la parola cresceva

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XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

III domenica di Quaresima – anno A – 2017

Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, può essere letto a diversi livelli. Un primo livello è quello storico. E’ memoria dell’agire di Gesù: accolse le donne che incontrava manifestando particolare libertà in un contesto sociale in cui le donne erano emarginate. Non ebbe paura di accogliere e lasciarsi toccare da donne considerate impure, peccatrici, da allontanare. Il suo sguardo nell’incontrare le donne apre speranza soprattutto di fronte all’ipocrisia di una classe religiosa maschile che vuole mantenere le donne sottomesse. Gesù accoglie donne anche tra coloro che lo seguono più da vicino. In alcune parabole per parlare di Dio parla dell’agire delle donne che facevano il pane con il lievito e la farina e si chinavano in casa a ricercare una moneta perduta. Per Gesù non ci sono esclusioni nell’incontro con Dio, né privilegi. C’è un altro aspetto storico: la donna di Samaria rinvia alla presenza di una straniera. Gesù nella parabola del samaritano indica lo straniero che si fermò a soccorrere il malcapitato come esempio di chi ha attuato il farsi prossimo, e così ha agito secondo il regno di Dio.

L’incontro di Gesù con la donna di Saamria al pozzo di Giacobbe è tuttavia ricco di una serie di riflessioni teologiche proprie del IV vangelo e come altri incontri è esempio di un percorso di fede.

Il pozzo di Giacobbe è carico di rinvii alle vicende dei patriarchi e alle storie di amore che attorno ai pozzi nascevano. Gesù che incontra la donna di Samaria va letto come incontro di seti diverse, come vicenda di amore tra il dono di Dio e l’umanità assetata.

Un dialogo è all’inizio, a partire dalla richiesta di Gesù: ‘dammi da bere’. Al centro il motivo dell’acqua e della sete. Il IV vangelo ne fa un motivo centrale fino alla croce. Nell’ultimo momento della sua vita Gesù sulla croce manifestando lì la gloria di Dio dirà: ‘ho sete’. La sua sete è desiderio di comunicare l’amore che ha mostrato nel depore le vesti, nel chinarsi, lavare i piedi servire: l’amore del Padre.

La donna vive una profonda incomprensione: si reca infatti al pozzo per cercare acqua ma nel suo cuore è presente una sete profonda. Gesù suscita il cammino di questa donna e la conduce a guardare in faccia la sua inquietudine e le sue attese. Il primo stupore (“tu chiedi da bere a me che sono donna straniera…”) è guidato ad aprirsi a nuove domande: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Vi è un’attesa dell’acqua come elemento per vivere ma c’è una sete più profonda di acqua viva. E’ ancora un motivo che nel IV vangelo viene declinato con riferimento alla grazia e al dono dello Spirito: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito…” (Gv 7,37-39). La sete della donna di Samaria sta dentro alle preoccupazioni quotidiane ma anche le oltrepassa. E nel dialogo si sente compresa da Gesù: non ha marito ma ha avuto tanti uomini. La donna diviene figura del popolo dei samaritani che avevano cinque alture con santuari dove adorare loro divinità e per questo considerati eretici dai giudei (2Re 17,29-32).

Nel dialogo si apre poi la questione del luogo dove adorare Dio: e in questo percorso la donna è accompagnata a concentrarsi su Gesù stesso, sulla sua presenza: non solo un giudeo come il patriarca Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare Dio (4,25-26).

Gesù non s’impone, né fa pesare la sua presenza. A partire dall’attesa di quella donna, si fa via perché lei stessa possa leggere dentro la sua vita, avvertire la sete come apertura ad affidarsi all’amore (il pozzo era il luogo delle storie d’amore). Dio lo si adora non su un monte (era questa la polemica tra giudei e samaritani) ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Gesù si offre come via aperta, luogo di incontro con il Padre. Il futuro che la donna spera il venire di un messia è già a sua disposizione, è già presente: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). ‘Sono io’ è eco di quel nome che dice la presenza del Dio vicinissimo nell’umanità ospitale di Gesù. “Credimi donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… ma viene l’ora in cui i veri adoratori lo adoreranno in spirito e verità”. Gesù si rivolge a lei come ‘donna’ e parla di un’ora decisiva. Sotto la croce ritornerà il motivo della ‘donna’ e lì per il IV vangelo è l’ora di Gesù. Sotto la croce Gesù consegna la donna al discepolo e il discepolo alla madre. Il trafitto che nella sua morte rivela la gloria – cioè l’amore – di Dio, consegna a tutta l’umanità – la donna – la testimonianza del discepolo che ha sperimentato l’amore. E’ il sorgere di una nuova storia di incontro.

Credere è un cammino che sta al cuore dell’esistenza, coinvolge le ricerche e le seti della vita personale. E’ anche percorso da condurre insieme, nel comunicare, nel vivere l’amore: la donna va ad annunciare ai suoi compaesani, nella città e ‘molti credettero per le parole della donna’. La fede è un incontro. Ed è sempre un percorso plurale, condiviso, è un ascoltare e sapere, un’esperienza vissuta insieme dello ‘stare con’ Gesù: “lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

Sete di trasparenza, onestà, chiarezza

Marie Collins, irlandese, da bambina è stata vittima di abusi da parte di un prete. E’ stata una tra i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, voluta da papa Francesco per contrastare il fenomeno della pedofilia nella chiesa cattolica. Ma ha rassegnato recentemente le dimissioni a fronte delle resistenze e della vanificazione del lavoro della commissione.

Il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una intervista al Corriere della sera, aveva reagito alle accuse di mancanza di collaborazione respingendo l’idea che “ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla.”

Sul sito di National Catholic Reporter è stata pubblicata la risposta di Marie Collins al Prefetto. Ella ha denunciato come richieste presentate dalla Commissione che avevano l’approvazione del Papa avevano ricevuto rifiuti; ad esempio l’esigenza di rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia».

Ha inoltre denunciato che «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, ha trovato dei problemi ‘legali’ non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito» (cfr. I.Scaramuzzi, Prevenzione della pedofilia. Collins risponde al cardinal Müller, La Stampa Vatican Insider 14 marzo 2017).

In un’intervista a Repubblica Marie Collins mantiene un giudizio positivo sull’impegno e nutre ancora attese positive sul lavoro della commissione.

Tuttavia ha evidenziato i rallentamenti e difficoltà posti a questa azione. Nella lettera di dimissioni scriveva: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

La scelta delle dimissioni per Collins costituisce un passaggio di chiarezza e di coerenza con il suo impegno: «Quando ho accettato la mia nomina nella Commissione nel 2014 avevo detto che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le quinte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta. Ecco, questo è accaduto. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

Marie Collins è esempio di una donna capace di esprimere una profonda sete di giustizia e di cambiamento in questo tempo. E’ una sete presente in tantissime persone che scorgono la gravità dell’abusare dei più piccoli e più indifesi da parte di chi avrebbe il compito di custodirli e proteggerli. Il fatto che tale reato sia diffuso in tanti ambienti oltre a quello ecclesiale non è per nulla una giustificazione a negare il fenomeno, a limitarne la percezione di gravità o a trascurare di mettere in atto mezzi per sradicarlo. Ma di fronte a questa sete di trasparenza e di giustizia sembra che vi siano forti resistenze. Marie Collins si dice frustrata nel percepire resistenze e opera di ostilità al lavoro della commissione da parte degli stessi Dicasteri di Curia.

E’ assai triste constatare tutto questo proprio alla luce di quanto papa Francesco ha scritto nella sua prefazione al libro di Daniel Pittet, dal titolo “La perdono, padre” (ed. Piemme) ex prete oggi sposato e padre di sei figli, vittima di abusi da parte del clero quando era bambino. Parlando dell’incontro avuto con lui Francesco scrive:

“Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa (…) Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”.

La lotta alla pedofilia esige un approfondimento per andare alle molteplici radici di questo male. Lo scandalo di forme di abuso continuate negli anni e coperte dal silenzio o minimizzate dalle autorità non può essere facilmente superato. In primo luogo va offerta maggiore attenzione alla voce delle vittime per guardare con chiarezza questo male, per poterne individuare soluzioni e modalità di prevenzione. E’ infatti questione che dovrebbe condurre a porre in discussione gli indirizzi di formazione dei ministri nella chiesa fino a far ripensare le forme del ministero stesso nella chiesa cattolica.

Si pone la domanda su cambiamenti relativi alla presenza delle donne a tutti i livelli della vita ecclesiale che permane segnata da mentalità di clericalismo e maschilismo. Ma va anche condotta una azione di tutela dei minori, delle vittime nel chiedere trasparenza, nell’esigere chiarezza nel denunciare situazioni di abuso, nel verificare la veridicità delle accuse, nel lottare contro la negazione, la negligenza e le coperture da parte delle autorità e nel predisporre mezzi adatti per evitare che piccoli e vulnerabili siano abusati e sfruttati.

Nella sua lettera di risposta al card. Müller, Marie Collins pone l’interrogativo come mai, se gli strumenti già ci sono, «nessun vescovo è stato ufficialmente e in modo trasparente sanzionato o rimosso per la sua negligenza: se non è mancanza di norme, è mancanza di volontà?».

Presentando le sue dimissioni Marie Collins aveva scritto che quanto la commissione desidera è «migliorare la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dovunque nel mondo ci sia la Chiesa cattolica» e «anziché tornare indietro in un atteggiamento di negazione e offuscamento, quando una critica come la mia viene sollevata il popolo della Chiesa merita una spiegazione appropriata. Abbiamo tutti il diritto di trasparenza, onestà e chiarezza. I malfunzionamenti non possono più essere tenuti nascosti dietro le porte chiuse dell’istituzione. Ciò accade solo fintantoché coloro che conoscono la verità vogliono continuare a rimanere in silenzio».

Alessandro Cortesi op

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