia un’altra via se non quella di stare dalla parte della vittima e non del carnefice? Chi è il figlio più debole, più vulnerabile? Il sacerdote che ha abusato, il vescovo che ha abusato e coperto, o la vittima? Siate certi che i giornalisti, le mamme le famiglie e l’intera società, per noi, gli abusi sui minori sono uno dei principali motivi di angoscia. Ci preoccupa l’abuso sui minori per ciò che comporta: la distruzione delle famiglie. Riteniamo tali abusi come uno dei crimini più abominevoli. Chiedetevi: siete nemici di quanti commettono abusi o li coprono tanto quanto lo siamo noi, le mamme, le famiglie, la società civile?  Noi abbiamo scelto da quale parte stare. Voi, lo avete fatto davvero, o solo a parole?

(…) Credo che dovreste prendere coscienza che quanto più coprirete, quanto più farete come gli struzzi, quanto meno informerete i mass media e, quindi, i fedeli e l’opinione pubblica, tanto più grande sarà lo scandalo. Se qualcuno ha un tumore, non si curerà nascondendolo ai propri familiari o amici, non sarà il silenzio a farlo guarire, saranno le cure più indicate a evitare alla fine le metastasi e a portare alla guarigione. Comunicare è un dovere fondamentale, perché, se non lo fate, diventate automaticamente complici degli abusatori. (…) I fedeli non perdonano la mancanza di trasparenza, perché è una nuova violenza, è una nuova violenza verso le vittime. Chi non informa, incoraggia un clima di sospetto e di sfiducia e provoca rabbia, e ’odio verso l’istituzione”.

Papa Francesco nell’omelia della messa del 24 febbraio ha detto: “L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”. Ed ha poi menzionato l’impegno a seguire le “Best Practices” formulate, sotto la guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da un gruppo di dieci agenzie internazionali che ha sviluppato e approvato un pacchetto di misure chiamato INSPIRE, cioè sette strategie per porre fine alla violenza contro i bambini.

Ma anzitutto ha richiamato ad un cambiamento di mentalità per porre al primo posto l’ascolto, la cura, il sostegno e  l’accompagnamento delle vittime rispetto alla salvaguardia dell’istituzione: “Occorre dunque cambiare mentalità per combattere l’atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione, a beneficio di una ricerca sincera e decisa del bene della comunità, dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”.

E così si è espresso all’Angelus di domenica 24 febbraio: “il problema degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di membri del clero ha suscitato da tempo grave scandalo nella Chiesa e nell’opinione pubblica, sia per le drammatiche sofferenze delle vittime, sia per la ingiustificabile disattenzione nei loro confronti e la copertura dei colpevoli da parte di persone responsabili nella Chiesa. Poiché è un problema diffuso in ogni Continente, ho voluto che lo affrontassimo insieme, in modo corresponsabile e collegiale, noi Pastori delle Comunità cattoliche in tutto il mondo. Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale. Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”.

«Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha detto il vescovo ghanese Philip Naameh sabato 22 febbraio durante la celebrazione penitenziale di confessione delle colpe. E’ solo un inizio di un cammino che richiede cambiamenti profondi e radicali.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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Un cieco che recupera la vista, un sordo che comincia a udire… sono immagini che parlano di un rovesciamento e di cambiamento. Una situazione nuova, umanamente impensabile, di apertura e di gioia si sta compiendo. Isaia, con lo sguardo del profeta usa queste immagini per indicare il capovolgimento che un tempo nuovo reca con sé: un mondo sta sorgendo in cui male e sofferenza non avranno posto. E’ una proposta fragile e potente ad un tempo: fragile perché può apparire frutto di una immaginazione che cerca di evadere dal peso del presente. Potente perché è sì un sogno, ma fondato sulla fede in Dio incontrato come colui che non abbandona e che sta vicino.

Quanto Isaia presenta non è esito di uno sforzo umano. E’ piuttosto il frutto di una azione potente di Dio. E’ il Dio dell’inatteso e l’inimmaginabile. E’ un cambiamento che coinvolge l’umanità e la natura stessa perché tutto è in relazione: il deserto si trasformerà in giardino, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. E’ un sogno ed una speranza che contrasta con la dura realtà del presente. E’ indicazione della certezza che la vita umana non è abbandonata alla solitudine ma è destinata ad una visita e ad un incontro. La gloria del Signore giungerà: ‘egli viene a salvarvi’. Sono immagini che raccontano la salvezza come dono di presenza di Dio che libera e salva. L’esperienza della vicinanza di Dio come liberatore è fondamento di una attesa nel suo ritorno per cambiare la storia, ed è invito rivolto agli smarriti di cuore nel momento della prova, nella fatica del cammino. Nel tempo dello smarrimento queste parole riportano all’evento dell’esodo, alla scoperta che una novità è possibile.

Nel vangelo Gesù è presentato nel suo agire e alcuni gesti riprendono le attese e le promesse dei profeti. Gesù incontra un sordomuto nel Nord della Galilea, in territorio pagano: riportando i gesti della guarigione Marco evangelista indugia sui diversi momenti. Gesù gli tocca le orecchie con le dita, pone a contatto la sua saliva con la lingua di colui che non può parlare, volge gli occhi al cielo. Infine sospira. E’ quasi un gemito che esprime la sua compassione per la condizione del sordomuto e la sua reazione di fronte al male che tiene chiuso l’uomo… “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”.

Marco sottolineando questi particolari intende offrirci alcuni motivi per scorgere l’identità di Gesù e per entrare in rapporto autentico con lui. Innanzitutto i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per il popolo d’Israele, per le pecore perdute della casa d’Israele, ma si aprono a coinvolgere tutti, oltre i confini del puro e dell’impuro. Nel territorio dei pagani Gesù apre un uomo alla parola.

In secondo luogo l’incontro con Gesù è liberazione e apertura. Una vita chiusa nella sofferenza di non poter comunicare con altri si apre alla parola ricevuta e donata, ad ascoltare e ad esprimere il proprio mondo interiore.

In terzo luogo Marco suggerisce che nel rapporto con l’umanità di Gesù, nel suo toccare, c’è una via per divenire pienamente ed essere se stessi: nel contatto esistenziale e corporeo con lui, passa la salvezza.

Infine Marco suggerisce anche che l’identità più profonda di un uomo e di una donna consiste nell’entrare in relazione, nel comunicare, nell’ascoltare e nel rivolgere la parola. Sono le parole dell’affetto e dell’amore quelle che fanno vivere.

Marco sottolinea che questa azione è compiuta da Gesù in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo. Ancora una volta questa pagina del vangelo ci parla dell’identità di Gesù: la sua presenza apre ad una comunicazione nuova, egli è colui che nell’incontro fa udire i sordi e parlare i muti. E’ lui che inaugura quel mondo nuovo sognato da Isaia. In lui possiamo intravedere anche la nostra identità di uomini e donne chiamati a stare nell’ascolto, di Dio e degli altri, chiamati a chinarci sulle sofferenze di chi è rinchiuso, chiamati a vivere l’apertura del comunicare.

Alessandro Cortesi op

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Apriti!

Nei primi giorni di agosto il Gran Jury della Pennsylvania ha pubblicato un rapporto in cui sono ampiamente documentati abusi sessuali compiuti da trecento preti nei confronti di migliaia di minori e giovani dagli anni ‘40 ad oggi. Si tratta di una inchiesta condotta in modo indipendente dalla magistratura dello Stato che presenta una serie di accuse circostanziate in cui emerge non solo la realtà di sopraffazione e abuso ma anche l’azione condotta da molti vescovi che, conoscendo la situazione, hanno coperto i colpevoli e hanno operato perché le vittime non trovassero ascolto. La preoccupazione per la buona fama della Chiesa prevaleva nel loro agire rispetto all’attenzione alla sofferenza delle vittime. I superiori responsabili non solo non facevano nulla ma nascondevano per salvaguardare i preti colpevoli.

Tale rapporto rivela una situazione che viene ad aggiungersi ad altre realtà in cui situazioni diffuse di abuso da parte del clero si sono attuate negli anni: agli inizi del 2000 emerse la situazione nella diocesi di Boston, poi in Irlanda, in Australia, in Cile. Tutte situazioni in cui abusi sessuali, di potere e di coscienza sono stati non solo perpetrati, ma anche coperti da vescovi e superiori, nascondendo la verità. A tutto ciò ha corrisposto una reazione da parte della s.Sede con una serie di misure e linee guida da seguire per contrastare tali situazioni.

Recentemente papa Francesco ha costretto a dimettersi da cardinale l’ex arcivescovo di Wahington Theodore McCarrick, di 88 anni e ha preso provvedimenti decisi sulla situazione della chiesa cilena dove l’accusa di aver protetto preti pedofili pende su cardinali come Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago di 76 anni. Tutto ciò ha scatenato la reazione di quanti tendono ad opporsi alla linea di Francesco e alla sua esigenza di porsi dalla parte vittime.

In una Lettera al popolo di Dio pubblicata il 20 agosto 2018 Francesco scrive: “Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare… proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.”

Si tratta di situazioni che pongono profonde domande alla vita della chiesa: “Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi”.

Francesco usa parole forti per esprimere vergogna e pentimento: “Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”.

E ancora il richiamo è ad una presa di consapevolezza che coinvolga tutte le componenti della chiesa come popolo di Dio in un appello ad una nuova responsabilità: “La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale…”

Papa Francesco riconosce i ritardi individua le radici del male in “un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa (molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza) quale è il clericalismo”, per cui “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”.

La questione dello scandalo degli abusi sessuali perpetuati dal clero pone in discussione un modo di pensare e vivere la vita ecclesiale, il ruolo del ministero, i rapporti all’interno della comunità. La diffusione del male non può far dimenticare il bene di tanti che nella loro vita quotidiana vivono con fedeltà e coraggio il loro servizio, ma apre questioni ineludibili che devono essere affrontate.

Anne Marie Pelletier, teologa autrice di Una fede al femminile (ed. Qiqajon 2018), ha evidenziato in un puntuale intervento dal titolo Bisogna pensare la chiesa a più voci  una serie di questioni che si aprono ed esigono di essere affrontate con urgenza: ““l’imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere presbiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha sostenuto una identità di prete come cristiano d’élite, al di sopra degli altri battezzati, con giurisdizione sulla vita degli altri (…) Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero. Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci. Tra cui evidentemente quella delle donne. Queste ultime hanno un’esperienza privilegiata, per così dire, delle ostentazioni di superiorità clericali e degli abusi d’autorità. Hanno anche un rapporto col potere diverso da quello degli uomini, che potrebbe utilmente ispirare l’istituzione”.
(in http://www.la-croix.fr 28 agosto 2018).

La questione “pedofilia del clero” costituisce una realtà che esige di essere guardata con chiarezza e denunciata con lucidità. Essa pone interrogativi che implicano cambiamenti necessari e ineludibili nel modo di concepire il ministero, nella formazione affettiva e umana di responsabili ed educatori, nelle modalità di nomina dei vescovi. Per tutto questo è importante accogliere e sostenere la linea indicata da papa Francesco – in questo momento attaccato da più parti in modo indegno – che con lucidità ha messo al primo posto l’ascolto della vittime e l’esigenza di un rinnovamento che tocca aspetti profondi della vita ecclesiale.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica ordinario – anno A – 2017

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Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

III domenica di Quaresima – anno A – 2017

Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, può essere letto a diversi livelli. Un primo livello è quello storico. E’ memoria dell’agire di Gesù: accolse le donne che incontrava manifestando particolare libertà in un contesto sociale in cui le donne erano emarginate. Non ebbe paura di accogliere e lasciarsi toccare da donne considerate impure, peccatrici, da allontanare. Il suo sguardo nell’incontrare le donne apre speranza soprattutto di fronte all’ipocrisia di una classe religiosa maschile che vuole mantenere le donne sottomesse. Gesù accoglie donne anche tra coloro che lo seguono più da vicino. In alcune parabole per parlare di Dio parla dell’agire delle donne che facevano il pane con il lievito e la farina e si chinavano in casa a ricercare una moneta perduta. Per Gesù non ci sono esclusioni nell’incontro con Dio, né privilegi. C’è un altro aspetto storico: la donna di Samaria rinvia alla presenza di una straniera. Gesù nella parabola del samaritano indica lo straniero che si fermò a soccorrere il malcapitato come esempio di chi ha attuato il farsi prossimo, e così ha agito secondo il regno di Dio.

L’incontro di Gesù con la donna di Saamria al pozzo di Giacobbe è tuttavia ricco di una serie di riflessioni teologiche proprie del IV vangelo e come altri incontri è esempio di un percorso di fede.

Il pozzo di Giacobbe è carico di rinvii alle vicende dei patriarchi e alle storie di amore che attorno ai pozzi nascevano. Gesù che incontra la donna di Samaria va letto come incontro di seti diverse, come vicenda di amore tra il dono di Dio e l’umanità assetata.

Un dialogo è all’inizio, a partire dalla richiesta di Gesù: ‘dammi da bere’. Al centro il motivo dell’acqua e della sete. Il IV vangelo ne fa un motivo centrale fino alla croce. Nell’ultimo momento della sua vita Gesù sulla croce manifestando lì la gloria di Dio dirà: ‘ho sete’. La sua sete è desiderio di comunicare l’amore che ha mostrato nel depore le vesti, nel chinarsi, lavare i piedi servire: l’amore del Padre.

La donna vive una profonda incomprensione: si reca infatti al pozzo per cercare acqua ma nel suo cuore è presente una sete profonda. Gesù suscita il cammino di questa donna e la conduce a guardare in faccia la sua inquietudine e le sue attese. Il primo stupore (“tu chiedi da bere a me che sono donna straniera…”) è guidato ad aprirsi a nuove domande: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Vi è un’attesa dell’acqua come elemento per vivere ma c’è una sete più profonda di acqua viva. E’ ancora un motivo che nel IV vangelo viene declinato con riferimento alla grazia e al dono dello Spirito: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito…” (Gv 7,37-39). La sete della donna di Samaria sta dentro alle preoccupazioni quotidiane ma anche le oltrepassa. E nel dialogo si sente compresa da Gesù: non ha marito ma ha avuto tanti uomini. La donna diviene figura del popolo dei samaritani che avevano cinque alture con santuari dove adorare loro divinità e per questo considerati eretici dai giudei (2Re 17,29-32).

Nel dialogo si apre poi la questione del luogo dove adorare Dio: e in questo percorso la donna è accompagnata a concentrarsi su Gesù stesso, sulla sua presenza: non solo un giudeo come il patriarca Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare Dio (4,25-26).

Gesù non s’impone, né fa pesare la sua presenza. A partire dall’attesa di quella donna, si fa via perché lei stessa possa leggere dentro la sua vita, avvertire la sete come apertura ad affidarsi all’amore (il pozzo era il luogo delle storie d’amore). Dio lo si adora non su un monte (era questa la polemica tra giudei e samaritani) ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Gesù si offre come via aperta, luogo di incontro con il Padre. Il futuro che la donna spera il venire di un messia è già a sua disposizione, è già presente: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). ‘Sono io’ è eco di quel nome che dice la presenza del Dio vicinissimo nell’umanità ospitale di Gesù. “Credimi donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… ma viene l’ora in cui i veri adoratori lo adoreranno in spirito e verità”. Gesù si rivolge a lei come ‘donna’ e parla di un’ora decisiva. Sotto la croce ritornerà il motivo della ‘donna’ e lì per il IV vangelo è l’ora di Gesù. Sotto la croce Gesù consegna la donna al discepolo e il discepolo alla madre. Il trafitto che nella sua morte rivela la gloria – cioè l’amore – di Dio, consegna a tutta l’umanità – la donna – la testimonianza del discepolo che ha sperimentato l’amore. E’ il sorgere di una nuova storia di incontro.

Credere è un cammino che sta al cuore dell’esistenza, coinvolge le ricerche e le seti della vita personale. E’ anche percorso da condurre insieme, nel comunicare, nel vivere l’amore: la donna va ad annunciare ai suoi compaesani, nella città e ‘molti credettero per le parole della donna’. La fede è un incontro. Ed è sempre un percorso plurale, condiviso, è un ascoltare e sapere, un’esperienza vissuta insieme dello ‘stare con’ Gesù: “lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

Sete di trasparenza, onestà, chiarezza

Marie Collins, irlandese, da bambina è stata vittima di abusi da parte di un prete. E’ stata una tra i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, voluta da papa Francesco per contrastare il fenomeno della pedofilia nella chiesa cattolica. Ma ha rassegnato recentemente le dimissioni a fronte delle resistenze e della vanificazione del lavoro della commissione.

Il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una intervista al Corriere della sera, aveva reagito alle accuse di mancanza di collaborazione respingendo l’idea che “ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla.”

Sul sito di National Catholic Reporter è stata pubblicata la risposta di Marie Collins al Prefetto. Ella ha denunciato come richieste presentate dalla Commissione che avevano l’approvazione del Papa avevano ricevuto rifiuti; ad esempio l’esigenza di rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia».

Ha inoltre denunciato che «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, ha trovato dei problemi ‘legali’ non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito» (cfr. I.Scaramuzzi, Prevenzione della pedofilia. Collins risponde al cardinal Müller, La Stampa Vatican Insider 14 marzo 2017).

In un’intervista a Repubblica Marie Collins mantiene un giudizio positivo sull’impegno e nutre ancora attese positive sul lavoro della commissione.

Tuttavia ha evidenziato i rallentamenti e difficoltà posti a questa azione. Nella lettera di dimissioni scriveva: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

La scelta delle dimissioni per Collins costituisce un passaggio di chiarezza e di coerenza con il suo impegno: «Quando ho accettato la mia nomina nella Commissione nel 2014 avevo detto che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le quinte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta. Ecco, questo è accaduto. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

Marie Collins è esempio di una donna capace di esprimere una profonda sete di giustizia e di cambiamento in questo tempo. E’ una sete presente in tantissime persone che scorgono la gravità dell’abusare dei più piccoli e più indifesi da parte di chi avrebbe il compito di custodirli e proteggerli. Il fatto che tale reato sia diffuso in tanti ambienti oltre a quello ecclesiale non è per nulla una giustificazione a negare il fenomeno, a limitarne la percezione di gravità o a trascurare di mettere in atto mezzi per sradicarlo. Ma di fronte a questa sete di trasparenza e di giustizia sembra che vi siano forti resistenze. Marie Collins si dice frustrata nel percepire resistenze e opera di ostilità al lavoro della commissione da parte degli stessi Dicasteri di Curia.

E’ assai triste constatare tutto questo proprio alla luce di quanto papa Francesco ha scritto nella sua prefazione al libro di Daniel Pittet, dal titolo “La perdono, padre” (ed. Piemme) ex prete oggi sposato e padre di sei figli, vittima di abusi da parte del clero quando era bambino. Parlando dell’incontro avuto con lui Francesco scrive:

“Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa (…) Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”.

La lotta alla pedofilia esige un approfondimento per andare alle molteplici radici di questo male. Lo scandalo di forme di abuso continuate negli anni e coperte dal silenzio o minimizzate dalle autorità non può essere facilmente superato. In primo luogo va offerta maggiore attenzione alla voce delle vittime per guardare con chiarezza questo male, per poterne individuare soluzioni e modalità di prevenzione. E’ infatti questione che dovrebbe condurre a porre in discussione gli indirizzi di formazione dei ministri nella chiesa fino a far ripensare le forme del ministero stesso nella chiesa cattolica.

Si pone la domanda su cambiamenti relativi alla presenza delle donne a tutti i livelli della vita ecclesiale che permane segnata da mentalità di clericalismo e maschilismo. Ma va anche condotta una azione di tutela dei minori, delle vittime nel chiedere trasparenza, nell’esigere chiarezza nel denunciare situazioni di abuso, nel verificare la veridicità delle accuse, nel lottare contro la negazione, la negligenza e le coperture da parte delle autorità e nel predisporre mezzi adatti per evitare che piccoli e vulnerabili siano abusati e sfruttati.

Nella sua lettera di risposta al card. Müller, Marie Collins pone l’interrogativo come mai, se gli strumenti già ci sono, «nessun vescovo è stato ufficialmente e in modo trasparente sanzionato o rimosso per la sua negligenza: se non è mancanza di norme, è mancanza di volontà?».

Presentando le sue dimissioni Marie Collins aveva scritto che quanto la commissione desidera è «migliorare la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dovunque nel mondo ci sia la Chiesa cattolica» e «anziché tornare indietro in un atteggiamento di negazione e offuscamento, quando una critica come la mia viene sollevata il popolo della Chiesa merita una spiegazione appropriata. Abbiamo tutti il diritto di trasparenza, onestà e chiarezza. I malfunzionamenti non possono più essere tenuti nascosti dietro le porte chiuse dell’istituzione. Ciò accade solo fintantoché coloro che conoscono la verità vogliono continuare a rimanere in silenzio».

Alessandro Cortesi op

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